Commedie, drammi e tragedie

 

 

 

                                               

 

 

 

                                                   BETTINO  E  ORIANA

                                                             

                                                          ( La catarsi )   

 

 

 

                                                     Dramma in un atto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Turi Lifo, dicembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

 

 

 

Bettino ………………………………………………………………anziano uomo politico;

 

Oriana…………………………………………………………………anziana giornalista

 

 

A scelta della regia i due personaggi possono essere anche quarantenni.

 

 

 

Trama: Un noto uomo politico e una grande giornalista, s’incontrano nell’anticamera dell’aldilà. Dal loro dialogo serrato e stringente, nasce per essi un afflato di catarsi per le traversie delle loro rispettive vite vissute. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla scena nuda buia, si ode una musica innaturale, poi lentamente viene illuminata una parte della scena, la sinistra, e si incomincia a intravvedere un uomo, massiccio, calvo – è Bettino -  seduto su una sedia e tiene le mani un foglio sgualcito. Dopo un minuto/due, entra in scena da destra, avanzando dal buio verso la luce, una donna, piccola snella, malaticcia –è Oriana. Ella si ferma vicino all’uomo e aspetta che questi alzi il capo dalla pagina per guardarla. E, infatti, dopo qualche secondo l’uomo la guarda, le sorride, si alza e le porge la mano.

 

 

Bettino- Ben arrivata, signora…-

 

Oriana – Grazie, ma mi chiami Oriana.-

 

Bettino- E lei mi chiami Bettino. S’accomodi, prego. (indica la sedia vicina)-

 

Oriana- Grazie. Senta Bettino, per non perdere prezioso tempo- sia il mio che il suo-  vengo subito all’argomento: Io non mi trovo qui in qualità di giornalista che le viene a fare l’ennesima intervista sulle sue vicissitudini processuali, ma da…collega di… di…-

 

Bettino- … di problemi di…salute? Va bene così?-

 

Oriana- Potrebbe, si, potrebbe, ma voglio meglio specificare… forse sarebbe meglio dire di … di combattenti contro un male comune.-

 

Bettino- (ironicamente) Anche lei ha la gotta?-

 

Oriana- Vedo che non le manca l’umorismo… certo, prenderlo con ironia forse la esorcizza un poco, quella bestia, ma io ho preferito affrontarla brutalmente: diciamo che il mio motto era “ mens sana in corpore infirmo”. E allora ho detto a questo pazzo drago: Io con la mia mente, forse estranea a te, ragiono, scrivo, e ti combatto. (pausa) Sa, io lo suggerirei ai medici di studiare per scoprire se c’è, tra il sistema immunologico, una componente, la mente, che riesca ad affrontare e respingere la malattia…forse… chissà…-

 

Bettino – Lei è superba nell’inveire contro il suo male. Lo brutalizza, anzi lo ridicolizza – almeno mi sembrerebbe così… però…-

 

Oriana-… però, fino a quando?-

 

Bettino – Già, fino a quando.-

 

Oriana- Lei, la… gotta, da quando tempo se la porta appresso?-

 

Bettino- (sorpreso, poi comprendendo la battuta) Già, la gotta, vero. (bp) Me la porto da quasi un anno. Il diabete da dieci e, di recente, tanto per completare il quadro clinico...(breve risatina) ci si è messo anche il cuore a fare capricci.-

 

Oriana- Lo credo! Dopo le amarezze che ha sopportato.-

 

Bettino- Amarezze? Sarebbero nulla in confronto con le pugnalate che il poveretto ha subito durante gli ultimi anni.-

 

Oriana- Senta Bettino, ma in tutta sincerità, non se li è proprio proprio cercate…-

 

Bettino- Cercate? Mi meraviglio di lei, Oriana. Cercate? (pausa) Beh, forse intende dire che ci ho messo il collo nel capestro? O forse vorrebbe dire che col mio comportamento, con la mia politica, con la mia passione, mi ci sono ficcato tutto dentro quel mare di lordume? Allora le dico: Sì! Me la sono cercata! L’ho voluta! L’ho quasi pretesa. (breve pausa) Io ero un giovane illuso quando entrai nel partito. (alzandosi e passeggiando sulla scena) Sa? Ci entrai a 15 anni. (pausa, pensoso) Pensavo di poter raddrizzare le storture della nostra società – che erano e sono tante- soprattutto di andare incontro ai bisogni dei più deboli, di dare dignità al lavoro, di vivere in un paese, anzi in un mondo,  più giusto  e in pace.-

 

Oriana- Aspirazione di tutti gli idealisti.-

 

Bettino- Già…ma non tutti hanno capito che la pace – intendo pure quella sociale- è il frutto di una buona giustizia!(pausa) Dopo arriva anche l’armonia… si, certamente, l’armonia. Così pensavo da giovane…-

 

Oriana- …e adesso?-

 

Bettino- (emettendo un gran respiro) Adesso capisco che mi ero illuso.-

 

Oriana- Sulle sue capacità?-

 

Bettino –No! sulla giustizia!!! (forte, dopo con calma) Sulla giustizia…quella giustizia che mi è stata negata.-

 

Oriana- A me sembrerebbe che lei l’abbia avuto ampliamente. Ci sono stati tre gradi di giudizio…-

 

Bettino- Giudizio? No! persecuzione! Questo si! Persecuzione. Infamia. Fango! No, cara amica, no…-

 

Oriana-Bettino, io la chiamo per nome, ma non credo di essere sua amica, ne tantomeno cara. Mi chiami, per favore, solo Oriana.-

 

Bettino- Certamente Oriana, mi scusi, mi sono lasciato trasportare dall’ardore – anzi dal furore- che punge il mio vecchio e malandato cuore. (pausa) No Oriana, io sono stato dato in pasto ai leoni per quel pollice verso dei magistrati, e dei miei ex colleghi di Montecitorio, che tramite quei giornalisti d’assalto che, come iene, si sono abbattuti su di me, mi hanno massacrato. (pausa, tono di disprezzo) Mi hanno macellato! E adesso mi stanno digerendo, accucciati nelle loro luride e puzzolenti tane.-

 

Oriana- Senta, non parlo per difendere la mia categoria, per carità, ma i giornalisti hanno il dovere di parlare, di raccontare, di indagare, d’accusare- persino.-

 

Bettino- Ma non di calunniare! Non di scrivere il falso - mimetizzandolo con il diritto all’informazione – non di ficcare il naso nella vita privata di un cittadino, distorcendo i fatti e mandando alla gogna il presunto colpevole- che per loro e per i forcaioli è già processato, colpevole e condannato! No, Cara am… cioè Oriana, questo non è il vero giornalismo, ma sciacallaggio e linciaggio!-

 

Oriana - Ha mai avuto la sensazione di essere nel torto?-

 

Bettino- (dopo un attimo di riflessione) Spesso… i dubbi, specialmente da presidente, erano il mio pane quotidiano. Si, ne ho avuti… tanti…alcuni dimostratesi giusti, altri, molti altri sbagliati…-

 

Oriana- Come a Sigonella?-

 

Bettino – (quasi sobbalzando) Sigonella? Come Sigonella? Ma lei cosa pensa che fu quell’episodio? Un fatto di politica estera? Di sovranità nazionale? Di giustizia? No! no e ancora no! Fu un caso di soperchieria che voleva essere consumata nei nostri confronti da uno Stato potente e spregiudicato.-

 

Oriana- Guardi che si sbaglia e di molto. Io ho vissuto in America per molti decenni e sono più che convinta che quel paese sia uno Stato democratico, ma forte. Uno Stato che non si fa intimidire da nessuna minaccia, neanche dal terrorismo becero! E quando uno Stato prende a cuore la sorte dei suoi concittadini, anche di uno solo, vecchio e malato, beh, quello Stato è il mio modello di Stato veramente civile.- 

 

Bettino- Guardi che io non voglio disprezzare tale Stato, ma in quella circostanza una sua componente si comportò da cow-boy: spregiudicati e arroganti.(pausa) Insomma, ci pensi bene: essi dirottarono un aereo di linea di un Paese sovrano, lo costrinsero ad atterrare su una base di un altro Stato sovrano, il quale intervenne con le sue forze dell’ordine per permettere alla nostra giustizia di fare il suo corso (vagamente ingenuo nell’espressione)  … e quelli cosa fanno? Circondano l’aereo e i nostri carabinieri, con degli uomini armati, addestrati per la guerra di corsa- quasi dei corsari d’altri tempi- (accusatorio) allora mi dica: un capo di governo di uno Stato che si rispetti, cosa avrebbe dovuto fare? Girare la testa dall’altra parte? Permettere che l’aereo di un Paese amico fosse abbordato e i passeggeri rapiti? (pausa, poi col fiatone) No, signora, no. Uno Stato di diritto impedisce queste nefandezze.-

 

Oriana- Ma quei cosiddetti passeggeri, erano, in effetti, i sequestratori della Lauro e gli uccisori di un passeggero americano. Erano colpevoli!-

 

Bettino- E quale tribunale li aveva riconosciuti tali? (bp) Quale sentenza era stata emessa contro di loro? No, sono sicuro che quella volta agimmo come deve agire uno Stato libero e democratico...-

 

Oriana- … Facendo fuggire l’organizzatore del sequestro della nave italiana?-

 

Bettino- E chi l’ha detto che fosse lui, o che quell’uomo a bordo fosse il capo dei sequestratori? Forse lo decide il comandante dei corsari? No! l’Egitto ci chiese l’immediato rilascio dell’aereo e dei suoi passeggeri, intrattenendo, intanto, in un loro porto, con la scusa di indagini, la nostra nave che, dopo l’avventura del sequestro, si trovava ormeggiata colà. Noi restituimmo l’aereo e i suoi passeggeri, trattenemmo solo i sequestratori  - che, poi,  giudicammo, con un regolare processo e infliggemmo le condanne previste dai nostri codici penali - e ci fu restituita la nave con l’equipaggio e i passeggeri, tutti incolumi. Fu una cosa giusta! (fine tirata, resta col fiatone)-

 

Oriana- Non ne sono certa. Ci fu un morto.-

 

Bettino- E ci furono i puniti, anche per l’omicidio del paralitico.-

 

Oriana- Lei mi ha dimostrato di avere qualche punta di rancore verso gli USA. Sbaglio?-

 

Bettino- Rancore? Non proprio. Ma un sospetto- avuto a naso anche da alcuni miei amici- che ci fosse stato uno zampino americano, nelle mie vicissitudini politico-giudiziarie,  (pausa) e devo confessarlo: l’ho avuto anch’io! (BP) Forse lo zampino sarà stato poco, forse molto, ma, probabilmente, ci fu. Sì, ci fu!-

 

Oriana- Lei, spesso, ha preso le parti degli Stati arabi. Insomma sarebbe il loro amico – vedi i palestinesi, la Libia. Lo conferma? –

 

Bettino- Confermo cosa? Oriana la politica certe volte esige compromessi.-

 

Oriana- Già e io una volta scrissi di Bush padre “ Che pazzia! Signor Bush, ma  lei forse crede davvero che a Bagdad, gli iracheni, accoglieranno le vostre truppe, come sessant'anni fa noi le accogliemmo nelle città europee, cioè con baci e abbracci, fiori ed applausi?!?” E sa perché lo scrissi? Perché conosco molto bene quella gente, la loro religione oscurantista, perché mi hanno umiliato soltanto per essere donna; perché mi fecero fare un matrimonio farsa, per non andare in galera secondo una loro assurda legge; perché  non volevano che scrivessi la verità, nelle loro salivose interviste; perché sono incivili!!! Perché sono fermi al medio evo. E, infine, perché maltrattano e umiliano le donne… perché… perché, insomma ci sono diecimila altri perché.-

 

Bettino- In tutte le civiltà, in tutte le nazioni di questo mondo ci sono le storture.-

 

Oriana- Ma non ci sono gli scannatori!- 

 

Bettino- Essere dalla parte dei sofferenti e della giustizia, non implica accettare le loro idee. (pausa)  Certo si debbono rispettare le loro leggi… insomma ognuno reagisce a modo suo…. (lunga pausa) Si, ero amico degli arabi… e lo conferma il fatto che fui in esilio, accolto da uno stato arabo, come un amico, perseguitato dalla giustizia impura, del proprio Paese.-

 

Oriana- Me se si fosse permesso di criticarlo, lei sarebbe stato ancora in esilio presso quello Stato?-

 

Bettino- Io non mi sono mai permesso di criticare le leggi degli altri Stati. Posso non condividerli, certo, sì…-

 

Oriana- …e mi dica, crede che anche loro nella nostra terra, rispettino le nostre leggi?-

 

Bettino- Questo spetta ai tribunali accertarlo.-

 

Oriana-(insofferente, come per cambiare argomento e colpire l’uomo nel suo punto debole) E adesso siamo alla condanna…-

 

Bettino- Lo sapevo che ci saremmo arrivati. Ebbene, parliamone.-

 

Oriana- Lei era colpevole o innocente? (a bruciapelo)-

 

Bettino- (riflettendo e poi parlando lentamente, quasi scandendo le parole) Vede, a quei tempi, con quel clima, io rappresentavo  l’obiettivo politico primario perfetto, e per tentare di colpirlo, si è agito con la più grande e, talvolta anche con la enorme, spregiudicatezza, violando la legge e le stesse prerogative dell’immunità e della inviolabilità del Parlamento.(pausa)  Ero colui che si doveva distruggere! -  

 

Oriana- Ma davvero?-   

                                                                                                                                           Bettino-Certamente. Guardi, il “fumus persecutionis” era lapalissiano e brutale. E                                                                                               ritorna ancora ben visibile, quando l'indagine viene sistematicamente sottratta alla riservatezza ed al segreto istruttorio, e consegnata, attività per attività ,e sempre con grande e singolarissima tempestività, e con dovizia di particolari, e di indiscrezioni di varia natura, all'informazione e alla stampa, dalla quale sono poi derivate molto spesso, ed in molteplici casi, deformazioni e distorsioni di portata e di genere vario e variopinto. (lunga pausa, respiro pesante) 

Arroganza, persecuzione, infamia… ricordo che lessi da qualche parte che, sin da quattro secoli, in Inghilterra, era stato scritto dai Padri: "Se il giudice usa con arroganza il potere di interpretare le leggi, tutto diventa arbitrio imprevedibile. Di fronte ad un metodo del genere ogni sicurezza viene meno".  E questa è verità sacrosanta. (pausa) Si ricorda quel periodo?  Ci fu attorno alle inchieste giudiziarie, un clima esasperato creato ad arte, che generò tanti suicidi, tentati suicidi e morti improvvise. (pausa, addolorato) Ma mi dica, in quale Paese civile e libero del mondo, si sono celebrati in piazza, tanti processi sommari; quando mai si è assistito a tanti pubblici linciaggi; ma dove si sono consacrate tante sentenze di condanna, prima ancora che sia stato pronunciato un rinvio a giudizio? Infine non c'è nessuna motivazione che possa giustificare il ricorso a mezzi illegali, a violazioni sistematiche, clamorose - e persino esaltate della legge- dei diritti dei cittadini, dei diritti umani. (pausa)  Non c'è consenso popolare, sostegno politico, campagna di stampa che possa giustificare un qualsiasi distacco dai principi garantiti dalla Costituzione e fissati dalla legge. E non la giustifica neppure l'assenza, l'insensibilità 

 

 

 

o il ritardo degli organi di controllo, la debolezza o il disorientamento delle difese, la barriera del pregiudizio negativo.-

 

Oriana- Ma il reato ci fu o non ci fu?-

 

Bettino- Certo, ci fu. (pausa) Infatti osservavo alla Camera: “ C’è un problema di moralizzazione della vita pubblica che doveva essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche.” (pausa) Ora è tornato alla ribalta, in modo devastante, il problema del finanziamento dei Partiti, meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalità che si verificano da tempo, forse da tempo immemorabile. (BP) Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna. “(Lunga pausa) E, invece, fu posto in essere un processo spesso generalizzato ed indiscriminato che ha investito in particolare la classe politica ed i partiti di governo, ma che ha risparmiato altri soggetti. (poi quasi sussurrato) E il perchè, prima o poi inevitabilmente, si dovrà scoprire. 

Poi la lista delle indagini, delle investigazioni e quindi delle controinvestigazioni, dei pentiti, dei pentiti a scoppio ritardato e dei contropentiti, delle rivelazioni vere o false, mirate o sapientemente mutilate, e dei rei-confessi per amore o per forza…”  Leggi carcerazione preventiva, questo orrore! –   

 

Oriana - (incalzandolo) Ma lei era colpevole o no?-    

 

Bettino-. Ci arrivo, ci arrivo. (pausa) Ecco, si tratta di una realtà che non si può dividere in due come una mela, tra buoni e cattivi, gli uni appena sfiorati dal sospetto, gli altri responsabili di ogni sorta di errori e nefandezze. (pausa) Trovo perlomeno singolare che sia stata liquidata con poche battute di circostanza, la proposta di una inchiesta parlamentare che abbracciasse l'arco di almeno un quindicennio della nostra storia politica.(lunga pausa)  Il Parlamento avrebbe il dovere di farlo avendo…-     

 

Oriana- Colpevole o innocente?-   

 

Bettino- Colpevole, sì, del finanziamento illegale al mio partito, ma innocente per le accuse di peculato e di corruzione. (pausa) E la colpevolezza dei partiti, la citai espressamente in aula, nel mio discorso del ‘93. Lo dissi  alla Camera, con franchezza! (lunga pausa) E, tra parentesi, un ex grande Presidente della Repubblica, definì il mio intervento come l'apertura “ di quella "grande confessione", verso la quale avrebbe dovuto, e potuto, aprirsi, con tutta la sincerità necessaria, tutto il mondo politico.” 

E incalzai i colleghi dicendo, testuali parole: “ Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti gli darebbero dello spergiuro", E sa quanti deputati si alzarono a contestare questa mia affermazione? Nessuno! Dico nessuno! (pausa e espressione schifata) Ma poi, in seguito, mi dettero in pasto ai leoni...(pausa) Ecco com’era composto il nostro Parlamento d’allora: da ipocriti, irresponsabili, traditori, corrotti, falsi moralizzatori. (pausa e gesto di rassegnazione con la mano) –

 

 

Oriana- (interrompendolo)  Colpevole o innocente delle ruberie?-

 

 

Bettino – Innocente! Innocente, per Dio! Ma lo sa cosa fecero i giudici che mi accusavano? (pausa, poi ironico) Considerarono, invece, quell’ammissione in parlamento, non come assunzione di responsabilità collettiva  e una esortazione alla correttezza, al ritorno della buona politica, all’onestà istituzionale. (pausa) No! macchè! Essi, i “buoni” per eccellenza, i tutori del diritto, della Costituzione, dei cittadini offesi, la  considerarono come una "confessione extragiudiziale", elevandola subito e senz'altro a prova di primo grado contro di me. (lunga pausa) Se non è persecuzione questa, mi dite che concetto avete della persecuzione? (pausa) Innocente! Si! (riprende fiato e pausa) E lo dimostrava il mio stato: non possedevo nessun bene materiale all’infuori di quella modesta casa in Tunisia. (pausa) E- ed è bene affermarlo con fermezza- anche i miei figli vivono del loro lavoro.  (lunga pausa) E sa qual è la buffonata? Che c’è qualcuno che cerca ancora il mio “Tesoro”, il tesoro di Alì Babà. Cretini!!-     

 

Oriana- Qual è stata la sua più grande amarezza?-

 

Bettino- (pensando per qualche secondo) Le monetine! Il lancio di quelle monetine! (pausa lunga) Quel linciaggio morale perpetrato da alcuni facinorosi, e ripreso dalla stampa e da tutte le televisione, come reazione di tutto il popolo italiano, bollandomi così come il criminale finalmente messo alla pubblica gogna! (pausa)  Ho detto facinorosi per non chiamare con nome e cognome l’infame che la organizzò – perché fu tutta premeditata:  il corteo che si snodava in zona, il comizio dei folli giustizieri, financo la raccolta delle monetine da lanciarmi fu premeditata.  (pausa poi adirandosi) E i giornalisti, ci hanno scialato come sciacalli …  maledetti!-

 

Oriana- Non faccia della famosa erba tutto un fascio, la prego.-

 

Bettino- Signora, la mia amarezza non la deve fuorviare. (pausa) Sono cosciente di ciò che dico e chiamo a testimonio Dio se quello non fu linciaggio morale, sfiorando addirittura quello fisico, con la complicità della stampa e della televisione. (lunga pausa)  Per settimane intere tutti i telegiornali italiani mandavano in onda quell’abominio, quella gogna a cui fu sottoposto un uomo che aveva servito la Nazione, che aveva voluto dare dignità allo Stato e il benessere ai suoi concittadini. (pausa e scatto di contrarietà) Chi si è ricordato, in quelle circostanze, il provvedimento della Pensione Sociale, pensione, seppur minima, he fu erogata agli anziani, ai quali i datori di lavoro disonesti, sfruttandoli, non avevano versato i relativi contributi – le famose marche- per il lavoro di anni e anni prestato loro in nero! Sollevandoli dal bisogno se non dalla miseria ?(pausa, calmandosi) No, basta! Non vorrei che lei pensasse che voglia crearmi un alone di Santo per quello che di buono sono riuscito a realizzare: era mio preciso dovere. E così sia! (pausa,  calmandosi) Oh Dio, basta! se continuo con questi ricordi, rischio l’infarto. (confidenzialmente) Comunque, sa? non vorrei fare l’uccellaccio del malaugurio, ma spero che ella non subisca mai un simile… trattamento, da parte dei suoi cosiddetti colleghi.-

 

Oriana- Lei cosa ne sa? A me hanno fatto anche di peggio… Ma, se non le dispiace, vorrei ritornare ai suoi rapporti con gli arabi…-

 

Bettino- (interrompendola) Ma cosa le hanno fatto di male?-

 

Oriana- (scuotendo la testa) Bettino,  l’ho già detto prima come la penso in proposito e non voglio ripetermi…. Bettino, lei non conosce quella gente.-

 

Bettino- Mi sembra un giudizio molto negativo…(pausa) non sarà razzista, spero…-

 

Oriana- (sdegnata) Io sono una persona che ha combattuto contro i razzisti. I razzisti nazisti e gli imitatori nostrani.-

 

Bettino-Si sta adombrando?-

 

Oriana- No! mi arrabbio! Ed ho tutto io diritto di farlo, perché ero una ragazzina quando lottavo con la Resistenza, con la Brigata Rosselli, contro tutti i beceri razzisti, nazisti, fascisti- e fui anche decorata. Ma, in seguito, nella maturità ho dovuto combattere contro i comunisti che si erano arrogati il monopolio,  l’esclusiva,  della lotta partigiana, e questo è un insulto alla Storia. Ma lo sa che nelle successive manifestazione della Resistenza, se non sventolavi la bandiera rossa, ti cacciavano dal corteo? –

 

Bettino- Ci sono sempre, in tutti i contesti, i facinorosi.-

 

Oriana – No! Non sono d’accordo! E’ un loro modo, quasi fisiologico, di comportamento. No! questa esclusività, oltre ad essere un insulto alla storia, come già ho detto, è anche un grave insulto ai morti altrui! Ai partigiani non comunisti! Insomma (nella foga cerca un termine di paragone) insomma…è come dire che nei lager sono morti solo gli ebrei e basta. Come se affermassero che i cattolici polacchi, i prigionieri russi, gli zingari, gli omosessuali, gli antifascisti di ogni nazionalità o religione, Mafalda di Savoia, la figlia di Nenni, stavano lì - in vacanza. 

Eppoi la cosiddetta cultura progressista degli intellettuali sinistrorsi…di comodo… ma va’… perché, se non la pensi come loro, sei un cretino retrogrado.-

 

Bettino – Beh, non so darle torto.-

 

Oriana – (calmandosi) E adesso le chiedo qual è stato il suo più grande rammarico.-

 

 

Si ode una voce da dietro le quinte che, prima mormorata, poi sempre più chiara dice una frase “ Restituitemi alla mia famiglia…”

 

 

Bettino- Ecco il mio più grande rammarico: (pausa) non essere riuscito a salvare Aldo.-

 

Oriana – Aldo Moro?-

 

Bettino – (incupito) Già.-

 

 

La voce si affievolisce e termina.

 

 

 

Oriana – E il suo più grande dolore? Naturalmente non famigliare…-

 

Bettino – La morte di Sergio Moroni, deputato socialista e mio caro amico. Egli, prima di compiere il tragico gesto di togliersi la vita, dichiarò (legge un foglietto): " E' indubbio che stiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere del nostro Paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono l'espressione. Al centro sta la crisi dei Partiti (di tutti i Partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Un grande velo di ipocrisia  ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei Partiti e i loro sistemi di finanziamento e, penso, che tutti,  insieme, dovremo costruire le procedure e i comportamenti che violano queste stesse regole. Né mi pare giusto che una vicenda tanto importante e delicata si consumi quotidianamente sulla base di cronache giornalistiche e televisive, a cui è consentito distruggere immagine e dignità personale di uomini, solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri. A ciò si aggiunge la propensione allo sciacallaggio di soggetti politici che, ricercando un utile meschino, dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale si ergono a censori. E non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da "pogrom" nei confronti della classe politica, i cui limiti sono noti,  (sottolineandolo) ma, ma che pure ha fatto dell'Italia uno dei Paesi più liberi"- 

 

Oriana- Bell’intervento.-

 

Bettino-  Già. E sa che quando Sergio Moroni si uccise, un magistrato inquirente, ignobilmente cosa disse? (pausa) Disse:" Si può morire anche di vergogna". (BP) Capisce che bieco, crudele, sarcastico commento?-

 

Oriana- Si.-

 

Bettino - Dopo che Sergio aveva letto alla Camera la sua lettera-testamento, il Presidente rivolse a tutti un invito alla riflessione – andato, come sempre,  miseramente a vuoto!-

 

Oriana- E il suo più grande rimpianto?-

 

Bettino . (dopo mezzo minuto di riflessione) Non aver capito a fondo, prima, e di non avere dato seguito dopo, al principio secondo cui la degradazione spirituale fosse il peggior nemico dei lavoratori sfruttati, dei poveri affamati, dei disoccupati scoraggiati, e darne attuazione con tutte le mie forze. (pausa) 

Quando ero un giovane dirigente lottavo per inculcare-in certe zucche dure- il germe della cultura del rispetto dell'uomo, dei valori morali, all’affinamento dello spirito. (BP) Lo pensavo, lo speravo, lo volevo!. Allora, se si ricorda, si diceva date al popolo pane e lavoro! Ma io, oltre a ciò- che era sacrosanto- vedevo la purezza dello spirito all'apice della funzione della vita: politica, economica, culturale, sociale. (pausa)  Era questa la molla che mi faceva scattare. Era  candore, s'intende. Ero un sognatore, allora. Forse ero un utopista. (BP) Ma si, si, ci credevo nel socialismo!  Eccome! Eppoi, quando divenni segretario nazionale, per perseguire tale progetto, fondai dei Circoli Culturali in tutto il territorio nazionale. (pausa) Nelle direttive costitutive feci inserire la ricerca sociale e culturale attraverso conferenze di uomini e donne, qualificate, del mondo scientifico, culturale e sindacale. Disposi, tra l’altro, che si usasse anche l’Arte per affinare gli spiriti dei giovani frequentatori. E quei circoli venivano abbondantemente finanziati per operare in tal proposito. E, per inciso, tutto ciò costava, ed era a carico del Partito. (lunga pausa)

Ma poi, purtroppo, nel partito, una perfida spirale s'è sviluppata; ed ha avviluppato i cuori e oscurato i cervelli: voti! voti!  voti! E soldi soldi sempre più soldi per campagne elettorali, per congressi, per propaganda. Che schifo! (pausa) E tutti, tutti e, intendo anche gli altri partiti, vituperarono e calpestarono l'ideologia e gli alti ideali, con infami comportamenti di molti dirigenti- e ne fui coinvolto! E venne il crollo! (pausa)  A me resta la consapevolezza - la sola nel mio sacco ormai floscio- d'essermi comportato sempre con coerenza... e spero anche bene.-    

 

Oriana – Questo lo giudicheranno i posteri, se saranno obiettivi e onesti…e, nient’altro?-

 

Bettino -  Ma si!(b.p.) Mettiamoci la fine del socialismo reale, come mio più ambizioso progetto per il popolo tutto. (Oriana sta per interromperlo, e lui la blocca con la mano) No, so cosa vuole dirmi, ma io le dico che quello che si professa laggiù,ora, è lo scimmiottamento del socialismo…(pausa)  ne hanno da fare strada verso la democrazia e il liberalismo solidale... (BP) Ed era ciò che volevo- imperativamente –concretizzare, se quella, cosiddetta, tangentopoli, non me l’avesse impedito violentemente! Capisce  allora? che ne restò ormai di me e dei miei principi ispiratori e propulsori… Poi il precipizio… (pausa) -

 

 

Oriana- Capisco-

 

 

Bettino-  Lo capisco anch’io, eccome! (pausa) Ma di fronte al completo degrado dei valori: alla bestia che sopraffà lo spirito, l'immenso egoismo che ha trovato legittimazione politica, mi creda, a volte non m’importava più nulla di me. (pausa) Pensavo sfiduciato a quello che affermò un Senatore della Repubblica, implicato nell’infamia del processone, egli disse : “Che mi accusino, che mi processino, che mi condannino, io mi sento ormai  vinto, prono! Ma poi pensando a mia moglie, ai miei figli lontani, ai vecchi compagni di tanti anni di lotte, alla loro vergogna a causa mia,  io, che  sono innocente, pur mortificato, reagirò e starò sempre a testa alta.”  (pausa) Ora io, con tutta sincerità, avrei voluto dichiarare le stesse affermazioni pubblicamente,  ma, aggiungendo in sovrappeso, il rammarico del completo abbandono dei nostri compagni più deboli; allo sbando dei lavoratori, dei disoccupati, della nostra gente… e mi veniva voglia di gridare! Di Urlare al mondo la mia disperazione! Di…uccidermi.-

 

 

Oriana- Capita…certo che capita…-

 

 

Bettino- (si sente un rumore lontano, poi più vicino. Bettino si fa più attento) Non sente anche lei questo rumore, o è una musica?-

 

Oriana – (ponendosi all’ascolto) Già, lo percepisco… ora è più intenso… musica, si, ma sembrano anche parole…che sarà?-

 

Bettino- E’ una premonizione, ascolti... Forse è un sogno, (pausa breve) una visone apocalittica al presente… l’ho avvertito diverse volte…forse, credo, d’averla udita, sì, si. (BP) Come se la recitassero in un teatro, ma sì, ma si: un personaggio pazzo la declama… ( si tiene la testa fra le mani) mi ronza nel cervello… e scava…e scava… -

 

Oriana- Sì, sì ora la sento anch’io… e mi pare d’averla vissuta- in prima persona…anzi, ne  sono sicura!-

 

 

Gli attori si portano verso il centro della scena. Luci e musiche adeguate. Essi reciteranno il brano nel seguente modo: Inizierà l’uomo, dopo la prima parola di Bettino, e in attesa della seconda, Oriana dirà la prima parola già detta da Bettino. E così via, come un’eco che si ripeterà fino alla fine del pezzo.

 

 

… Due grandi torri sorgono dal nulla e innalzandosi verso

il cielo.

Nuova Babele.

E gli uomini- ape, costruttori di idoli,

che vibravano

attorno, attorno, attorno,

alzando, alzando alzando.

E il chiasso, i rumori,

la musica ossessiva,

la cacofonia di suoni acuti, come di chi si

chiama,

vuole,

pretende.

Poi ho sentito tra quelle voci…

tante tante, tante

voci,

voci di folla…folla…folla,

e di uomini, uomini, uomini.

Uomini incupititi, ma uomini!

E di bambini, passeri implumi. 

Poi…oddio…

poi…poi…poi,

udii un sibilo lacerare l’aria,

…erano…erano…erano

aerei,

come mostri di latta,

che sorvolavano il cielo.

E uno schianto!

Uno di essi,

come gabbiano ferito,

con un ultimo colpo d’ala, 

s’abbatte su una delle due torri!

resto esterrefatto:

di fronte a quella linea

impazzita.

No! No! no!

Grido

Perché un altro aereo,

falco predatore,

determinato!

sfonda il cielo e la torre accanto!

Ed è tutto una fiamma.

Spariscono le api costruttrici,

fugge la folla formicolante, 

impazzita dal terrore.

Fugge, corre, inciampa,

cerca salvezza!

Salvezza, salvezza, salvezza,

mentre dagli edifici urla di aiuto, sventolio di camicie, tovaglie bianche di resa,

chiedono disperatamente:

salvateci dall’inferno!

E un riso beffardo lordò l’aria!

Chi si è sostituito a te!

Gridai al cielo.

Ma il cielo rimase muto e fumoso.

Gridai, gridai, gridai 

Impotente gridai,

dalla visione paralizzato, 

non dalla paura,

ma dallo sbigottimento!

Poi il grottesco crollo delle torri

che si inginocchiavano

vinti:

prima l’una, poi l’altra!

Collassando,

sedendosi su se stesse,

in un rumore assordante,

in una nuvola di polvere,

in una Apocalisse annunciata.

E fu il Caos che venne a visitare

gli uomini!

E fu morte, strazio, orrore, pazzia per una moltitudine di essi.

E fu Erode - con la sua strage!!!

 

Fine di tutti gli effetti.

 

Bettino- (tornando al presente) Che strazio! (pausa) Un ritornello oscuro che mi ronza in testa e ne prende possesso.(pausa, scuotendo il capo) Orrendo!-

 

Oriana- L’ha detto: Orrendo. E io c’ero!  Io l’ho vissuto in prima persona! Io ero là!-

 

Bettino – Là sulle torri?-

 

Oriana- Non sulle torri, ma vicinissima… udii il rombo degli aerei, il rumore del crollo, l’ululato delle sirene della polizia, dei pompieri. Poi il fumo, la polvere, le grida dei feriti… i morti…il caos…-

 

Bettino- Tremendo.-

 

Oriana- Tremendo, orrendo sono eufemismi: Fu l’inferno sulla terra! E ne scrissi, dopo, in un lungo articolo, che mi dette il veleno che mi mancava per morire…le forze del  male si scatenarono su di me! Addosso! Per stritolarmi! Calunniarmi! Massacrarmi!-

 

Bettino- La capisco perfettamente… ci sono passato purtroppo.(pausa) Però sa cosa le dico? (pausa) Le dico che l’aver rammentato tutte le infamie che mi sono piovute addosso, beh, magari (si rivolge ad Oriana, che resta impassibile) sarà stato certamente complice il suo carisma di giornalista - che scava, indaga, che vuole penetrare nella notizia , che non si ferma alle apparenze, e, soprattutto che non giudica- beh, in fondo…(pausa) in fondo m’ha fatto piacere parlargliene… (pausa) E con ciò voglio solo dire d’aver fiducia nella Storia. (pausa) Credo che, (pausa) anche nel suo caso, se abbiamo operato bene o male, (pausa) sarà essa a giudicarci e non gli uomini, spesso corrotti (pausa) dalle ideologie rigide e ottuse.-

 

Oriana- Questo è un discorso che per me non posso accettare; per lei i cosiddetti carnefici furono i suoi stessi concittadini. Per me- oltre ai soliti “numi dell’olimpo costituzionale, che saltandomi addosso con squallide allusioni al mio cognome, i buonisti, i comunisti, i giornalisti schierati- si mossero anche gli Stati, i capi religiosi, i fanatici islamisti… e, purtroppo anche qualche paese europeo…in Francia, per esempio, dove mi processarono e mi condannarono per razzismo, per il mio scritto contro le belve islamiche! Pensi un po’, quelli ammazzano migliaia di persone e sono povere mammolette innocenti, mentre i giudici francesi condannarono me per averli additati accusandoli! Ma, spero che un giorno qualcuno…possibilmente, chessoio, ecco: un Houellebecq, o qualche altro scrittore con le palle – con un libro ben azzeccato, magari profetico - apra gli occhi anche ai francesi e a tutti gli europei scettici… e, spero, anche ai miei giudici conigli! (pausa, poi sconsolata) E loro, intanto, i terroristi, uccidono ancora! –

 

Bettino. La vedo molto addolorata. (pausa) Forse questi fatti le hanno prodotto una ferita che sanguina ancora.-

 

Oriana- No, no! Da quello che ho detto, potrebbe anche sembrare così; (breve pausa, poi come se fosse straziata) ma non è quella la ferita che sanguina più dolorosamente…-

 

Bettino- E cioè?-

 

Oriana- Niente! E’ una ferita molto personale…-

 

Bettino- Se mi considera un amico, cioè se…me la dica…per favore.-

 

Oriana- (tentenna il capo addolorata) E’ la perdita del mio bambino per un aborto spontaneo… e…e…la morte dell’uomo che amavo... il mio Alex.-

 

Bettino-Panagulis? (Oriana conferma col capo) Mi dispiace. Ma è stato trovato il colpevole del suo assassinio?-

 

Oriana- Anche lei pensa che sia stato assassinato?-

 

Bettino- Coi colonnelli tutto era possibile, allora… –

 

Oriana- Si tutto era possibile, ed io sono sicura che me lo uccisero loro.-

 

Bettino- Fu un vero socialista, un puro socialista!-

 

Oriana- E forse anche un tantino comunista… ma era per la libertà e la democrazia. (scuotendosi) Fine del kommos personale.-

 

Bettino- Ricevuto. E il suo più grande rammarico professionale?-

 

Oriana- Quello di non aver sputato in faccia ad Arafat per le sue sberciate salivose, e preso a sberle Khomeini, per avermi costretto a quel matrimonio farsa.-   

 

Bettino- (annuendo con la testa) Oriana, me lo consenta, da… da…compagno di…di… ( fa cenno a quello che li circonda, cioè il nulla)- insomma mi ha capito- io la trovo una donna coraggiosa, (pausa) ma non per le sue vicissitudini da giornalista, d’inviata di guerra – e lì ha rischiato anche di morire- o per la sua coraggiosa reazione agli insulti e al sarcasmo degli ominicchi (BP)- come li definì Sciascia- ma per il modo in cui trattò quel maledetto male che l’afflisse…-

 

Oriana- Alt! Fermo così! Il male non mi afflisse, sono stata io che ho afflitto lui, perché mi rifiutai di cedergli. Ma dopo…dopo l’11 settembre… dopo l’11 settembre… volontariamente (scandito) smisi di curarmi, di fare accertamenti, di ingerire medicinali, di sottopormi a tutte quelle dolorose terapie per sopravvivere. E per quanto? Un anno, due, o forse più… Certo si poteva anche guarire…certamente, in molti ce l’hanno fatta…Comunque smisi!-

 

Bettino- Ma perché si rifiutò?-

 

Oriana- Me lo chiese anche il capo dell’equipe dell’ospedale che mi aveva in cura, ma io avevo l’impellente bisogno di comunicare, di scrivere, di scrivere …di scrivere… (come se volteggiasse in aria) di scrivere prima il lungo articolo “ La Rabbia ”, che mi procurò quella suddetta montagna di “sdegnose” reazioni, poi il libro “ La Forza ”, che non ebbe effetti immediati, sperati. (con gravità) E l’Alieno si sfregò le mani e impazzì di gioia… e prese il sopravvento.-

 

Bettino- L’Alieno?-

 

Oriana- Sì, l’Alieno- come ho sempre chiamato quella specie di drago- perché l’ho sempre considerato un corpo estraneo, un non IO, che è venuto a insinuarsi nei miei polmoni chissà da dove…alcuni dicono dal tabacco…-

 

Bettino- E il mio, da dove arrivo nel mio rene? Dall’acqua potabile? –

 

Oriana- Vedo che scherza con il suo male. -

 

Bettino- Già il male… forse sono diventato fatalista. (pausa) Lei, invece, credo che sia ancora arrabbiata. Cosa la inquieta ancora?-

 

Oriana- (Stancamente) Senta, sono stanca, molto stanca e dovrei anche ripetermi. (pausa lunga); Ma ce n’è uno, in particolare, che mi cova nel cuore: L’attacco alla  mia persona… d’ ammalata…-

 

Bettino- E’…è, quindi, qualcosa di personale?-

 

Oriana – Si e no, perchè è sempre conseguente di quei miei scritti. (lunga pausa, come se non volesse continuare il discorso)… ma lo sa che certuni si spinsero financo a “tifare per il cancro perchè mi rodesse”?-

 

Bettino- Oh, no!-

 

Oriana- Oh, si!!! Ma io non mi curo di quei poveri - meschini…-

 

Bettino-… infatti…-

 

Oriana - …(malinconicamente) mi incupisco, invece, per i commenti che fecero alcune persone considerate serie- come certi esponenti della cultura, del sapere, del giornalismo serio- i quali non capirono – si, non capirono – non capirono le mie parole, il mio grido!  non li allarmò, non credettero alle mie considerazioni sull’islam; (pausa) anzi, taluni, credettero- questo sì- credettero che io mi fossi ammattita o esaltata di… di chissà quali ambizione profetiche. 

E con ciò non voglio più toccare quest’argomento.- 

 

Bettino- Certo. (BP) Capisco. - (china la testa e tace)

 

Oriana- Già.-

 

Bettino- (resta ancora con  la testa chinata e tace)

 

 

Si ode una voce

 

 

Voce- 82 B prego.-

 

Bettino- (quasi svegliandosi dal torpore improvviso e guardando il foglio che aveva in mano) Sono io. Sono io. (gira un paio di volte su se stesso, come se fosse confuso, poi si avvicina a Oriana ) Sa? Credo che attorno a noi, su di noi, sia aleggiato un afflato di catarsi. (si guarda attorno).-

 

Oriana - Forse. ( Oriana china la testa)-

 

Bettino -  Oriana… Allora io vado. (pausa) Che numero ha?-

 

Oriana- E’ il 92 H.-

 

Bettino- E già, dovrà aspettare ancora un po’. (pausa, poi esitante) Beh, allora… addio. (si avvia verso il centro del fondale di scena, quindi, guardando un’ultima volta Oriana, lentamente entra.) –

 

Oriana- Addio ( poi, tra se, tentennando il capo)… Sia aleggiato un afflato di catarsi… già. (quindi, come se si fosse ricordata di qualcosa, grida ) Bettino, Bettino, se incontra il mio Alex, gli dica che sono già arrivata.-

 

 

Le luci calano, così come la musica, mentre Oriana rimane impassibile al centro della scena. Quindi buio.

 

 

 

NdA: Il testo di cui sopra, è opera della fantasia dell’autore, che nel comporlo, si è avvalso anche della lettura dell’ultimo discorso di Bettino Craxi alla Camera dei Deputati; e per le altre notizie, specificamente su Oriana Fallaci, egli le ha attinto direttamente dalla stampa. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      

                                                   CROMA

 

 

 

 

 

 

                                            Dramma in tre atti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– anno 1985/2010 – dramma in tre atti – personaggi: sette maschili, tre femminili.

Croma, la serva di Archimede da Siracusa, rievoca la caduta della città per opera dei romani e la morte della figlia (avuta dallo scienziato) e del grande inventore stesso.

 

 

 

 

 

Catania, 8 settembre 1984

Seconda stesura: febbraio 2010

 

 

Personaggi:

 

 

Anna……………………………………………..turista contemporanea;

 

Gianni……………………………………………giovane siracusano contemporaneo;

 

Custode …….……………………………………accompagnatore gruppo turisti;

 

poi:

 

Croma ……………………………………………serva di Archimede;

 

Archimede………………………………………..genio siracusano;

 

Iela………………………………………………..figlia di Archimede;

 

Gamma……………………………………………generale siracusano;

 

Giuro………………………………………………vice di Gamma;

 

Midio………………………………………………aiutante di Giuro;

 

Il Tiranno…………………………………………..signore di Siracusa;

          

Soldato romano……………………………………..uccisore di Archimede;

 

Un messaggero………………………………………soldato siracusano

                                                             

 

E, inoltre:

 

soldati, servi, popolani e turisti.

 

 

                                                      Prologo 

 

Sulla scena, possibilmente nuda pietra di teatro greco o similare, a destra è stato posto un piccolo piedistallo in pietra. Rannicchiata su di essa, ci sarà una donna abbigliata in modo tale da sembrate tutt’uno col piedistallo stesso. E’ Croma.

Quando lo spettacolo inizia, possibilmente nell’ora crepuscolare e con un sottofondo musicale adatto, dal pubblico, vocianti e invadenti, entreranno in scena dieci-quindici comparse, abbigliati secondo la moda corrente. Tra loro vi è il custode dei monumenti. Gli attori, a soggetto, faranno esclamazioni di meraviglia di fronte ai ruderi dell’antico teatro.

 

Cus.- Ecco signori, il monumento più famoso della città. Qui, circa venticinque secoli fa, i nostri antenati, seduti su questi stessi gradoni, assistevano in riverente silenzio, alle rappresentazioni di quelle tragedie classiche che ancor oggi si suol mettere in scena ogni due anni. Tragedie che illustri uomini scrissero per il diletto e l’educazione e, perché no, per la catarsi collettiva della popolazione.

Vedete quelle gallerie alle estremità della scena? Ebbene da esse uscivano gli attori: Da destra quei personaggi che arrivavano dalla campagna, da sinistra invece quelli che provenivano dalla città. La scenografia era articolata e manovrata da macchinari e da complicati sistemi idraulici tale da permettere l’entrata in scena, in forma spettacolare, agli attori che rappresentavano gli dei…Signorina, (ad una ragazza che stava toccando le pietre) signorina, mi scusi, ma è vietato asportare o toccare le pietre di questo luogo. Mi scusi, ma sono regole rigide. Grazie.

Dicevo allora…( continua ad illustrare il monumento a soli gesti e ne, frattempo, seguito dalle altre comparse, meno la ragazza suddetta, esce, momentaneamente, fuori di scena).

La ragazza, che si chiama Anna, si aggira attorno al piedistallo dove si trova l’attrice che rappresenta Croma, e la esamina attentamente. Musica adatta. Un minuto.

 

Ann.- Shasbarth, sarà la suggestività dell’ambiente, ma ho l’impressione che questa grossa pietra rassomigli ad una donna in preghiera…o in pianto…e…e sembra che sia viva, che palpiti…(sta per allungare una mano per toccarla, quando rientra la guida).

Cus.- Signorina! Prego.-

Ann.- (sorpresa dall’improvviso parlare della guida) Accidenti…va bene, d’accordo, vengo. 
 (poi rivolto alla pietre) Pietra sei materia inerte o…sei viva!-

Cus.- Signorina, prego, si unisca a noi.-

Ann.- Vengo, vengo…(indietreggia lentamente, guardando sempre la pietra).-

Cus.- (rivolto ai turisti) Ecco! vedete? La vostra amica è stata affascinata dalla straordinaria espressività di queste antiche pietre che i venti, le piogge, il sole, hanno levigato, graffiato, logorato, screpolato, e direi, quasi scolpito. 

A volte capita che la rassomiglianza di queste pietre con delle figure umane, sia impressionante (pausa, pensieroso).

Sapete, spesso oso pensare che tutte le antiche passioni dei nostri padri, vi si siano in esse, calate e conservate… E vi dirò di più: in una zona archeologica, non lontana da qui, tra vecchie pietre, resti di antichissime necropoli, a volte,  alcuni turisti particolarmente sensibili, hanno avuto la sensazione di vedere donne velate di nero, sciolte in lacrime, abbracciare quei resti di antiche tombe, come se abbracciassero il loro congiunto…morto? O no? 

(confidenziale) E adesso vi confido un segreto: un giorno quella sensazione la ebbi anch’io – che non sono un pivello e faccio la guida turistica da trent’anni . Essa si verificò anni fa, in primavera, durante un particolarissimo momento felice dell’ora crepuscolare, intanto che dal mare si levava una leggera e dolce brezza, che sembrava portare l’eco di antiche battaglie…forse fui suggestionato… ma intanto scoprii che ero attorniato da donne velate che gemevano di dolore su quei sassi…la sensazione durò pochi attimi e, come venne, altrettanto velocemente si dileguò, lasciandosi dietro un fruscio di arbusti ed una palpabile scia di profumi aromatici…Solo sensazioni? Mah, sarà…(con decisione, come svegliandosi da una visione beata) Bene! Signori, se volete seguirmi, adesso vi mostrerò una grande, favolosa opere dell’uomo e della natura. Una grotta famosa. Prego, per di qua. (escono di scena).  

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Atto I

 

Silenzio in scena. E’ il crepuscolo: Arrivano le prime ombre della sera. Riprende la musica. 

La roccia sul piedistallo incomincia ad animarsi. Luci irreali. Movimenti lenti della donna. Poi, improvviso, un colpo di gong, nel contesto Croma. Ella si aggirerà tra i ruderi osservando il cielo e, poi, guardandosi attorno. I movimenti coreografici faranno presagire la triste storia della donna.

 

Cro.- Violenta sera, nemica degli afflitti, complice degli assassini, ruffiana degli amanti, causa del mio pianto, ecco che vieni ancora una volta a portare il ricordo di quel triste giorno, quando questa città assaporò il fiele della tua perfidia.

Vieni notte selvaggia, vieni a portare la rimembranza del lutto che colpì i figli di questa terra!

Vieni tenebra insidiosa, vieni e conduci con te le orde nemiche attraverso i varchi che iniqui traditori fecero nelle nostre mura! (poi si calma, e si dirige verso la quinta da dove sono usciti i turisti seguiti dalla ragazza che parlò alla roccia) Giovane e delicata fanciulla, che nella incerta luce del crepuscolo assumesti le sembianze della mia piccola amata Iela, e che tentasti di leggere nel mio volto la tragedia che porto incisa nel cuore - duro come la pietra, cosparso di spine, rugoso di vecchie cicatrici, dove porto in serbo ricordi di amori e di pene - perché venisti a me? A me, che se il ricordo di quel massacro mi ghiaccia il sangue, quello della morte della mia piccola Iela, mi impietrisce il cuore? E tu me la ricordi!

Frecce romane, centrate il mio cuore! Bronzee daghe, dilaniate la mia carne! Lance lucenti, bevete il mio sangue, saziatevi di me…e, abbiate pietà del mio uomo e della mia giovane figlia! (pausa)

Ecco, l’eterno martirio avanza e si posa sulle mie stanche e povere ossa. Ecco, la feroce sera sì appressa portando con se la impietosa rievocazione del martirio. Odo già le voci a me famigliari, avverto nell’aria di primavera di quei giorni, i rumori della gente forte e laboriosa che fa di questa città il naturale baluardo contro la barbarie.

Li sento sempre più distintamente… s’avvicinano…eccoli.-

 

Entrano in scena uomini e donne dell’antica Siracusa. Parlano tra di loro a soggetto, e si sparpagliano sulla scena facendo attività varie. Chi mostra stoffe, chi pesa, chi tesse, chi lavora il legno, chi recita, chi suona, chi parla da un  podio ecc.

Ci sarà un chiasso da mercato, alternato a musica di flauto e di voce solista femminile; rumore di martello, declamare di poesie, richiamo di bimbi.

Croma passa da un gruppo all’altro, interessandosi delle loro attività. Durante le questa attività, alcun i porteranno fuori scena gli elementi scenografici per sostituirli coi suppellettili cui sotto, e da una finestra che dà su un giardino. 

Quindi, pian piano, man mano che cade la sera, tutti gli attori- comparse lasceranno la scena. 

Uscirà anche Croma. 

Buio.

Quando riprendono le luci sarà già giorno. Le luci saranno adeguate per simulare un’alba.

Musica adatta. 

In scena ci sarà un tavolo da lavoro, una mensola e una seggiola. Sulla mensola ci saranno moltissimi modellini e altrettanto rotoli di papiro. Sul tavolo, oltre a rotoli e pergamene, ci sarà un  comparso, un modellino di una macchina da guerra, e, in un angolo, un piatto di coccio con degli avanzi di cibo.

Seduto sulla seggiola e con la testa appoggiata al tavolo, ci sarà un uomo sui cinquant’anni.

Quando la musica sta per sfumare, entrerà in scena Croma, che, badando di non far rumore, mette in ordine la stanza.

Si ode parlare fuori scena e si sentono dei passi decisi. 

Entra Gamma, generale (stratega) siracusano. Egli indossa una piccola corazza, porta la corta daga al fianco, e l’elmo nella mano sinistra. 

 

Gam.- (invadente) Salute Archimede, posso avere il privilegio di rubarti un minuto della tua indaffarate giornata?-

Cro.- (facendogli segno di tacere) Zitto Generale, per favore, sta ancora dormendo (accennando ad Archimede).

Gam.- (sbigottito) Ma…dorme sempre così? (indicando il tavolo).-

Cro.- Spesso…Da quasi una settimana, forse di più, sta chiuso nello studio e lavora giorno e notte. Temo, se continuerà così, che si ammalerà. (poi chinandosi su Archimede e parlandole dolcemente) Mio signore, mio signore, svegliati, c’è il generale Gamma che è venuta a trovarti…-

Gam.- Se non fosse importante…me ne andrei…lo lascerei dormire…-

Cro.- Mio signore, mio signore…(lo scuote leggermente, finchè Archimede non mostra di svegliarsi).

Arc.- Che succede? Cosa vuoi Croma…-

Cro.- C’è il generale Gamma che vuole parlarti.-

Arc.- Gamma? (alzando la testa e, poi sollevandosi a sedere) Gamma, sei sempre così mattiniero?-

Gam.- Chi, io? Archimede, sappi che il sole è già sul nostro zenit.-

Arc.- Ah, mi sarò riaddormentato sul tavolo. Salute Gamma, quale buon vento…-

Gam.- Gli dei siano sempre con te Archimede. Ti debbo parlare con urgenza.-

Arc.- Con urgenza? Che altro pasticcio avete combinato tu e il tuo Tiranno?-

Gam.- Nessun pasticcio…siamo…sono venuto per chiederti aiuto.-

Arc.- Croma, Croma, porta del vino per in nostro poco gradito ospite, e due bicchieri.-

Gam.- Sempre caustico, scienziato!-

Cro.-  Al tuo ospite porto del vino, per te del latte col miele. Non puoi bere vino a digiuno.-

Arc.- (rassegnato) Fai come vuoi donna…tanto a che serve protestare?-

Gam.- La tua serva, questa volta ha ragione.-

Arc.- (sempre rassegnato) Si, si, ha ragione, avete tutti ragione.-

Gam.- Se non ti dispiace vorrei approfittarne per salutare tua figlia.-

Arc.-  (borbottando, poi sottovoce) Ci mancava anche questa. (a voce normale) Certamente. Appena ritorna Croma, la faccio chiamare.-

 

Entra Iela, la figlia di Archimede. Ella è una giovane e bella donna sui vent’anni.

 

Iel.- Non è necessario che Croma mi chiami, stavo passando, ho sentito che avevi visite e sono venuta. Salve Gamma, che onore averti qui.-

Gam.- Afrodite di dà, ogni giorno di più, parte della sua bellezza, Iela.-

Iel.- Adulatore.-

Gam.- Adulatore io? Dillo tu Archimede, dillo tu, non è forse così?-

Arc.-  (infastidito) E’ così. Proprio così. Ogni giorno di più.-

Iel.- Ho capito uomini, ho capito. Siete tutti in vena di complimenti. Ma vedo che forse dovete parlare di affari di Stato. Mi ritiro, ma dopo, prima che Gamma vada via, desidero risalutarlo. A Dopo.-

Gam.- (con un leggero inchino) Sarà un piacere anche per me. A più tardi, Iela.-

Arc.- (prendendo un rotolo) Ah, Iela, dai un’occhiata a questa formula e controllami i calcoli, dopo mi farai sapere cosa ne pensi.-

Iel.- (prendendo il rotolo) D’accordo…Salute uomini.(esce).-        

 

Rientra Croma con un vassoio.

 

Cro.- Ecco il vino e il latte. (poggia il vassoio sul tavolo) Se ti serve dell’altro, chiamami – signore.-

 

Croma esce e i due uomini devono lentamente le bevande.

 

Arc.- Allora, Gamma, quale buon vento…-

Gam.- Ho bisogno di te, scienziato. Devi aiutarci, non puoi rifiutarti!-

Arc.- Ci risiamo… (con rassegnazione)-

Gam.- Senti Archimede, tu, tu non puoi sottrarti. E’ il tuo preciso dovere di cittadino che te lo impone. La città ha bisogno di te!-

Arc.- Gamma, ascoltami tu attentamente: Io con te e le tue battaglie non voglio avere nulla a che fare. Non mi riguardano!-

Gam.- Le mie battaglie sono anche le tue. Siracusa deve pur difendersi, deve proteggere i suoi possedimenti, deve pensare all’incolumità dei suoi cittadini. Questo significa che proteggiamo anche te, tua figlia, i tuoi beni, e e anche la tua scienza.-

Arc.- A quella lascia che ci pensi io. Comunque tu non proteggi nessuno, tu conquisti!-

Gam.- E se così fosse, in nome di chi?-

Arc.- Tuo e del tuo Tiranno!-

Gam.- Che poi sarebbe anche il tuo, se non  mi sbaglio…-

Arc.- …Io non mi riconosco di nessuno…-

Gam.- …Però gli hai giurato fedeltà…-

Arc.- …Avevo vent’anni…-

Gam.-… i giuramenti no0n hanno età.-

Arc.- (sbottando) Tutti i giovani siracusani, a vent’anni, prestano giuramento al Tiranno, nessuno escluso. Ma dimmi: che valore ha un giuramento di massa?-

Gam.- Lo stesso di un giuramento fatto singolarmente, se il giovane è animato del senso dell’onore e della fedeltà.-

Arc.- (pazientemente) Vedi Gamma, già da un pezzo ho superato quel livello. Ormai sono al di sopra del vostro senso dell’onore e della fedeltà. Eppoi, sappi, caro generale, che io appartengo – si - alla città, ma anche a tutta l’umanità e solo ad essa devo essere fedele e riservare la mia intelligenza. 

Per che cosa pensi che gli dei me l’abbiano data? Per me? Per te? Per il Tiranno, per la sola città? No! No, mio caro, essi me l’hanno data per il bene di tutto il genere umano, nella sua interezza!

Gam.- Noi siamo una fetta di quel genere umano che tanto vuoi servire, dacci dunque il tuo aiuto!-

Arc.- (con calma) Infatti ve l’ho dato. Non credi che con le mie invenzioni io non abbia alleviato le vostre fatiche? Hai visto gli architetti come utilizzano la mia macchina col grande braccio? E i contadini? Li ai visto come puliscono il grano appena raccolto? Ti sembra che non allevi le loro fatiche? (mostra i due modellini)-

Gam.- (indignato) Non stai parlando con un muratore o un zappaterra! Stai parlando con un soldato, un condottiero siracusano che utilizzerà le tue invenzioni per la grandezza della patria!-

Arc.- (con sopportazione) Credo che adesso puoi andartene, generale…se vuoi, poiché penso che non abbiamo più nulla da dirci.-

Gam.- Bada Archimede, sei un grande scienziato, ma attento a non provocarmi…-

Arc.- Sai bene che non ti temo.-

Gam.- Sia io che il Tiranno pensiamo che la tua arroganza stia superando tutti i limiti.-

Arc.- La tua insistenza supera tutti i limiti!-

Gam.- E va bene. Va bene. Se con le buone non ci riusciamo, troveremo senz’altro un modi per abbattere la tua alterigia. Troveremo un sistema. Addio…scienziato.-

 

Esce velocemente.

 

Arc.- Addio, addio. (rassegnato e infastidito, rimette al loro posto i modellini)-

 

Entra Iela.

 

Iel.- (guardando un rotolo) Padre, vedo che questi calcoli…(alzando lo sguardo) ma…ma dov’è Gamma?-

Arc.- (immerso nelle sue carte) Se n’è andato.-

Iel.- Senza salutarmi?-

Arc.- (asciutto) Così pare.-

Iel.- (dopo un attimo di perplessità) Avete di nuovo litigato, vero?-

Arc.- Vero. Sai cosa vuole da me.-

Iel.- (contorcendosi le mani) Lo so, lo so. Però, padre, non ti sembra di esagerare un pochino? In fondo Gamma vuole utilizzare le tue invenzioni per la grandezza della città…-

Arc.- (scandalizzato, interrompendola) Iela, che dici mai?-

Iel.- Dico che a volte bisognerebbe essere più, più…comprensivi, ecco!-

Arc.- Ma cosa ti succede? Cos’è questa comprensione per Gamma? Non ti avevo mai sentito parlare così…-

Iel.-…padre non sono contro di te! (col slancio) (breve pausa) …non sono contro le tue idee e i tuoi principi - ci mancherebbe - e credo pure che tu non abbia del tutto torto, (decisa), ma neanche del tutto ragione.-

Arc.- (pensieroso, tentennando la testa) Quando avrai la mia età, quando avrai raggiunto i miei livelli- e sono sicuro che li raggiungerai presto – allora capirai le mie motivazioni.-

Iel.- Può darsi che, nel frattempo, io non vivrò abbastanza per capirli, se non aiuti la città.-

Arc.- Sei catastrofica oggi. Ma dimmi, perché li dovrei aiutare, che pericolo corre, oggi, la città?-

Iel.- (in lieve imbarazzo) Oggi nessuno, ma più i là, forse…-

Arc.- (guardandola con ironia) Beh, allora ne riparleremo …più in là. E adesso scusami, ma debbo scendere in laboratorio.-

Iel.- E questi calcoli?-

Arc.- Tienili. Ne riparleremo dopo.-

 

Archimede esce di scena, Iela, rimasta sola, si aggira per il palcoscenico passandosi le mani sul viso e sui capelli. E’ evidentemente irrequieta. 

Entra Croma.

 

Cro.- Hanno litigato di nuovo?-

Iel.- Come al solito.-

Cro.- Io certe cose non le capisco, ma se tuo padre è così irremovibile, avrà i suoi buoni motivi.-

Iel.- Lui ha i suoi, Gamma i propri, ed io? Eh? Non ho io anche dei buoni motivi?-

Cro.- Certo che si. Ma dovrai ancora pazientare, cara.-

Iel.- Pazientare? Ma fino a quando? Fino a quando dovrò tacere, fino a quando dovrò soffocare i miei sentimenti? Croma, io l’amo! Croma, lo capisci? l’amo!-

Cro.- Lo so, piccola Iela, Gamma è il tuo primo amore. Ma dovrai pazientare lo stesso. Vedrai, le cose s’aggiusteranno - prima o dopo si aggiusteranno – perché loro due, o prima o poi dovranno mettersi d’accordo – immancabilmente. Poi, io tuo Gamma, ti potrà chiedere in  sposa, mia piccola Iela.-

Iel.- Vorrei che le tue parole fossero oracolo degli dei. Ma, purtroppo, temo che continueranno a confrontarsi duramente. (con tristezza) E, nel frattempo,  prima che riescano a fare uno straccio di accordo, temo che io sarò già vecchia.-

Cro.- Non disperanti, cara, vedrai che una soluzione presto ci sarà…-

Iel.- (avvicinandosi e abbracciando Croma) Oh, Croma mia, come vorrei che tu avessi proprio ragione. Come vorrei che domani stesso essi si conciliassero…e chissà…-

Cro.- (accarezzandole i capelli) Ecco, così va bene. Bisogna essere ottimisti. Ed ora vieni, prepariamo il pasto per tuo padre, sono giorni che mangia disordinatamente, e temo per la sua salute. ( stanno per avviarsi verso l’uscita, quando Iela la ferma).-

Iel.- Croma, ti debbo dire una cosa.-

Cro.- Cosa cara?-

Iel.- Tu ci credi ai sogni?-

Cro.- I sogno? Certo che ci credo. I sogni sono messaggi degli dei.-

Iel.- Allora sono perduta!-

Cro.- Perduta? E perché?-

Iel.- Sono tre notti che faccio sempre lo stesso terribile sogno. Un incubo! Ed è tanto orribile che mi sveglio piangendo.-

Cro.- (incuriosita, preoccupata) Raccontami.-

Iel.- Il sogno ricorrente è questo: Una grande aquila scende da alti cieli, e assale, alle spalle un grande cavallo bianco. Quindi, con il potente becco adunco, gli squarcia il forte collo, mentre una pantera giace per terra immota.-

Cro.- Possenti dei! Che dici mai?-

Iel.- E’ la verità, Croma. Ti ho raccontato la verità.-

Cro.- (tormentandosi le mani) Taci! Taci! E non parlarne ad alcuno! Non dire nulla! – nulla!- hai capito?-     

Iel.- Ho capito, ho capito, non farò parola con nessuno. Ma non vedo cosa…-

Crfo.- Taci! Tocca a me leggere nei sogni, non a te! Il tuo non è un incubo. Questo è un sogno ed è assai funesto! Ci sarà lutto in  questa casa – e la morte arriverà da lontano!-

Iel.- Ehi, ehi, non vorrai spaventarmi più dell’incubo? ( poi con un moto d’orgoglio)  Io sono una donna di scienza, e non mi lascerò spaventare dalle tue interpretazioni oniriche. Sono solo sogni. Sogni di donnicciola inappagata, sogni bugiardi, sogni assurdi! Assurdi, si, senza significato…Brutti sogni di fanciulla inesperta – e basta.-

Cro.- (fra se) Vorrei tanto che lo fossero. ( a Iela) Comunque tu stai zitta lo stesso. Non fare parola con nessuno – con nessuno! Intesi?-

Iel.- (derisoria) Non lo farò, stai tranquilla, non voglio passare per una sciocca femminuccia senza cervello.-

Cro.- Tu di cervello ne hai anche troppo. Sei tutta tuo padre.-

Iel.- (a bruciapelo) Parlami di mia madre!-

Cro.- (sorpresa) Tua madre? Tua madre (imbarazzata) tua madre è morta nel darti alla luce.-

Iel.- Questo lo so. Ma tu devi dirmi qualcosa di più – tu l’hai conosciuta.-

Cro.- Si, naturalmente…certo che l’ho conosciuta. Ero la sua serva…tua madre era bellissima, dolce e buona. Proprio come te – ed amava tuo padre, tanto, tantissimo. (poi bruscamente) E adesso andiamo!-

Iel.- Ma perché tutte le volte che ti chiedo di parlarmi di mia madre, tu tergiversi, cambi discorso, sei reticente?-

Cro.- Chi, io? Forse sembra a te. Io non so parlare bene come te. So dire solo poche cose, e quelle dico!-

Iel.- Va bene, va bene, non t’inquietare, mia buona Croma. Ora ti prego di scusarmi, prepara solo tu il pranzo. Ho da controllare questi calcoli e, poi, forse, raggiungerò mio padre (esegue, poi esce).-

Cro.- (non appena Iela sarà uscita, tormentandosi, aggirandosi per la scena, durante la tirata, piano piano le luci caleranno creando un effetto di sogno, aiutati dall’attrice che tira le tendine della finestra. Quando ella sta per dire l’ultima battuta, si accoccolerà per terra e rimarrà ferma al quasi buio. Musica adatta.) Parlami di mia madre! Da quanti anni sopporto questa terribile tortura: parlami di mia madre! Ma cosa posso dirle? Come posso dire a quella fiera fanciulla che sua madre era una plebea che Archimede, innamorandosene, prese da un bordello alessandrino?

Ebbero una figlia. Una figlia bellissima. Pur amandola, lui, nobile siracusano non poteva sposare una prostituta alessandrina…ma non la voleva neppure abbandonare. E, quando fu costretto a ritornare a Siracusa, inventò la storia della moglie, principessa alessandrina, morta nel dare alla luce la bambina, la quale fu affidata poi alla fedele serva: a Croma!

A Croma, che partorì Iela tra lacrime di gioia e di dolore; a Croma che l’ha accudita e amata badando sempre di non scoprirsi – mai! A Croma che ama l’uomo più intelligente del mondo, e deve solo accontentarsi di servirlo con umiltà e fedeltà. 

Ed io taccio! Taccio tra le lacrime amare. Taccio e ottengo il suo bene.

Come potrei sconvolgere la vita e la fierezza di Archimede e della nobile sua creatura, di fronte alla nobiltà siracusana? Ed ora più che mai: perchè ama un suo pari, un nobile e coraggioso condottiero: Gamma.

Gli dei mi vollero bella e povera, destinandomi al postribolo. Io ho disubbidito al mio destino e mi sono attirata la loro punizione più atroce: Vivere accanto alla propria figlia senza poterle dire: Figlia mia; e senza provare la felicità d’essere chiamata madre. 

E come aiutarla, adesso, in questo momento assai difficile? No! No! Ella è forte, saprà vincere! Perché, se da suo padre ha preso l’intelligenza e la nobiltà d’animo, da me, sua madre, ha preso il coraggio e la caparbietà di lottare per l’amore.

Dovrà scegliere mia figlia. Dovrà scegliere tra il padre e Gamma, tra scienza e amore - e sarà una scelta difficilissima la sua. Scelta dolorosa, di pianto e di morte!- 

  

Rientra Iela, le luci sono sempre basse.

 

Iel.- (avvertendo la presenza di qualcuno e sobbalzando) Croma, sei tu?-

Cro.- (le luci, gradatamente riprendono) Si, Iela, sono io, stavo riflettendo al buio. Iel.- E mi hai spaventata…come una donnicciola. Che stupida.-

Cro.- Perché dici questo? Capita a tutti di sobbalzare quando si è immersi nei propri pensieri. E tu eri perduta tra pensieri più grandi di te.-

Iel.- Ecco, al solito, mi trattate come se fossi ancora una bambina. Poi mio padre non si accorge neanche che sono diventata adulta…anche se sono una donna infelice.-

Cro.- Io lo so che sei già donna. E devi essere paziente, te l’ho già detto.-

Iel.- Ma io ci l’ho la pazienza, anche se devo forzare la mia natura. Ma Gamma, il mio Gamma, non ne può più. Dice che non ha più la pazienza d’aspettare il consenso di una persona testarda come mio padre. Temo che farà qualche imprudenza.-

Cro.- Ed invece dovrà avere molta prudenza. Anche in battaglia la prudenza e un’arma di vittoriosa. Poi, sono sicura che tuo padre, prima o poi, capirà.-

Iel.- Mio padre capirebbe? Oh dei! E quando? E come? Ci vorrebbe un vero miracolo. Perché lo sai benissimo che non sopporta Gamma.-

Cro.- Non è che non sopporta il tuo generale, è che odia ciò che lui rappresenta: la guerra.- 

Iel.- Ma il mio uomo è nato per fare la guerra. E’ un condottiero per volere degli dei, come Archimede è uno scienziato, come…come…-

Cro.- …io sono serva.(piano)-

Iel.- Cos’hai detto?- 

Cro.- Niente, dicevo che gli uomini sono così superbi, perché non sanno che ciò che loro sono, fanno o che subiscono, non avviene per loro proprio merito o volontà. Ah, se lo sapessero…-

Iel.- Croma, lascia perdere il tuo Fato e suggeriscimi cosa debbo fare?-

Cro.- Te l’ho già detto: Per prima cosa devi armarti di pazienza e prudenza. Poi vai a parlare con tuo padre. Affrontalo serenamente. Forse lo convincerai. Ma, attenta, non fare nulla di irrazionale, prima d’aver tentato tutto il possibile per convincerlo.-

Iel.- Grazie saggia Croma, farò come mi suggerisci. (la bacia).-

Cro.- ( sentendo arrivare Archimede) Ecco, arriva tuo padre, che gli dei ti siano propizi. Io vado di là. Mi raccomando. (esce)-

Iel.- Lo spero anch’io.-

 

Esce Croma. Entra Archimede.

 

Iel.- Salute padre, hai un po’ di tempo da dedicare a tua figlia?-

Arc.- Salute mia piccola, ma certo che ho tempo per te. Di cosa si tratta, hai scoperto qualcosa?-

Iel.- Non si tratta di lavoro, padre, ma della mia vita.-

Arc.- Cosa significa cara? E’ forse in pericolo la tua vita?-

Iel.- No, non è ciò che pensi. Sto bene, anzi benissimo. Si tratta invece della mia vita…futura.-

Arc.- Ed è così importante da parlarne proprio adesso?-

Iel.- (seria) Si, padre.-

Arc.- (sedendosi) E allora parla.-

Iel.- (prima esitante, poi decisa) Padre, io amo un uomo e voglio sposarlo.-

Arc.- (sbalordendo) Cosa? Ma se sei ancora una bambina.-

Iel.- Ho quasi vent’anni, e sono una donna, nel corpo e nella mente.-

Arc.- Vedo, vedo…Accidenti, come passa il tempo. Mi sembra solo ieri quando, a fatica, ti arrampicavi sulle mie ginocchia. E’ vero (guardandola seriamente) sei già donna! E, chi sarebbe quest’uomo fortunato?-

Iel.- (di getto) Gamma!-

Arc.- Gamma? Il generale?-

Iel.- Si.-

Arc.- Gamma il sanguinario? Ma…ma cosa abbiamo a che fare, noi due, con quel macellaio?-

Iel.- (fredda) Tu niente. Io si, perché l’amo.-

Arc.- Tu l’ami? Tu l’ami? Oh santi numi, tu l’ami. Ma no, non è possibile, c’è troppa differenza tra di voi.

Ma ti rendi conto dell’abisso che ti separa da lui? Tu sei una scienziata, una donna di pensiero, sei una ricercatrice, un’indagatrice della natura. Tu lavori e sei al servizio della vita, del genere umano, per il suo bene, mentre lui è al servizio della propria ambizione, della sua superbia, e…e…col Tiranno, della morte! Che affinità potrete avere voi due?-

Iel.- Quella dell’amore, padre. Poi, se me lo permetti, egli è al servizio della città, di tutti noi, me, te e Croma compresi. Lui la difende dai nemici con le armi, perché ama la sua gente. Poi è coraggioso ed è nato per fare il condottiero (appassionata).-

Arc.- (conciliante) Va bene, va bene…credo di dovermi spiegare meglio: Vedi, io non ce l’ha con lui come persona, ma con ciò che io aborrisco, cioè la guerra! Le morti, le distruzioni, le rovine…Sai, penso che se sulla terra non esistessero tipi come lui, il mondo sarebbe più vivibile, forse più buono, e, spererei, anche più giusto.-

Iel.- Padre, la tua utopia non ha limiti. Ma stiamo con i piedi a terre, ti prego: Se non ci fosse lui e le sue idee - che porta avanti con coraggio e competenza, forse non ci saremmo neppure noi, perché qualche altro popolo bellicoso, ci avrebbe già conquistati e resi schiavi. Ed io, alla schiavitù, preferisco la morte.-

Arc.- (allarmato) Ma cosa ti è successo Iela, cosa sono questi funesti discorsi? Tu mi spaventi!-

Iel.- No, niente di particolare. Volevo solo essere esplicita. (poi conciliante) Padre, ascoltami, per favore: io non sono come te, e i tuoi principi non debbono essere necessariamente i miei.

Ti prego, metti da parte i tuoi pregiudizi, le tue idee. Sii buono, sii comprensivo, fammi felice…consentimi di diventare sua sposa.-

Arc.- Tutto farei per te, lo sai. Ma quello che mi proponi non posso concedertelo. Come? Mia figlia sposa di un volgare guerriero? No! Non posso! Come? Ma ti rendi conto di cosa mi proponi? Di abiurare alle mie idee, alla mia etica, alla mia missione e…a collaborare alla tua rovina. No! Sarebbe la fine della mia stessa esistenza.-

Iel.- Non starai esagerando?-

Arc.- Come ti permetti?-

Iel.- Allora preferisci perdere la figlia?-

Arc.- Cosa significa? È una minaccia?-

Iel.- No, non mi permetterei, Però ti dico che io ti lascio. Andrò a vivere con l’uomo che amo. Mi dispiace, padre, mi dispiace moltissimo.-

Arc.- Ti dispiace? Ti dispiace? No! Non ti dispiace affatto! Tu sei una cagna in calore, e come una cagna in calore corri appresso al maschio! Dilla la verità! Dilla finalmente! Dillo che la femmina ha avuto il sopravvento sulla donna razionale. Dillo! (gridato)-

Iel.- (calma) Pre, padre, sei in  te? Sai cosa stai dicendo?-

Arc.- Sono in me e so anche che oggi mia figlia è morta! Vattene pure, corri appresso al tuo macellaio!-

 

Iela esce di corsa. Archimede si rimette a studiare le sue carte e, intanto, bofonchia.

 

Arc.- Tornerà, sicuramente tornerà. E’ impulsiva come sua madre…tornerà.

Ed ora, con calma controlliamo questo postulato: Sento che la soluzione è vicina, avverto la sua presenza come un lieve fruscio sulla mia pelle, la sento intorno a me, che aleggia su questa stanza, ma è inafferrabile.

La percepisco con l’intuito, ma non col ragionamento. (si alza) E’ come , è come…è come nel sogno: tu l’afferri…no, che tenti d’afferrare l’oggetto dei tuoi desideri – e ti sfugge! (passeggia) Ma quell’oggetto, sia pure in sognando, l’hai visto, esiste. E se esiste in sogno, vuol dire che c’è anche nella realtà.

La chiave! Debbo trovare la chiave per scardinare questo enigma…e la troverò…è vicina a me, basta guardarmi attorno. Può esseri qui…o lì…tra queste carte…in quei modellini - mi sta attorno la maledetta, senza farsi trovare. 

Ma il postulato è giusto…mi serve ancora del tempo (si china, prende un comparso, fa misurazioni, poi si siede e s’immerge nei suoi calcoli).

 

Entra Croma, seguita da un messaggero.

 

Cro.- Mio signore, c’è un messaggero per te…-

Mas.- Salute nobile Archimede. (Archimede non risponde)-

Cro.- Signore, questo soldato ha un messaggio per te. (Archimede idem) Senti soldato lascia a me il messaggio, glielo consegnerò dopo.-

Mes.- Non posso donna. Devo consegnarlo personalmente al nobile Archimede.-

Cro.- (insistendo) Mio signore, c’è un messaggio per te. E’ personale…-

Arc.- (come riemergendo da un sogno) Ah, che dici?-

Cro.- C’è un messaggio…(indica il soldato)-

Arc.- (tornando ai suoi calcoli) Fattelo consegnare.-

Mes.- E’ personale, con risposta immediata. E’…è del nostro Tiranno.-

Arc.- (squadrando con occhio inquisitore il soldato) Vieni avanti, dammi quel messaggio. (il soldato gli porge un rotolo).-

Arc.- (prendendo il rotolo con noncuranza) Croma, dai da bere a quest’uomo (intanto apre il messaggio e legge).-

Mes.- Grazie, ma non posso: devo aspettare la risposta.-

Arc.- (gettando il rotolo sul tavolo) Di al Tiranno che domani sarò da lui.-

Mes.- (inchinandosi) Domani sarai da lui. Benissimo. Salute a te nobile Archimede.-

Cro.- Vieni t’accompagno all’uscita.-

 

Escono Croma e il messaggero. Archimede si rimette a studiare. Buio

 

Fine del primo atto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                          Atto secondo

 

Sulla scena è stata ricostruita lo studio del Tiranno. Due tavoli, diverse seggiole, uno scaffale pieno di rotoli. Grande finestra che da sul mare.

Buio in scena. Musica adatta. Poi sulla sinistra del palco, un cono di luce, man mano, illumina Croma, prostata.

 

Cro.- Nozze velate di malinconia, nozze bagnate di lacrime, nozze che bruciano il cuore, nozze che preparano il bagno di sangue: La tragedia! 

Ah, Fato bizzarro, così vuoi giocare con gli uomini? In balia dei tuoi truci capricci? 

Hai tramato la tua tela, e ora ci accalappi nelle tue viscide maglie.

Ecco, Roma è alle porte; la guerra è vicina; la morte mieterà la sua messe!-

 

 

Luce che lentamente si spegne a sinistra, per accendersi a destra. Dal buio si passa all’alba, con musica adatta. 

In uno dei tavoli c’è seduto Midio che scrive su di un papiro, all’in piedi, vicino a lui, c’è Giuro.

 

Giu.- E così che gli dei dispensano i suoi favori, amico Midio: a chi tutto e a chi niente. A lui l’onore del comando supremo dell’esercito siracusano, e la nobile e bellissima Iela in sposa… e a me il comando della feccia del popolo:  a guardia delle mura della città… Dei che scorno  vedere la donna che ambivo avere, andare in sposa all’uomo che ha usurpato il mio ruolo di comandante supremo.-

Mid.- Mio generale e ottimo amico, la fortuna gira come una ruota, alternando i suoi favori. Oggi è lui in auge, domani potresti essere tu.-

Giu.- Io? No, non sarà mai…-

Mid.- E chi lo sa…delle volte arriva una notizia, una proposta, che so io…dei favori, delle alleanze, dei patti…-

Giu.- A me non arriva mai niente. Da quando è in carica il Tiranno, tutti i favori sono per Gamma.-

Mid.- Spesso i capi sono degli ingrati…non capiscono le vere qualità di un uomo… di un condottiero…come te, per esempio. Ma ci possono essere altri uomini che le apprezzerebbero e saprebbero ben pagarli. E delle volte anche bene…in oro, argento, cariche importanti…prestigio…-

Giu.- Magari avessi questa fortuna.-

Mid.- Non sempre la fortuna viene da una sola parte…può venire anche dall’altra parte…chissà…-

Giu.- Il discorso si fa interessante: dimmi, per esempio, da quale parte potrebbe venire questa… fortuna?-

Mid.- Le parti sono due: se non viene dall’uno, potrebbe venire dall’altra.-

Giu.- Interessante… (tra se) per quando verranno i giorni di magra…-

 

Entra Gamma.

 

Giu.- (sorpreso) Mio generale…-

Mid.- Salute generale (alzandosi)-

Gam.- Giuro, cosa c’è di così importante da cercarmi qui, nello studio del Tiranno?-

Giu.- (impacciatissimo) Ecco… volevo…pensavo…insomma volevo rallegrarmi di persona per le tue nozze… anche se non mi hai invitato.-

Gam.- (interrompendolo bruscamente) E lasci i tuoi uomini di guardia sulle mura, per queste frivolezze di cortigiani? –

Giu.- Ma perché mi tratti così duramente? Non sono un tuo pari?-

Gam.- Tu sei un mio pari e il mio vice, ma sei pure un cialtrone! Vai sulle mura a vigilare sull’incolumità della nostra città. (calmandosi) Sai che i romani sono vicini, dunque all’erta! Questo è il nostro dovere di comandanti. ( a  Midio ) è arrivato il messaggero per il Tiranno?-

Mid.- Si, è arrivato, ha dato la risposta al nostro signore proprio all’entrata.-

Gam.- E dov’è ora il nostro signore?-

Mid.- Sta nell’atrio.-

Gam.- Lo raggiungo. Giuro, cosa aspetti ad andare? (intanto esce)-

Giu.- Vado, vado…(appena esce Gamma) Accidenti a me! Ogni volta che sono in sua presenza, carico di rancore e di velleità, poi balbetto e sembro un ragazzino, uno scolaretto, Accidenti!-
 Mid.- Non ti disperare, può darsi…la fortuna…-

Giu.- Ma al diavolo! La fortuna! (esce di corsa)-

 

Entrano il Tiranno e Gamma.

 

Tir.- Midio, per favore, lasciaci soli.-

Mid.- Come desidera il mio signore…(esce).-

Gam.- Allora sta per arrivare?-

Tir.- Si.-

Gam.- Con tutto il massimo rispetto, mio signore, credi di farcela a convincerlo a collaborare?- 

Tir.- Sta tranquillo Gamma, saprò convincere quel… quella…quella testa tra le nuvole.-

Gam.- Sto tranquillo, mio signore, ma sarei ancora più tranquillo, se le navi romane si dirigessero verso Cartagine; oppure che invece di trasportare le legioni, trasportassero vino e grano.-

Tir.- Quei barbari non ci hanno mai fatto paura! Sono solo degli arroganti e presuntuosi. Stanne certo, mio caro Gamma, li batteremo. Useremo la forza, ma anche l’astuzia; gli uomini e la natura; il braccio e l’ingegno. 

La tradizione e la nostra civiltà sono dalla nostra parte.-

Gam.- Preferirei che anche la scienza fosse con noi.-

Tir.- Lo sarà!-

Gam.- Lo spero. Mio signore, devi chiedere, perentoriamente, di inventare qualche marchingegno che ci permetta di distruggere, definitivamente, la flotta nemica.-

Tir.- (ironico) Vuoi nient’altro? Sei uno stratega formidabile, Gamma.-

Gam.- Mio signore, Siracusa è debole sola dalla parte del mare, perché ha troppa costa da difendere da un eventuale sbarco. E se posso danneggiare la flotta nemica, senza impegnare il grosso della nostra flotta, con la superiorità che ne otterrò distruggerò il nemico in modo definitivo!-

Tir.- Ho capito, ho capito…(ironico) in modo definitivo dici?  Ti servono grosse catapulte?-

Gam.- No, le catapulte hanno poca gittata e non servono a granchè per i motivi che ti ho detto prima. Ci vorrebbe, invece, qualcosa di ingegnoso e di grande gittata, qualcosa di mai visto, per disorientarli e colpirli così impreparati. Demoralizzarli e distruggerli in modo definitivo!-

Tir.- Ci proverò…ma ti prego, non considerare Roma come qualcosa che si può battere definitivamente. Sarebbe un grossa sbaglio di valutazione politica e strategica. 

Pensaci. -

Gam.- Ci penserò.-

 

Entra Midio.

 

Mid.- Mio signore, il nobile Archimede chiede di vederti.-

Tir.- Fai passare. ( a Gamma) Tu vai e aspetta i miei ordini.-

Gam.- Vado. (esce da sinistra).-

 

Entra, da destra Archimede.

 

Tir.- (alzandosi e andando incontro all’ospite) Archimede, che piacere, vieni, entra, accomodati (offre una seggiola).- 

Arc.- (indifferente alle finte gentilezze) Mio signore…-

Tir.- Ti trovo in  perfetta forma e salute, scienziato, ti alleni sempre in palestra?-

Arc.- Non più. Sono anni, ormai, che non frequento più l’ambiente.-

Tir.- Peccato. Perché quando le frequentavi, specialmente da giovane, te ne ho date lezioni nell’arena. Ah, bei tempi…-

Arc.- L’hai detto: bei temi quando si gareggiava solo per divertimento.-

Tir.- Tu non sai come vorrei tornare ai nostri tempi spensierati e dedicarmi alla cultura fisica. Invece, ora, debbo occuparmi di problemi importanti, ma noiosi, e carichi di grande responsabilità…e spesso assai pericolosi…sai il governo della città   

è un grande fardello…-

Arc.- Non mi avrai fatto venire fin qua per parlarmi del peso del governo dello stato, spero.-

Tir.- No, certamente no. Ma permetterai che un vecchio amico si sfoghi col suo più antico grande rivale nei giochi dell’arena. Eppoi, se non si parla con distensione coi propri coetanei, coi vecchi amici, con chi altro ci resta, ormai, di parlare? Con chi mi sfogo? Qui tutti mi temono e nessuno mi parla sinceramente…-

Arc.- Falla breve, ti conosco troppo bene per abboccare alla tua esca. Dunque parla, cosa ti serve?-

Tir.- Sempre lo stesso carattere incisivo e spigoloso che mi faceva andare in bestia.

E va bene, ti dirò il motivo della tua visita: Si tratta della possibile ipotesi che Siracusa venga attaccata dal nemico, dalla parte del mare…-

Arc.- (interrompendolo) Sono uno scienziato, non uno stratega, cosa c’entro io? Chiama Gamma.-

Tir.- Calma, calma, nobile scienziato, adesso arrivo al punto.-

Arc.- Forse quel punto lo conosco già, ed ho detto di no.-

Tir.- Ah si? Guarda un po’…ma dici davvero?-

Arc.- Sai recitare sempre bene la parte dello sprovveduto.-

Tir.- Già, è vero, forse sono veramente uno sprovveduto…oppure recito? Chissà. Comunque, in ogni caso, questo è il problema che tu, grande scienziato, dovrai risolvere: Voglio che le mie navi possano distruggere la flotta nemica, come dire? Ecco, ci sono: a distanza, senza entrare in contatto, insomma senza scontro. Solo questo ti chiedo.-

Arc.- Ma sei proprio modesto: solo questo mi chiedi. Caspita, non sarà che l’età ti ha cambiato?-

Tir.- Tu che ne dici? - Allora?-

Arc.- Scordatelo, Tiranno!-

Tir.- Cittadino Archimede, osi disubbidire al tuo signore?-

Arc.- Lo sai che con me non attacca; io non ho signori, e tu lo sai bene.-

Tir.-  Ti posso far rinchiudere nelle mie prigioni, e lì farti marcire.-

Arc.- E il popolo? Ti scordi come mi vuol bene? Credi che l’approverebbe?-

Tir.- All’inferno il popolo e pure tu, pazzo testone.

Ascoltami, mi serve qualche tuo aggeggio, scienziato, e lo avrò, con le buone o con le cattive. E sai che non scherzo! (poi calmandosi) La nostra potenza è in difficoltà, l’espansionismo di Roma ci preoccupa. Forse anche la nostra stessa città è in grave pericolo. Abbiamo chiesto aiuto a Cartagine, ma come conseguenza abbiamo la flotta Romana in viaggio verso Siracusa. Ed io ho il dovere di tentare tutte – dico tutte -le vie possibili affinché la città possa resistere e vincere.

Mi sono spiegato?-

Arc.- Affari tuoi.-

Tir.- E allora ascoltami bene: credi che il Tiranno di una città debba essere informato su tutto ciò che riguarda i suoi cittadini più in vista? Ma certo, penso proprio di si. (pausa) Ora stai attento a ciò che ti dico: so tutto di te e di quella…principessa alessandrina. So del postribolo, della tua serva, di tua figlia.

Hai afferrato il concetto, genio? 

Sono quasi vent’anni che pur sapendo, sto zitto…naturalmente per tutelare il tuo onore. (pausa) 

Ora te lo dico con riluttanza – non vorrei farlo, ma tu mi obblighi – ora, per il bene della nostra patria, sarò costretto a colpire basso: a rivelare il tuo segreto alla città…a te forse non interesserebbe, ma sarebbe un grave nocumento per tua figlia. Pensai bene. Ti do qualche minuto per rispondermi - se collabori oppure no. E se, come dici, vuoi bene a Iela, accetta, questo è il mio consiglio. Accetta perché sarebbe la sua rovina! Che ne dici, scienziato?-

Arc.- Dico che sei stato sempre perfido, ma adesso stai superando te stesso...-

Tir.- …Per il bene della patria.-

Arc.- E’ un volgare ricatto!-

Tir.- …per la patria.-

Arc.- Sei vile e spregevole!-

Tir.- Sono la patria! Ed ho il dovere di difenderla! Non posso permettere che la città cada in mano nemica. Non posso permettere che i miei uomini vengano trucidati. Non posso permettere che le donne e i bambini vadano schiavi dei romani. E se la nostra città verrà distrutta, anche la nostra civiltà perirà.-

Arc.- Corsi e ricorsi della storia dell’umanità.-

Tir.- Certamente tu, che sei distaccato, riesci ad analizzare e a giudicare la guerra per quella che è, ma io, Gamma, l’esercito, tutto il popolo non possiamo essere freddi e distaccati, perché noi le viviamo la storia al presente, e siamo destinati a subirne tutte le conseguenze  e le traversie che l’infausto evento ci imporrà.

E nel giorno fatale, saranno fortunati coloro che cadranno in battaglia.

E in questi tempi, senza essere profeti, questa malaugurata ipotesi potrebbe accadere…forse anche presto. 

Ecco perché chiedo il tuo aiuto con insistenza. E tu devi aiutare la tua città.-

Arc.- Sai che appartengo all’umanità tutta, nella sua interezza, e non soltanto a Siracusa.-

Tir.- Sei uno di noi, per gli dei!-

Arc.- Dammi una spada e farò il mio dovere di cittadino.-

Tir.- La spade a te non serve. Tu hai la scienza. E’ quella la tua formidabile arma.-   

E adesso che abbiamo chiarito le nostre posizioni, attendo con impazienza un segno della tua…buona volontà. 

Ed ora la tua risposta!-

 

Il Tiranno, si concentra a controllare alcuni dispacci, mentre Archimede, nervoso, si reca verso la finestra e guarda verso il porto. Musica adatta. Un minuto.

 

Arc.- (girandosi) Le mie invenzioni non possono servire per uccidere altri uomini.-

Tir.- E chi ha parlato d’uccidere? (cambiando registro) 

Senti Archimede, tu mi devi dare qualcosa per distruggere le loro navi, non gli uomini.

Dai sforzati, un punto d’incontro lo si può trovare…-

Arc.- (esitante) Se ti permettessi – ad esempio – di incendiare le navi, risparmiando gli uomini, tu, accetteresti?-

Tir.- Ma certo! Farei salti di gioia! Ringrazierei gli dei con una festa lunga un mese.

(avidamente) Dimmi, cos’è che hai in mente?-

Arc.- Ho sperimentato degli specchi ustori. Possono incendiare le navi a media distanza.-

Tir.- Luce dei miei occhi! Sei un vero genio! (va per abbracciarlo)-

Arc.- (fermandolo col gesto) Te li darò, però voglio una tua promessa solenne: Risparmierai i soldati nemici che si tufferanno in mare. Anzi, che li salverai!-

Tir.- (frettolosamente) Promesso, promesso – solennemente promesso. Ora parlami di questo specchi.-

Arc.- Sono delle parabole di bronzo che concentrano i raggi del sole verso un solo punto, provocandone la combustione e, quindi, l’incendio – naturalmente se il  materiale colpito è combustibile. Però sono pesanti, e per manovrarli saranno necessari ampi spazi, e non credo che possano essere imbarcati sulle nostre navi.-

Tir.- Tu dacceli! Penseremo noi ad utilizzarli nel modo migliore.-

Arc.- Te li darò, ma ricordati della promessa: niente morti…-

Tir.- Sta bene, sta bene, niente morti.(andando verso l’uscita di sinistra) Gamma, vieni, ho grandi notizie per te.-

 

Entra Gamma.

 

Gam. Salute nobile Archimede.-

Arc.- (freddamente) Salute, salute.-

Tir.- Gamma, ascoltami bene: Archimede ci mette a disposizioni degli specchi ustori atti a incendiare la navi nemiche – da lontano. Però sono pesanti e poco maneggevoli.- 

Gam.- Non sarà un problema.-

Tir.- (indicando Archimede) Lui dice di si, non si possono imbarcare.-

Gam.- ( ad Archimede) Quale è la distanza massima della loro efficacia?-

Arc.- Tre, forse quattrocento braccia – dipende dal sole.-

Gam.- Dal sole? E cosa c’entra il sole?-

Arc.- Ho già spiegato al nostro signore che gli specchi concentrano i raggi del sole. Più forte è il sole, più sono efficaci.-

Gam.- (pensieroso) Capisco…Quattrocento braccia…Mi basta! Ascoltami signore: farò piazzare questi specchi all’imboccatura del golfo, ben mimetizzati; poi disporrò la nostra flotta in due gruppi: uno con le navi più grandi lo schiererò dentro il golfo, l’altro con quelle più piccole che sono più maneggevoli e più veloci, lo dislocherò dietro il promontorio, avendo cura, quindi, di nasconderli al nemico.

Quando la flotta nemica entrerà nel golfo, per dare battaglia, la intrappolerò tra le navi grandi e quelle piccole, che nel frattempo saranno giunti alle loro spalle. Poi (fregandosi le mani), poi col fuoco le distruggerò!

Mio signore, la nostra sarà una vittoria memorabile.-

Tir.- Geniale, mio caro Gamma…però, sentimi bene: il nostro Archimede desidera che non si facciano vittime – inutili. Capito? Inutili! Insomma. ti comando che i nemici che abbandoneranno le navi, debbano essere risparmiati. (pomposamente) Questo è il mio ordine.-

Gam.- E sarà eseguito! (poi a bassa voce) Naturalmente nei limiti del possibile.-

Tir.- (annuendo soddisfatto, rivolto ad Archimede) Genio, sei soddisfatto?-

Arc.- No. Però mi accontento. E adesso permettimi di licenziarmi.-

Tir.- Certamente, vai pure e…grazie per la collaborazione – spontanea.-

Arc.- (inchinandosi lievemente) Mio signore…-

Tir.- Salute genio.-

Gam.- Salute nobile Archimede, e ti prego d’accettare anche i saluti da parte di tua figlia.-

Arc.- Di Iela? E tu cosa…-

Tir.- Ah, che distratto! Dimenticavo di informarti che, avvalendomi delle mie facoltà e dell’autorità che rappresento, e sentito il parere degli interessati, ho disposto che la nobile siracusana Iela, figlia di Archimede, sposi il comandante in capo del mio esercito, generale Gamma. Salute e lunga vita agli sposi!-

Arc.- (balbettando) Ie…Iela…e  e..lui…Gamma…-

Gam.- Non ti crucciare Archemede, io e Iela ci vogliamo bene, saremo felici. Tra di noi non ci sono problemi. Tutto liscio come l’olio…-

Arc.- (pensieroso, annichilito) …senza il mio consenso…-   

Tir.- Suvvia scienziato, non te la prendere, queste sono solo formalità. Oggi si sposano! E tu fai ancora i n tempo a dare il tuo consenso – se proprio ci tieni.-

Arc.- (crollando a sedere) Senza il mio…consenso…-

Tir.- Vedi? è sempre lo stesso: intrattabile! Tutto d’un pezzo! Uffa, che seccatura (guardando infastidito Archimede) Vieni Gamma, andiamo a prendere un po’ d’aria in terrazza, intanto che il nostro testone si rimette (ironico) da …da cotanta notizia.-

 

Escono. Entra Iela.

 

Iela.- (scorgendo Archimede e accorrendo premurosa) Padre, padre…-

Arc.- …(seguendo i suoi pensieri) senza il mio consenso…-

Iel.- (bloccandosi) Padre mio.-

Arc.- Senza avvertirmi…(si alza e si avvia verso l’uscita destra)-

Iel.- (rimanendo in mezzo alla stanza con le braccia protese) Padre…-

Arc.- (uscendo lentamente)…una pugnalata al cuore…-

Iel.- (abbassando le braccia sconsolata e rassegnata) Padre…-

Arc.- …e una alla schiena.- (esce)

 

Fine secondo atto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                     Terzo atto

 

 

La scena è buia. Con una musica adatta, la luce riprende a sinistra. Nel cono di luce c’è Croma.

 

Cro.- E il Fato girò il sua ago, e l’ago segno: Roma!

Roma, forte, crudele, barbara, ingorda! Roma che non riuscendo a vincere la nobile resistenza di Siracusa – che la tenne in scacco per molto tempo, col valore dei suoi soldati - Roma ricorse alla perfidia  e al tradimento.

Uomini indegni complottarono la rovina della città. Uomini odiosi tradirono il proprio sangue. Uomini vili uccisero gli inermi.

E così le mura, prima solide e imprendibili, divennero teneri come il burro, sguarniti di soldati e piene di piccole brecce.

I traditori, col favore della tenebre, sgozzarono guardie sonnolenti e ubriache.

E la soldataglia romana dilagò tra pietre millenarie che ricordavano ben altra civiltà.

Giuro cadde per mano di Midio, che lo pugnalò alle spalle; e Midio perì per mano di Gamma che lo trafisse al petto.-

E la soldataglia romana dilagò per le strade che avevano visto giochi infantili, canti di baldi giovani, e danze di giovanette.

Marcello, il romano, ordinò che il mio signore, il grande Archimede, fosse preso vivo.

E la soldataglia romana dilagò nelle case che odoravano di pane appena sfornato e di recenti amplessi.

Le perdite, per entrambi gli eserciti, furono tali che i cadaveri vennero bruciati nelle cave di pietra - ammonticchiati gli uni sugli altri – dove amici e nemici furono uniti in un informe mucchio di ossa bianche! 

   

 

 

Buio a sinistra. Esce Croma. Studio di Archimede, che sta seduto al tavolo e lavora.

Entra Croma trafelata.

 

Cro.- (andando verso la finestra e indicano ad Archimede il golfo) Guarda mio signore, le navi nemiche entrano nella rada: sono tante, tantissime.

Ed ecco Gamma che ordina di azionare i  tuoi specchi ustori… le navi nemiche bruciano… le nostre avanzano da tutte le parti…l’accerchiamento è totale…i nemici sono in trappola. Ecco, abbandonano le navi in fiamme… si tuffano in cerca di scampo.

(tristemente) Ma non c’è scampo per i superstiti. Gli arcieri li infilzano come tonni. Il mare si arrossa del loro sangue.

E’ iniziata la grande mattanza! Che fine atroce per i baldanzosi romani. Guarda mio signore, guarda.-

Arc.- Quello spettacolo non è di mio gradimento. (poi fra se, continuando ad esaminare le sue carte) Li sta facendo uccidere.

( a Croma) Croma, manda un servo a Gamma, deve dire che gli ricordo la promessa del Tiranno: I superstiti debbono essere lasciati in vita. Vai Croma! (Croma esce rapidamente) Anche questa volta il Tiranno mi ha ingannato. Li stanno massacrando.

(affacciandosi) Poveri ingenui uomini, siete in trappola e morirete.

Morirete perché altri uomini superbi, ambiziosi, ricchi e crudeli, vi hanno mandato qui, lontani dalle vostre case, per conquistare – per loro – ricchezze, gloria e fama. Poi vi chiameranno eroi e vi innalzeranno un monumento. E le vostre donne piangeranno. (pausa) Poi tutto ricomincerà come prima- daccapo!

Spero solo che qualcuno di voi riesca a salvarsi, e, forte di questa esperienza,  opponendosi agli ordini distruttivi e maligni, possa indicare ai proprio compagni la via della pace e della conoscenza.

(scuotendo il capo) L’uomo, questa pazza creatura, con le sue assurde lotte offusca l’armonia universale. 

Dei, dei, questo massacro è anche opera mia: attraverso le mie invenzioni, esso si è realizzato.

Ma…ma cos’è questo? (esamina attentamente dei calcoli, li ricontrolla, se li parta alla fronte, quindi fa scivolare per terra la pergamena) la soluzione. Ho trovato la soluzione al mio postulato. L’avevo sotto gli occhi, tutti i giorni e non la vedevo. Possenti dei…ho scoperto la forza che sostiene la materia… mi è stata rivelata…proprio ora…in questo giorno funesto. (si siede avvilito) Ed ora il percorso inverso è alla mia portata. Potrei anche riuscire a liberare la potente forza della materia. No, l’espansione della materia la farebbe deflagrare. E’ spaventoso! (allibito) La fine del mondo…(pausa, poi risolvendosi energicamente) Non darò in mano a degli uomini impreparati codesta terrificante possibilità. No, non potrei! E allora? E allora distruggerò tutto. Tutto, perché questo massacro che si sta perpetrando la fuori si fa anche per colpa mia, per le mie invenzioni. 

Ma sarà l’ultimo massacro al quale assisterò, perché, per gli uomini, lo scienziato Archimede, da questo momento è morto!

Si, morto!

Distruggerò, brucerò tutti i miei progetti! (prende i rotoli) Ecco, qui c’è un millennio di progresso umano, che brucerà tra poco nel focolare della mia casa!

Ho inventato e scoperto tutto ciò che si poteva inventare e scoprire; ho ideato marchingegni inusitati, ho enunciato quasi tutte le leggi della natura. Ed ora, con  questa decisione, l’umanità impiegherà molti secoli per riappropriarsi delle mie scoperte. E alcune, forse, non i conoscerà mai!

Croma, Croma, donna fedele, vieni e metti nel tuo fuoco il frutto dei miei anni migliori! Brucia tutto. Tutto!-

Cro.- (entrando allarmata) Hai chiamato, mio signore? Ma cos’hai? Stai male?-

Arc.- Si Croma, sto male. Sono queste cartacce che mi danno la nausea. Bruciale tutte, brucia tutti i modellini, i progetti, i rotoli. Tutto! Non lasciare traccia alcuna-  fai come se non fossero mai esistiti. Tutto sul fuoco. Brucia!

(sconsolato) Tutto sciupato, una vita sciupata da una testa fra le nuvole. 

Brucia Croma…-     

 

Croma, lentamente prende le carte e i modellini, e si avvia verso sinistra.

Buio su Archimede. Luce su Croma, intenta a distruggere i lavori di Archimede. Entra Iela.

 

Cro.- (trovandosela davanti) Iela? Iela! Tu qui?-

Iel.- Mia buona Croma, come stai?-

Cro.- Be…bene…come sono felice, (l’abbraccia).-

Iel.- (la lascia fare, poi la scosta) Stai benissimo. E mio padre?-

Cro.- E’ nel suo studio…è molto abbattuto per quello che ha visto nel golfo. Figurati che mi ha detto di bruciare tutti i suoi lavori. Eccoli.-

Iel.- Ma non può essere! Non si può permettere un simile sacrilegio. Quei progetti appartengono a tutta l’umanità! Non può distruggerli!-

 

Buio a sinistra, luce a destra. Archimede è pensoso, seduto nello scranno. Entra Croma.

 

Cro.- Mio signore, vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare?-

Arc.- (distrattamente) Non ho fame.-

Cro.- Scusami se insisto, ma sono giorni e giorni che non tocchi cibo – all’infuori di un po’ d’acqua…-

Arc.- Ed è anche troppo.-

Cro.- (avvicinandosi alla finestra guarda le fasi di una battaglia) Sono ostinati questi romani. Più navi perdono, più ne scendono in campo. Quando si attaccano all’osso sono come molossi – non lo mollano.-

Arc.- (infastidito) Chiudi quella finestra, donna.-

Cro.- (sta per eseguire, quando nota qualcosa di strano) Ma… ma cos’è quel mostro? Dei aiutateci, è sceso in campo un drago!-

Arc.- (alzandosi e guardando giù) Cos’hai visto, donna?

Cro.- Guarda tu stesso, con i tuoi occhi.-

Arc.- Ma…ma…quella è la mia macchina per sollevare pesi. Guarda cosa hanno combinato: se ne servono come un gigantesco maglio per sfondare le navi romane. Colpiscono di punta e di taglio…sfondano…fracassano. - Ma come avranno avuto il mio progetto? Croma! Non ti avevo detto di bruciare tutto? Rispondimi per gli dei!-

Cro.- Perdonami mio signore, ma intanto che mi accingevo a bruciare tutto, come mi avevi comandato è…è arrivata…è arrivata tua figlia…-

Arc.- Iela? Qui?-

Cro.- Si, mio signore, voleva sapere come stavi.-

Arc.- E allora?-

Cro.- E allora ella ha detto che era un sacrilegio bruciare tutte le tue invenzioni…e, intanto che bruciavo…me ne ha sottratte alcune…-

Arc.- E quanto sarebbero queste…alcune?-

Cro.- Tre, forse quattro. Perdonami se non  ti o ubbidito come dovevo, se sono stata negligente.-

Arc.-Ed ecco i risultati della tua negligenza! Guarda come quella grossa tenaglia, manovrata dagli uomini dietro le mura, come sventrano e maciullano navi e uomini.

Ecco come il mio popolo usa le mie invenzioni. Avevo inventato quelle macchine per alzare grossi pesi ed alleviare la loro fatica… e quell’altra per mietere velocemente il grano, e quell’altra ancora per trovare l’acqua sottoterra. Ed eccole là, maciullano corpi…-

Cro.- Ma sono dei nemici.-

Cro.- Io non ho nemici né amici, io ho solo gli dei ai quali debbo rispondere per il dono del mio genio, e il genere umano al quale debbo consacrarlo!-

 

Si odono grida dall’esterno. Archimede si affaccia alla finestra-

 

Arc.- Ma quelli sono soldati romani, e da dove sono entrati? Dove hanno sfondato? (poi quasi gridando) Per gli dei: Iela! Croma, corri a casa di Gamma, prendi Iela e portala qui! Corri donna!-

Cro.- Volo signore! (esce).-

Arc.- Possenti dei! Che massacro! Ecco là Gamma, con la sua fedele guardia. Che si fa strada tra i soldati nemici…ma…c’è Iela con lui…la fa entrare qui, in casa… e si ributta nella mischia: Gamma, come soldato sei valoroso… ecco, si perde nella battaglia (chiude la finestra).

Dei, che soccorre quegli uomini morenti? Chi lava quelle strade dal loro sangue? Chi muore per te, o Ares!

Sommo Zeus, guarda, commuoviti e incatena, rendi innocuo quel pazzo di tuo figlio sanguinario!

 

Entra Croma.

 

Cro.- Mio signore, tua figlia è qui, l’ha scortata Gamma, personalmente.-

Arc.- Ho visto tutto dalla finestra. Falla passare.-

Cro.- Corro! (esce)

 

Arc.- Corri, mia buona Croma, corri e fai passare quella figlia, forte, generosa, testarda ma…profetica.-

 

Si ode la voce di Iela, come nel ricordo del padre.

 

Iel.- “ Io, Gamma, il popolo tutto non possiamo essere così freddi e distaccati, dinanzi alla guerra, come lo sei tu. Noi viviamo questa storia al presente e siamo destinati a subirne le traversie.

Meglio morti! Meglio morti. Perché ai superstiti verrà destinato lutto, dolore e schiavitù.

Ed io sono la prima che voglio morire pur di non perdere la mia libertà!” – 

 

Entra Croma sorreggendo Iela.

 

Arc.- (accorrendo) Iela, sei ferita? (l’abbraccia).-

Iel.- (staccandosi dall’abbraccio) No padre, non sono ferita nelle carni, ma nel mio spirito.-

Arc.- Sono ferite che anch’esse guariranno…-

Cro.- Mio signore, tua figlia è incinta.-

Arc.- (guardandola bene) Incinta? E da quando? E perché non me lo hai detto?-

Iel.- Volevo dirtelo…ma temevo che non mi volessi più rivedere. E se fossi venuta, non ti avrei ancora una volta supplicato di aiutarci? Anche in nome del mio bambino…-

Arc.- Come può una figlia piatire col padre? Mia figlia è fiera, non superba.-

Iel.- Tua figlia è stata sciocca, femmina senza cervello. Ho pensato solo a me, alla mia felicità con Gamma…al quale volevo tanto dare un figlio che egli ardentemente desiderava.-

Arc.- Sei coraggiosa e saggia, figlia mia, ma adesso stai serena, sei qui, e con me nulla potrà accaderti.-

Iel.- Come posso stare serena e vedere la mia città distrutta? Il mio sposo ferito ed esausto, la mia gente uccisa? 

Sai perché sono qui?-

Arc.- Perché sono tua padre, perché ti proteggerò.-

Iel.- Si, proprio così. Ma non come pensi tu: non perché sei un uomo forte, ma perché sei uno scienziato di chiara fama.

Gamma ha saputo che Marcello ha dato l’ordine di non ucciderti, quindi ha pensato che anche tutti coloro che si trovano sotto il tuo tetto debbano essere protetti… o perlomeno, al sicuro della morte.-

Arc.- Questo ha stabilito Marcello?-

Iel.- Questi sono gli ordini per i suoi soldati.

E sai perché ho accettato di venire? Per salvare il mio bambino che Gamma vuole vivo. Altrimenti sarei rimasta al fianco del mio sposo…sino alla fine.-

Cro.- (che si trovava presso la finestra e guardava fuori) Iela, Iela, hanno preso Gamma, lo portano presso il carro di Marcello.-

Iel.- (accorrendo alla finestra) Gamma, Gamma, mio sposo e mio signore, come può questa tua indegna sposa sopportare la vista della tua sconfitta? Come potrà vivere i suoi giorni nel ricordo di te, insanguinato e lacero, legato al carro del vincitore? Csa dirò al figlio che nascerà? Gamma! Rispondimi!-

Cro.- Ecco lo legano, lo trascinano. Fermi! Barbari!-

Iel.- Gamma! Ucciditi! Ucciditi!!!-

 

Archimede viene presso la finestra, intanto Iela, con uno scatto esce dalla scena, sorprendendo tutti.

 

Arc.- (a Croma) Fermala, è fuori di se!-

 

 

Croma esce di corsa, Archimede va alla finestra. Ritorna Croma.

 

Cro.- E’ riuscita ad uscire…è in strada…(corre alla finestra) eccola! È là! 

Corre verso il carro di Marcello…ha un pugnale in mano. Vuole uccidere il romano!

No!!! Va verso Gamma e lo pugnala! Gamma cade…è morto! (Archimede si accascia sulla sedia, col la testa fra le mani)  No! No! Nooo!!! (grida disperate di Croma)-

Arc.- (alzando la testa) Cosa succede?-

Cro.- Iela s’è uccisa!  Si è uccisa con lo stesso pugnale. Cade sul corpo di Gamma…la folla viene dispersa.

Un romani si china sui loro corpi: E’ Marcello. E gli rende onore.

Onore, dopo la morte… di mia figlia… (scivola lentamente per terra).-

Arc.- Alzati Croma, vai da Marcello, digli che voglio i loro corpi! Corri! Vai!-

Cro.- ( con uno sforzo si alza, rassegnata) Vado, mio signore. (esce)-

Arc.- (sempre sorreggendosi la testa) Ma cosa m i succede? Cos’è questo peso che sento allo stomaco? Non sarà rimorso? Dovevo forse aiutare la città a difendersi?

E forse salvare anche mia figlia?

Chi doveva prevalere? L’uomo, il cittadino, il padre…oppure lo scienziato

Ma perché faccio questi pensieri? Forse perché il lutto mi ha colpito duramente perdendo la persona che mi era più cara al mondo?

Oh dei! Oh dei! Che dovevo fare?  

 Iela, mia piccola Iela, perdonami donna coraggiosa, lucido ingegno, perdonami, giovane donna morta per l’amore e la libertà.-

 

Buio su Archimede, luce su Croma.

 

Cro.- (che sorregge il corpo di Iela) … e la grande aquila scende dal cielo… sogni di donnicciola, sogni bugiardi, assurdi e senza significato…brutti sogni e basta!

Ed io vorrei che fossero tali, figlia mia adorata, figlia che finalmente posso chiamare figlia.

Ma il sogno era funesto, preannunciava lutti e rovine provenienti da lontano.

 

Buio e poi luce su Archimede.  

 

Archimede resta in silenzio, annichilito. Entra un soldato, lo scienziato capisce chi è,ma resta immobile.

 

Soldato- Vecchio, sei tu Archimede?-

 

Silenzio.

 

Soldato- dico a te. Sei Archimede?-

 

Silenzio.

 

Soldato Avvicinandosi con la spada in pugno- Se tu Archimede? No? E allora muori!

(lo colpisce al collo. Archimede cade senza un gemito)

 

Entra Croma.

 

Cro.-  Mio signore, mio signore…(scorgendo il soldato e Archimede che sta riverso dietro il tavolo privo di vita, chinandosi e poi rialzandosi di scatto) Signore, mio signore…L’avete ucciso! Barbari, l’avete ucciso! Avete ucciso l’uomo più grande che sia mai esistito sulla terra…l’avete ucciso…(piange)

No, non può essere! Anche il mio signore… E invece è vero…è vero…E tu, ominicchio, non avevi l’ordine di non uccidere il grande Archimede?-

Sol.- Donna, per ben tre volte gli ho chiesto: Chi sei! senza ottenere risposta. E la guerra non può aspettare che un vecchio si decida a rispondere.-

Cro.- Ditemi uomini, ditemi: come si può sopravvivere a questo strazio? Eh? Ditemi! Parlate! Perché restate muti di fronte a questo sacrilegio? Siete forse di pietra? (gridato)-

 

Nel frattempo, tra un buio e l’altro, sarà riportata in scena la stessa scenografia del primo atto. Croma, lentamente si pone sulla pietra.

 

Cro.- …e il romano rese onore ai loro corpi, e a me concesse di seppellirli; ma, mentre mi accingevo al triste ufficio, vennero i becchini, me li presero e li portarono laggiù, nella cava, dove furono buttati su mucchi informi di cadaveri puzzolenti – e poi bruciati!

E il fumo si levò bianco, nauseabondo, leggero, e, come un ricordo, si disperse nel mondo.

Poi i miseri resti furono cosparsi di calce e di loro rimasero solo povere ossa imbiancate al sole.

Nessun mortale poteva resistere a quell’atroce  dolore – nemmeno gli dei avrebbero potuto sopportare la vista di quel vilipendio.

E pregai – pregai tutti gli dei – affinché dessero giusta morte anche a me.

Ma, imprudentemente, da blasfema, lancia loro queste accuse: Perché a una donna destinata al postribolo, avete dato la fortuna di amare  l’uomo più grande del mondo, il più buono, il più caritatevole – ed esserne ricambiata, ma facendola vivere nella sua ombra: da serva!

Perché m’avete concesso una figlia meravigliosa senza poterla mai chiamare figlia; e mi avete concesso quel privilegio solo davanti al suo cadavere; perché non ho mai avuto la gioia d’essere chiamata mamma; perché m’avete imprigionata in un corpo da serva, con sentimenti nobili - da padrona? (lunga pausa)

E fui punita ancora una volta: la morte per me non giunse mai: fui condannata all’eterno martirio – vissuto notte dopo notte.

Di giorno pietra, di notte anima - per rivivere eternamente la morte delle persone amate e di provarne l’atroce dolore, e sempre! con la stessa grande intensità.

Oh Fato, o dei, perché non avete pietà per questa donna derelitta, le cui lacrime inondano, da secoli, queste aride pietre? 

Perchè, perché!-    

 

Lentamente la scena si fa buia, poi da destra la luce lentamente riprende. Entrano in scena, prima Anna, poi Gianni, i due turisti del primo atto. Luce lunare. Musica adatta.-

Entra in scena Anna, la ragazza che aveva sfiorato la pietra di Croma. Ella si aggira fra le rovine e si ferma davanti a Croma di pietra. L’ammira silenziosa. Alle sue spalle sopraggiunge Gianni, un ragazzo locale. Sentendo i passi alle spalle Anna sobbalza.

 

Gia.- Mi scusi signorina, non volevo spaventarla…non sapevo che ci fosse qualcun altro, all’infuori di me tra questi ruderi…e non mi sarei fatto notare se non l’avessi vista così interessata a questa grande pietra. -

Ann.- Non mi ha spaventata, sono sobbalzata per la sorpresa…si, sono attratta da questo rudere…sembra che mi chiami.-

Gia.- Strano. Succede anche a me d’essere attratto. E questo mi accade ormai da anni,  La prima volta fu una sera come questa, col chiaro di luna che fa splendere queste pietra bianche. E da allora, quando sale la luna nuova, io vengo qui…a meditare-

Ann.- Che strano…ora che mi ci fa pensare…credo che…credo…insomma - non mi derida e non mi giudichi pazza, ma ho la sensazione d’essere già stata in questi luoghi...non saprei precisare quando, ma essi mi sono famigliari…eppure vivo a mille chilometri da qui.-

Gia.- Io qui ci vivo da quando sono nato. E la stessa sensazione sua è anche la mia. Però, come dicevo, io sono della zona, possono ricordi infantili – chissà.-

Ann.- Lei crede alla reincarnazione?-

Gia.- Non ci credo, ma ci penso. Vede questo luccichio alla base di questa pietra? Ebbene, guardi, è la pietra che è bagnata. E non è rugiada, né il sereno della notte.-

Ann.- A me sembra che pianga. Non saranno lacrime?-

Gia.- Lacrime? Ma stiamo scivolando vero il metafisico, la sa?-

Ann.- Lo so. (si rivolta verso la pietra e l’accarezza)

 

Entra la guida.

 

Cus.- Signorina, sempre il solito vizio.-

Ann.-  (sorpresa come una scolaretta, nasconde la mani dietro la schiena) Scusi, è stato più forte di me…accidenti alle mie sensazioni.-

Gia.- E alle mie.-

Cus.- Volete dire alle nostre, perché anch’io le avverto…-

An..- Anche lei? Ecco, allora non vuole che la tocchi perché è geloso (ironica).-

Cus.- Sicuro…sicuro…-

Gia.- Fa lo stesso se m’intrometto anch’io? Le avverto pure io.-

Cus.- E siamo tre.-

Ann.- Io…io…l’ho udita…parlare...-

Gia.- …Anch’io...-

Cus., …e tanto per non essere bastian contrario, pure io.)

An..- A me ha detto: figlia. Così almeno bredo.-

Gia.- A me mi ha chiamato generale, figuratevi, io, che sono stato riformato alla visita di leva…-

Cus.- (serio) A me: mio signore. Ora o siamo pazzi tutti e tre, oppure qui c’è qualcosa di soprannaturale.-

Gia.- Davvero?-

Ann.- Per favore, non corriamo troppo. Si, io ho creduto che mi chiamasse figlia, ma potrebbe essere stata suggestione. Sapete io ho perso mia madre da recente…-

Gia.- Anch’io non metterei la mano sul fuoco…figuratevi: generale. Doveva essermi sopraggiunto un  colpo di sonno improvviso.-

Cus.- E allora mi associo: suggestione personale e, insieme, collettiva. In fondo è veramente suggestivo questo posto, a quest’ora, con questa luna.-

Gia.- Io sono incantato da questo luogo, però, per non inoltrarci su piani trascendentali, ai quali non siamo abbastanza preparati, suggerirei… d’andarci schiarire le idee in una pizzeria – e, possibilmente, dimenticare queste strane suggestioni con un buon boccale di birra. Signorina, lei?-

Ann.- Ci sto. Ma chiamami Anna.-

Gia.- Io sono Gianni – almeno credo.-

Cus.- Io sono Ciccio – e ne sono sicuro - e mi accodo a voi. Però voglio offrire io, c’è un posticino qui vicino che è tutto un programma. Si chiama trattoria del paradiso.-

Gia.- E andiamoci, però, paghiamo alla romana.-

Ann.- Per favore, chissà perché, ma non vorrei più sentire parlare di Roma e di romani.-

Gia.- Giusto. Allora paga lui.-

Cus.- (cerimonioso) Con piacere… (allusivo) miei cari…-

Gia.- Miei cari? Non ricominciamo!- 

Ann.- (ironica e scherzosa) Mio generale, che fai comandi?-

Cus.- Ehi, voi due, non è che incominciate a pizzicarvi… come due innamorati?-

Ann.- (inchinandosi goffamente) Mio signore, non sarai mica geloso?- 

Cus.- Ma va là…-

 

Escono dalla scena ridendo.

Buio che cala lentamente. Musica adatta. Croma tenta di muoversi, ma non ci riesce. Alla fine diventa definitivamente pietra.

 

Cro.- Oh dei! Grazie per ciò che ho visto e udito. Ora sento che, in pace,  la mia anima potrà raggiungere l’Ade.-   

 

Buio completo. Musica che sfuma.

 

Fine

   

 

 

 

 

                                                  CASA  BELLOMO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                 Dramma in tre atti

 

 

 

 

 

 

dramma in tre atti – anno 1985- personaggi: 4 m. 2 f.

Una ragazza, figlia di un uomo tutto d’un pezzo, a seguito di un aborto clandestino, sta per perdere la vita. Per salvargliela, viene chiamato un grande professore. Durante le fasi della cura, emerge che la giovane è stata stuprata dal fratello maggiore che ha voluto, anche così, prendersi beffa della concezione eccessivamente moralistica della quale il padre aveva impostato la propria famiglia.

 

 

 

 

 

febbraio '85.

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

 

 

 

           Luigi Bellomo................funzionario statale;

 

 

 

           Caterina..................... sua moglie;

 

 

 

           Stefano...................... primo figlio;

 

 

 

           Carlo........................ secondo figlio;

 

 

 

           Berta........................ terzo figlio;

 

 

 

           Il ginecologo.

 

 

 

 La vicenda si svolge in una cittadina di provincia, agli inizi degli anni ottanta.

 

 

 

                                                          Atto I

 

Sulla scena e' stato ricostruito il soggiorno di  una casa di una famiglia medio-borghese.

Salottino, tavolino da gioco con quattro sedie, pianoforte alla parete di fronte, tavolino portatelefono, televisore, impianto stereo, quadri alle pareti, ecc. A sinistra vi e' un uscio che conduce nel corridoio interno, a destra vi e' la porta che da' sull'esterno.

All'apertura del sipario, con una musica adatta, vi e' in scena Berta, la figlia studentessa liceale, che parla al telefono. Abbigliamento adeguato al periodo e all'età.  Fine musica.

 

Ber.- Ti dico che e' stata una cosa – è stata una cosa troppo bella - meraviglioso e' dir poco - si, si – proprio cosi'. Calma, calma, aspetta, aspetta. Si prova -  si prova come un rapimento dell'anima - un'estasi.  No, non sono paroloni, mia cara. Anzi sono parole  troppo semplici per descriverti una - meraviglia! Ecco, si...si...capisco. Ma, quando tu vedi te  stessa fluttuare nell'aria - si nell'aria! - tu cosa

pensi, eh? Ecco, hai afferrato il concetto!  Adesso ti racconto il resto...( s'interrompe di colpo

perche' e' entrato in scena da sinistra, Carlo il  fratello, studente in giurisprudenza)

Car.- Berta! e la vuoi piantare?- e chiudi quel dannato apparecchio. Aspetto una telefonata importante,-               io.-

Ber.- (mettendo una mano sul ricevitore) E aspetta, un  momentino ancora - e com'e' possibile...uffa!

        Non si puo' telefonare in pace, in questa casa...-

Car.- Ma se e' un'ora che telefoni! Questa e' la terza volta che mi dici: un momentino...(la scimmiotta)-

Bar.- Uffa, che rottura! ( poi all'apparecchio) scusa gioia, ti richiamo dopo, c'e' un rompi-rompone che vuol telefonare... si e' lui..(guarda Carlo,risolino) a piu'  tardi cara... ciao.. ciao, ciao, ciao. (chiude)

       Eccoti servito. (ironica a Carlo)-

Car.- Puoi farne a meno dell'ironia, - piccola - sai? Eppoi, non mi piace che con le tue amiche, parli di me!- 

Ber.- ( finta scandalizzata) Ma quando mai? con chi?-

Car.- Lo sai bene quando e con chi! E ora cerca di finirla.-

Ber.- Senti carino, io la finisco quando mi pare, parlo con le mia amiche di chi mi pare e uso il telefono quando mi pare e piace. E non debbo dar conto a te di niente…-

Car.- ...- se l'abitassi tu sola questa casa, ma guarda caso, essa e' occupata da altre quattro persona, che hanno le tue stesse necessita,( risoluto) - i tuoi stessi diritti!-

Ber.- Evviva! Evviva lo studente in legge! (ironica) Parla  gia' da magistrato. Ma va a...-

Car.- Berta! Piantala!-

Ber.- Piantala tu, secchione e.. e.. rompi rompone!-

Entra Caterina, la madre.

Cat.- Ma insomma, sempre a litigare voi due? cosa c'e' adesso?-

Ber.- (facendo la bambina) E' lui che mi insulta sempre. Non mi calcola se non per darmi ordini - sempre:fai questo, fai quest'altro; non parlare, chiudi il telefono. Uffa! io sono stufa! Stufa e arcistufa!-

Cat.- ( con aria di rimprovero) Carlo!-

Car.- Ma lascia perdere, mamma. Quella sta recitando la parte della povera vittima - non vedi? - mentre ci tiene tutti nel sacco, tutti quanti!-

Ber.- Non e' vero, bugiardo, cosa vuoi insinuare?-

Car.-  Che in questa casa tu fai i tuoi porci comodi, approfittando della debolezza che loro hanno verso di  te. La piu' piccola, la bambina...-

Cat.- Adesso stai esagerando, Carlo. Avanti, ora smettetela e fate la pace.-

Car.- (insofferente) Mamma, mamma, bada che adesso ho vent'anni e lei sedici. Non siamo piu' bambini: (parodiandola madre) Avanti, datevi un bacio e fate la pace. Quella sta... quella sta. (minaccioso)-

Ber.- Quella? sarei io - quella? Senti, per tua norma e regola io sono Berta e non - quella! e poi tu fai il sapientone con me. E t'impicci sempre delle mie cose; e mi critichi - sempre!  Sai mamma, mi spia! vede i miei quaderni e il mio diario, figurati!-

Car.- Brutta calunniatrice! io volevo vedere solamente una regola di greco - tu lo sapevi!-

Ber.- (canzonatoria) Io non sapevo nulla.-

Car.- Tu non sai nulla di greco e latino. Perche' te la chiesi quella regola, prima di ...vedere i tuoi

      quaderni. Asina!  E gia', sei la discepola di quella specie di professoressa rovina giovani che      risponde al nome di Fondari!-

Ber.- Io sono stata sempre promossa, guarda.-

Car.- Lo credo. Quella se ne sbatte di voi. Se sapete o non sapete le sue materie, a quella non gliene frega un fico secco! basta che la seguono due o tre - meno fatica. Classi di asini ne sforna tre l'anno!-

Cat.- Scusa, ma allora come le promuove...(accenna a Berta)-

Car.- Copiano tutti! Copiano gli scritti e lei zitta! Copiano  col suo tacito consenso - non sorveglia.

Durante i compiti in classe, quella si fa i suoi bravi  affarucci. Sembra che componga - addirittura!

poi agli orali, con le interrogazioni programmate e senza portare ripetizione.-

Ber.- Ora basta! - secchione e babbalecco! - saresti tu... il grande scienziato?-

Cat.- Berta, non ricominciamo, per favore.-

Ber.- Ma mamma, m'insulta!-

Car.- Lo vedremo, lo vedremo. Agli esami di stato ti voglio.-

Ber.- Ora basta veramente! (si copre le orecchie ed esce di scena).-

Cat.- L'ha proprio fatto arrabbiare. Era necessario?-

Car.- Mamma, per favore non prendere di nuovo le sue difese. Adesso scusami, ma dovrei telefonare...-

Cat.- (uscendodi scena) Ma quando ci sara' un po' di pace in questa casa?-

Car.- Ci sara', ci sara'. Almeno lo spero (tra se e intanto compone un numero telefonico) Occupato. (posa pensieroso l'apparecchio)-

Rientra Berta. Prende una rubrica ed esce, senza aver fatto una  boccaccia al fratello. Lui la guarda di traverso e col gesto della mano la manda a quel paese. Entra Luigi, il padre.

Lui.- Ho sentito che c'e' maretta...-

Car.- Ciao pa', ben levato.-

Lui.- Allora? con chi?-

Car.- Al solito: con Berta.-

Lui.- Sempre per stesse scemenze?-

Car.- Scemenze? e gia' - scemenze. Proprio cosi', scemenze..-

Lui.- Ma per te sono cose serie.-

Car.- Forse.-

Lui.- Oggi siamo di poche parole. (si siede nella poltrona)-

Car.- Puo' darsi.-

Lui.- (alzandosi di botto) Addio, me ne vado nello studio.-

Car.- Aspetta papa' - non volevo essere scortese...e', e'... che sono un po' nervoso.-

Lui.- Capita...a tutti.-

Car.- Gia',a tutti. (riflettendo) Papa', senti, credi che... credi che...-

Lui.- Credo che cosa?-

Car.- Nulla. Nulla. Scusami papa', scusami.-

Lui.- Ti scuso. Comunque io sono di la', se dovessi cambiare idea... insomma se mi volessi parlare...-

Car.- D’accordo. Grazie. (Luigi esce. Carlo riprende l'apparecchio e ricompone un numero) Accidenti. Sempre  occupato. ( gironzola per il soggiorno, prende un  giornale, lo sfoglia distrattamente, intanto squilla il  telefono) Pronto?-

Ber.- ( entrando di corsa) E' per me? ( si ritira delusa  quando Carlo le fa cenno di no).-

Entra frattanto, dalla porta esterna, Stefano. Carlo gli fa un cenno di saluto e gli indica d'aspettarlo.

Car.- Pronto? allora?... si... ho capito... ho capito.  Grazie. Ciao, ciao. (chiude. A Stefano che pensava che la telefonata lo riguardasse.) No, era per me. Ti ho fatto  cenno d'aspettare perche' voglio parlarti.-

Ste.- Di cosa?-

Car.- Stefano non so come iniziare.-

Ste.- Prova dall'inizio.-

Car.- Vedi? e' gia' difficile parlarne con te, come faro' con  papa'?-

Ste.- Ti riferisce a quel... fatto?-

Car.- Si.-

Ste.- Stessa idea?-

Car.- Stessa idea!-

Ste.- A me sembra che tu stia esagerando un pochino. In fin dei conti, mica ti potra' mangiare?-

Car.- Questo lo so. Ma penso alla sua reazione. Non per me, s'intende, ma per se stesso. Sai come la pensa lui.-

Ste.- Lui la potra' pensare come vuole. Qui si tratta della tua vita, non della sua!-

Car.- No, Stefano. Credo che ti sbagli! Si tratta della sua vita. Io temo la sua reazione su se stesso.

      Ho paura che ne possa fare una tragedia... che possa sentirsi male.-

Ste.- Ma no, ma che tragedia. Comunque, se sei proprio deciso a compiere quel passo, non vedo cos'altro si possa fare. E non temere la sua reazione, ma la tua indecisione, semmai.-

Car.- Stefano, Stefano, ammiro la tua freddezza, ma certe volte…-

Ste.- ...- certe volte sono spietato!  Ti mette nelle condizioni d'essere onesto con te stesso! - e ti da fastidio. Lo so', lo so', anche a me, questo modo di guardarci dentro con sincerita', sollecitato da altre persone, da' fastidio. Da' fastidio, ma e' salutare.(pausa) L'autocritica e' salutare. ( tra se) lo spero.-

Car.- Dici bene. L'introspezione dovrebbe evitare di farci commettere  errori di valutazione.

      Ora, nel mio caso, ne ho fatta piu' del dovuto. Ora  sono deciso e non torno piu' indietro.

      Ma capiscimi, e' per papa'.-

Ste.- Vuoi il mio consiglio? Chiamalo e parlagli!-

Car.- Chiamalo tu... e, resta con noi, per favore - se puoi..-

Ste.- Ma certo che posso, fratellino caro..(canzonatorio) certo che posso.( esce)-

Carlo passeggia nervosamente, entra Caterina.

Cat.- Carlo, hai visto la mia rivista? (cerca nel soggiorno)-

Car.- Ecco mamma, e' qui. L'avevo presa io.-

Cat.- (prendendo il giornale) Si, e' quella che cercavo. (guarda intensamente Carlo) Carlo, cos'hai?-

Car.- Nu...nulla mamma, nulla.-

Cat.- Vuoi dire: non voglio dirti nulla, mamma. E dai che ti conosco, tu hai un problema, e dev'essere pure grosso. Credi che non me ne sia accorta?-

Car.- ( con sopportazione) Mamma, non ora.-

Cat.- Perche' non ora? se ce l'hai questo benedetto problema, parliamone e falla finita!-

Car.- E va bene. Aspetta, sta venendo papa', ve ne parlero' a tutt'e due.-

Cat.- Hai... stai... devi... parlarne a papa' – senza  avvertirmi? -

Car.- Ecco, volevo affrontarvi separatamente. Ma visto che ci sei...-

Cat.- Come sarebbe: visto che si sei? Ma… ma... non sono nessuno io? non conto nulla in questa casa?-

Car.- Mamma, e lascia perdere. Lo sai che tu conti, e pure molto. E' solo che, a volte, non sei tanto serena, e ti si deve parlare quando e' il caso, quando sei  disponibile... insomma quando vuoi tu, non quando  vogliamo noi figli.-

Cat.- Che vuoi dire? che non vi so ascoltare?-

Car.- Vuol dire che qualche volta ci puoi ascoltare, altre volte no.-

Cat.- Mi stai dando un grande dispiacere.-

Car.- Non era mia intenzione, ma visto che ne abbiamo parlato, mi e' sembrato giusto farti sapere come la  penso.-

Cat.- (pensierosa) Forse vi avro' dato questa impressione,  ma, credimi…-

Entrano Luigi e Stefano.

Lui.- Che e'? Vi siete zittiti di colpo? non debbo forse sapere? sono di troppo? Scusate allora.(fa per uscire)-

Car.- Ma che dici, papa'. Si parlava di argomenti senza importanza.-

Cat.- E invece si parlava di cose importantissime! Senti Stefano, tu sei il piu' grande ed hai piu' freddezza degli altri nel valutare; inoltre sei quasi medico. Dimmi, sono stata sempre sollecita nel cercare di capire i vostri problemi, o no?-

Ste.- Sollecita, come?-

Cat.- Disponibile, nell'ascoltarvi, nel consigliarvi, nel guidarvi...-

Ste.- Perche' me lo chiedi?-

Cat.- Ma insomma! da te non si puo' mai avere una semplice risposta: si, no. Fai domande alle domande.- Luigi, qui si sta mettendo in discussione il mio ruolo di madre!-

Lui.- Sciocchezze!-

Ste.- Ma dai...-

Cat.- No, no, no e no! (pesta i piedi per terra) Adesso  dovete spiegarmi. Mi dovete dire rigorosamente dove ho mancato; in che cosa sono venuta meno...-

Car.- Ma in nulla mamma, in nulla.-

 Cat.- E allora i tuoi discorsi di poco fa?-

Car.- Dai mamma, qualche volta potrebbe esserci stata qualcosa che non e' andava bene, ma da entrambe le parti. Anche per nostra colpa, a volte...-

Ste.- ... ma solo a livello teorico...-

Car.- ... e col massimo rispetto.-

Lui.- Adesso mi state veramente seccando! Fatemi capire bene: voi due cosa state dicendo? state

      forse mettendo in discussione l'operato mio e di mamma? ( a Caterina) Hai forse travisato le loro parole? E voi due che avete? Siamo forse alla resa dei conti?-

Ste.- Papa', break! Ricominciamo daccapo. Carlo vi deve parlare di una cosa importante. Quest'altro problema mi prende alla sprovvista. Forse, qualcosa e' stato gonfiato...-

Car.- ...lo credo! Mamma, forse mi sono espresso male, io ti volevo  solo dire che a volte con te non si puo' parlare. Mannaggia! Ma non in senso negativo - che non vuoi capirci,- ma nel senso che...-

Lui.- ...- esageri ogni cosa...-

Cat.- Benissimo! sono sotto processo! Posso almeno difendermi?-

Car.- Madonna santa! Madonna santa! ( mettendosi le mani ai capelli) Come si travolgono i fatti. Da una piccolezza, sta venendo fuori...-

Cat.- ...- la verita'!

Lui.- Ma che verita' del cavolo: Sta venendo fuori un casino! Ecco, cos'e'!-

Car.- Mi dispiace mamma. Papa' sono mortificato, ma vedete..-

Ste.- Accidenti che macello! E ora, come potrai parlare?-

Car.- Mah! ( allarga le braccia)-

Lui.- Di cosa dovevi parlarmi?-

Cat.- Aspetta, io esco.- (sta per farlo, ma viene fermata da Carlo)-

Car.- Aspetta, aspetta, per favore.-

Ste.- Papa', mamma, e' necessario che stiate calmi! Calmi! e fatelo parlare.-

Lui.- ( sedendosi) Sono calmissimo, avanti, tira fuori il  rospo.-

Car.- ( fra se) E' una parola. (poi agli altri) Vedete certe  volte nella vita, un uomo...-

Lui.- ... nel corso degli umani eventi...-

Ste.- Papa', e' fuori luogo.-

Lei.- Scherzavo, per allentare l'atmosfera. Avanti Carlo, ti ascolto.-

Car.- Dicevo che ad un certo punto della nostra vita,  bisogna scegliere. La scelta, all'interessato puo' sembrare giusta, anzi,  giustissima, ma agli altri invece puo' sembrare discutibile - se non addirittura stolta! Giusta o sbagliata, comunque, io questa scelta l'ho fatta. E ne sono contento.-

Lui.- Carlo, che vuol dire?-

Car.- Volevo dirvi...-

Lui.-... che cambi facolta'?-

Cat.- ...che ti sei fidanzato?-

Lui.- ...l'hai messa incinta?-

Ste.- State zitti! per favore...-

Cat.- Ha ragione. Stefano ha ragione! non lo stiamo facendo parlare.-

Lui.- Sciocchezze!-

Ste.- Lo vedrete. Continua, Carlo.-

Car.- ( con grande sforzo) Papa', mamma, vado a fare il missionario in Sudamerica!- (Caterina si porta le mani sulle guance)-

Lui.- Buon viaggio e feli... cosa vai a fare?-

Car.- Il missionario.-

Cat.- Abbiamo capito bene? ( guardando gli altri)-

Ste.- Avete capito bene. Tutti e due.!-

Lui.- Sciocchezze!-

Cat.- Assurdita'.-

Car.- Chiamatele come volete, a giorni parto.-

Lui.- Ma che parti e parti. Tu non andrai in nessun posto. Tu starai qui, a casa tua! studierai, ti laureerai, eppoi ti sposerai con una bella figliola. Ecco cosa farai!-

Ste.- Papa', ne sei sicuro?-

Lui.- Di che?-

Ste.- Che tu puoi stabilire cio' che Carlo deve fare?- 

Lui.- S'intende! Anzi, no! Pero' e' piu' sensato fare quello che... gli ho suggerito io. Evvero Carluccio?-

Car.- Papa', io partiro'. Mi dispiace.-

Lui.- Tu partirai? tu partirai? Tu non ti muoverai da qui. Te l'ordino!-

Car.- ( con pazienza) Papa'...-

Ste.- Papa' non puoi ordinare. E' maggiorenne.(canterellando)-

 Lui.- Ed io me ne fotto! Lui fara' quello che s'e' deciso da tempo...-

Ste.- ...l'avvocato, il medico e l'ingegnere.-

Lui.- Esatto! In questa casa ci saranno un avvocato, un  medico e un ingegnere. Saremo autosufficienti contro la societa' e le avversita'. Tutto stabilito. Tutto programmato.-

Cat.- Eppoi, il missionario, in sudamerica. Che idee.-

Cat.- Stefano, che ti dicevo? Hai visto?-

 Ste.- Gia', gia.-

Lui.- Cosa hai visto tu? Che gli fai il paraninfo?-

Ste.- Paraninfo?-

Lui.- Il ruffiano, se questo lo capisci meglio!-

Ste.- Che stupidaggini. Vogliate scusarmi (guarda l'ora) ho un impegno. Addio...(esce dalla porta principale)-

Lui.- Esci. esci, che e' meglio!-

Car.- Permettetemi adesso di spiegarvi, vi prego.-

Lui.- Ma cosa vuoi spiegare. Quelle sono pazzie! Infatuazioni. Idee strambe che ti hanno messo in testa

      quei pretacci. E tuo fratello...-

Car.- ... non c'entra! e neppure i preti. Beh, non ti  nascondo che qualcosa l'abbiano fatta.-

Lui.- E si capisce! Quelli ti hanno plagiato!-

Car.- Ma che plagiato! Insomma posso parlare? (silenzio)...dicevo: forse hanno contribuito a determinare la mia decisione, ma desidero che mi crediate: sono  assolutamente convinto di cio' che voglio fare. E nessuno! - nessuno, nessun uomo-  mi spinge a farlo. Capite? (alla madre) Capite? ( al padre) da nessuno! Ho sempre creduto nelle missioni. Ho sempre visto in questa attivita' la perfetta imitazione di Cristo. L'apostolato e' la mia piu' grande aspirazione. Aiutare la gente.-

Lui.- T'hanno circuito. T'hanno abbindolato! Maledetti preti! Siate maledetti! ( con voce strozzata)--

Cat.- Luigi, ti prego, stai calmo, ragioniamo.-

Lui.- Ma di che vuoi ragionare...-

Cat.- Calmati. eh? Carlo, ci dovresti dire, per favore... ci diresti...insomma, vorrei sapere… desidero conoscere...-

 Lui.- ... e falla breve!-

Cat.- Ma io dicevo... volevo...-

Car.- Te lo dico io mamma: Tu vorresti sapere se mi faccio  prete, e' cosi'?-

Cat.- Forse… insomma... si.-

Car.- Bene, non ho difficolta' a risponderti: per adesso no. Dopo si vedra'!-

Lui.- Ah, ma allora la cosa si puo' aggiustare. Proveresti per poi decidere? Non e' cosi'?-

Cat.- ( con un sospiro di sollievo) Ma certo, impostata in questo modo...-

Car.- ... non cambia nulla. Ma lo volete capire che per me non cambia nulla?-

Lui.- E se ti comprassi il Kawasaki?, cambieresti idea? ( ammiccando) No non rispondermi subito. Pensaci su  qualche giorno.-

Car.- Perlamiseria!, siete incorreggibili! Scusatemi! ( esce di corsa)-

Lui.- Se l'e' presa.-

Cat.- Potevi avere piu' tatto, no?-

Lui.- (sbuffando) Potevo, potevo. Ma e' possibile che quando siamo insieme, e io dico o decido qualcosa, alla fine debbo sentire sempre le tue critiche? Ma porca miseria, parla prima, fai sapere cosa ne  pensi, se se contraria o no, ma subito! subito, e non  te ne stare al balcone a guardare per riservarti, dopo, il diritto di criticare. Bello cosi'! Se tutto va liscio, abbiamo deciso insieme; se va male, ho deciso solo io! Bello e comodo! Anche troppo comodo...-

Cat.- E non fare la vittima. Come avrei potuto supporre quello che avresti detto tu? Eppoi, io ti critico

      quanto mi pare! Oh!-

Lui.- Porcaccia la miseria. Non mi riferivo solo a questo fatto. E' da tempo che tu hai assunto questo

      atteggiamento.-

Cat.- Riprende il processo a Caterina Zanoni. Parla la pubblica accusa.-

Lui.- Mannaggia a me! con i mille problemi che ho, mi tocca occuparmi anche di lei...-

Cat.- ... della serva!

Lui.- Io.. io.. (si percuote le guance)-

 Entra Berta.

Ber.- Scusate genitori, ma dovrei telefonare... vi dispiace?  (fa cenno loro di uscire)-

Lui.- Eccone un'altra! L'ha addestrata per benino, Vedi come  comanda a bacchetta?-

Cat.- Lascia stare la bambina e prenditela solo con me.-

Lui.- (uscendo) Io schiatto. io schiatto!-

Ber.- (sbalordita) Mamma, cosa e' successo?- (alluda al  padre che e' gia' uscito)-

Cat.- Niente, il solito scambio vivace di opinioni.-

Ber.- Ho sentito uscire Stefano seccato, Carlo, di la', con una faccia...-

Cat.- Sempre divergenze di idee.-

Bar.- Potrei sapere anch'io su cosa si diverge?-

Cat.- Tu ancora sei una bambina. Aspetta, non correre, prima cresci un po' di piu'.-

Ber.- Fate un po' voi. Adesso, per favore...(allude alla telefonata che deve fare)-

Cat.- Certo, cara, scusami.(esce)-

Ber.- (dopo aver composto il numero)  Pronto? ciao, sei tu? davvero? ... senti, senti...  passamelo...passamelo... ciao brutto stronzo, cosa ci fai tu li'?... passavi.. per caso? ma a chi vuoi prendere in giro... si, glielo  ho detto io... perche' fra amiche non si puo'... ma amore... amore! ... va bene, se tu non vuoi non  parlero' piu'. Dico davvero! Ho capito, va bene, ci vediamo domani, passami Cetty.  Esci? ciao amore, ciao. ( attende un po') Sei tu Cetty? se ne e' andato? si? Allora, sei sola? Si? Certo che ti  racconto. Dove eravamo arrivati? ... esatto, si. In  aria, fluttuante, proprio cosi'! No! eravamo a letto. Ma certo, a letto. E' stato bellissimo. Ascolta: quando siamo arrivati a casa sua, io fingevo di non volere, ma lui non mi dava mica retta. No, andava avanti lo stesso... si, certo,

ho fatto la sostenuta prima di... insomma prima. Poi e' andata... come?.. si... completo. Un rapporto completo e bellissimo...-

Nel frattempo, qualche secondo prima, non visto, sara' entrato Carlo per prendere qualcosa. Sta per andarsene quando sente le ultime frasi della sorella, e, incuriosito  si attarda per ascoltare meglio.

Ber.- ...- insomma hai capito bene: com-ple-to. Hai capito gioia?-

Car.- Ho capito... bambina...-

Ber.- Cosa? ma che cosa? ( al telefono) scusami Cetty, ti  richiamo! ( a Carlo) Cosa hai capito, spione?-

Car.- Tutto quello che c'era da capire, ovvio.-

Ber.- No, tu hai capito solo quello che volevi capire. Chiaro? E allora? ( con aria di sfida)-

Car.- Ma che mi hai preso per scemo? Tu stavi raccontando alla tua amica Cetty.. che sei andata a letto con qualcuno.-

Ber.- E se cosi' fosse?-

Car.- Saresti una gran putt...-

Ber.- ... moralista dei miei stivali! Beh, adesso che sai, cosa intendi fare?-

Car.- Dirlo ai vecchi.-

Ber.- E io ti smentiro'. Diro' che tu vuoi vendicarti di me. Inventero' tutte le bugie di questo mondo. Ti faro' fare la parte del cretino, se non peggio! Allora, ci tenterai?-

Car.- Non mi pento di cio' che t'ho gia' detto: sei una gran  puttana, cara sorella!-

Ber.- E tu un buffone!-

 Car.- Meglio buffone che..-

Ber.- ... no. Eh no! adesso la smetti! Ma insomma in che mondo vivi? Nessuno t'ha detto che fra ragazzi si fa  anche l'amore?-

Car.- L'amore? Ma quale amore. Voi non fate l'amore, voi...-

Ber.- ... voi , voi, voi. E piantala caro fratello. Risparmiami argomenti  e moralismi vecchi come il

      cucco!-

Car.- No, nessun moralismo vecchio, mia cara, ma solo dignita', se ne conosci il significato.

Ber.- Ma che diavolo...-

Car.- Lascia stare i diavoli e i santi e ascoltami almeno per  una volta. Ho detto: dignita' che non e' una parola nuova, ma vecchissima, usata e forse anche abusata, ma sempre  valida per indicare il rispetto delle persone, dei  valori. Rispetto per il proprio corpo per la propria  personalita', e, lasciamelo dire, anche per il futuro  sposo. Rispetto che viene insozzato da atti puramente bestiali. No, no, lasciamo finire. Ho detto atti bestiali perche' senza amore,- intendo dire: sentimento d'amore - tutto si riduce a semplice  bestialita'. E tu non hai fatto l'amore, quello con  l'A maiuscola.-

Ber.- Come lo sai? Chi ti ha informato lo Spirito Santo?-

Car.- Non bestemmiare! (adirato, poi calmo) Non bestemmiare! Risparmiami almeno quest'altro male, ti prego.-

Ber.- Oh, Carlo, scusami, ma m'hai fatto veramente arrabbiare... non sapevo...-

Car.- Troppe cose tu non sai, troppe. Sei cambiata Berta, molto cambiata.-

Ber.- Va bene, sono come dici tu. Okkei? Adesso ti debbo chiedere un favore: non dire niente ai

      vecchi, non me la sento d'affrontarli, per ora.-

Car.- D'accordo, ma solo per pochi giorni, poi, prima di partire.-

Ber.- Prima di partire? E dove vai?-

Car.- In Sudamerica.-

Ber.- A fare che?-

Car.- Il missionario.-

Ber.- Il Missiocche'?-

Car.- L'hai capito perfettamente.-

Ber.- Il missionario? Cioe' quello che converte i selvaggi? Mamma che fratello bigotto! Missionario...Ti ci vedo con la veste bianca, in mezzo ai negri, anzi le negre con le tette al vento, intanto che impugni il bastone...ih,ih,ih, che risate. Ih, ih, a voi selvagge! Questa e'... e' la redenzione.

      Acchiappa bella! ih,ih,ih, il fratellone, mica fesso lui... ih,ih,ih. (Berta continua a ridere, mentre Carlo, lentamente esce di scena. Berta, rimasta sola, ride ( o piange) istericamente. 

Tela.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Atto II

 

Soggiorno di casa Bellomo. Sei mesi dopo (fare ricorso a cambio di abbigliamento o altro). In scena c'e' Caterina che sfaccenda e canticchia. Poco dopo entra Luigi, si siede, prende il giornale, lo sfoglia distrattamente. 

Lui.- Canti?-

Cat.- Mi pare...- (acida)-

Lui.- Chi canta ha il cuore contento...-

Cat.- Uccello in gabbia...-

Lui.- ... canta per amore o rabbia.- si dice...-

Cat.- Si dice pure: canta che ti passa...-

Lui.- Oppure: roditi, ma canta!-

Cat.- Ma anche: canta e fai mangiare le ossa ...-

Lui.- ... col sale. E ora basta! Perbacco!-

Cat.- Sua signoria vuole che non si canti piu'?-

Lui.- Mih, questa mi fa proprio imbestialire, mi fa.-

Cat.- Ognuno conosce le proprie virtu'.-

Lui.- Caterina, tu scherzi col fuoco!-

Cat.- E il fuoco chi sarebbe, tu?-

Lui.- Io, si, proprio io! Tu mi conosce poco, Tu non sai di cosa potrei essere capace,- io.-

Cat.- So, so di cosa sei capace tu: di buttare fuori di casa una ... bambina... ingenua solo perche' e' stata, e'  stata circuita... e' stata ingannata.. ecco!-

Lui.- E' imprenata! Ecco.-

Cat.- Sei volgare.(con disprezzo)-

Lui.- Perche' chiamo le loro cose col vero nome? Questo e' volgarita'? Sei volgare. ( fa il verso alla moglie). Certo, avrei dovuto dire: e' in stato interessante; oppure: e' in dolce attesa; o, piu' comunemente: e'  incinta; oppure: e' gravida (pausa).-

Cat.- Non e' ancora detto! - comunque.-

Lui.- Accetto quel "comunque", mi conforta. (ironico) Insomma io non capisco, proprio non capisco, questa tua stolta insistenza nel voler considerare quella gran... quella... insomma quella li' (fa cenno all'interno) ancora una bambina.-

Cat.- Ma e' una bambina! Anche troppo bambina: e' candida, e' fiduciosa. Ecco, si, candida, fiduciosa e ingenua. Perche' se avesse conosciuto un pochino la vita, non avrebbe certo commesso quell'errore!-

Lui.- Ma allora la colpa e' tua, non capisci? tu stessa ti stai accusando! Considerandola sempre una bambina, non le hai aperto gli occhi; non l'hai sorvegliata; non ti sei mai curato di sapere con chi usciva, dove andava, chi frequentava.-

Cat.- Ehi, ehi, certe cose spettavano anche a te. Non crederai sul serio che perche' sei uomo, non avevi il dovere di occuparti di tua figlia?-

Lui.- Io mi sono  occupato dei ragazzi, dei maschi. E ho dato loro dei saldi principi morali: i miei!-

Cat.- E lo hai fatto talmente bene, che uno se n'e' andato a casa di Cristo, mentre l'altro... l'altro.. e'.. e'

      come se non ci fosse in questa casa. (piange)-

Lui.- Piangi, piangi, che col pianto s'aggiusta tutto.-

Cat.- Sei un mostro! ( adirata) perche'.. perche'...-

Lui.- ... perche' non mi faccio piu' intenerire dalle tue lacrime di coccodrillo.-

Cat.- Luigi, rifletti. Luigi apri gli occhi...( prima minacciosa, poi come se fosse impotente, quasi lo

      prega) Luigi, Luigi, ma non ti accorgi che stiamo andando a rotoli? non vedi che la famiglia si sta

      sbriciolando; ( poi forte) non vedi che stiamo andando alla malora!-

Lui.- (cinico) Se questa era la nostra vera natura, ben venga il ...diluvio.  Se la nostra unione era falsa; se la nostra felicita'  presunta; se non c'e' piu' amore, ebbene, che vada tutto all'aria! e non se ne parli piu'.- 

Cat.- Tu ti sei incaponito. Tu sei testardo e non vuoi piu'  ragionare. Tu ti sei convinto che le cose stanno cosi', e va bene -dici - cosi' sia!-

 Lui.- Ecco, e' come dici tu. Tu hai sempre ragione.-

Cat.- Eh no! No! No! Le cose non sono cosi' semplici, come  vuoi far credere tu! (pausa) Io invece ti dico che sei falso e ipocrita! Tu ti comporti cosi' perche' non sai reagire! perche'  sei, fondamentalmente vigliacco! perche' non sai  riprendere la situazione in mano!  Tu sei solo un piccolo ducetto!

      E te lo abbiamo consentito noi! - per vigliaccheria, o  per quieto vivere... o ... o perche' ti volevamo bene.  E adesso che ci troviamo di fronte a gravi, ma non  certo insormontabili problemi, molli tutto,- perche'  non sai che pesci pigliare! E mandi tutto allo sfascio!-

Lui.- Caterina!-

Cat.- E' cosi', e' cosi'. Mi faccio tagliare il collo, se non  e' cosi'!  Mi dici cosa hai fatto da quanto sappiamo di Berta? Hai fatto qualcosa? hai tentato di trovare una  soluzione ragionevole, pacata?

      Una sola cosa hai saputo fare: imprecare! - poi nulla. No, anzi, una decisione veramente saggia e coraggiosa l'hai saputa prendere: la buttero' fuori di casa! Ecco la tua soluzione! E con Carlo? - che tatto! Se si poteva ancora sperare di fargli cambiare idea, con la tua elefantiaca delicatezza, l'hai fatto fuggir  via -prima del tempo. E la speranza, io l'avevo,- eccome -...  sono sua madre...  intuivo che ancora c'era spazio per noi, che   non era del tutto deciso...  Ma arrivasti tu, con i  tuoi raffinati argomenti, e completasti l'opera.- 

Lui.- Visto che sono sotto accusa, cosa mi rimproveri per  Stefano?-

Cat.- Stefano? L'hai rovinato! L'hai supervalutato, gli hai fatto montare la testa e ora ci snobba!-

Lui.- (alzandosi dalla poltroncina) Che donna! Che donna!  (passeggiando) Inaudito! mi ha caricato di tutti i fardelli possibili. Mi ha riempito di responsabilita'; mi ha colpevolizzato di tutto e su tutto, - niente  escluso. E, come al solito suo, ella e' rimasta alla finestra,  a guardarsi e gustarsi la scena.

      Ma bene bene.  (pausa)  Non hai fatto questo, non hai fatto quest'altro, dovevi dire cosi', potevi fare coli' -dopo. E quindi io sarei l'insensibile, il mostro, il  dittatore.( calma apparente, poi in crescendo di

     furore) Bene, visto che mi hai dato questi bei  attributi e questa bellissima patente: dittatore!-

      allora lo faccio per davvero e subito: perdiana, se non condividi i miei modi e le mie decisioni, quella e' la porta, march!-

Cat.- Pallone gonfiato di niente. Credi di intimidirmi?-

Entra Stefano.

Ste.- Buon giorno, genitori, io esco. (accorgendosi dell'atmosfera pesante) Ahi, ahi, aria di tempesta.

      Vado via subito.-

Cat.- No, tu resti! Tu devi partecipare alle nostre preoccupazioni. Tutti stiamo vivendo gravi fatti,

      tranne tu! Sei o non sei di questa famiglia?-

Ste.- Calma, calma, eccomi. Sono...tutto orecchie.-

Lui.- Caterina, lascia fuori da questa storia il ragazzo. Questa situazione riguarda solo noi.-

Cat.- No! riguarda anche lui! (a Stefano) Sai cosa mi ha detto poco fa tuo padre? Mi ha detto che

      se non condividevo le sue decisioni, potevo anche  andarmene da questa casa.  Hai capito? E ti riguarda oppure no?-

Ste.- Mamma mia che paroloni. Suvvia, ragionate con calma, la  cosa s'aggiustera'.  Adesso vogliate scusarmi ma avrei da fare.-

Lui.- Vai, vai, meno senti e meglio e'.-

Cat.- Santoddio, ma allora non c'e' piu' speranza?-

Lui.- Chi di speranza campa...-

Cat.- Ma e'..e' assurdo.-

Lui.- Tanto va la gatta al lardo...-

Cat.- Dio mio! (si copre il viso con le mani)-

Ste.- L'avete fatta grossa, questa volta...-

Lui.- Tutti i nodi vengono al pettine.-

Ste.- Papa' smetti di parlare per proverbi! mi dai fastidio!-

Cat.- Lo vedi? lo vedi? (esce di corsa)-

Ste.- Suvvia, papa'...-

Lui.- Suvvia un corno! Cosa avrei dovuto fare? fregarmi le mani di gioia, dopo aver ricevuto la bella notizia su  tua sorella? Io sono all'antica. Sono stato educato cosi'.  Non sono  moderno come lei (ironicamente indica Caterina che e' uscita). Per me certi fatti sono gravi, gravissimi. E la responsabilita' maggiore ce l'ha lei!  Doveva vigilare sulla figlia. Ma per lei era "la bambina" ,-

      tanto e' ancora piccola, deve crescere.  Ed ecco che  quella bambina ti sta per scodellare un bambino vero,  fatto di carne e di ossa!-

Ste.- Non sara' la prima ragazza madre...-

Lui.- Ma allora e' sicuro? E proprio sicuro? E' stato  confermato? E' veramente incinta?-

Ste.- Certamente, perche' non sapevi?-

Lui.- E chi mi doveva informare, lei? tua madre? mia moglie?   No, se ne e' guardata bene dal farlo. Io le cose di  questa casa li vengo a sapere per caso,  incidentalmente. La certezza...- che disgrazia - santoiddio!-

Ste.- Ma che disgrazia, ci sono sempre rimedi per chi non  vuole impicci.  E gia' che ci siamo, voglio dirti che sbagli, se pensi  di buttarla fuori di casa. Quello sarebbe un vero  scandalo.  Davvero! I tempi sono cambiati, non e' piu' il caso di farne tragedie, - si puo' fare qualcosa di.. di..  discreto..-

Lui.- Cosa vuoi dire? Parla chiaramente.-

Ste.- (brutalmente) Falla abortire!-

Lui.- Abooortire?-

Ste.- Si, certo, abortire. E se non te la senti tu, potrei  interessarmene io. Allora?-

Lui.- Fammi riflettere, perddio fammi riflettere. Fammi prima  riavere da questa notizia...-

Ste.- ... che gia' sapevi...-

Lui.- ... che volevo esorcizzare. Fammi pensare, dammi tempo.-

Ste.- Come vuoi. Aspettero' le tue decisioni.-

Lui.- Chiamami Berta, per favore.-

Ste.- Per far che? un'altra scenata?-

Lui.- Voglio parlarle, posso farlo, oppure no?-

Ste.- Vuoi consultarla?-

Lui.- Insomma, me la chiami o no?-

Ste.- Padronissimo, padronissimo, te la chiamo.. te la chiamo...-

Esce, intanto Luigi passeggia e gesticola, rimuginando i fatti. Poco dopo entra Berta.

Ber.- Mi volevi...-

Lui.- Si, siediti, voglio parlarti.-

Ber.- Pero', per favore, non t'arrabbiare.-

Lui.- La mia dose di collera giornaliere l'ho gia' presa. Senti un po'. Sei.. insomma... sei sicura? (indica la  pancia della figlia)-

Ber.- Si. Credo di di.-

Lui.- E non potresti sbagliarti? chessoio: ritardi, qualche trauma, come dire, ci si puo' ingannare..-

Ber.- Io non ne capisco molto, ma la mamma dice...-

Lui.- Lascia stare tua madre! Senti, adesso tu vieni con me, andiamo da un medico.-

Ber.- Ma io mi vergogno...-

Lui.- Prima ti dovevi vergognare, prima.-

Ber.- Io non ci vengo. Io mi vergogno. No, non vengo. Poi proprio con te.-

Lui.- Con Stefano ci andresti?-

Ber.- Con Stefano? Preferirei andare con la mamma.-

Lui.- Con mamma, con mamma. (infastidito) Aspetta qui, torno subito.-

Esce. Non appena Luigi sara' uscito, Berta si mettera' al telefono.

Ber.- Pronto? Sei tu? Sono io. Si tutto bene, fino ad ora. Il vecchio sa tutto, ma fa finta, o spera che non sia  vero. Si...si... mi vuole fare andare dal medico. Si...si  ma prima mi ha minacciato di buttarmi fuori di casa. Certo che ci debbo andare. Lo debbo assecondare... capisci? Puo' essere che siano solo parole... ma per prudenza. Voglio vederti. Aspettami, non appena mi sara'  possibile verro'. Ciao, arriva qualcuno.( posa  l'apparecchio)-

Entrano Luigi e Caterina.-

Lui.- ... e' tuo preciso dovere, sei sua madre.-

Cat.- Mi hai sfrattata! Ora e' come se non ci fossi piu' in  questa casa. (guarda l'ora) E fra poco arrivera' il  tassi'.-

Ber.- Mamma, andiamo in tassi'?-

Cat.- Io, io vado in tassi'. Tu andrai dove devi con tuo padre.-

Ber.- No, io voglio andarci con te! Altrimenti non vado.-

Lui.- E facciamola finita, va bene? Facciamola finita! Tu andrai con lei e tu, per piacere,  accompagnerai.-

Cat.- Il signore ha disposto?-

Ber.- Mamma, ti prego, con lui mi vergogno...-

Cat.- ( a Luigi) Ma e' proprio necessaria questa visita  prematura?.-

Lui.- Ma che prematura: voglio la conferma!-

Cat.- Per me lo e'!  Eppoi, perche' vuoi la conferma, per mettere a posto la tua coscienza per quello che vorresti fare?- cacciarla!-

Ste.- (entrando) Te lo dico io perche': Per farla abortire!-

Ber.- Abortire?-

Cat.- Abortire? mio Dio!-

Ste.- Guardate che facce! Ma cos'e' una novita' abortire?-

Cat.- Ma tu sei sempre brutale.-

Ste.- Dico le cose come stanno! Allora, serve la mia presenza o me ne posso andare?-

Cat.- Come al solito, fuggi!-

Ste.- Mamma, mi stai imitando per caso?-

Cat.- Si! si! Stai fuggendo, come lo chiameresti tu?-

Ste.- Delicatezza, discrezione, liberta' per voi di decidere.-

Cat.- Non ci serve questa liberta'! a noi serve l'aiuto, l’affetto, l'amore! (gridato)-

Ste.- ( sedendosi) Se la prendi cosi'...-

Cat.- Grazie genio! allora tu che dici? (a Luigi)-

Lui.- (imbambolato) Di cosa?-

Cat.- Di quest'affare... dell'aborto.-

Lui.- Non so, debbo riflettere. Ci debbo pensare.-

Ste.- ... deve meditare..-

Lui.- Certo, meditare, ti fa schifo?-

Ste.- O no. Fai pure... medita...Ullalla'(come dire: non e'  il caso di prendersela)-

Cat.- Ci vuoi pensare…da solo?-

Lui.- Eh, come hai detto?-

Cat.- ( con pazienza) Ho detto: ci vuoi pensare da solo?-

Lui.- No, no. No. Ci penseremo...ci penseremo...-

Ber.- ( che era rimasta in disparte) Un momento, un momento, e io non conto?-

Lui.- Tu?-

Cat.- Lei! Perchenno'?-

Ber.- Certamente, io!-

Lui.- Ma tu... ma tu sei… una ...-

Ber.- E dillo: una bambina!-

Lui.- Ecco... pensavo.. credevo.. insomma non appena avremo deciso qualcosa...-

Ber.- Non hai capito! Voglio decidere pure io! Porco mondo!-

Cat.- (scandalizzata) Ma Berta, un po' di... di...-

Ber.- Di che cosa? mamma,- di rispetto?-

Cat.- ... di...di..-

Ber.- ...d'educazione? Me ne frego! Decideremo insieme. Voglio dire la mia!-

Ste.- Senti, senti...-

Lui.- Ma cosa vuoi decidere tu. Sei solamente un'irresponsabile, e anche maleducata e arrogante.

      Qua decidero' io! Altrimenti march! (indica la porta)-

Cat.- Luigi, ci risiamo?-

Ste.- Calma, papa'.-

Lui.- (agitato) Vedete? Sono calmissimo, calmissimo. Ma per la miseria mi fa imbestialire piu' di sua madre. Allora grande donna, cosa vuoi dirci? cosa proponi?-

Ber.- Penso che.. penso.. che .. dovro' telefonare, prima.-

Lui.- A chi? A... lui? Al suo seduttore? (guarda Caterina)-

Cat.- A lui proprio no! Vero Berta?-

Ber.- E invece si!-

Cat.- Ma bambina mia...-

Ber.- E smettila con queste sdolcinature. M'hai stufata! E adesso fatemi telefonare, per favore. (con

      sopportazione)-

Lui.- Dobbiamo uscire? ( guarda Caterina)-

Ber.- Mi pare...-

Ste.- Che caratterino.(esce)-

Cat.- Vieni Luigi. Falli parlare.(escono)-

Berta prende l'apparecchio e compone il numero.

Ber.- Pronto? Senti, ci sono novita'. Dal medico ci dovrei andare per preparerà l'aborto. Mi senti? Ah, credevo.  Allora, che faccio? Come sono cavoli miei? Hai detto  proprio cosi? Ma porcomondaccio, prima mi freghi e poi  te ne strafotti?  Come? come? Ma ho sedici anni, dipendo da loro. Senti,

 mica ti sto chiedendo di sposarmi... solo un consiglio,  che faccio? Certo che non sei stato il primo. Bella scoperta! Ma potresti essere il padre... no? Non te ne importa? Bastardo! M'hai fregata! Si..si, ci sentiamo. Crepa! (sbatte il telefono) Eccoti servita Berta Bellomo!  Sedotta e abbandonata! Che ridere! Incinta e abortita!  Mamma che fastidio... (poi, ad alta voce) Venite, prego, la decisione l'ho

presa.-

Entrano Caterina e Stefano.

Ber.- E papa?-

Cat.- Adesso viene. Allora?-

Ber.- Abortisco!-

Cat.- Come abortisci?-

Ste.- Saggia decisione.-

Cat.- Zitto tu! ( a Berta) Chi te l'ha suggerito...lui? (indica il telefono)-

Ber.- Quello? Quello e' un perfetto imbecille! Stefano, sai cosa m'ha detto? Me ne frego! Lui se ne

      frega, abortisco oppure no. Hai capito?-

Stefano non risponde, ma abbassa la testa.

Cat.- Misericordia.-

Ber.- Mamma smettila!-

Ste.- Pensiamo al da farsi, piuttosto.-

Cat.- Dobbiamo sentire vostro padre. Eppoi, perche' tutta questa fretta?-

Ste.- Chiamiamolo.-

Cat.- E' nel bagno. Aspettiamo.-

Ber.- Se l'e' fatta addosso?-

Cat.- Berta!-

Ber.- Eh, eh, era solo una battutina.-

Cat.- Io sono .. io sono veramente sconcertata di questo ... di questo modo d'esprimerti. -

Ber.- Dovresti conoscerlo questo modo - d'esprimermi. Non  parlano cosi' anche le tue alunne?-

Cat.- Ma tu sei stata educata diversamente.-

Ber.- Io? Per te ero diversa, ma, invece sono come loro.-

Cat.- Tra le mie alunne ve ne sono di timorate.-

Ber.- Uffa! Ma allora non vuoi proprio capire? Tu e solo tu  mi volevi santarellina innocente. Hai capito? Tu lo volevi, anche se non lo ero. O, perlomeno, t'illudevi  che io lo fossi. Ti sbagliavi, va bene? Io sono stata irrequieta, pazza e poco timorata. Oh! E adesso basta! Basta! ( gridato)-

Cat.- Ma sai cosa stai dicendo?-

Ber.- ... che sono una puttanella, niente di piu'!-

Cat.- Stefano, la senti?-

Ste.- Sento.. sento...-

Cat.- E non dici niente?-

Ste.- Affari suoi. Cosa c'entro io?-

Ber.- Gia' lui non c'entra mai. - Mai. (ironica)-

Cat.- Ma che sei di ghiaccio? Cosa sei, insomma?-

Ber.- Che sei? Eh, che sei? (sfottente)-

Ste.- Zitta tu! Cosa sono, chi sono. Ma che v'importa a voi? Cosa volete? Che vuoi! ( a Caterina)-

Cat.- A questo punto, penso che vostro padre abbia ragione.  Certo, ha ragione. Finora abbiamo vissuto insieme da perfetti estranei. Ora mi domando, com'e' possibile che non ci  conoscevamo? che non sapevamo nulla di noi stessi? Vivevamo mascherati? Io pensavo.. credevo di sapete tutto di voi: invece no! E adesso mi ritrovo circondata da sconosciuti.  Ecco la verita'!  Si ecco una verita': tra di noi non c'e' stato affetto,  ma mutuo soccorso, tuttalpiu'! Niente amore! Niente  sentimenti!  Adesso ho il quadro ben chiaro! Ed ora ho paura!-

Ste.- Mamma...-

Cat.- Chiama tuo padre, per favore.-

Stefano esce.

Cat.- Voglio telefonare a Carlo. Voglio il suo conforto.-

Ber.- Telefona a chi vuoi tu, ma io ho deciso!-

Cat.- E non me lo ricordare ad ogni pie' sospinto!-

Ber.- Non si sa mai!- (durissima)-

Entrano Luigi e Stefano.

Cat.- Luigi, hanno deciso!-

Ber.- Io ho deciso!-

Ste.- Ed io , ovviamente, sono d'accordo.-

Lui.- Capisco. Abortisce, vero?-

Cat.- Si.-

Lui.- Suppongo che ci voglia il mio consenso.-

Ste.- Non lo so di preciso. M'informero'.. penso di si...-

Lui.- E io non lo daro'!-

Ber.- Ma che dici?-

Cat.- (sorpresa) Davvero?-

Ste.- Errore...-

Lui.- Non lo daro'!  Ve l'ho gia' detto: sono all'antica. Ho ricevuto un'altra educazione, altri principi morali. Sono oscurantista?  sono tutto quello che volete! Ma ci ho creduto, sissignore. Li trovavo giusti,

formativi e utili per tenere salda una famiglia, la societa', e forse anche il consorzio dei popoli,-tutti.

      E fra questi principi v'e' ne sono due imprescindibili almeno per me: l'onesta' e l'onore. L'onesta' del buon padre di famiglia, del probo  cittadino, del buon funzionario. E l'onore: della parola data, del decoro della famiglia, del rispetto della donna. Adesso, per voi, sono piccole cose. Cose inutili, senza

senso, da vecchio rimbecillito.  Ma questo e' tutto il mio mondo - che farci? Vedete, per me una donna deve rimanere illibata fino al matrimonio, e, se per sciagurata ipotesi, avviene il fattaccio ( accenna alla pancia), il seduttore la deve sposare. Quindi, tempi moderni o no, adesso tu mi dici chi e' stato…   chi e' il padre di quello li'...(indica la  pancia di Berta) e andro' a parlargli io.-

Ber.- Tempo perso. Quello se ne infischia di me e di te!-

Cat.- Non lo provocare!-

Lui.- Ho capito. Abbiamo a che fare con un piccolo malandrino, evvero? e tu lasciami provare e vedremo. Allora, chi e'?-

Ste.- Papa', guarda che il delitto d'onore e' stato  cancellato dal nostro codice..-

Cat.- Perche' tu, Luigi…-

Lui.- Ma che cavolate dite. Chi ha parlato di delitto! Anzi sapete cosa vi dico? Lasciatemi solo con lei, ce  la sbrigheremo noi due, evvero?-

Ber.- Io solo con te non ci rimango. Mi fai paura.-

Lui.- Sciocchezze!-

Cat.- Io resto!-

Ste.- Io vado.-

Cat.- (a Stefano) Avrei voluto vedere...-

Ste.- (indeciso) Se avete bisogno di me...sarei di la'.-

Lui.- Puoi andartene tranquillo, in questa casa, aiutanti  macellai non ce ne servono.-

Cat.- Non condannare prima del tempo.-

Lui.- Il buon giorno si vede dal mattino.-

Cat.- E dalle coi proverbi.-

Lui.- Proverbi o no, quello fara' il medico abortista! Beccati questa Luigi Bellomo! Hai fallito, hai fallito in tutto!- 

Cat.- Lascia perdere di compiangerti e pensiamo al da farsi.-

Ber.- Mamma io resto ferma nella mia decisione!-

Lui.- Ed io resto fermo nella mia!-( se ne esce infuriato) –

Cat.- Ma non possiamo ragionare? parlarne da persone civili?-

Ber.- Civilta'? M'avete rotto le scatole! –

Cat.- Berta? Scendi sempre piu' in basso.-

Ber.- Ma finiscila, e scendi tu, invece, da quel piedistallo  di perbenismo stronzo!-

Cat.- Da non crederci, da non crederci.. Questo a me?  Luigi, Luigi...( esce)-

Ste.- La tempesta riprende.-

Ber.- E falla venire tu sta bonaccia!-

Ste.- Io?-

Ber.- Tu! Non impallidire, cos'hai capito? Sei o non sei quasi medico? conoscerai qualcuno, quindi pensaci tu   per questo stramaledetto aborto.-

Ste.- Senza il suo consenso? (indica la porta)-

Ber.- Perche' non avrai mica scrupoli - tu?-

Ste.- No, e' per la regolarita'.-

Ber.- Lasciamolo fuori a lui, ci darebbe solo noie. Tu procurami un aborto, anche clandestino.-

Ste.- Quelli costano. (accenna ai quattrini)-

Ber.- Non curartene, i soldi ci sono.-

Ste.- Ce ne vogliono molti.-

Ber.- Ci sono!-

Ste.- E no! Adesso mi dici da dove li prenderesti!-

Ber.- Dal libretto degli assegni di tuo padre. So falsificare la sua firma - per la giustificazione, l'avrai fatto  anche tu, no?- e conosco il posto dove lo tiene conservato.  Ergo...i quattrini ci sono.-

Ste.- Sei diabolica sorellina.-

Ber.- Mai come te, fratellino...-(molto ironica)-

Stefano annuisce col capo, e fa gesti come per dire: ma che brava. Berta, va al telefono e compone un numero. Musica. Tela

 

 

                                                      Atto III 

 

Soggiorno di casa Bellomo. Disordine vario: soprabiti sulle poltrone, alla rinfusa, scatole di medicinali, tazze di caffe' vuote, portaceneri pieni di cicche. In scena c'e' Luigi che passeggia nervosamente e gesticola, come se parlasse con un'invisibile interlocutore. Musica. Cambio di luce per significare il passare del tempo. Il tutto durera' due-tre minuti. Entra Caterina.

Lui.- Ebbene?-

Cat.- (scuotendo la testa) E' stazionaria.-

Lui.- Ma il medico? (indica la stanza interna)-

Cat.- Per adesso non si pronuncia. Non parla molto quel professore. Ed e'...e' ... insomma, credo che ce      l'abbia anche con Stefano.-

Lui.- Beh, da uno studente cosa ci si puo' aspettare, miracoli? Il ragazzo ha fatto cio' che poteva, in      attesa del suo arrivo.-

Cat.- Mah, sara' forse una mia impressione.-

Lui.- Ma naturale. (pausa)   Dimmi, piuttosto, lo denunciamo quel macellaio?-

Cat.- Stefano dice che e' meglio essere prudenti, almeno per adesso. Dice anche che queste cose non si sa mai come  vanno a finire.-

Lui.- Certo, capisco. Bene, per il momento aspettiamo.  Ma, vorrei proprio sapere, come e' andata a capitare  nelle mani di quella specie di medico macellaio?-

Cat.- Glielo ha consigliato un'amica - ha detto.(breve pausa)  Luigi, entra, su, parlale.-

Lui.- No, non ci parlo! con lei ho chiuso! Eppoi, l'hai vista tu stessa con quale sprezzo mi guarda? come se fossi io la causa di tutto. Io, certo, lei no! Lei e' innocente, lei non ha fatto nulla. Lei ha fatto solo un sacco di cose storte - ecco cosa ha fatto.-

Cat.- ( conciliante) E va bene, avra' fatto tante cose  storte, ma e' sempre una...-

Lui.- ... bambina, vero?-

Cat.- Vuoi che cambi vocabolo? E un'adolescente, cosi' va  bene?  Comunque sia, e' stata leggera, e in questa circostanza  male consigliata; sara' anche caparbia, e in questi  ultimi tempi anche arrogante, ma e' tua figlia! e ha  bisogno di te come di me.  Se tu le parlassi senza acredine, pacatamente, forse,

      - anzi senza forse - sono sicura che ne trarrebbe  beneficio, quantomeno incoraggiamento, forza per      reagire, voglia di guarire.  Prova, per favore, prova.-

Lui.- Mi dispiace, ancora non me la sento. Sono troppo  agitato, non sarei ... pacato. (pausa)

      Hai detto acredine? Ebbene, si! ho ancora dell'astio  nei suoi confronti. Mi sono sentito doppiamente  tradito.  Dammi tempo, mi passera', fra qualche giorno,  vedremo...-

Cat.- E se fosse troppo tardi?-

Lui.- Ma stai scherzando?-

Cat.- E credi che mi sia possibile scherzare - in questo  momento?-

Lui.- No certamente. No...no. Ma non credevo che la cosa fosse ... fosse.. cosi'... cosi'...-

Cat.- ... grave?-

Lui.- (annuisce)

Cat.- Ma nostra figlia e' grave! E' grave! Madonna santissima, e' grave!-

Lui.- (rimanendo impietrito) Capisco...capisco...ho capito.-

Cat.- Scusami (abbracciandolo) scusami. Sono stata brutale.  Ma i tuoi discorsi, con Berta di la', in quello stato.- 

Lui.- No, non scusarti! Quando hai ragione, hai ragione! E  basta! Cosa credi che non fossi preoccupato? Che non me ne  importasse nulla di... di ...lei? Era solo...solo.. -

Cat.- ...Orgoglio!-

Lui.- ( come sollevato da un peso) Ecco, l'hai detto.  Ero offeso; profondamente offeso.-

 

Squilla il telefono, lo prende Luigi.

 

Lui.- Casa Bellomo! Pronto?  chi parla? si, sono il  padre...si, e' quasi stazionaria... grazie, riportero'.      Buongiorno. ( chiude l'apparecchio, poi a Caterina) Era un'amica...  Sai, Caterina penso che andro' a portargli i saluti di.. quell'amica.  Vado di la'...(esce)-

Cat.- Vai, vai. ( poi tra se) E speriamo che non farai piu'  male che bene, tu, col tuo tatto da rinoceronte.

      ( cerca di mettere ordine nella stanza) Buono, onesto,  tuttocasa, ma carattere impossibile: permaloso,  superbo, testardo, e anche un po' megalomane: (imita  Luigi) Pronto?  Casa Bellomo! E che era, Casa Savoia?-

Entra il professore.

Cat.- Allora, professore?-

Pro.- La faccenda e' seria!  Quel collega ha realizzato un capolavoro di  incompetenza e d'irresponsabilita' - che senza  eufemismi, definirei  perfettamente mostruoso.-

Cat.- Professore...(supplichevole)-

Pro.- Vede, signora, quel...quel medico, ha fatto tutto cio'  che non doveva fare; e non ha fatto il minimo che  doveva essere fatto!  Insomma ha messo nei guai quella giovinetta! Poi, signora, mi permetta la franchezza, ma suo figlio,  quasi collega, mettersi in rapporti con quel tipo... E, come se non bastasse, e' arrivato al punto di  portargli la sorella? E' il colmo dell'incoscienza!  E voi...  voi...-

Cat.- Mio figlio? Ha portato? - no, noi eravamo all'oscuro!-

Pro.- Non sapevate?-

Cat.- Certo che no!-

Pro.- Capisco! Avranno fatto tutto da soli. Basta, comunque stiano le cose, la responsabilita' di      suo figlio e' indiscussa.-

Cat.- Mio figlio! Stefano ha fatto questo? Misericordia...-

Pro.- Mi dispiace signora, ma la cosa non puo' finire qui.-

Cat.- La polizia? ( il professore annuisce) Madonna, lo scandalo! E mio marito? Quello fara' una pazzia!-

Pro.- Suo marito anzicche' pensare agli scandali e a fare  pazzie, farebbe bene ad occuparsi della figlia, ad  evitare il peggio, a quella sfortunata ragazza. Perche'  il peggio non e' mica passato, sa?-

Cat.- Professore, la prego, ci aiuti. Ci salvi! Siamo nelle  sue mani ...disposti... a tutto, ci capisce?-

Pro.- (con sopportazione) La capisco anche troppo bene,  signora. E adesso la prego di capire altrettanto bene  me: Io faro' il possibile e, ove occorra, tentero' anche  l'impossibile, per risanare quella figliola. Ma... ma, la prego, non mi chieda - direttamente o per allusioni-  nient'altro - che non sia piu' che lecito. Ed ora le preannuncio che sara' probabile un ricovero della paziente in ospedale.  Vediamo come passa la  notte.  Domani decidero'. Per adesso seguite le  prescrizioni e tenetela tranquilla.

      Buongiorno signora.-

Cat.- (confusa e vergognosa) Grazie... ecco...certamente..  grazie, l'accompagno. Buonasera professore.- 

 

Caterina accompagna alla porta il professore e dira' le ultime parole dopo che questi sara' uscito, poi, al culmine della vergogna, si portera' le mani al viso e si dirigera' verso il centro del palcoscenico.

 

Cat.- Che vergogna! Che vergogna. Oddio vorrei sprofondare,  scomparire dalla faccia della terra!

      Mia figlia traviata; mio figlio senza etica  professionale e, perdippiu' incosciente; ed io.. io!      ho tentato di corrompere un serio professionista.  ( si batte le guance) Corruttrice! corruttrice!      Mi faccio schifo come madre, come donna e come  insegnante!-

 

Entra Stefano.

 

Ste.- Mamma, cos'hai? (allarmato)-

Cat.- (guardandolo di traverso) Il fango! Ho il fango, fino a  qui- al collo!-

Ste.- Ritorniamo sempre sulle stesse cose?-

Cat.- ( a denti stretti) Ho il fango di tua sorella e ora,  soprattutto, il tuo fango!-

Ste.- Siamo alla scena madre...(con aria annoiata)-

Cat.- Ancora no! Prega Iddio che tua sorella guarisca!  Che non muoia!-

Ste.- Ma andiamo, E' malconcia ma non fino a quel punto.-

Cat.- Sei cinico e irresponsabile!-

Ste.- ( facendo un cenno come dire: fai tu) Sara'...-

Cat.- E non credere che con questo "sara'" il conto sia  chiuso. No, il conto e' ancora aperto!-

Ste.- Aperto, chiuso, ma… forse ti riferisci al conto dello intervento?-

Cat.- Non far finta di non capire, Stefano!  Il professore mi ha detto tutto! Sei stato tu a  portarla da quello li'- non l'amica - e, a parte il mio  disprezzo, e la reazione di tuo padre, credo che te la      dovrai vedere anche colla giustizia.-

Ste.- Sei matta?-

Cat.- Se sono matta io, prima lo e' il professore, il quale,  senza mezzi termini mi ha detto che dovra' fare la sua  relazione alla polizia.-

Ste.- Quel professore e' un imbecille! Ha l'arteriosclerosi galoppante e con lui me la vedro' dopo.      Il tuo disprezzo? Beh, cosa vuoi che ti dica? - me ne  strafotto!-

Cat.- Complimenti! E con tuo padre?-

Ste.- Con quello? ma mi vuoi far ridere? E' un pallone  gonfiato, non dimenticarlo, e non appena lo pizzichi -  paff!- si sgonfia e s'ammoscia paurosamente.  Vai di la', e vedrai che scena: sta piangendo al      capezzale della sua adorata figlia morente...- che  spettacolo disgustoso...-

Cat.- T'ho creduto altezzoso, egoista, cinico, ma adesso  debbo ricredermi: Sei immorale!-

Ste.- ( prende un libro e lo lancia alla madre) Prendi, e' un  vocabolario, vedi cos'altro trovi per me.      Sfoglia, sfoglia e troverai paroloni - paroloni – solo  paroloni - coi quali avete riempito tutta la vostra   sprecata vita. Siete dei falliti!-

Entra Carlo. Veste da viaggio ed ha una valigia in mano.

Cat.- (correndogli incontro e abbracciandolo) Carlo! Carlo!  Sei venuto! Sei venuto! Oddio...(piange)-

Car.- Mamma! Piangi? Come sta Berta?-

Cat.- Non troppo bene...-

Ste.- Ciao Carlone. Come sei abbronzato? Berta migliorera'!-

Car.- (lasciando la madre e abbracciando il fratello) Stefano come sono contento di rivedervi.-

Cat.- Togliti il soprabito...-

Car.- (eseguendo) Ma cos'ha di preciso? Per telefono non ho  capito niente. Vorrei vederla subito.-

Cat.- T'accompagno. (si avvia)-

Ste.- Niente di grave. Diciamo un infortunio sul lavoro.  ( tra se) sul lavoro.  Quel testone! Bastava che dicesse si! un piccolo si, e  non sarebbe successo tutto questo casino.  Ma lui, certamente, non poteva dirlo, lui no! E che c'entra lui? poteva un uomo tutto di un pezzo, dire di  si? Abortire? Mai! Facciamoli sposare, piuttosto; ci  penso io, lasciate fare a me! Ed ecco i risultati: un aborto illegale; una ragazza in

     gravi condizioni; e un professore asino che ci vuol  sistemare.-

Car.- Inaudito...mamma... e' vero?-

Lui.- (entrando trafelato e ponendosi di fronte a Stefano)  Sta male! (vede Carlo lo abbraccia) Tua sorella sta  male...in quanto a te (Stefano resta impassibile con un  leggero sorriso beffardo sulle labbra) in quanto a te… ho sentito sai? –

Ste.- Calmati. (si accende una sigaretta) Calmati...ha sentito-lui-

Lui.- Io a questo l'ammazzo! L'ammazzo! ( vacilla)-

Cat.- (fermandolo e portandosi lontano Luigi) Fermo Luigi!  Non fare cosi', per carita'..-

Car.- Ma, spiegatemi... non capisco..-

Lui.- Lasciamo, lasciami. (intanto si accascia su una sedia) –

Cat.- Calmati! Non merita nemmeno il tuo disprezzo!-

Car.- (indicando Stefano) Lui?-

Cat.- Proprio lui...-

Lui.- ... quello che mi doveva dare tutte le soddisfazioni  che m'aspettavo dai figli. Quello che doveva sopperire  al vuoto nella casa, per la partenza di Carlo; quello  che doveva proteggere sua sorella...-

Ste.- M'ha preso per il Fatebenefratelli. Mamma, portalo di la' e dagli un po' di coramina, ne ha

      proprio di bisogno - (infastidito) Vaneggia!-

Car.- Ma Stefano, sei proprio tu?-

Ste.- Accidenti, ci mancava anche un quasi mezzo prete, per  completare l'opera.-

Car.- Mamma, ti prego, porta papa' di la' e resta un po' con  lui. Grazie.-

Caterina annuisce e sorreggendo Luigi, escono di scena.

Car.- Mi vorrai spiegare, suppongo?-

Ste.- Carlo, se sei arrivato con l'intenzione di farmi la morale, ebbene, puoi riprendere l'aereo e tornare da  dove sei venuto.-

Car.- Ma quale morale. Qui ci sono gravi fatti che debbo  conoscere. Si tratta di mia sorella! Della famiglia.- 

Ste.- E allora? E' successo un piccolo infortunio, te l'ho detto, e si sta rimediando. C'e' un luminare che si sta  occupando di lei...-

Car.- Ma tu c'entri con questo "infortunio?"-

Ste.- Centro, perche' mi ci ha tirato per i capelli. Ho  dovuto occuparmene. Te l'ho detto: lui non voleva, non ha dato il suo consenso per un aborto legale e , quindi, s'e' dovuto ricorrere ad altri mezzi, con le conseguenze che sai.  Bastava un piccolo si, dannazione!  Ma lo sai? lo sai? Berta ha dovuto falsificare la firma  di papa', sull'assegno, per poter pagare le spese. Roba da non crederci! - Vedi in che condizioni ci ha messo-  Voleva farli sposare. Le nozze riparatrici - voleva.  Povero illuso. Vecchio d'eta' e di pensiero!   irresponsabile!  Ed ora lo sai? potrei trovarmi anch'io nei guai: Quel professorone ci vuol denunciare. Ma io me ne fotto, la   patria podesta' sulla ragazza ce l'ha il vecchio e, professionalmente a me non possono farmi nulla,- sono  ancora studente...-

Car.- Mi stai sconcertando. Mi sembra di parlare ad un altro uomo. Ma sei proprio tu Stefano? o sei un suo sosia   malvagio?-

Ste.- Fratellino sono io. Io! Siamo noi, siamo sempre stati  noi, cosi'.- Solo che ci nascondevamo nelle buone  maniere, nel perbenismo. Sporchi, ma perbene!-

Car.- Non ci credo! Non posso crederci! La nostra non era solo etichetta. Eravamo - siamo - una famiglia normale,  con tutti i limiti di una famiglia normale! Se c'e'  stato un cambiamento, ci sara' stato - sicuramente – un  grave motivo.  -  O forse molti gravi motivi.  Insomma! - Deve essere successo qualcosa! (scandito)  Non si puo' cambiare cosi' improvvisamente, cosi'  violentemente.(disperato)

      E tu, forse, sai la vera ragione.(deciso)  Tu devi saperne di piu', molto di piu'. E me lo dirai!

      Tu hai la chiave di questo cambiamento.  Non mi convinci con la storia del perbenismo.

      Stefano, non mi convinci!-

Ste.- Carlo, abbiamo, finalmente, buttato le nostre maschere,  non ti basta?-

Car.- Stefano tu non me la dai a bere.  Qualcosa s'e' incrinata – rotta - in questa famiglia, Voglio sapere cosa e perche'. Voglio analizzare i  recenti fatti...-

Ste.- E' arrivato lo psicologo, ma bene...-

Car.- Non ci vuol mica psicologia per riuscire a capire certe  cose - dottore!  Sono anni che viviamo insieme e qualcosa possiamo averla capita, l'uno dell'altro: Tu sei stato sempre un  animale a sangue freddo, ma non insolente e cinico!  Berta era vivace, insofferente, forse un po' libertina,  ma non ci sarebbe mai arrivata, da sola, a fare  quello... quello, insomma! I nostri vecchi, lo sapevamo  tutti noi, erano e sono tradizionalisti - perbenisti, come ami chiamarli tu, ma non miopi, soprattutto mamma!

Ma mai! mai! li ho visti cosi', in questo stato: papa'  annichilito, mamma distrutta. Certo, la gravita' della salute di Berta avra' influito,  ma sono convinto che abbiate respirato - tutti quanti - qualche micidiale veleno che aleggia in questa casa!  Ed io voglio scoprire cosa s'annida qui dentro.  E la chiave sei tu!-

Ste.- M'hai seccato!-

Entra Caterina.

Cat.- Papa' s'e' seduto ai piedi del letto di Berta. E'  calmo. Pero' e' lei che non mi convince. Scotta!

      delira! Cosa facciamo?-

Ste.- Falle impacchi freddi sulla fronte.-

Car.- E se chiamassimo il professore?-

Ste.- (distaccato, girando le spalle) Come volete...-

Car.- Mamma, dammi il numero.-

Cat.- E' li' su quel foglio. (indica un foglietto vicino al  telefono)-

Car.- (compone il numero) Pronto? Professore? qui casa  Bellomo... sono Carlo Bellomo. Senta professore, mia  sorella sta malissimo. Ha la febbre... si dev'essere aumentata... si, delira. Cosa facciamo? Viene lei?..no?  ho capito.. ho capito.. va bene.. li' fra mezzora.  Grazie a tra poco. (agli altri)

      Dice di portarla in ospedale...-

Ste.- All'ospedale?-

Car.- Si, all'ospedale...-

Ste.- Che bestialita'! Quello non vuole scomodarsi...-

Car.- Anzicche' criticare a casaccio, perche' non t'assicuri tu  delle condizioni di Berta?-

Ste.- Con voi non mi assumo piu' nessuna responsabilita'.  Cosi' v'ha detto di fare l'illustre professore, e cosi'  fate. Eseguite.-

Car.- Mi fai pena! Mamma, andiamo, la copriremo con una coperta e via! Anzi, fallo tu e papa', io scendo a preparare la macchina. E' in garage vero? Datemi le chiavi!-

Ste.- Eccole.-

Cat.- D’accordo, andiamo Luigi.-

I due escono da sinistra, mentre Carlo da destra. Stefano e' solo e beffeggia Carlo. 

Ste.- Pronto? Casa Bellomo! bla, bal, bla. Diavolo non ha  perso un solo pelo dal padre. Tale e quale! ( fa un  gesto come per dire: mamma mia e' terribile. Intanto  passeggia per la stanza con aria annoiata e

fischiettando vistosamente) Entrano da sinistra Luigi, Caterina e Berta, che e' tutta infagottata.

Ste.- To', guarda chi si vede?  la bertuccia!-

Lui.- Ti va ancora di scherzare? Ma ti passera' presto,  vedrai.-

Ste.- Ci risiamo...-

Entra Carlo.

Car.- Non parte, quella dannata macchina non parte. (e' molto agitato)-

Ste.- Stai calmo, fratellino. Vieni, vediamo cosa e'  successo. Vuoi vedere che anche la macchina ha gettato la maschera? Era un catorcio camuffata da fuoriserie.-

Lui.- E piantala cretino!-

Ste.- Ehi, ehi, al vecchio leone sono rispuntati gli artigli.  Andiamo fratellino, non si sa mai...-(escono)

Lui.- Come ti senti piccola? (Berta mormora qualcosa) Non ti  capisco, cos'hai detto? (Berta rimormora. Luigi guarda  la moglie con aria interrogativa)-

Cat.- Non sforzarla. Non farla parlare.-

Lui.- Certo, certo...gia'.. ma non ti sembra che voglia dire qualcosa?-

Cat.- Povera bambina, vedi come soffre? Ha freddo, o forse  sete. Vuoi qualcosa Berta?-

Bet.- ( irrequieta, smania, vuole alzarsi, delira) Via.. via,  pussa via... via via che puzzi... professoressa sono impreparata ... sa ieri mio padre ha avuto un  infarto...-

Lui.- Io? Un infarto? e quando?-

Cat.- Ma non vedi che delira!-

Ber.- La neve, mamma, la neve... fammi uscire, voglio toccare la neve, ti prego mamma, ti prego...-

Cat.- Sta ripetendo le stesse parole di dieci anni fa. E' impressionante!-

Lui.- Si, si, ma io non ho avuto l'infarto...-

Cat.- Sara' stata una piccola bugia per farsi giustificare  dalla professoressa.-

Ber.- ( mormora frasi incomprensibili) Bambola... carta... brucia.. che bello...-

Lui.- Ma che fanno quei due? Qui non c'e' piu' tempo da perdere?-

Cat.- Quando ti serve l'auto d'urgenza, sembra fatto apposta, succede sempre qualcosa...-

Lui.- Ora chiamo un tassi'.-

Cat.- Aspetta ancora un po'.-

Ber.- Un coniglio! guardalo e' un coniglio, prendilo Gemma,  prendilo! Papa', l'ha preso, l'ha preso, brava Gemma. Uh, poverino guarda com'e' impaurito... lasciamolo libero, ti prego papa', lasciamolo libero...-

Lui.- Questo successe due anni fa, in campagna.-

Cat.- Sta passando in rassegna la sua vita.-

Entra Carlo.

Car.- Niente, non parte. Stefano ci sta provando ancora, ma e' tempo perso.-

Lui.- Chiama un tassi'!-

Car.- Subito. ( cerca il numero nella rubrica) -

Ber.- Il primo ballo lo fai con me, capito fratellino? (Carlo si volta stupito) No, dai, me lo hai promesso, Avanti Carlo, non fare lo scemo!-

Car.- (sbalordito) Delira, vero? (assenso dei due) Ha ripetuto cio' che e' successo l'anno scorso, alla festa di Marina, parola per parola...( fa il numero) Pronto tassi'? qui casa Bellomo, via Beati Paoli, 22... subito  per favore, e' urgentissimo. Grazie, grazie ancora. (chiude l'apparecchio, poi agli altri) Arriva.-

Ber.- Che bella musica, meravigliosa... ma da dove viene? Carlo, sei tu che suoni?... no, e' un disco. Lo voglio  mamma me lo compri? E' bellissimo.-

Cat.- Io non reggo piu'! Fate qualcosa, bisogna fare qualcosa!-

Lui.- Ma cosa possiamo fare? Il tassi' sta per arrivare...-

Car.- Calma, mamma, e' la febbre alta che la fa delirare, lo sappiamo. (guarda intanto l'orologio)-

Cat.- Carlo, richiama quel benedetto tassi', per favore, vedi  se e' gia' partito.-

Car.- Va bene mamma, lo richiamo, ma tu ti devi calmare. Su  mammina. (prende intanto il telefono e compone il  numero) Pronto? qui casa Bellomo. il tassi'... ah, e'  gia' partito? grazie, buongiorno. ( a Caterina) Hai  visto?, gia' partito.-

Cat.- Gia', per casa Bellomo...-

Car.- Scusa e per dove senno'?-

Cat.- Niente, niente, pensieri miei, non farci caso.-

Entra Stefano. Carlo tiene ancora l'apparecchio in mano.

Ste.- E' partita. Tieni. (passa la chiave a Carlo che non la prende, distratto da Berta ha ripreso a delirare)- 

Ber.- La musica, la musica... ah, ecco da dove proviene... dalla camera di Stefano ... Stefano, Stefano...e'  permesso? posso? Stefano, ma che hai? ti senti male? ... hai freddo?... vuoi qualcosa? ti riscaldo io?  accucciati a me fratellone, ecco bravo... ma che puzza  fai.. hai bevuto?.. Stefano, Stefano... ma che fai?  no... no! non voglio! Stefano lasciami! mamma! mamma!  ( le ultime frasi gridate). 

 

Stefano rimane impietrito con la chiave in mano, nell'atto di darla a Carlo. Carlo la guarda senza osare prenderla. Caterina si alza, si pone dinanzi a Stefano e lo guarda con odio, mentre Luigi, che non ha capito nulla, conforta Berta. 

 

Lui.- Delira, povera figlia mia, delira. E' la febbre, e' la  febbre!-

Intanto, pian piano le luci diminuiscono , mentre dal telefono ancora in mano a Carlo si sente una voce che dice: 

Voce: Pronto? Casa Bellomo? Casa Bellomo? pronto?...-

Buio. Musica e sipario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          " COSIMO CON UN BRACCIO."

 

                                                   Commedia in due atti

 

                                                                di

 

                                                     Antonio  Sapienza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commedia in due atti – anno 1996- personaggi: 2 m. 1 f.

Trama: Un attempato boscaiolo con un solo braccio, affronta, per abbatterlo, un grande castagno secolare, che gli sta minacciando di distruggere la sua casetta, costruita in un castagneto sulle falde dell’Etna. È una lotta, pertanto con la natura amica-nemica, correlata da un surrealismo (infatti il castagno parla con boscaiolo), che finisce in tragedia.    

 

 

 

 

Personaggi:

 

Cosimo con un braccio....................boscaiolo;

 

Don Alfio……...............................carbonaio;

 

Maddalena.....…….........................nobildonna;

 

Castagnazzo.........……...................solo in voce.

 

 

( più, eventualmente, due ballerini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                      Atto  I

 

Sulla scena è stato ricostruito l'interno di una casetta di montagna: nella parete di fronte, è stato posto, al centro, un caminetto ( o una stufa a legna) e sul camino si trova appeso un fucile; alla destra vi è l'uscio d'ingresso. Nella parete di sinistra vi è un letto, e sulla scena vi sono due seggiole e un tavolino. La parete di destra, in mezzo, ha incorporato un grosso tronco d'albero di castagno.

All'apertura del sipario, in scena vi è Cosimo con un braccio, - quarant'anni suonati, magro, forte, barba incolta, vestito da boscaiolo - sdraiato sul letto, che fuma una sigaretta. Egli è detto Coscimu con un brazzu, perchè il braccio sinistro gli è stato amputato.  Luci adatte (è domenica pomeriggio), musica adeguata. 

Dopo pochi minuti, Cosimo scorge qualcosa sul soffitto, e quindi, prima osserva meglio, spegne la sigaretta e si mette seduto a guardare con attenzione; poi scende dal letto, sale su una seggiola, e da lì sul tavolo; e guarda attentamente, perplesso, il soffitto della sua casa.

 

Cos.- Non è fuliggine, maledizione, non è fuliggine...e  nemmeno ragnatela. ( esamina ancora, tocca il soffitto, tasta la fessura) Questa è... questa è una crepa, una dannatissima fessura!  Malanova a me! ma guardate: parte dal castagnazzo e arriva netta netta, bella saettante, fino all'altro capo della stanza.

Beddamatri, questa è una brutta, bruttissima faccenda. Come dire: l'inizio della mia fine.

Ecco qua: Sono rovinato! ( Cocimo, sconvolto, scende giù da tavolo ) Sono rovinato.  Questa cosa così miserabile, così insignificante, così traditrice, ha il potere di sconvolgere la mia vita (passeggiando e riflettendo al alta voce). Questo significa che nel giro di pochi mesi, ma che dico! nel giro di pochi giorni, 'sta miserabile mi avrà spaccato la casa in due: pulita pulita! netta, netta!  Ed io come farò?  Non ho certo gli stessi anni di quando mi costruii questo delizio di casetta, - con le mie mani, portando il materiale dal paese fin quassù sulle spalle, come un mulo -. Non ho più la stessa forza, la stessa salute d'allora... eppoi, ammesso che ce la facessi  ancora, dove li prendo i quattrini? - dove li vado a trovare i soldi per costruire un'altra casa? Ma com'è successo, santo diavuluni, com'è stato possibile? - Il castagnazzo, non c'è dubbio, è il responsabile! E qui non ci piove! (sale di nuovo sul  tavolo, va a controllare la fessura).  Certo è lui! (scende e riprende a passeggiare).

Castagnazzo del mio cuore, la situazione e veramente delicata, e volenti o nolenti, la dobbiamo esaminare  per trovare le responsabilità reciproche e le possibili soluzioni.

Tu lo sai che sei il sostegno della mia casa, quindi della mia vita - che sono ormai la stessa cosa.

Sai pure che ti voglio bene, che ti ammiro perchè sei forte, superbo, dritto, pieno di salute e di vigore.

Ed è per questo che ti scelsi tra tanti. I tuoi  pampini mi hanno protetto dalla calura estiva, i tuoi rami mi hanno dato riparo dalla neve e dalla grandine. Il vento, grazie a te, diventa brezza per me. Sai anche che sono fiero di te e che ti rispetto come rispetterei  mio padre buonanima, il tuo ex padrone.

Ma ora, guardiamoci in faccia! ora stai minacciando la mia casa e me stesso. Capisci?mi stai demolendo la  casetta che finora hai protetto. Ed io che faccio? che posso fare? posso restare a guardare impotente, il tuo tristo operato? Posso assistere, con le mani in  mano, a questo delitto, commesso, per di più dal mio  migliore amico? E che amico sei se mi scassi la  casa? Non sei più un amico! Allora mi sei nemico! Sei un'anima nera! un traditore! una cosa fitusa! (accalorandosi, per poi calmarsi) Certo, tu potresti dirmi:

 

Cas.- ( voce del Castagnazzo, molle, suadente) E a te chi te lo disse di costruire la casa addosso a me? Bella  schifezza che hai fatto Coscimu c'un brazzu!  Bella schifezza! E adesso che pretendi? che lo paghi solo io il tuo errore?-

 

Cos.- Ma quale errore! Non ti lasciai un pò di gioco?-

 

Cas.- E vuol dire che fu poco. Non sai che gli alberi  crescono e s'ingrossano? E che noi castagni siamo

piante secolari?-

Cos.- Scopristi l'America! E fu per questo che mi appoggiai, fiducioso a te: Confidavo nella tua protezione. E fu anche per buon augurio, sissignore! E, se sei onesto, devi ammettere che ti fece pure piacere.-

Cas - Piacere? Scoppiai dalla gioia! Eccome! Mi feci anche  più dritto per assecondarti; alzai i rami per non  infastidirti; e ammonii tutti intorno: Non disturbatelo! E si! Mi feci commuovere dal tuo gesto: il figlio del mio amato padrone cercava la mia protezione. - Altrimenti avrei dovuto impedirtelo.-

Non fu saggio!  Decisamente non fu una cosa saggia! Devo ammetterlo.-

Cos.- Parole sante, Castagnazzo. E adesso che facciamo?-

Cas.- Questo non lo so proprio. Certo è, che me ne hai dette di tutti i colori, e che mi hai pure ripudiato per  amico. Che scelta abbiamo? Quali soluzioni ci restano?-

Cos.- Poche castagnazzo: o tu oppure io.-

Cas.- Ma dici sul serio? (pausa) Francamente non pensavo proprio, che questa storia ci potesse mettere l'uno  contro l'altro - accidenti!: La tua casa contro la mia  vita, se ho ben capito...-

Cos.- Perfetto! E non ci resta che batterci: io per difendere la mia casa, tu per non morire!-

Cas.- E ti sembra giusto? Non ci sarebbero altre soluzioni?-

Cos.- E quali? Io non ne conosco! Qua, ripeto, le cose sono due: o tu o io!-

Cas.- Ma ne sei proprio sicuro? Hai proprio deciso? Dev'essere per forza lotta?-

Cos.- Sicuro! deciso! e sentenziato! Lotta dev'essere!-

Cas.- E tu saresti il famoso "homo sapiens"?-

Cos.- Che dici castagnazzo! Non ti capisco! Che fai, per caso, lo spiritoso?  pensa, invece a preparare la tua anima - che è meglio -perchè domani inizierà la lotta.-

Cas.- Ma dai Cosimu, non essere impulsivo. Ragiona che è meglio…

Cos.- C’è poco da ragionare: mi stai scassando la casa, quindi mi stai rovinando, per cui ti debbo abbattere per salvarmi!-

Cas.- Coscimu, Coscimu, cerca consiglio, parla con il principale. Egli è un esperto boscaiolo, chissà se non troverà una soluzione diversa dalla lotta tra noi due.-

Cos.- Quello è un babbeo, non un vero boscaiolo. È solo un fanfarone pieno di boria e vuoto di zucca.-

Cas.- A me non sembra…-

Cos.- Perché lo conosci?-

Cas.- Superficialmente, una volta lo vidi…-

Cos.- …e allora?

Cas.- E allora mi sembrò un uomo sensato, competente, coraggioso e …ragionevole.-

Cos.- Basta! Con questo “ragionevole” che gli attribuisci, vuol dire che non lo conosci. Non c’è altro da dire!-

Cas.- Allora debbo pensare che per forza vuoi la lotta?-

Cos.- Sissignore. Lotta dev’essere e lotta sia!-

Cas.- E pazienza - lotta sarà...-

Da fuori scena si ode la voce di don Alfio il carbonaio. Egli è un vecchio sulla settantina, veste da boscaiolo trasandato e  porta il fucile da caccia a tracolla.

Alf.- Coscimu, c'è permesso?-

Cos.- (aprendogli la porta) Entrate don Alfio, pochi minuti  e sono pronto...( prende il fucile appeso sul camino).-

Alf.- ( Entrando e guardandosi attorno) Ma sei solo?-

Cos.- Si, perchè?-

Alf.- No... mi sembrava d'averti sentito parlare con qualcuno.-

Cos.- Parlavo si! parlavo e sproloquiavo, caro don Alfio. Guardate lassù e capirete il perchè.-

Alf.- (guardando da miope attentamente il soffitto) Ma.. cosa dovrei vedere Coscimu?-

Cos.- Crepa!-

Alf.- Maleducato! a me dici crepa?-

Cos.- Ma no, guardate quella crepa, la fessura, la fenditura, lo spacco.-

Alf.- Calma, calma. Mi pareva - quale fessura?-

Cos.- Quella, non la vedete? che siete orbo?-

Alf.- Brevi! E non la vedo, va bene?-

Cos.- Mettetevi gli occhiali oppure salite quassù.-

Alf.- Sul tavolo?-

Cos.- Sissignore.-

Alf.- Ma, ti senti bene?-

Cos.- Salite, salite..(l'aiuta a salire) Cosa vedete adesso?-

Alf.- Brevi! Vedo fuliggine, o forse ragnatela, o no. No! Beddamatrisant'Alfiu! è una fenditura! E parte da lì  e arriva là...-

Cos.- Avete capito allora perchè sproloquiavo? Ce l'avevo con quella e con quell'altro bel tipo. ( accenna al castagnazzo).-

Alf.- Perchè tu pensi che sia lui...il colpevole?-

Cos.- Sicuro! come sono sicuro che domani sorge il sole.-

Alf.- E a te chi te l'ha detto?-

Cos.- Lo so e basta!-

Alf.- (in imbarazzo) Brevi, che facciamo? andiamo?-

Cos.- Andiamo, andiamo... ma prima ditemi, visto che siete perplesso: secondo voi, chi sarebbe, allora, il vero colpevole? per quella...per quella cosa lì.  Insomma, di chi sarebbe la responsabilità?-

Alf.- Tua!-

Cos.- Mia? E che? sarei io che mi starei spaccando la casa, a metà, da me stesso? O non è lui l'assassino?  (indica il castagno).-

Alf.- O quante storie! La colpa è tua e basta!  basta! Brevi, non te lo dissi, allora, che facevi male ad appoggiarti al tronco di quel bestione? Non ti dissi di lasciare perdere i castagnai? Te lo ricordi? o no?-

Cos.- E va bene, me lo diceste. Ma io il gioco glielo lasciai, per precauzione....-

Alf.- E vuol dire che fu poco.-

Cos.- Lo dire anche voi?-

Alf.- Certo. (ripensandoci) Perchè anch'io?-

Cos.- No nulla, mi pareva d'aver sentito di già queste parole.-

Alf.- Tu sei matto! Brevi, ora che intendi fare?-

Cos.- Vorrei salvare la mia casa.-

Alf.- E l'albero?-

Cos.- ( strisciando una punta delle scarpe a terra e guardando di tanto in tanto il castagnazzo) Se si

potesse salvare pure lui...-

Alf.- E come, di grazia? Lo trapianti in altro sito? Oppure fai volare la tua casa, come quella di Loreto? Brevi! Qui bisogna tagliare. ( guarda con aria competente)-

Cos.- Ma, se tagliamo, quello cadendo, non mi demolisce la casa?-

Alf.- Tanto, o prima o poi...-

Cos.- Un corno! - prima o poi. È la mia casa, mica la vostra. Roba d'altro mondo - tagliare. Come se i trattasse di tagliare un albero di limone e non il fusto di un castagnazzo...-

Alf.- E allora aspetta l'agonia.-

Cos.- Ma quale agonia! Io intendo, io intendo... mannaggia a me! Non so cosa voglio intendere.-

Alf.- Brevi, tu vuoi intendere che vorresti la botte piena e la moglie ubriaca, vero?-

Cos.- Magari mezza piena e mezza ubriaca...se fosse possibile...-

Alf.- Non è possibile. Devi scegliere.-

Cos.- Io non saprei. Voi cosa mi consigliate?-

Alf.- Ti consiglio una sola cosa: abbattilo!-

Cos.- Abbatterlo, abbatterlo, come se fosse facile…

Alf.- E io cosa ci sto a fare. Brevi, qui ci vuole un piano. Per salvare capre e cavoli ci vuole un piano ben congegnato. Io ci tento, ma se non ci riuscissi, se non ci riusciamo, caput ...(fa cenno di tagliare) Fammici pensare...(riflette serioso)-

Cos.- Don Alfio, che sia un piano cristiano, perchè, finora i vostri piani erano...-

Alf.- …turchi? Eh? dillo pure!-

Cos.- No, ma...-

Alf.- Ma, cosa? Se non hanno funzionato è stato o per vera sfortuna, o per cause impreviste, o incompetenza di chi li doveva eseguire. Ecco!-

Cos.- E va bene, non riscaldatevi. Fate questo piano (tra se) e speriamo bene...-

Alf.- Che dici?-

Cos.- Niente, dicevo: speriamo che non si ci metta in mezzo la coda del diavolo.-

Alf.- Qui si tratta di ingegno, non di diavolo. Ingegno, mio caro. E io, modestamente...-

Cos.- ...per fare il carbonaio...-

Alf.- Che intendi dire? Che per fare il carbonaio non ci vuole ingegno? E cosa credi che il legno si trasformi in carbone da solo, per virtù dello Spirito Santo? Eh no! mio caro, per fare un ottimo carbone ci vuole testa, - esattamente quella cosa che non hai tu!- Per esempio: bisogna saper scegliere il legno adatto e fare la catasta sapendola bene impostare: prima i ceppi grossi, poi quelli sempre più piccoli, poi i rami, infine la terra bene pressata, perchè non c'entri l'aria, affinchè la combustione sia parziale e non  totale. (mima l'azione) eh?  Testa di chiuppuru! Ci vuole ingegno, ecco! (pausa come per schermirsi)  Poi, io ho anche studiato dai...-

Cos.- ..."parrini", dai preti...-

Alf.- ... dai Salesiani, che cosa credi? Ho fatto tutti gli studi dell'Avviamento al lavoro industriale. Industriale, hai capito? industriale come industrioso, uguale a ingegnoso, mi spiego? (breve pausa c.s.) Poi ho fatto anche il militare...-

Cos.- ... da generale...-

Alf.- ... da caporale! nel Corpo dei Genieri. Quindi, ancora genio, uguale ingegno, uguale intelligenza, uguale..-

Cos.- ... uguale basta! Ho capito. Andiamo al fatto, vi prego.-

Alf.- Ignorante! Ti sto facendo il mio succinto "curricum vite" per far capire, anche ad una testa di legno come te, che hai a che fare con una persona istruita, cioè il sottoscritto! Io leggo, mio caro testazza! Leggo!  E la lettura è cultura. Ma tralasciamo la cultura, che non è cosa per te. Brevi!  sappi che da giovane, e con tutte e due le braccia (allude a Cosimo e al suo braccio in meno) facevo il boscaiolo e, modestamente, ero il primo boscaiolo della zona. Ergo l'accoppiata vincente: il braccio e la mente!  Rammentalo sempre!  Brevi, facciamo il piano.  Sgombra questa tavola e dammi carta e penna.(intanto inforca degli occhiali a  stanghetta)-

Cos.- (eseguendo) Ecco l'occorrente signor generale per  vocazione; ex boscaiolo per diletto; carbonaio per  campare e ... genio incompreso.-

Alf.- Genio incompreso, hai detto bene! E qua neanche un generale saprebbe dove mettere i suoi galloni. Qua ci vuole esperienza - ed io ce n'ho da vendere – e  intelligenza - e anche quella, come ben sai,  modestamente...

Dai, dammi qua. ( prende carte e penna, e si siede con le spalle alla parete frontale) Per prima cosa bisogna conoscere il nemico. Coscimu, misura la circonferenza di questo bestione. ( Cosimo, poco convinto esegue) Anche dall'esterno, anche i rami, anche il fogliame...-

Cos.- Ma che dovete fare, un preventivo di legname? o stimare il carbone? ( esce dalla stanza per eseguire). –

Alf.- Il minchione che sei! (gridandogli dietro) Bisogna  conoscere il nemico: regola prima! ( poi quasi fra se) E il nemico si deve misurare, si deve saggiare, si deve osservare. Bisogna saperne le intenzioni, le forze a disposizioni, i punti deboli ( intanto disegna e scrive sui fogli), il morale! E che credi che un piano si fa  così, alla meglio, alla "sanfasò"? (borbotta e disegna) Ecco, così... e anche così...-

Cos.- (rientrando con le misure) Ecco le misure.-

Alf.- A me! (quasi glieli strappa dalle mani, e le guarda come  se guardasse un bollettino di guerra) Ecco qua!  (mette le misure sui fogli e Cosimo lo sta a guardare a bocca  aperta) Visto? Il perimetro è cinquanta, il raggio è dieci, la circonferenza del tronco due; e l'altezza?  Coscimu, e l'altezza?-

Cos.- Di chi, del castagnazzo?-

Alf.- No, di tua sorella. Ma certo! Ce l'hai l'altezza?-

Cos.- Pressappoco. Che ne sò, sarà venti, trenta metri...-

Alf.- Venti o trenta? Venti o trenta! La differenza, poverino è solamente di dieci metri (ironico, poi burbero) Bestione! brevi, la voglio precisa!-

Cos.- La volete precisa?-

Alf.- Si!-

Cos.- Accomodatevi. Salite pure sul castagnazzo e  prendetevela voi stesso.-

Alf.- Io? io ho settant'anni! mi vorresti morto? Come potrei  salire fin lassù senza rompermi l'osso del collo?-

Cos.- E io? io ho solamente un braccio, non dimenticatevelo! Bella accoppiata di boscaioli!-

Alf.- Brevi, questo comporterà che il piano dobbiamo farlo perfetto, altrimenti qualcuno ci rimette qualche osso...-

Cos.- E fatelo perfetto...-

Alf.- (scrivendo in fretta e facendo dei disegni geometrici) Ecco, secondo me, questa è la situazione: Abbiamo un  castagnazzo di circa...(guarda il tronco) di circa  novant'anni...-

Cos.- Duecentododieci!-

Alf.- Novantanove.-

Cos.- Duecentododieci!-

Alf.- Ma come fai a dirlo con questa precisione?-

Cos.- Me lo disse mio padre.-

Alf.- Tuo padre era un "vuccazzaru" un pallonnaro. Voleva vantarsi d'avere un castagno centennario. Ma in realtà quello all'epoca, aveva si e no... ottant'anni, ecco!-

Cos.- Mio padre sapeva meglio di voi quello che possedeva...-

Alf.- Brevi! Età: cent'anni e passa; peso: una, due tonnellate e mezzo; altezza trentacinque metri circa; diametro..eh, ehm; perimetro lo sappiamo. Bene. Brevi, se facciamo un calcolo approssimativo, possiamo ritenere, con un discreto margine di esattezza (parla pomposo, poi si blocca e resta qualche momento perplesso, quindi rivede le misure, riflette ancora, poi sentenzia). Non si può fare. Proprio non si può fare. Non si può salvare. Bisogna abbatterlo. Abbatterlo cercando di salvare la casa facendo il minimo dei danni possibili. 

Cos.- E ci avete messo tanto per giungere a questa conclusione?-

Alf.- Bisogna ragionare caro mio ( si tocca ripetutamente la fronte), bisogna calcolare i rischi – tutti i rischi – possibili e impossibili, veri o presunti, vicini e lontani…-

Cos.- …presenti e futuri…(ironico)-

Alf.- Esatto! Quindi deciso ciò, penso che se non ci sono imprevisti, nè ostacoli improvvisi, feriti gravi, e tempo perso,- che in tre, quattro, al massimo cinque giorni, questo castagnazzo noi due lo abbatteremo, senza scassare la casa.-

Cos.- E tutti sti ragionamenti e sti calcoli per arrivare a questa previsione?-

Alf.- (alzandosi e pavoneggiandosi) E ti sembra nulla? Brevi, (infervorandosi) questo è un punto di partenza. Ora dobbiamo  studiare i particolari ( s'immerge nei fogli,  controscena di Cosimo).  Dunque, s'inizia dai rami più  alti.  Anzi no!  Meglio da quelli più bassi... effettivamente sarebbe più sicuro ... Allora, ci sono: Ecco il piano bell'è pronto: Tu salirai sull'albero, taglierai un ramo, lo legherai alla fune e lo farai  scendere verso il basso.  Io, sul tetto della casa, lo guiderò fino a terra, nel posto deputato. Ci siamo fin'ora?-

Cos.- Ci saremmo! Senonchè, nel vostro piano manca questo: che ho solo un braccio e che voi lo scordate troppo spesso. Mi dite, di grazia, come farò ad arrampicarmi, a segare, a legare, a fare scendere, a rasparmi il naso - e tutto questo con un solo braccio?-

Alf.- È vero! non ci avevo pensato. Brevi, rivediamo il  piano.  Dunque, dunque... ecco qui! Tu Sali sull'albero, ti leghi al tronco, cali una fune, io ti lego la sega, tu tiri la fune, seghi un ramo, lo leghi alla fune e lo farai scendere pian piano verso il tetto. Al resto penserò io! (Cosimo farà le relative controscene.)-

Cos.- Mi sembra più sensato, così...-

Alf.- In tutti i piani, anche nei migliori, ci sono i punti deboli. Basta individuarli e proporre gli aggiustamenti del caso. Brevi, quando s'inizia?-

Cos.- Che ne dite - domani?-

Alf.- Domani? Va bene, Domani. Brevi, ed ora a caccia, Coscimu c'un brazzu, è l'ora dei conigli. (esce)- 

Cos. -(preparandosi per la caccia) Hai sentito castagnazzo?-

Cas.- Ho sentito, ho sentito...-

Cos.- E non ti preoccupi? non tremi?-

Cas.- Io? con quel pò po’ di piano fatto dal grande stratega Alfio il carbonaio? Ma mi vuoi fare ridere?-

Cos.- Non essere insolente! Don Alfio è una gran testa! Magari un po’ sfortunatello... E il piano è ottimo!-

Cas.- Lo vedremo presto.-

Cos.- Certo, domani.-

Cas.- No domani, ma alla fine...-

Cos.- Va bene, alla fine. Alla tua fine.-

Cas.- Mia? Vedremo...-

Cos.- Hai dubbi? Te li taglierò presto, castagnazzo, addio.-

Cas.- Buona caccia Cosimo.-

Cos.- Dannazione: si dice in bocca al lupo!-

Cas.- Come vuoi: in bocca al lupo Coscimu c'un brazzu.-

(intanto Cosimo era già uscito sbattendo l'uscio.)

Buio. Quando riprende la luce, con musica adeguata, ci sarà la  scena vuota. Dopo qualche secondo, entreranno in scena Cosimo e Alfio, incerottati e fasciati. In particolare don Alfio avrà anche le mani fasciate, e Cosimo la spalla buona slogata e sostenuta da un fazzolettone. Espressione mesta. Sguardi di rancore di Alfio  verso Cosimo. fine musica.

Alf.- San Sebastiano, Sant'Alfio, San Cirino, San Crispino, San Filadelfo, Santo Cosimo e Damiano, vergini e martiri, avevano meno ferite di me, ex boscaiolo, ex carbonaio, ora lazzariato a vita..-

Cos.- Vi lamentate voi? E io? avevo un solo braccio buono e me lo sono slogato. Poi ho ricevuto venti staffilate in pieno viso, sono caduto da dieci metri...-

Alf.- ...addosso a me!-

Cos.- ...che siete duro, - e vi lamentate voi?-

Alf.- Non debbo lamentarmi? Non mi sono fatto niente, secondo te?  Io, che avevo due mani così(fa un vago gesto per indicare la grandezza) grosse e callose, ed ora mi ritrovo con due ammassi di carne sanguinolenta – due polpette! grazie a te e a quel maledetto castagnazzo.-

Cos.- Date la colpa anche a me?-

Alf.- Sopratutto a te! Tu sei la causa della mia rovina: come potrò ancora lavorare, con queste carni maciullate?-

Cos.- Quanto la fate lunga! In fondo, sono solo un po’ graffiate...-

Alf.- Ah, li chiami graffi tu? Pezzo di Giufà e tintu beccamorto!  mi hai calato giù un troncone di un quintale, così di botto, senza preavviso, senza dire nè cì, nè ciò, roba che neanche la buonanima di Carnera sarebbe riuscito ad agguantare - tanto che le corde si sono talmente surriscaldate da fare fumo, abbrustolendo e scorticando le mie povere mani, fino all'osso - e a te sembra nulla?  semplici graffi? Ahò,  animale selvaggio, mi vedi? mi vedi? Si? E guardami bene allora, perchè, da questo momento in poi, non mi vedrai più!  Salutiamu e cacciamu! A mai più rivederti, Coscimu tistazza!-

Cos.- Ma dove andate? Vi dovevo medicare...-

Alf.- ( Da fuori) Da oggi, tu pensa per te, perchèa me, ci  penso io.-

Cos.- Per favore, scendendo in paese avvisate la zia Tura, vedete se può salire lei a sistemarmi il mio unico braccio.-

Alf.- ( rientrando la testa dalla porta) Si, lo farò con grande piacere, così ti farà vedere le stelle nell'aggiustarti l'osso della spalla. E io e le mie ferite saranno vendicate! Addio! (Esce definitivamente)-

Cos.- Vi saluto, signor Generale. –

Alf.- ( riaffacciandosi dall’uscio) Sventa a n’autru, malasutatu! (rientra subito).-

Cos.- Che caratterino… e meno male che era un esperto… per poco non ci rimettevamo la pelle.-

Cas.- Cosimo che t'è successo?-

Cos.- Come se non lo sapessi...-

Cas.- Io? e cosa dovrei sapere?-

Cos.- Non fare il tondo: sai bene quello che ci è successo. Lavoravamo su di te...-

Cas.- Davvero?-

Cos.- Non mi dire che dormivi.-

Cas.- Forse si e forse no.-

Cos.- Ah, fai il Nofrio, lo gnorri. Ci hai conciato per le feste e fai finta di nulla?-

Cas.- Io avrei conciato voi? O siete stati voi stessi a conciarvi così, per le feste?-

Cos.- Ah, tu non ne sai niente, vero?-

Cas.- Cosimo, Cosimo, ma quando la smetti di darmi sempre responsabilità che non mi appartengono?

Cos.- Continua, và! Ci hai lazzariati per benino, con poche perdite, è vero, ma non credere d'aver vinto, sai? -

Cas.- Vuoi ancora continuare? anche da solo?-

Cos.- E che uomo sarei allora? Certo che continuo la lotta. E da solo. Ed ora che hai parlato troppo, sai che ti dico? che ti taglierò alla base, cascasse il mondo.-

Cas.- Rifletti meglio Cosimo, curati e dopo, con calma, ne parleremo.-

Cos.- Questi sono affari miei.-

Cas.- Non ne dubito... però ci sono anch'io, non scordartelo.-

Cos.- Non me lo scordo, anzi sai che faccio? mi faccio un nodo al fazzoletto. ( ma nell'eseguire, la slogatura gli fa male e guaisce di dolore). Dannato Castagnazzo! ( fa un gesto di minaccia ed emette altro urlo di dolore). -

Cas.- Hai mandato a chiamare l'aggiustaossa?-

Cos.- E a te che te ne importa?-

Cas.- Niente, niente. L'aggiustaossa è la zia Tura, vero?-

Cos.- È la sola, in paese.-

Cas.- Capisco... e se, intanto che t'aggiusta la spalla, ti parlasse di Maddalena?-

Cos.- Che ne sai tu di Madda... della signorina Maddalena?-

Cas.- So tutto io. Ho i miei informatori. Me l'ha detto un uccellino. Che mi disse anche perchè sei Coscimu c'un brazzu.-

Cos.- Fatti gli affari tuoi, castagnazzo.-

Cas.- Ma perchè sei così scorbutico e cocciuto? o meglio: riservato e troppo modesto? - Tistazza direbbe don Alfio,- in fondo commettesti una bella azione, no? salvasti una donna dalle grinfie di un energumeno che voleva picchiarla a sangue, - forse ucciderla ...-

Cos.- ...zitto, per favore.-

Cas.- ...peccato che nella lotta finisti contro la sega elettrica in moto...Peccato per quel braccio perso così stupidamente ed eroicamente nello stesso  tempo...Peccato! Era incinta e dopo abortì, poveretta, lo sapevi? E lo sai che la zia Tura ha un debole per lei?-

Cos.- Lo so. So tutto, io. E non ho bisogno delle tue  informazioni.(pausa) La zia è l'unica che la va a trovare a casa...-

Cas.- Certo, è l'unica che ci và...anche per scrupolo di  coscienza... fu lei a far cadere Maddalena tra le braccia di Totuccio Bordone, il malandrino del paese. E ora che ella è reietta, schivata da tutti, tappata sempre in casa, che non vede più nessuno, con Totuccio morto ammazzato, sai cosa pensa la zia Tura per far tacere la propria coscienza?  pensa che la signorina dovrebbe rifarsi una vita con un vero uomo, anche se avanti con gli anni, anche se con un solo braccio...-

Cos.- Castagnazzo! stai dicendo solenni sciocchezze!-

Cas.- A si? E allora aspetta che arrivi la zia, e vedrai che cosa ti tornerà a dire...-

Cos.- So cosa mi dirà e so cosa risponderò io: Sono un poveraccio - io. Per di più difettato e avanti con gli anni. Lei è sempre un gran dama, una nobile, ancora bella, istruita... macchè non può essere – nemmeno per sogno...-

Cas.- Tu le vuoi bene.-

Cos.- Io? Sciocchezze!-

Cas.- Tu l'ami e l'hai sempre amata.-

Cos.- Castagnazzo, io non so cos'è l'amore - figurati. E ora basta parlare. Che? forse mi vorresti distrarre dal mio intento con le chiacchiere?-

Cas.- Mai sia. Tu sei un uomo, io solo un albero. Io non conosco i vostri trucchi.. Buonanotte Cosimo.-

Cos.- A domani castagnazzo!-

Cas.- A domani uomo.-

Buio lentamente. Fine atto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                          Atto  II

 

Sulla scena, a sinistra,  è stata ricostruita la facciata esterna della casa di Cosimo, quella che ha in mezzo il castagnazzo. Detta parete ha delle grosse fenditure ai lati del grosso castagno, allo scopo di liberare il tronco dai mattoni della costruzione. Tutt'intorno, sullo sfondo e a destra, ci saranno dei

castagni. Rami di albero, segati di recente, saranno sparsi per terra.

Da dietro la parete esce Cosimo. Regge una motosega.

Cos.- Allora Castagnazzo, che fai "assuppi"? non reagisci  più? ti arrendi?-

Cas.- Io? arrendermi? e perchè?-

Cos.- Perchè ti sto demolendo!-

Cas.- A me? Tu stai demolendo la tua casa da te stesso. Guarda come l'hai ridotta: manca il tetto, la parete è sfondata, dentro hai il finimondo, e staresti demolendo me? Ma sii serio! se avevi intenzione d'abbattere la tua casa, perchè non mi lasciavi in pace?-

Cos.- Io sto solo predisponendo il terreno per abbatterti, secondo il piano. E per farlo, debbo sacrificare qualcosa.-

Cas.- Mi sembri il generale don Alfio il carbonaio!  Ma scusa, questo famoso piano del nostro grande stratega, non poteva prevederlo prima lo sventramento della tua casa?  E se sventravi la casa, non potevi costruirla  più in là?  E se la costruivi più in là, non mi lasciavi tranquillo a godermi questi ultimi cento, duecento anni di vita? Ci vuole la grande intelligenza umana per arrivare a questo? O ci voleva il buon senso di noi castagni?-

Cos.- Non ti dare arie, bello mio. I piani noi uomini sappiamo farli, eccome! Tu, per esempio, sapresti tener conto del "curriu"? No! Quindi taci!-

Cas.- Il "curriu"? e che roba è?-

Cos.- È la volontà dell'uomo. Quella grande tensione morale che ci fa portare a termine un'impresa.-

Cas.- Ne sei sicuro?-

Cos.- Sicurissimo!-

Cas.- Non sarà per caso, chessoio... puntiglio, ostinazione, oppure falso orgoglio?-

Cos.- Che ne sai tu di queste cose? Questi sono moti dell'anima che appartengono esclusivamente all'uomo.- 

Cas.- Purtroppo per voi...-

Cos.- Purtroppo un corno! essi ci esaltano e ci fanno fare grandi imprese.-

Cas.- Anche se poi risultano sballate?-

Cos.- Sballate, sballate - no... Ma non certamente nel nostro caso. Nel nostro caso è solo una questione di...-

Cas.- ...curriu!-

Cos.- Oh, ma sei proprio scocciante! Ed ora smettila, debbo lavorare.-

Cas.- Fai, fai pure, poi...-

Cos.- Poi, cosa? stai forse architettando qualche diavoleria?-

Cas.- Sono un vecchio castagno, cosa ne so io di diavolerie.-

Cos.- Posso crederci?-

Cas.- Padronissimo!-

Cos.- Padronissimo si! E sappi che non mi spaventi con le tue velate minacce. E ora fine della discussione, attacco il tronco, alla base, e per te sarà la fine.-

Cas.- Vedremo...-

Cos.- Vedrai prestissimo. Per intanto incomincia a vedere questa, che ne dici?-

Cas.- Cos'è quell'aggeggio?-

Cos.- Questo aggeggio sarebbe una motosega, per servirti.-

Cas.- Dovrebbe servire a me? E come si usa?-

Cos.- Si usa così: Si mette una mano qui, un'altra lì..-

Cas.- ...basta così! Basta così: Una mano qui, lo posso anche capire; ma l'altra lì, non lo capisco proprio. Tu sei Coscimu c'un brazzu, non lo scordare.-

Cos.- A cosa fitusa! mi “ sbenti”? mi prendi pure in giro? Mi beffeggi? Aspetta e vedrai come ti sistemerà - 'st'aggeggio!-

Cas.- Questo non è leale.-

Cos.- Questo è progresso!-

 

Entra in scena Alfio il carbonaio.  Non ha più le bende e i cerotti, ma tiene le mani in tasca, che non uscirà mai, fintanto che starà in scena.

 

Alf.- Salutiamo Coscimu.-

Cos.- Oh, don Alfio, come sta il nostro ferito di guerra?-

Alf.- Come sto, eh come sto! Brevi! sto come un reduce e combattente.-

Cos.- Che guerra avete combattuto?-

Alf.- Io ho combattuto e perso una sola grande guerra, quella mondiale, sappilo! Ma l'ultima, la più rovinosa, l'ho fatta qui, col castagnazzo, avendo te per alleato. "Scanzatini"!-

Cos.- Esagerato! Voi siete esagerato. Quattro graffi vi hanno fatto scappare come un "saittuni". Non vi siete più fatto vedere, non dico per andare a caccia, ma nemmeno  per prendere un caffè. Che eroe!-

Alf.- Brevi! saresti tu l'eroe? Certo la zia Tura m'ha detto che ti sei fatto aggiustare la spalla senza dire nemmeno "piu", ma che significa questo? che sei più in gamba di me?  Sappilo! io ho vinto la scure d'oro di boscaiolo dell'anno, per ben dieci anni consecutivi.-

Cos.- Bello sforzo, non c'ero io...-

Alf.- Senti tistazza, mi devi fare salire la mosca al naso? Brevi! dimmi, piuttosto a che punto stai con quel bestione?-

Cos.- E non lo vedete da voi stesso? Secondo il vostro piano, ho dovuto fare uno spacco a destra e uno a sinistra, ma il tetto s'è scassato, mentre quello è ancora là. Ma per poco!  (guarda minaccioso il castagnazzo) Vedete?  l'ho quasi finito.  Entro oggi questo è abbattuto!-

Alf.- (Avvicinandosi al tronco) Entro oggi? Brevi! mi pare difficile!-

Cos.- Ma non con questa! (mostra la motosega) Quanto volete scommettere che per oggi, all'Ave Maria, questo bestione sarà steso per terra definitivamente?-

Alf.- Con questa?  e con un solo braccio? Neanche io ci riuscirei!-

Cos.- Scommettiamo?-

Alf.- Brevi  visto che fai lo "sperto", il gradasso, accetto la scommessa - ma si! scommettiamo, scommettiamo...-

Cos.- Scommettiamo Rinti!-

Alf.- Rinti? Il mio cagnolo? il miglior cane per conigli di tutta la zona? ma sei pazzo? (pausa) e contro che cosa, sentiamo? -

Cos.- Il vostro cane contro i castagni della mia proprietà! Ci state?-

Alf.- Mizzica!  Giochi forte! No, non posso accettare, il mio cane è prezioso, ma non vale tanto, eppoi l'impresa è pericolosa...-

Cos.- Non per me. Ho trovato la giusta tecnica.-

Alf.- Qui non ci vuole tecnica, ma due braccia, minchione!-

Cos.- ( con pazienza) Vedete don Alfio, voi e tutti quelli come voi, che avete due braccia, quando siete costretti a fare qualche azione con un solo braccio, questa vi risulta difficile, complicata, pericolosa; ma a me, e a quelli come me, (si tocca il moncherino) la stessa azione, diventa di una semplicità estrema, una  cosa da nulla. È questione d'abitudine.-

Alf.- Ma quella è un'altra cosa (indica la sega) Mannaggia! Brevi! se non fosse perchè ho le mani rovinate, ...Ma le ho tutte lazzariate, malanova a me. E per colpa tua!-

Cos.- E torna! Comunque la scommessa si fa o no? O ve ne siete pentito? o ve la fate addosso?-

Alf.- Minchiuni! ma sei tosto! Mi vuoi proprio provocare e sfidare? E va bene, t'accontento, accetto la scommessa. Vuol dire che domani, essendo il nuovo proprietario di queste quattro piante di castagno - brevi - verrò, li taglierò e ne farò dell'ottimo carbone! Accidenti a te! Coscimu c'un brazzu!-

Cos.- E che v'incavolate perchè pensate che perderò? Ma poi, siete proprio così sicuro di vincere?  Qua vi restano 'sti castagni. (fa cenno al gozzo) Piuttosto, domani mattina portatemi qui il vostro Rinti al guinzaglio.  Salutiamo don Alfio!  Ora ho da fare!-

Alf.- Mi fai smuovere i nervi, mi fai! Salutiamo, tistazza di chiuppuru! Testa di legno!-

Cos.- Salutiamu e cacciamu, don Alfio.-

Alfio esce dondolandosi e sbirciando ora al castagnazzo, ora Cosimo, ora la motosega.

Cas.- Vedi che don Alfio, una volta tanto, ha ragione. Eppoi, cosa ti salta in mente di scommettere i castagni?-

Cos.- T'ho detto bada ai fatti tuoi. So quello che faccio. Oggi ti finisco, mi prendo il cagnolo  e poi mi riparo la casetta.-

Cas.- Riparo? Ricostruisco!-

Cos.- E’ la stessa cosa...oggi ti finisco!-

Cas.- Forse, forse Cosimino, forse.-

Cos.- Sicuro, invece, Castagnazzo, sicuro. Ecco intanto un assaggino. ( Cosimo mette in moto e tenta di segare, ma ha tante difficoltà e il lavoro procede lentamente. Si toglie il maglione e resta in camicia. Musica e mimica adatte per un minuto circa).-

 

Entra in scena da destra Maddalena. È una donna ancora bella, ha  meno di quarant'anni, veste decorosamente, porta in mano un cesto.  Cosimo appena la vede resta di sasso.

 

Mad.- Buon giorno don Cosimo.-

Cos.- 'ngiorno...signorina. (confuso, si porta la mano, istintivamente al capo)-

Mad.- Siete meravigliato di vedermi quassù? La zia Tura m'ha detto che avete avuto un grave incidente. Sono venuta per voi, per sapere come state.  E vi ho portato dei dolci... ma vedo che, forse, non è stato poi tanto grave l'incidente...-

Cos.- Eh, la zia Tura ha un poco esagerato...Solo una slogatura, qualche graffio, ma ora sto bene, signorina. Grazie per il pensiero...-

Mad.- Il minimo che potessi fare, don Cosimo. Comunque sono contenta che stiate bene...-

Cos.- (sempre più confuso) Grazie a Dio...-

Mad.- (incerta) Prendete questi dolci, sono per voi.-

Cos.- Troppo gentile, signorina...(prende il cesto e lo posa in casa, mentre Maddalena si guarda attorno come se cercasse un pretesto per restare ancora lì. Cosimo ritorna.)

Cos.- Li mangerò dopo, a cena...-

Mad.- Certamente...(esita, poi attacca come per convincere se stessa) Don Cosimo, vorrei...vorrei approfittare dell'occasione per ringraziarvi. Ringraziarvi per... per l'interessamento che avete avuto per me, in tutti questi anni.-

Cos.- Veramente, io...-

Mad.- Non negatelo, per favore. La zia Tura mi ha detto quello che fate per me. I miei lavoretti a uncinetto, non valgono mica tanto...e voi siete il migliore e forse l'unico mio cliente. Insomma, per la verità, dopo essere stata abbandonata dai miei parenti, vivo quasi esclusivamente di questi ricavi. Come potrei, quindi, non esservi obbligata e grata, molto grata, don Cosimo.-

Cos.- Voi non dovete gratitudine a nessuno. Nessun obbligo avete, e per nessuno! Dovete solo a voi stessa quello che riuscite a fare, sia con le vostre mani fatate, sia con la vostra forza d'animo, donna Maddalena...Siete in gamba, voi.-

Mad.- Questo lo dite solo voi, ma la gente...-

Cos.- La gente?  E lasciate che la gente dica ciò che vuole. Qui, in paese, le malelingue sono più numerose dei funghi dei nostri boschi. Voi siete brava, buona e gentile, e lo dimostra il fatto che vi siete disturbata  a venire fin quassù a ...-

Mad.- ... Don Cosimo, scusate se v'interrompo, ma voi siete molto modesto e profondamente delicato, perchè non fate nessun accenno a ...quel fatto. Fatto che io però ho sempre presente, nella mia mente: quel brutto giorno in segheria... E me ne faccio una colpa, sissignore! ne ho come un rimorso di coscienza.  E dovevo, almeno, venire e parlarvene e dirvi finalmente: grazie! Credetemi io lo rivivo ogni notte quell'incubo.  Ma non per quello che accadde a me - in fin dei conti le volli io le mie disgrazie, perchè sapevo chi fosse Totuccio Bordone quando mi misi con lui - ma per ciò che accadde a voi. E voi eravate innocente come Cristo. Voi lavoravate per i fatti vostri. Fu solo colpa mia! Non dovevo cercare riparo nella segheria, dovevo correre in chiesa.(pausa)

 

Buio. Occhio di bue al centro della scena, dove sta immobile Maddalena con le spalle rivolte al pubblico, come se fosse sull’altare di una chiesa. Musica adatta per un minuto, quindi la donna, lentamente si volta e, facendosi forza, finalmente parla. Prima con voce flebile, poi in crescendo.)

 

Mad.- Confesso lei Padre e a voi tutti, che ho peccato, ho molto peccato! Sono stata l’amante di quell’uomo violento, di Totò Bordone. Dico questo per la mia vergogna e per salvare la vita del mio bambino. Si del mio bambino! Perché sono incinta di quel miserabile approfittatore, che con l’astuzia, l’inganno e la forza mi ha preso e fatta sua! Ed ora mi vuol costringere ad abortire. (con dolore) Ma io non voglio abortire, non voglio! E lui mi perseguita e mi minaccia e mi picchia! Ma anche a costo di diventare l’emblema della vergogna di questo paese, a costo di qualunque sacrificio, a costo d’essere abbandonata da tutti - i miei parenti in testa – voglio avere questo bambino, voglio avere mio figlio! (supplichevole) Perdonatemi tutti, se potete. Perdonate questa povera donna sfortunata che la natura ha fatto così diversa dalla altre donne, per voi sono una puttana. Perdonatemi perché non sapevo. Ora so! Ma non m’importa più di nulla! Avrò il mio bambino d’accudire. Basta!

 

Fine degli effetti luminosi.

 

Mad.- (riallacciandosi alla precedente battuta) E invece corsi verso la prima porta aperta: la segheria e vi immischiai nella mia tragedia. ( rammendando, dolorosamente, il fatto) E rivedo quegli attimi: sbattuta per terra; Totuccio che mi voleva prendere a calci; voi che mi proteggevate con la vostra persona...Ah, come gli tenevate testa a quell'energumeno!  E quando gli deste quel manrovescio che lo fece ruzzolare tra i tronchi, mi sembraste un San Giorgio. E lui tirò fuori il coltello... quindi ...quindi quel vostro scatto all'indietro...poi il  grido e il sangue ( turbinio di luci e suoni drammatici). Ah maledetta sega! Maledetta me!-

 

( A discrezione della regia, si potrebbe far rivivere la scena con una coreografia appropriata, interpretata da due ballerini i quali mimeranno le fasi della lotta tra i due uomini)

 

Cos.- (avvicinandosi) Calmatevi vi prego. Non dite così. Io fui molto, molto imprevidente. Dovevo spegnere il motore della sega. Non pensateci più, acqua passata, vi prego. (pausa)-

Mad.- Io so a cosa state pensando: voi vi state domandando come ho potuto, io, Maddalena Capizzi dei Monforte,  mettermi con un uomo come Totuccio Bordone, e io ve lo dico...-

Cos.- ...no, no! ...ci ho pensato nel passato, ma ora non m’importa - no!-

Mad.- E invece si! Se c'è una persona che ha il diritto di sapere, siete proprio voi! (supplichevole) Per carità, fatemi parlare adesso, che ne ho il coraggio, o non saprò farlo più – mai  più. (pausa) Io...io...non sono una donna come le altre. Io ero, forse sarei, insomma sono più donna delle altre donne. Capite, eh?  Si? Ma che posso farci?  Madre natura mi ha fatto così: Se un uomo mi sfiora, io avvampo di  fuori e di dentro.  Capite?  (pausa) E lui se ne accorse quella sera, quando  al cinema, al buio, mi stuzzicò sapientemente, senza che io nemmeno me ne rendessi conto - ero inesperta e inconsapevole della mia debolezza - ero indifesa! e lui, con arte e malizia, mi fece ubriacare di piacere. Quando s'accesero le luci e mi accorsi chi era, avrei voluto sprofondare all'inferno, - subito!(pausa) Lo respinsi con forza. Ma non si arrese, vedeva vicina la sua vittoria. Ah quel sorriso beffardo sul suo viso brutale. No, non si arrese e ricorse all’astuzia. Tramite la zia Tura, allora, segretamente, mia nemica perché nemica della mia famiglia, mi mandava ambasciate e suppliche e regali che io non prendevo in nessuna considerazione e rifiutavo. Infine, quel delinquente, un giorno, mi preparò la trappola: mi prese con la violenza proprio a casa della zia Tura, presso la quale fui indotta ad andare con uno stratagemma, e giacqui con lui. No, non disgustatevi per questo fatto!  Voi vi dovrete disgustare di ben altro. Voi vi  dovete disgustare di me! di me!  perchè, prima lo respinsi, poi... poi mi avvinghiai a lui e...  lo assecondai!  Capite?  Basta, vi ho detto tutto. Dovevate sapere.-

Cos.- Mi dispiace, donna Maddalena...-

Mad.- Grazie per la compassione...-

Cos.- ...comprensione...-

Mad.-… va bene, comprensione.(pausa) Poi, dopo le botte ricevute a casa della za Tura e poi dopo quelle prese in segheria … voi lo sapete… abortii il mio bambino e la mia vita – là, sopra il bancone della farmacia…  È tutto! 

Cos.- Mi dispiace tanto per le vostre sofferenze. E… e se è per me i fatti trascorsi non contano più nulla, l’importante che adesso stiate bene…-

Mad.- Troppo buono. E adesso buon lavoro, io torno in paese.-

Cos.- Aspettate! Aspettate. Ecco...se volete potete restare ancora un pp’. Infine questo lavoro posso finirlo dopo...-

Mad.- ( guardandolo più attentamente e apprezzandolo) Se vi fa piacere...allora resto volentieri (avvicinandosi al  castagnazzo dondolandosi ).  Ma state demolendo la casa?-

Cos.- Pressappoco. Voglio tagliare il castagnazzo che me la stava spaccando in due.-

Mad.- È un'impresa difficile. Lavorate da solo? ( lo guarda sottecchi)-

Cos.- Si. Veramente, prima, mi ha aiutato un poco don Alfio, il carbonaio. Ma ora sono solo, come potete vedere.- 

Mad.- Ci vuole coraggio, oltre che forza, per cimentarvi in una impresa come questa. Quell'albero è forte, è  maestoso.  (s'avvicina al tronco e lo tocca) -

Cos.- È maestoso, si! (s'avvicina pure lui) Ma mi stava lasciando sul lastrico.  Con la sua mole e con la sua potenza, stava spaccando tutto, vedete? ( nel far vedere le fenditure, Cosimo la sfiora).-

Mad.- (accostandosi con intenzione a Cosimo) Impresa ardua, anche se voi siete forte, molto forte (si volta e lo guarda con ammirazione). -

Cos.- Eh, ma ci vuole la tecnica...(abbassa la testa)-

Mad.- … e i muscoli (tocca il braccio e il petto di Cosimo). E ditemi, (illanguidita) come vivete qui, tutto isolato?-

Cos.- Bene, signorina, bene. Non mi manca nulla. Lavoro ancora in segheria, anche se faccio quasi il garzone, vado a caccia, ho l'orticello... insomma me la cavo.-

Mad.- (facendoglisi più vicina) Siete in gamba, voi. (gli tocca il colletto della camicia, e, intanto guarda  attorno) Siete solo ora? -

Cos.- Si e no...(guarda il castagnazzo)-

Mad.- C'è forse qualcuno che non vedo? -

Cos.- No, di vedere lo vedete...(accenna al castagnazzo)-

Mad.- Lì dentro?  (accenna alla casa)-

Cos.- (confuso) No dentro... ma lì, quello lì.-

Mad.- Nel castagno?-

Cos.- (fa cenno di si col capo) Si e no... insomma...-

Mad.- ...insomma vi intimidisce, vero?-

Cos.- Devo ammetterlo: si!-

Mad.- Non ne capisco la ragione, ma se è così...(guardandosi attorno, poi risoluta) Sentite, ho saputo dalla zia Tura, che qui vicino ce un posto dove ci sono delle bellissime fragole, è vero?-

Cos.- Si, è lì dietro. Ci... ci volete, ci volete venire...-

Mad.- Magari... volevo dire: mangerei volentieri delle fragole... Ditemi, se ci vengo, voi me le coglierete,  me le darete, vero? ( facendo la vezzosa)-

Cos.- Vi darò tutto quello che volete. Venite. (la prende per la mano e la conduce fuori scena da destra). 

 

(A discrezione della ragia, si potrebbe minare la scena d’amore tra i due con una coreografia adatta interpretata da due ballerini)

 

Buio e stacco musicale.

 

Quando riprendono le luci, Cosimo e Maddalena rientrano in scena, sempre tenendosi per mano.

 

Mad.- (languida) Sei veramente come t'immaginavo: forte e pieno di vigore. M'hai fatto rinascere Cosimo, m'hai  ridato la vita.-

 Cos.- Tu l'hai data a me. Io ero ormai un povero relitto umano che si avviava verso una malinconica vecchiaia. Tu, oggi, mi hai insegnato a conoscere l'amore e con l'amore la vita. Grazie Maddalena.-  Maddalena: quante  volte ho ripetuto questo nome sentendomi indegno di  pronunciarlo,-  sapendoti inarrivabile. Tu una nobile, io un boscaiolo.  Sai? anche prima del fatto... io già  ti amavo...ti ho amata fin da bambina, quando ti vedevo in chiesa al catechismo, quando facemmo la prima comunione e tu eri vestita da sposa... bella da morire. Ma inarrivabile per me. Quanto partii per militare, passai e ripassai sotto la tua finestra per vederti, perchè se non ti avessi visto, almeno per l'ultima volta, avrei fatto il disertore. Poi quando tornai seppi di Totuccio. Mi si gelò il cuore...(pausa)Sai, quando l'affrontai in segheria, quello mi disse: Tu fatti gli affari tuoi! Ed io avrei voluto gridargli in faccia: Bastardo! me li sto facendo i fatti miei! questa donna è cosa mia!-

Mad.- Mi dispiace Cosimo, mi dispiace tanto, davvero...Ma non sapevo di te. Per me tu eri solo il figlio del boscaiolo che uno dei muli di mio padre, con un calcione, uccise sul colpo. Eri il ragazzone, timido e riservato, introverso, che non osava neppure salutarmi...Come potevo immaginare? Non osavi...-

Cos.- Per me tu eri sull'altare, ecco.-

Mad.- E come ora sai, - indegnamente.-

Cos.- No, per me ancora - pienamente degna.-

Mad.- Cosimo, mi commuovi e mi fai morire di piacere, con queste belle, bellissime parole che mi permettono di rialzare la testa, guardarti negli occhi, serena,  pulita, fiduciosa.E desidero, e vorrei, e voglio!  essere solo tua, sempre tua!  La tua donna degna e fedele, per ricompensarti di quell'amore che per anni mi hai  taciuto; per il dolore che ti ho causato; per la tua solitudine... e perchè anch'io ti amo.Senti, caro, questa sera, vieni a dormire da me?-

Cos.- Non ci pensi a quello che direbbe la gente?-

Mad.- Tu temi per...  te?-

Cos.- Ci mancherebbe! Temo per te, Maddalena.-

Mad.- Io, ormai non temo più nulla!-

Cos.- Ne sei... sicura?-

Mad.- Sicurissima! Per tutti questi anni, ti ho pensato - forte e generoso - e, veramente lo sei; ti ho aspettato, sapendo che  prima o poi ci saremmo incontrati, ed è avvenuto. Abbiamo fatto l'amore. Ci amiamo!  Adesso basta! Ora non m'importa della gente.  Non m'importa di nessuno!  Solo di te m'importa! Ora più che mai. Ma pensaci: chi mi ha dato una mano in tutti questi  orribili anni?  chi mi ha dato una parola di conforto? un aiuto?  Nessuno! Non ho avuto nessuno!  Nè parenti, nè amici!  Solo tu e zia Tura, per rimorso - suppongo.  E allora voi due siete il mio mondo: tu l'amore, lei l'amicizia. Alla malora tutto il resto.Ti aspetto!  Arrivederci!-

Cos.- ( confuso) Maddalena... ci sarò. ( Maddalena esce. Cosimo parla da solo) Ci sarò, eccome se ci sarò. Ci  sarò perchè è stato sempre il mio sogno vivere con te. Il sogno di tutte le mie sofferenze, di tutti i  miei anni di volontaria solitudine; il mio sogno, unico e solo.  Ci sarò Maddalena, ci sarò!-

Cas.- Che ti dicevo? Tu l'ami!-

Cos.- Tu fatti gli affari tuoi. E pensa che stai per morire.-

Cas.- Ti sei ringalluzzito?-

Cos.- Affari miei! Pensa a te, ti dissi, sei finito!-

Cas.- Non cantar vittoria, Coscimu...-

Cos.- Stai a vedere: olio bene la lama, riempio il serbatoio, impugno l'attrezzo, metto in moto  e via!-

Cas.- Poveri uomini - il famoso curriu!-

Cos.- Zitto! non disturbarmi.-

 

Cosimo mette la lama della motosegna, che reggeva con una sola mano e che teneva ferma con la gamba, alla base del fusto; lavora un pochino, poi si vedono scintille e scoppi, quindi l'attrezzo scaraventa Cosimo a qualche metro di distanza, sulla destra del palcoscenico.

 

( Sempre a discrezione della regia, detta scena potrebbe essere rivissuta con una coreografia interpretata da un ballerino).

 

Cos.- Castagnazzo, che m'hai combinato?  (si tocca la faccia dolorante e resta supino per terra) M'hai fracassato la faccia... -

Cas.- Cosimo, Cosimino, che ti è successo?-

Cos.- Sono rovinato! non posso muovermi, sono come paralizzato, non riesco a muovere le gambe. Che mi hai fatto, Castagnazzo?-

Cas.- Io? niente! Sei stato tu che hai fatto tutto, tu con quella maledetta motosega: hai urtato con la sua lama una grossa pietra lavica che stava fra le mie radici.-

Cos.- Come una pietra? e questo? (si tocca la faccia) e  questo? (si tocca la schiena)-

Cas.- Quell'aggeggio del diavolo, urtando la pietra, s'è imbizzarrita ed è saltata per aria.  Quella t'ha colpito al viso e t'ha scaraventato sullo spuntone roccioso, alle tue spalle.-

Cos.- Me lo sento fitto nella schiena. Che dolore! M'hai rovinato Castagnazzo, m'hai rovinato.-

Cas.- Io sono innocente, te lo giuro su tuo padre!-

Cos.- M'hai rovinato...-

Cas.- Tu hai rovinato me! Guardami: m'hai spogliato dai rami, mi hai segato il tronco, mi reggo appena appena; m'è rimasta solo la corteccia. Non sto certamente meglio di te Cosimo.-

Cos.- Ma tu il prossimo anno avrai virgulti alti due metri..-

Cas.- ...li avrei avuti! Ma tu con quell'arnese mi hai tagliato alla radice. Mi hai tagliato anche l'anima. Tu m'hai portato via anche la vita. Addio, addio, Cosimo con un braccio.-

Cos.- Castagnazzo! Castagnazzo! Non morire... non morire... (Cosimo ritenta ancora d'alzarsi) Castagnazzo,  Castagnazzo mio, sono immobilizzato, ho la mascella  spappolata, non riesco a chiedere aiuto.  Passasse  qualcuno... magari don Alfio. Oddio il vento (si sente il vento sibilare) Il vento,  il vento ti fa oscillare.  Castagnazzo... non t'abbattere, per carità, sono sulla tua traiettoria, ti prego non cadere, non riesco a muovermi.(pausa) È il Maestrale?...Signore Iddio, fa che non sia il Maestrale.  Quello è vento pazzo, imprevedibile, con le sue raffiche...Castagnazzo non oscillare! Ho paura! Una raffica più forte e sarà la nostra fine...Ma che abbiamo fatto, Castagnazzo? Ma che follia! E proprio ora che volevo la vita! proprio ora che avevo  Maddalena, proprio ora!No, no! Cade! Signore iddio mi pento con tutto il cuore...-

 

Con un forte boato il castagnazzo rovina giù.

 

Luci adatte solo a destra: Musica adatta: prima cinguettio d'uccelli, poi calma, sorgere della luna e trillare di cicale, quindi, in sordina una dolcissima sinfonia. Luci che calano, fino al buio completo. Quindi la sinfonia va su e l'occhio di bue illuminerà Maddalena, a sinistra, nel proscenio, intenta ad apparecchiare la tavola per due: Ella metterà la tovaglia di pizzo, il servizio migliore, il vino buono, al centro del tavolo due candeline.  Quindi si siederà e si metterà a lavorare con l'uncinetto.  Da destra entrerà nel cono di luce Cosimo ( egli sarà in maniche di camicia arrotolate e porterà il maglione sulle spalle) che si porterà quasi dietro Maddalena e abbozzerà una carezza sui capelli della sua donna.  Maddalena non lo vedrà, ma quando Cosimo abbozzerà la detta carezza, ella si bloccherà, come se pensasse proprio a quella carezza, poi sorriderà e avrà come un brivido di piacere, quindi riprenderà la sua azione.Intanto Cosimo si srotolerà le maniche della camicia e si abbottonerà i polsini, mentre uscirà dal cono di luce. Maddalena si bloccherà ancora per un attimo, e resterà attenta come se udisse i passi di Cosimo, poi, credendo d'essersi sbagliata, scuoterà la testa in segno di diniego, e riprenderà a lavorare.  L'occhio di bue intanto si restringerà su di essa.  Pochi secondi e si spegnerà, mentre la sinfonia andrà di nuovo in sottofondo. Il tutto durerà un minuto, un minuto e mezzo. Quindi riprenderanno le luci con l'occhio di bue su don Alfio, seduto sul tronco del castagnazzo, a destra. 

Alf.- ( come se parlasse con qualcuno che non si vede in scena) ... a voi sembrerà chissacchè, ma i boscaioli dicono che quella sera, per tutta la montagna, si udì l'eco di un forte urlo, come se fosse il grido di un gigante - dicono.                                                             E forse era il Castagnazzo che urlava acute accuse alla  natura e folli implorazioni al cielo.(intanto si alza e incomincia a uscire dal cono di luce). E quando scoprimmo il fatto (accenna al tronco), qualcuno fece notare che il tronco era contorto, quasi avvitato su se stesso.  E questo - dicono - perchè il Castagnazzo aveva  tentato, fino all'ultimo, di schivare Cosimo con un  braccio.  - dicono. Mah, chissà...si dicono tante cose...si dicono ( e  lentamente esce dal cono di luce e dalla scena).-

Musica e luce che calano e fine.

 

Fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            

                                      “ Era  la notte del Santo Natale.”

            

                                       

 

                                            Favola natalizia in due atti 

                                                                                 

                                                  

 

                                                              di

 

 

 

                                                 Antonio     Sapienza 

   

                                                                   

 

 

 

 

Commedia - Anno 2009 - Personaggi: tre maschili, uno femminile, e un ragazzino.

 

Sinossi:

Nella sera di Natale, una coppia di anziani, Vito e Pina, viene presa in ostaggio, nella propria abitazione, da un rapinatore, lì rifugiatosi allo scopo di sottrarsi alla cattura da parte dei carabinieri.

L’uomo si rivela essere un “ malvivente”  alle prime armi, che ha fallito miseramente la rapina al supermercato, a causa della reazione isterica di una commessa. Ne consegue un confronto serrato tra il rapinatore e Vito; durante il quale si fa chiara la consapevolezza dell’ostaggio, che quell’uomo non è un vero criminale, ma un uomo disperato  (perdita del lavoro per la crisi, sfratto imminente,  e senza un quattrino in tasca). 

Dopo vari colpi di scena, nella notte magica, tutto può accadere.- 

 

La vicenda si svolge tra le ore 21,00 e le 23,00 del 24 dicembre.

 

 

 

 

Torre del Grifo, gennaio 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

 

 

 

 

 

Vito Corsaro……………………..ex commerciante:

 

 

Pina………………………………moglie di Vito;

 

 

Enrico…………………………….rapinatore;

 

 

Nicola……………………………figlio del rapinatore;

 

 

Maresciallo Cucurullo…………..sbirro con il cuore grande così. 

 

 

 

E, inoltre delle voci dal telefono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                        Atto primo

 

 

Sulla scena è stato ricostruito l’interno di un tinello di una casa piccolo-borghese.

A sinistra vi è l’uscio d’ingresso, a destra un altro uscio che porta nelle altre camere della casa. Al centro una finestra con tenda. A destra della tenda vi è un tavolino dove è stato preparato il Presepe; mentre a sinistra vi è un bell’albero di Natale illuminato, con doni e ceste di dolciumi.  

Al centro della stanza c’è un tavolo apparecchiato per il cenone di mezzanotte. Un grosso pendolo è sulla parete sopra lo sparecchia tavola.

All’apertura del sipario, con una musica natalizia, in scena c’è Vito Corsaro, sessantenne, vestito di grigio, con la giacca da camera, che sta armeggiando vicino al presepe. Dopo un minuto entra Pina, quasi coetanea del marito, vestita dignitosamente, ma indossa ancora un grembiule. Ella porta dei bicchieri che dispone sul tavolo. Fine della musica. 

 

Pina – Guarda che il Presepe sta già bene così; non è necessario modificarlo ogni ora, sai…-

Vito – Ma non lo sto modificando, sto solamente sistemando alcune statuette. Guarda questa, per esempio: ti sembra possibile che l’acquaiolo stia così lontano dalle altre statuine? Mi vuoi spiegare come farebbe a dar da bere alle persone, standosene a quattro chilometri di distanza?-

Pina – Ma quello è tutto metaforico, adesso non mi verrai a raccontare della verosimiglianza. Se così fosse, addio Presepe, lo farebbero solo gli artisti… mancati come te.-

Vito – Senti, a me piace farmelo così e non mi importa come lo fanno gli altri. Per conto mio dev’essere più verosimile possibile, per richiamarci in mente quello che presumibilmente, anzi sicuramente, avvenne quella notte. E ora non mi seccare più, che sono in un momento delicato di sistemazione.-

Pina – Io ho il mio momento delicato di sistemazione, con tutti questi bicchieri e posate che mi riempiono tutta la tavola e che mi lasciano poco spazio per le portate.-

Vito – (sempre girato di spalle) E tu fanne di meno portate: te l’ho sempre detto: la cena di Natale dev’essere sobria.-

Pina – E sobrie sarà. Però, una volta che i ragazzi finalmente vengono, affrontando i disagi del  viaggio, per stare con noi durante le feste, non pensi che sarebbero contenti se potessero trovare a tavola i nostri piatti tradizionali?-

Vito – Ehi, (girandosi) ehi, guarda che vengono da Roma, mica dall’altro emisfero.-

Pina – Va bene, vengono da Roma, ma lì non ci sono le nostre specialità. Ogni posto ha le sue usanze. Eppoi a me fa piacere preparargli i miei vecchi manicaretti...-

Vito – …e passi tutto il giorno in cucina…-

Pina- … con vero piacere.-

Vito – E perché questo vero piacere, non te lo fai venire tutti i santi giorni?-

Pina – Perché il Santo Natale viene una volta l’anno.-

Vito – E io, una volta l’anno mangio bene…anzi dovrei mangiare bene, ma datosi che si cena tardissimo, poi ho difficoltà a digerire – e mi fa veleno.-

Pina – Questa volta ho pensato pure a te: c’è il pesce freschissimo e te l’ho fatto bollito con un pizzico di maionese. Così lo digerisci facilmente. Sei contento?

Vito – Grazie tante. Ma guarda un po’: più che contento, sono felicissimo! E che cosa diamine…pesce bollito con un pizzico di maionese…roba da Nababbi! Altro che un insignificante cocktail di scampi, cozze gratinate, spaghettini con sugo di astici…-

Pina – Ma la vuoi finire con questa lagna? Rassegnati! Tu non puoi fare più quello che facevi da giovane, è una cosa naturale, è la vita, bello mio.-

Vito – E hai ragione…Maledetto rene! Che non mi fa più mangiare come si deve. Ma tu guarda l’ironia: da ragazzo, quando potevo mangiare fino ad abbuffarmi, senza problemi digestivi, non avevamo in casa nulla da mettere sotto i denti – a causa del dopoguerra; poi , quando potevo permettermi il lusso di farmi qualche buona mangiata, si ci è messo questo capriccioso rene. E’ una vera disdetta.-     

Pina – E, via, non passare da un estremo all’altro: in fin dei conti, da quando siano sposati - che eri appena trentenne - e fino oltre i cinquant’anni, te ne sei fatte tante e tali di mangiate... Dai non fare la vittima.-

Vito – E non poteva durare questo stato di grazia per qualche decennio ancora?-

Pina – Non ti lamentare…c’è gente che sta peggio di te.-

Vito – (rassegnato) Amen.

Pina – Dai, aiutami, continua tu ad apparecchiare, io controllo l’arrosto.(esce)-

Vito – (lentamente, cantando sottovoce e poi fischiettando un motivo natalizio, si appresta ad eseguire) Comandi signora…

Era la notti d’o Santu Natali,

nta li casi si mangiava e biveva,

e Gesuzzu nta la grutta chiangeva,

senza nenti di putiri mangiar…-

 

Meno di un minuto, e si sente partire un’auto sgommando.

 

Vito – (infastidito dallo stridore delle gomme) E che maniera…e cos’è questa fretta. Poi dicono che ci sono troppi incidenti stradali – anche in città.-

 

Vito continua ad apparecchiare, ma di tanto in tanto, si reca vicino al presepe e sposta qualche statuetta. Il pendolo batte le 21. Suonano alla porta.

 

Pina – (dalla quinte) Hanno suonato…saranno i ragazzi?-

Vito – (andando ad aprire) Ma no, (un’occhiata all’orologio appeso alla parete) sono ancora appena le nove. Quelli, a quest’ora,  sicuramente, saranno ancora in volo. (risuonano con insistenza) Vengo, vengo, e che premura… chi è?(apre)-

 

Vito fa appena in tempo a togliere la chiusura che la porta viene spalancata ed entra un giovane col capo coperto da un passamontagna e con una pistola in pugno. –

 

Rapinatore- (puntandogli l’arma sul volto e chiudendo subito la porta) Zitto o se morto!-

Vito – (frastornato) Ma…cosa…che diamine…-

Pina – ( affacciandosi) Chi è?-

Rapin – Tu vieni qui, a fianco a lui! (afferrandola per un braccio e mettendola affianco di Vito) Zitta a sei morta!-

Pina- Gesù mio, un bandito! Oddio, ancora…-

Rapin - Ho detto zitti! (li minaccia con l’arma, mentre si pone in ascolto dietro la porta, poi guarda attraverso le tende della finestra) Zitti o vi ficco in testa una pallottola!-

Pina – Madonna bella, ci risiamo. (parlando a bassa voce)-

Vito – Ma no…(idem)-

Pina – Questo, stavolta, ci ammazza.-

Vito – Buona Pina, stai calma, eh? non lo innervosiamo.-

Pina – Ma Vito…-

Vito – Calma…credo che non ce l’abbia con noi.-

Pina – Ma io ho paura lo stesso.-

Vito – Va bene, ma calmati e fai gestire la situazione a me. D’accordo?-

Pina – Come vuoi, ma mi raccomando…-

Vito – Non ti preoccupare, tu però stai tranquilla, buona…-

Rapin.- Ho detto zitti e non fiatate!-

 

I due, uno vicino all’altra, si zittiscono, mentre il rapinatore lasciata la finestra, va verso la porta  e poggia l’orecchio, in ascolto. Suona il telefono.

 

Rapin.- (a Vito che si era mosso) Tu, non muoverti, non rispondere.-

Vito – (vedendo che il telefono continua a suonare e parlando con calma) Guarda che potrebbe essere mio figlio che chiama… e se non rispondessimo, quello potrebbe avvisare i carabinieri…ci sa dentro, in casa, ad aspettarlo.-

Rapin.- ( indeciso) Va bene, rispondi, ma guai a te se ti lasci sfuggire qualcosa sulla la mia presenza. Anzi metti il viva voce, voglio sentire!-

Vito – (avvicinandosi all’apparecchio e eseguendo) D’accordo. (poi al telefono) Pronto?-

Voce- Papà, sono Gino, siamo ancora in aeroporto, il volo è stato annullato.-

Vito – Come annullato? E come farete a raggiungerci? Non ci sono altre possibilità?-

Voce – Papà, stiamo cercando…vediamo con qualche altra compagnia…ma è difficile. Qui siamo centinaia di passeggeri che siamo rimasti a terra, è un caos.-

Vito – Ma con quale razza di compagnia hai prenotato?-

Voce- Non è colpa della compagnia. E’ il personale di terra dell’aeroporto, che ha fatto uno sciopero improvviso, e questa volta sono stati i tacchinari.-

Vito – Chi?-

Voce – I tacchinari, cioè il personale  che mette i tacchi nelle ruote degli aerei, quando stanno fermi, nelle piazzole.-

Vito – Ah, i tacchi? E per dei semplici tacchi non si può più partire? E nessuno altro li può togliere? E si lascia la gente a terra? se fossi io lì, li leverei con le mie mani!-

Voce – Papà, ci sono regole sindacali…la sicurezza, insomma, dobbiamo aspettare. Comunque ti terrò informato. Adesso ciao, vado a raggiungere Giulia e Vituccio. –

Vito- (posando lentamente l’apparecchio) Ciao…ciao…(a Pina) Hai sentito?-

Pina- Ho sentito, bella roba (guardando fosca il rapinatore)… ma tanto il Natale era già rovinato.-

Rapin. – Stai zitta! Che non sei la sola ad avere il Natale rovinato…ci sono quei lavoratori lì, in aeroporto, che non  hanno solo il Natale rovinato, ma tutto l’anno  - intero, perché saranno licenziati!-

Vito – Scusa e tu che ne sai?-

Rapin. – Ma non leggi i giornali? Quelli scioperano per conservare il posto di lavoro che è in serio pericolo!-

Vito – E non potevano proclamare lo sciopero in anticipo? Anzicchè lasciare i passeggeri a terra, con tutti i disagi immaginabili? O non ci sono più regole sindacali? Quali, ad esempio, la proclamazione dello sciopero con almeno quindici giorni di anticipo, e la pace sindacale per i periodi dell’anno più significativi: tipo Natale, Pasqua…-

Rapin. –… Santo Stefano e capodanno. Ma stai zitto, vecchio oscurantista! Ai padroni bisogna colpirli sul collo, altrimenti non  mollano…-

Vito - …e ci vanno di mezzo i malcapitati passeggeri, che dopo mesi di lavoro, vogliono godersi qualche giorno di vacanza, magari coi famigliari…chessoio, con i vecchi genitori, ecco; e invece trascorrono la festa sedute sulle valigie, nell’aerostazione. A questi malcapitati, tu e tutti i tuoi lavoratori dello sciopero selvaggio, non ci pensate?-

Rapin. – Ci pensiamo…o perlomeno loro ci pensano e forse se ne dispiacciono, ma questi sono periodi in cui prendi i padroni per le corna.-

Vito – Chiedo scusa, ma per me sono azioni molto, ma molto discutibili.-

Rapin. -  Sono tue opinioni. (gesto di indifferenza, poi rivolto a Pina) E l’elenco non è finito: a causa della crisi, ci sono anche i lavoratori precari che saranno lasciati a casa senza stipendio, quelli che sono già disoccupati da prima…e i poveracci di sempre. Per essi, e per le loro famiglie, sia il Natale e che gli altri 364 giorni, sono tutti rovinati. E alcuni di loro saranno fortunati se potranno mantenere ancora la casa. E ti lamenti tu che hai (si guarda attorno) una comoda casa, l’albero di Natale riccamente addobbato, il Presepe (guarda meglio) con le statuine in terracotta,  la tavola apparecchiata per una ricca cena natalizia, e di là avrai preparato, certamente, il ben di Dio. 

Ma tutti quei sfortunati lavoratori, tutto questo tuo benessere non possono vederlo neppure col cannocchiale, anzi moltissimi non sanno neppure cosa sia stare bene; non sanno neanche se esiste davvero un tale benessere o se è soltanto illusoria pubblicità televisiva.-

Pina- Non sono cieca! Certo che lo so. Non scopristi tu l’America!-

Rapin.- E allora non ti lamentare!-

Pina – Io non mi lamento. E mi dispiace per tutti quei poveretti, ma se noi abbiamo ciò che tu chiami benessere, lo dobbiamo a quarant’anni di duro lavoro di quel signore (accenna a Vito) che si è tolta la vita a lavorare e ci ha rimesso pure la salute per…per…un incosciente - come te, ecco!-

Rapin.- Va bene, ma il lavoro lo aveva, e ne ha avuto per quarant’anni.-

Pina – No caro il mio signor vittima del sistema, egli il lavoro se l’è creato dal nulla. Infatti ha aperto una sua attività commerciale giovanissimo, rischiando in prima persona, caro il mio signor sentenzioso, che, come ti dissi, ha dovuto poi lasciare a causa…beh, lasciamo perdere!-

Rapin.- E lascia perdere, ma abbassa la voce!-

Pina – L’abbasso, l’abbasso. E ora mi domando: Cosa c’entrano tutti questi discorsi con te e con noi?-

Vito- (rivolto al rapinatore) Oh, benissimo, meno male, fine delle divagazioni sindacali e andiamo al sodo: Ti chiedo anch’io: cosa c’entra tutto questo comizio con te e con noi?-

Rapin.- Con voi sicuramente nulla. Ma per certe organizzazioni, si.-

Vito -  Non avranno mica fondato il sindacato dei rapinatori?–

Rapin.- Spiritoso. Va bene và, ho capito: tutti e due siete dalla parte dei padroni e non comprendete nulla! Vuol dire che ve lo spiegherò in altri termini (mostra l’arma) – dopo magari, se sarete ancora vivi. E ora zitti e buoni. (torna ad ascoltare alla porta, poi va di nuovo alla finestra)-

Vito – Grazie per l’avvertimento, che caldamente apprezziamo. E già che ci siamo, visto che siamo poveri di comprendonio, nell’attesa di spiegarci le tue teorie sindacali, saresti così gentile da dirci, almeno, cosa vuoi da noi?-

Pina – Ma i nostri soldi, cosa può volere un rapinatore?-

Vito – (fa cenno a Pina di calmarsi) Pina…-

Rapin.- Calmati, eh? Voglio per prima cosa che ve ne stiate zitti e che non mi facciate perdere la pazienza provocandomi! ( a Pina) Sareste voi i primi a rimetterci, statene sicuri. (a Vito) Io prendo le parti dei poveracci…come me, capito? (a Pina) e dei tuoi pochi spiccioli che tieni in casa, non me ne faccio nulla. (quasi tra se) Sta a vedere che ora faccio una rapina solo per comprarmi le caramelle.-

Vito – E hai indovinato, in casa abbiamo si e no cento euro. Li vuoi? Sono pochi? Vuoi anche il bancomat? Ti do il codice, potresti prelevare fino a duecentocinquanta euro e avrai fatto la tua brava giornata...-

Rapin.- (interrompendolo bruscamente) Ma smettila, per chi mi hai preso?-

Vito - Allora, insomma, in definitiva, se non cerchi i nostri soldi, perché sei entrato in casa, armato e mascherato? si può sapere cosa desideri da noi?-

Rapin.- ( sempre in ascolto, poi ironico) Desidero, anzi voglio, soltanto passare in vostra simpatica compagnia qualche ora, e poi, me ne andrò. (deciso) Ma nel frattempo, badate a voi!-

Vito – Ma perché? Non capisco.-

Pina –Questo tipo non mi convince…-

Rapin.- Voi non dovete ne capire ne convincervi, dovete solamente stare zitti!-

Vito – Ma…-

 

Suona il citofono. Vito, istintivamente, sta per muoversi per rispondere.

 

Rapin. – Non rispondere! (quasi isterico)-

Vito – (facendo ampi gesti di calma) Come vuoi, stai calmo, per favore. Però, chiunque fosse, sa che siamo in casa, la luce accesa (fa cenno al lampadario) si vede dalla strada.-

Rapin.- Non m’importa!-

Vito – Per me stai sbagliando. Se non rispondo chi mi cerca, chessoio - forse un parente, un vicino, potrebbe preoccuparsi e salire su…- 

Rapin.- E’ vero, hai maledettamente ragione. Allora rispondi e…attento a quello che dici! E soprattutto non farlo salire, capito? (gli mette l’arma dietro la nuca).-

Vito – (prende il citofono e risponde con calma) Chi è? Si sono Corsaro…ah siete voi maresciallo Cucurullo…( il rapinatore, sobbalzando, gli punta la pistola fra gli occhi) Si, ditemi…se ho visto dalla finestra, qualcuno salire in macchina e partire velocemente?  No, mi dispiace, ho solo sentito sgommare per strada, ma non mi sono affacciato. Ah, va bene…certo… ah, se ho visto qualche estraneo nelle scale del condominio?  No…non ho…non ho visto…nessuno… va bene, sto in campana… naturale: se vedo qualche estraneo al condominio, o sento qualcosa di sospetto vi avviserò immediatamente.  Certamente. Ma, scusatemi, chi cercate?...(pochi secondi di ascolto) Ho capito, allora in bocca al lupo. (poggia il citofono, poi si rivolge ai presenti) Cercano due rapinatori armati, che hanno tentato di rapinare la cassa del supermercato sotto casa nostra…ma non hanno fatto in tempo a portare a termite il colpo, perché una cassiera s’è messa a gridare… debbono essersi spaventati e sono fuggiti, a mani vuote, in macchina; almeno uno sicuramente…ma li prenderemo, dice Cucurullo. (poi al rapinatore) Sei uno dei due?-

Rapin. – A te non interessa.-

Vito – Il tuo complice ti ha mollato, vero?-

Rapin. – Era nervoso…-

Vito – E tu?-

Rapin.- Io? Sono calmissimo, e se state anche voi calmi, fra qualche ora, quando quelli lì sotto ( indica la finestra) se ne saranno andati, me ne andrò pure io, e tutto sarà finito… senza che nessuno si faccia male (calca la parola come minaccia, poi si avvicina alla finestra e sbircia fuori, attraverso le tende)-

Vito – Non ti preoccupare, il maresciallo Cucurullo è un mio vecchio amico, non salirà, avrà creduto a quello che gli ha detto.-

Rapin. – Non è lui che mi preoccupa, in questo momento.-

Vito – Il tuo complice?-

Rapin.- No, quello è già lontano.-

Vito – Scusa, e allora?-

Rapin.- E allora, fatti i fatti tuoi. (scruta fuori)-

 Vito – Va bene, va bene, me li faccio…ma tu non mi sembri…insomma non sei…un vero malvivente, o mi sbaglio?-

Rapin. – (allontanandosi dalla finestra) Bisogna vedere che cosa intendete per malvivente: se pensate a uno che vive male, allora avete ragione: sono un malvivente, molto malvivente.(passa al voi)-

Vito – Intendevo malvivente, cioè uno che fa del male agli altri…-

Rapin. – Ah, vi riferite hai padroni? Beh, quelli sono tutti malviventi - delinquenziali!-

Pina – Ma guarda questo…-

Vito – Non fare lo gnorri, che tu hai capito benissimo cosa intendevo dire. Tu…tu sei , come rapinatore, alle prime armi, evvero?-

Rapin. – Ma dove avete fatto esperienza in fatto di rapinatori? Certo, infatti, avete indovinato. Ma non perché sono un rapinatore novellino, come voi pensate, sarò meno determinato a non farmi prendere. E voi siete responsabili, di tutto ciò che potrà succedere qui - di spiacevole, se mi fate scoprire…e quindi anche della vostra…salute. Uomo avvisato…-

Pina- Ma che ti abbiamo fatto?-

Rapin.- A me? Nulla! Bisogna vedere cosa avete fatto agli altri.-

Vito – Senti non sentenziare su ciò che non conosci, non è prudente e potresti prendere giganteschi e pericolosi abbagli. Scusami, sai. (duro, poi conciliante) E dimmi, giovanotto, tu, da quello che capisco, fino ad ora  non hai rapinato nessuno - neanche il supermercato di giù. Ecco, come malvivente delinquenziale sei un principiante e pure al primo colpo…o sbaglio?-

Rapin. – Non sbagliate. Ma come malvivente di una vita da cani, si, sono anziano, molto anziano.-

Vito – Davvero? Interessante. E ti dispiace, se, nell’attesa di passare queste prossime ore con te, per ingannare il tempo, tu ce ne parli di questa “malvivenza”? Magari (accenna all’arma) senza quella cosa puntata verso di noi?-

Rapin.- Ma siete in voi? I fatti miei non li racconto al primo venuto.-

Vito – Beh, per la precisione io sarei il primo…trovato.-

Rapin.- Siete spiritoso? Comunque, ecco, va bene, va bene, voi mi sembrate una brava persona e perciò non avrei nulla in contrario a parlarvi, tanto... Però, però sempre che vi manteniate calmi e zitti. Allora, si, che potremo discorrere, e magari fare passare un’altra ora, altrimenti…-

Vito – Basta con le minacce, per favore. E che cosa…noi ci teniamo alla nostra pelle, non siamo così stupidi… Dai, puoi stare tranquillo, non tenteremo di farti scoprire, hai la mia parola. Quindi se ti va parlaci della tua vita da cani, magari per sfogarti, ti ascolteremo con interesse. Altrimenti lasciamo perdere: vuol dire che ce ne staremo tutti zitti e buoni a meditare su tutte le cose strane che stanno accadendo, in questa santa notte, nell’attesa che passi il tempo. E che tu, come hai ripetutamente affermato, ci…privi della tua presenza. Allora? Cosa che ne dici?-

Rapin.- Ma perché, dico io, dovrei parlarvi di me; e perché dovrei farvi delle confidenze? Perché mi dovrei fidare di voi?-

Vito – Perché per te non cambia nulla: ti fidi o non ti fidi, devi necessariamente aspettare che il tempo passi. Eppoi, non sei armato?-

Rapin.- (guardando la pistola) Già, è vero.- 

 

Momento di pausa di riflessione del rapinatore. L’orologio batte le ore 22.00

 

Vito – Dunque?-

Rapin. – (iniziando a parlare con difficoltà, poi decidendosi) Ma si, tanto vale… passiamolo questo tempo, così parlando, vi aiuterà a stare più buoni. Poi la mia storia, d’altronde, è uguale a quella di altre migliaia di disperati come me, e non servirà certo per farmi rintracciare. 

Ecco: Sono disoccupato da sei mesi: licenziato in tronco per riduzione di personale. Sono senza una euro in tasca e nessuno mi fa credito. A casa mia non c’è più nulla nel frigorifero, ho moglie e  bambini da sfamare e una pigione da pagare, pena lo sfratto immediato…e tutto questo senza una benché minima  prospettiva di lavoro. Più malvivente di così.-

Pina- Ma il sussidio di disoccupazione non te lo danno?-

Rapin. – Se fossi stato ingaggiato regolarmente, si certo. Ma ero – precario, ed ho lavorato per le agenzie a tempo determinato, quindi niente diritti per quelli come me.-

Vito – E allora hai pensato alla scorciatoia… e con dei bei compagni…-

Rapn. – Già. Quello che è scappato era un mio collega disoccupato anche lui, ma non aveva i nervi saldi…aveva paura…e quando ha sentito quella donna urlare, si è fatto prendere dal panico ed è fuggito - senza aspettarmi.(va di nuovo alla finestra)-

Pina – E sei venuto da noi…-

Rapin. - E che? dovevo farmi prendere? No, mai! Cosicché, nella fuga, ho visto il vostro portone aperto e mi ci sono ficcato, poi ho suonato ad una porta, a caso. Naturalmente spero che nessuno mi abbia visto.-

Vito – Tombola!-

Rapin.- Perché tombola? Non è mica detto che mi abbiano visto. Ancora niente è perduto. Non sono in trappola! C’è solo d’aspettare zitti e buoni e non si farà male nessuno... speriamo…ma, almeno fino a ora, mi sembra che stia andando tutto abbastanza bene.-

Pina – Non per noi che innocentemente ci siamo cascati.-

Rapin.- Già, non sempre si ha fortuna.-

Pina – Che rapinatore spiritoso.-

Vito – Va bene, siamo coinvolti nei tuoi guai e speriamo bene - per ora. 

Ma adesso io vorrei fare questo ragionamento, e correggimi se sbaglio: se hai deciso di risolvere i tuoi problemi in modo delinquenziale, cioè rapinando, la galera, prima o poi, te la dovresti aspettare. E allora, in questo caso, se ti dovessero prendere, che cosa avresti risolto?-

Rapin. – Dobbiamo per forza ragionare? E ragioniamo. La galera? Beh, quella era nel conto, si; ma dopo un buon colpo andato a segno e con i soldi a casa; e non col colpo fallito e con la fame in famiglia; Cioè cornuto e mazziato! Suvvia, signor Corsaro, e sforzatevi di capirmi…-

Vito – Io ti capisco…certo, ti capisco. Ma senti, cosa facevi prima di…( fa cenno alla pistola)-

Rapin. – Prima di…facevo il tecnico di...di… insomma il tecnico.-

Vito – Professione egregia. E come mai non ne hai trovato altro impiego, magari con le Agenzie?-

Rapin. – Perché c’è la crisi, o non leggete i giornali?-

Vito – (pensieroso) Già, la crisi… e non potresti trovare un lavoro diverso?-

Rapin. – Io so fare solo quello… e anche ammesso che mi voglia accontentarmi del primo lavoro che mi capita, trovarne un altro, oggi, è quasi impossibile, chi è in grado di offrirtelo? Sapessi quanto ci ho provato, e sempre picche! Questi sono tempi troppo difficili, la crisi è mondiale e la manna dal cielo non cade più.-

Vito – Ma …ma ti adatteresti, nel caso che…-

Rapin.- … certo che si! Mi adatterei, sicuro… ( va verso la finestra e guarda per strada, poi a Vito) Ma se mi sono adattato finanche a rapinare, figuratevi… (guarda fuori con più attenzione, poi apre la finestra e a cenni, e a fischi, disperatamente tenta di cogliere l’attenzione di qualcuno lì fuori. Quando ci riesce, gli fa cenno di salire).-

Pina – Hai visto il tuo complice? (allarmata) Me ne porti dentro un altro?-

Rapin.- Non è il mio complice…( a Vito) adesso aprite pian piano la porta, e non  appena scorgete un bambino, fatelo entrare.-

Vito – Sicuro che non me ne porti dentro un altro, vero?-

Rapin.- Zitto per favore. E’ soltanto un bambino. Apra.-

Vito – (eseguendo) Un bambino? Oh, bella questa…-

Rapin.- Zitto, per piacere, e fate come vi dico.( si pone dietro la porta)-

Vito- (scorgendo il bambino) Ehi, psss, da questa parte.-

 

Entra un bambino di otto-nove anni. E’ Nicola, il figlio del rapinatore. Fermo di scena, musica adatta e fine primo atto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Secondo atto

 

Stessa scenografia dell’atto precedente. All’apertura del sipario, in scena ci saranno Vito, Pina, il rapinatore e il bambino. Fermo di scena. Con musica adatta riprende la scena.

 

Bambino- (entrando circospetto) Pa’ dove sei?-

Rapin.- (nascosto da Vito, sottovoce) Sono qui Nicola…entra e parla piano.-

Nicola – (si guarda attorno) Stai bene? Tutto a posto?-

Rapin. – Si sto bene, tutto a posto.-

Nicola – Tutto sotto controllo? sicuro?-

Rapin. - E piantala! Piuttosto, hai notizie di…-

Nicola – E’ scappato come una saetta, sgommando come Vettel.-

Rapin.- Speriamo almeno che non s’ammazzi…-

Nicola - …perché, non sa guidare?-

Rapin.- No, pensavo ai suoi nervi, sai com’è lui quand’è agitato; già una volta è andato a sbattere.-

Nicola – Mamma mia, e se mette anche sotto qualcuno?-

Rapin.- Speriamo di no. E dimmi, i carabinieri sono ancora in strada?-

Nicola – Sono sparsi in giro, fanno domande a tutti qui intorno. (come se si accorgesse ora di Vito e Pina) waw! Questi sono tuoi ostaggi?-

Rapin.- Ostaggi? Beh, per adesso si.-

Nicola- Bello, bravo capo, preciso come nei films.-

Vito – Ma guarda questo…-

Rapin.- ( a Nicola) Zitto e porta rispetto.-

Nicola – Okay capo.-

Vito – Si, caro, siamo suoi ostaggi, e speriamo ancora per poco. ( guarda il rapinatore) Nevvero?-

Rapin.- Dipende…-

Vito – Bene, dipende… Allora, nel frattempo, mi vorresti presentare questo baldo giovanotto?-

Rapin. – Questo è Nicola, il più grande dei miei figli.-

Vito – (scandalizzato) E tu vai a rapinare col figlio al seguito?-

Nicola – (con aria d’importanza) Io faccio il palo.-

Pina- (al rapinatore ) Gesù, Giuseppe e Maria. Incosciente, padre snaturato, e che bell’esempio che dai al figlio…-

Rapin. – Non avevamo trovato chi ci facesse da palo. Eppoi con Nicola abbiamo fatto un patto: quello che stavo facendo io adesso, era per un caso di estrema necessità; e lui non lo avrebbe dovuto rifare - mai. E’ vero Nicola?-

Nicola – Certo, e gliel’ho anche giurato.-

Pina – Incosciente…portarsi un bimbo a rapinare, con questo tempaccio…(avvicinandosi al bambino) ma questa creatura sta tremando dal freddo. Vieni con me Nicola, ti do qualcosa di caldo.-

Nicola – Guardi che non sono una creatura, ma un quasi uomo…(dopo, con golosità visibile) Che, mi fa la cioccolata?-

Pina – Anche, anche…vieni.- 

Rapin. – Grazie lo stesso, signora, ma lei non può allontanarsi da qui…per favore.-

Vito – Resto io come ostaggio, lasciala fare (tra l’ironico e il serio).-

Rapin. –(confuso) …se è così…-

Pina – E’ così, stai tranquillo bell’imbusto. Vieni con me giovanotto. ( stanno per uscire)-  

Vito - (sempre pensieroso, passeggia per la stanza, poi, come se avesse preso una importante decisione) Mi faresti fare una telefonata?-

Rapin.- Se vi fermaste un pochino, perchè mi state facendo girare la testa; e se mi dite a chi fate la telefonata; e, soprattutto, se non mi tradite… la faccia pure. (passa al lei)-  

Pina – ( fermandosi sulla soglia) Cosa ti passa per la mente, Vito? -

Vito – Voglio telefonare a Giannuzzi, vediamo cosa si può fare per questo giovane…-

Pina – Ma vorresti impegnare Giannuzzi per un criminale, e, perdippiù corruttore di figli.-

Vito – Va bene, va bene. Ma ancora non lo è…del tutto. Casomai potrebbe diventarlo. Lasciami tentare, per favore.-

Pina – Fai, anche se non sono d’accordo. (sottovoce) E proprio per lui…(esce)-

Rapin.– Che ha in mente? Guardi che non sono a sua disposizione. Stia attento!-

Vito – Niente di grave non temere…mi lasci fare un tentativo? E’ per darti una mano.-

Rapin. – Che mano? Quando mai! Per che cosa? E perché lo dovrebbe fare? Non mi sta tendendo una trappola?-

Vito – Ma che trappola. Voglio solo aiutarti, se me lo permetti. Guarda, col telefono siamo ancora a viva voce, ascolta la telefonata, dopo mi dirai. Dai, fidati… che dici, la faccio? va bene?-

Rapin. – (titubante) La faccia pure, vediamo cosa ne vien fuori…ma per me…(pessimista. Intanto si pone accanto al telefono, con la mano vicino alla forcella.)- 

Vito (avvicinandosi al telefono e facendo il numero) Pronto Giannuzzi?    

Voce – Si, sono io, chi parla?-

Vito – Sono Corsaro. Come va? –

Voce – Benone Corsaro. A che devo?-

Vito – Per prima cosa ti volevo fare gli auguri di buon Natale, poi ti vorrei rivolgere una preghiera…-

Voce – Che preghiera e preghiera, per te sono sempre a disposizione: Intanto ricambio gli auguri, poi dimmi, cosa posso fare?-

Vito – Probabilmente… forse… nel caso… insomma avrei bisogno di sistemare un… bravo giovane…con un lavoro dignitoso, tu potresti aiutarmi?-

Voce-  Corsaro, sai benissimo che ti sono e ti sarò sempre debitore, quindi non ti resta che parlare: dimmi chi sarebbe questo giovane e cosa sa fare?-

Vito – Grazie, sempre gentile. Ma mica te lo sto chiedendo per… non ci pensavo neppure…è perché ci sono delle circostanze gravi e molto, ma molto urgenti… insomma, grazie per la disponibilità. 

Ecco, questo giovane è uno specializzato, un  tecnico, ti può interessare?-

Voce- Un tecnico? Di che cosa?-

Vito – (rivolto al rapinatore) Di che cosa?-

Rapin.- Di…di…-

Vito – Suvvia, e fidati.-

Rapin.- Di laboratorio chimico.-

Vito – E’ un tecnico di laboratorio chimico.- 

Voce – Tecnico di laboratorio chimico? Accidenti. Beh, certo mi sarebbe molto difficile trovare qualcosa per lui, con quella qualifica…sai siamo in crisi…abbiamo ridotto il personale tecnico e impiegatizio …però, senti, se questo giovane accettasse un posto di aiuto magazziniere, potrei accontentati, anche subito; perché l’operaio addetto, si è infortunato in questi giorni, e ne avrà per qualche mese: sai, rottura della tibia e del perone, non so se mi spiego...-

Vito – Mi dispiace per il tuo operaio. Grazie, sei sempre un amico. Aspetta che chiedo all’interessato, ce l’ho qui, proprio davanti a me: allora? (fa cenno al giovane).-

Rapin. – (sbalordito) Arrivate a tanto? Mi date un lavoro? Ma che siete benefattori? Che volete che vi dica: Se non c’è inganno…beh, forse accetterò!-

Vito – Ha detto che sei un angelo e un benefattore, e che forse accetta.-

Voce – Eh, calma con le parolone. Se ti sta bene, mandamelo lunedì mattina.-

Vito – Grazie assai Giannuzzi, ti darò conferma, e…a buon rendere.-

Voce- Ma che dici. Tu mi hai già reso un favore impagabile, e non lo dimenticherò mai. Ciao e buone feste.-

Vito  - Altrettanto a te. Ti saluto. (rivolto al giovane) Ebbene, gliela diamo la conferma? che ne dici? Accetti?-

Rapin.- (titubante) Vorrei accettare, dovrei mettermi nelle sue mani; ma se rischia lei, perché non dovrei rischiare io?-

Vito – Benissimo. Sei saggio.-

Rapin. – Signor Corsaro, la prego, sul suo onore, non ci sono trucchi?-

Vito – Ma sei tosto! Benedetto Dio, sei proprio diffidente. Certo che no!-

Rapin. – Sa, di sberle, dalla vita, ne ho preso anche troppe, quindi ci vado cauto. Ma ora voglio crederla. Debbo crederla.- 

Vito – Bene, e allora cominciamo col toglierti quel coso…( accenna al passamontagna)-

Rapin. – (perplesso, titubante, poi eseguendo di colpo) Fatto.-

Vito – E di quella che ne facciamo? (indica la pistola)-

Rapin. – (guardandola e soppesandola) Avete un nipotino? Gliela potete regalare: è un giocattolo. (gliela porge)-

Vito – No, il mio nipotino è troppo piccolo per quest’affare. Che ne diresti se la buttassimo nella spazzatura?-

Rapin. – Perfetto. (entra Pina con Nicola il quale mangia una fetta di torta, e che si erano fermati sull’uscio e hanno ascoltato) Ecco signora, ci pensi lei ( intanto battendosela sul ginocchio, la rompe)-

Pina – (più sbalordita che mai dal corso degli eventi) Certo…dammi…la getterò via. (la prende e la poggia sulla sedia)-

Vito – Piccolo uomo, hai sentito? Sei contento? tuo padre andrà a lavorare… anzicchè… (imita con le dita la pistola).-

Nicola – (con la bocca piena) Certo, contentissimo grazie, siete troppo buono... però, a fare il palo mi divertivo.-

Rapin.- Nicola!-

Nicola – (con aria angelica) Ne vuoi papà? (offre la torta)- 

Rapin. – (con occhiataccia) No, grazie, mangiala tu.-

Vito – (osservando prima la scena divertito) Ecco, questo è l’indirizzo di Giannuzzi (glielo scrive su un foglietto e glielo porge).-

Rapin. – La ringrazio, lunedì sarò lì.-

Vito – Senza ripensamenti? (il giovane annuisce) Puntuale? (idem) Posso confermare? (idem) E ora mi dica il suo nome.-

Rapin. - Non la deluderò. Mi chiamo Enrico Traversi, e… continui a darmi del tu, per favore.-

Vito – (Tendendo la mano) Piacere signor Traversi…questa è mia moglie Pina (Pina fa un leggero inchino, ma non da la mano)…e adesso vorrei bisogno di ritelefonare a Giannuzzi, è d’accordo? (cenno affermativo di Enrico. Vito compone il numero, Pina è leggermente contrariata) Pronto? Giannuzzi? Si sono ancora io. Senti ti chiamo per confermarti quel favore che ti ho chiesto, e vorrei darti il nominativo del giovane interessato.-

Voce – Okkay. Dammelo, prendo un appunto.-

Vito – Si chiama Enrico Traversi.-

Voce – Benissimo, lo aspetto per lunedì. Digli di presentarsi direttamente a me. Ah, fagli portare il libretto del lavoro.-

Vito – Contaci. Sei una cannonata, Giannuzzi. Grazie ancora e buon Natale a tutti voi.-

Voce – Anche a te…pensionato sfaccendato.-

Vito – Senti chi parla: l’imprenditore accanito. Statti bene. (chiude).  

Enrico. – Santo Dio, ho un lavoro e sarò pure ingaggiato. Io…io…non ci posso credere…ma esistono ancora persone buone a questo mondo?-

Vito – Come hai potuto constatare, qualcuna ancora c’è: Giannuzzi per esempio.-

Enrico – E lei, e la signora.-

Pina – (schermendosi) Ecco, veramente…-

Vito – Noi? Macchè. Ti è sembrato che lo siamo stati? Ma no! Ci trovavamo solamente in… situazione di grave necessità. (scherzoso, col gesto mima la pistola).-

Enrico – Si, ci credo, ci credo proprio (ironico)…Signor Corsaro, la signora Pina, parlando di lei, ha accennato che col lavoro ha avuto seri problemi... anche per colpa di qualcuno. Sono curioso di sapere che attività svolgeva e come mai ci ha rimesso la salute. Cosa le è successo?-

Vito – Vecchie storie…-

Pina – Che è meglio non rivangare…(fa cenno al bambino) Vieni ti mostro la collezioni di Presepi. (se lo porta nell’altra stanza)-

Rapin.- La prego, mi interessa - veramente.-

Vito – Se è così…tanto il tempo deve passare.(pausa, poi inizia quasi in sordina) 

Sa, facevo il commerciante di scarpe e pelletterie. L’ho fatto per tanti anni e sempre con piacere, perché era un lavoro che amavo e che mi permetteva di mantenere bene la famiglia, di condurre una vita più che dignitosa. Poi un giorno, anzi una sera, è entrato nel mio locale un tipo agghindato come te, e mi ha chiesto i soldi dell’incasso, minacciandomi con un pistola – vera. Ma era nervoso e gli partì un colpo. Mi prese al rene sinistro. Mi portarono all’ospedale, mi operarono e m’asportarono il rene maciullato; ma, col tempo anche il rene destro incominciò …a perdere colpi, conseguentemente, fui condannato a vivere… pericolosamente. Quindi, pur avendo una discreta qualità della vita, non potevo affaticarmi troppo col lavoro e, per non lasciarci la pelle, decisi di vendere la ditta e di mettermi in pensione.-

Enrico – E quando è successo il fatto?-

Vito – Quattro anni fa, per l’esattezza.-

Enrico – Accidenti! Accidentaccio! Allora, quando mi sono presentato a casa sua, avrà pensato: ecco il bis? Che bello spavento v’ho procurato! Sono mortificato, ma molto mortificato sapete?-

Vito – Beh, non è stata una bella sorpresa la tua irruzione in casa, ma, chissà perché, questa volta non ho avuto veramente paura… perché percepivo qualcosa di diverso dalla volta precedente. E’ vero non mi hai mai impaurito troppo.-

Enrico – Ma sua moglie ne ha avuta!-

Vito – Si e no. Anzi penso solo all’inizio, non vedi com’è brusca nei tuoi confronti?-

Enrico - …effettivamente…-

Vito – No, te l’assicuro, come me, non ha avuto una vera e propria paura… sentivamo che non eri pericoloso… era solo…solo fastidio…ci stavi rovinando la notte di Natale.-

Enrico – Mi dispiace, vi chiedo scusa.-

Vito – E torna! Lascia perdere. (pausa, riflettendo) Ma sai, infine è stata una bella esperienza… un arricchimento umano, e speriamo senza conseguenze future. Sa Cucurullo è un tipino assai tosto.-

Enrico – (rabbuiandosi) Se vuole mi costituisco.-

Vito – No, non chiedo questo…no, non lo permetto. Per conto mio è capitolo chiuso!-   

Enrico – E mi dica, insomma, come dire…ecco: quell’altro…rapinatore, l’hanno arrestato?-

Vito – Si.-

Enrico – Ed è in carcere, suppongo?-

Vito – No, non è stato mai in carcere.-

Enrico – E come mai?-

Vito - Era un giovane incensurato e quella sera era pure drogato; e…e io non mi sono costituito parte civile. Quindi si è preso due anni con la condizionale e il ricovero presso una struttura di recupero per tossicodipendenti.-

Enrico – (riflettendo) Mi sa che forse conosco il cognome di quel giovane…per caso fa …Giannuzzi?-

Vito – Sei perspicace, mio caro giovanotto. Si fa Giannuzzi, Sergio Giannuzzi.-

Enrico – Che è il figlio del vostro amico.-

Vito – Già.

Enrico – Ma, per la miseria, perché la mia felicità è passata attraverso la sua sofferenza?-

Vito – Bella domanda: per favore, girala alla vita.-

 

Suona il telefono. Enrico fa cenno a Vito che può rispondere. Ringraziamenti ironici mimati da parte di Vito

 

Vito – Pronto?-

Voce – Pronto papà, abbiamo risolto il problema, siamo già a bordo dell’aereo, tra un’ora saremo a casa.-

Vito – Sia lodato Dio. Ti debbo venire a prendere all’aeroporto?-

Voce – No, data l’ora, preferisco prendere un taxi. E ora scusami, debbo chiudere, stiamo decollando, a presto.-

Vito – A presto…(posando l’apparecchio) avranno annullato lo sciopero?-

Enrico – Può darsi. Intanto li avrete a casa, fra breve…Natale salvo!-

Vito – Già.-

 

Rientra  Pina e Nicola. Pina porta un paniere.

 

Vito – Hai sentito? I ragazzi hanno preso già l’aereo, fra un’ora saranno a casa.-

Pina – Sia lodato il Signore. Finalmente una buona notizia.-

Enrico – (affacciandosi dalla finestra e guardando in basso) Nessuno in vista. Signor Corsaro, penso che sarebbe ora che noi ce ne andassimo…-

Vito – (guardando l’orologio) Lo penso anch’io. Vada a tranquillizzare sua moglie.-

Enrico – Lei non sapeva nulla della…della…insomma della faccenda.-

Vito – E meno male. -

Enrico – Si, meno male. (tergiversa, poi quasi con fatica parla) Sa, quando mi licenziarono, mi cadde il mondo addosso, improvvisamente, e mi colpì come una gran mazzata in testa che mi stordì. E nel cuore mi venne come un sussulto: il mio animo si spezzò. Mi sembrò di provare quello che provai quando la mia prima ragazza, della quale ero innamorato pazzo, mi lasciò: mi sentii mancare, le forze vitali mi abbandonarono: galleggiavo nel nulla, quasi inebetito. Poi, pian piano presi coscienza della gravità della situazione. E se prima ero incredulo, e non capivo quello che mi era veramente accaduto, coi giorni venne la rabbia! Una rabbia violenta: volevo fare saltare in aria il mondo, volevo picchiare il mio prossimo, che mi passava accanto indifferente alla mia tragedia (quasi vergognandosi)…la violenza si era impossessata di me.

Infine mia moglie mi fece tornare alla ragione. Incominciai a pensare, a ritrovare l’equilibrio. E, spinto dalla contingenza, tentai di trovare un altro lavoro: Ma, a parte qualche millantatore e qualche tronfio chiacchierone - come le ho già detto - nessuno, tra quelli a cui mi rivolsi, mi dette, non dico il lavoro subito, ma nemmeno la speranza d’un lavoro. Poi, parlando con un altro disperato come me; sa, una parola tira l’altra, si giunse alla conclusione che, visto che nessuno ci voleva aiutare, avremmo dovuto aiutarci da soli: Ci saremmo  procurato i quattrini, in tutti i modi possibili, a tutti i costi, anche illeciti. Pensammo, così, che la via più semplice e immediata, fosse la rapina. Cosicchè studiammo un piano per rapinare supermercati, che sono fonte di soldi facili e senza vigilantes armati. Scegliemmo come obiettivo il supermercato qui sotto, ci sembrava il più vulnerabile…ma la cassiera smentì le nostre supposizioni...-

Vito – …E proprio questa particolare sera dovevate scegliere per rapinarlo?-

Enrico – Mah, si pensava che l’incasso fosse più cospicuo…eravamo due esaltati. Ebbene, adesso, a mente serena, dico: Ma come diavolo ho potuto buttarmi, senza riflettere, in quest’avventura…e se la rapina fosse riuscita? Sarei stato un delinquente. E se mi avessero preso? La galera. Come ho potuto mettere in repentaglio la mia libertà, la mia dignità, tutta la mia famiglia? A che diamine stavo pensando allora?

Accidenti che pericolo scampato...ma ora, grazie a voi, è tutto a posto, certo… a parte lo spavento che vi siete presi… -

Nicola – Papà, ma allora questi ostaggi non sono più nostri ostaggi?-

Enrico – (scompigliandogli i capelli) Non sono stati mai dei veri ostaggi.-

Nicola – Peccato…-

Enrico – E mi dispiace che…

Vito – ( A Enrico) Non ci pensi più. (a Nicola) Peccato, eh? Ma guarda che feroce Saladino!-

Nicola – E chi è questo Salatino? Un nuovo supereroe?-

Enrico – Zitto Nicola.-

Vito -  (Prima a Nicola, poi, come riprendendo un suo filo di pensiero) Non è un salatino…ma un potente, che poteva dare la morte così, con uno schioccare delle dita. Galera scampata? può ben dirlo. E ringrazi pure quella cassiera strillona.- 

Enrico – Le manderò dei fiori in incognito...-

Vito – …Sperando che non la inguai col marito.- 

Enrico – Non invierò certamente rose rosse.-

Pina - ( mostrando un cestino ad Enrico e a Nicola) Prendete e fate anche voi la vostra cena di Natale.-

Enrico- Ma signora, i suoi figli stanno per arrivare, cosa mangeranno?-

Pina – Ce n’è per tutti, io abbondo quando preparo per le feste…-

Vito – Accettateli, vi ha detto la verità; abbonda! Per mia sventura, purtroppo è proprio così.(ironico)-

Enrico – (guardando il paniere) Ma…ma…avete dato la scacciata tutta a me! E anche il pesce…e la frutta secca…ma signora…-

Pina – Ti ho detto che ce n’è anche troppa per noi. Oh, non l’hai detto tu stesso, poco fa? Ti sei già scordato? E non ti preoccupare per la scacciata di mio figlio, in un attimo, ne infornerò un’altra, ho l’impasto già pronto.-    

Vito – (prendendo un cestino di dolciumi da sotto l’albero) E questo è per te e per i tuoi fratelli…(Nicola esita) su…prendi. (Enrico gli fa cenno di prendere) Vedi quanti altri dolciumi ci sono sull’albero? Poi mio nipote ha solo quattro anni e troppi dolciumi gli fanno male. Tieni anche questi giocattoli, Vituccio ne ha tanti. Prendili, Nicola, portali hai tuoi fratellini.-

Nicola- (subissato di doni e ancora incredulo) Grazie, signore, grazie…guarda papà, grazie ai regali dei nostri ex ostaggi, (controscena da parte degli altri) stanotte festeggeremo anche noi il Santo Natale… eppoi anche il tuo nuovo lavoro; e se lavori nuovamente, (rimprovero bonario)  mamma non si dispererà più per fare la spesa... e non piangerà. Grazie Gesù Bambino! (esultante, poi come se confidasse un segreto) Sapete, io l’ho pregato tutte le sere, prima di addormentarmi. Gli ho chiesto: aiuta papà a trovare un nuovo lavoro e non fallo diventare un vero rapinatore…tanto non ne hai la stoffa…(scappellotto da parte di Enrico) e mi ha ascoltato. Waw! –

Pina – Proprio così, hai perfettamente ragione, Gesuzzu ti ha sentito e ti ha accontentato (occhiata di disapprovazione verso Enrico). E tu non sarai più costretto a fare certe cose, mentre lui… (indica Enrico e fa il gesto con le dita della pistola) fa spaventare la gente…-

Vito – (richiamandola dolcemente) Pina…-

Pina – Embè lo dovevo dire, ce lo avevo qui, sullo stomaco, oh. (indica Enrico affettuosamente) Ma il figlio prodigo è tornato a casa e si è meritato l’offerta del vitello grasso.- 

Enrico – No, cara signora, l’offerta è immeritata! Siete stati troppo buoni con me e molto generosi. Pensate, grazie a voi, questa notte, sono passato in poche ore dalla disperazione più nera alla gioia immensa. E dico ciò con convinzione, senza retorica! 

(come una liberazione) Dio mio che notte del Santo Natale…(avvicinandosi al presepe) eppoi c’è qualcuno che ancora non crede ai miracoli.-

Vito – Ehi, ehi, ma di che miracoli e miracoli sta parlando? E non tiriamo fuori paroloni ingombranti e a sproposito (finto burbero). Noi non abbiamo fatto altro che telefonare e… regolare vecchi favori, tra amici, nulla di più.-

Enrico – Per lei è così? E io non sono persuaso. E, comunque, non voglio insistere. Diciamo allora che, per me, tutto quello che è accaduto questa notte, è una bella favola natalizia.- 

Vito – Ecco, così va meglio, molto meglio. 

Senta Enrico, se giù, uscendo, la dovessero fermare gli uomini di Cucurullo, dica che è stato qui, da me, per gli auguri...-

Enrico – Lo farò; però credo…penso che, questa sua benevolezza, e ora anche questa protezione, nei miei confronti, la stia inducendo ad ingannare un amico, oltre che la legge.-

Vito – Chi Cucurullo? Ma no, quello è uno sbirro con un cuore grande così (allarga le braccia), con più umanità di tutto il pianeta, e mi approverebbe - penso. In quanto alla legge, credo che lei non abbia fatto null’altro di grave, se non che quello di far prendere un gran bello spavento ad una giovane signora, e a due vecchi anziani. (confidenziale) D'altronde noi ci siamo abituati agli spaventi, sapesse che salti facciamo quando Vituccio viene silenziosamente, alle nostra spalle, ci fa: Bumm!

E quindi, per tutti questi “virtuosi spaventi spaventosi” (per rendere l’atmosfera leggera), come condanna, si prenda questo scappellotto (gli da un affettuoso buffetto sulla nuca).

Ora vada.-   

Enrico – Ahi! (finto dolore) Si, andiamo…(guardando i cestini) ah, questi…già, naturalmente, dopo la  visita che vi ho fatto per gli auguri, questi sono i vostri doni - da far vedere, nel caso, a chi di competenza - magari ad un carabiniere- insomma per avvalorare...-

Vito – …Anche, anche...-

Enrico – Lei avrebbe dovuto fare il drammaturgo o il regista: apre e chiude i fatti genialmente.-

Vito – Va là.- 

Pina – (a Enrico, poi accarezzando la testa di Nicola) Enrico, guarda che abbiamo mentito, si, ma a fin di bene. Questo a tuo figlio glielo devi spiegare molto, ma molto bene. Addio, Nicola…e stai attento (occhiata verso Enrico).-

Nicola- (serioso) Signora, quello che ha detto, forse, glielo saprò spiegare meglio io, a lui. (piano )E non si preoccupi, starà sotto la mia protezione, (poi forte) e lo terrò d’occhio io - a lui. (indica, col pollice, Enrico che sta dietro di lui e strizza un occhio)-

 

Suonano alla porta. Sguardo interrogativo tra i quattro. Vito va ad aprire.

 

Pina – Saranno i ragazzi…-

Vito – Così presto? (accingendosi ad aprire) chi è?-

Voce- Sono Cucurullo.-

Vito – (aprendo e guardando con apprensione gli altri) Avanti maresciallo…s’accomodi.-

Cucurullo – (indossa il cappotto ed entrando si toglie il cappello) Buona sera…(guardandosi attorno) a tutti.-

Vito – Buona sera maresciallo, a che dobbiamo…-

Pina – Buona sera. (Enrico fa solo cenno col capo)-

Cucurullo – Niente, mi trovavo qui sotto per servizio, come ben sapete, e allora sono salito per salutarvi e farvi gli auguri di buon Natale. (guarda Enrico e Nicola)-

Vito – Grazie maresciallo, siete veramente gentile.-

Pina – Grazie e buon Natale anche a lei e famiglia.-

Cucurullo- Forse ho disturbato? (accennando ad Enrico)-

Vito – Macchè, il mio amico è salito anche lui per scambiarci gli auguri e stava andando via…-

Cucurullo- Già, c’è la cena di Natale…mi presenterebbe questo suo amico?-

Vito – Certamente: il signor Enrico Traversi e suo figlio Nicola. Questo è il maresciallo Cucurullo, se non lo aveste già capito (ironico)-

Enrico – (inchinandosi) Piacere.-

Cucurullo – (facendo un leggerissimo inchino) Suo? No, è tutto mio, sa?-

Nicola – Papà, questo è lo sbirro dal cuore grande così? (stende le braccia)-

Enrico – (intervenendo tempestivamente) Ma Nicola…-

Cucurullo – Ma bene, qui si sparla (guarda Vito, poi a Nicola). Certo, si, sono io lo sbirro che tu dici…ma chi te l’ha detto?-

Nicola – Lui! (indica Vito)-

Cucurullo – Capirai, difficile da immaginare.-

Vito - (imbarazzato) Era una carineria…-

Cucurullo – Anche voi? (riferendosi ad una famosa battuta di un politico) Ma guarda un po’…E mi dica signore (rivolto a Enrico) A che ora è salito dai signori Corsaro?-

Vito – Qualche ora fa. Ma perche?-

Cucurullo – No, niente…era per sapere se, per caso, avesse visto qualcosa di sospetto, giù in strada, oppure salendo qui. (a Enrico) Allora?-

Enrico – Veramente…io.-

Vito – Niente, nessuno, me lo avrebbe detto!-

Cucurullo – (guardandolo come se gli dicesse: ancora tu?) Capisco. (poi a Nicola) E tu, giovanotto?-

Nicola – Io che cosa? (masticando cioccolato)-

Vito – ( bonariamente, per distrarre) Nicola, ma cosa ci fai con la bocca piena di cioccolata, quanta ne hai mangiata? –

Pina – (che capisce) Vieni Nicola che ti pulisco la bocca di là. (lo prende per mano e se lo porta via, intanto Enrico gli fa cenno d’andare tranquillamente).

Cucurullo – (a Vito) Che tipino, vero? E da quando conoscete questo signore?-

Vito – (tentando d’essere generico, mentre Enrico sta sui carboni accesi) Da…da circa… quasi …insomma…-

Cucurullo -…da poco. O mi sbaglio?-

Vito – E che cosa c’entra se lo conosco da poco o da molto. Egli è con me, in questa casa, perché … perché mi ha voluto ringraziare per il lavoro che gli ho procurato… era disoccupato da molto… (poi riprendendosi da qualcosa che non doveva dire), insomma… per farmi gli auguri.-

Cucurullo – Ah, era disoccupato… e gli avete trovato un lavoro…bene…e presso chi?-

Vito – Maresciallo, eh, eh…(finto rimprovero)-

Cucurullo – Lasciatemi indovinare: presso la ditta Giannuzzi, vero?-

Vito – Esatto.-

Cucurullo – Lo immaginavo…Dio vi fa e v’accoppia.-

Vito – Ci fa, maresciallo, ci fa…tutti e ci accoppia, a turno, secondo il caso…-

Cucurullo – (annuendo) Già. E cos’è questo? (nota il passamontagna)-

Vito - (precipitosamente) E’ mio! Lo stavo per indossare, dovevo andare a prendere mio figlio all’aeroporto…sa c’è un tempaccio.-

Cucurullo- Capisco…e perché non andate?-

Vito – Perché Gino preferisce venire in taxi.-

Cucurullo – Bravo figliolo, il vostro. (facendo qualche passo e vedendo la pistola sulla sedia) E quella?-

Vito – Ah la pistola giocattolo? Già, l’avevo… l’avevo presa, l’avevo presa, perché… perché la volevo regalare a Nicola. Ma è rotta, quindi…quindi …appena uscivo.-

Cucurullo – Ho capito tutto! (sobbalzo di V. e E., poi Cucurullo con calma ) Certo, certo. Beh, sarò uno sbirro, ma non uno scemo…(guarda i due significativamente, poi da una tasca del cappotto prende le manette, ci si gingilla e li ripone nell’altra tasca, mentre Enrico, istintivamente porge i polsi, poi, girato verso Vito) Quindi, se è come penso io, uscendo, la buttavate nella spazzatura,  nella differenziata… magari.-

Vito – Certo, esatto, proprio così.-

Cucurullo – Allora, visto che non dovete più uscire, vi tolgo io il disturbo. Datemela, la getto via io.-

Vito – (esitante) Ma non vorrei…-

Cucurullo – Avanti, su, coraggio.-

Enrico – (intervenendo) Ci posso pensare io…uscendo.-

 

Entra Pina e Nicola.

 

Cucurullo – Certo, certo, ma ci tengo. (duro con Enrico, poi persuasivo con Vito) Lasciate fare a me, signor Corsaro, per favore.-

Vito – Come volete. (porge la pistola rotta in due momenti differenti) Ecco qui.-

Cucurullo – Oh, bene. (la intasca) Permettete? vorrei parlare dalla finestra ai miei uomini.-

Vito – Fate pure, accomodatevi.-

Cucurullo – Sempre troppo, ma troppo buono voi (calca le parole) grazie. (affacciandosi dalla finestra) Cannavò, l’appostamento è finito. Quei due erano certamente dei balordi, o dilettanti e si sono dileguati. Penso che per adesso non li troveremo…e sono sicuro che non ci riproveranno più. (guarda verso Enrico che abbassa lo sguardo) Tornate in caserma e poi andatevene a casa…e Buon Natale. (chiude la finestra e, lentamente, attraversa la stanza, quindi si ferma vicino alla porta). Signori dal grande cuore, (a mo di saluto indicando Vito) si nasce.-

Vito – Proprio così (indica Cucurullo). Grazie amico (significativamente) anche lui è un buono, anche lui: questo è sicuro. (accenna a Enrico)-

Cucurullo- Certo…certo…(poi piano a Vito) e come quei due balordi che sicuramente non ci proveranno più. (fa cenno significativamente alla pistola) Lui …non perderà nuovamente il lavoro, vero?  E noi vedremo, col tempo…se sono rose.-

Vito – Saranno rose.-

Cucurullo – Lo spero ardentemente. Buon Natale a tutti.-

Vito e Pina – Buon Natale.-

Enrico – Grazie, e buon Natale.-

Cucurullo- A lei e famiglia. Ciao giovanotto. Buona notte (esce)

Enrico – Ha capito tutto!-

Vito – Già.-

Enrico – E non mi ha arrestato.-

Vito - Già.-

Nicola - Ma prima se la doveva vedere con me!-

Vito – Ma certamente, chissà che paura gli devi aver fatto.-

Enrico – Adesso, dopo questo terno, (fa cenno coll’indice, a Vito, al telefono e alla porta, per indicare  tre uomini buoni, ) credo che dobbiamo proprio togliere il disturbo…andiamo e grazie di tutto.-

Vito – (finto burbero) Ancora ringraziamenti? andate, andate.-       

Enrico - Siete grandi, anche se non volete saperlo. Vi posso abbracciare?-

 

Abbraccia Vito e la moglie. Pure Nicola si unisce agli abbracci.

 

Enrico – (uscendo) Dio è grande. Buon Natale.-

Vito – Buon Natale a voi.-

Pina – Buon Natale.-

Nicola – Tu scendi dalle stelle…-

 

Enrico e Nicola escono, e dalla finestra arriva la musica di una nenia natalizia suonata da uno zampognaro. L’orologio batte le 23,00, mentre il sipario, lentamente, si chiude.

Fine.

 

 

 

 

 

 

 

                                                             IERONE  II

 

                                                                

 

 

 

 

                                                               Tragedia

 

 

 

 

                                                                    di

 

 

 

                               

 

                                            Antonio  Sapienza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Alessio Siculo, giugno 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

 

 

Ierone……………………………………………Tiranno  di  Siracusa

 

Gelone (che non parla) ……………………….... Suo figlio

 

Tiresia (donna)…………………………………..Indovino

 

Croma………………………………………….. .Serva di Archimede 

 

Archion………………………………………… .Gran Sacerdote 

 

Gamma…………………………………………...Stratega 

 

Coro delle siracusane (eventuale corifea)

 

Coro degli arcieri (eventuale corifeo)

                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Acropoli di Siracusa. Agorà. A destra il palazzo di Ierone; a sinistra la visione del porto grande con la penisola del Plemmirio; di fronte si intravvede il teatro della città; di spalle il mare.

 

Con musiche appropriate entrano in scena i cori. Essi si disporranno lateralmente all’ingresso del palazzo del Tiranno. 

 

Coro delle siracusane-

Quali nuove per noi

ci arriveranno dal nostro 

Tiranno,

il quale, non in consuetudine,

ci riunisce in assemblea?

Saranno liete o saranno tristi.

Ora, qui, in silenzio, con trepidazione,

Ascolteremo la sua 

Parola.

 

Coro degli arcieri-

Le notizie ce li porterà

Archion, da Delo,

ove si è recato,

inviato dal nostro

Tiranno,

per consultare

il divino oracolo.

Ma ignoriamo

Il responso.

Aspettiamo con ansia

L’arrivo di Ierone

E di Archion.

Eccoli!

Silenzio!

 

Entrano i cortigiani e il Gran Sacerdote. Quindi farà il suo ingresso Ierone, accompagnato dal figlio Gelone e dallo stratega Gamma. Silenzio. Poi parla Ierone. 

 

Ierone- Popolo di Siracusa, mio diletto popolo del quale mi sento onorato d’essere figlio. Dopo quasi cinquant’anni di governo, oggi con dolore dovrò accingermi a preannunciarvi il mio ritiro dall’attività pubblica, quindi dalla guida della città.

E’ un gesto responsabile che mi costa tanto, tantissimo, non per il potere che mi avete concesso di esercitare, ma perché non potrò più servirvi.

Gli anni mi pesano addosso come il macigno di Sisifo. Le preoccupazioni mi hanno tenuto, spesso, molto spesso, sveglio- a vegliare di notte su di voi- per le decisioni che dovevo prendere al mattino. (pausa) E, ora, dopo anni di lotte, di trionfi, di dolorose vicende, di grandi soddisfazioni, ho deciso di prendere tutti i provvedimenti necessari affinchè la città, dopo il mio ritiro, sia governata saggiamente.

Per decidere quale sarà quel giorno ho inviato a Delo il Gran Sacerdote Archion, per consultare l’oracolo sulla condizione della mia salute, e sulle situazioni politiche della città, attuali e prossime.(pausa)  Ciò affinchè, eventualmente, possa indicare mio figlio Gelone -se voi lo vorrete - a succedermi nel governo di Siracusa. (pausa) Egli è stato educato agli affari della città; ha dimostrato d’avere competenza e vigore nell’amministrazione dell’Erario e della giustizia; è stato valoroso nella battaglia; ed ha come intendimento il perseguimento del bene della città; ma… ma soprattutto, seguendo il mio esempio, la consapevolezza d’essere al vostro servizio. 

Ora Archion è rientrato da Delo e ci porta il responso dell’oracolo e, per il rispetto che vi porto, ho voluto che esso sia udito da tutto il popolo. 

Parla Gran Sacerdote. Ti ascoltiamo.-  

 

Archion- (facendosi avanti, di fronte a tutti) Salute Ierone, che gli Dei ti siano sempre propizi.-

 

Ierone- (sbrigativo) Sì, sì. Allora, Gran Sacerdote, hai fatto un buon viaggio?

                   

Archion- Bene, grazie alla protezione di Zeus.-

 

Ierone- Che ti sia sempre accordata. Vuoi riposare prima di parlare?-

 

Archion- Non sono stanco.- 

 

Ierone- Allora parla, quali nuove mi porti da Delfi?-

 

Archion- Notizie belle e non belle, mio signore.-

 

Ierone- Incomincia dalle belle.-

 

Archion- Il responso della Pizia sulla tua salute è buono.-

 

Ierone- Buono, quanto?-

 

Archion- Quanto può essere la salute di un vegliardo senza particolari problemi.-

 

Ierone- Notizie confortanti. E per la città, cosa hai da far sapere?-

 

Archio- Mio Signore, ecco: Alla domanda se dopo di te a Siracusa ci sarà pace, la risposta della Pizia è stata molto ambigua.-

 

Ierone- Chiariscilo, se puoi. Dunque?-

 

Archion-  Certo, ma tu ben sai che la pace della città non è la stessa pace di quella tra i popoli.-

 

Ierone- Su ciò siamo d’accordo, e allora?-

 

Archion- Allora, secondo il vaticinio, non ci sarà guerra tra le varie fazioni cittadine…-

 

Ierone- Buonissima notizia, per me e per tutto il nostro popolo.-

 

Archion - … ma ce ne sarà una molto pericolosa: la guerra contro Roma.-

 

Ierone- (sorpreso) Contro Roma? Ne sei sicuro?-

 

Archion- Secondo l’interpretazione dell’oracolo…-

 

Ierone- (interrompendolo) Ma che oracolo sarebbe…Non capisco! Come ci può essere una guerra tra città alleate?-

 

Archion- Ierone, l’oracolo non suggerisce i giorni o gli anni. Oggi sì, siamo alleati con Roma, ma domani?-

 

Ierone- Non esiste un domani senza alleanza con Roma! Che oracolo! Ma ti sembra possibile!  Noi e Roma abbiamo un’amicizia perfetta che dura nel tempo. Siamo stati sempre alleati leali. E fino ad ora i trattati li abbiamo sempre rispettati, reciprocamente. ( pausa, poi vigorosamente) Noi abbiamo mandato i nostri opliti e i nostri arcieri a combattere a fianco dei romani; abbiamo dato grano alle loro legioni: abbiamo donato una statua d’oro al Senato Romano: abbiamo pagato il soldo ai suoi legionari in difficoltà; Noi! Noi siracusani, siamo il baluardo di Roma, in Sicilia, pronti a fronteggiare i cartaginesi. No, non può essere vero ciò che dice l’oracolo.-

 

Archion- Ierone, io riferisco ciò che ho capito dai vaticini, null’altro. Sappiamo tutti, mio Signore, che l’oracolo è molto misterioso e accenna a una volontà del Fato.-

 

Ierone- ( gesto d’insofferenza) Il Fato, il Foto…i vaticini…il destino… ma siamo noi che facciamo i nostri destini e poi chiamiamo il Fato a farceli confermare. (pausa) No! Non può essere.- 

 

Archion- Mio Signore, il vaticinio non è terminato…-

 

Ierone- ( con durezza) Cos’altro ci devi dire di spiacevole?-

 

Archion- Io nulla. Ma, secondo l’interpretazione del responso, Siracusa in guerra cadrebbe a causa di un tradimento. –

 

Ierone- Pure questo?-

 

Archion- Si, mio Signore. Trovare il traditore sarebbe, forse, la salvezza della città.-

 

Ierone- ( sbrigativamente) I traditori ci sono sempre stati. Spesso per le vicende di guerre perdute, si attribuisce la sconfitta a dei traditori. E’ un alibi! Non mi convince ciò che sostieni…-

 

Archion- … che l’oracolo sosterrebbe, mio Signore.-

 

Ierone- (come se riflettesse) Si, si l’oracolo. (con uno scatto d’ira) La guerra contro Roma, assurdo! Un traditore? Di questa città? Impossibile pensarlo. Qui regna l’armonia, non ci sono mugugni, insoddisfazioni e ingiustizie.  La Lex Ieronica è portata ad esempio di altri popoli. (riflettendo) Ma, se ciò che tu sostieni dovesse essere vero; se il responso dell’oracolo fosse la verità; se ci dovesse essere un traditore, lo scoveremo e lo prenderemo.  (pausa ) Si, certo di sicuro lo prenderemo!-

 

Archion- Ne sono certo mio Signore. Ne sono certo.-

 

Ierone (riflettendo) Si, l’oracolo su questo punto mi soddisfa. (poi, come se avesse un ripensamento, con voce potente) Ma la guerra contro Roma non si farà mai! Mai! Non la farò io e non la farà Gelone! (quindi, calmandosi) E comunque, per rispetto dell’oracolo, e della tua interpretazione, mi prodigherò affinchè  questo presunto traditore sia individuato e incatenato ai ferri. Già, già….e ho anche in mente chi interpellare per scovarlo.-

 

Archion- Tu sei saggio o Ierone. Tu saprai come scoprirlo.-

 

Ierone- (riflettendo, poi sbrigativo) Certo, certo. ( con ampio gesto della mano) E adesso vai mio fedele Archion, vai a godere del meritato riposo. (esce)-

 

Archion- Mio signore…- (s’inchina e segue Ierone)

 

Lentamente buio in scena. Esce Ierone e il suo seguito, restano i cori, poi gradatamente, la scena si illumina. Entra Tiresia, sotto le spoglie di donna.   

 

Tiresia – (entrando in scena con passo lento e guardandosi attorno, poi scorge il coro delle siracusane) Pace a voi. Sono Tiresia, uomo sotto le spoglie di donna - per il volere degli Dei immortali... (lunga pausa, con tristezza) Ascoltatemi donne di Siracusa, non vi sembri strano che io sia donna, pur essendo uomo di nascita. 

Ciò che vi racconto è una triste vicenda: Tutto ebbe inizio nel giorno in cui ero in cerca di asparagi sul Citerone, quando, chinandomi per raccoglierne uno, mi imbattei in due serpenti che stavano aggrovigliati; spaventato ne uccisi una, la femmina, ignorando che fossero Dei in veste di serpenti, che si accoppiavano. Immediatamente uno scrocco nel cielo, e una potente luce mi avvolse. Nello stesso momento fui tramutato da uomo a donna. 

Tristezza, 

dolore,

vergogna. (lunga pausa)

Poi mi adattai e vissi in questa condizione per sette anni… provando anche tutti i piaceri che una donna possa provare. 

Trascorsi quegli anni, mi trovai di fronte alla stessa scena dei serpenti, istintivamente, rabbrividendo uccisi uno di essi, il serpente maschio, e istantaneamente ritornai uomo.

Ma le mie traversie non finirono qui, perché un funesto giorno per me, Zeus ed Era, si trovarono in disaccordo circa una controversia, cioè: se in amore provasse più piacere l'uomo o la donna.  Zeus sosteneva che fosse la donna, Era, invece, sosteneva che fosse l'uomo. Per dirimere la controversia, chiamarono, purtroppo,  me, perché ero l’unico vivente al mondo d’essere stato sia uomo che donna. Interpellato dagli dei, risposi che la donna prova piacere, nel fare l’amore, nove volte più grande di quello di un uomo. (pausa)

Era, infuriata, perché avevo divulgato un segreto del quale ignoravo l’esistenza –ma, suppongo più verosimilmente, perché non fui in accordo con lei- mi punì facendomi diventare cieco. Ma Zeus, per ripagarmi, mi diede il potere di profetare e di vivere per sette generazioni, però sempre mutandomi da uomo in donna e viceversa,  ogni sette anni. (grande sospiro) Purtroppo! (pausa)

E conseguentemente sono stato testimone di quasi tutti i fatti e gli antefatti e i misfatti dei Greci, dei potenti, subendone, ahimè, le ire o gli elogi, a seconda del caso. E, in aggiunta, Persefone mi dette il dono… e che dono… d’avere le medesime facoltà divinatorie, anche da…morto- tra una vita e l’altra, s’intende. (pausa)

E una volta, nell’Ade, tra le ombre vaganti, da saggio, fui consultato anche da Odisseo, allo scopo d’aiutarlo a raggiungere la patria...

Ed ora sono qui! Per volontà degli Dei, per mettermi al servizio di Ierone, Tiranno di Siracusa, onorata città greca della Sicilia, fondata dai miei avi giunti da Corinto, e a voi chiedo ospitalità.-

 

Corifeo delle siracusane- 

E noi te l’accordiamo.

Straniero, 

della nobile stirpe dei Dori, 

nostri padri fondatori

Benvenuto!

Noi siracusani ti conosciamo per fama. 

Sappiamo già perché sei in città, e, sebbene non possediamo i tuoi doni divinatori, 

non ci è difficile profetare le sciagure 

che si stanno per abbattere su di noi. (pausa)

Ormai sono evidenti i segni

 - dal Cielo, e dalle vicende dei popoli- 

che una densa nuvola di dolore 

sta per giungere in Sicilia,

sia da Zefiro 

che da Borea. 

Ma noi ignoriamo quando arriverà, 

per cui confidiamo nel tuo sommo potere

 – veggente- 

affinchè possiamo prepararci al nostro crudele destino,

che sarà, se non saremo uccise dopo gli stupri,

quello di vivere da schiave. -

 

Corifeo degli arcieri- 

Tiresia, 

anche noi arcieri di Ierone ti diamo il benvenuto. 

Ma al contrario delle donne siracusane, 

noi aneliamo conoscere gli avvenimenti futuri, 

non per compiangerci, ma per prepararci alla pugna! 

Noi veterani combattemmo con coraggio e valore 

contro i Mamertini che sconfiggemmo

 e catturammo Cio, loro comandante;

 e come alleati dei romani, lottammo a Regium e a Canne!

E prima ancora, 

alcuni nostri veterani combatterono al fianco del grande re Pirro. 

Non temiamo la morte,

ma solo il disonore in battaglia. 

Infine Siracusa è la città di Archimede, 

genio e inventore, 

il quale ci fornisce opere e congegni di difesa, 

per cui dentro le nostre mura siamo imbattibili! 

Ad ogni nemico… salvo per i traditori

per i quali, quando ce li indicherai, 

serberemo tremende pene. 

Ma ecco il grande Ierone.-

 

Entra Ierone, seguito dal figlio Gelone e dal generale Gamma. I cori si inchineranno, anche Tiresia s’inchinerà. 

 

Ierone- Tiresia, indovino e mago, ti ringrazio d’essere venuto da tanto lontano per aderire al mio invito. Benvenuto a Siracusa, città di valorosi, ma anche di poeti e inventori. Questi è mio figlio Gelone e il generale Gamma, capo del mio esercito.-

 

Tiresia- Sono onorata di poterti servire e dell’accoglienza che mi dai, grande Ierone. E, anche se sono cieca, è un grande piacere fare la conoscenza di tuo figlio e dello Stratega Gamma.

Sappi, Ierone, che sono ai tuoi comandi. (s’inchina profondamente)-

 

Ierone- Accetto la tua disponibilità e ti ringrazio. Ti contraccambierò con tutti i doni e gli onori che meriti. Sappi che Siracusa ricompensa i suoi amici e alleati con regali adeguati. Recentemente abbiamo donato al grande Tolomeo III d’Egitto, una grande nave a cinque fila di remi, progettata dal nostro Archimede e costruita da Archia di Corinto.-

 

Tiresia- E’ nota a tutta la Grecia la tua generosità, oltre alla tua grande saggezza. E la capacitò inventiva del nobile Archimede, è risaputa in tutto il mondo. Sappiamo anche che egli è un tuo stretto parente.-

 

Ierone- Esatto amico mio… oppure dovrei dire: amica mia?-

 

Tiresia- Maschile o femminile, chiamami come più ti aggrada, mio Signore.-

 

Ierone- Così va meglio. Si, il nobile Archimede mi è parente da parte di madre, e lo considero come un fratello.-

 

Tiresia- Ci è noto, ci è noto. Mio Signore, sono qui per servirti, dimmi cosa desideri da me e dai miei poteri.-

 

Ierone- Saggio Tiresia, i miei anni sono già trascorsi. Tra non molto sarò nell’Ade, vedrò Persefone, mia illustre conterranea nonché figlia della divina Cerere e sposa di Hades. Quindi sto provvedendo affinchè , nel futuro, la nostra città sia forte, agguerrita e inespugnabile. Vedi? Guardati attorno, queste mura circondano tutta la città: Da Ortigia a Akradina, a Tika a Neapolis, incluso l’Epipoli con la sua fortezza Eurialo. Archimede l’ha dotata di molteplici strumenti di difesa e d’offesa, come balestre e catapulte; poi di mezzi di difesa dal mare con invenzione offensive geniali. Altrettanto sulle mura. (pausa di riflessione)

Ho anche dato al popolo il benessere, e giuste leggi. Ho promosso la virtù, la poesia e i giochi ginnici, per rinvigorire lo spirito e il corpo dei miei concittadini, e li ho dotati di una Grande Ara per fare i dovuti sacrifici agli Dei Immortali

Questo ho fatto per il mio popolo. Perché io sono uno di loro e mai mi sono dichiarato loro Re. (pausa) Però, da uomo vecchio d’anni, non ti nascondo la possibilità, anzi l’eventualità, anche se molto remota, che la città, un domani, possa cedere ad un presunto nemico, per mano amica: Un traditore! Per esempio. 

Ci sono stati presagi e oracoli in tal senso. Ecco il tuo servigio per me: Farmi conoscere in tempo utile il nome di questo traditore!-

 

Tiresia- Tu sei abbastanza saggio perché non capisca l’enormità del servigio che mi richiedi. Ma, ora, qui, alla presenza di tutto il tuo popolo, io Tiresia, ti garantisco che mi applicherò con tutte le mie forze e i miei poteri per scoprirlo. Ma serve, soprattutto, il volere degli Dei Immortali.-

 

Ierone- Capisco. E aspetto. Estirperemo questa mala pianta- se esiste! Ti auguro una buona permanenza a Siracusa. I miei servi saranno ai tuoi comandi. Salute a te. (esce seguito dagli altri accompagnatori. Tiresia, s’inchina, e resta solo con i cori) – 

 

Coro degli arcieri – ( uscendo

La gloria di Ierone

In alto sollevassero gli aedi

Oltre il mare di Scizia e fin là dove,

legato con l’asfalto il vasto muro,

regnava Semiramide! Io son uno

ma le figlie di Zeus ne prediligono

molti altri ancora e sia gradito a tutti

celebrare la sicula Aretusa

e i popoli e Ierone bellicoso.

 

Coro delle siracusane – (uscendo a loro volta)

Così poetò l’eccelso Teocrito.-

 

Tiresia, resta solo, la luce si attenua, va verso il buio, musica adatta. Dopo il buio, al centro della scena, c’è un braciere acceso.

 

Tiresia- Zeus, perché la punizione che mi hai inflitta, è diventata la mia fama, una fama tragica! Una fama che mi porta a dare tristezza e desolazione nei cuori! Dai grandi Re, ai loro popoli- spesso innocenti!

Una fama che mi pesa come un gran macigno sulla mia coscienza che – prima della punizione- era netta e sgombra di tutto il luridume umano. Luridume che mi spetta toccare con le mani e al quale nulla posso contro i suoi infidi e amari disegni. La Sorte, si! Dicono la Sorte i piccolini, e si nascondono nelle larghe vesti della Sorte per allontanare il loro Destino! Destino che, spesso loro stessi determinano con le loro azioni stolte e, a volta, anche assassine! La Guerra! L’invidia! La sete di Potere! L’ambizione! L’amore distolto dal senso più puro! Ecco gli ingredienti dei quali mi     

devo infangare prima di poter profetare! 

E profetizzo con la tristezza nel cuore. 

E gli uomini vogliono sempre di più, sempre nuovi dettagli, nuove rivelazioni… ma io profetizzo per enigmi, perché così volesti tu, o grande Dio.

E non sono Cassandra! No! io no! Io vengo creduto… certo, di più, se porto buone nuove… ma se gli Dei non mi soccorrono io cosa debbo profetare?  Eppure lo pretendono!

Lo vogliono

Lo esigono con tutte le loro forze. E quando arriva, ecco la disperazione del sapere!-

 

Entra Croma

 

Croma- Tiresia, sono Croma, la serva di Archimede, ti prego, tu che sei veggente, dai un senso a un mio incubo.-

 

Tiresia- Dimmelo.-

 

Croma- E’ questo: Una grande aquila scende da alti cieli, e assale, alle spalle un grande cavallo bianco. Quindi, con il potente becco adunco, gli squarcia il forte collo, mentre una pantera giace per terra immota. 

Mi è stato detto che sono sogni di donnicciola, sogni bugiardi, assurdi e senza significato…brutti sogni e basta. Ma è un segnale! E di cosa? di sventure? E per chi? Ti prego scioglimi da questo incubo.-

 

Tiresia- Taci! Tocca a me decidere se sono incubi, non a te! E il tuo non è un incubo. Questo è un sogno profetico! Ed è assai funesto! Ci sarà lutto nella tua casa – e la morte arriverà da lontano!-

 

Croma- Lo immaginavo, la maligna sorte mi perseguita. ( lunga pausa) Io sono di origine egiziana e conosco le divinazioni, c’ero abituata . Vivevo ad Alessandria,  esercitavo la mia professione in un elegante bordello, e lì conobbi Archimede che mi condusse nella sua città…da…serva e amante. (pausa) Perché, pur amandomi, lui, nobile siracusano non poteva sposare una prostituta alessandrina…ma non mi voleva neppure abbandonare. E, quando fu costretto a ritornare a Siracusa, inventò la storia della moglie, principessa alessandrina, morta nel dare alla luce la bambina, la quale fu affidata poi alla fedele serva: a Croma!

A Croma, che la partorì  tra lacrime di gioia e di dolore. Ed io taccio! Taccio e ottengo il suo bene: Ecco chi è Iela: E’ la figlia di una Principessa e di un nobile siracusano, il fiero Archimede; e lo è per il Tiranno e per tutta la nobiltà siracusana.

Gli dei mi vollero bella e povera, destinandomi al postribolo. Io ho disubbidito al mio destino e mi sono attirata la loro punizione più atroce: Vivere accanto alla propria figlia, senza essere chiamata madre. 

Ora questo terribile sogno ricorrente che tu chiami morte da lontano! Voglio sapere di più!-

 

Tiresia- (sofferente) Quello che ti potevo dire, te l’ho detto!-

 

Croma- (chinando il capo e uscendo) Lo so! Lo so! Dovrò soffrire altre pene. Lo so! (esce annichilita)-

 

Tiresia- Vai Croma, vai  col tuo sogno funesto.-

Entra Gamma da destra

 

Gamma – (accostandosi al fuoco, come per scaldarsi) Te l’ha detto?-

 

Tiresia- Detto chi?-

 

Gamma- Ma Croma, la serva! (pausa) Te l’ha detto che è la donna di Archimede?-

 

Tiresia- E se fosse vero?-

 

Gamma- No, niente, nulla! (pausa) Solo…solo che lei… soltanto lei pensa che non si sappia chi sia veramente la madre di Iela (con sarcasmo)  - la famosa principessa alessandrina!-

 

Tiresia- E se così fosse? Allora?-

 

Gamma- Allora… allora si è verificato quello che lei immaginava che potesse avvenire…insomma io sono innamorato di Iela e la vorrei sposare, ma la mia posizione non me lo permette… sapendo che lei –Croma- è… quella che t’ha detto d’essere…e tutta la città lo sa, allora…-

 

Tiresia-… allora le dicerie dei cittadini non ti permettono di sposarla, ma solo d’averla come amante. E’ così?-

 

Gamma- Non solo i cittadini… ci sarebbe Ierone…-

 

Tiresia- Ierone?-

 

Gamma- Già, il Tiranno, del quale sono il capo dell’esercito! E io sono di stirpe nobile! E sono bello! E sua figlia Eraclea che lo sobilla… Tutto chiaro?- 

 

Tiresia- Tutto chiaro, infatti. Secondo i costumi dei migliori intrighi di corte… infatti…ma io cosa posso fare per te?-

 

Gamma- Nulla, suppongo. Solo la tua amicizia, che mi sarebbe preziosa… mi capisci?-

 

Tiresia- Io non capisco le faccende umane, e, per nulla quella divine. Sono scettico. Non voglio, né mi aspetto nulla da nessuno. Sono cieco e questa condizione è un ottimo rimedio per ignorare almeno la metà delle beghe umane. Quindi, ti prego, lasciami fuori da questa storiella d’amore, e fammi concentrare in problemi più seri.-

 

Gamma- Già…i problemi seri. (pausa) E ce li avrai, e presto! indovino!-

 

Tiresia- Li ho sempre avuti, generale.-

 

Gamma- Lo so. Ma quelli che verranno saranno tempi fatali.(pausa) Ho saputo dell’oracolo, e tu hai una grande responsabilità. Sai? vorrei avere il tuo parere, specialmente sul traditore.-

 

Tiresia- Gli oracoli li pronunzia chi deve pronunziarli, le interpretazioni sono dei sacerdoti. Io non sono nulla, solo un veggente per voler divino.-

 

Gamma- Ma sei addentro alle cose degli Dei. Devi poter capire meglio degli uomini l’esatto responso. Sforzati, Tiresia, dimmi perché ci sarà guerra tra noi e i romani? E ci sarà un modo d’evitarla? E il traditore? Chi è! Te lo chiedo da comandante dell’esercito siracusano…(pausa, poi con ammiccamento), gradirei moltissimo magari qualche indizio… su cui potermi concentrare per difendere la mia città.-

 

Tiresia- Allora concentrati sui muri!-

 

Gamma- Sui muri? Mi sai dire solo questo? E il traditore?-

 

Tiresia- Per adesso concentrati solo sui muri.-

 

Gamma- (insoddisfatto, lo guarda obliquamente, poi allontanandosi) Per adesso, ma poi mi dirai.-

 

Tiresia- Non a te, ma al Tiranno.-

 

Gamma- (guardandolo dall’alto in basso, con tono quasi minaccioso) Ci incontreremo nuovamente, (poi sprezzante) indovino! (esce)-

 

Tiresia- (incurante) Certamente, generale. (poi girandosi dalla parte in cui sta uscendo Gamma) Ma ti consiglio di non porre mai tre punti di assolutezza nelle tue convinzioni; bensì, mettine solo due di certezza, e uno mettila di dubbio.-

 

Tiresia rimasto solo in scena, gira attorno al braciere, che emetterà fumo bianco, dopo il quale, diradandosi, a sinistra, entrerà il Gran Sacerdote.

 

Archion- Tiresia salute a te, sono Archion, Gran Sacerdote di Siracusa. Sono venuto per ultimo a darti il benvenuto perché volevo parlare con te da solo. Ho grande stima di te, so delle tue sofferenze, nonché dei tuoi poteri d’indovino.-

 

Tiresia- Gran Sacerdote, ti ringrazio per il benvenuto e per le tue oneste parole. ( temporeggiando) E, poi, giungi a proposito, perché, se ti è lecito dirlo, vorrei conoscere, nei particolari, il responso di Deli.-

 

Archion- Amaro responso, amico mio. (tergiversa) Amaro e tristissimo.-

 

Tiresia- (con riverenza) Capisco il tuo riserbo. Ma se ti chiedo di parlarmene, non è per mera curiosità, ma per poter servire al meglio il grande Ierone.-

 

Archion- Si, si! E’ quello che spero. (pausa) Bene, te ne parlerò: Vedi? Quando arrivai a Delo avevo da fare due sole domande alla Pizia; una era sulla salute del Tiranno, l’altra sulla pace in città. Ma, dopo le risposte quasi chiare, ci furono, poi, segni catastrofici, nuove visioni: i fumi abbondarono e la veggente iniziò a parlare come se vedesse il futuro: essa parlò della città di Siracusa. .. (come se la rivivesse) E, nella confusione di nomi e lingue, della delirante, capii quello che ti dirò, e te lo riferisco in piena coscienza avendolo ben inciso nella mia memoria. Essa iniziò così: 

 

Il Fato ha girato il suo ago, e l’ago ha segnato: Roma!  

Vedo le mura, prima solide e imprendibili, divenire teneri come il burro, sguarniti di soldati e piene di piccole brecce;

 vedo soldati che col favore delle tenebre, sgozzano guardie sonnolenti e ubriache.

Vedo la soldataglia che dilaga in città, tra pietre millenarie, e nelle case che odoravano di pane appena sfornato e di recenti amplessi.

Vedo un grand’uomo morto, trafitto da una daga;

Vedo cadaveri che vengono bruciati nelle cave di pietra - ammonticchiati gli uni sugli altri – dove amici e nemici sono uniti in un informe mucchio di ossa bianche… Vedo un tradimento!

 

Ecco quello che ho sentito pronunziare dalla Pizia, invasata dai fumi. E sono molto preoccupato. Troppi particolare sulla Città, nomi taciuti, poi nefaste coincidenze. Tuttavia le ha dette! E io le ho sentite, chiaramente! Questa parte che ti ho riferito, per il momento, l’ho tenuto celato a Ierone… e ad Archimede, del quale l’oracolo sicuramente profetizza la morte…almeno, da quello che ho capito, certamente. (pausa) Ed ora, vorrei avere il tuo conforto, prima di pronunciarmi. -

 

Tiresia- …(quasi tra se) E’ la grande aquila che è scesa dal cielo… sogni di donnicciola, sogni bugiardi, assurdi e senza significato…brutti sogni e basta! Dissero a Croma, la serva!-

 

Archion-  (che ha sentito) Già, la serva! (breve pausa) Sai? Proprio ora mi viene in mente… che la veggente disse anche: “ L’infelice avrà altro dolore! “  penso che, sicuramente, si riferisse a lei.-

 

Tiresia- E’ così.-

 

Archion – Già, è così. (breve pausa)  Ecco tutto ciò che so, tutto ciò che ricordo di quella profezia, e, come ti ho detto, non l’ho confidato a nessuno, perché spero che sia falsa e bugiarda.-

 

Tiresia- Questo è un resoconto, troppo crudo e pericoloso per comunicarlo al popolo siracusano.-

 

Archion -   E troppo assurdo per Ierone, il quale nutre una fiducia assoluta verso il suo alleato romano. Poi, come certamente avrai intuito, ciò avverrà dopo la sua discesa nell’Ade. E, naturalmente sai già, quand’è crudele far conoscere agli uomini quando sarà il loro ultimo giorno, figurati fargli sapere anche del disastro che colpirà la città, dopo la sua morte. Io non…e io…e  io non ci sono riuscito a dirgli tutto. Ho parlato solo del tradimento.

Ora spero ardentemente che tu, coi tuoi poteri possa scoprire il traditore e invertire così il destino di questa gente.-

 

Tiresia- ( quasi tra se) Anche il destino di Croma mi fa tremare i polsi.(poi a Archion) Gran Sacerdote, ti ringrazio per la fiducia che mostri per me, rivelandomi i segreti a cui accedesti a Delo, su Siracusa, su Croma e Archimede, e ti ammiro per la tua sincerità verso il Tiranno. Sappi che ti sono solidale per la grave responsabilità che porti sulle tue spalle, e ti rendo onore per la tua lealtà e fedeltà al Re!

Stanotte supplicherò gli Dei affinchè mi diano un barlume, un indizio, per scoprire il volto del traditore e deviare il corso degli eventi. (esitante) Dopo ci rincontreremo.-

 

Archion- Così sia! Che gli Dei ti siano propizi. Addio indovino.-

 

Il Gran Sacerdote esce di scena. Tiresia resta basito davanti al braciere che gli illumina il viso. Intanto cala il buio. Musica adatta. Tiresia si accoccola sulla base di un tempio, vicino al braciere, unica fonte di luce- come per passare tutta la notte in quel luogo. Con lieve ripresa delle luci, entra in scena Croma. Ella avanza lentamente come in trance, fa il giro dell’Agorà, si aggira attorno al braciere - nel quale Tiresia brucia incenso; poi la donna inizia a  declamare- assente nel tempo, ma presente nel passato-rivivendo la sua tragedia.  

 

Croma- … Mio signore, mio signore! L’hai ucciso! Barbari, l’avete ucciso! Avete ucciso l’uomo più grande che sia mai esistito sulla terra…l’avete ucciso.(rivolta all’Agorà) Ditemi uomini, ditemi: come si può sopravvivere a questo strazio? Eh? Ditemi! Parlate! Perché restate muti di fronte a questo sacrilegio? Siete forse di pietra? …

Infelice donna! Ecco cosa ti resta ancora da vedere: Il gran soldato legato al carro del vincitore, e la sposa che gridando gli si avventa sopra: “Mio sposo e mio signore, posso sopravvivere alla tua sconfitta? Come potrà vivere i miei giorni nel ricordo di te, insanguinato e lacero, legato al carro del vincitore? Cosa dirò al figlio che nascerà? Eccoti legato, ti trascinano, non subire l’umiliazione! Tu sei un grande condottiero, non puoi restare legato al carro del barbaro romano!! … pugnalati… pugnalati

(poi grida) Iela! (quindi sussurrato) Iela…(sconfortata stringendosi le braccia attorno al corpo).

E il romano rende onore ai loro corpi, e alla  serva, - a me! - concede di seppellirli tutti; (con disperazione) ma, mentre mi accingo al triste ufficio, vengono i becchini, me li prendono, li portano in una  cava, e… ( con forza)  li buttano su mucchi informi di cadaveri puzzolenti – e poi bruciati!                                                                                                                   (ricordando il fatto) E il fumo si leva bianco, nauseabondo, leggero, e, come un ricordo, si disperde per il mondo. (stringendosi alla vita)  E a me rimasero soltanto le mie lacrime.-

 

Croma, sempre in trance, esce lacrimando. Tiresia, la segue con lo sguardo, poi riprendono le luci del tutto, ed entra in scena il coro delle siracusane.

 

Coro siracusane – 

Nella notte buia sono accaduti

orrendi fenomeni sovrumani:

Gli alberi hanno sibilato senza vento impetuoso,

la fonte di Aretusa ha sgorgato acque color sangue.

i cani hanno latrato instancabili,

i neonati hanno pianto rosse lacrime,

le mammelle delle puerpere si sono aggrinzite,

Ed ora un silenzio innaturale avvolge la città.

Dicci Tiresia quale sorte amara ci attende,

Forse un terremoto?

Una pestilenza?

Oppure…una guerra perduta…-

 

Tiresia- Oh donne siracusane, i segni sono segni e basta. Il futuro per i mortali è illeggibile. Neppure per un veggente come me, esso è chiaro nei vaticini. Ma c’è tra di voi una donna favorita dagli Dei che può profetare e dare altre risposte alle vostre ansie.(pausa)  Eppoi, le profezie sono da interpretare, ed è per ciò che gli Dei lesinano i loro favori. -

 

Coro delle siracusane- 

Dici bene, saggio Tiresia; ma chi potrebbe essere tra di noi, la donna favorita degli Dei? -

 

Tiresia- La condannata dalla Sorte.-

 

Coro delle siracusane-

E chi sarà?-

 

Tiresia- Colei che sogna le aquile!- 

 

Entra il coro degli arcieri  

 

Coro degli arcieri – 

Noi siamo il nerbo dell’esercito. 

Se le mura crollano ci sono i nostri petti a sostituirli.

Le donne piangono ciò che non c’è,

i loro pensieri volgono verso la morte,

anzicchè verso la vita,

partorendo i nostri figli.

Esse si coprono di martirio,

si credono già stuprate,

e messe in schiavitù. 

Esse non hanno fiducia nel futuro

E nelle nostre forze,

perchè sono rimaste bambine impaurite

Dal nulla!-

  

Annunziato dai corni, entra Ierone.

 

Ierone- Tiresia, la notte cosa ti ha fatto scrutare nel destino di questa città?-

 

Tiresia- Mi ha fatto trascorrere una notte di sonno profondo favorito dal fresco della brezza marina della vostra Ortigia. –

 

Ierone- Ne ho piacere. Ho saputo di fatti inspiegabili accaduti nella notte buia.-

 

Tiresia- Io ho dormito mio signore e non ho udito nessun fatto straordinario tranne la melodia della risacca dell’Ionio, mare caro agli Dei.-

 

Ierone- Mi compiaccio, hai un sonno pesante, a quanto pare. Allora se sei ben riposato, ti prego di sedere, perché desidero parlare con te.- 

 

Tiresia- (esegue, imitato da Ierone) Sono al tuo servizio gran Re.-

 

Ierone- Sebbene tu non abbia udito nulla di particolare in questa notte oscura e infausta, tu hai ben visto una delle nostre donne, ieri notte, aggirarsi qui nell’Acropoli. Dimmi cosa ti ha detto.-

 

Tiresia- Mio Signore, sai benissimo che sono cieco, quindi non posso veder nulla…forse posso immaginarlo. Ma l’immaginare non è l’essere realtà.-

 

Ierone- Allora immagina quello che hai sentito da lei.-

 

Tiresia- Ho solo sentito che cercava l’interpretazione di un suo sogno ricorrente. Anzi  un incubo. Ma io non mi occupo di incubi, posso soltanto aiutare a capire un segno…particolare…-

 

Ierone- E quale sarebbe?-

 

Tiresia- Quello di un certo sogno di aquile e cavalli, di artigli e morsi…insomma di lotte e di morte.-

 

Ierone- (alzandosi) E per chi sarebbero questi… segni infausti?-

 

Tiresia- Per tutti e per nessuno. Le divinazioni dei segni, nel sonno, le suggeriscono gli Dei a Morfeo; ma Morfeo è un birbantello e, nel rivelarli, spesso confonde le parti.-

 

Ierone- (poi passeggiando per la scena) Sei più enigmatico del nostro Gran Sacerdote. Bene, indovino, vedo che sai districarti tra i sogni delle donne. (poi al suo seguito e ai cori) Amici desidero rimanere solo con il grande Tiresia. (tutti escono, lentamente, poi riprende a parlare con Tiresia)  Mago, anche se hai voluto sminuire il sogno ricorrente di Croma, che peraltro già da tempo siamo a conoscenza, desidero che tu mi interpreti quello di mia moglie Filistate.-

 

Tiresia- Io ho la fama di veggente, non d’interprete di sogni, mio Signore. Chiedilo al Gran Sacerdote.-

 

Ierone- Non dirmi cosa devo fare, Tiresia. (irato, poi calmandosi)Tiresia, ti prego, non tergiversare con me. Sono altamente preoccupato. Quindi stammi a sentire e medita su ciò che udrai.-

 

Tiresia- Non avendo occhi, sarò tutto orecchie. Parla, o Re.-

 

Ierone- Bene, così va meglio. Ecco i fatti, anzi i sogni, oggetto di nostra preoccupazione: Mia moglie Filistide  sogna, spesso che mio figlio Gelone- mio erede al trono di questa ricca e splendida città- soccombere perchè attaccato da un nemico che giunge dall’alto! Un nemico multiplo, ma unico. E mio figlio agonizza, soffoca, spasima e chiede aiuto, ma non l’ottiene perchè nessuno ode la sua voce. Tu cosa ne pensi, veggente?-

 

Tiresia- (riflettendo, poi andando come in trance)  Dov’è tuo figlio, ora!-

 

Ierone- Sugli Iblei, a caccia, con amici.-

 

Tiresia- Gli Iblei? Quei monti sono noti per il nettare delle piante aromatiche, dal quale le api traggono un miele degno degli Dei: colore ambrato, dolcissimo e profumato, di una squisita leggerezza, ma nello stesso tempo intenso… (immergendosi nei pensieri, poi trasalendo) Sommi Dei…manda a chiamare tuo figlio, subito. Subito!- 

 

Ierone- Ma…ma… non capisco…-

 

Tiresia – Non mettere tempo alcuno. Dai l’ordine, e speriamo che il destino volga verso altre rotte.-

 

Ierone- (Battendo lo scettro contro un vicino gong) Guardie, a me! (entrano le guardie) subito un messaggero, anzi dieci messaggeri a cavallo sui monti Iblei, rintracciate mio figlio, per comunicargli che gli ordino di tornare immediatamente in città! Andate! 

 

Buio in scena, musica triste. Quando riprende la luce in scena c’è il coro delle siracusane.

     

Coro siracusane- 

Oh Dei dell’Olimpo!

Dai funesti giorni di Trasibulo,

tiranno del malgoverno, 

cacciato dai cittadini,

Siracusa non ebbe tempi più tristi.

Nell’aria volteggia in agguatoThanatos

crudele Dio, 

figlio della Notte

-che sorprende i mortali-

inviato dal Fato che alita

sugli uomini a suo capriccio,

per colpire chi è destinato 

a gesta eroiche.

Noi donne siracusane piangiamo

chi non sappiamo,

chi non conosciamo,

ma del quale destino 

ci sentiamo coinvolte.

 

Entra in scena Ierone, porta sulle braccia il cadavere di Gelone, seguito dal coro degli arcieri.

 

Ierone- Ecco mio figlio.

Il mio unico figlio,

l’erede di suo padre, 

al governo della città.

Eccolo!

Tumefatto dalle mille punture di uno sciame d’api,

a cui, fatalmente, 

calpestò un favo!

Eccolo, il meschino,

sconfitto da insetti che danno miele dolce e orrenda morte:

Soffocato!

Mio figlio soffocato!

Morto! 

non in battaglia,

con la lancia in pugno e lo scudo pronto,

ma annientato, da un mugolo d’insetti ottusi- inferociti! 

Era questa la premonizione di Filistide, sua madre?

Era questo il sogno ricorrente?

Era quello del figlio atrocemente ucciso

Da insetti volanti?

Si! Era questo!

Ma tu Tiresia, non l’hai in tempo capito!

Col tuo potere non ci hai messo in guardia

Da Thanatos - rapinatore: 

a me del figlio e dell’erede,

a Filistide della vita!

Si! 

Della vita!

Perché, la madre, impazzita dal dolore s’è gettata giù dalle mura,

sfracellandosi sui neri scogli! 

Io Ierone, già avanti con gli anni,

non dovevo subire questo tremendo dolore!

Ho fatto tante guerre, combattuto in tante battaglie,

ho governato la città con saggezza,

ho costruito l’Ara a Zeus,

per sacrificare in suo onore.

Ho rifatto l’antico teatro,

ho fortificato la città,

ho dato giuste leggi,

sgravando di tasse il popolo.

Ed ecco, alla fine dei miei giorni il Dolore

mi ha fatto visita!

E il mio cuore sussulta.

Cos’altro dovranno vedere i miei poveri e vecchi 

occhi?-

 

Coro degli arcieri – 

Mio signore, 

confortiamo il tuo dolore,

ben sapendo che ciò sarà appena un piccolo segno.

Ahinoi, non abbiamo nemici su cui abbattere la nostra ira!

Non uomini ci hanno privato del Principe,

non nemici da punire!

Gli Dei si sono presi beffa della nostra potenza.

Potenza che nulla può contro natura selvaggia!

Dormi in pace Principe,

Vai nell’Ade

dove stanno i più coraggiosi.

Lì  ti raggiungeremo quando sarà l’ora,

e ti onoreremo anche da morti!

 

Tiresia- Ierone, capisco il tuo dolore, ma tu pretendi troppo da questo misero indovino. Gli Dei che mi hanno manipolato a loro arbitrio, purtroppo, non mi hanno concesso del tutto il dono della infallibile chiaroveggenza. Ma soltanto quello di percepire, di catturare, di interpretare a loro capriccioso volere. Le visoni vanno e vengono, ma quali saranno quelle esatte? E quando, e come avverranno? Ed ecco il mio acume che elabora e congegna quello che non è chiaro, quello che sta avvolto nella nebbia, spesso fittissima. 

Mio Signore, le visoni non sono sempre dei fatti! Sono un nulla! Null’altro!

Si, certo, ti ho messo subito in  allarme… ma, purtroppo la distanza è stata fatale…

Ora se tu mi credi responsabile della morte di tuo figlio. Ecco, metto a disposizione la mia vita. Prenditela, è la settima, ed è l’ultima! Dopo potrò riposare anch’io in pace nell’Ade, a discorrere con tuo figlio di te, e della tua città!-

 

Ierone- Il tuo parlare è saggio. Io mi sono lasciato travolgere dal dolore. Tu non potevi far di più. Anzi una cosa, almeno, potresti fare ancora per me: dirmi chi sarà il traditore della nostra amata città!-

 

Tiresia- Se lo sapessi te lo direi ora, qui, in presenza di tutti i cittadini. Ma fino ad ora, lo ignoro.-

 

Ierone – Lo ignori, si certo. (pensoso) Il traditore…si, certo, il nome dell’ipotetico traditore (con gesto di stizza) …anche se non credo ad una guerra contro Roma… ma il suo nome mi potrebbe servire per rasserenare i siracusani.-

 

Tiresia- (facendo, pesantemente affermazioni con la testa) Si, certo, potrebbe.-

 

Ierone- Bene. Vedo che capisci. Fermati in città quanto tempo vuoi. E se vorrai comunicarmi qualcosa, viene subito al palazzo!-

 

Buio in scena, lentamente. Escono tutti, tranne Tiresia.   

 

Tiresia- La visione che ho condiviso col Gran Sacerdote, mi ha fatto conoscere il triste futuro della città. Ma non mi ha mostrato il viso e il nome del traditore. Dovrò invocare gli Dei affinchè mi concedano quest’ultimo presagio. Ma se il futuro è già deciso, che senso ha scovare il traditore? Potremo cambiare il corso degli eventi che il Fato ha già stabilito?-

 

Poi la luce riprende ed entrano i cori, Ierone, col suo seguito, e dei portantini che sorreggono i corpi di Gelone e di Filistede. Con musiche adatte, inizierà la funzione funebre, con un gran sacerdote che officerà.

I cori, alternandosi, intoneranno un canto funebre a bocca chiusa. Alla fine il corteo lascerà l’Acropoli per recarsi nel luogo della sepoltura.

Quando finirà la cerimonia, il corteo uscirà, usciranno anche i cori, in scena rimarranno Tiresia e Ierone.

 

Ierone- Tiresia, dopo gli orrendi giorni appena trascorsi, i gravi lutti che mi hanno colpito, ho stabilito gli ultimi atti della mia vita, la quale è vicinissima alla fine. (pausa) Andrò nell’Ade a riposare insieme a Filistele e Gelone. (lunga pausa, come se fosse pensoso o indeciso)

Dunque, ho disposto che il mio successore sia il mio giovane nipote Geronimo, figlio del mio amato primogenito Gelone; quindi che Adranodoro, sposo di mia figlia Demarata sia nominato capo degli opliti ; inoltre ho disposto che mia figlia Eraclea vada in sposa a Zoippo, capo degli arcieri. Essi sono uomini valorosi che sapranno difendere le loro spose…in caso di….insomma, sì, in caso di guerra. Questo ho deciso. E te le comunico, prima di renderle pubbliche, per avere un tuo parere, indovino.-

 

Tiresia- Nobile Ierone, ti ringrazio per l’onore che mi stai concedendo. Ma chi sono io per giudicare i tuoi voleri?-

 

Ierone – Sei modesto! Tu sei caro a Zeus, sei indovino, puoi conoscere il futuro- se vuoi.-

 

Tiresia- Ierone, sai che spesso,” non è sempre tutto oro ciò che luccica”.  Però ti auguro che la tua saggezza sia profetica, e che gli Dei, tramite me,  assecondino i tuoi desideri.-

 

Ierone- (rassegnato) Così sia.-

 

Tiresia- (riluttante) Scusami  Ierone, vorrei chiederti…(s’interrompe, incerto)-

 

Ierone- Parla, ti ascolto.-

 

Tiresia – Sei magnanino, o mio Signore. Vorrei sapere che ne sarà di Gamma e di Iela? Ho saputo che…-

 

Ierone- Sai già?- 

 

Tiresia- Si, mio Signore, ho sentito dire qualcosa…-

 

Ierone- …Si, si…Iela…e Gamma. (riflettendo ) Iela, già…bella e superba come la madre…-

 

Tiresia- … Croma…-

 

Ierone- Croma? ( pensoso, poi evasivo) Chissà! (pausa, poi riprende il discorso interrotto)…  e spirito altissimo come il padre. La volevo destinare a mio figlio, che era rimasto vedovo, ma la volontà degli Dei è stata un’altra.  Ora, lei e Gamma faranno ciò che il loro cuore comanderà. (lunga pausa di riflessione) Da te desidero quel nome. Sta diventando un’ossessione! Dimmelo prima che io muoia, ti prego.-

 

Tiresia – Ierone, ti giuro, che ancora lo ignoro. (guardando il cielo) Stanotte sarà una notte buia, senza stelle. Ideale scenario per divinazioni…-

 

Ierone- Lo spero, tanto. Pace a te o Tiresia.- (si alza ed esce)  

 

Scende la notte, buio profondo. L’unica fonte di luce proviene dal braciere, quasi spento. Tiresia, solo nell’acropoli, si aggira nella scena come se cercasse qualcosa. Improvvisamente si ferma statuario ed iniziano i fenomeni identici alla precedente notte infausta. Fine dei fenomeni. Entrano i cori.

 

Coro delle siracusane-

Nella ormai triste notte,

dove le forze della natura

scatenate

hanno seminato distruzione -

dove la tromba marina s’è scagliata

contro il Plemmirio;

e la grandine ha sconvolto i vigneti 

di Tika, e gli orti 

di Acradina;

e una saetta ha colpito

Euriolo-

Presagio di dolenti infausti giorni

Futuri.-

 

Coro degli arcieri- 

Ormai il timore è nei cuori delle nostre donne,

esso le spreme del giusto sentire

e le condanna alla tristezza più scura.

Mai come in questi giorni

l’angoscia le attanaglia;

la speranza viene meno.

E i figli sono impauriti

dal volto sconvolto delle madri;

e i mariti non soglion più allontanarsi

dalle loro case,

e i vecchi sono lacrimosi ombre viventi.

E noi, reduci di Canne,

non sappiamo più dar loro conforto

con il nostro ardore.

Ma i nostri nervi sono ben saldi,

il nostro Stratega è impassibile,

il nostro Tiranno ci dà armonia e ci conforta

come figli prediletti.

In alto i cuori, donne!

La città è imprendibile,

il nemico sarà sempre sconfitto,

da qualunque parte arrivi!

 

I cori escono uno da destra, l’altro da sinistra.     

 

Tiresia- …(come in trance come se risentisse la parole di Archion sulla profezia) “E così le mura, prima solide e imprendibili, divengono teneri come il burro, sguarniti di soldati e piene di piccole brecce, ecco, col favore delle tenebre, sgozzano guardie sonnolenti e ubriache”. Ubriache? Eureka! Ci sono, so chi è il traditore. E’ Bacco! –

 

Entra il Gran Sacerdote.  

                                 

Archion- (abbattuto) Tiresia, ho fatto un sogno strano, chiedo il tuo consiglio.-

 

Tiresia- Te lo darò sicuramente. Intanto ho trovato il traditore.-

 

Archion- (rianimandosi) E chi è?-

 

Tiresia- Non chi è, ma cos’è. E’ il vino!-

 

Archion- Mi credi forse un allocco?-

 

Tiresia- Me ne guarderei bene. E’ il vino! che berranno a sazietà i difensori delle mura di Siracusa, fino ad ubriacarsi e ad addormentarsi. I romani faranno il seguito, scalando silenziosamente le mura e massacrando i difensori. Una volta dentro e aperte la porta, tutto sarà semplice per gli attaccanti. E’ la visione della Pizia.-

 

Archion- Il vino! Per gli Dei onnipotenti, hai ragione! Certo! Mi ricordo dell’oracolo! Vado subito ad avvisare Ierone.(ripensandoci) Ma, Tiresia, perché i romani dovrebbero attaccare un loro alleato?- 

 

Tiresia- Perché? (pensieroso) Perché, suppongo, non saranno più alleati. Non facesti pure tu quest’ipotesi?-

 

Archion- Giusta osservazione. Ma al Tiranno, cosa dovrò dire? Egli ha a cuore l’alleanza con Romani. Due anni fa ha armato una flotta che è andata in loro aiuto; e di recente ha donato delle macchine d’assedio ai suoi alleati per espugnare Camerina…non mi crederà.-

 

Tiresia- Tu digli che, col mio aiuto, hai reinterpretato l’oracolo… ed, intanto, hai capito chi è il traditore. Digli di proibire severamente l’uso del vino in città, soprattutto ai soldati di guardia sulle mura. Potrebbe essere la mossa decisiva per cambiare tutto il corso degli eventi. E le profezie, rimarrebbero soltanto vaticini senza seguito.-

 

Archion- Sei saggio. Farò così… ma perché non lo comunichi tu stesso?-

 

Tiresia- Perché sono un indovino per volere degli Dei; e, avuto il dono della chiaroveggenza, non posso mentire; e, quindi, potrei parlare di tutte le altre visioni, come quella che ho avuto l’altra stanotte…tremenda notte; per cui, è meglio che Ierone non sappia: avvelenerei la sua vecchiaia.-

 

Archion- Giusto. Ma a me, le tue visoni, puoi dirle?-

 

Tiresia- Potrei dirtele, ma, come ben sai, esse sono oggetto di indeterminazione, di inesattezze, di ambiguità; e se fossero male interpretate, e sfuggissero al nostro controllo, ti immagini il caos e lo scompiglio tra la popolazione?-

 

Archion- Capisco, ma accennami qualcosa, ti prego.-

 

Tiresia- Ti dirò solamente che, come ha già profetizzato la Pizia, della quale ci hai comunicato le conseguenze, e di altre visioni  tragiche che mi sono sopravvenute ieri notte- a conferma della prima, un giorno, non saprei precisare quando, potrebbe venir meno l’alleanza con Roma, per un patto tra Siracusa con la nemica Cartagine. Tale cambio di alleanze potrebbe avvenire per l’ambizione – o la stoltezza- di qualche potente che governerà la città dopo la morte di Ierone. Sommariamente potrebbe trattarsi di questo. Sei soddisfatto?-

 

Archion- Non soddisfatto - sono un siracusano e tengo per la mia città- ma allertato, sì! E, ti giuro sugli Dei immortali, che tenterò con tutti i mezzi di salvare la città. Non permetterò questo scellerato cambio di alleanze! –

 

Tiresia- Ti ammiro Gran Sacerdote, e spero che tu possa avere i mezzi per farlo . E il tuo sogno?-

 

Archion- Il mio sogno? (come se l’avesse dimenticato) Già, il mio sogno… mi sembra piuttosto come l’incubo di Croma…In città si festeggiava la ricorrenza della cacciata dei Dinomenidi. Vedevo il popolo allegro, gente che ballava, che cantava, io passeggiavo sulle mura della città, che Archimede ha reso inattaccabili; e sotto di esse, esternamente, scorsi un mendicante… o qualcosa di simile, che sogghignava bevendo, da un otre smisurato, insozzandosi di vino, offrendolo oscenamente alle nostre sentinelle. ( pausa) Ed io ero come paralizzato, stravolto e angosciato. Quindi, improvvisamente, come per un terremoto, le mura crollavano, e ci travolgevano tutti.-

 

Tiresia- Il tuo non è stato un sogno, ma una visione profetica. E ha per oggetto il traditore: cioè il vino. Quindi conferma il mio giudizio!-

Ora, se non mi sbaglio, il suo significato è il seguente: Dato per certo che Ierone proibirà di bere vino, ci sarebbe la possibilità che, dopo la sua morte, il nuovo Tiranno in carica, lo conceda alla popolazione, per festeggiare il vostro evento; ma, di contro, che lo possa negare alle sentinelle di guardia sui muri, creando così mugugni e malcontento.

Il tuo mendicante del sogno, venendo a conoscenza del malumore, potrebbe tentare le sentinelle portando loro del vino, tanto vino, fino a ubriacarli; cosicchè  la profezia diverrebbe realtà: I romani scalerebbero le mura e prenderebbero la città. – 

 

Archion- Ma allora il traditore è il mendicante?-

 

Tiresia- Quell’uomo potrebbe non essere un mendicante, ma un individuo al servizio di Roma... oppure uno scellerato, insensato e ottuso siracusano.-

 

Archion- Certo, certo. Ma le tue sono sole ipotesi, sebbene tratte dal mio sogno...-

 

Tiresia- … vaticinio, caro amico.-

 

Archion -  (pausa di riflessione) Si, forse. Ma la tua interpretazione- pur tenendola in gran considerazione - circa le alleanze future, non mi convince. Di certo ti assicuro che la terrò sempre presente e che veglierò perchè questo evento non accada, almeno finchè gli Dei mi concederanno di vivere. Grazie amico. (lunga pausa

 

Tiresia- Onore a te Archion.-

 

Archion-  E a te! Tiresia, ora cosa farai?-

 

Tiresia – Farò rotta verso la Grecia. Parto, mio caro amico.-

 

Archion- Che gli dei ti accompagnino.  (uscendo speditamente)–

 

Tiresia- ( tra se, facendo cenno di saluto al Gran Sacerdote) Se lo vorranno... (poi con tristezza) Eh, amico mio, a te gli Dei, purtroppo, non ti accompagneranno. Quel tuo sogno è premonitore. Tu non vivrai a lungo e non salverai la tua amata città, che sarà data in mano a dei cialtroni che la porteranno alla rovina! -

 

Fine dei fenomeni. Tiresia si accinge ad uscire, ma si gira a guardare la città dormiente.

 

Tiresia - E il Fato girò il suo ago, e l’ago segnò Roma!                                                                            Questa è la sentenza!

Addio magnifica Siracusa.

Addio Aretusa, fonte divina:

Tu sopravvivrai nei secoli

Come testimone di una grande città

E come cordone ombelicale tra una grande stirpe

E il suo progenitore dorico.

Addio popolo che veneri Zeus e Atena,

in una grandiosa Ara

e in un maestoso tempio.

La mia missione è terminata. 

Ciò che mi era stato chiesto, sono riuscito a portarlo a termine. 

Purtroppo non è, e non sarà mai, in mio potere cambiare gli eventi.

Partirò oggi stesso da questa ospitale città.

Lascerò un Re che non volle mai essere un Re;  

lascerò Croma al suo Destino, 

e il leale Gran Sacerdote alla sua Sorte.

Addio anche ad Archimede che, con le sue invenzioni, in futuro, avrebbe potuto alleviare le fatiche dell’uomo. 

Peccato! 

Ma gli Dei che tutto possono, hanno deciso così.

Il destino lo stesso.                             

E il Fato che è cieco come me, nulla può per cambiare gli eventi che esso medesimo ha generato.

Adesso dopo aver tanto pregato Zeus per conto di altri uomini, voglio pregarlo per me: 

Mi faccia la grazia di lasciarmi morire e non risorgere più!

Sono stanco di tutte le vite che ho vissuto, di tutte le violenze che ho profetato, di tutte le brutture che, pur non vedendole, ho assistito.

Mi imbarcherò sulla prima nave che va in Grecia, e se durante la navigazione avvenisse il naufragio a causa di una procella, saprò che Zeus mi ha concesso, finalmente, la morte! 

 

Tiresia, lentamente esce di scena, senza più voltarsi. Musica adatta.

 

Entra Ierone, scorge Tiresia che si allontana, e lo saluta con la mano, poi, lentamente sale i gradini e si porta sotto le mura che volgono verso il Plemmirio, .

 

Ierone- Addio Tiresia e che gli Dei ti siano amici. (pausa lunga) Le tristi notti di turbolenza hanno portato le profezie a rilevare l’oggetto del tradimento, per cui il vino sarà bandito dalla città. Ma mi resta l’inquietudine sul suo futuro. Gelone, il mio amatissimo figlio, era già avvezzo al comando ed era al corrente delle faccende governative; era forte e saggio. ( con gesto di rassegnazione) Ma Thanatos se lo ha preso con se. 

Ora il mio successore sarà Geronimo, poco più di un fanciullo, ma a chi si affiderà per aiutarlo al governare di Siracusa? E costui sarà leale. (pausa lunga) Dovrò affrettarmi a designare un tutore onesto… potrei nominare Adranodoro … potrei… ma com’è duro morire senza la sicurezza di lasciare la città in mano ad un governante saggio e giusto… e forte. 

Certo, posso contare sempre su Gamma, mio fedelissimo… ma è un uomo d’armi, non un amministratore saggio. 

Zeus, assistimi!

Atena, dammi consiglio! 

(poi si mette come in ascolto)

Oh Dei! Perché non mi ascoltate? 

Perché mi lasciate ancora dei giorni di vita e l’insicurezza sulla mia amata città. 

Dei crudeli! 

Perché avete permesso a Thanatos di prendersi mio figlio? Perché! (sommessamente) perché…e m’avete anche sottratto crudelmente la mia Filistide, che doveva essere il conforto degli ultimi giorni e della mia morte. 

Perché? vi domando. 

Perché!!!(girandosi verso la città, intanto entrano i cori

Voi miei concittadini mi siete testimoni: 

Lo meritavo? 

Non vi ho governato con saggezza e giustizia? 

Le mie azioni sono state forse in disarmonia con il volere degli Dei?

Allora, Popolo, perché!!! (annichilito, scoraggiato)

Ma non avremo mai una risposta, 

né io 

né voi. ( si pone in ascolto, pausa)

Silenzio. (lunga pausa) Silenzio. (si gira su se stesso, guardandosi attorno)

Dei dell’Olimpo, siete muti? ( quasi gridato, poi rassegnato) Silenzio.

Ora non mi resta null’altro da fare, che prepararmi a raggiungere i miei cari- là, nell’Ade.-

 

 Scende i gradini e si avvia lentamente verso il centro dell’Acropoli, lì giunto, si inginocchia, si rannicchia e aspetta la morte. Il coro intona un lugubre lamento, le luci si abbassano, poi buio.

 

 

                              

 

 

                                         Il  SIGNORE  VESTITO  DI  BIANCO

 

                                                         Nuova versione

 

                          

 

 

Personaggi:

 

 

Giacomo Longo………………………………il signore vestito di bianco;

 

La giovane signora………………………….. interlocutrice misteriosa:

 

Giovanni……………………………………..il cameriere del bar.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla scena è stato ricostruito l’esterno di un caffè all’aperto sotto gli alberi di una piazza romana, In uno dei tavolini sta seduto un anziano signore, vestito di bianco, barba curata, sobria eleganza. L’uomo ha posato il suo bastone e il cappello bianco, sul piano del tavolo. Egli è attento a ciò che lo circonda. Musica adatta. Poco dopo entra in scena Giovanni, il cameriere. 

 

Giovanni – Signor Giacomo, posso portare via la tazzina?-

Giacomo – (quasi sorpreso) Si, certo, grazie… Giovanni. Anzi , sai cosa ti dico? mi porteresti un bicchiere del vostro sublime caffè freddo?-

Giovanni- (sorridendo confidenzialmente) Con l’Eustachino?- 

Giacomo- Perfetto.-

Giovanni- Sarà servito. Pero, signor Giacomo, tengo a precisare che lei qui, può stare quanto vuole…insomma non è obbligato a consumare .-

Giacomo- Lo so, caro, e ti ringrazio; ma assaporare il vostro caffè con l’Eustachino per me è un piacere che non mi posso negare.-

Giovanni- (compiaciuto) Vado subito a ordinarglielo.-

Giacomo- Grazie. (riprende la contemplazione, musica adatta)-

Poco dopo rientra Giovanni e poggia sul tavolinetto un piattino con sopra un bicchiere colmo di caffè freddo. Scambio di cortesie tra i due, a gesti, quindi il cameriere cincischia, vorrebbe parlare, ma, nello stesso tempo, non vorrebbe disturbare il cliente. Il vecchio se ne accorge e gli chiede.

Giacomo – ( con noncuranza) Giovanni, cosa c’è?-

Giovanni – Nulla, nulla. (con uno straccetto pulisce il tavolino).-

Giacomo – (pazientemente) Giovanni… dimmi, il principale ti ha licenziato?-

Giovanni- No, ma cosa pensa mai…-

Giacomo- Ho capito: La Roma ha perso!-

Giovanni- Quando mai! –

Giacomo- E allora dimmi tu cosa ti turba, dai.-

Giovanni- (riluttante) Poca fa, per telefono, ho litigato con Carla…-

Giacomo- E cosa vuoi che sia? Vai dal fioraio all’angolo, poi comprale dei fiori, scrivile un romantico bigliettino, ed è tutto risolto: Stasera, appena rientri in casa, ti butterà le braccia al collo.-

Giovanni- Sarebbe una resa. Io ho ragione in questa circostanza.-

Giacomo- Questo lo dici tu, che sei di parte…poi, si dice, che la ragione o il torto, nella coppia, non sono mai da una sola parte. Dai, Giovannino, fai come ti ho detto e …ora lasciami gustare il mio Eustachino.-

Giovanni- (prima titubante, poi deciso) Va bene…Farò così… Buon degusto... Maestro…-

Giacomo- Eh, eh…(cenno come dire: ma che vai dicendo) - 

 

Il cameriere si ritira e il vecchio signore inizia a sorbire il caffè lentamente, sempre osservando ciò che lo circonda, come se cercasse qualcosa o qualcuno. Musica adatta. Dopo uno due minuti entra in scena una giovane signora che si avvicina al tavolino.

 

Signora- Mi scusi signore se sono un po’ sfacciata, ma mi userebbe la cortesia di farmi sedere al suo tavolino?-

Giacomo- ( sorpreso, poi facendo il gesto d’alzarsi, per galanteria, ma anche guardandosi attorno per vedere se c’erano tavolini liberi)  Ma la prego…sieda, sieda pure (accenna alla sedia vicina, mentre toglie dal tavolo il bastone e il cappello, posandoli  nell’altra sedia )-

Signora- Grazie, lei è veramente un gentiluomo…-

Giacomo - …così pare…forse l’ultimo di una specie in estinzione.-

Signora – Per nostra sfortuna… grazie per la cortesia, signore… sa, ho camminato parecchio e sono stanca.-

Giacomo – Turista?-

Signora- No, no… diciamo che sarei… un’accompagnatrice.-

Giacomo- Acco…accompagnatri…ce? Nel senso che…-

Signora -Non in quel senso, spiacente.-

Giacomo- Per me farebbe lo stesso, non ho, diciamo, preclusioni. Posso offrirle qualcosa?-

Signora – Nulla, grazie, solo la sua gentilezza.-

Giacomo- Quella è già scontata. Ma devo stare attento… alle reazioni improvvise.- 

Signora- Reazioni? E perché mai?-

Giacomo – Eh… non si può sapere dove si va a parare con le gentilezze, la galanteria, il corteggiamento, oggigiorno. –

Signora- Esagerato. Le buone maniere, non passano mai di moda.-

Giacomo- Certamente… però possono diventare un campo minato. –

Signora- Addirittura.-

Giacomo- Beh, si… diciamo che, in certi casi, con certe persone…chessoio…in questi ultimi tempi…con i “metoo”, o come diavolo si chiamano, contro la violenza verso le donne- che implica anche il corteggiamento serrato, inteso come molestia sessuale- insomma bisogna essere molto attenti a come ci si muove, anche per le cose più semplici, quali il complimento non gradito. Insomma bisogna essere molto prudenti.-

Signora-  Mi pare che lei esageri la questione… con una punto d’ironia. O mi sbaglio?-   

Giacomo- Eh sì… ma se c’è una lieve ironia è perché le esagerazioni la consentono. Sa, a proposito, di complimenti non graditi, o di galanteria, se me lo permette, tanto per parlare, le racconto un fattarello. (breve pausa, poi come se fosse incerto)-

Signora- (incoraggiandolo) La prego, dica, dica.-

Giacomo – ( con largo gesto di accondiscendenza) Ma si, certo, tanto per parlare: Sa, recentemente ho visto un dibattito in TV, c’erano in studio la conduttrice, due candidate alle recenti elezioni, più un vecchio signore, giornalista e scrittore. Il predetto, uomo anziano , dato che- ne deduco io- era abituato a essere galante con le signore, e forse anche perché, probabilmente, non ricordava i rispettivi nomi delle candidate, si rivolse alle suddette chiamandole bonariamente signora biondina, la prima; e signorina brunetta, la seconda. Apriti cielo! E cosa successe!!! Mentre la prima, accolse, con un sorriso di circostanza, quelle espressioni- come se fossero le parole di un nonno rivolte alla propria nipotina- la bruna, candidata per il Popolononsochecosa, invece, insorse in malo modo, apostrofando il vecchio signore, e chiedendogli di rivolgersi a lei col massimo rispetto, risparmiandosi quell’espressione che poteva riservare alle donne, che fino ad ora egli aveva frequentato. Gli altri interlocutori rimasero interdetti, sconcertati. Ma poi il vecchio, saggio, con un cenno di rassegnazione, intelligentemente, fece finta di nulla, e proseguì il suo dire. Ora, mi domando: È mai possibile che si arrivi a tanto? E’ possibile che la galanteria sia bandita nei rapporti tra i due sessi? E la gentilezza? La bonarietà? E l’essere cavaliere? Come regolarsi? A soggetto? A come viene viene? No! cara amica, se mi passa questa espressione (cenno di si da parte della donna) per conto mio s’è rotto un equilibrio… sarò vecchio, sorpassato, del ‘900, ma mi viene difficile non essere cortese con le signore…alzarmi al loro cospetto… salutarle con un inchino, scappellarmi.-

Signora- Se posso darle un consiglio, continui a essere gentile col sesso debole, e non si curi d’altro.-

Giacomo- La ringrazio. E’ il mio modo d’essere. Ma il comportamento esagerato di certe donne…se rivolto a me, mi metterebbe in difficoltà.-  

Signora - E’ il femminismo, caro signore, il riscatto.-

Giacomo- Ne è sicura?-

Signora- Si, ma penso che, nel caso specifico che ha citato, fosse quello becero.-

Giacomo – Lo penso anch’io. (pausa) Sa? a modo mio, sono un femminista ante litteram: Guai a toccarmi le donne! Insorgo! (con aria confidenziale) Non so se si capisce, ma io sono un tifoso della donna. (con un sospiro) Se fossi stato scrittore, chissà quante centinaia di pagine avrei riempito sull’argomento. (agitandosi sulla sedia) Ma insomma, ella, costola della mia costola, è per sua natura;  è così perfettamente  femminile: che si offre e non si offre; che accetta e non accetta; che ti lascia sospeso finchè non lo decide lei. E proprio lì sta l’incanto.(pensoso) Già, l’incanto. Pertanto, ora, per conto mio, penso che la femmina dev’essere coccolata, non violentata; dev’essere custodita, non offesa; compresa non emarginata; adorata, fino al limite del possibile. Senta questa: Per me la donna è l’essere più bello in assoluto! Ella sa essere angelo quando ama, demonio quando è gelosa. Chi non è stato mai amato da una donna, non ha vissuto! (pausa) Senta le cito questa affermazione- sentenza, che ho letto da qualche parte: “ Il Primo Fattore, creò per prima la femmina, la benedisse, la colmò di tanti doni: La bellezza, l'armonia, l'arguzia, l'astuzia, l'intuito, la dolcezza… la sensualità. Poi creò il maschio, e avendo esaurito tutti i migliori doni, gli dette solamente un po’ di coraggio, di forza fisica e di tanta  prepotenza. Basta! E` evidente che costui, con tutti questi attributi, riuscì a sottomettere la dolce creatura, colma di doni e di rotondità fisiche, certamente, ma non adatti all'offesa- che soccombette. Ed ecco spiegata tutta la storia dell'umanità scritta al maschile. Ma il buon Fattore è infallibile, onnisciente e giusto e non può, quindi, accettare tale sopraffazione, allora, sicuramente, avrà preparato una trappola. Trappola che riporterà tutto al suo vero stato primitivo”…-

Signora - …Trappola?-

Giacomo- L’aneddoto dice proprio così: trappola! (pausa) Chissà, forse il Colui che Fa, avrà pensato, chessoio, di diluire i doni e di mescolarli, nel tempo, tra maschi e femmine. Forse penserà agli angeli...-

Signora- E’ proprio sicuro d’aver letto questo aneddoto da qualche parte?-

Giacomo- (sornione)  Sicuro sicuro non direi, ma che lo sottoscrivo, certamente, si! (pausa) Ah, le donne…(pausa)  Sa, mi viene in mente una poesia, letta chissà dove…se non inciampo nei meandri della memoria…fa così: (allarmato s’informa) Ma, mi dica, in verità, la vorrebbe sentire? –

Signore- Certamente, dica, dica.-

Giacomo- Sicura sicura?-

Signore- Sicurissima e …curiosissima.-

Giacomo- (soddisfatto, si schiarisce la voce, poi declama)  Ecco, se non erro s’intitola “Com’è dolce…”  (prima con voce tremula, poi vibrante):      

                                                           

Com’è dolce, com’è morbida e carezzevole,

Com’è profonda, com’è accogliente,

Come brucia!

Com’è avvincente, com’è inebriante e sublime

- La Donna!

 

E il Creatore, stupito,

La colmò di tutti i Beni;

E all’uomo dette solo

- Scarti.

 

E’ Lei la prima Creatura

( Il compagno Le fu tratto, chiaro!)

Lei Principio e Fine di ogni uomo nato

- Maschio.

 

Lei, che t’avvolge;

Lei, che ti travolge,

E’ sempre Lei, che con un

- Sorriso

Ti sconvolge.

 

Chi non è Morto fra le Sue Braccia

Alzi la mano!

E chi non l’alza,

Ahimè, è Povero

Sfortunato.-

Signora – Bellissima. E…l’autore?-

Giacomo- Grazie, grazie mille. Eh, l’autore? … sa che non lo ricordo  (riprendendo quindi, come un filo interrotto). Ma via! Ci dimentichiamo che le migliori pagine di letteratura dello scibile umano sono state ispirate e rivolte alle donne? E i cavalieri senza macchia e senza paura che si battevano contro i draghi per salvare le pulzelle? E i nostri massimi poeti dello stil novo, a chi rivolgevano le loro rime? E nel romanticismo, la donna non era all’apice dei pensieri dei poeti? E i duelli conseguenti, quando gli uomini incrociavano le lame per difendere l’onore delle donne? (pausa)              Ed ora…tutto messo in discussione. No, non ci siamo, non ci siamo proprio proprio.-   

Signora- Non ci badi… certe volte sono reazioni di facciata… in fin dei conti, la galanteria è sempre piaciuta alle donne. Non ci pensi, ci sono altre questioni più importanti e gravi, anzi gravissime,  che intrecciano i nostri rapporti…-

 

Giacomo- …lo credo, sì, certamente… come il triste fenomeno del femminicidio!  (come per allontanare un pericolo con la mano) Orrendo delitto la cui condanna è sempre poca! (pausa) Certo, la violenza sulle donne… (riflessivo, quasi tra se) sa, c’è sempre qualcuno che ipotizza, come rimedio, l’impossibile optimum: la castrazione; (altro gesto di impotenza) poi quell’assurda violenza domestica… quasi sempre ad opera di un  “Picciol spirto, tristo, insignificante et nullo” ( raccolto in se, addolorato).-

 

Signora- (vedendolo in quelle condizioni) Mi scusi, forse siamo andati oltre le intenzioni. (per risollevarlo dall’abbattimento) Di cosa stavamo parlando?-

 

Giacomo – Sa che non lo ricordo? (Frastornato).-

 

Signora- Ma sì, parlavamo di galanteria, di cavalleria.-

 

Giacomo – (tornando in se) Già, la cavalleria…Sa, ora, riflettendoci bene, col mio porgermi nei suoi confronti, avrei potuto rischiare il pericolo di un linciaggio morale, se non giudiziario.-

 

Signora – (risollevata) Ma sì, esagerazioni, non ci non ci pensi più, le ripeto. (poi come per cambiare argomento) Però noto, con piacere, che lei ci sta bene qui, seduto al tavolino di questo bar, a guardarsi attorno, quasi a contemplare.-

 

Giacomo – Si, ha ragione, contemplo, cerco…-

 

Signora- E cosa cerca?-

 

Giacomo- Cosa cerco? (breve pausa) Il sublime! Cerco il sublime, si. Ma mi accontento anche del pittoresco. Sono un esteta, cerco la bellezza, ovunque si annidi. Però, non è così semplice. (pausa) Vede, per esempio, oggigiorno i ragazzi amano imbruttirsi: Guardi quella ragazza, dev’essere una giovane venere e, invece sembra una stracciona! E’ la moda? E’ protesta? E’ libertà? Sarà tutto ciò, ma per me è la mortificazione della bellezza, intesa come estetica pura e semplice. Vede, cara amica – ancora una volta se me lo posso permettere – (lieve cenno affermativo della donna)…vede, se il Padre Eterno, l’Onnipotente, il Creatore, il Primo Fattore, chiamatelo come vogliamo, avesse voluto creare -non si scandalizzi per l’espressione -  la femmina brutta, chi glielo avrebbe potuto impedire. Nessuno! E allora -come già accennai - se la femmina non doveva essere bella, armoniosa, piacente, gentile, accogliente, debole -fisicamente, s’intende- ebbene Colui che poteva, non l’avrebbe già fatto, all’inizio, in quell’altro  modo, altra specie, altro “conio”. Invece no! Non l’ha fatto così brutta! Ergo, ci sarà stato un perché per quella scelta di bellezza e di armonia? Sicuramente si! (riflessivo) Anche se noi non ne comprendiamo il perché! Bene- anzi male- e allora cosa fanno le giovani ragazze di oggi? Fanno l’opposto di ciò che ha stabilito per loro il Creatore, Ideatore, Fattore: s’imbruttiscono!  No, cara amica, qui c’è qualcosa che non quadra…-

Signora -Ma lei non le può accettare così, come sono?

Giacomo -Certo che posso… anzi che potrei. Ma vede? Io, come le dicevo, sono un esteta, e a un esteta non si può chiedere di rinunziare d’apprezzare, di respirate, di saziarsi di bello. E questo, a me perlomeno, da parte di certe ragazze, viene precluso. Ma badi bene, anche da parte dei giovani ragazzi. Vede quello? E’ senza sedere- anzi lo sembra. Ma il suddetto Creatore non ha certo creato il giovane maschio così?  Senza il sedere! che è il bilanciamento armonico del corpo, nel suo insieme. Egli ha creato la perfetta armonia fisica: forza e bellezza. Forza per combattere - non dimentichiamo chi eravamo in passato- e bellezza per attrarre la femmina con la quale accoppiarsi. Tutto chiaro? E invece no! La moda- non l’Alta Moda, s’intende- ma la moda spuria, senza estetica; quella che imponendo i suoi bassi e speculativi canoni, mortifica la bellezza. Non lo permette! No! macchè! Per cui la femmina, il maschio, devono essere così e cosà - certe volte anche senza nessuna differenza tra i sessi- altrimenti poverini sono tagliati fuori dal contesto. E io mi ci incarognisco sopra: Come posso avere l’onore, il piacere, il privilegio di contemplare la bellezza in movimento, se ne vengo impedito da uno stravagante vestito, da un pantalonaccio tutto strappi, e, da una logora camisaccia; insomma da un mucchio di vecchi stracci spacciati per vestiti?  Ebbene, si! Sono impedito! E allora lavora in me la fantasia, per rimediare alla scortesia della mancanza , assurda, dell’esporre al mondo, castamente, lo splendore della propria bellezza. –

Signora- Non mi dirà che lei viene qui solo per ammirare ragazze e ragazzi.-

Giacomo-  Cara amica, se lei la pensasse veramente così, mi farebbe un grave torto. Certo, l’armonia e la bellezza che ambisco contemplare qui, è fuori dalla portata di un vecchio, perdipiù provinciale- perché, dal mio dire, avrà certamente capito che non sono di questa bellissima città. Vede, gentile signora, io desideravo dalla vita l’elargizione di tre doni: L’Amore, la Saggezza, e la Contemplazione. Ora, l’amore, com’ è giunto così se n’è andato; la saggezza non è mai arrivata; mi è stato concesso solo l’ultimo dono: la contemplazione, attraverso la quale mi stupisco. (poi, allargando l’orizzonte col gesto misurato della mano) E vuole che non mi stupisca contemplando una città che ha in se stessa il germe dell’armonia; della spiritualità, della grandezza dell’uomo, in tutte le sue accezioni? Una città eccezionale, alla quale ho sempre tenuto… sin dai tempi della mia giovinezza, quando dalla provincia venivo qui, nella famosa via Induno, a fare il mio concorso pubblico…in quell’immenso salone… tra tutti quei colleghi concorrenti. Io, allora, alloggiavo in centro, in un appartamento di un palazzo inizi novecento, austero, bello, accogliente… mi affascinavano anche gli oggetti più comuni, ad esempio, i portoni in legno, giganteschi, protettivi, odorosi di anni, di storia, di gente. (con ampio gesto) E tutt’ora mi incanto di fronte ad essi…ai palazzi che proteggono: m’incanto di queste piazze, di questi alberi, di questi piccoli bar, di questi tavolini all’aperto…e stupisco di questo mio stesso incanto. E, allora, ogni occasione, durante la mia lunga vita, è stata buona per ritornarci…e, molto prosaicamente, direi che qui ci sto bene, quasi da pascià… credo. (riflessivo) Certo, ora posso fare…veramente il pascià. Già! Adesso, si: pensionato, scapolo per scelta, perché nella vita ho sfarfallato, come si usa dire, di fiore in fiore. (rilassandosi) Ma appagato… certo, si…appagato…insomma, si.-

Signora- Ha vissuto bene, si vede...-

Giacomo- Già, si vede…però, sì,  adesso…ma nel passato…le traversie…Ma non voglio tediarla e intristirla. No! Non vorrei nemmeno diventare patetico- per carità, no! (cambiando argomento) Sa ieri dove sono stato? Sono stato alla fonte della nostra cultura e della nostra arte: A San Pietro!-

Signora- Ma va.-

Giacomo- No, per carità, non da turista, ma da…da saggiatore…ovvero da contemplatore,  da inspiratore - sì certo-  per  inalare un afflato d’Arte, con l’A maiuscola. Là dentro mi esalto al pensiero di ciò che la nostra cultura ha saputo creare… si proprio creare. Ma in quale altro posto avrei potuto trovare quel condensato di spiritualità artistica dell’umano scibile? Si, ci sono altre culture interessantissime, spirituali, artistiche; ma la nostra si alza di una spanna per l’alto contenuto pittorico, scultoreo, architettonico. (pausa) E per la musica… ah, la musica…beh, con essa le cose allora prendono la via del sublime.-

Signora- Sarebbe?-

Giacomo- Sarebbe che, come forma d’Arte, a mio giudizio, in cima c’è la poesia, poi la musica, la pittura e quindi la letteratura e le altre Arti. Ora anche tutte le altre civiltà, per carità, hanno le loro Arti, ma mai, mai, nel numero straordinario della nostra. Vede, perdendomi in San Pietro, certo volte udivo il coro di “ Vai pensiero”, la quinta di Beethoven, la toccata e fuga di Bach, e… il pianoforte di Rachmaninoff. Penso, ora, qui, con lei, oltre ai grandi autori… penso alle orchestre- alle grandi orchestre- ai grandi direttori, ai magnifici interpreti, e mi convinco che sono nel giusto: rispetto alle altre culture, con la musica, abbiamo sfiorato il sublime!-

Signora- Lei è un poeta? Un musicista?-

Giacomo. Io? No, ma che dice? Io poeta…musicista…magari. No, glielo già detto: sono solamente un esteta: Contemplo il bello… che percepisco con la pelle… -  

Signora- La pelle?-

Giacomo- Si, la pelle, l’epidermide. Non so se lo ricorda, ma un grande Maestro del teatro diceva che alcune volte di fronte al bello gli si aggricciava la pelle. Ebbene, questo succede anche a me: Indipendentemente dal luogo o dalla situazione in cui mi trovo. (pausa) Vede, come ben sappiamo, è facile emozionarsi in teatro, o nella sala di un concerto, oppure nell’immensità di un orizzonte…ma emozionarsi davanti al televisore, ebbene, è tutt’altra cosa: Io, di fronte alla manifestazione dell’Arte, ho applaudito lo schermo! Si lo schermo! Con la speranza che qualche arcana magia potesse portare il mio applauso fino alle orecchie degli autori e degli artisti interpreti.-

Signora – E lei lo crede veramente?-

Giacomo- Potrei crederlo o no, intanto lo faccio. (pausa) Poi, le sensazioni, sono qualcosa, che a me, perlomeno, trapassano i sensi umani. Se me lo permette, le faccio un esempio…(esita a parlare)-

Signora- Parli, parli pure, non mi annoia. Affatto.- 

Giacomo- Grazie assai, gentilissima. Ma è un incredibile colpo di fortuna trovare una persona che sa ascoltare… insomma una… come lei. (pausa di concentrazione) Ecco: Tempo addietro mi trovavo in una città siciliana che era stata, anticamente, una grande potenza locale. In quella città, negli anni cinquanta, un simulacro in gesso di una Madonna, trasudò lacrime. Tralascio di giudicare il fatto. Ma la comunità cristiana, qualche tempo dopo, volle costruire un Santuario nelle vicinanze del luogo della straordinaria lacrimazione. Quel luogo era stato sede di uno dei quartieri dell’antica città. Scavando le fondamenta, i costruttori si imbatterono in reperti dell’epoca, che trasportarono in altro loco, ma certi altri, ad esempio dei muri, li lasciarono là, dove si trovavano, inglobandoli nella cripta.  Ora in quella cripta si stava celebrando il funerale di una persona alla quale non voleva far mancare, unita al mio cordoglio, la  mia considerazione. C’era affollamento e i posti rimasti erano in piedi. Io mi sistemai in fondo, e durante la celebrazione, appoggia la mano sull’antico muro. Non ci crederà, ma ricevetti una scossa quasi elettrica, che mi fece aggricciare la pelle! Ero entrato in contatto con qualcuno o qualcosa? Chi era entrato nel mio animo?-

Signora- Suggestione…-

Giacomo- Può darsi. Ma già in passato, davanti alla bellezza, all’Arte, altre volte avevo ricevuto lo stesso – diciamo- messaggio. Per esempio: Una volta mi trovai in una città barocca, e fissando la facciata di una chiesa, in alto, scorsi una nicchia, che conteneva una piccola effigie – presumibilmente una Madonna con il bambino in braccio – scolpita nella pietra locale, e che la pioggia, il vento, il sole, avevano logorato, donandole un particolare fascino. Ebbene, nell’ammirarla, mi venne un brivido, e dovetti distogliere lo sguardo. –

Signora – Lei è una persona sensibile. Ma, a parte l’arte, la contemplazione,  mi dica: in effetti, adesso, cosa ci fa veramente qui, in questa città non sua? –

Giacomo- (preso alla sprovvista dalla domanda diretta) Cosa ci faccio? Certo cosa ci faccio… ma vede, sarebbero motivi strettamente personali…-

Signora- Mi spiace…non volevo…-

Giacomo- No, non si deve dispiacere… la sua è curiosità, scaturita dalla mia logorrea.-

Signora- No, no, mi piace ascoltarla.-

Giacomo – Le credo, grazie. (pausa, poi tentennamento) Certo mi è difficile parlarne, ma lei mi ispira fiducia e…comprensione. E allora parlo: Vede, cara amica, penso che ognuno di noi abbia i suoi limiti, i suoi destini, la sua vita… e, spesso, le questioni si intersecano …si accavallano,  s’intrecciano, e, altre volte si aggrovigliano…   aggravandosi: Ecco, allora, che subentrano i problemi di salute, la solitudine, la vecchiaia…già, proprio così. Ecco, diciamo che io … io adesso…(di getto) insomma sono un malato terminale! Allora cosa dovrei fare? Mettermi a commiserarmi? tediare il prossimo? sparare all’impazzata? bestemmiare? No, non rientra nel mio modo di essere. Allora… allora ho pensato: Bene ho tot giorni- dico giorni- di vita, come li impiego? Li impiego nello stesso modo in cui mi era piaciuto impiegarli, quando ero in vacanza- nel  lontano passato: Cioè rivisitare questa città e sedermi, come sempre, in un tavolino di questo bar, sotto gli alberi in una bella piazza, dove già, dagli anni della giovinezza, avevo visto scorrere la bellezza, l’arte e…la vita- e aspettare. (pausa breve, poi con decisione) Signora, io, qui, già da molti giorni, aspetto una Presenza, la quale mi porterà via con se. Naturalmente non so chi essa sia…(breve pausa, poi con un sospiro) Guardi, in una di queste tiepide sere, passeggiando per una bellissima via chiusa al traffico, ho incrociato un giovane africano: bello come un Adone, dall’aspetto regale, imponente, il quale, intanto che mi veniva incontro, mi fissava con due grandi occhi leggermente a mandorla, pieni di comprensione …o forse di pietà. E’ lui!, mi disse il mio cuore, sussultando. Ma, giunto a un passo da me, quell’uomo dall’aspetto d’angelo, allungò la mano dell’elemosina! Ed io mi vergognai d’essere quello che ero, in quel momento- per lui! (breve pausa) Comunque, credo, che presto la conoscerò la Presenza, quella vera; perché verrà, qui, lo sento, in questo mio posto preferito, a prendermi, per accompagnarmi dove non so, ma in un luogo che essa…sa di già.-

Signora- E se venisse ora, dove andrebbe a…a…-

Giacomo- …a finire la vita? E chi lo sa. Forse mi porterebbe in centro, tra le auto che scorrono veloci… oppure sulla terrazza di quel palazzo…o, magari in un giardino pubblico, dove mi farebbe sedere su una panchina, e con lei accanto, mi farebbe effettuare il…il passaggio. Chissà.-

Signora- E se avvenisse adesso, qui, in questo preciso momento, mentre sta seduto in questo tavolinetto, in questo bar, sotto questi alberi ombrosi, in questa piazzetta… ora!... Giacomo Longo!-

Giacomo- (che l’aveva ascoltata col capo chino,) Sa il mio nome? (la donna annuisce) Ah, allora è lei! Sì, certo… certo…qui sarebbe l’ideale (alzando lentamente il capo). Ma lo sa, giovane signora birbante (sottolineando col gesto della mano), che un sospetto su chi lei veramente fosse, l’avevo avuto quando mi ha chiesto il permesso di sedersi al mio tavolino- e c’erano tanti altri tavoli liberi; ma, vede, io, nel mio immaginario, m’aspettavo una Presenza austera, magari vestita di nero, velata… la quale, con un sorriso accattivante…beh, m’avrebbe portato via con se. Lei, invece… certo, sì, - seduta qui, accanto a me, ad ascoltare le mie riflessioni, o il bla bla bla, a seconda dei casi - mi è sembrata reale, viva, più viva di me stesso, ed ho accantonato quel pensiero. (pausa, poi con un leggero imbarazzo) Bene, adesso, credo, che  bisognerà procedere. (cenno affermativo, da parte della signora) Si, certo (annuendo col capo)…sono pronto. Ah, mi permette di saldare il conto? (cenno di si della signora) Giovanni, il conto. (prende il portafoglio dalla tasca interna della giacca)-

Entra il cameriere, che non scorge la signora, porge il conto, ritira il denaro che l’uomo gli da; fa per dare il resto, ma il vecchio signore, lo ferma col gesto, come dire: tienilo pure.

Giovanni- Grazie signor Giacomo. Ah, sa, poi con Carla, tutto risolto.-

Giacomo- Ne sono felice.-

Giovanni- (tergiversa, in disagio, vorrebbe dire qualcos’altro, ma non osa disturbare la calma olimpica del vecchio signore- il quale rimette, lentamente, in tasca il portafoglio- quindi decide d’andarsene) Buona passeggiata, maestro.-

Giacomo allarga le braccia rassegnato, la signora sorride sorniona. Il cameriere esce, quindi l’uomo, sempre con calma, s’aggiusta la giacca, calza il cappello, prende il bastone, poi mette la mano sul tavolino, come se si volesse alzare, ma la signora, con un sorriso, gli mette sopra la propria mano. Egli capisce, annuisce, e con una dolce musica, tutto si ferma. Calano le luci.

 

Sipario       

 

 

 

 

 

 

 

 

                                     IL  CAPITANO  ACHAB,  BALENIERE                                                                                                  

 

                                             (da  “Moby Dick” di  Melville)

 

 

 

 

 

                                                       Tragedia in tre atti

 

 

 

 

 

 

                                                                    Di

 

 

 

 

 

 

                                                       Antonio  Sapienza

 

 

 

 

 

 

anno 2007 – tragedia in tre atti –  personaggi: 6 m. + comparse.

L’opera è tratta dal romanzo di Herman Melville “Moby Dich”, con particolare attenzione alla figura “invasata” di Achab.

 

 

 

 

Aprile 2007

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

 

 

Achab ………………………………….. Capitano della baleniera Pequod;

 

Starbuck………………………………… primo ufficiale;

 

Stubb …………………………………… secondo ufficiale;

 

Pip ……………………………………….mozzo;

 

Smut……………………………………...carpentiere;

 

Bagnomaria………………………………cuoco di bordo;

 

 

e, inoltre vari marinai, colombieri, timonieri, che hanno piccole battute.  

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutta la vicenda si svolge a bordo della nave baleniera Pequod.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Atto  primo

 

Sulla scena, su uno sfondo grigio madreperlato, con sfumature di azzurro in alto e di blu in basso, a destra sarò ricostruita la tolda e la plancia di una nave a vela, mentre a sinistra ci sarà durante il primo atto, la cabina del capitano; poi, nel secondo e terzo atto, il laboratorio del carpentiere.

Tutte le volte che la scena si svolgerà a destra, sulla plancia, questa verrà alluminata e l’altra parte resterà al buio. Viceversa quando la scena si sposterà nella cabina o nel laboratorio.

I costumi saranno quelli dell’epoca.

Gli effetti della caccia e della burrasca, debbono essere prodotti con l’illuminotecnica e gli effetti sonori, o, se proprio si vuole, con effetti speciali.

La musica dovrà essere accuratamente selezionata, sia nelle parti dove l’azione è intensa, sia in quelle idilliache della navigazione, o delle riflessioni dei personaggi. Per la canzone, si preferirebbe una musica originale.

 

All’apertura del sipario, con musica adatta, sarà illuminata debolmente la plancia. Dopo un minuto cesserà la musica e si udranno solo lo sciabordare dello scafo e un leggero ululato del vento.

 

In scena ci sarà il signor Starbuck, il primo ufficiale, intento a fare una rilevazione della rotta con le stelle ( coro a bocca chiusa della canzone dei marinai). Dopo un minuto entra il signor Stubb, il secondo ufficiale, che lo deve rilevare nel turno di guardia.

 

Stubb.- Signor Starbuck, sempre più prudente. Adesso prendete il punto ogni due ore. Se non vi conoscessi direi che siete “molto prudente” (come dire un pauroso), nel fare il vostro lavoro. Che ne pensate? Forse potremmo perderci là in fondo a quella maledetta gola del demonio che gli uomini chiamano capo della Buona Speranza? Oh, avete fatto scendere il colombiere di vedetta? Come mai? Adesso non si caccia più?-

Starbuck – Signor Stubb, (rimarcandolo) se non vi conoscessi, direi che avere voglia di attaccar briga col vostro primo ufficiale, dopo che l’avete fatto col capitano di questa nave, col capitano Achab, baleniere … invasato…col diavolo personificato (detto tra se).-

Stubb.- Signor Starbuck, quando voi non potete dormire il vostro sonno dei giusti, perché un stramaledetto vecchio invasato, come lo chiamate voi, con una gamba d’osso di balena, vi passeggia sulla testa, nei nervi, nei pensieri, nell’anima, con quel maledetto top toc, top toc, voi cosa fareste? Certo, quello che ho fatto io. Gli ho detto: signore, ma perché non mettete un po’ di stoppa nel pomo di quella vostra gamba finta?-

Starbuck.- …e lui vi ha preso a calci, e pure con la gamba di avorio di balena…-

Stubb.- No, no. L’avesse veramente fatto. No, mi ha insultato chiamandomi cane. E quando gli ho risposto, offeso, che non permettevo a nessuno, nemmeno al mio capitano di chiamarmi cane, ebbene mi ha chiamato dieci volte asino! E mi ha imposto di levarmi dai piedi e di scendere nell’inferno della stiva, prima che mi spediva nell’inferno vero, quello dei cristiani.-

Starbuck.- E voi siete sceso…-

Stubb.- Sono sceso, si! Ma pensavo: non sono mai stato trattato così, prima d’ora. Ora risalgo e gli mollo un pugno! Ma poi mi accadde una cosa strana: non sapevo più se tornare indietro e suonarglieli… oppure inginocchiarmi e pregare per lui. Poi ho ripensato al mio dodicesimo comandamento che dice: dormi finchè puoi.

Starbuck.- Il dodicesimo comandamento? E quale sarebbe l’undicesimo?-

Stubb.- Non pensare. A proposito di pensare: Ma voi credete a quello che dice l’equipaggio, che la gamba gliela amputata una balena?-

Starbuck.- Altrochè se non è vero! Fu Moby Dick, una balena bianca di quasi centocinquanta piedi, grossa come una montagna, furba come una volpe e crudele come una vera belva.-

Stubb.- Una balena è sempre una balena…-

Starbuck,. Ma questa era un capodoglio del demonio. Casa credete, che si mise in fuga dopo l’attacco? No e poi no! Giocò con le lance al gatto e topo. E quando si stufò, agguantò le lance con la enorme bocca piene di denti affilati come quello di uno squalo, e le fracassò. E quando con un colpo di coda affondò quella di Achab, questi si avventò sul suo dorso e la colpì, dieci, venti, cento volte, col suo acuminato coltello, su quella schiena indemoniata. Ma il maledetto mostro, come se Achab gli avesse fatto solamente il solletico, se lo scrollò di dosso, lo agguantò per una gamba e lo fece volteggiare in aria, fino alla coda, per poi inabissarlo. Ma Achab è più demonio della balena, ed emerse poco dopo vicino alla nave, che lo raccolse sanguinante e furente. E dopo sei mesi, eccolo di già in mare a cacciare balene. Se non è un colosso quello… E allora, pensate sempre a cacciare la balene al tramonto? Buon Dio, Stubb, noi siamo per mare per lavorare, cacciare balene, farne buon olio e tornare a casa, dalla nostre famiglie, con le stive piene di panciuti barili colmi d’olio, e qualche dollaro in tasca, non per fare gli eroi. Buona fortuna, signor Stubb… e attento al vento.

 

Buio nella plancia, tenue luce nella cabina di Achab.

 

Achab.- ( è seduto nel suo scrittoio, intento a consultare carte nautiche, poi si alza e si reca presso la finestra e guarda il mare) Mi lascio dietro una bianca, pallida e torbida scia, che le onde invidiose gonfiandosi ai lati, sommergono la mia traccia. Facciano pure. Ma prima passo io…Il sole si tuffa calandosi dolcemente e s’immerge. C’era un tempo in cui il sorgere del sole mi stimolava grandemente, e il tramonto mi placava. Non più! Questa bella luce non illumina me; ogni bellezza per me è angoscia, giacchè non ne posso godere, per l’arsura della mia mente. E’ una condanna molto sottile e maligna! Dannato in mezzo al Paradiso!

Nello spirito sono un gigante, ma nel corpo uno storpio. Uno storpio che comanda quaranta cuori indomiti che dovranno abbattere un mostro. Non sarà dopotutto un compito difficile… quel che io ho osato, io l’ho voluto, e quel che ho voluto - lo farò. Mi credono pazzo, ma io sono demoniaco- sono la follia impazzita! Quella follia invasata, che è calma solo per capire se stessa.

La profezia voleva che fossi smembrato…così mi disse il selvaggio malese, il mio profeta…e ho perduto una gamba…Ora io profetizzo che smembrerò chi mi ha mutilato. Ora, dunque, il profeta e l’esecutore sono la stessa persona.

Questo è quanto voi, voi grandi dei, non siate mai stati! Io rido di voi! Voi mi avete battuto una volta e io sono di nuovo in piedi. Non fuggite! Non nascondetevi! Venite di nuovo a prendermi, e se potete, sviatemi! (pausa) Sviare me? Non riuscirete a farmi cambiare strada se non cambiandola anche voi! E qui che l’uomo vi tiene! Sviare me? Sicuro, sicuro, ma sul sentiero del mio fermo proposito che corre su rotaie di ferro, la mia anima ha una scanalatura per corrervi sopra. E mi avvento, infallibile, oltre le gole mai scandagliate, attraverso i cuori perforati delle montagne, sotto i letti dei torrenti! Niente può farmi da ostacolo, niente può incurvare una strada di ferro: la mia volontà è sovrana! E questo oceano mi darà la mia vendetta! Allora, avanti! Attraverso il mare scintillante, dove s’avventa gaia la prua, verso i sentieri delle correnti, sui fiumi sommersi che portano il suo alimento, sulle sue tracce, come un cane da fiuto segue la preda, alla ricerca  di quella maledetta balena bianca!-

 

Sfuma la cabina, s’illumina con chiaro di luna, il ponte della nave, dove c’è la plancia. S’ode un dolce canto di marinai.

 

Solista:

 

E il baleniere và,

sul grande oceano và,

naviga su forte nave di legno,

e ferro americano.

 

E una bianca scia fa,

col sole e nell’oscurità,

più chiara delle nostre grandi vele,

e l’acciaio del rampone,

 

Coro:

 

Naviga e caccia,

caccia e naviga,

affronta tempeste,

vince burrasche,

ricolma i barili,

riempie le stive.

 

Solista:

 

E il baleniere và,

sul grande oceano và.

Quando tornerò dalla mia donna,

forte forte l’abbraccerò.

 

e la ricompenserò

di tutte le notti passate da sola,

col corpo la riscalderò,

e poi la rallegrerò…

 

poi amor, amor, amor…

 

Coro:

 

Poi… poi… amor…amor…amor…

E il baleniere và,

sul grande oceano và…

 

 

Appena sfuma il canto si odono dei dialoghi, mentre alcune figure passano sul ponte.

 

1° marinaio – Oh, ragazzi non fate i sentimentali, fa male alla digestione!

2°     “         -  Basta col coro.(s’odono otto colpi di campana) Otto colpi, Pip, negretto, chiamo io la guardia. Ho la bocca adatta a farlo.(ficca la testa nel boccaporto) Guardia a tribooordooo, ooh! Otto rintocchi, laggiù! Sveglia! (riemergendo la testa) Ehi Pip, è vero che la prossima volta andrai con la lancia del signor Stubb?-

Pip – E’ vero, molto vero.

2° marinaio – E allora, mozzo, sei stato promosso a rematore?-

Pip.- Quinto rematore, al posto di Smith che se ne sta giù a riposare, mentre il povero Pip dovrà remare…-

2° marinaio – Quello è tutto slogato, cosa vai dicendo negro…ah, ah, gente, sentite, il povero Pip promosso vogatore nella lancia del signor Stubb…-

1° marinaio – Ma lo sai mio caro Pip, che il signor Stubb lascia in mare chi si fa sbalzare dalla lancia? E lo lascia pure affogare, se è agganciato alla balena…-

2° marinaio – Una volta ne ha lasciati in mare in pasto ai pescecani addirittura tre!

Pip.- E il povero Pip, non si farà sbalzare. Catturerà grande balena.-

1° marinaio  – Ma ti sei visto allo specchio? Sei magro come un chiodo, non pesi più di cinquanta libbre con tutto il berretto, e vorresti catturare una balena. E come farai? Gli metterai il sale in coda?-

Pip.- Pip seguirà il signor Stubb. Pip non ha paura, Pip coraggioso.-

2° marinaio – E allora perché batti i denti solo a pensare di scendere in mare?-

Pip.- Pip, ora deve andare, Pip finito turno. (esce).

1° marinaio – Dammi una boccata di pipa, Tasch, questo dannato mare di bonaccia mi fa venire la malinconia…-

3° marinaio – Bonaccia finita. Sentite? E’ vento, e sta mostrando la sua faccia nera. Ammainiamo di corsa le vele.-

1° marinaio – Sono solo onde: creste di neve che si mettono a fare la giga...-

3°     “         - … e presto sbatteranno le loro nappine...-

1°     “         -… immagina se quelle onde fossero delle belle ragazze, mi annegherei in esse e danzerei con loro per l’eternità. Compagno, non c’è nulla di così dolce sulla terra, e forse anche nel cielo – come quell’apparire e sparire di due sode, calde e belle poppe, durante l’affanno della danza, mentre con le braccia ricoprono, come per nascondere, quei chicchi d’uva mature da scoppiare…

2° marinaio – Non me ne parlare! Pensa ragazzo…quei corpi che s’intrecciano veloci… quelle flessuose oscillazioni… i pudori…gli ondeggiamenti! Labbra, cuore, fianchi, tutto si va strofinando. Un continuo toccare e via! Senza assaporare, bada bene, altrimenti ti viene la sazietà…

1° marinaio - … a te, forse. Ma a me…

3°     “         - … oh sacra nudità delle nostre danzatrici hawaiane…Ma come rolla il mare sbattendo contro le fiancate. Pronti a ridurre le vele, vecchi miei. I venti stanno già incrociando le spade: tra poco passeranno alle stoccate, alla disperata.-

1° marinaio – Senti come scricchiola? Vecchia carcassa! E finchè scricchioli vuol dire che tieni duro.

3° marinaio – La nave ha i suoi ordini, ricordatelo! Ho sentito il vecchio Achab dirgli che deve sempre ammazzare la bufera, un po’ come quando si fa esplodere una tromba d’aria marina con un colpo di pistola … sparandogli dentro la nave- in pieno.-

1° marinaio – Dannazione! Ma quel vecchio è un gran lupo di mare! E noi siamo proprio gli uomini più adatti per cacciare la sua balena.-

2° marinaio – Guardate come si agitano i tre pini! Tieni forte timoniere! Guardate laggiù, è nero come la pece!-

Starbuck – (dalla plancia) Tutti alle drizze! Ammainate i velacci! Pronti a terzolare le vele di gabbia! Di corsa belli miei! ( tutti i marinai si danno da fare. Lampi in lontananza. Fischiare del vento).

 

Buio sulla plancia, luce in cabina.

 

Achab.- (in piedi piegato sul suo tavolo a controllare le carte nautiche) Maledetta! Maledetta, dove sei? Dove ti pasci?-

Starbuck- Capitano, la burrasca è sotto controllo.-

Achab.- Che cosa? Che cosa?  Entrate nella mia cabina per parlarmi di burrasca? Qui dovete venire solo per annunziarmi l’avvistamento di quella maledetta balena bianca!-

Starbuck – Moby Dick? E che siamo in mare solo per la vostra vendetta? E i proprietari? Gli ufficiali, l’equipaggio? Che se ne faranno della vostra fissazione?-

Achab – Starbuck, vi conosco da molto tempo per dirvi che siete un vigliacco! Ma non importa: guardate qui. (mostra le carte) Ecco, questa è la rotta che fanno tutte le balene in cerca di cibo. Ora siamo in ritardo per la rotta verso Capo Horm e seguirla nel pacifico. No, non ce la faremmo mai! Quindi andremo nell’oceano indiano, poi attraverseremo gli stretti dei pirati, verso il mar del Giappone, e alla fine ci inoltreremo nel bel Pacifico, sulla sua scia, condotti dagli Alisei, e lì la ucciderò!-

Strabuck – La uccideremo, signore.-

Achab – La ucciderò, Starbuck.-

Starbuck -  E nel frattempo cacceremo e riempiremo le stive di barili e barili di olio…

Achab -… mentre lo spermaceti lo preleveremo dalla testa di quel mostro: di Moby Dick! Ed ora andate, controllate la velatura…Starbuck.-

 

Starbuck esce.

 

Achab.- Ecco le immigrazioni dei capodogli: seguono i banchi di aringhe. Quindi tenendo conto di queste abitudini, e facendo le dovute supposizioni, ho fatto, dopo molteplici tentativi, una mappa abbastanza veritiera delle emigrazioni e delle rotte di questi leviatani. Poi, oltretutto, quando si trasferiscono da una zona di pascolo ad un’altra, essi, guidati forse da qualche infallibile istinto – o diciamo piuttosto da qualche segreto suggerimento divino – per lo più nuotano proseguendo una determinata linea oceanica, con una tale rigorosa esattezza che nessuna nave, pur dotata di carte di navigazione, ha mai eseguito la sua rotta con tale precisione. E la vena in cui naviga, come se fosse tracciata da un tipografo, è strettamente limitata alla sua scia, anche se tale linea abbraccia alcune miglia di larghezza. Ma è sempre alla portata della vista acuta di un buon colombiere appollaiato sull’albero maestro, mentre la nave scivola via con circospezione. 

Ora devo dare agli uomini ciò che essi si aspettano da me: gli uomini dell’equipaggio devono avere qualcosa d’immediato a cui pensare, quindi si deve cacciare tutto quello che i colombieri avvistavano, fors’anche una semplice focena. 

A Moby Dick, per il momento penso solo io!

 

Buio in cabina. Plancia illuminata.

 

Starbuck – Allora signor Stubb, questa tempesta è stata domata?-

Stubb.-      Domata e digerita. Bella nave questa signor Starbuck. Certo vi ho criticato per la vostra prudenza, ma so per certo che siete l’uomo più coraggioso su questa nave, dopo il vecchio naturalmente.-

Starbuck – Io non sono coraggioso perché ho un sentimento, ma lo sono perché lo debbo essere. E il coraggio dev’essere utile e sempre a portata di mano, per noi marinai, soprattutto per i balenieri, ed è uno dei principali articoli dell’equipaggiamento della nave, come il manzo e il pane. E dunque questo coraggio dev’essere dosato: niente rischi inutili, niente cacce al tramonto, niente bufera da domare, ma da evitare se è possibile…io sono in questo oceano per ammazzare balene per il mio sostentamento, e non per farmi ammazzare per procurare a loro il sostentamento… come è stato purtroppo, per mio padre e per mio fratello. Eppoi, seppiatelo signor Stubb, nella mia lancia da caccia, non voglio nessuno che non abbia paura della balena. Non ricordo chi ha dato questa definizione del coraggio: “Il coraggio è lo stare saldi davanti al nemico, ma non perché la fermezza di fronte al nemico non sia un atto coraggioso, ma perché pretendo che quella, che è una  manifestazione del coraggio, valga quanto il coraggio stesso”.

Vedete l’animo umano è cieco e debole, vergognoso e senza dignità, ma vuole restare nascosto e vuole che nessuna gli sveli  un briciolo di verità sulla codardia. Ma poi - ecco la grandezza - poi percepiamo che la virilità immacolata che sentiamo dentro di noi, deve rimanere intatta, anche quando le caratteristiche esteriori siano svanite. E sanguina soffrendo in modo atroce alla nuda visione di un uomo che ha perso i suoi valori – la dignità. Ma, badate, che l’augusta dignità di cui sto parlando, non è la dignità dei re e dei begli abiti, bensì della dignità generosa che non ha alcuna investitura e che si vede brillare nel braccio del minatore, che maneggia il piccone, o del nostro ramponiere, che pianta un arpione nel dorso di una balena. E’ una dignità che s’irradia da Dio stesso! E l’ultimo dei vili marinai, nella tragedia e nel sacrificio, sarà innalzato alle più alte vette dell’immortalità. Ecco, cos’è il mio senso del coraggio, signor Stubb.-

Stubb.- Belle parole signor Starbuck, proprio belle parole. Ma appunto solo parole. Il sono spensierato e allegro, non sono né pusillanime, né valoroso, e prendo i rischi come vengono, con aria indifferente, e quando durante la caccia il pericolo si fa più vicino, lavoro sodo, con calma e la massima concentrazione e noncuranza, presiedo alla mia lancia come se il più feroce dei combattimenti fosse il mio pranzo e i miei uomini gli invitati. Quando sono vicino alla balena, nella stretta mortale dello scontro, maneggio la mia fiocina con spietata e sbrigativa freddezza, come il fabbro, fischiettando, maneggia il suo martello. Forse per questo sono privo di paura? Forse sono capace di prendermela comoda? No, signore, quando c’è vicina l’azione, prendo la pipa e fumo!-

 

Entra in scena Achab.

 

Achab – Signor Starbuck, tutti gli uomini a poppa.-

Starbuck- Signore, cosa c’è di straordinario per impartirmi quest’ordine?-

Achab – Signor Starbuck, c’è un solo Dio in cielo e un solo capitano su di una nave. Tutti gli uomini a poppa, per tutte le bufere del Pacifico!-

Strabuck.- Tutti gli uomini a poppa signor Stabb. E voi Gabbieri, lassù, scendete!( tutti eseguono).-

Achab.- Cosa fate quando avvistate una balena, uomini?-

Tutti   - La segnaliamo gridando!-

Achab –(urlando) Bene! (poi girandosi come in selvaggia approvazione) E poi cosa fate, uomini?-

Tutti   - Ammainiamo le lance e la inseguiamo!-

Achab – E mentre remate quale canzone intonate, uomini?-

Tutti  -  Balena morta o lancia sfondata!-

Achab – ( con espressione feroce, girandosi a metà e afferrando una sartia) Tutti voi gabbieri mi avete già sentito dare ordini a proposito di una balena bianca. Guardate qui! Vedete quest’oncia di oro spagnolo? E’ un pezzo da sedici dollari, uomini. La vedete? Signor Starbuck, datemi una mazza! (Starbuck gliela passa e Achab, avvicinandosi all’albero di maestra e tenendo con l’altra mano il doblone, urla all’equipaggio) Chiunque di voi mi segnali una balena con la testa bianca, la fronte rugosa, e la mascella storta, chiunque di voi mi segnali questa balena, con tre buchi sulla parte destra della coda…Guardate! Chiunque di voi mi segnali questa balena bianca, avrà quest’oncia di oro, ragazzi miei (la inchioda sull’albero maestro, poi l’ammira e infine scaglia per terra il martello).

Tutti  - Hurrà, hurrà, hurra!-

Achab  - Una balena bianca, ripeto, una balena bianca. Tenete gli occhi ben aperti, uomini; aguzzate la vista in cerca d’acqua bianca; se doveste vedere anche voi, anche una sola bolla, gridate!-

1° marinaio – Capitano Achab, quella balena bianca dev’essere quella che alcuni chiamano Moby Dick.-

Achab – Moby Dick (gridato) Conosci dunque la balena bianca?-

3° Marinaio -  E non fa anche uno strano zampillo, molto denso, perfino per un capodoglio, e molto vigoroso, capitano?-

2° marinaio – Non sbatte la coda in modo curioso prima d’immergersi? Ed ha molti ferri sulla sua pelle, tutti torti e contorti come …come…--

Achab –…. cavatappi! (gridato) Si, marinaio, ha dei ramponi tutti storti e piegati e tutti conficcati addosso. Ed ha il suo zampillo grosso come un intero covone di frumento e bianco, come un mucchio di lana della nostra terra, dopo la tosature delle pecore. Si, e sbatte la coda come un fiocco strappato dalla burrasca. Morte e demoni! Uomini è Moby Dick che avete visto! Moby Dick. Moby Dick.-

Stubb – Capitano Achab, ho sentito parlare di Moby Dick … Ma non è stato forse quel capodoglio a strapparvi la gamba?-

Achab – Chi ha raccontato questo? ( prima gridato, poi con gelida calma) Si, signor Stubb; si, miei cari, voi che siete qui attorno a me, è stato Moby Dick a disalberarmi; è stato Moby Dick a regalarmi questo morto moncone su cui mi reggo adesso. Si, si, è stata quella maledetta balena a strapparmi via dal ponte superiore, a fare per sempre di me un povero disgraziato buono a nulla.(pausa) Si, si! Prima di cedere la inseguirò fin oltre il capo di Buona Speranza, e oltre Capo Horn, e oltre il Maelstrom della Norvegia, e oltre le fiamme della perdizione. E’ per questo che vi siete imbarcati, uomini! Per inseguire la balena bianca su entrambi i lati del continente e in ogni parte della terra, finchè non cominci a sfiatare sangue nero e non si rivolti con la pinna fuori dall’acqua. Che ne dite uomini, volete che ci stringiamo la mani adesso? Mi sembrate tutti coraggiosi.

Tutti – Si, si.

           Aguzziamo gli occhi per la balena bianca.

           Affiliamo le lance per Moby Dick.

           Morte a Moby Dick.

Achab.-  Dio vi benedica, uomini. 

              Bagnomaria! Corri a spillare la misura grande di grog. (poi a parte a Starsbuck) Ma che muso lungo Starbuck? Forse non volete andare a caccia della balena bianca? Non siete pronto per Moby dick?-

Starbuck – Io sono pronto per la sua mascella storta, e anche per quella della morte, capitano Achab, se ciò davvero rientra nel lavoro che dobbiamo fare; io sono venuto qua per cacciare balene, non per la vendetta del mio comandante. Quanti barili frutterà la vostra vendetta, seppure potrete ottenerla, capitano Achab? Non vi renderà molto sul nostro mercato di Nantucket.-

Achab – Mercato di Nantucket, uuuh. Ma avvicinatevi Starbuck, con voi si deve andare più a fondo. Se deve essere il denaro il criterio di misura, uomo, e diamo per scontato che i contabili abbiano valutato tutto il mondo come se fosse il loro grande ufficio contabile, rivestendolo di ghinee, allora lasciate che vi dica che la mia vendetta frutterà un gran premio, qui! (si batte il petto)-

Starbuck – Vendetta contro una bestia bruta, che vi ha attaccato seguendo soltanto il suo istinto più cieco! E’ una follia! Infuriarsi contro una cosa ottusa, capitano Achab, mi sembra blasfemo.-  

Achab – (pazientemente) Statemi a sentire ancora…Ascoltata ancora più a fondo. In ogni  vera azione si rivela qualcosa di sconosciuto, ma di razionale, che mostra il suo volto da dietro una maschera priva di razionalità. Se l’uomo deve colpire, deve colpire quella maschera! Come può un prigioniero arrivare all’esterno se non trapassando il muro? Per me, Strabuck, quel muro è la balena bianca. E a volte penso che oltre quel muro non ci sia nulla, ma poi mi accorgo che essa mi mette alla prova, mi incombe addosso, ci vedo una forza che è un oltraggio e che agisce con malizia  imperscrutabile. Ed è questa cosa imperscrutabile che io odio, soprattutto. E che la balena bianca sia il mandatario, o che sia il mandante, questo odio glielo rovescerò addosso.

Non parlatemi di atteggiamento blasfemo, caro mio: colpirei il sole se mi insultasse! Perché se il sole potesse farlo, io potrei colpirlo; giacchè c’è sempre un principio di lealtà nel gioco; e la rivalità presiede su tutta la vita del creato. Ma nemmeno questo principio di lealtà è il mio padrone, uomo. Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini, signor Starbuch, l’uomo ha in odio la verità che lo svela ingannato o ingannatore. E la verità non vuole essere svelata da chiunque! Essa presceglie il suo fattore. Io, uccidendo Moby Dick, darò al mondo un briciolo di quella pura follia che è la verità! 

Signor Starbuck, i componenti di questa ciurma, vecchio mio, non sono forse tutti con Achab in questa faccenda della balena? Essi nella loro rozzezza hanno intuito quello che voi vi rifiutare di capire. 

Starbuck, il vostro sballottato alberello intellettuale non può reggere l’uragano generale. E voi, la miglior lancia di Nantucket non vorrà dunque tirarsi indietro? Non vorrà sottrarsi al suo destino? Gli uomini hanno compreso che questa è l’unica caccia da due soldi per cui val la pena morire, ma sanno pure che quando un buon marinaio stringe la sua cote, affila la sua lancia, mola il suo rampone, ebbene l’onda della battaglia li solleva e li esalta – diventano dei Titani indomiti!

Starbuck – Dio mi protegga e protegga tutti. ( si allontana)

Achab – (esaltato) La misura, la misura!-

 

Bagnomaria passa tra gli uomini dell’equipaggio con il grog, Achab glielo afferra e lo porge al marinaio più vicino.

 

Achab – Tieni marinaio, bevi e passa al tuo compagno. Ora beva soltanto l’equipaggio. Fatela girare attorno. Sorsate brevi e inghiottite piano, uomini; è caldo come lo zoccolo di Satana. Sentite? Scende dentro di voi a spirali, si biforca uscendovi dagli occhi, che mordono come serpenti. Ben fatto, uomini, è quasi vuota. Da qua, qui c’è un vuoto (fa una sorsata). Uomini siete come gli anni. Così viene inghiottita la vita e se ne va traboccante.

E adesso prestatemi attenzione, miei coraggiosi, che ho fatto radunare tutti intorno a questo argano. E voi ufficiali mettetevi al mio fianco con le vostre lance. Voi, ramponieri, lì, con i vostri ferri. E voi forti marinai, formate un cerchio attorno a me, che possa in qualche modo far rivivere davanti a me una vecchia usanza dei miei antenati pescatori. O uomini, vedrete anche che…(arriva Bagnomaria con il nuovo grog) o ragazzo (ironico), già di ritorno? Più veloce di una moneta falsa. Da qua. Ma che diamine, questo peltro sarebbe di nuovo colmo fino all’orlo? Se tu non fossi il diavoletto di san Vito… dai, sparisci, peste!

Venire avanti ufficiali! Incrociate le vostre lance, bene, davanti a me. (eseguono) Così, perfetto! Ora fatemi toccare l’asse! (così dicendo afferra le lance con grande determinazione) Ed ora giù le lance. Ufficiali, vi nomino coppieri di tutti i valorosissimi ramponieri. (vedendoli increduli) Cosa? Non vi garba? Ma se lo stesso Papa lava i piedi ai mendicanti usando come brocca la sua tiara? Oh, miei diletti cardinali! Io questo non ve lo comando, sarete voi stessi a volerlo fare. 

Sciogliete le legature e togliete le aste ai ramponi, ramponieri! (eseguono) E voi ufficiali non mi pugnalate con quegli occhi acuminati! (ai ramponieri) Rovesciateli, rovesciateli! Così, così! (eseguono e porgono i ramponi rovesciati ad Achab) E voi coppieri, venite avanti. I ferri! Prendeteli! Reggeteli mentre io li riempio. (esegue) Ora affidate ai ramponieri i calici assassini! Ah, ecco, la cosa si è compiuta! Laggiù il sole attende di ratificarla e renderla operante. Bevete e giurate, voi che comandate a prua della lancia mortale. Morte a Moby Dick! Che Dio ci perseguiti tutti se non daremo la caccia a Moby Dick fino alla sua morte! ( gli uomini alzando i “calici” mandano maledizioni contro la balena bianca, bevono e gridano come ossessi: morte a Moby Dick. Solo Strabuck rimane impassibile, anzi con uno scatto si gira dall’altra parte, poi Achab fa un gesto per porre fine alla messa in scena e scende nella sua cabina).      

 

Tutti vanno ai loro posti, resta in scena solamente Pip.

 

Pip – Belli miei! Che Dio mi scampi da simili bellezze. Mio Dio ma cosa ci faccio qui? Tra questi fiocchi e questi pennoni e controvelacci? Io non dovrei essere in cima all’albero a raccogliere castagne? Ma loro vanno per mare e io ci vado pure. E loro cantano e bestemmiano e io invece vorrei restamene qui, su quest’argano a dormire i miei sogni di ragazzo negro. E le raffiche del demonio e i nembi bianchi in cielo… raffiche bianche…nembi bianchi…balena bianca…Brrr…brrr…Me ne hanno parlato una volta! E solo oggi, tramite quel vecchio anaconda, l’ha quasi visto con i miei occhi brrr…brrr…e abbiamo giurato di darle la caccia… Oh grande Dio bianco che sei lassù da qualche parte, in questo lontano cielo, abbi pietà di questo piccolo negro quaggiù, e proteggilo da tutti quelli che non hanno visceri per sentire paura.-

 

Luci che calano. Sipario. Fine primo atto.

 

 

 

 

                                                        Secondo atto.

 

Stessa scenografia del precedente atto, ma, al posto della cabina del capitano, a sinistra ci sarà l’officina di Smut, il carpentiere.

 

Quando la scena riprende, ci sarà detto carpentiere che lavora alla gamba d’avorio di Achab.

 

Smut – (al banco di lavoro, modellando la gamba di osso di balena di Achab) Dannata lima e dannato osso! Questo che dovrebbe essere tenero è duro, e quella che dovrebbe essere dura è tenera. E’ questa la sorte, per noi che limiamo vecchie tibie e mascelle di balena. Proviamone un’altra (cambia lima). Si, questa va meglio (starnutisce). Olà, questa polvere d’osso è…(altro starnuto); beh è…(altro starnuto); Si, è…(starnutisce ancora). Mio Dio! Non mi lascia neanche parlare! Ecco quello che capita a un vecchio, a forza di lavorare sul legno morto. (pausa) Quando segate un albero vivo, non vi arriva addosso tutta questa polvere; e nemmeno quando amputate un osso vivo (starnutisce due volte). Andiamo, su, vecchio Smut, dammi una mano e finiamo questa ghiera e questa vite per la fibbia. Per fortuna, adesso, non c’è da fare la giuntura del ginocchio, ma debbo fare solo una semplice tibia… beh, è facile come fare pertiche per il luppolo. (pausa)  Ecco, ora dovrei chiamare il vecchio, per vedere se la lunghezza è quella giusta; non vorrei che fosse troppo corta...

Ah, sento il suo calcagno; è lui che arriva. Il diavolo lo ha chiamato.-

Achab – (entrando) Ebbene, fabbricante d’uomini?-

Smut – Giusto in tempo, signore. Se il capitano me lo consente, ora segno la lunghezza. Consentitemi di prendere la misura, signore.-

Achab – Misurato per una gamba? Va bene. Beh, non è la prima volta, né sarà l’ultima. Avanti! Ecco qua, tienici il dito sopra. Però, attento, questa dev’essere una gamba particolare. L’hai predisposto per tutto?-

Smut – (mostrando l’arto artificiale) Ecco signore. Appena prendo la giusta misura, regolo i giri della vite, affinché il pomello gli si avviti docilmente alla bisogna.-

Achab – Alla bisogna, hai detto, vecchio? E hai predisposto la punta?-

Smut – Certamente signore: (mostrando la punte dell’arto fatta a chiodo) questa è la parte dove verrà avvitato il supporto dell’arto. Quando non vi serve si avvita, e quando vi servirà la punta, basterà svitare… ecco…due o tre giri in tutto, e avrete un’arma in più nel vostro corpo.-

Achab – Carpentiere, non osare parlare in questo modo con me. Io so, e tu non sai…con questo tallone a cuneo schiaccerò, bucherò, finirò quella maledetta. E adesso provala (il carpentiere esegue); ecco stringi le stringhe, così. Vediamo…(prova a fare qualche passo): mica male.-

Smut – Attento, signore, questa qui spezza le ossa. Attenzione, attenzione.-

Achab – Niente paura vecchio. Così dev’essere, mi piace sentire in questo viscido mondo qualcosa di solido sotto di me. Stretta, così. Senti vecchio, il fabbro ha finito le fibbie? Si? No? Bene quando le avrà finite digli di forgiare delle scapole d’acciaio, a bordo c’è un chiacchierone che porta un fardello che lo schiaccia.-

Smut – Cosa dite, signore?-

Achab – No, fagli costruire un gigante d’acciaio con un lucernaio in cima alla testa, per illuminare l’interno a quel qualcuno. Questa è l’ordinazione.-

Smut – (a parte) Mi piacerebbe sapere di cosa diavolo sta parlando e a chi…-

Achab – (soprappensiero) Ma fare una cupola cieca sarebbe mediocre architettura, come la mia…No, devo metterci una lanterna.-

Smut – Oh, oh, se si tratta di questo, prendete la mia lanterna, io ne ho un’altra.-

Achab – Perché mi sbatti in faccia quell’accalappia ladri?  Puntare una luce è peggio che puntare una pistola, vecchio furfante.-

Smut – Signore, credevo che stesse parlando col carpentiere…-

Achab – Al carpentiere… o al furtante? Beh, questa è… ma si vecchio, stai facendo un ottimo lavoro, anche ben rifinito. Ma sappi, vecchio, che quando verrò qui a farmi montare quest’altra gamba, che ora stai facendo, sentirò ugualmente la presenza di un’altra gamba nello stesso identico posto; e cioè, carpentiere, sentirò la vecchia gamba che ho perduto; quella di carne e di sangue. Saresti in grato tu di sbarazzarmi di quel vecchio Adamo?-

Smut – Davvero signore, adesso incomincio a capire un pochettino... Si, ho sentito qualcosa di curioso su questo punto: come, cioè, un uomo disalberato non perda del tutto il senso della vecchia alberatura. E lo chiamerei umilmente un mistero, signore.-

Achab – A volte sento ancora il dolore intenso della mia gamba frantumata, benché ormai essa si è dissolta nel tempo. Carpentiere, allora perché non potresti sentire anche tu - le ardenti pene dell’inferno, anche senza corpo? O che in te non ci sia, per caso, un altro essere pensante?-

Smut –(confuso) Ho capito signore, riprendo le misure per rifare i calcoli per la gamba.-

Achab – Lascia andare vecchio, gli ottusi non dovrebbero prendere per buone le premesse. Quando ci vuole per finire la gamba?-

Smut – Forse un’ora, signore, magari meno.-

Achab – Dacci dentro allora. (allontanandosi) Oh vita! Eccomi qui, superbo come un dio greco, eppure in debito verso questo idiota, per un osso su cui reggermi. Mi piacerebbe essere libero come l’aria. Sono così ricco d’ardore che avrei potuto rilanciare ogni offerta dei pretoriani più ricchi, all’asta dell’impero romano, eppure sono debitore della carne e della lingua con cui mi vanto.

Per Dio! Prenderò un crogiolo e mi ci dissolverò dentro fino a ridurmi una piccola vertebra che comprenda tutto. Proprio così! (esce)

Smut- (sollevato dall’uscita del capitano) Bene, bene, bene! Stubb lo conosce bene, meglio di tutti, lui dice, e afferma che è strambo: una paroletta che dice tutto: strambo! E lo ripete anche Starbuck: strambo, strambo, strambo! Poi cos’è questa storia della gamba che si trova in più posti? E che si trovano all’inferno? Anche senza scopo? Strambo, certamente. Certo, lui è un conducente difficile… guardate: una gamba l’ha condotto quasi alla morte, l’altra l’ha reso storpio per tutta la vita, e adesso logora gambe di balena, fino al midollo… e non è contento: ne vuole una nuova che inchiodi la balena bianca. (guardando la gamba) Però è davvero una gran bella gamba questa, pare una gamba viva…ancora qualche limatura, poi la vite ed è finita (s’impegna nel lavoro).

Pip – (entrando) Mastro Smut, il capitano vuole la sua gamba.-

Smut – Che premura! Eccola, prendila.-

Pip – Ma mi fa schifo.-

Smut – Prendila e vai via, ragazzo.-

Pip – La prenderò, ma voi me la imballerete.-

Smut – Come, con le balle di cotone della tua terra?-

Pip – Come volete voi (guardandosi attorno) Mastro Smut, vedo che avete fatto la cassa da morto per il povero Queequeg.-

Smut – E non lo sapevi che su questa nave sono tutti pazzi meno che io? Certo, Queequeg è molto malato, sembra che abbia preso le febbri maligne, ma farsi costruire la cassa da morto è troppo anche per un componente dell’equipaggio di questa stramba nave.-

Pip – La voglio provare (sposta la cassa e ci si mette tutto lungo) E’ comoda mastro carpentiere. Un buon lavoro, certamente.-

Smut – Tiè, prendi la gamba e fila, Pip della malora.-

Pip – (Prende l’arto con eccessiva precauzione) Non si muoverà, vero?-

Smut – Bummm! (Pip fugge via).

 

Buio. Luce in coperta.

 

In plancia c’è Achab che fa il punto nave con i quadrante. Alcuni marinai avvolgono lenze, altri affilano i ramponi. In vedetta, sull’albero c’è il colombiere che scruta il mare. Poco dopo si alza il grido tanto atteso.

Colombiere – Laggiù! laggiu! Laggiù! Sfiata! Sfiata!-

Achab – A che distanza?-

Colombiere – Sottovento a due miglia circa! Ce n’è una carovana!-

Marinaio – Ecco le code!-

Achab – Presto signor Stubb, segnate il punto! Signor Starbuck calate le lance - nave all’orza- e fate preparare anche la mia, di riserva. Calate uomini presto…distanziatevi…là, là, eccole di nuovo: Sfiata! Forza ragazzi, alla caccia! Signor Stubb, per la via così. Signor Starbuck, buona fortuna! ( i marinai eseguono e Achab li segue come se partecipasse alla caccia in prima persona) Remate, remate, remate, tesorucci miei, forza piccolini, perché non vi spaccate la schiena? Cosa state facendo? Cosa fa quell’uomo laggiù? Dunque avanti, remate, remate. Così, così, ci siete. Forza ragazzi questa è una remata da mille libbre, questa è la remata che vince la partita. Hurrà per la coppa d’oro d’olio di balena, o miei eroi! Tre evviva uomini siete tutti dei coraggiosi! Piano adesso, senza fretta… senza fretta Stubb. E voi Strarbuck, perché non spaccate quei remi, canaglie? Mordete un po’ razza di farabutti. Così lunga, lunga. Avanti laggiù, avanti. Che il diavolo vi porti, che combinate, mascalzoni! Pezzenti, femminucce, vogate! Remate, spezzatevi le reni, spezzate tutto, spezzate qualcosa. Miserabili, forza che ci siamo! Remate, fatevi schizzare gli occhi dalla testa. Ecco…così…ora va meglio…adesso ci siamo. Ora! Dategli la sveglia! –

Colombiere – Signore, uomo in mare!-

Achab – Dove, dove?-

Marinaio – Laggiù a tre punti a tribordo.-

Achab – Non vedo nulla. Da dove è caduto?-

Marinaio – Dalla lancia del signor Stubb.-

Colombiere – Lo vedo. E’ Pip, signore, il negretto Pip.-

Achab – Che possa finire all’inferno con tutta la sua stramaledetta isola. Che fa Stubb?-

Colombiere – Prosegue l’inseguimento signore.-

Achab. – Il signor Starbuck a che distanza è dal negro?-

Colombiere – Meno di un miglio, signore.-

Achab – Insegue?-

Colombiere – Sissignore, ma si distanzia sempre più.-

Achab – Segnalagli di recuperare quel maledetto negro.-

Colombiere – L’ha già visto, vira per recuperarlo.-

Achab – E Stubb, che fa?-

Colombiere – L’hanno vicinissima…Daggoo si prepara…lancia… centro! Presa signore…adesso mollano la lenza…fuma…la bagnano…riavvolgono la lenza…recuperano…Stubb si prepara con la lancia…sferra il colpo…centro! Hurrà capitano!-

Achab – Hurrà, uomini. Dagli sopra Stubb, giragli e rigiragli quella punta della tua affilata lancia…falla spompare…colpiscila al cuore… deve sfiatare nero sangue…deve rotolarsi sulle pinne…deve morire da brava balena.-

Colombiere – Morta, capitano. Stubb la sta agganciando… arriva anche il signor Starbuck per aiutarlo al rimorchio…vengono sotto bordo.-

Achab – Preparate i paranchi, accendete le caldaie, “sbucciatela” per benino, svuotate la sua grande testa e riempite cento galloni di buon spermaceti, affinché possa illuminare la reggia dei re e gli altari della cattedrali. Oggi avremo anche cento barili di buon olio di balena per il mercato di Nantucket! Bravi figlioli, bravi. (si volta e scruta il cielo, lentamente, come per leggere i suoi segni. Intanto altri marinai trafficano nella fiancata. Musica adatta. Un minuto.).

Marinaio – Capitano il signor Starbuck è affiancato.-

Achab – Ditegli di salire e portatemi quel maledetto negro.-

Marinaio – Signore, con tutto il rispetto, non punite il povero Pip. Egli è ancora un fanciullo. E ha visto la morte sfiorargli l’anima. E’ stato succhiato dalle profondità dell’oceano e risputato… come se Dio non lo volesse ancora. Ora egli è al disopra del bene e del male…-  

Achab – Marinaio credi che io sia un vecchio lupo di mare o uno zoticone coltivatore di cotone?-

Marinaio – (confuso) Sissignore… volevo dire nossignore, sissignore. ( si allontana mortificato).

Achab – ( affacciandosi dalla paratia) Signor Starbuck, fate salire quel maledetto negro e salpate per aiutare il signor Stubb a rimorchiare quella carcassa.-

 

Entra in scena Pip, aiutato da due marinai. Il marinaio di prima gli porta una giubba asciutta.

 

Achab – Furfante di un negro, come ti permetti di saltare in mare? Durante una caccia? Eh, sei un baleniere o un raccoglitore di cotone? Maledetto furfante, la prossima volta ti lascio mangiare dai pescicani.-

Marinaio – Signore, ci voleva poco, ne abbiano avvistati almeno cinque, attirati dal sangue della balena, e ne arrivano altri, molti altri a banchettare con il ventre molle del grosso pesce morto.-

Achab – Portatelo giù, che non lo veda mai più davanti agli occhi miei!-

 

I tre escono di scena.

 

Cambio di luci. Locale del carpentiere.

 

Smut – Eccola là,  l’hanno uccisa, ora la rimorchiano sotto bordo, la fissano alla fiancata e incominciano a sbucciarla facendo larghe strisce di spesso grasso e, srotolandola lentamente, la issano a bordo. Poi a mano a mano, tagliano le strisce, le mollano sotto coperta e lì vengono tagliuzzate per essere messe nelle grandi caldaie. E bollono e ribollono, fino a ridursi in vischioso olio. Poi, raffreddato verrà messo nei grandi barili e stivato per benino. E ci sarà qualcuno che banchetterà con la sua carne…oltre i pescecani che già sento sbattere nella chiglia… c’è Stubb, per esempio, quel cannibale, astuto, coraggioso e sanguinario…-

 

Entrano di marinai che sorreggono Pip.

 

Marinaio – Mastro Smut, ti affidiamo questo povero diavolo più morto che vivo. Pensaci tu, noi andiamo a squartare quel bestione ancorato alla fiancata. (escono)

Carpentiere – Allora Pip, ti sei fatto un bagno fuori stagione? Povero Pip, sei impazzito dalla paura. Forse vorresti essere veramente morto. Guardati come sei: stralunato e assente. Dove ti trovi adesso mio povero negretto? Sull’isola di Tahiti? Tra le noci di cocco? Dove sei Pip?-

Pip – Io sono, tu sei, egli è; noi siamo, voi siete, essi sono.-

Smut – Come? Ripeti la grammatica? Ma che stai dicendo adesso?-

Pip – Io guardo, tu guardi egli guarda; noi guardiamo, voi guardate, essi guardano.-

Smut – La sai a memoria? Beh, è divertente.-

Pip – Cra, cra, cra, Non sono un corvo? E dov’è lo spaventapasseri? Eccola là (accenna al carpentiere) due ossa ficcate in un paio di vecchi calzoni, e due infilate nelle maniche di un vecchio giubbotto.-

Smut – Mi chiedo se stia parlando di me? Che bel complimento… povero ragazzo, posso andare ad impiccarmi se non è così.-

Pip – E’ l’ombelico della nave, quel doblone lì, e tutti sono eccitati dall’idea di schiodarlo. Ma, schiodatevi l’ombelico, e qual è la conseguenza? Però se resta lì è un brutto segno, perché quando una cosa è inchiodata all’albero vuol dire che la situazione va proprio male. Ah, ah, ah, Vecchio Achab! La balena bianca sarà a inchiodare voi! Questo è un pino. 

Una volta mio padre, nella vecchia contea di Tolland, ha abbattuto un pino e ha trovato un anello d’argento che ci stava dentro, l’anello nuziale di qualche vecchio negro. Ma come ci era arrivato? E così diranno durante la Resurrezione, alla fine dei tempi, quando verranno a ripescare questo vecchio albero maestro e ci troveranno conficcato un doblone d’oro coperto d’ostriche, invece che di ruvida corteccia. Oh, oro, prezioso oro… l’avaro verde ti metterà presto nel mucchio. Zitto, zitto, Dio se ne va per i mondi - a raccoglie more… (sfuma. Buio)

 

Luce da lucerna sulla plancia. Stubb sta seduto nella bitta dell’argano e banchetta con la carne della balena.

 

Stubb – Cuoco, cuoco, dove sei vecchio marpione? Bagnomaria, ehi cuoco, naviga da queste parti (getta il coltello e la forchetta sul piatto, intanto entra in scena il vecchio cuoco, che cammina zoppicando vistosamente) Cuoco eccoti finalmente! Non credi che questa bistecca sia alquanto troppa cotta? L’hai battuta troppa questa bistecca, cuoco: è troppa tenera! Non ho forse detto che per essere buona una bistecca di balena dev’essere dura? Adesso oltre la fiancata ci sono quei pescecani, non vedi che loro la preferiscono dura, al sangue? Oh, che baccano fanno! (si ode il frastuono delle code dei pesci che sbattono nella fiancata, dibattendosi  per la frenesia del cibo) Cuoco, vacci a parlare: di loro che sono i benvenuti, se si servono con un po’ d’educazione e di moderazione. Però devono starsene zitti! Che io sia maledetto se riesco a sentire la mia stessa voce! Cuoco, vai a trasmettere il mio messaggio, ecco prendi la mia lanterna.-

Bagnomaria – (prendendo la lanterna e sporgendosi dalla murata) Compagni miei animali: mi è stato qui ordinato di dirvi che dovete smetterla di fare questo sfottuto chiasso. Avete sentito? Basta coi vostri fottuti schiocchi di labbra! Il signor Stubb dice che vi potete pure riempire le vostre fottute pance fino ai boccaporti, ma, per dio! Dovete smetterla di fare questo fottuto baccano!-

Stabb – Cuoco, cuoco, ehi, che ti caschino gli occhi, non devi imprecare così quando stai predicando. No, non è questo il modo di convertire i peccatori, cuoco mio.-

Bagnomaria – Io? Non vado bene? E allora fategliela voi la predica.-

Stubb – Ma no cuoco, vai avanti, vai avanti…-

Bagnomaria – Allora, miei amati confratelli…-

Stubb – Molto bene. Persuadili con l’adulazione, provaci.-

Bagnomaria – Fratelli beneamati, so che siete pescicani, e che per natura siete voracissimi, ma io dico a voi, miei simili, che tale voracità…(spazientito) Ma piantatela con questo sfottuto battere di code! Come potete udirmi con questo assordante sbattere di code, e questo continuo masticare?-

Stabb – Bagnomaria, parlagli educatamente.-

Bagnomaria – Fratelli miei di sangue, non vi biasimo tanto per la vostra voracità, confratelli miei; è la vostra natura, e non c’è niente da fare. Ma dovete dominare la cattiva natura, ecco qual è il punto. Voi siete pescicani che dovete dominare il pescecane che c’è in voi, solo allora diventerete angeli, perché tutti gli angeli sono pescecani che si sono saputi controllare. Ora ascoltatemi dovete essere civili quando vi servite della balena…-

Stabb – Ben detto cuoco. Vai avanti.-

Bagnomaria – (scoraggiato) E’ inutile andare avanti, sono fottuti furfanti e continuano a fare un gran bordello, azzannandosi vicendevolmente, signor Stubb.-

Stabb – Per l’anima mia, la penso come te. Allora da loro la tua benedizione, cuoco.-

Bagnomaria – Maledetti confratelli, riempitevi le vostre fottute pance e poi schiattate!-

Stabb – Ben fatto cuoco. E adesso stammi a sentire: non sai cucinare una bistecca di balena…-

Bagnomaria – Che mi venga un colpo se ne cucinerò un’altra!- 

Stubb – Vedi cuoco, quella bistecca era così cattiva che l’ho dovuta fare scomparire alla tua vista il più presto possibile (si massaggia la pancia). Ora, rammenta, per il futuro, le bistecche di balena si cucinano al sangue. E ti dico come dovrai fare: Tieni la bistecca in una mano, e con l’altra mostrale un carbone acceso. Fatto questo la puoi servire. Hai sentito cuoco? Ora puoi andare. (il cuoco si allontana di pochi passi e Stubb lo richiama) Bagnomaria, domani notte, al secondo turno di guardia, per cena voglio costolette. Hai sentito? E ora fila!-

Bagnomaria -  Per dio vorrei che fosse una balena a mangiare voi. Che io sia maledetto se non è più pescecane lui, di Mastro pescecane in persona.-

 

Stabb ride, poi si alza e si stiracchia. Entra Starbuck.

 

Starbuck – Ehi Stabb, avete la pancia piena come un barile d’olio di capodoglio. Andate sottocoperta e digerite quella mezza balena che vi siete sbranata.-

Stubb. – Ci andrei volentieri, ma c’è nell’aria, stanotte, qualcosa che mi pizzica il naso. Non la sentite anche voi?-

Starbuck – E’ il puzzo della vedova del  mezzo capodoglio che vi siete ingollato, Stubb.-

Stubb – Sarà…(sta per avviarsi quando entra Achab) Capitano (accenna ad un  saluto con la mano).

Achab – Non sentite questo pizzicore al naso, signori ufficiali?-

Stubb – Signore, lo stavo dicendo proprio ora al signor Starbuck.-

Starbuck – (annusando l’aria) Io non avverto nulla.-

Achab – Il sestante marinaio, facciamo il punto nave. (avutolo da un marinaio, si accinge a osservare le stelle) Maledizione a tutte le balene bianche, guardate come corrono le nuvole.-

Stabb – Aria di tempesta, signore.-

Achab – Già (osserva ancora un poco, poi decisamente) Marinai ai bracci! Poggia la barra, timoniere. Starbuck fate bracciare i pennoni! Stabb, occupatevi della carcassa, mollatela velocemente.-

Starbuk – Si, signore.-

Stabb – A me uomini, molliamo la carcassa, presto!-

 

Achab si allontana per osservare il mare da prua.

 

Starbuk – ( Reggendosi ad una sartia e vedendo Achab allontanarsi col suo passo malfermo) Vecchio degli oceani, di questa tua infuocata vita, cosa resterà alla fine, se non un mucchietto di cenere?-

Stabb – (che ha sentito, si gira e grida )  Si, ceneri, ma ceneri di carbone marino! Che io sia dannato, Achab, ma stai agendo come si conviene: bisogna stare al gioco fino all’ultimo, e morirci dentro,

Starbuck. – 

Starbuck – Che siate maledetto, Stabb. I climi caldi nutrono le zanne più crudeli: le zanne delle tigri del Bengala, i terrificanti uragani a Cuba, così accade che in questi splenditi mari giapponesi, e il marinaio s’imbatte nella più catastrofica tra tutte le tempeste: il Tifone! Vedete, come incomincia a strappare la velatura? E guardate lì a prua, già s’intravvedono un insieme di fulmini, lampi e saette!-

Stabb – Che io sia dannato, questo è un Tifone maschio! E io me la canto (accenna a cantare):” Oh, tutta allegria è la tempesta e che burlona è la balena; e se un lampo frantuma la nave…”-

Starbuck – Basta Stubb, lascia che il tifone canti e suoni l’arpa nel nostro sartiame, ma voi da uomo coraggioso tacete!-

Stabb – (derisorio) Ma io non sono un coraggioso, e non ho detto mai di esserlo.(deciso) Eppoi, se c’è un modo per farmi smettere di cantare, è quello di tagliarmi la gola!-

Starbuch – Folle! Guardate coi miei occhi, se non avete i vostri!-

Stabb – Cosa? È possibile che in una notte così buia, ci vediate meglio di un altro, per quanto stolto sia?-

Starbuck – ( afferrandolo per le spalle e voltandolo) Guardate! Non notate che la burrasca viene da Oriente, proprio la rotta che Achab deve percorrere per incontrare Moby Dick? E non è proprio la rotta che ha preso oggi, a mezzogiorno? E guardate la sua lancia sfondata a poppa, vedete è stata sfondata dove lui appoggia il suo moncherino, e non vi sembra un presagio questo? E adesso saltate fuori  bordo e cantate a voce spiegata, se proprio dovete.-

Stabb – Ma io non ci capisco nulla. Cosa c’è nel vento?-

Starbuck – Cieco! La bufera che ci sta venendo addosso ci spingerebbe di filato fino a casa, coi suoi venti favorevoli, mentre se le saltiamo addosso, martellandoci, ci sfonderà la nave. Guardate quel chiarore laggiù, sottovento, verso casa, lì non ci sono lampi. (sente dei passi) Chi è là?-

Achab – Sono il vecchio tuono, signor Starbuck, prendo il comando della nave.-

 

Subito scoppiano tuoni e si vedono lampi accecanti.

Starbuck – I parafulmini, presto! Calata in mare i parafulmini!-

Achab – Fermi! Fermi miei prodi uomini, fermi. Bisogna essere leali, anche se siamo più deboli. Lasciate i parafulmini dove sono, signor  Starbuck.-

Starbuck – Guardate lassù, nei bracci dei pennoni, il Fuoco di Sant’Elmo! (in cima agli alberi si scorgono delle fiammelle)-

Stabb – (ammaliato) Che il diavolo mi porti, i fuochi di Sant’Elmo. Che abbiano pietà di noi.-

Starbuck – Signor Stabb, ora non cantate più? Non era una strofa della vostra canzone quella che ho appena udito?- 

Stabb – No, signor mio, avete capito male. Io l’ho detto abbiate pietà di noi, e spero che ce l’abbiano ancora, ma che ce l’abbiano per i musi lunghi e per quelli che non hanno budella per farsi una risata.

Uditemi tutti, gente, io considero la fiamma della testa dell’albero, che arriva fino alla stiva piena di barili di buon olio di balena, come un augurio, perché l’olio stimolerà l’alberatura e gli darà nuova linfa e non si piegherà, nè si spezzerà sotto le furie dei venti. 

Questa è la promessa - di ciò che abbiamo appena visto.-

Achab – (che ha ascoltato attentamente Stubb) Si, si, marinai , guardate laggiù, osservatela bene, la chiara fiamma illumina la via che conduce alla balena bianca! Porgetemi quelle maglie di maestra laggiù, vorrei sentir battere quel polso delle saette e farci sbattere contro il mio; sangue contro fuoco! Così! (prendendo le maglie) O tu chiaro spirito di chiara fiamma, vieni nella tua forma d’amore più umile, io mi inginocchierò e ti bacerò; ma se nella tua forma più alta, se vieni come semplice potere supremo, sebbene tu possa lanciare flotte di mondi tutti carichi, pure, qui dentro, c’è quello che rimane indifferente a te (toccandosi il petto). O tu chiaro spirito, dal tuo fuoco mi hai creato e, come un vero figlio del fuoco, io te lo rimando col mio respiro.-

Starbuck – La lancia! La vostra lancia capitano, le onde se la portano via! Dio è contro di voi, vecchio! Lasciate stare! Viaggio mal cominciato, viaggio mal continuato, viaggio mal finito! Lasciate che si braccino i pennoni, finchè siamo in grado di farlo, vecchio, per trasformare il vento in una spinta favorevole, che ci porti verso casa, e iniziare un viaggio migliore di questo.-

 

Mormorio dell’equipaggio che tenta pure di manovrare.

 

Achab – (guardandolo feroce, poi ruotando lo sguardo infuocato attorno) Uomini! E il vostro giuramento? Il vostro vale quanto il mio! Quando mai un equipaggio di una baleniera si rammollisce al soffio della burrasca? Guardatemi! Io giuro che usciremo vincitori da questa lotta con la natura avversa. Come ne siamo riusciti vincitori in tantissime altre occasioni! I balenieri non sono marinai d’acqua dolce, sono uomini vigorosi che sfidano i pericoli - ridendo! Ditemi, è più pericolosa una grande ondata, oppure lo sconquasso della coda di una balena - quando voi l’attaccate? Ai vostri posti uomini eroi!

Starbuck – Dobbiamo abbassare il pennone della vela di gabbia, signore. La lista di terzarolo è allentata e il mantiglio di sottovento è quasi sciolto. Debbo ammainarlo, signore?-

Achab – Non ammainate nulla: legatelo.-

Starbuck – Signore, le ancore sono troppo lente. Debbo ritirarle a bordo?-

Achab – (spazientito) Non ammainate nulla e non muovete nulla, basta legare tutto. Il vento si alza, ma non ha ancora raggiunto i miei altopiani. Svelto, fate come vi ho detto… per mille alberi e chiglie! Mi prendete per il padrone gobbo di un peschereccio costiero? Abbassate il mio pennone della vela di gabbia! Per Diana! Quei pomi d’albero più alti furono fatti per i venti più furiosi, e questo mio pomo cerebrale adesso naviga tra le nuvole in rapida corsa. Devo ammainarlo? Nessuno ammaina il proprio pomo cerebrale nell’ora della tempesta!-

Marinaio – Niente più tuoni. Che il tuono la pianti! Non vogliamo tuoni, dateci rhum. Dateci un gran bicchieri di dolce rhum!-

Achab – Ben detto marinaio. Signor Starbuck, rhum per gli uomini in coperta!-  

Fine secondo atto

                                                            Terzo  Atto

 

Stessa scenografia del precedente atto.

All’apertura del sipario sarà alluminata la coperta della nave. Sotto la vigilanza di Starbuck, i marinai cantano e lavorano: chi tira cime, chi sta sull’albero di vedetta, chi pulisce il ponte. Stubb, ozia su un mucchio di cordame. Un minuto dopo il colombiere grida:

Colombiere – Là, a tribordo, vela, vela!-

Achab – (uscendo velocemente) E’ una baleniera?-

Colombiere – Credo di si, signore.-

Achab – Credi, credi, dev’essere preciso, marinaio.-

Colombiere – Certo, signore, bene, signore, mi sembra signore…è baleniera signore..-

Achab – Signor Starbuck, ammainate una lancia, chiedete al capitano di quella nave se ha visto Moby Dick.-

Starbuck – Benissimo signore. Ammainate la mia lancia e fate salire i miei vogatori. Subito!-

Achab – Signor Stubb, dov’è il tifone di ieri notte?-

Stubb – Nelle pance di tutte la balene del Pacifico, signore.-

Achab – Ben detto signor Stubb, solo che c’è una sola balena in grado di divorarlo.-

Stubb – Moby Dick, signore!-

Achab – Il diavolo! Signor Stubb.-

Marinaio – Ehi Pip, vieni ad aiutarmi. (tenta di tirare su dalla paratia la sagola)-

Pip – Pip? Chi chiamate Pip? Pip è saltato dalla lancia. Pip è disperso, e tira forte; suppongo che non l’abbiate pescato, pescatori. Vedi la sagola? Viene su a fatica; scommetto che ci si è aggrappato. Dagli uno strattone e buttalo giù. Tahiti! Dagli uno strattone! Qui non tiriamo su i vigliacchi. Oh! Ecco il suo braccio che sporge dall’acqua. Un’accetta! Un’accetta! Tagliatelo via… qui non tiriamo su i vigliacchi. Capitano Achab! Signore, signore! Qui c’è Pip che tenta di tornare a bordo.-

Marinaio  - Silenzio, razza d’idiota. Mi aiuti o non mi aiuti?-

Achab – L’idiota più grosso rimprovera sempre quello più piccolo ( il marinaio tenta di strattonare Pip, Achab lo ammonisce) Via le mani da quella santità! (poi, dolcemente, rivolto a Pip) Dove dici che era Pip, ragazzo?-

Pip – Lì a poppa, signore. Guardate, guardate!-

Achab – E chi sei tu ragazzo? Non vedo il mio riflesso, nelle pupille vuote dei tuoi occhi. Oh Dio! Che uomo superbo dev’essere colui, attraverso il quale, si setacciano le anime immortali! Chi sei tu, dunque, ragazzo?-

Pip – Sono il ragazzo del campanello, signore. Il banditore della nave. Ding, ding, dong dong, Pip, Pip. Pip! Cento libbre d’argilla di ricompensa a chi ritrova Pip; alto cinque piedi… Aria da vigliacco… Si riconosce subito! Dong, dong, ding! Chi ha visto Pip il vigliacco?-

Achab – Non possono esserci cuori di ghiaccio, dei immortali! Guardate, guardate, voi avete generato questo sfortunato ragazzo, e l’avete abbandonato, come dei libertini snaturati. Qui, ragazzo, che tocchi alte cime più alte dei baratri impescrutabili; la cabina di Achab d’ora in poi sarà la casa di Pip, finchè Achab vivrà. Tu tocchi il mio cuore, ragazzo; sei legato a me dalle corde dei miei sentimenti più profondi ( tra se) o della mia pazzia…-

Pip – Cos’è? E’ vellutata la pelle dello squalo? (tocca la mano di Achab) Ah, si, povero Pip, se avessi toccato una cosa gentile come questa, forse non ti saresti mai perso… ora io non lascerò più questa mano. Vecchio carpentiere inchioda queste due mani: una grande - bianca e una piccola – nera.-

Achab – E nemmeno io ti abbandonerò. Vedete gente: vedete come gli onniscienti Dei dimenticano l’uomo che soffre, mentre l’uomo, per quanto misero, per quanto insensato e ignaro di quel che fa, pur tuttavia è pieno di dolcezza e d’amore… e di gratitudine. Vieni piccolo Pip, e serra la tua mano nera, con la mia, ed è come se io stringessi la mano di un imperatore.-

 

Sale Strasbuck.

 

Starbuck – Capitano, l’hanno cacciata ieri…e hanno due morti a bordo…-

Achab – (apprensivo) L’hanno…l’hanno… uccisa?-

Starbuck – No, signore, gli ha fracassato due lance, ucciso due uomini, dispersi altri due ed è fuggita.-

Achab – (risollevato, senza badare ai marinai morti dell’altra baleniera) E che rotta ha preso?-

Starbuck – La nostra, signore!-

Achab – Per tutti i tifoni dell’universo, su tutta la velatura, domani sarà mia!-

 

Buio in coperta. Luce sotto coperta.

 

Achab – ( seguito da Pip) Carpentiere della malora, fabbricante di gambe, guarda questa gamba, non è uscita dalla tua bottega? (gli mostra la gamba nuova).-

Smut – (esaminandola buffamente) Certo signore, si, signore.-

Achab – E credi che la ghiera regga?-

Smut - (c.s.) Certamente signore.-

Achab – E invece no, carpentiere, rafforzala!-

Smut – (perplesso) Rafforzarla? Certamente signore ( la prende e la riesamina poco convinto).

Achab – (notando la bara) E cos’è questa, una bara? E dov’è la cripta?-

Smut ( sempre più confuso) La cripta signore? Non saprei… la bara, certo è quella di Queequeg, ma non gli serve più, è guarito e il signor Starbuck mi ha detto di calafatarla per farne un salvagente…-

Achab – No, non un salvagente, ma un salva Pip. Pip, calati laggiù… ci stai comodo ragazzo?-

Smut – In fede mia, signore…

Achab – Che vuoi dire zotico?-

Smut – E’ un modo di dire, signore.-

Achab – Fede? E che cos’è?-

Smut – Una specie di esclamazione signore. Tutto qui…-

Achab – Bah, allora continua.-

Smut – Stavo per dire, signore (sempre più confuso)-

Acha – Sei forse un baco da seta, carpentiere? Stai filando sul tuo stesso corpo il tuo sudario? Guardami e fai sparire ogni altra cosa, fuorché la mia gamba.-

Pip – Se ne va a poppa. Questa si che è stata un’improvvisata; ma nelle latitudini calde i fortunali vengono improvvisi… su presto, la stoppa. Eccoci nuovamente all’opera. Questa mazza di legno è il tappo di sughero, e io sono il professore dei bicchieri musicali.. tap…tap…tap…pip…pip…pip.-

Achab – Vecchio carpentiere, rabbercia ciò che vuoi, ma finisci la mia gamba e fa che quando torno non veda la tua ridicola faccia…ebbene Pip, ecco di cosa discuteremo: da te attingo filosofie! Dev’esserci qualche misterioso condotto, da parte di mondi sconosciuti, che arriva a sboccare in te!

Ora ragazzo io ti dico che non dovrai più seguire Achab. Si avvicina il momento in cui Achab , anche se non vorrebbe farti fuggire via da lui per lo spavento, non vorrà più averti vicino. C’è qualcosa in te, povero ragazzo, che io sento troppo come una cura per la mia malattia. Ogni simile cura il suo simile; ma per questa caccia, è la mia malattia - la salute che più desidero. Tu dovrai rimanere qui sotto, dove ti serviranno come se fossi il capitano. Si, ragazzo, tu sederai alla mia sedia avvitata; tu devi essere, per essa, un’altra vite…no, ma che dico: se quella maledetta balena mi porterà negl’inferi, tu celebrerai il mio funerale, qui, nella bottega del carpentiere, e ti sdraierai nella bara e accenderai una candela e – aspetterai.-

 

Buio. Luce in coperta. C’è Achab che ammira l’oceano. Starbuck è nei pressi del timone.

 

S’ode, quasi sussurrato, il canto di un marinaio:

 

solista:

 

E il baleniere và,

sul grande oceano và…(fischietta)

… quando tornerò dalla mia donna,

forte forte l’abbraccerò…

Coro:

 

…poi…poi…amor…amor…amor…

 

Achab – Soffia un dolce vento, il cielo ha un aspetto soave, signor Starbuck. In un giorno come questo…in un giorno delicato come questo… io ho colpito la mia prima balena… da ragazzo ramponiere a diciott’anni! Quarant’anni… sono passati quarant’anni… quarant’anni di pericoli, di privazioni e di tempeste. Per quarant’anni Achab ha rinunciato alla pacifica terra per portare guerra agli orrori dell’abisso. Su quarant’anni ne avrò passati a terra solo tre. Quando penso alla vita che ho fatto, alla desolazione e alla solitudine che l’hanno riempita, a questa roccaforte inespugnabile di un capitano, che non lascia entrare quasi nulla dei sentimenti di compassione, che fioriscono nelle verdi campagne esterne…Oh che stanchezza! Per quarant’anni mi sono nutrito di cibo secco e salato, giusto emblema dell’arido nutrimento della mia anima. Sono stato lontano - interi oceani lontano… dalla mia giovane moglie, la fanciulla che ho sposato, passata la cinquantina, per poi salpare verso Capo Horn, il giorno dopo, lasciando solo un incavo sul mio guanciale nuziale…una moglie? Piuttosto una vedova con un marito ancora vivo. Starbuck, vedova ancor prima di sposarla…oh che follia! Poi la frenesia, la follia, il sangue bollente e la fronte fumante, con cui per un migliaio di calate in mare, il vecchio Achab, furioso e con la schiuma in bocca, ha cacciato la sua preda.

Dio, Dio, Dio! Schiantatemi il cuore! Sfondatemi il cervello! Che beffa! Amara beffa, mordace beffa dei capelli grigi - ho forse vissuto abbastanza gioia da porgere a voi, oh dei - per poi sembrare, e sentirmi così insopportabilmente vecchio? No Starbuck, lasciate che io guardi un occhio umano; è meglio che fissare lo sguardo sul mare o in cielo; meglio che fissare lo sguardo su Dio. 

Per la terra verde, per la vivida pietra del focolare, in questo specchio magico io vedo mia moglie e mio figlio nei vostri occhi. Vi prego Starbuck, non ammainate quando ammainerò io, quando il marchiato Achab darà la caccia a Moby Dick, no, no non con la vostra casa lontana che vedo nei vostri occhi.

Starbuk – Oh, mio capitano, mio capitano, grande vecchio cuore, perché qualcuno deve dare la caccia a quell’orrendo, odioso pesce?  Abbiamo le stive piene. Fuggiamo da queste acque mortali, torniamo a casa. Andiamo via, lasciate che cambi rotta – all’istante. Mio capitano fileremo dritti e veloci sulla rotta per rivedere la nostra dolce Nantucket… ed io la mia dolcissima Mary che ha promesso al mio ragazzo di farle vedere, dalla collina, la vela del padre che torna a casa. Venite capitano, studiamo la rotta e andiamocene via…-

Achab – (con aria assente, girato verso il mare, annusando il mare, poi aguzzando lo sguardo e diventando irrequieto)) Qui vicino c’è una balena, sento il particolare odore che diffonde il capodoglio vivo - anche a notevole distanza. Qui vicino c’è una balena! Armate i colombieri! Chiamate gli uomini! Cosa vedete lassù?-

Colombiere – Nulla, nulla, signore.-

Achab – Velacci! Coltellacci! In basso e arriva, e alle due bande. (sale sulla paratia e si tiene in equilibrio su una sartia, è esaltato) Laggiù soffia! Laggiù soffia! Una gobba grande quanto una montagna di neve! E’ Moby Dich! E nessuno di voi l’ha vista?-

Colombiere – Soffia, soffia.-

Achab – Dopo che ho gridato io!-

Colombiere -  Ora s’inabissa…, signore- 

Achab -  Serrate i coltellacci! Giù i velacci! Tenetevi pronti alla tre lance… olà timoniere: orza, orza di un punto! Così, alla via, marinai, alla via. Pronti per calare, signor Starbuch?-

Starbuck – Pronti signore.-

Achab – Allora calata, calate! Più presto, più presto! Signor Stubb, calate anche le lance di riserva, tutti i marinai alle lance…-

Colombiere – Procede dritta adesso, a sottovento, signore… proprio dritta davanti a noi.-

Stubb – Allora non ci ha ancora visto.-

Achab – Tacete Stubb! Quella è il demonio, non lo sapete? Pronti ai bracci! Giù la barra! Bracciata tutta! Mettetela in ralinga… ho detto mettetela in ralinga… così va bene! Lance, lance, via a vele spiegate!-

Colombiere – Riemerge, signore, vedo gli uccelli.-

Achab – Scendi, anche tu e vai alla manovra, con gli altri! Adesso non ce bisogno del colombiere…  Eccola, li ha visto… slitta di fianco… Starbuck, attento, si dispone obliquamente sulla schiena come uno squalo… non vi fate prendere dalla crisi, ci si può opporre! Ci si deve opporre! Stubb, scagliate i ramponi! I ramponi… rammolliti, i ramponi, agganciatela! Maledetta! Nuota velocemente attorno agli equipaggi…li vuole confondere con l’immensa schiuma che produce la mole del suo corpo… quella testa! Arpionatela Starbuck! Non vi fate incantare dalla danza di quel mostro! Le lance! Infilatela! Uccidetela! Timoniere, manovra, tagliamogli la strada, salviamo i nostri uomini! Olà marinai qui c’è il Vecchio Achab, toglitevi dalla sua scia, da quella maledetta coda! Ecco, s’immerge, s’immerge… recuperate gli uomini in mare, fate rientrare le lance, tutti a bordo…Si, si, salta, salta, fai ultimo balzo nell’azzurro del cielo, dannata, perché la tua ora e il tuo rampone sono ormai vicini! Venite su, marinai!

Signor Starbuck, ci sono perdite?-

Starbuck – (salendo a bordo) Nessuna. Tutti recuperati, solo qualche osso rotto. Quella bestiaccia vede cara la sua pelle.-

Achab – Ormai è tardi per un secondo attacco, scende la sera… domani ricominceremo la caccia. Velatura ridotta, timoniere rotta costante, tutto il vento in poppa. Marinai, quest’oro è mio perché l’ho guadagnato; ma lo lascerò lì finchè la balena bianca non sarà morta, e chi di voi l’avrà avvistata per primo il giorno in cui verrà uccisa, ebbene, quest’oro sarà suo. Ora via, il ponte è tuo ufficiale.-

 

Buio in coperta. Luce nella cabina del capitano.

 

Achab – Che magnifico equipaggio, per tutte le chiglie del pacifico. La frenesia della caccia li ha fatti ribollire come il vino vecchio rifermentato. E se prima qualcuno presentava una pallida sfumatura di paura, o qualche presagio, ora se ne è liberato per il crescente timore d’essere giudicato un vigliacco da me.

La mano del Fato ha ghermito l’anima di tutti quanti. Ora sono impavidi, temerari e pronti al colpo finale!

Nella lotta sembravano un solo uomo, non trenta cuori. 

E Stabb, che uomo, l’ho sentito chiaramente dire alla balena: continua a sfiatarti balena, hai alle calcagna il diavolo in persona…Soffia nella tua tromba, fatti venire le vescica ai polmoni Achab sta venendo a chiuderti il getto di sangue come un mugnaio abbassa la chiusa d’acqua! –

Starbuck – (entrando) Capitano una parola.-

Achab – (colto di sorpresa) Ah, siete voi?-

Starbuck – Capitano, per l’ultima volta, rinunciate! Mai, mai la catturerete, vecchio, In nome di Gesù, facciamola finita, questa è  peggio della pazzia del demonio. Siamo stati ridotti in frantumi, siamo vivi per miracolo. Tutti gli angeli buoni si affollano intorno per offrirvi presagi: che volete di più? Continueremo a cacciare questo pesce assassino finchè avrà sommerso l’ultimo marinaio? Dovremo lasciarci trascinare in fondo al mare? Dobbiamo lasciarci rimorchiare da lui all’inferno? Inseguirlo ancora sarebbe empietà e bestemmia!-

Achab – Starbuck, negli ultimi tempi ho sentito una strana tenerezza verso di voi; si, da quell’ora in cui abbiamo visto entrambi…voi sapete cosa, l’uno nello sguardo dell’altro. Ma in questa faccenda della balena, la vostra faccia sarà per me come la palma di questa mano: un vuoto privo di labbra e lineamenti. Achab è sempre Achab, Starbuck. Tutto questo dramma è stato già scritto. Io e voi l’abbiamo recitato, un miliardo d’anni prima - che questo oceano cominciasse a fluttuare. Insensato! Io sono l’esecutore del Destino. Agisco per ordine altrui. E voi badate… perché voi vedete con i vostri occhi un povero vecchio mutilato fino al moncherino. Vedete il corpo. Ma l’anima è un centopiedi, che viaggia su cento gambe! Mi sento spezzato, a volte, ma prima che veramente mi spezzi dovrete sentire uno schianto! E finchè non lo sentirete, sappiate che la gomena di Achab rimorchia ancora la mia risolutezza.

I presagi…Cos’è un presagio Starbuck? In quale dizionario leggete? Se gli dei pensassero di parlare all’uomo con franchezza, gli parlerebbero in modo onorevole e chiaro, non scuotendo la testa per fare un oscuro cenno, buone per vecchie donnicciole. Credere ai presagi… ma Achab è solo in mezzo a milioni di persone che popolano la terra, perché non ha vicino né dei né uomini!

Credete ai presagi, voi, ma allora ridete forte, e gridate ancora più forte, perché prima d’annegare le cose riemergono due volte, dopo affondano per sempre. Come accadrà a Moby Dick: è riemersa due volte, alla terza morirà. E la sua terza volta sarà domani. Ella riemergerà per l’ultimo sfiato e noi la finiremo!-          

 

Buio in cabina, luce in coperta.

 

Achab – (entrando) Colombieri, la vedete?-

Colombiere – No, signore.-

Achab – ( fra se) Fronte contro fronte, t’incontro questa volta Moby Dick. (all’equipaggio) Ehi laggiù, sul ponte. Bracciate ancora più stretto; spiegate tutte le vele nell’occhio del vento. E’ ancora troppo lontana per ammainare, signor Starbuck. Le vele sbattono! Mettetevi al fianco del timoniere, con la mazza! Così, così, viaggia veloce. Diamo una bella occhiata al mare, c’è tempo. 

Siamo nella sua inconfondibile scia… basta seguire la scia, ecco tutto.

Ehi timoniere, barra a dritta, pigliamo tutto il vento, ho detto.

Il vento, come vorrei essere vento, anzi Aliseo. Certo Aliseo che continua, caldo, a soffiare senza interruzione, nei cieli caldi, con forte e costante dolce vigoria, e non girano mai dal loro bersaglio, per quanto le più vili correnti dei mari possano virare e bordeggiare.

Questi Alisei, che così direttamente sospingono la mia brava nave, questi alisei, o qualcosa che vi assomiglia, qualcosa d’altrettanto immutabile e gagliardo, sospingono la mia anima carenata.

All’opera dunque.

Ehi lassù vedete nulla? –

Colombiere – Nulla, signore.-

Achab – Eppure la sento…la sento, la sento. Colombiere, aguzza la vista perché è vicina. Signor Starbuch, venite qui.-

Starbuk – Si, signore.-

Achab – Starbuck, statemi a sentire. Voi sapete che io ho lottato personalmente con Moby Dick, e nutro per essa una sfrenata frenesia di vendetta, sia per la mia mutilazione, sia per i miei uomini che ha ucciso. Essa nuota davanti a me come un’ossessiva incarnazione di tutte le forze maligne da cui alcuni uomini profondi si sentono divorati, per cui, quel che mi rimane, per continuare a vivere, anche soltanto con mezzo cuore e mezzo polmone e una gamba, è rappresentato dalla sua morte! Ecco il mio ossessionante obiettivo. E lei lo sa! Quella maledetta balena lo sa, ne sono sicuro, signor Starbuck. Ma essa non sa che ora dispongo di una potenzialità mille volte maggiore che nel passato - quando mi vinse – a disposizione di questo unico fine – la sua morte - una potenzialità che non avevo avuto mai prima, per qualsiasi altro scopo nella mia vita di cacciatore. Ed essa è come una forza sovrumana - che mi conduce! E questo mi fa sembrare pazzo! E voi credete d’essere guidati da un folle! Da un invasato! No, amico mio, voi siete guidati da un uomo forte, reso indomito dalla sete di vendetta che è la forza suprema dei Titani - degli Dei. 

Ora, ascoltatemi bene, io voglio darvi un avvertimento perché vi stimo, e perché portate i miei uomini all’attacco di quella maledetta: non trattatela come una balena qualsiasi, ma diffidate di lei. Diffidate perché è malvagia e perfida: Statemi a sentire attentamente: quando apparentemente fugge, dando segni di paura, diffidate! Perché essa, poi, di scatto, si rigira e attacca all’improvviso, piombando con forza sulle lance, terrorizzando i marinai. E un marinaio terrorizzato è incapace di cacciare, e questo voi lo sapete benissimo… ( tra se ) e forse anche lei lo sa. Attento Starbuck!-  

Starbuck – Siete il mio capitano, signore, e anche se preferirei invertire la rotta, il mio dovere è stare sulla vostra nave e cacciare la balena. Dio ci protegga tutti!-

Achab – Colombiere, vedi nulla?-

Colombiera – Ancora nulla, sign…no, eccola Sfiata! Sfiata! A prua - meno di un miglio!-

Achab. – Ammainate. Calate le lance, tutti ai vostri posti. Ramponieri non mi deludete!-

Starbuck – Capitano, vedete? Forse ci ha visto. Fugge da voi, non cercatela, lasciatela andare…-

Achab – Zitto satana! Non avete capito nulla! Andate alla vostra lancia. Stubb, fate scendere pure la lancia di riserva, fatela comandare da Queequeg. Calate le lance! Remate veloci, alzate la vela. Suvvia uomini, là c’è la nostra preda. E’ ormai predestinata ad essere vostra! Forza coi remi, smidollati, la volete far fuggire? Ma essa non vi sfuggirà, perché voi siete gagliardi e fieri, siete balenieri. E un baleniere non ha paura di nulla, nemmeno del demonio in persona! Forza figlioli, arpionatela,  lanciate i ramponi, laceratele le carni con le appuntite lance che avete affilato oggi con le vostre coti. Su, veloci, prendetela, vedete che si ferma? allargatevi, non fatevi mettere nel suo cerchio dannato. Quella è ormai la sua tattica, fa il cerchio e stringe, stringe, stringe, ma voi lanciate i ramponi e quindi saltatele addosso con le lance, colpitela al cuore, fatele sfiatare l’anima rossa, e fatela rotolare col ventre al vento!

Coraggio uomini!

Carpentiere! Carpentiere la mia gamba!

Smut (trafelato) Eccola signore.-

Achab – Montatemela, alla svelta, quel mostro deve assaggiarne la sua punta fino al fegato!-

Smut – Gli saltate addosso, signore?-

Achab – Si, ma non solo, la legherò a me, la costringerò a fermarsi, la trafiggerò, sbuccerò la sua corazza, ne farò olio per Nantucket! Sbrigati furfante!-

Timoniere – (intanto che il carpentiere lavora) Capitano, capitano, guardate.-

Achab – (Girandosi verso la prua) Maledetta! Che tu sia maledetta! Eccola, la sua solita tattica, attacca le mie lance! (allontanando il carpentiere che se ne va via, e aggrappandosi alla murata) Starbuck, Stubb, Queequog, allargatevi! Allargatevi! Remate forte marinai, allontanatevi da quella maledetta. Forza marinai! Timoniere barra a sopravvento! Mettiamoci tra lei e le lance. Via così. Allora mostro, chi è più furbo? Forza Starbuck, colpite ora! Avanti Stabb, forza col rampone, dagli addosso Queequeg! Che maligna, quella maledetta, li sta attaccando singolarmente. Ecco Starbuck… l’attacca, ma la grande mascella prende la lancia in bocca e la frantuma! Attacca Stubb: e lui se la ride in faccia al mostro, mentre gli dilania il corpo e l’anima! I miei uomini, uccide i miei uomini…povero Queequeg, un colpo di coda sfonda lui e la lancia! Timoniere, dagli addosso! (il timoniere terrorizzato rimane come sboccato)  Speroniamola! Hai sentito timoniere? (il timoniere rimane immobile dalla paura, Achab lo allontana bruscamente, poi prende la ruota e manovra personalmente) Dai a me!

Che tu sia maledetta!

Che tu sia dannata Moby Dick, ecco, sono qui, alla resa dei conti – definitiva.

Mi senti mostro?

Il tempo è arrivato, la caccia è finita!

Oggi tu morirai! - oppure morirò io! (manovra con la ruota del timone)

Speroniamola!

Lanciamogli sopra tutta la nave!

Squarciamogli quella maledetta gobba!

Dagli!

Dagli addosso! 

Addossoooo! ( Achab salta dalla paratia e quindi si ode uno schianto, poi buio).

 

 

Piccola luce sottocoperta. Pip lentamente accende una candela e si sdraia nella bara.

 

Pip – Piccola Jane, perché non fai più la torta ai mirtilli?... A Tahiti c’è una palma con un cuore di latta…la corda della scimmia tutta secca…vieni mastro Smut, carpentiere del capitano…hai ben calafatato…carbone di mare…zolfanelli… esca…polvere da sparo…Queequeg dove sei vecchio cannibale…la tua bara…mare… oceano…nulla…(prende dalla bara la vecchia gamba e la esamina come una reliquia) Il capitano ha sfoderato il suo arpione! Lo ha conficcato nella gobba di Moby Dick, nell’occhio gliela piantato, fino al moncherino… Moby Dick…Moby Dick l’ha stregato… s’è sentito lo schianto! Signor Starbuck, lo schianto della nave o di Achab?

Ora inghiotte tutto: equipaggio e nave, e conduce il mio capitano con se, nell’immensità dei pascoli marini… da lì sentiremo una voce: Ehi Pip, ragazzo negro, vai nella mia cabina, siediti sulla mia seggiola avvitata e aspettami…Pip aspettami. (giocherella con la gamba d’osso di balena di Achab) e il povero Pip sdraiato sulla bara del ramponiere…Pip…il ragazzo negro, aspetta il suo capitano… a Tahiti c’è una palma con un cuore di latta… piccola Jane, perché non fai più la torta ai mirtilli?- 

 

La luce lentamente cala, rimarrà accesa la sola candela, mentre con una musica adatta, si chiude il sipario.

 

Fine.       

 

 

                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         LA  LIBETTA‘

 

 

 

 

 

 

 

                                                    Dramma  in  tre  atti

 

 

 

                                                                  di

 

 

 

                                                     Antonio  Sapienza    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vicenda è liberamente tratta dai noti fatti di Bronte del 2 agosto 1860.

 

 

 

 

 

Turi Lifo, gennaio 2019

 

 

 

Personaggi:

 

La Corte:

 

 

Il Presidente della Corte

 

Il Pubblico Accusatore

 

Il Cancelliere

 

Avvocato difensore d’ufficio

 

 

Gli imputati:

 

 

Calogero Gasparazzo

 

Nunzio Ciroldo Fraiunco

 

Nunzio Longi Longhitano

 

Nunzio Nunno Spitaleri

 

Nunzio Samperi

 

Nicolò Lombardo

 

 

Testimoni:

 

 

Bottino, ufficiale postale

 

Sebastiana Spadafora (Nedda)

 

Giuseppa Pulvirenti (Pudda)

 

 

Una guardia giudiziaria.

 

                                                             Atto   I

 

 

Sulla scena vi è stata ricostruita, alla meglio, l’aula di tribunale. Scranno del Presidente, della Pubblica Accusa, del Cancelliere, seggio dell’avvocato, difensore e gabbiotto dell’imputato.

(Si suggerisce alla regia di fare effettuare agli attori, durante gli interrogatori, dei movimenti scenici atti a vivificare il dibattito).

 

 All’apertura del sipario, ci sono in scena il Cancelliere e l’avvocato difensore d’ufficio. Poco dopo il cancelliere dice ad alta voce.

 

Cancelliere – In piedi, entra la corte.-

 

Entra in scena il Presidente della Corte, insieme alla Pubblica Accusa, e si siedono nel proprio scranno; ma mentre il Presidente resterà seduto sul suo scranno per tutta la durata del processo, il Pubblico Accusatore si muoverà nell’aula a seconda di come procede il dibattimento (e seguendo le eventuali direttive della regia e il talento dell’attore).

 

Presidente – L’udienza è aperta. Cancelliere fate entrare il primo imputato…-

 

Canc.- Che entri l’imputato Samperi Nunzio.-

 

Entra Nunzio Samperi, uomo di venticinque anni, dall’aspetto fiero e deciso, incatenato e scortato da una guardia.

 

Presidente.- Che lavoro svolgete?-

 

Nunzio- Faccio il falegname.-

 

Presidente-  Come vi dichiarate rispetto alle accuse mossovi?-

 

Nunzio- Colpevole per forza maggiore.-

 

Presidente.- La parola al Pubblico Accusatore.-

 

Pubblico Accusatore- Signor Presidente secondo quanto si evince dall’istruttoria del delegato, dopo aver esperito le relative indagini in loco, e quindi sentito i fatti successi nel paesino etneo di Bronte, le varie testimonianze, questa Pubblica Accusa, chiede una condanna esemplare per l’imputato, certo Nunzio Samperi, per i reati ascritti: quale , il massacro, l’omicidio, il vilipendio di cadaveri, il saccheggio e il furto aggravato. Pertanto questa Pubblica Accusa chiede per il Samperi la pena di morte tramite fucilazione alla schiena.-

 

Presidente- Avvocato difensore, a voi la parola.-

 

Avvocato- Signor Presidente la difesa si rimette alla clemenza della corte.-

 

Presidente- Imputato, avete qualcosa da aggiungere?-

 

Nunzio – Chi io?-

 

Presidente.- Si, voi. Cosa avete da dire in vostra difesa?-

 

Nunzio.- (guardando l’avvocato) Ma non mi doveva difendere il signor avvocato?-

 

Presidente.- L’avvocato ha già fatto la sua arringa. Adesso tocca a voi, se volete, dire qualcosa in vostra difesa.-

 

Nunzio- Bene, voscenza sa…-

 

Viene interrotto dal cancelliere-

 

Canc. – …Si dice Vostra eccellenza.-

 

Nunzio – Vostra eccellenza. Come dice voscenza, si. Dunchi, voscenza, in primis in primis, io e i miei compagni paesani, vorremmo sapere cosa significa veramente la parola Libettà, che abbiamo sentito dire a destra e a manca per un anno intero, prima che arrivasse il generale Canibaldi…-

 

Cancelliere - …Eccellenza vorrebbe dire Garibaldi.-

 

Nunzio- Quello che dice voscenza, si! Allora, chi ce lo spiega? (guarda il Presidente, la Pubblica Accusa, il cancelliere, l’avvocato, i quali si guardano tra di loro perplessi)-

 

Presidente.- Credo che dovrò rispondere io. La libertà è una concessione che fa S.M. Il Re ai suoi sudditi: cioè di dire liberamente se vogliono il Re o la dittatura di un generale. Nel presente tempo la libertà la sta portando in Sicilia il generale Garibaldi. Cioè libertà di pensiero, di parola, di scritto ecc. ecc. Insomma, la libertà è una parola che ha un ampio significato che voi villani non potete capire. Procediamo, dunque!-

 

Nunzio- Ah, mi pareva… no sapete, noi villani pensavamo, invece, che libettà fosse , chessoio, oltre a essere liberi di parlare, di agire, anche di protestare, di essere pagati regolarmente, di avere diritti…-

 

Pubblico Accusatore- Voi pensavate d’avere il diritto di massacrare chi aveva possedimenti ereditati dagli avi; chi ha accumulato un patrimonio col proprio lavoro; chi ha avuto il benessere studiando, istruendosi e intraprendendo una pubblica funzione; chi ha risparmiato per acquistare benessere ecc. ecc.-

 

Nunzio- Scusassi, ma chi fusse questo signor eccetera eccetera?-

 

Pubblico Accusatore- Non faccia lo spiritoso! Voi vi siete fatti giustizia sommaria, massacrando il prossimo.-

 

Presidente.- Imputato, la richiamo all’ordine. Ha finito il suo intervento?-

 

Nunzio- Voscenza ci a perdonari, noi villani non conosciamo la nuova lingua che viene di fuori, come dire l’italiano. Io m’arrangio un poco perché studiai dai parrini…-

 

Canc.-…Eccellenza, se mi permette, parrino significa prete …-

 

Presidente.- Grazie Cancelliere, la prego, anche per il futuro di avere la cortesia di tradurre il dialetto degli imputati.-

 

Canc.- Dovere.-

 

Presidente.- Imputato proseguite.-

 

Nunzio - Grazie…dunchi, arrivai fino alla terza elementare, e saccio firmare col mio cognome e nome. Ora viene fuori sta nuova parola: la giustizia. Ma chi cosa è sta giustizia? E forse quella dei possidenti di fare prendere i poveracci a nervate dai propri campieri? O del parroco usuariu…-

 

Canc.- … usuraio…-

 

Nunzio- … che ci succhiava l’anima? O dello sbirro che faceva giustizia solo per chi non aveva niente? A quella di don Antonio, il pretaccio, che si comprò la gnà Lucia che aveva tredici anni, e che ne face della poveretta carne di porco lordandola con la sua stessa sozzura?  O della baronessa che ci succhiava il sangue e ingrassava? No, voscenza eccillenza deve scusare ma noi abbiamo fatto giustizia umana, con la libertà promessa e non mantenuta.-

 

Pubblico Accusatore- Eccellenza Presidente, l’imputato cerca di giustificare i fatti orrendi appellandosi alla giustizia dei bruti. E’ intollerabile!-

 

Presidente.- Imputato, avete concluso vostro intervento?-

 

Nunzio- Io? Io avrei da riempire libri e libri di fatti, di soprusi, di violenze, di angherie, di malandrinerie, di prepotenze, di offese, che abbiamo ricevuto noi, i cosiddetti villani, i cafoni, gli zoticoni, in una parola i servi dei servi, i senzadiritti, i morti di fame e amen. No, niente amen, è una parola do Signuruzzu…

 

Cancelliere- …Gesù Cristo...-

 

Nunzio …che niente ha a che fare con questa corte di ingiustizia.-

 

Presidente- La pubblica accusa può incolpare, specificamente, il presente imputato di delitti o reati specifici?-

 

Pubblico Accusatore – Vostra eccellenza si. Per il l’uccisione del barone Fatuzzo, delitto commesso a sangue freddo, premeditato, gratuito e feroce, chiamo a testimoniare il signor Nunzio Bottino, ufficiale postale.-

 

Presidente – Introducete il teste.-

 

Entra in scena il Bottino, un ometto tutto tic, che cammina a scatti.

 

Pubblico Accusatore- Signor Bottino, vuole riferire alla Corte quello che successe la mattina del 2 agosto 1860?-

 

Bottino- Sissignore, vostra eccellenza. Dunque… ma sapete che non ricordo se fosse il 2 o il 3 di agosto?-

 

Pubblico Accusatore- (con sopportazione) Fu il 2 agosto, signor ufficiale postale (detto minacciosamente). Dunque?-

 

Bottino- Ah, si, ora ricordo, fu il 2 agosto 1860… certo…certo. Posso andare ora? –

 

Pubblico Accusatore- (sbuffando) Ma se non ha ancora testimoniato! Allora, ci dica quello che vide quel fatidico giorno.-

 

Bottino- Io eccellenza ero nel mio ufficio a compiere il mio dovere, quando venne un ufficiale della guardia civile e mi disse di telegrafare al generale Garibaldi che a Bronte era in corso una rivolta popolare, e che urgeva l’invio dei soldati. Io così feci e poi mi affaccia dalla finestrella che da sulla piazza e vidi quel signore (induca Nunzio) che sventolava un fazzoletto tricolore. E subito ho pensato: E’ un rivoltoso e mi sono chiuso e sbarrato in ufficio.-

 

Presidente- E non ha visto altro?-

 

Bottino- Vostra signoria, e cos’altro dovevo vedere: c’era la rivoluzione e un ammazza ammazza.-

 

Presidente- Vuol essere più preciso?-

 

Bottino- Certamente eccellenza: Gridavano dobbiamo dividerci i beni del comune, questi galantuomini ci hanno succhiato il sangue nostro, e lo devono restituire! Addosso ai topi!-

 

Presidente- Questo va bene, ma ha visto l’imputato qui presente trucidare qualcuno?-

 

Bottino- Beddamatri no! Però lo intesi dire dagli altri, quelli che si sono ammucciati  e poi fuggiti.-

 

Cancelliere- …si sono dati alla macchia...-

 

Presidente- (al Cancelliere) Grazie. (al teste) Dunque, cosa sentì dire?-

 

Bottino- Che avevano scannato il barone e tutta la sua famiglia.-

 

Pubblico Accusatore- Basta così, signor ufficiale postale.-

 

Presidente- Può andare. La Pubblica Accusa ha finito?-

 

Pubblico Accusatore- Certamente eccellenza. Le prove sono state tutte esibite, e confermo la mia richiesta della pena capitale.-

 

Presidente- Imputato Samperi, vuol dire qualcosa prima che commini la sentenza?-

 

Nunzio Samperi- Voscenza è troppo buono con un povero Cristo. Io sono quasi analfabeta, ma sono riuscito a leggere questa carta qua. (tira fuori dalla tasca un volantino), che se voscenza me ne da permesso vorrei leggere a questo tribunale.-

 

Presidente- Può leggere, ma sia breve, non possiamo perdere altro tempo in ciance, la giustizia deve fare il suo corso velocemente.-

 

Nunzio Samperi- Ecco cosa c’è scritto qui a firma del signor generale liberatore: “Da Marsala addì' 11 maggio del 1860. Siciliani, l’ora della vostra  riscossa è arrivata, vi liberiamo dalla tirannide borbonica, e vi daremo la possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Siciliani, vi promettiamo soccorso, libertà e giustizia da tutti gli oppressori.” Ecco eccellenza noi aspettavamo questo giorno, e il 2 agosto, saputo che c’erano i garibaldini a Catania, abbiamo fatto la sommossa, che, purtroppo, come tutte le cose, ci scappò lo sbaglio: ci fu il morto! (concitatamente) Ma, per il barone, fu per legittima difesa, quello mi putò la scupetta…-

 

Presidente- E voi per la minaccia di una misera piccola scopa, accoppate un uomo?-

 

Cancelliere- Ehm, ehm, Eccellenza, scupetta è un termine dialettale, vorrebbe significare schioppo. Scusi l’intervento.-

 

Presidente- (in notevole imbarazzo al cancelliere) No, anzi. Riprendiamo, (all’imputato) riprendete.-

 

Canc.- Dovere.-

 

Nunzio Samperi- Grazie a voscenza. Come dissi, mi minacciò con…(rivolto al cancelliere) con lo schioppo? (il cancelliere fa cenno di si) il quale medesimo schioppo, per mia fortuna s’inceppò. Io  respinsi ma il barone, che, purtroppo, arruzzulò a terra e non  si rialzò più...-

 

Cancelliere- Rovinò per terra…-

 

Samperi - …arrovinò a terra, proprio così – e arrovinò a mia!- …

 

Cancelliere- … - ruzzolò per terra e fu la mia rovina…-

 

Samperi -…( al Cancelliere) Proprio accussì, voscenza benedica. ( al Presidente) Quindi fu legittima difesa, dunque, e su tutto: sulla mia persona, sui nostri diritti, sulle nostre vite massacrate dal lavoro nei campi dei padroni che stavano al casino dei civili a grattarsi la pancia, in attesa di tornare a casa loro a mangiarsi il pane, prodotto dalle nostre fatiche. E’ stato un travaso- comu co’ mustu: nu passaggiu da na botte all’altra, un travasu di benessere, almeno questo era l’intento…-

 

Cancelliere- … come per il mosto, un travasare da una botte a un’altra-

 

Avvocato- (al Presidente) Se da vostra eccellenza mi è permesso di precisare, vorrei dire che l’imputato, durante la sua difesa, ha riportando, quasi pedissequamente, quanto, allo sbarco di Garibaldi, nei siciliani si erano accese molte speranze di riscatto sociale da parte dei poveracci, infatti il 2 giugno aveva emanato un decreto in cui…-

 

Presidente- Avvocato (minaccioso) conosciamo il decreto!-

 

Avvocato- Mi scusi eccellenza.-

 

Samperi -  Ma che scusi e scusi, è tutto vero. Ci hanno promesso mare e monti e ci consegnano al boia! E Voscenza lo sa bene, e sa bene che a Bronte- la famosa ducea di Nelson (detta ironicamente), c’era cattivo sangue fra la nobiltà latifondista e i braccianti sfruttati…-

 

Presidente- Basta così. Si faccia uscire l’imputato.-

 

Samperi –(uscendo accompagnato dalle guardie) Alla faccia della libbetta’ di parola.-

 

Presidente- Avvocato la diffido d’intervenire quando interrogo un imputato. Se ha qualcosa da dire, lo dica quando le do la parola in difesa dello stesso. Ha capito?-

 

Avvocato- (mogio mogio) Ho capito, eccellenza Presidente, ho capito.-

 

Presidente- Si introduca il prossimo imputato.-

 

Cancelliere- Si introduca l’imputato Gasparazzo Calogero.-

 

Entra in scena Calogero Gasparazzo, un uomo alto e muscoloso, abbronzato, incatenato ai polsi e scortato da una guardia. Egli porta una coppola sulle ventitrè, per far conoscere che è un malandrino.

 

Cancellire- Imputato, scopritevi.-

 

Calogero- Perché, cchi semu a chiesa?-

 

Canc.- Non siamo in chiesa, ma in un tribunale, e dovete scoprirvi lo stesso.-

 

Calogero- Mi devo scoprire? Io? No, e allora perché quei galantuomini, seduti la sopra, tengono il capo coperto e io no? -

 

Canc.- Quello è il Tocco della giustizia.-

 

Calogero- E questa è la coppola della malandrineria. C’è cosa?-

 

Presidente.- (sbuffando) Ma guardate questo bell’imbusto.-

 

Canc.- (piano) Scopritevi…per favore…-

 

Calogero- Se è per voi, fatto! ( e si scopre)- 

 

Presidente- Alla buonora. Allora, ditemi in vostro nome.-

 

Calogero- (con aria annoiata) Mi chiamo Gasparazzo Calogero, detto Lillo, come mi conoscono tutti qua e nei dintorni.-

 

Pubblico Accusatore- Quando vi rivolgere alla corte dovete avere il massimo rispetto e riguardo, soprattutto se vi parla Sua Eccellenza il Presidente.- 

 

Calogero- Volete forse dire che mi devo mettere addunucchiuni e a culo per aria?-

 

Canc.- … carponi…-

 

Pubblico Accusatore- Perdinci! Siete uno zoticone impertinente, irremissivo e irrispettoso verso la Corte!-

 

Calogero- Non capisco le vostre parole, ma, per il si e il no, ditele a vostra soru!- 

 

Canc.-… a vostra sorella…-

 

Pubblico Accusatore- (sbalordito al Presidente) Ma Eccellenza, avete udito?-

 

Presidente- Ho udito! Gasparazzo, vi condanno a 2 anni di carcere per offese alla corte.-

 

Calogero.- Ma che bello! Vuol dire che dopo quando risusciterò- dato che mi condannerete sicuramente a morte – vuol dire che mi farò i 2 anni di carcere. E se non risuscito, chi se li fa al posto mio? (e guarda la Pubblico Accusatore) … so soru?-

 

Canc.- … sua sorella…-

 

Presidente- Vi condanno ad altri due anni di carcere per lo stesso  motivo.-

 

Calogero- ( tra se) Bonu, và, qui va a finire che me accucchio trent’anni e passa, e quannu moru, mai?- 

 

Cancelliere - …Ne accumulo trent’anni e quando morirò?-

 

Presidente- Grazie cancelliere. La parola alla difesa.-

 

Avvocato- Eccellenza, dato il numero degli imputati che devo difendere, vorrei avere più tempo per leggere le carte processuali e sentire le testimonianze; poi, (consulta  le sue carte ) perché quest’uomo non risulta tra gli assassini del 2 agosto… -

 

Presidente- Questo è proprio da vedere. E comunque, questa Corte, per la sua natura eccezionale,  non ha a disposizione il tempo necessario, quindi voi vi dovete adeguare.-

 

Avvocato- Come dice Vostra Eccellenza.-

 

Presidente- E allora inizi l’arringa.-

 

Avvocato- La difesa si rimette alla clemenza della Corte.-

 

Presidente- La parola alla Pubblica Accusa.-

 

Pubblico Accusatore- Avete detto di chiamarvi Calogero Gasparotto, vero?-

 

Calogero- Gasparazzo, per voscenza.-

 

Pubblico Accusatore- Gasparazzo, bene. Quanti anni avete?-

 

Calogero- Trentadue a frivaru.-

 

Canc. - … a febbraio…-

 

Pubblico Accusatore- Trentadue? A febbraio?-

 

Calogero- Esattissimamente.-

 

Pubblico Accusatore- E che mestiere fate?-

 

Calogero- Cavvunaru.-

 

Presidente- Come?-

 

Canc.- Eccellenza, significa carbonaio.-

 

Presidente- (assestandosi nello scranno) Continuate.-

 

Pubblico Accusatore- (girandogli attorno e squadrandolo) Carbonaio, quindi. (pausa per mettere a disagio l’imputato) Ma il carbone… lo fate o lo commerciate…-

 

Calogero- Chi significa? U cavvunaru fa tuttu, a chi crede voscenza ca' semu nto nord, unni…-

 

Canc.- … il carbonaio fa tutto, che siamo nel nord, dove…-

 

Calogero (che ha capito come funziona la traduzione, temporeggia) …unni  c’è chi fa e chi vende?  Cca facemu tuttu nuattri…-

 

Canc.- Qua facciamo tutto noi stessi…-

 

Calogero-… e a stento pigliano quello che ci serve per non morire di fame.-

 

Pubblico Accusatore- Esagerato…-

 

Calogero- …e allora ce lo spiego meglio a voscenza: U carvuni, non si trova in natura, che uno piccasu, passannu…-

 

Cancelliere- …il carbone, non si trova in natura, e per caso uno passando…-

 

Calogero - …che uno lo vede e se lo piglia. Quello è un sogno di tutti i carvunari. Il carbone si fa con i rami degli alberi che il padrone del bosco ci fa pigliare facendosi pure pagare. Ci sono i campieri dei padroni che sorvegliano, e vonnu u pizzo…-

 

Cancelliere - … voglio la tangente, un tantum…-

 

Cancelliere -… a che ci pari a voscenza. Poi la legna bisogna accatastarla, coprirla con la terra, bruciarla, e aspettare che diventa carbone. A quel punto si raccoglie, si mette supra o sceccu… - 

 

Cancelliere -…si mette nel basto dell’asino…-

 

Calogero- … naturalmente chi ce l’ha, perché io me lo carico sulle spalle – e si porta a casa…-

 

Presidente- Come a casa? A casa vostra intendete?-

 

Calogero- A casa mia, e dove volete che lo porto in magazzino? Ma quello ce l’hanno i signori ricchi, noi poverecci per abitazione abbiamo una casuzza di una stanza dove dormiamo tutta la famiglia, le galline e la capretta, e, nel caso mio, dove in un angolo ci metto u carvuni...-

 

Pubblico Accusatore- … che vendete ai clienti.-

 

Calogero- Ma allora non volete proprio capirlo che qui siamo in Sicilia, in un paesino perduto dove Cristo si dimenticò le scarpe? A quali clienti, lo do ai poveracci come me, e ne ricavo una cavagna di ricotta, una manciata di fave, un pezzo di pezzo di pane nero.-

 

Pubblico Accusatore- Dunque fate il carbonaio…-

 

Calogero- …d’estate, d’inverno faccio u nivaru…-

 

Pubblico Accusatore- - Nivaru? E che razza di mestiere è?-

 

Calogero- A razza non la conosco, il mestiere è quello del nivaru…-

 

Cancelliere- …il nivaru sarebbe il nevaiolo.-

 

Pubblico Accusatore- Bene, grazie cancelliere.-

 

Presidente.- E cos’ha a che fare un nevaiolo coi carbonari?-

 

Pubblico Accusatore –  Già! Imputato ce lo fate sapere in cosa consiste questo misterioso  mestiere?-

 

Calogero- Consiste ed è, un mestiere misterioso… (sfottente) molto misterioso, che noi carvunari ci tramandiamo di padre in figlio e in spirito santo…-

 

Presidente.- Adesso basta! La vostra condotta è inaccettabile! Vi condanno ad altri tre anni di carcere per spregio alla religione cristiana.-

 

Calogero- (tra se) E sono già sette. (poi al Pubblico Accusatore) Voscenza a sapiri che lo facciamo d’inverno; e consiste in questo: prendiamo la neve che cade dal cielo sulla nostra montagna - gratis, per fortuna - la ammassiamo nelle grotte, che noi conosciamo, la copriamo con la paglia, e d’estate, quanu ccà fa un cauru…-

 

Canc.- … quando fa caldo…-

 

Calogero - … che ammazza anche le cicale, la vendiamo ai catanisi, i quali sonu gente fine e arucati, e che, per rinfrescarsi, con la nostra nivi, si fanu le vippite…-

 

Presidente- Cosa si fa?-

 

Cancelliere- …direi che le vippite sarebbero i rinfreschi, le bibite, gli schiumoni, le granite, delle quali le popolazioni della città, soprattutto d’estate, sono ghiotte.-  

    

Presidente- Grazie, procedete.-

 

Pubblico Accusatore- E allora, visto che i guadagni da carbonaio, più quelli della neve, non vi bastano, volevate prendervi la robba dei padroni? Non è così?-

 

Calogero- A parte il fatto che, con la nivi, ci prendevamo quattro soldi, dopo esserci rotte le braccia e congelate le mani, voscenza, al posto nostro, cosa avrebbe fatto?-

 

Presidente- Imputato la richiamo all’ordine!-

 

Calogero- Ma di quale ordine parla voscenza? Di quello dei padroni o dei braccianti? Perché se parlate di quello dei padroni, questo tribunale ne è l’esempio: ingiustizia! Se invece parlate di quella dei poveracci, devo pensare che lassù, da dove viene voscenza, vuol dire che state in un altro mondo.-

 

Presidente- Vi siete appropriati dei beni altrui, dopo averli massacrati!-

 

Calogero- Voscenza non vuole proprio capire. Il massacro, come lo chiamate voi, ci fu e non ci fu. Ci fu, perché successe, non ci fu, perché se lo meritavano. Poi per la robba, non ci siamo divisi nenti di nenti! A me non toccarono neanche sette palmi di terreno per seppellirmi!-

 

Pubblico Accusatore- Questo parlare è insopportabile, voi siete un sovversivo, rivoluzionario e massacratore! Non potete parlare così! Non potete!-

 

Calogero- Non posso?  E dov’è allora la vostra libbettà? Non avete detto che tutti possono parlare libberamenti? E perché allora io non posso? E che devo pensare? Che questa Corte abolisce la libbettà’ che Garibaldi ci ha portato?-  

 

Pubblico Accusatore- Che non è quella di fare massacri…-

 

Calogero- … a quali massacri! (pausa) Si, ci fu chi, si fece prendere la mano, chi si tolse una soddisfazione, chi s’ubriacò e non capì più nulla. Ma non parlate di massacro…-

 

Pubblico Accusatore- … fu massacro, deliberato!-

 

Calogero- Fu una rivolta contro gli sfruttatori sanguesuga! (calmandosi) Voscenza a sàpiri che quannu arrivau …

 

Canc.- Vostra eccellenza sa che quando arrivò…

 

Callogero-…il battaglione dei garibaldini, se volevamo- sì- che facevamo un massacro. Voscenza non conosce il paese, il suo territorio, e allora ce lo spiego io: il paese è arroccato sulla montagna, e per raggiungerlo bisogna percorrere una trazzera che, a un certo punto, fa una specie di gola. Da sopra il paese avremmo potuto massacrarlo tutto il baldo battaglione di quell’infame di Bixio, facendo rotolare grossi massi su quei poveri soldatini. E vi assicuro che il massacro era bello e fatto! Ma non abbiamo voluto. Volevamo solo punire gli sfruttatori e succhiatori del nostro sangue, gli infami. Ma voi dite che abbiamo fatto male, abbiamo fatto una cattiveria, siamo stati feroci. Ebbene, per quanti secoli quelli sono stati cattivi, feroci e ingiusti nei nostri confronti? E comunque io personalmente non tolsi un capello a nessuno - come ben sapete -io a vostri soldi ci sputo sopra! Io volevo solo giustizia, finalmente!-

 

Pubblico Accusatore- Qui si giudica voi, non la storia! Eccellenza Presidente, per costui chiedo la pena di morte mediante fucilazione alla schiena.-

 

Calogero- Ah, è così, non hai neanche il coraggio di guardarmi in faccia, mentre ti sputo? Carogna! Tu e ddu cunnutu e sbirru di Bixio.-    

 

Canc.- … e quel cornuto e sbirro…-

 

Presidente- Basta così! L’udienza è sospesa. Portate l’imputato in carcere!-

 

Calogero- (mentre viene condotto fuori, muovendosi malandrinarmente, e girandosi verso la Corte, grida) Ebbiva a libbetta’! Qualunque sia!-

   

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                           ATTO  II

 

 

 

 

Stessa scenografia del precedente.

 

 

 

Cancelliere - In piedi entra la Corte.-

 

Entrano il Presidente e il Pubblico Accusatore.

 

Presidente.- Cancelliere fate introdurre il prossimo imputato.-

 

Cancelliere -  Guardia il prossimo, l’imputato Spitaleri Nunno Nunzio!-

 

Entra una guardia che regge il braccio di un giovane incatenato.

 

Presidente.- (vedendolo giovane) Spitaleri, quanti anni avete?-

 

Spitaleri - Venti anni.-

 

Presidente. – Avvocato, a voi la parola.-

 

Avvocato- Eccellenza, come potete osservare, siamo alla presenza di un giovane contadino, forse solo bracciante, il quale fu invischiato in questa rivolta per caso…-

 

Presidente - Avvocato, accorci, questa Corte non ha tempo da perdere con la sua sociologia spicciola.-

 

Avvocato- Certo Eccellenza, sarò bravissimo, ma mi permetta di fare testimoniare una persona?-

 

Presidente - A favore dell’imputato?-

 

Avvocato- Eccellenza si.-

 

Presidente  –Vi concedo cinque minuti.-

 

Avvocato- Grazie Eccellenza. Chiamo a testimoniare Sebastiana Spatafora.-

 

Presidente - Introducete la teste.-

 

Entra in scena, sempre accompagnata da una guardia una contadinotta sulla trentina.-

 

Presidente.- Come vi chiamate?-

 

Nedda – Mi chiamo Spatafora Sebastiana, ma tutti mi chiamano Nedda.-

 

Presidente.- Quanti anni avete e che mestiere fate.-

 

Nedda- Eccillenza, ho trentanni e faccio la criata.-

 

Cancelliere - … la serva…-

 

Presidente.- La serva a chi?-

 

Nedda- Facevo la criata serva per la buonanima della Baronessina…-

 

Pubblico Accusatore - …assassinata barbaramente dall’imputato.-

 

Presidente – (al Pubblico Accusatore) Prego, continuate voi.-

 

Pubblico Accusatore- Sebastiana Spatafora, per quanto tempo avete servito in casa della baronessa?-

 

Nedda- Avevo 14 anni quanto mi prese per criata, e ho servito fino alla morte della buonanima.-

 

Pubblico Accusatore- Bene, e visto che siamo entrati in argomento, riconoscete nell’imputato qui davanti a voi uno degli assassino della baronessa?-

 

Nedda- Ngnornò!-

 

Cancelliere - … signor no.-

 

Pubblico Accusatore- Come no? Voi eravate presente quando il palazzo della vostra padrona fu preso d’assalto, è vero?-   

 

Nedda- Gnorsi…-

 

Cancelliere - Signorsi…-

 

Nedda-… ero prisenti.-

 

Pubblico Accusatore –E come avvenne?-

 

Nedda- Nun venni cui?-

 

Cancelliere - …Non venne chi…-

 

Pubblico Accusatore- (spazientito) Come fu l’assalto al palazzo.-

 

Nedda- Fu che i ribellati volevano scassare il portone del palazzo, i uardiani spararono che scupetti per difenderci, ma ddi diavuluni, togliendoci u battesimu,  entrarono lo stesso.-

 

Pubblico Accusatore- E cosa fecero dopo?-

 

Nedda- Dopo si misero a rubare a spaccari a lazzariari tutto chiddu ca' c’accapitava…-

 

Canelliere -…i diavoli senza battesimo, si misero a saccheggiare…-

 

Nedda-… e chistu ca' prisenti s’arraffau nu cannnileri d’argentu…-

 

Cancelliere - …e l’imputato s’approprio di un candelabro d’argento…-

 

Nedda- … appoi nun lu vitti cchiù…-

 

Cancelliere  - … dopo non lo vidi più…-

 

Pubblico Accusatore- Non si unì agli altri per massacrare il figlio della baronessa e poi la baronessa stessa?-

 

Nedda- Nonzi…

 

Cancelliere-…No…-

 

Nedda – Chiddi furunu i Mangiaficu, i Cappiddazzi,  i Cucuzza e Jamma sicca…-

 

Cancelliere- … sono nomi e soprannomi di alcuni paesani …-

 

Pubblico Accusatore.- (sconcertato, guardando le sue carte, al Presidente) Eccellenza nelle mie carte questi nomi non figurano.-

 

Presidente - Presumibilmente sono tra i fuggiaschi. Continuate pure con l’interrogatorio.-

 

Pubblico Accusatore – La Pubblica Accusa ha terminato. E’ chiaro che l’imputato ha partecipato ai delitti in questione!-

 

Presidente. – Avvocato, a voi, brevemente.-

 

Avvocato- E’ inequivocabili che la teste ha accusato l’imputato di furto, ma lo ha scagionato dell’omicidio.-

 

Pubblico Accusatore.- Non ha scagionato un bel nulla. L’imputato era presente ai fatti, quindi correo! Anche per costui la Pubblica Accusa chiede la pena di morte.-

 

Avvocato- Ma io non ho concluso l’intervento.-

 

Presidente.- Avvocato le avevo concesso il tempo necessario, che è scaduto. Portate via l’imputato.-

 

Spitaleri - Ma come? S’usa così? Non ho il diritto di difendermi? Mancu li Borboni avvissaru fattu accussì!-  

 

Cancelliere -… nemmeno la giustizia borbonica avrebbe fatto ciò.-

 

Presidente.- Grazie cancelliere. Fate uscire la teste e l’imputato.-

 

Spitaleri, accompagnato dalla guardia esce protestando. Nedda segue a testa bassa.

 

Spitaleri- Marunnuzza mia, Marunnuzza bedda, iu sugnu ‘nnuccenti, ju nun ammazzai a nuddu!-

 

Cancelliere - (mestamente) …Madonna mia, Madonna bella, io sono innocente, io non ammazzai a nessuno...-

 

Presidente. – (al cancelliere) Cancelliere, stare al vostro posto. Nessuno vi ha chiesto di tradurre tutto pedissequamente. Introducete quindi un altro imputato.-  

 

Cancelliere  – Introducete l’imputato Longhitano Longi Nunzio.-

 

La guardia torna con Nunzio Longi Longhitano.

 

Presidente - Il vostro nome è  Nunzio Longi Longhitano?-

 

Longhitano -A servilla.-

 

Presidente - Età e mestiere?-

 

Longhitano - Venticinque anni e fazzu u giovani di barbiere d’inverno, mentri nta stagioni fazzu u braccianti.-

 

Cancelliere -…- faccio il giovane di barberia e in estate il bracciante…-

 

Presidente - A voi Pubblica Accusa.-

 

Pubblico Accusatore - Longhitano, voi siete accusato di aver ucciso don Antonio Arciprete di Bronte.-

 

Longhitano - Cui? U porcu ca' tonaca?-

 

Cancelliere. - …chi, il porco con la tonaca…-

 

Longhitano- … chiddu ca' s’accattau a dda carusa di Luciuzza, pi fari li porci comodi so? 

 

Cancelliere - … quello che si comprò la ragazzina Lucia per fare i porci comodi suoi…-

 

Longhitano - … quello che la fece sgravare quattro volte, e fece portare i picciriddi alla ruota del convento? Quel porco che mangiava a quattro palmenti, ingrassava e scialava, sfruttando i suoi braccianti, e ricattandoli di lasciarli morti di fame se non gli portavano, durante l’annata, una verginella nel suo schifoso letto, o meglio littéra pi porci?...

 

Pubblic Accusa- Com’è che sapete tutte queste notizie?-

 

Longhitano- Nun dissi a voscenza ca' fazzu u giovani di barberi? Allora voscenza dice che chistu porcu è stato ammazzato? Vuol dire che s’è fatta la giustizia di Cristo!-

 

Pubblico Accusatore- Allora voi avreste fatto la giustizia divina, uccidendolo?- 

 

Longhitano - No, dissi solamente ca cu fu, fici la giustizia divina.-

 

Cancelliere - …dissi che ci lo uccise fece la giustizia divina…-

 

Pubblico Accusatore- ( al Presidente) Eccellenza, l’imputato non è credibile, e lo dimostrerò chiamando a testimoniare certa Giuseppa Pulvirenti.-

 

Entra una ragazzotta  florida, accompagnata dalla guardia.

 

Presidente - Vi chiamate?-

 

Pudda – Mi chiamu Pulvirenti Giuseppa, ‘ntisa Pudda.-

 

Presidente - Mestiere o professione?-

 

Pudda - La buttana!-

 

Mormorio tra i presenti.

 

Presidente - ( a Pudda) Voi dovete avere rispetto per questa corte.-    

 

Pudda- E picchì, cchi dissi? Voscenza mi dumannò chi fazzu e ju ci arrispunnio cca virità.-

 

Canc. E perché, cosa ho detto? Vostra eccellenza mi ha chiesto cosa faccio, e io ho risposto: la prostituta…-

 

Pudda- Esattissimamenti. Bravu u varvasaviu!-

 

Cancelliere -… Esattamente, bravo il vecchio ...-

 

Presidente - A voi Pubblica Accusa.-

 

Pubblico Accusatore - Giuseppa Pulvirenti, conoscete l’imputato?-

 

Pudda- Voscenza si!-

 

Pubblico Accusatore- E dite alla Corte, nella notte del 2 agosto, cosa vi successe in cui era presente la persona che avete davanti?-

 

Pudda- Cui l’eccillenza Prisidenti?-

 

Pubblico Accusatore- Non fate la spiritosa e l’irriguardosa. Potremmo farvi arrestare. Allora, mi riferivo all’imputato presente.-

 

Pudda- Ah, iddu?-

 

Pubblico Accusatore- Lui. Allora?-

 

Pudda- Lui, iddu, allora…(pensierosa) dda sira, intantu ca' m’arritirava a casa, doppu aver servito in casa del farmacista, buonanima, m’ancuitò…-

 

Cancelliere  –… intanto che rientravo in casa… mi molestò …-

 

Longhitano - Ma quale ‘ncuitò e molestò, io volevo parlarle, la volevo mettere in  guardia sulla situazione pericolosa… io ci volevo bene a idda, nun l’avissi tuccata mancu cu ‘n ciuri…-

 

Cancelliere  –… a lei non l’avrei toccata nemmeno con un fiore…-

 

Pudda- Sfacciatu! Munziugnaru! Tu mi vulevi chiavari!-

 

Cancelliere - … sfacciato, menzognero, tu volevi copulare …-

 

Longhitano - Pi l’anima dei murticeddi do priatoriu, ju mai e poi mai!-

 

Cancelliere-.- ... per le anime dei morti del purgatorio, io mai e poi mai…-

 

Pudda- Ah, no? Bene, anzi, malissimu, pricchì i to’ cumpagni nun la pinzaronu comu a tia!-

 

Cancelliere -… i tuoi compagni fecero diversamente da te….-

 

Pudda - … picchì arrivarunu menzi ‘mbriachi di sangu e di vinu e mi purtaruni nta stadda e a unu a unu come i cani bastardi, mi chiavarunu e mi chiavarunu, mi chiavarunu tutta la notti e mi lassanu menza motta!-

 

Cancelliere - …La violentarono nella stalla, per tutta la notte, lasciandola mezza morta…-

 

Pudda - … e da dda sira fui la buttana do paisi. Si cuntentu testadichiuppuru?-

 

Cancelliere- … e da quella sera fui la prostituta del paese, sei contento testa di legno?...-

 

Longhitano - Ma io non ti toccai mancu con un dito.-

 

Pudda- Ma nun m’addifinnisti. Lasciamo perdere, vili scantulinu.-

 

Cancelliere - …non mi difendesti, vigliacco cacasotto…-

 

Pudda- (perdendo la baldanza iniziale) E iu puviredda, doppu chiddu ca' mi ficiru d’assassini, doppo ca' me pattri mi jttò fora di casa, ca' v’o fari? A vo’moriri- cappoi era megghiu- e mi misi che caribbaddini, e addivintai a buttana do paisi.-

 

Cancelliere - … dopo i fatti dovevo morire? E così mi prostituii coi garibaldini…-

 

Pudda- Eccu cu fui e cu sugnu ora. Grazie Canibaldi e grazi a so’ libbettà!-

 

Cancelliere - …Ecco chi fui e chi sono. Grazie a Garibaldi e grazie alla sua libertà.-

 

Pubblico Accusatore- (perplesso) Io ho finito.-

 

Presidente.- Avvocato?-

 

Avvocato- Eccellenza, ma la teste non ha detto nulla sulla morte dell’arciprete. Che testimonianza sarebbe?-

 

Presidente.- Pubblica Accusa, volete interrogare la teste sul delitto in questione?-

 

Pubblico Accusatore.- Certo eccellenza. Dunque  Giuseppa Pulvirenti, voi avete visto l’imputato uccidere l’arciprete?-

 

Pudda- Cui ju? E quannu mai.-

 

Cancelliere - … chi io? Quando mai.-

 

Pubblico Accusatore – Pulvirenti, siete sotto giuramento, dovete dire la verità e rispondere liberamente (sottolineando la parola)-

 

Pudda- Ma cchi voli vossia di mia? Na fausa tistimonianza? (indicando Nunzio) Chiddu è sulamenti  ‘n’omu scunghiurutu. Chiddu si scanta macari di l’ummira so’.-

 

Cancelliere - … Ma cosa pretende da me? …una falsa testimonianza? quello è solamente uno sciocco, e si spaventa anche della sua ombra…-

 

Pudda-…(con disprezzo) non pi nenti fa u criato d’o varveri.-  

 

Pubblico Accusatore- Eccellenza, denuncio la presente teste per renitenza alla testimonianza.-

 

Presidente.- Cancelliere a verbale. Lei Pulvirenti, è imputata a piede libero e per adesso può andare.- 

 

Pudda- Ma quantu siti bboni cu mia… l’omini? Manco ai cani.-

 

Cancelliere - …quanto siete buoni con me, detto ironicamente. Gli uomini? Non sono buoni neanche per i cani…-

 

Presidente.- Avvocato?-

 

Avvocato- Non ho nulla da aggiungere alla testimonianza della teste. E per l’imputato mi rimetto alla clemenza della Corte.-

 

Longhitano - Ju a chidda ma vulevu maritari, ju ci vulevu beni. Ca vo’ fari contru ddi malasutati chini di vinu… ca' vo’ fari, povuru di mia… ca' vo’ fari…-

 

Cancelliere - … io la volevo sposare, le volevo bene. Mi sono lasciato trascinare nella rivolta, poi, cosa dovevo fare contro quegli scalmanati avvinazzati… cosa potevo fare…-

 

Presidente.- Portatelo via. Introducete il prossimo imputato.-   

 

Cancelliere - Il prossimo: Lombardo Nicolò.-

 

Entra Nicolò Lombardo, stessa procedura degli altri imputati.

 

Presidente - Voi sareste Lombardo Nicolò…-

 

Lombardo - Lo sono Eccellenza.-

 

Presidente - E siete stato fino al giorno 10 agosto sindaco del paese di Bronte?-

 

Lombardo - Vero Eccellenza.-

 

Presidente - Pubblica Accusa, a voi.-

 

Pubblico Accusatore- Grazie Eccellenza. (cincischia un pochino)  Signor ex sindaco, lo sapete che siete accusato d’essere stato il sobillatore della rivolta di Bronte, il vostro paese che amministravate?-

 

Lombardo - Si, eccellenza, accusato, ma ingiustamente. Io, con la ribellione non c’entro per nulla.-

 

Pubblico Accusatore- Ah no? E non siete stato voi- quando il generale Garibaldi ha fatto il proclama del 2 giugno- a radunare la popolazione sotto il balcone del municipio, e di aver letto il proclama?- 

 

Lombardo  – Era il mio preciso dovere di patriota e liberale, esultare per la liberazione dall’oppressione dei Borboni. Vostra Eccellenza, al mio posto, da buon liberale e patriota, non l’avrebbe partecipato ai suoi concittadini?-

 

Pubblico Accusatore- Se non vi dispiace, qui le domande le formulo io. Allora, data per buona la vostra iniziativa, casa avete fatto quando la folla ha incominciato a rumoreggiare - e poi a ribellarsi?-

 

Lombardo - Mi sono esposto e opposto alla loro violenza, esortandoli alla calma. Dicevo loro che la giustizia l’avrebbe portato il Generale, e ci sarebbe stata poi la libertà per tutti. Ma, i più facinorosi volevano l’immediata divisione delle terre dei latifondisti. Non volevano attendere altro tempo. Mi rinfacciavano d’essere d’accordo coi padroni, di tradire il popolo, d’impedire la ripartizione immediata dei suddetti latifondi, prima che arrivassero gli avvoltoi del nord.  Insomma, scalpitavano, dicevano che li avevo traditi. Qualcuno mi minacciò con l’accetta sotto il mio naso. Non sentivano più ragione! Erano inferociti dalla secolare tribolazione e della schiavitù dei padroni. Erano ingovernabili, Eccellenza. Ed io ero impotente. Persa l’autorità, senza gendarmi – che furono uccisi o che fuggirono via – senza un misero sostenitore, cosa dovevo fare? Miracoli? Eccellenza, le mie mani non sono insanguinate, sono innocente dei massacri e di tutte le violenze.-

 

Pubblico Accusatore- Voi lo pensate per davvero? Voi siete una persona colta e istruita, voi, dunque, credete di non essere colpevole dell’insurrezione armata? No, voi siete colpevolissimo, perché avete acceso la miccia e consentito il botto! Siete più colpevole dei rivoltosi, perché non avete agito per frustrazione o per fame, ma per sete di potere. Infatti, volevate fare dimenticare alla nuova autorità il vostro passato borbonico e, a detta di alcuni, siete stato, da sindaco, altamente interessato dai privilegi che vi furono concessi. Voi avete cavalcato il malcontento e poi vi siete dissociato. Ma troppo dardi! Voi avete sulla coscienza tutti gli omicidi, i saccheggi e le malefatte. -  

 

Lombardo -. Eccellenza, io vivevo della mia professione, sono avvocato- certo non di grido- ma mantenevo decorosamente la mia famiglia. Non mi sono appropriato ai mai di nulla, né mi sono state concessi privilegi di sorta. –

 

Pubblico Accusatore- E il podere che avete a Biancavilla? E la masseria di Adernò? Come le avete avute? E la figlia in collegio a Catania? Come la mantenevate? Eccellenza Presidente, questo imputato è colpevole d’aver sibilato e spinto il popolo ignorante alla ribellione, al saccheggio e all’assassinio. Chiedo per l’imputato la pena di morte tramite fucilazione alla schiena!-

 

Lombardo - No! No! Sono innocente! Non c’è sangue nelle mie mani! Ho le mani pulite! Pulite! Pietà!-

 

Presidente - Avvocato?-

 

Avvocato- Mi rimetto alla clemenza della Corte.-

 

Presidente - Fate uscire l’imputato e portate il successivo.-

 

Lombardo esce, disperandosi.

 

Cancelliere - Fate entrare Nunzio Ciraldo Fraiunco.-

 

Entra  Nunzio Ciraldo Fraiunco. Egli è lo scemo del paese, veste di stracci, ma calza un berretto di garibaldino. Si guarda in giro con un sorriso ebete sulle labbra.

 

Presidente - (insofferente) Come vi chiamate?-

 

Fraiunco - (parlando strascicato) Voscenza non lo sapi? A mia mi caniusciunu tutti. Picchi fazzu ridiri a tutti.-

 

Cancelliere - Si chiama Nunzio Ciraldo Fraiunco...(sussurrato) ed è leso di mente.-

 

Presidente - Quanti anni avete?-

 

Fraiunco – Cui ju? E cu sapi. Iu nasciii e cca sugnu…-

 

Cancelliere  - …chi io? e chi lo sa, io nacqui e sono qui…-

 

Presidente - Lo sapranno i vostri genitori…-

 

Fraiunco - Me mattri morsi di cca a due anni, me pattri nun sacciu cu è o cu fu.-

 

Cancelliere - … mia madre è morta, mio padre non lo conosco…-

 

Presidente - Basta così. Pubblica accusa a voi.-

 

Pubblico Accusatore- (in evidente imbarazzo) Voi Fraiunco, siete accusato d’aver incitato i sovversivi alla rivolta tramite la vostra tromba.-

 

Fraiunco.- (rivolto al cancelliere) Cchi dissi?-

 

Cancelliere - Che suonavi con la tromba la carica…-

 

Fraiunco – ( annuendo vigorosamente) Ngnursì! Ju ca' me trumma fazzu curriri i cristiani…-

 

Cancelliere - …Signorsì, io con la mia tromba faccio arrivare la gente…-

 

Pubblico Accusatore.- E perché?-

 

Fraiunco – Picchì? picchì mi piaci quannu ridunu e a’addivettunu.-

 

Cancelliere - … perché mi piace che ridano e si divertano…-

 

Pubblico Accusatore- E gridavate (leggendo con difficoltà) : Populu i cappiddi guaddativi, l’ura do giudiziu s’avvicina, nuddu a mancari, intanto che suonavate la carica per assaltare il palazzo del baronale.-

 

Fraiunco - Ngnursì! U sintii diri a Cicciu Cucuzza e mu ‘nzignai a mimoria…Era beddu da vidiri e da sintiri… mentri sunavu forti forti e chiddi facevanu a muschetteria. Bellu.-

 

Cancelliere - … signorsì, l’ho sentito dire a Ciccio Cucuzza e me lo imparai a memoria. Era tutto bello intanto che suonavo…e gli altri sparavano.-

 

Avvocato- Eccellenza si faccia mostrare la sua tromba!-

 

Presidente - Non è necessario.-

 

Avvocato- Eccellenza, quella trombetta era di latta! Non suonava, rumoreggiava e basta.-

 

Presidente - Non ce altro d’aggiungere!-

 

Pubblico Accusatore- Chiedo una severa condanna per l’imputato.-

 

Avvocato- (piano) Per lo scemo del paese.-

 

Presidente.- Portate via quest’uomo. La Corte si ritira per emettere la sentenza.-

 

Fraiunco- ( alla guardia di scorta) Cch’era beddu u Prisidenti cu dda scurzetta nta testa, ci mancava u marruggiu pi pariri massaru Jesu davanti a la quarara.-

 

Presidente – Cancelliere, cos’ha detto? Ha confessato?-

 

Cancellire- Non proprio Eccellenza, meglio lasciar perdere.-

 

Presidente- Cancelliere vi ordino di tradurre!-

 

Cancelliere- Come Vostra eccellenza comanda. Allora il Fraiunco da detto testualmente: Com’era bello il Presidente, con il tocco in testa; gli mancava in nodoso bastone, per sembrare massaro Jesu, mentre fa la ricotta.-

 

Presidente- (piano al Pubblico Accusatore) Quello è davvero scemo.-

 

Pubblico Accusatore- Già. Che cosa siamo costretti a fare, Eccellenza…- 

 

Una guardia si avvicina al Cancelliere e gli sussurra qualcosa.

 

Cancelliere- (allibendo e avvicinandosi al Presidente) Eccellenza, eccellenza, mi hanno appena comunicato che Gasparazzo è evaso!-

 

Presidente- (incredulo) Com’è possibile! E le guardie? E i soldati?-

 

Cancelliere- Li ha beffati con la scusa d’andare a fare un piccolo bisogno corporale, poi ha colpito la guardia di scorta, l’ha disarmata ed è fuggito da una finestra .-

 

Pubblica Accusa- Avrà avuto sicuramente dei complici, interni ed esterni.-

 

Presidente- Lo prenderemo! Cancelliere fate avvisare della fuga il Maggiore Generale Bixio, fategli sapere che Gasparazzo è armato, poi raggiungeteci in Camera di consiglio, per redigere la sentenza.-  

 

Cancelliere- Subito Eccellenza. (esce)-

 

Presidente- ( alla Pubblico Accusatore) Andiamo. (escono)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                          ATTO  III

 

 

 

 

La scena è la camera di consiglio della Corte, al centro un tavolo con sparse le carte processuali, a sinistra una finestra, oscurata da una grande tenda. A destra la porta d’ingresso e un armadio. Sedie sparse.

 

In scena ci sono il Presidente e il Pubblico Accusatore.

 

Presidente-(guardando l’orologio) Si sta facendo tardi, fra non molto è prevista l’esecuzione, a cui non posso mancare.-

 

Pubblico Accusatore- (sedendosi) Speriamo che il Cancelliere arrivi presto, io sono stanco da morire; questo processo, così veloce, mi ha stremato. (si pone in ascolto) Sento dei passi, sarà lui.-

 

Entra il Cancelliere.

 

Presidente.- Alla buonora, eccovi qui.-

 

Cancelliere - L’Eccellenza vostra mi scuserà. Ma ho dovuto attendere un poco perché il segretario mi doveva consegnare una copia del proclama del generale Bixio, che sarà diramato dopo l’esecuzione. Eccolo. (sventola un foglio).-

 

Presidente.- Leggetemelo.-

 

Cancelliere - ( stentatamente) Abitanti della provincia di Catania! 

 

Voi sapete già che gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti - Voi lo sapete, e la legge! E la fucilazione seguì immediata i loro delitti. Tutte le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occuperà di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî - Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole.                                                                         

Dalla sede, addì 12 agosto 1860.

F.to Maggiore Generale Nino Bixio

 

Presidente.- Affrettiamoci a stilare la sentenza. Cancelliere scriva: Addì 12 agosto 1860, dal tribunale misto – militare e civile- istituita a Catania, con determinazione ecc. ecc., è stata emanata la seguente sentenza per gli imputati accusati del massacro, avvenuto in Bronte il 2 di agosto del presente anno…

 

Il cancelliere, sedendosi, ripeterà, a bassa voce e velocemente, ciò che scriverà.

 

Presidente - …Samperi Nunzio, indagato per saccheggio e massacro. Questa Corte, dopo aver fatto l’excursus delle le prove, inserite nel procedimento penale, lo dichiara colpevole dei reati ascrittegli e condannato alla pena di morte tramite fucilazione alla schiena;

Spitaleri Nunno Nunzio, colpevole di saccheggio e di massacro. Visto ecc. ecc. è condannato alla pena di morte mediante ecc ecc.;

Longhitano Longi Nunzio. Colpevole di saccheggio e massacro. Visto ecc. ecc. è condannato ecc. ecc.;

Lombardo Nicolò, colpevole di incitazione alla rivolta e correo di saccheggio e massacro e tutto ciò aggravato dalla funzione pubblica alla quale era preposto. Visto e scorse ecc. ecc. è condannato ecc. ecc.;

Fraiunco Ciroldo Nunzio, colpevole di incitazione al saccheggio e al massacro. Visto ecc. ecc. è condannato ecc. ecc.-;

 

Cancelliere - (fermandosi e alzando il capo sbalordito) Ma Eccellenza, questo giovane è incapace d’intendere e di volere…-

 

Presidente.- Anche parte delle vittime erano giovani e incapaci di intendere e di volere. Poi, siete pregato di attenervi alle vostre funzioni di verbalizzatore della sentenza.-   

 

Cancelliere - (mogio mogio) Ai comandi.-

 

Presidente.- E me lo faccia subito firmare.-

 

Cancelliere - (affettandosi) Ecco Eccellenza. Firmi pure.-

 

Presidente.- Alla buonora. (firma) E adesso vada a portarlo al Generale Bixio per eseguire l’esecuzione.-

 

Cancelliere - Subito Eccellenza. (esce immediatamente)- 

 

Pubblico Accusatore – E anche quest’incombenza scabrosa l’abbiamo assolta.- 

 

Presidente.- Certamente! Bisogna dare l’esempio. Altrimenti ci sarà l’anarchia! Per fortuna abbiamo qui un comandante militare di polso! Con lui non si scherza mica.-

 

Pubblico Accusatore – Ha svolto altre missioni col Generale?-

 

Presidente.- Garibaldi? (il Pubblico Accusatore fa cenno di si) Certamente. Sono con lui dai tempi della repubblica romana.-

 

Pubblico Accusatore- Bei tempi, avrei voluto esserci anch’io.-

 

Presidente -Avrà certamente l’occasione di collaborare col nostro Condottiero; l’Italia non è ancora una Nazione, e la Campagna di liberazione non è ancora finita.-

 

Pubblico Accusatore- Io spero ardentemente d’averne una parte importante.-

 

Presidente- (guardandolo storto ) E chi lo può sapere…-

 

Rientra il Cancelliere.

 

Cancelliere - Fatto. Il plotone è già pronto.-

 

Presidente. –  ( togliendosi la toga) Vado, devo presenziare alla fucilazione.-

 

Pubblico Accusatore- (come sopra) Vengo anch’io.-

 

Presidente.- (vedendo che il cancelliere cincischia) Voi non venite?-

 

Cancelliere- Se vostra eccellenza me lo consente, non vorrei assistere alla fucilazione di un povero scemo del paese.-

 

Presidente.- (sta per ribadire, poi ci ripensa) Fate come volete.-

 

Pubblico Accusatore-  Ah, eccellenza, e per quanto riguarda il Gasparazzo, che si fa?-

 

Presidente.- Per lui, purtroppo, non si completò l’iter previsto, ci penseremo dopo. Forse lo condanneremo in contumacia. Comunque, per il malandrino di paese, la sentenza più consona dovrebbe essere una doppia fucilazione, più l’ergastolo, se lo si potesse fare. Quello è un diavolo fatto uomo. Se lo acciufferanno vorrò assistere alla sua morte per impiccagione.-

 

Dalla tenda esce fuori Calogero Gasparazzo, che impugna il revolver sottratto alla guardia.

 

Calogero- Ma davvero? Non vorrei deludervi, ma, guardate, ne dovrà passare ancora tanta acqua, sotto i ponti (con smacco) eccellenza! Intanto mani in alto e non vi muovete. Esci Pudda.-

 

Dalla medesima tenda esce Pudda.

 

Presidente.- Voi state commettendo un grandissimo errore e peggiorate la vostra situazione. Quello che state facendo è un grave reato contro l’Autorità Costituita! E anche voi signora.-   

 

Pudda- (alzando le spalle) Tanto…-

 

Calogero- Ma guarda un po’, sono tutto cagato!-

 

Presidente- Volgare villano!-

 

Calogero- Come dice vostra eccellenza…(strafottente). Intanto siete miei prigionieri.-

 

Presidente- Illegalmente!-

 

Calogero- Come dice vostra eccellenza…(ironico).-

 

Pubblico Accusatore - (incredulo) Ma come avete fatto?-

 

Calogero- Fatto cosa?-

 

Pubblico Accusatore- Ad evadere.-

 

Presidente.- Già, come avete fatto!-

 

Calogero- Con la forza dei disperati.-

 

Presidente.- Avrete avuto di sicuro dei complici.-  

 

Calogero- Certo, eccellentissimo, i miei complici sono il popolo, la giustizia e la libertà. Ma voi, oltre ad essere l’eccellentissimo presidente di una Corte fasulla, siete anche curioso, vero? Pudda, intanto lega le mani alla nostra Autorità Costituita, l’Eccellenza nostra (ironico). E anche al nostrissimo eccellente Pubblico Accusatore (ironico). Ahò, vi avviso: non ho nulla da perdere, se gridate o tentate la fuga vi ammazzo! Capito! –

 

Presidente.- (meravigliato, parlando fra se) Situazione insostenibile! Ma come è stato possibile…-

 

Calogero- ( che ha sentito) Volete dire evadere? Con la forza dei disperati, l’ho già detto. Pudda glielo diciamo?-

 

Pudda- (facendo ancora spallucce) Ormai…-

 

Calogero- E va bene, accontentiamo i nostri ospiti riveriti: (pausa poi rivolto al Presidente, con un sospiro) Allora… quando, dopo l’interrogatorio, mi avete rimandato al mio posto, ho chiesto d’andare alla latrina; poi ho adocchiato Pudda - e voi sapete che i siciliani si parlano con gli occhi- allora le ho fatto capire: Pudda, distrai sta guardia. Lei ha eseguito perfettamente, con le sue arti di seduzione. Io ho mollato un cazzottone al mio custode, che si è addormentato di colpo, gli ho preso la chiave delle catenelle, mi sono liberato, ho sottratto l’arma e mi sono nascosto qui dentro. Che nascondiglio migliore potevo scegliere di questo, ah? Intanto Pudda ha aperto una finestra e ha gridato che ero scappato da lì, e le guardie mi stanno ancora cercando per tutta la città.-

 

Cancelliere - E’ vero, sono tutti fuori, che lo cercano nei paraggi… o al cortile per lo (disgustato) spettacolo.-

 

I due si lasciano legare docilmente. Il Cancelliere tende le sua mani, ma Calogero lo sbocca.

 

Calogero- Vossia no. Vossia deve redigere un verbale.-

 

Cancelliere - Che verbale?-

 

Calogero- Il verbale della sentenza che la Corte emanerà –ora!-

 

Presidente.- Di quale verbale sproloquiate? Il verbale della sentenza è stato già stilato e consegnato a chi di dovere.-

 

Calogero- No quello era il verbale della buffonata che avete inscenato nel processo. Ora farete quello che avreste dovuto scrivere, se, poco poco,  aveste avuto amore per la Giustizia con la Gi maiuscola! (deciso) Quella, in nome della quale vi vantate di aver agito, al processo - era solo vendetta! Non giustizia! Vendetta! (pausa) Voi, galantuomini, avete ingannato il popolo con le promesse, lo avete rabbonito con l’idea di libertà, volevate addomesticarlo per manipolarlo come vi piaceva. Ed ha reagito! Il popolo ha reagito. Certo reagendo avvengono fatti di sangue. Ma non siete proprio voi che predicate che la libertà si conquista col sangue? Avete sbagliato tutto e volete la rivincita! (adirato) Cancelliere scrivete, e voi, perddio  dettate!-

 

Presidente.- Ma quale rivincita! Lo sapete benissimo che ci fu la decimazione. Per il processo gli imputati furono, quasi presi a caso…-

 

Calogero- E questo, per la vostra giustizia, è giusto?-

 

Presidente.- Capitelo! Siamo in tempo di guerra! La campagna contro il Regno delle due Sicilie è ancora in corso, perbacco!-

 

Calogero- E cosa prometterete se vincerete la vostra campagna? Ciò che avete promesso ai siciliani?-

 

Presidente.- Ci sarà lo Stato di diritto...-

 

Calogero- … che si comporterà come vi state comportando qui? Allora staremo freschi.-

 

Cancelliere - ( come per stemperare la tensione) Io sarei pronto.-

 

Calogero- Dettate, Eccellenza, dettate.-

 

Presidente.- Non posso. (pausa) Questo è un Tribunale di guerra. Io sono un Colonnello, il Pubblico Accusatore è un Capitano, l’avvocato difensore d’ufficio, è un tenente; solo il signor Cancelliere è un civile e ci fu prestato dalla magistratura ordinaria: Questa è una corte mista. (pausa) Come avete già capito, tutto è stato improvvisato. Il processo doveva essere immediato. Certo non ho avuto regolarmente tutti i verbali giurati dei fatti. Era impossibile dato il poco tempo a disposizione – solo poche ore, diamine. Certo, lo ammetto, molti colpevoli si sono dati alla macchia e, momentaneamente, sono irreperibili. Si, è  vero, ve ne do atto, c’è stata fretta, quindi approssimazione (pausa) Ma i morti ci furono, eccome. Il barone, ucciso con un corpo contundente; il ricco epulone, morto con un colpo di scure alla testa; la guardia municipale ammazzata con il coltellaccio del macellaio; Don Antonio sgozzato. Lo speziale e il figlio uccisi a bastonate. Don Paolo, possidente, che tornava dalla vigna, seviziato; poi Neddu, il figlio del notaio, un ragazzo di dodici anni sgozzato insieme al padre; e la baronessa, lanciata dalla finestra sul selciato e poi calpestata dalle megere che vi accompagnavano e vi aizzavano; e il suo figlio maggiore, e ancora il figlio, piccoletto di pochi anni, calpestato dalle scarpacce chiodate dei rivoltosi. Basta! Non voglio più rievocare quella strage! (pensieroso) Come lupi scannaste la mandria.-  

 

Calogero- Bella arringa difensiva, non c’è che dire. Bella! Dovevate fare l’avvocato difensore! (pausa) Ma voi, e voi (indica il Presidente e il Pubblico Accusatore) avete condannato Nicolò Lombardo per avere, secondo voi, prima istigato la folla, e dopo di non aver saputo fermarla. Ma, pensateci bene, voi (dispregiativamente) Autorità Costituita- come pomposamente vi pavoneggiate d’essere- con indosso toghe e uniforme, avete commesso il medesimo atto! Avete istigato le masse- impreparate - con le promesse di libertà e giustizia, e non avete saputo controllare la situazione, che, proprio a Bronte, vi è esplosa fra le mani, come, del resto, fu per lo stesso Lombardo! Quindi siete colpevoli del medesimo delitto! Allora, ditemi grand’uomini, tra voi e lui, che differenza fa? Ne..ssu..na! Quindi, cittadini integerrimi, (molto ironicamente) che credete ancora d’essere differenti dal Sindaco di Bronte, come la mettiamo? Allora, a seguito di quanto dimostrato, io vi accuso, in nome della giustizia dei piccoli, vi processo e vi condanno! Ora, subito, per direttissima! Ed eseguo la sentenza (mostrando l’arma, poi pausa). Si, certo, potrei farlo, si…ma non lo faccio! Invece adesso, in questo stesso contesto da voi istituito- la Corte marziale - rifaremo il processo da voi appena scandalosamente concluso, a carico dei cinque poveretti, comminando le vere pene, che essi effettivamente meritavano!-

 

Presidente - (con passione) No! no! Macchè! (pausa) Che assurdità state vaneggiando! Noi abbiamo agito in nome della legge! In nome della responsabilità di chi deve governare, e secondo il codice militare, che è, di per se stesso, molto semplificativo, data la sua natura specifica. Esso deve essere pronto, efficace, sicuro! Non si possono ammettere debolezze di sorta, né cavilli giuridici, ma agire decisamente, per incutere quel rispetto- o timore- necessario per una buona missione. Missione, Gasparazzo, la missione di fare dell’Italia una nazione una, libera e giusta.-

 

Calogero- (ironico) Ah, belle parole, non c’è che dire. (poi minaccioso) Ma, come ho già detto, per il caso specifico, è ora tempo di rimediare alle storture del vostro processo, stilando la vera sentenza.-

 

Presidente.- Che volete dire? In che modo?-

 

Calogero- Che rifacciate – ora -il processo, secondo vera giustizia, ecco cosa.-

 

Presidente.- Farneticate! Non mi presterò mai a una simile pagliacciata.-

 

Calogero- Benissimo. Allora se voi non volete stendere la sentenza, al vostro posto lo stilerò io. (molto ironicamente) Spero che non ve la prendiate a male…eccellenze vostre. Cancelliere, scrivete!-

 

Cancelliere - (Pazientemente) Sono pronto.-

 

Calogero- (passeggiando per la stanza) Allora, questa corte di giustizia… giustizia? (breve pausa) Ma si, giustizia, per Nunzio Samperi, imputato di omicidio preterintenzionale, (fermandosi e guardando il cancelliere) quanto gli diamo?-

 

Cancelliere  -( chino sui fogli) 10 anni e sei mesi di reclusione.-

 

Calogero- Bene, scrivetelo pure. Dunque, proseguiamo: per Nunzio Longi Longhitano, imputato correo di stupro, che pena comminiamo?-

 

Cancelliere - Due anni di reclusione.-

 

Calogero- Bene. E per Nunzio Nunno Spitaleri, imputato del furto di un candelabro?-

 

Cancelliere - Tre anni e dieci mesi di carcere duro.-

 

Calogero- E per Nicolò Lombardo, imputato d’incitazione alla rivolta?-

 

Cancelliere - Per lui tre anni di carcere con la condizionale.-

 

Calogero- E per quel povero Nunzio Fraiunco? Imputato di aver suonato la carica dei rivoltosi- (con molta ironia, guardando il Presidente) …con la trombetta di latta e col sorriso da ebete sulla bocca?-

 

Cancelliere - Non luogo a procedere, perchè l’imputato è incapace d’intendere e di volere! (accalorandosi) Punto e basta!-

 

Calogero.- Ehi, non incazzatevi signor Cancelliere, calma. Bene così, adesso sottoscrivetelo, e, quindi fatelo firmare all’eccellenza Presidente e al Pubblico Accusatore.-

 

Il cancelliere esegue, ma il Presidente, sdegnosamente, si rifiuta di firmarla.

 

Presidente- Questa è una buffonata! Io non firmo!-

 

Pubblico Accusatore- E neanch’io.-

 

Calogero- Il vostro processo è stato una buffonata! E firmerete!-

 

Presidente- (con arida di sfida) Mi minacciate? –

 

Calogero- Firmate! Perddio!-

 

Presidente- In caso contrario che farete? Ci ucciderete?-

 

Calogero- Peggio! vi sputerò in faccia.-

 

Presidente- (avanzando di un passo) Fate pure, eccovi il mio volto!-

 

Calogero- (pensieroso, poi di scatto) Ma che vada tutto al demonio! Che senso ha ormai? Voglio passare alla storia per aver accoppato una Corte Marziale? Voglio fare l’Angelo Centuno? ( pausa lunga, passeggiando e poi voltandosi di scatto, quindi al Presidente) Siete coraggioso. Cancelliere, date qua, lo firmerò io!-  

 

Presidente.- (conciliante) E voi siete un uomo saggio, avete presa la giusta decisione...  Peccato che vi siate schierato coi rivoltosi…-

 

Calogero – Chi ha a cuore la Giustizia e la Libertà – vera - l’avrebbe fatto.- 

 

Presidente – Non fate sciocchezze. Voi Gasparazzo, siete un uomo ragionevole... –

 

Calogero- ...e dalle con le lusinghe…-

 

Presidente.- …Non erano parole di lusinga le mie. Come non sono abituato ad adulare i miei superiori, né blandire i miei inferiori, così non mi perito di lusingare i miei avversari; ma il mio dire voleva essere solamente una semplice e onesta constatazione.-

 

Calogero- Vi credo. (prendendo la sua sentenza e vagliandola) Però questa mia sentenza la conserverò; e la custodirò gelosamente. (la conserva nella camicia) Chissà se, in futuro, essa non possa essere utile a qualche magistrato, che non mastica tanto bene la vera Giustizia.- 

 

Presidente – Voi, con la vostra sentenza fantasiosa, pensate di poter… (cerca la parola giusta) No! meglio: Voi, siete un idealista, e pretendete troppo dagli uomini, che sono esseri fallaci per natura. Sapete il vecchio proverbio…

 

Calogero-… Errare humanum est…-

 

Presidente – …Giusto. (breve pausa) Ora, vi prego di togliermi un grande curiosità: Voi siete arguto e vi esprimete troppo bene, per essere un carbonaio. E’ chiaro che siete una persona istruita. Dove avete studiato? Chi siete veramente?-

 

Calogero- (seccamente) Al Seminario! (poi lentamente) dove fui sodomizzato da una delle vostre Autorità Costituita: Il Rettore! Ecco chi sono! (quindi, accingendosi ad andarsene e mettendo in tasca il revolver) Ora credo che non abbiamo nient’altro da dirci. Signori, addio! Cancelliere, slegate le vostre Eccellenze. ( a Pudda) Jamuninni Pudda, lassamu l’omini e i galantomini ai so’ rimorsi! (escono dalla finestra).- 

 

Cancelliere - (traducendo sommessamente e annuendo) … andiamocene Pudda, lasciamo gli uomini e i galantuomini ai loro rimorsi. (poi al Presidente) Eccellenza, vi slego le mani. ( esegue)

 

Entra l’avvocato difensore. 

 

Avvocato- Eccellenza, eccellenza. la sentenza è stata eseguita... C’è stato, però, un piccolo inconveniente.-

 

Presidente- Cioè?-

 

Avvocato – Cioè… è, insomma… è che il plotone d’esecuzione non ha sparato a Nunzio Fraiunco, il quale, vistosi illeso, immediatamente, s’è buttato in ginocchio, ringraziando la Madonna Annunziata d’averlo risparmiato…- 

 

Pubblico Accusatore- E allora?-

 

Avvocato - Allora…ha…ha dovuto… ha dovuto giustiziarlo…il generale, in persona.- 

 

Presidente- (pensieroso) Fraiunco… era…era inginocchiato ai suoi piedi?-

 

Avvocato- Si, Eccellenza.-

 

Pubblico Accusatore- Bene, giustizia è fatta! (ma vedendo che il Presidente lo guarda sdegnato, balbettando ) Beh, quasi… scusi Eccellenza.-

 

Presidente.- (molto scosso, guardando la finestra e tentennando il capo, dice allo avvocato)  Grazie Tenente, grazie. (poi al Cancelliere, che stava con la testa china, guardando il pavimento) Cancelliere, per favore, se anche voi siete d’accordo, chiudete …quella finestra. (indica la finestra dalla quale è fuggito Gasparazzo, poi rivolto agli altri) Signori, vogliamo andare?-

 

Tutti escono, mentre, lentamente, il Cancelliere, annuendo, va a chiudere la finestra. 

 

Sipario

 

 

 

 

 

 

 

                                               ""  LA  CHIAMATA  ""

 

                 

 

 

 

 

                                                    Opera in due parti

 

                                                              di

 

                                                   Antonio  Sapienza

 

 

 

 

 

 

 

 

” dramma in due atti – anno 1987- personaggi:1 m. 3 f.

Una ragazza, solo perché brava e altruista, viene convinta da certe persone –sconsiderate- di una comunità cristiana, d’aver ricevuto la “chiamata” dal Signore per farsi monaca. Ma le inevitabili  incomprensioni in famiglia e col proprio ragazzo, e a seguito di uno stupro con relativa gravidanza, ella, dopo aver affrontato altre peripezie ed essere stata abbandonata da tutti, muore.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Personaggi:

 

 

 

 

                Anna............studentessa universitaria;

 

                Gianni..........ragazzo di Anna;

 

                Cristina........amica di Anna;

 

                Sabina..........amica di Anna;

 

                Figura in Bianco;

 

                Figura in Nero;

 

                Figura in Rosso;

 

                Figure in trasparenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La  vicenda si svolge tutta nella stanza di Anna, con brevi flash-beack che richiamano l'evento, la situazione, il luogo.

 

Catania, aprile '87.

 

 

 

                                                            Parte prima

 

Sulla scena e` stata ricostruita la camera di una ragazza:Divanetto, tavolino con sedie, tappeti, cuscini, etageres, e altri oggetti vari d'arredamento per giovani. Le pareti di detto locale, sono formate da assi e stoffe, al fine di realizzare, con l'aiuto delle luci, le varie rievocazioni, le visioni della protagonista e le scene in trasparenza. All'apertura del sipario, in scena c'e` Anna, che indossa un golfino chiaro, un'ampia gonna scura e calza scarpe basse. Ella e` distesa sul tappeto, immobile, come se dormisse.  Sul divanetto vi e` una bambola di stoffa. Luci adeguati per materializzare un incubo.  Musica

ossessiva. Dal buio di destra viene avanti la figura in bianco, da quello di sinistra la figura in nero. Con coreografia adeguate, queste figure si contenderanno la bambola, fino a ridurla a pezzi. Musica in sottofondo. Poi, in trasparenza si vedranno due silhuette, una maschile e una femminile, che si rivolgeranno alla ragazza che e` in scena. E` un breve ricordo di Anna.

 

Mas.-Chi lei?-

Fem.- Ma perche`?-

Mas.- Questa e` bella!-

Fem.- Capisco...-

Mas.- Suvvia, non scherzare.-

Fem.- Ma ti pare logico?-

Mas.- Ma piantala, cretina!-

Fem.- Questo non dovevi farlo.-

Mas.- Senti, ora avrei da fare, se non ti dispiace...-

Fem.- No.No.No.-

Mas.- Ne parleremo dopo, semmai.-

Fem.- Non ti ascolto piu`!-

Mas.- Esaltazione giovanile, nient'altro..-

Fem.- Te lo proibisco.-

Mas.- Ora basta, mi stai seccando!-

Fem.- Per carita`, pensaci bene.-

Mas.- Basta, hai capito!-

Fem.- Mio Dio, mio Dio.-

Mas.- Vai in camera tua e restaci.-

Fem.- Ma proprio a me doveva capitare?-

Mas.- Oh Signore, non c'e` piu` rispetto!-

Fem.- Oh Signore, falla ragionare.-

 

La musica riprende. Qualche cenno ancora di evoluzioni con la bambola rotta, poi cala la musica, finiscono i giuochi di luce. Luce soffusa sulla ragazza che accenna a muoversi. 

Ann.- Oh Signore, aiutami tu.- 

 

Poi ancora giuoco di luci e musica da discoteca:I Flash- beach.  Anna sara` illuminata da un occhio di bue al centro della scena.  Se e` il caso, cantera` una triste canzone impegnata.  ( discrezione della regia) Alla fine si mettera` a ballare.  Entra da sinistra Gianni, maglione e jeans, che ballera` vicino alla ragazza.( E` da considerare, per tutta la durata dello spettacolo, che quando ci sono dialoghi ed e` prevista anche la musica, questa dovra` andare sempre in sottofondo, per poi riprendere alla fine del dialogo stesso.) 

 

Gia.- Ciao Anna.-

Ann.- Ciao, ma chi sei?-

Gia.- Sono Gianni.-

Ann.- Ciao Gianni,... ci conosciamo gia`?-

Gia.- Certo, non ti ricordi di me?-

Ann.- Spiacente, ma non mi ricordo proprio.-

Gia.- Vuoi sforzarti un poco.-

Ann.- Tanto non ci riesco, mi conosco. Comunque provo..( sta  qualche secondo in silenzio come se si sforzasse di  ricordare e lo guarda attentamente) Spiacente, niente.-

Gia.- Eppure ti sei maturata solo l'anno scorso...-(deluso)

Ann.- Ci siamo conosciuti al liceo?-

Gia.- Ma certo.(b.p.) Tu stavi in terza A,io ero in terza L.-

Ann.- Stavi nei bassifondi allora.. (scherzosa).-

Gia.- Gia`, mentre tu stavi nella sezione migliore. (b.p.)  Cosa fai ora?-

Ann.- Faccio medicina. E tu?-

Gia.- Rifaccio la terza L.: respinto!-

Ann.- Mi dispiace. E come mai? Cosa t'ha fregato?-

Gia.- Le date. M'hanno fregato le date storiche.-

Ann.- Ma va`..stavi facendo la maturita`, non la media.-

Gia.- E` quello che risposi anch'io. Mi disse quella strega: Le date, voglio pure le date. Le date collegano l'avvenimento nel periodo storico giusto; fanno capire il fatto, l'accaduto, i presupposti. Ed io: Ma l'avvenimento lo so, professoressa..  E lei: Chi non conosce le date non conosce la storia. Voglio le date!-

Ann.- E allora?-

Gia.- La mandai a quel paese a cercarsi le sue stramaledette date. E lei mi rimando` all'altr'anno. Amen!- 

Ann.- Ma che stronza. Dai balliamo non ti rattristare piu`.-

 

Ballano ancora un minuto, poi le luci calano lentamente, cosi` pure la musica. Riprendono subito dopo con luci piu` soffuse e musica dolce, ballabile, da mattonella. In scena ci sono sempre Anna e Gianni: Ballano stretti stretti.

Gia.- Anna?-

Ann.- Si?-

Gia.- Anna, credo di volerti bene.-

Ann.- Anch'io te ne voglio...-

Gia.- Ma io te ne voglio in modo diverso... Forse non d'amico.-

Ann.- Ma che dici? Se ci conosciamo solo da pochi giorni..-

Gia.- Anna, forse ti volevo bene anche da prima.-

Ann.- Ti prego, per adesso non ne parlare piu`. Balliamo.-

Fine ballo e luci di discoteca. Buio. Quando le luci riprendono, Anna sara` sempre stesa per terra, ma dai movimenti sembra che stia per svegliarsi. Voce di Gianni:

 

Gia.- Anna, forse ti volevo bene anche da prima. Anna ti amo da morire. Si, d'accordo, ti daro` tutto il tempo che  vorrai. Certo ci dovrai pensare, e` giusto. Ma ti prego, fallo presto, presto, presto, presto... (la voce  cala).-

Cambio di luci ed entra in scena Cristina.

Cri.- (contenta) Ciao Anna.-

Ann.- Cristina, ciao. (si baciano).

Cri.- (lasciando cadere la borsa su una sedia) Anna. ti debbo dare una notizia favolosa: Gianca mi ha baciata.-

Ann.- Noooo.-

Cri.- Siii. Mi ha baciata. Vuoi che ti racconti?-

Ann.- E me lo chiedi?-

Cri.- ( sedendosi) Avevamo finito di mangiare la pizza. Siamo usciti all'aperto per prendere un po' d'aria - si fa per dire- (ridacchia) Quando lui guardando la luna, si e` fatto serio serio in viso, mi ha dato un'intenso  sguardo, poi si e` avvicinato, mi ha preso il viso tra le sue mani e... dolcemente mi ha baciata. (pausa) Oh, Anna, e` stato come se qualcosa mi si sciogliesse dentro. Le gambe mi si sono rammollite, la pelle del viso me la sentivo di fuoco. Infine mi sono sentita cullare...- (alzandosi)

Ann.- ... Nel cielo turchino, tra le nuvole, fino alla luna. Ma va la`, non me la dai a bere...-

Cri.- Eppure poteva essere davvero cosi` semplice: Bastava che mi si avvicinasse e mi prendesse il viso tra le sue mani... Ma quello dopo una pizza se ne prende un'altra ancora. E` un affamato quello! ( fa il broncio).-

Ann.- Suvvia, prima o dopo te lo dara` questo sospirato bacio.-

Cri.- E tu a Gianni lo hai gia` dato?-

Ann.- Ma no. Perche` avrei ovuto?-

Cri.- Ma non siete messi insieme?-

Ann.- Chi l'ha detto?-

Cri.- Nessuno, pero` si vede che ti sta appresso. Mica siamo cieche.-

Ann.- No, non siamo ancora messi insieme.-

Cri.- Per causa tua suppongo.-

Ann.- Perche` per causa mia? Ho forse colpa se non sono sicura di volergli bene? Ho forse colpa se non lo bacio  senza amarlo? Accidenti, ma perche` pretendete che tutti facciano come voi?-

Cri.- Va bene, va bene. Non ti scaldare. (pausa) Si usa cosi`: ci si mette  insieme e si fa l'amore, poi...-

Ann.- Ma quale amore? Il vostro non e` amore. E` scimmiottare l'amore. (b.p.) E` offendere l'amore. Almeno quello con l'A maiuscola. (b.p.) La penso cosi, Cristina, non t'offendere. E so anche che sono in  minoranza. Ma cosa posso farci? (pausa) Dai studiamo. Ripeti prima tu o io?-

Cri.- Ripeto io. (pausa) Caspita, pero` mi fa rabbia!-

Ann.- Cosa?-

Cri.- Gianca e` un ranocchio in confronto a Gianni. Io mi accontenterei del bacio di un ranocchio, mentre tu  rifiuti quello di un bono come Gianni. Mi fa rabbia, ecco!-

Ann.- Quando saro` sicura dei miei sentimenti, bono o ranocchio, io lo bacero` e ci faro` anche l'amore. Ma finche` non ne saro` sicura.-

Cri.- Cintura di castita`. ( scanzando uno scappellotto affettuoso di Anna) Buona, buona, studiamo, ripeto io: la tubercolosi e` una affezione...-

 

Calano le luci, poi riprendono.  II flash-beack: Luci diffuse, col occhio di bue sul Anna e su Sabina.  Le ragazze sono sedute davanti al tavolino, hanno terminato di studiare e stanno riordinando le loro cose.  

 

Sab.- ... Poi dovremmo farci un programma di massima: Guarda, io avrei preparato questo ( mostra un foglio): Il libro e` di trecento pagine. Facendone dieci al giorno, in circa trenta giorni potremmo terminare  di spolparcelo...-

Ann.- Sabina, e le domeniche? e i sabati?-

Sab.- Accidenti, non ci avevo pensato. Dunque: togliendo le quattro domeniche...-

Ann.- E i quattro sabati...-

Sab.- E i quattro sabati, e facendo tredici pagine al giorno...-

Ann.- Okkay, vada per tredici al giorno. Mih, ma sei una secchiona...-

Sab.- ...( dandole un'occhiata di finta minaccia)...Facendo tredici pagine al giorno, avremmo finito il libro per la prima volta. ( sottolineando) E si, mia cara: Per la prima volta. Poi lo rifaremo una seconda volta, diciamo in quindici giorni... infine lo ripeteremo penso in altri quindici giorni. In due mesi, questa materia e` fatta!-

Ann.- Ed io saro` distrutta. Sabina, io non sono abituata a studiare con questo ritmo. Mi vuoi morta?-

Sab.- All'universita` si studia cosi`, altrimenti la laurea in medicina te la prendi a quarant'anni.-

Ann.- ( Supplichevole) Sabina non sono mai stata una una  staconovista...-

Sab.- Dai che ti abituerai.(b.p.) Quindi, lavorando bene,  chissa` se non la potremmo ripetere anche per la terza volta.-

Ann.- Ciao Sabina, se non ti calmo tu me la farai ripetere anche venti volte. Dammi questo foglio, me lo studio per bene, e vediamo se non ci trovo qualche buco per  riposarmi un pochino con una settimana bianca, per esempio...-

Sab.- Sogni ad ogni aperta, mia cara. Ciao ( si prepara per andarsene) ci vediamo domani alla stessa ora.- 

Ann.- ( fa per accompagnarla, quando si accorge che nel foglio ci sono degli appunti) Ciao.. Sabina, qui ci degli appunti, ti servono ( mostra il foglio).-

Sab.- Eccome! Sono i miei turni al telefono amico.-

Ann.- Fai il telefono amico? Non me ne hai mai parlato.-

Sab.- Non c'e` stata l'occasione..-

Ann.- Ma..e` impegnativo?-

Sab.- Cosa?-

Ann.- Quello che fai li`, al telefono...-

Sab.- Caspita se non lo e`. Ma io, per la verita`, faccio la centralinista: smisto le chiamate.-

Ann.- E a chi?-

Sab.- Dipende. O allo psicologo, al sacerdote, al medico. Dipende dal caso.-

Ann.- E come fai a capirlo?-

Sab.- Beh, da come si presentano, da quello che dicono..poi, se sbaglio a smistarle, si puo` sempre rimediare.-

Ann.- Senti ( titubante) ma credi.. credi che potrei farlo anch'io?-

Sab.- Senti, senti, la lavativa. Ma certo che potresti, basta poco tempo per imparare. Ma, vuoi per davvero?-

Ann.- Forse si. Sarebbe una esperienza interessante, credo..-

Sab.- Bada che si lavora sul serio. Li` siamo peggio dei militari; bisogna rispettare i turni.. assumersi delle  responsabilita`. Insomma e` cosa assai seria..-

Ann.- Sabina, io saro` un pochino sfaticata con lo studio, ma sai perche`?  Perche` sono sempre riuscita a recuperare  e a conseguire anche buoni risultati. Allora mi dico: perche` sgobbare se posso ottenere quello che voglio  senza ammazzarmi? La maturita` l'ho presa con  sessanta, sai?-

Sab.- Lo studio al liceo era una cosa. Quello universitario e` piu` impegnativo,`: Ti lascia autonomia, iniziativa,  c'e` forse piu` gusto, ma sempre studio e`. Ma gli impegni di lavoro, sono tutt'altra cosa. E col volontariato non si puo` scherzare: E` un lavoro a  tutti gli effetti.  Insomma, ti voglio dire: Se prendi un impegno, per imperativo morale, lo devi mantenere.-

Ann.- Si potra` fare una prova, almeno?-

Sab.- Ma e` naturale. Certo, si prova e poi ci si impegna.-

Ann.- Allora voglio provare.-

Sab.- Decisa?-

Ann.- Almeno per la prova, si!-

Sab.- E la settimana bianca?-

Ann.- Scherzavo, non si capiva?- ( accompagnandola).

 

Calano le luci. Quando riprendono, ci sara` il III flash- beack. Il ricordo sara` quello di una riunione culturale dei volontari del telefono amico. In scena ci saranno Anna, Gianni, Cristina, Sabina e qualche comparsa, tra i quali un chitarrista . Un uomo, che si vede in trasparenza, parlera` con voce affettata.

 

Uom.- Come vi dissi, questa associazione non e` solo religiosa, e il suo impegno non e` solo nel sociale, ma e` polivalente, e il consiglio direttivo nel mettere a disposizione i locali, ha manifestato coi fatti, l'intendimento di aiutare la crescita morale e spirituale dei soci, organizzando anche dibattivi,

convegni e manifestazioni culturali. Nel quadro di dette iniziative culturali, ieri sera siete stati edotti sulla complessita` dei valori che il  dialetto rappresenta nella cultura dei popoli, aiutati  in cio` dal chiarissimo Prof.  Lomeo. Questa sera abbiamo l'incontro con la poesia in  vernacolo. Questo incontro e` stato organizzato sotto forma di  recital allo scopo di coinvolgere, anche con l'impegno diretto, i nostri soci vecchi e giovani.  Per cui, nella prima parte della scena, abbiamo ascoltato la " Storia d'amuri", vista da due comari, vicine di casa; dalla madre della ragazza, "putiara", e  da una cliente, declamate dai soci adulti, Nella seconda parte presenteremo la stessa storia, pero` vista, questa volta, da "Lui" e da "Lei"; e anche  da un altro essere non meglio precisato: Il figlio abortito, e le liriche saranno declamate dai nostri  soci piu` giovani. Vi leggo una nota critica del prof. Lomeo riguardante il nostro poeta: ...Con l'incisivita` propria del  dialetto siciliano e con la musicalita` dei suoi versi, in quest'opera si sprigiona un'intensita` emotiva che  mette subito in gran risalto la drammaticita` dei  personaggi in balia del Fato. I fatti si manifestano, quindi, affiorando dal contenuto dell'opera come naufraghi fra le onde.  Sabina, potete iniziare.-

Sab.- Chitarra, prego. ( il chitarrista fa alcuni giri armonici) Gianni, a te.- ( si siede)

 

Saranno recitate le predette poesie, composte dall'autore del presente testo. A discrezione della regia, esse possono essere sostituite con altri brani, in lingua o in vernacolo, a seconda del caso.

Ancora buio, poi quando riprendono le luci si saranno in scena Anna e Gianni: Stanno ai lati opposti della scena. 

 

Gia.- Da quando ci siamo messi insieme, tra i turni al telefono amico, lo studio, gli impegni culturali, e tutte le novita`, che vengono fuori, quasi settimanalmente, noi non riusciamo ad avere neppure un giorno tutto per noi.  Ma che dico un giorno, neppure un'ora. Ci vediamo solo il sabato, in pizzeria,    insieme agli amici...-

Ann.- Ti prego Gianni, non ricominciare con questi discorsi. Noi due non siamo innamorati l'uno dell'altro. Non  siamo una coppia normale, ecco.-

Gia.- Tu, forse, non sei innamorata, ma io si. Io lo sono, pazzamente, e di te.-

Ann.- L'hai detto. Tu, non io. E questo lo sapevi fin dal  primo giorno, perche` te lo dissi chiaramente: Ti  voglio bene, ma non ti amo. E tu cosa mi dicesti? "Mi sta bene,- dicesti- ci frequenteremo e avrai tutto il tempo per scrutare nei tuoi sentimenti, per amarmi." Te lo ricordi? Ebbene, mi dispiace, ma ancora essi non  sono mutati, ed io sono piu` confusa di prima.-

Gia.- Lo credo! Comunque e` vero, ti dissi proprio cosi`. Ma se non ci vediamo quasi mai, come potra` avenire il cambiamento dei sentimenti? come potrai imparare ad apprezzarmi, ad amarmi? Eppoi, pensa anche a me, per favore. Io ne soffro...-

Ann.- Io ci penso a te, Gianni. E penso anche a noi due, che forse abbiamo sbagliato tutto. Noi dovevamo rimanere soltanto amici, e basta. Non ti  amo. Non sarebbe piu` onesto lasciarci? ( b.p.) Gianni,  lasciamoci.-

Gin.- No, ma che dici? Mai. Lasciarci mai. Saro` ancora piu` paziente. (b.p.) Ti daro` tutto il tempo che vorrai..-

Ann.- Gia`, il tempo. (pausa) Sai, ieri, ho preso una telefonata di una ragazza sui  quindici-sedici anni. Era disperata. Era sul punto di  commettere una sciocchezza. (b.p.) Aveva preso uno in latino, ed era ripetente. Temeva d'essere bocciata nuovamente. (b.p.) Voleva uccidersi. (b.p.) Uccidersi, capisci? ( quasi urlato) Si voleva uccidere per un uno in pagella. (b.p.) In quel momento ero sola, non c'era nessuno. Fui presa dalla paura, non sapevo cosa fare. poi, sentendo quella vocina angosciata, mi feci coraggio e le parlai.(b.p.) Le parlai come se stessi parlando con Cristina o con un'altra mia amica qualsiasi. Le parlai pacatamente, con scioltezza, senza scegliere le parole, ma col cuore in mano. (pausa)  Ed ella capi` e pianse. Allora, e solo allora respirai. Sapevo che quando si  piange, la crisi peggiore e` gia` passata. Mi tremavano le gambe dall'emozione, ma riuscii a sdrammatizzare quell'insuccesso scolastico. E sai come? Le raccontai di quel ragazzo che non sapeva le date storiche. Le dissi di te, di come ti sei ripreso, e delle buone probabilita` di maturarti con ottimi voti. E conclusi: adesso quel ragazzo si gode la vita ed e` felice..-

Gia.- Dovrei? Potrei essere felice, se qualcuna lo volesse. 

Ann.- Zitto, zitto. (b.p.) Lo sai che ancora adesso mi sento elettrizzata, mi sento qualcosa addosso, qualcosa che non conosco bene ancora, ma credo che sia...felicita`, o quasi.-

 

Buio. Entra Sabina. Le luci riprendono, ma restano molto basse, tranne negli angoli dove sono gli attori. Anna restera` al centro della scena, seduta per terra. 

 

Gia.- Tu dovresti lasciarla in pace.-

Sab.- Io? Ma scherzi? E chi la turba? ( indica Anna).-

Gia.- Tu, proprio tu. (b.p.) Da quando ti frequenta non e` piu` la stessa. Sento che mi evita, che mi sfugge..-

Sab.- Ti sfugge perche` non ti ama. E` solo questo il motivo. ( sarcastica) Renditene conto, caro...-

Gia.- Questo lo so gia`, cara (sottolineato), ma spero che il suo affetto si muti in amore. ( con passione) Ma stando appresso a te e a quel stramaledetto telefono amico..  Quindi la colpa e` tua. Devi lasciarla in pace,  affinche` ella faccia una vita normale, quella vita normale che dovrebbe condurre una ragazza normale. 

Sab.- Potresti finirla di sottolineare la parola normale. Sti prendendo un granchio. Io sono normale, amico mio,  normalissima, capito?-

Gia.- Invece corrono certe voci...-

Sab.- Piantala Gianni! Non insinuare piu`! (pausa) Lei, lei sta attraversando una profondissima crisi, ed ha bisogno d'aiuto, non di polemiche tra di noi.-

Gia.- Questa crisi ha un nome: Sabina!-

Sab.- Sei uno stronzo! Questa crisi ha un'altro nome,  un'altra causa che forse non immaginerai mai..-

Gia.- E` crisi esistenziale? adolescenziale? sentimentale?-

Sab.- No, mistica!-

Gia.- Mi.. mistica? Ma che dici?-

Sab.- Dici che anna e` travagliata da problemi cosi` grossi, che io e te, al confronto, siamo piccoli insignificanti insetti. (b.p.) Hai capito ora?-

Gia.- Sabina, io l'amo. E crisi o non crisi, mistica o no, io la voglio lo stesso. (b.p.) Io vivo per lei. Lo capisci questo?-

Sab.- Gianni, queste sono cose che Anna deve decidere da se`, e sempre da se`, deve risolvere.(b.p.)

Noi la possiamo, anzi la dobbiamo aiutare, lasciandola  tranquilla, lasciandola riflettere e decidere... No lasciami finire, per favore, stai zitto. ( b.p.) Anna, nell'uno o nell'altro modo, dovra` uscirne. Se decide di continuare la sua vita da donna, da moglie, da madre, tu potrai ancora sperare che in qualche modo possa volerti. Ma se decidesse di cambiare radicalmente se decidesse di dedicare la sua vita agli altri, di  offrirla a Dio.. ebbene, mio caro Gianni, allora dovrai  scordartela e per sempre.(b.p.)Sono stata chiara?- 

Gia.- ( sbalordito) Anna potrebbe? Diventerebbe.. insomma  credi che...-

Sab.- Credo che potrebbe prendere i voti.- 

Gia.- I voti? addirittura! Ma non scherzare. Che sciocchezze vai dicendo, Sabina. Lei e` altruista, e` generosa, e` buona, e` dolce, ma tra l'avere queste doti e farsi  monaca di differenza ne corre, eccome.

Le parlero` io, vedrai la convincero`. Ma a patto che  tu te ne stia ben lontana da lei. ( minaccioso) I voti.. sciocchezze!-

Sab.- (sarcastica) Gianni, hai il dono di non capire nulla.-

Gia.- Sabina, mettilo bene in testa: Io mi prendero` Anna e tu farai bene a non immischiartene. Intesi? I voti..  roba dell'ottocento.-

Sab.- Tu le farai solo del male! Tu non le vuoi veramente bene. (b.p.) Se cosi` fosse la capiresti, non la faresti soffrire, non gli complicheresti la vita.-

Gia.- Sabina basta!-

 

Buio. Esce Sabina. Luce soffusa su Anna che si e` alzata e che regge in mano un libriccino.

 

Ann.- Solo un Dio. Solo un Dio puo` pronunciare parole cosi` forti, cosi` dolci, cosi` giuste. Solo un Dio puo` morire in croce e risorgere. Solo un Dio puo` comandare di amare i proprio nemici, di offrire l'altra guancia all'offensore. Ed era questo il Dio che cercavo da tanto tempo. Il Dio che mi comanda di amare il prossimo mio come me stessa. E l'ho trovato. Ora so come vivere. Ora la mia vita e` tracciata, il mio futuro tutto  definito... In questa terra e oltre...-

Gia.- Nessuono vuole privarti di cio`. Percorreremo insieme questo sentiero: io e te.-

Ann.- Sarebbe bellissimo. (b.p.) Ma non posso. Io voglio andare oltre, voglio seguirlo fino in fondo... voglio lasciare il mondo..-

Gia.- Vuoi ucciderti?-

Ann.- No, ma che cosa hai capito? (b.p.)  Voglio dire che non intendo vivere secondo le leggi del mondo, ma secondo le sue. ( indica l'alto) Voglio vivere nella pienezza della sua Parola... rimanere casta...-

Gia.- Non credo che Lui pretenda tanto da noi uomini. (b.p.) Casta sara` inteso in senso figurato. ( b.p.) Una buona  madre puo` essere morigerata, moralmente sana, onesta, amorosa.-

Ann.- Oltre, ancora oltre.(b.p.) Casta vuol dire pura, incontaminata nella carne, vivere solo per lo spirito. Egli lo ha detto chiaramente: Beati i puri..-

Gia.- Ma ha anche detto: Beati i misericordiosi. E allora, abbi compassione di me.-

Ann.- Gianni, se tu sapessi quanto mi dispiace vederti soffrire. (pausa) Io non voglio farti del male, ma non posso diventare la  tua donna. (pausa) Voglio prendere i voti.-

Gia.- Tu monaca? Ma e` assurdo!-

Ann.- E` quello che faro`.-

Gia.- Tu non lo farai. Io non te lo permettero`. Mai!-

Ann.- Gianni, perche` pronunzi queste orribili parole? Sono parole dure le tue. E sai che non dovresti dirle  perche` non ne hai il diritto.-

Gia.- Il diritto? Ce l'ho il diritto! Ti amo e debbo impedirti di fare una sciocchezza.-

Ann.- Ma perche` quello che tu non riesci a comprendere deve essere per forza una sciocchezza?

Ascoltami bene Gianni: Io so cosa faccio. (pausa) Ma cosa pensi che non ci abbia pensato? Ho riflettuto,  a lungo, eccome.(b.p.) Ma non e` stata propriamente la ragione a farmi decidere. E` stato Lui che mi ha chiamata. Prima l'ha fatto con un lieve segno, poi piu` dolcemente, infine, prepotentemente ho sentito la Sua Voce che si  manifestava con grande desiderio di seguire la sua Via. E non e` un sacrificio, credimi. E` la cosa piu` bella  del mondo. (pausa) Quando capii e inginocchiandomi gridai: Mio Dio, mio  Signore, mi sembro` di fluttuare in un mare di lacrime,  tante ne scorrevano sul mio viso. (b.p.)  Guardavo e vedevo tutto come se fossi un gradino al di sopra di tutti. Ma non per superbia, ma per il distacco  dalle cose del mondo.(b.p.) Esse non mi interessavano  piu`.(pausa)  Sai qual'e` stata, in questi mesi, la giornata piu`  bella? E` stata quella trascorsa in montagna, quando andammo a trovare l'eremita. Ero talmete sazia di spiritualita`, che non toccai cibo  ne` acqua per tutto il giorno. Ed era piena estate,  ricordi?  Quel giorno capii cosa significavano le sue parole: Non  si vive di solo pane...-

Gia.- Ti capisco. Sono con te. Pero`, ti prego, non ti incaponire, aspetta. Potrebbe essere una crisi passeggera, potresti ricambiare idea.  Ti prego, ti prego, aspetta... non farlo.-

 

Le luci si abbassano sul palco, e in trasparenza si vedono le due figure che disputano con Anna.

 

Mas.- Esaltazione giovanile e basta.-

Fem.- Suvvia, non scherzare.-

Mas.- Io te lo proibisco!-

Fem.- Questo non me lo dovevi fare...-

Mas.- Ma davvero?- (ironico)

Fem.- Per carita`, pensaci bene.-

Mas.- Ora basta, mi stai seccando.-

Fem.- Ti prego, ti prego.-

Mas.- Vai in camera tua e restaci!-

Fem.- Mio Dio, mio Dio.-

Mas.- Proprio a me doveva capitare?-

Fem.- O  Signore, illuminala.-

Mas.- O Signore, non c'e` piu` rispetto!-

Ann.- O Signore, aiutami. ( poi leggendo il libriccino): Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla  terra, ma la spada. Perche` sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocere. E i nemici dell'uomo saranno i suoi stessi famigliari.-

 

Scena del distacco delle cose del mondo. Con luci  e musica adeguate, entrano in scena le figure in bianco, in nero e un'altra in rosso. Esse si porranno ai vertici del palco, circondando la ragazza. Essa si avvede delle figure che si avvicinano per ghermirla e tenta di allontanarle.

Le figure, a turno, uscendo di scena, faranno dei giri coreografici attorno alla ragazza, dalla quale saranno respinte.

Poi fine della musica, calano le luci, e fine della prima parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Seconda parte

Quando le luci riprendono, sulla scena ci sara` Anna sdraiata per terra. Si udra`, intanto una soavissima musica. Tutta la scena dovra` essere intrisa di un'atmosfera metafisica, impalpabile, ma nello stesso tempo comprensibile di un fenomeno paranormale che si sta svolgendo in quell'istante. E` il momento forte della chiamata di Dio. Due minuti di effetti, e Anna incominciera` a muoversi e a parlare.

 

Ann.- Io sono il nulla che cerca il tutto. Io sono la materia che cerca lo spirito. Io sono la creatura che cerca il suo Creatore. Io anelo, desidero, invoco il mio Dio. E frugo nell'Universo e nel mio cuore,

per trovare la via  che mi condurra` a Lui. Ma non la trovo. Tu solo puoi indicarmela, mio Signore: Ti prego, dammi un segno, una parola, una luce...- ( poi prende il libriccino e legge) Ascolta: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e si  imbatte` nei ladroni... ( si alza la dolce musica per pochi secondi, poi scende di nuovo)  Questa e` la strada! Ma che sciocca, l'avevo sotto il naso: Ama il prossimo tuo...  ( pausa) Ma come posso  amare chi non conosco? come posso amare l'automobilista che mi taglia la strada; il funzionario pubblico che mi insolentisce; il professore che mi prevarica? (b.p.)  Ama il prossimo tuo... Ma io non so amarlo, non so come  amarlo...( riporende a leggere) Amate i vostri nemici,  pregate per loro.  Si, ci sono, questa e` la chiave!( b.p.)  Signore, ti prego per la pace in Italia e nel mondo...  ( riflettendo) Ma Dio potrebbe dirmi: Tu mi preghi e fai bene. Ma tu cosa fai per coloro per i quali mi preghi? Opera prima tu e se le tue forze non bastassero, allora pregami, pregami e ancora pregami.  Ecco allora: Prima operare, poi pregare. Ed io sono  pronta.  Signore, mi accingo a mettermi alla tua sequela, ma  dimmi cosa debbo fare per Te e il mio prossimo?-

Riprende la musica soave e i giochi di luce. In scena entrano le figure in bianco, in nero e in rosso. Esse si disporranno in modo da circondare la ragazza che sta quasi seduta, al centro della scena. Con coreografia adeguata, simulare  la sopraffazione dei tre, a turno, respinta dalla ragazza. Infine i tre tenteranno insieme, quasi soffocandola coi loro mantelli, ma Anna, emergendo prepotentemente, li scaccera` via. Si consiglia di formare il quadro d'insieme come lo sboccio della corolla di un fiore. Tre minuti e fine di tutto.

Sulla scena, con luci abbassate rimarra` soltanto Anna, mentre in trasparenza si vedranno le figure femminile e maschile. Intanto che loro diranno le batture, Anna dovra` mimare la sofferenza nell'udire parole che per lei sono dure. 

Fem.- Bisogna fare qualcosa.-

Mas.- Cosa?-

Fem.- Qualcosa, una cosa qualsiasi, bisogna distrarla.-

Mas.- Le faro` fare un viaggio.-

Fem.- E` una buona idea. Mandiamola in giro per l'Europa...-

Mas.- …A conoscere il mondo...-

Fem.- …La gente...-

Mas.- …Gli usi, la lingua...-

Fem.- …Qualche bel giovanotto...-

Mas.- …Che le faccia cambiare idea...-

Fem.- Chissa`...-

 

Scena della violenza e dello stupro.

Cambio di luci. Musica che ricorda il rumore di un treno in corsa. Anna portera` la sedia verso la parte destra della scena, dove, in trasparenza, si vedra` uno scompartimento di treno. Quindi si udra` una musica caratteristica francese. La ragazza si alzera` e ballera` al centro della scena. Quindi musica inglese ( con eventuale suono del Big Ben). Poi nuovamente il treno. Semioscurita`. Dall'altra parte della scena entra un uomo che indossa un impermeabile e cappello. Egli mimera` l'apertura degli scompartimenti in cerca di un posto a sedere. Quando arriva in quello di Anna, fara` cenno alla sedia, precendentemente posta accanto a quella della ragazza, per chiedere s'e` libera. Anna togliera` la borsetta che vi aveva posto, e l'uomo si siedera`. A questo punto, a discrezione della regia, l'uomo tentera`  d'attaccare bottone, mentre Anna si schermira`. Alla fine, l'uomo vedendosi solo con la ragazza, fara` delle avances, regolarmente respinte, infine la prendera` con la forza. La ragazza sara` buttata per terra, al centro del palco, l'uomo le si lancera` addosso, trattenendola per i polsi. Fermo di scena. Musica violenta. Luci taglienti. Entrano in scena le tre figure che gireranno attorno ai due.

Tre minuti in tutto, poi escono, nell'ordine: le tre figure; poi l'uomo, guardandosi attorno esitante, quindi di corsa. Anna restera` stesa per terra inerte. Pochi secondi, quindi luci di ulteriore flash-beack.

Entra da sinistra Sabina.

 

Sab.- Anna, tutto e` pronto, andiamo?-

Ann.- (apatica) Andiamo...-

Sab.- Non ti senti bene?-

Ann.- Sto bene, grazie.-

Sab.- Mi sembri un po' strana.. sei distratta. Poi, in questi  ultimi mesi parli cosi` poco...-

Ann.- Sono soltanto un po' stanca. non e` nulla.-

Sab.- Se e` solo stanchezza, tutto si sistema. Nel posto dove andremo a fare il ritiro di convivenza, c'e` una pace paradisiaca, un'aria cosi` salubre, un paesaggio ameno che, sono sicura, contribuiranno a rimetterti in sesto, Al ritorno, vedrai, sembrerai un'altra..-

Ann.- Lo spero.-

Sab.- ( facendo l'atto di aiutare Anna a prendere i bagagli) Sai, oggi padre Gentile, nel dare il benvenuto alla comunita`, parlera` di te e della tua chiamata. ( Anna  restera` sempre indifferente) Dira` dell'origine della  tua vocazione al servizio, parlera` del telefono amico come strumento di santificazione...-

Ann.- Basta! Ti prego ho mal di testa.-

Sab.- Ecco, vedi che hai qualcosa. Va bene, sto zitta. andiamo?-

Ann.- ( rassegnata) Andiamo.-

Calano le luci e, in trasparenza a sinistra, si vedra` un altare di una chiesa. Musica adatta. Poi, in trasparenza si vedra` la sagoma di un sacerdote che dice Messa. In scena saranno entrati Sabina e altre comparse, mettendosi in ginocchio, vicino ad Anna. Al culmine della messa. quando il prete alza il calice, Anna, con uno scatto, corre verso l'altare, quindi si gira verso il pubblico e dice:

 

Ann.- Io confesso! Confesso a Dio, a lei padre, e a voi fratelli tutti. Confesso che ho peccato distruggendo la mia vita e la mia vocazione.(b.p.) Ho risposo di no alla chiamata di Dio. ( pausa)

Sono stata violentata! Ed ora la giustizia degli uomini segua la sua strada, io seguiro` la mia. (pausa)  Sono stata presa con la forza. Ma vi giuro non volevo. Io non volevo! (gridato) Prima non volevo (sussurato, quindi b.p.). Mi sono opposta, ho lottato. Anche disperatamente ho lottato, con tutte le mie forze, per contrastare quel  bruto. Ho lottato prima di cedere. (pausa)  No, non e` vero! Io non lottai fino in fondo, non  lottai disperatamente e con tutte le mie forze (b.p.), perche` cedetti alla violenza e mi abbandonai allo aggressore. E, lo confesso, mi piacque. Fu talmente il  piacere che provai, che anzicche` respingere  quell'uomo, io mi avvinghiai a lui. Ed ora sono incinta di costui. Porto in grembo il  frutto di quel folle momento. Porto in grembo mio  figlio.(pausa)  Confesso questo a voi perche` sono stata debole con la  carne, sono stata una peccatrice. Ma non sono un'assassina!  No, fratelli miei, non sono un'assassina.  (pausa) Io non abortiro` mio figlio! Mio figlio vivra`. Gente, mio figlio vivra`! Se Dio vuole, mio figlio vivra`!-

 

Finita la tirata, Anna si accoccolera` per terra. Musica e luci adatte. Gli altri, uno alla volta, usciranno tutti di scena lasciandola sola. Fine degli effetti. Luce soffusa sul palco e, trasparenza, si vedranno la figura maschile e quella femminile che diranno le loro battute alternativamente. 

 

- Bisogna intervenire.-

- Certo, ma come?-

- Faciamola abortire!-

- Ma si opporra`.-

- Vedremo!-

- Allora teniamo la faccenda nascosta a tutti, mi   raccomando.-

- So a chi rivolgermi. Se lo paghi bene, stara` zitto e non   fara` storie.-

- Bene, vagli a parlare.-

Ann.- No, per carita`, non fatelo! Io non voglio, non voglio! Oh Dio mio, aiutami tu. Io sono fragile, sono debole,  non so resistere. Lo sai che non so lottare fino in fondo...(b.p.) Padre, aiutami, non ho che te.- 

- Ha parlato, maledizione ha parlato.-

- Possibile?-

- Certo! Ha confessato tutto in pubblico, durante la messa.-

- Oddio, che vergogna.-

- Ma io l'ammazzo, giuro che l'ammazzo!-

- Calmati, ti prego, ragioniamo.-

 

Fine della scena in trasparenza e dei flash-beack. Da questo momento si e` in azione diretta. Luci normali di scena. Entra Gianni.-

 

Gia.- Ho saputo quello che ti e` accaduto, Anna, e non me ne importa nulla. Proprio nulla. Io ti voglio ancora bene.-

Ann.- Sei buono, Gianni, tanto buono...Ma credo che ormai sia troppo tardi.-

Gia.- No, ma che tardi.(b.p.) Sai ho deciso di lasciare gli studi e di mettermi a lavorare.(b.p.) Potrei sposarti. Potremmo avere tanti bambini, anche cinque, se lo vuoi. Bambini tutti nostri...-

Ann.- Tutti nostri? Spiegati.-

Gia.- E cosa c'e` da spiegare? Ti sposo e ti faro` avere tanti bambini. Ehi, non crederai che non ne sia capace,  vero?-

Ann.- Non volevo dire questo. Non sono cosi` stupida.(b.p.) Volevo solo capire meglio il significato di quelle tue parole.-

Gia.- Quali?-

Ann.- Bambini tutti nostri.-

Gia.- Certo che ho detto cosi`. E cosa c'e` di misterioso?-

Ann.- Tutti nostri. (pausa) E il mio?-

Gia.- Il tuo? Ma cosa c'entra? non hai mica un figlio..-

Ann.- Lo avro`... questo lo sai.-

Gia.- Lo avro`... lo dovresti avere. Ma credo che non lo avrai...-

Ann.- Non l'avro`?-

Gia.- Certo. Ho saputo che dovrai abortirlo.-

Ann.- Io non lo abortiro`. mettetevelo tutti bene in testa: Io non lo abortiro`!-

Gia.- Suvvia, non adirarti e sii ragionevole. (b.p.) E` una cosa da farsi. E` saggio farlo. E` giusto.-

Ann.- Per chi? Per te, per mio padre? per mia madre? Ma per me credi che sia saggio? E per il bambino e` giusto? Rispondimi!-

Gia.- Ecco, io ti sto offrendo una possibilita`...-

Ann.- Te la puoi anche tenere! Non ho bisogno della tua pieta`.-

Gia.- Volevo solo aiutarti...-

Ann.- Ma nel modo sbagliato. Comunque grazie lo stesso e .. addio.-

Gia.- Mi cacci via?-

Ann.- No, te ne vai via, e subito.-

Gia.- Per il momento vado…vado. ( esce).-

Ann.- Addio mio caro Gianni. (ironica. Poi parlera` col  proprio grembo)

Stai tranquillo tesoro, stai tranquillo. Mamma ti  difendera`. Non metteranno le loro sporche manacce  sulle tue tenere carni, non ti butteranno nella fogna come avanzo di triviali banchetti. No, tesoruccio,  mamma lo impedira`.(pausa)  Sai un giorno mamma ti raccontera` una storia. La storia di una ragazza che viene chiamata da Dio; e di  come ella non ha saputo rispondere.

Una storia di impedimenti, di ostacoli, di litigi, di  silenzi coi suoi famigliari; di meschinita`  d'innamorati; di pettegolezzi di amiche; di cattiverie  della gente che l'hanno immiserita.

Ma tu vivrai ed io vivro` per te. Il tuo cordone ombelicale unisce, indissolubilmente, le nostre  esistenze.- 

Entra Sabina.

Sab.- Ciao Anna, come stai oggi?

Ann.- Non male. e tu?-

Sab.- Ho un'emicrania che non ti dico. E sono stanca da  morire...-

Ann.- Siediti. ( offre la sedia) Che novita` ci sono?-

Sab.- Nessuna novita`... o quasi.-

Ann.- Parla, per favore.-

Sab.- E` poca cosa... insomma, ti aiuteranno, certamente. Ma dovrai avere ancora pazienza.-

Ann.- Quanta pazienza?-

Sab.- Una, forse due settimane. Il tempo che a Roma decidano sul da farsi. E li` sono lenti, come dire: cauti.- 

Ann.- Insomma, parto o non parto?-

Sab.- Partirai. Certamente che partirai. Ma dopo che avranno deciso, te l'ho gia` detto. Dopo che avranno trovato una sistemazione per te, un posto dove accoglierti...-

Ann.- Roma e` piena di conventi...-

Sab.- Se non fossi incinta sarebbe facilissimo, ma in queste  condizioni...(b.p.) Di quanti mesi sei?-

Ann.- Di quattro mesi e dieci giorni..( si tocca il ventre, accarezzandolo).-

Sab.- E gia` si vede la pancia.(b.p.) Ti hanno dato i risultati delle analisi?-

Ann.- Non ancora. (b.p.) Sabina, ma che difficolta` sono  queste che mi state facendo? Cosa mi stai raccontando,  Sabina? Io se ho bisogno d'aiuto e` proprio perche` sono incinta. Quindi mi sembra logico che...-

Sab.- (interrompendola) Anna, io non c'entro! Sono quelli  lassu` che decidono. Capiscilo.- (brusca)

Ann.- (autoconvincendosi) Certo, capisco. Capisco. Avranno sicuramente qualche difficolta`.(b.p.) Comunque io aspetto con impazienza il momento di partire. Solo via da qui mi sentiro` al sicuro. (pausa) In questa casa, col passare dei giorni, l'aria si fa sempre piu` pesante. Irrespirabile. In questa famiglia si litiga ogni momento: Mio padre contro mia madre, e loro, due, a turno, contro di me. Poi ci si mette anche  Gianni...  Credimi, vivo in un inferno.-

Sab.- ( insofferente, guardando l'orologio)  E` tardi, devo  andare. sono di turno. Ci vediamo domani. Ciao. ( la  bacia ed esce quasi di corsa.).-

 

Calo di luci, e figure in trasparenza. 

 

- Esigo che si faccia come stabilito.-

- Tu non esigi un bel nulla.-

- Sei la mia nemica!-

- E tu uno stronzo!-

- Bada come parli, villana.-

- Saresti tu il gentiluomo?-

- Cose da pazzi. Cose da pazzi.-

- Non ne posso piu`. Basta! E` ora di finirla.-

- E lo chiedi a me?-

- No, al padreterno.-

- Vigliacca tu e quella vipera.-

- E tu ne sei degno padre.-

- Alla malora.-

Fine della scena. Luci normali su Anna.

 

Ann.- Signore Iddio, e` giusto che tu punisca me: Io ho  peccato. Ma risparmia loro, ti prego. Loro non capiscono, non  riescono a capire...e non hanno responsabilita`. Diretta responsabilita`. Sono io ho sbagliato. E sono disposta a pagare. Ti prego, fammi fare una vita da miserabile, piena di stenti, di malattie, ma ti supplico, fammi andare via da qui. Fammi uscire da questa casa.  Ti prego, ti   prego...-

Musica soave e gioco di luce, come se ci fosse una presenza trascendentale e la ragazza la percepisse. Pochi minuti e tutto finisce.

Luci normali. Entra in scena Cristina.

 

Cri.- Buongiorno Anna, come stai?-

Ann.- (buttandogli le braccia al collo) Male Cristina, male.-

Cri.- Cosa ti senti?-

Ann.- Non sono mali fisici. (pausa) Cristina sono disperata. Disperata e stanca di lottare,

      tanta stanca..-

Cri.- Non hai pace, vero?- 

Ann.- Per niente!-

Cri.- Coraggio, so che dovrai partire...-

Ann.- Si dovrei partire, ma loro rimandano, di giorno in  giorno, la mia partenza. Proprio pochi minuti fa Sabina  mi ha detto che se ne parlera` fra qualche settimana.-

Cri.- Passeranno, vedrai..-

Ann.- Debbono, passare due settimane per sapere se mi possono accogliere a Roma? a me sembrano troppe. Un'eternita`.-

Cri.- Passeranno. Eppoi, lo sai? io ti verro` a trovare.-

Ann.- ( staccandosi da Cristina) Grazio, se una vera amica.-

Cri.- Sono una delle tue tante amiche...-

Ann.- No sei la sola!-

Cri.- Neanche Sabina?-

Ann.- Neanche lei. (b.p.)  Sissignore, nenache lei. Viene a trovarmi perche` non  puo`, farne a meno. Ma la sento distante, distaccata, quasi infastidita. E non vede l'ora di andarsene via. Neanche lei, cara Cristina.- 

Cri.- E Gianni?-

Ann.- Di lui e` meglio non parlarne..-

Cri.- Mi sembrava che t'amasse...-

Ann.- A modo suo, forse. Voleva anche fare il beau-jest, mi ha proposto di sposarlo. Vorrebbe abbandonare gli  studi, lavorare. Tutte chiacchiere. I suoi genitori gli  farebbero fare certe corse...(pausa)  Eppoi non vorrebbe il mio bambino. E` d'accordo con gli  altri perche` abortisca. Ma stai fresco mio bel   bacchettone. Io non lo abortiro`, mai! ( si accarezza il ventre).-

Cri.- Lo senti?-

Ann.- Qualche volta mi sembra di percepire un piccolo sussulto... come adesso.. qui.-

Cri.- Fammi sentire.-

Ann.- (posando la mano di Cristina sul proprio ventre) Qui, proprio qui, lo senti?-

Cri.- No, mannaggia, no.-

Ann.- Aspetta ancora un momento, vediamo se si rimuove.. Ecco, ecco.-

Cri.- No, non l'ho sentito...-

Ann.- Ancora un po' di pazienza... senti nulla?-

Cri.- ( con indecisione prima, ma poi con fermezza) Mi sembra… mi sembra di avvertire qualcosa... forse un  breve pulsare... appena percepibile. Lo sento, si lo sento. Che impressione!-

Ann.- Evvero? Il mio tesoro...-

Cri.- Anna, tu avrai tutto il mio sostegno, ci credi?- 

Ann.- Ci credo.-

Cri.- Bene. Grazie. (b.p.) Vuoi studiare?-

Ann.- No Cristina, mi dispiace...-

Cri.- Che sollievo. anch'io non ne avevo proprio voglio. (b.p.) Cara signorina, adesso sono l'amica in visita di  cortesia...-

Ann.- ( stando allo scherzo) S'accomodi signorina Cristina,   posso offrirle il the?-

Cri.- Grazie, gentile signorina...( sbuffano a ridere)

 

Calano le luci. Cristina esce. Figure in trasparenza.

 

- Ora sistemo io questa faccenda.-

- Con calma, mi raccomando.-

- Non temere, so come trattarla.-

- Prudenza, bisogna evitare gli scandali.-

- Anna, posso entrare?-

Ann.- Cosa vuoi?-

V.m.- Fammi entrare e te lo dico.-

Ann.- Non posso aprirti, dimmelo da li`... sono svestita.-

V.m.- Non ci credo. Sei sempre la solita bugiarda.  Comunque, ti parlo da qui. Ascoltami bene: Tu non andrai in nessun posto. Non andrai ne` a Roma, ne` altrove. Tu resterai qui, in casa. Hai capito? E` per il tuo bene che ti parlo cosi`. (b.p.) Adesso io e tua madre stiamo uscendo, dobbiamo parlare con una certa persona in grado di aiutarci. Non baderemo a spese. Hai visto che ti vogliamo bene? Non  badiamo a spese. Intanto ritireremo i risultati delle analisi, cosi`, per tutte le eventualita`, le avremo gia` pronte. Tu non muoverti da casa e aspettaci fiduciosa. Anzi, per evitarti tentazioni e visite strane, ti  chiuderemo a chiave, in camera tua. Vedrai che andra` tutto bene. Sistemeremo tutto. Intesi?- 

Ann.- Ci siamo. e` fatta. Mi costringeranno con la forza.  Ancora una volta subiro` violenza e stavolta insieme al  mio bambino.  Ancora una volta dovro` piegarmi alla forza.(pausa)  Mio Dio, aiutami tu.-

 

Inizia una musica drammatica, gli effetti di luce sono di uguale intensita`. La musica cresce e Anna sembra avvolta in una spirale di dolore. Quindi ci tocca il ventre, si inginocchia e rotola per terra.

 

Ann.- (guardandosi la mano) Oddio, cos'e` questo? Ma e`  sangue, e` sangue! Aiuto. Aiutatemi.. sto male.  Mamma, aiuto.. chiamate un medico. Sto perdendo il mio bambino! (tenta di andare verso l'uscio, ma e` chiuso) Lo perdo! Aiutatemi, non ce la faccio piu`...  Signore Iddio, sono nelle tue mani... Padre nostro, che  sei nei Cieli...-

La musica cala e le luci si fanno piu` morbide. Poi c'e` cambio di atmosfera. Tutto diventa piu` soave: musica e luci. Anna accenna un movimento, poi non si muovera` piu`. Entrano le tre figure. Due di esse portano la bambola fatta a pezzi durante la scena della prima parte. Con musica adatta: prima ossessiva, poi languida, e con una coreografia appropriata, le figure in bianco e in nero, rimetteranno insieme tutti i pezzi della bambola, ricostruendola. Quindi la figura in rosso la strappera` dalle loro mani, e facendola girare con se` sulla scena, alla fine la scaraventera` per terra, inerte! Fine scena. Escono le figure. In trasparenza si vedo la figura maschile e quella femminile. 

 

- La colpa e` tua.-

- Mia? Guarda chi parla!-

- Dovevi stare piu` attenta.-

- Sei un bastardo!-

- E tu una troia!-

- Bastardo, bastardo1-

- Non so chi mi tiene...-

- La tua vigliaccheria ti tiene.-

- Adesso ti faccio vedere io.-

- Avanti sbruffone, cosa mi fai vedere?-

- Ma va al diavolo!-

- Vacci tu e la tua boria!-

- Con te finiro` dopo.

Anna, aprimi, ti debbo far vedere i risultaqti delle   analisi. (b.p.) Apri ti dico! (b.p.)   Non vuoi aprire? Bene te li dico io allora: Quel bastardo   in treno ti ha impestato! Hai l'Aids! Hai capito? Sei sieropositiva! Dovrai abortire comunque, lo voglia o no.   Noi siano di la`, quando sarai pronta chiamaci.- 

- Ed ora a noi: Tu dovevi badarele di piu`.-

- E tu no? Sei suo padre.-

- Dovevi controllare le sua amicizie.-

- Come? facendole la sentinella?-

 

Queste ultime battute saranno sempre piu`affievolite, finche` non si udra` piu` nulla. In scena si vedranno, sempre in trasparenza, le due figure che litigano e Anna stesa per terra morta.

Poi si levera` una musica dolcissima e un raggio illuminera` il corpo della ragazza. Un minuto, poi tela e…

Fine. 

 

 

                  

 

 

                                              LA  NUOVA CASA

                                                        (La voliera)                                                                                                                                                                              

                                             

 

 

                                                Commedia in tre atti

 

                                                       E due finali

 

 

                                                               di

 

 

 

                                                     Antonio   Sapienza

 

 

 

 

” commedia in tre atti - anno 2004 – personaggi: 4 m. 2 f.

Un pensionato viene indotto dal proprio figlio a vendere la vecchia casa per costruirsi una villa. Ma gli intendimenti del figlio e, poi della progettista, sua amante, sono diversi da quelli che il pensionato pensava.

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

Filippo Moncada, pensionato, vedovo;

Caterina, sua moglie (in ritratto);

Carlo, suo figlio

Giulia, Architetto;

Cosimo, Capocantiere

Don Crispino, trasportatore

 

 

Ragala, Luglio - Agosto 2004

 

 

                                                         Atto primo

 

Sulla scena può essere ricostruito il soggiorno di una casa piccola-borghese: Tavolo con sedie, sparecchiatavola (sulla parete di fronte al pubblico), qualche poltrona, televisore, tavolinetto porta telefono, mobiletto-bar, finestra a destra, porta a sinistra. Oppure: scena spoglia: il solo tavolinetto e una sola poltrona e poi gioco di luci. 

All’apertura del sipario, la scena è vuota. Silenzio. Buio. Dopo un minuto circa riprende una luce che illumina lentamente il tavolinetto del telefono, dove è posta una grande fotografia incorniciata con sfarzo. Un’altra, subito dopo, illumina una poltrona dove sta straiato una uomo anziano, il quale con movimenti lenti esce dal torpore di un sonnellino pomeridiano. Egli è Filippo Moncada, pensionato e vedovo. Musica, se occorre. 

Dopo un minuto, tutto l’ambiente viene illuminato come se il sole pomeridiano entrasse dalla  finestra. L’uomo si alza con relativa fatica, si stiracchia, si avvicina al mobiletto-bar, come per prendere qualcosa, si abbassa, ma nello stesso istante suona il telefono.

 

Fil.- Il telefono…(va verso l’apparecchio, lascia suonare altre tre squilli, poi lo prende) Pronto.

        Ah, sei tu…si…si sono sveglio. No, che dici, non mi hai svegliato tu. Volevi sapere se sono in casa? Eccomi, sono presente. Dimmi… Tutto a posto? bene, sono contento. Vieni con un’altra persona? Con l’Architetto? Bene, v’aspetto. Ciao caro, ciao. ( posa il telefono e si rivolge al ritratto di Caterina, la moglie defunta) Era tuo figlio.(pausa) Che voleva? Niente, stavolta non voleva niente… mi voleva dare solo una buona notizia;  Quale notizia? Questa: sembra ci abbiano concesso il prestito. (intanto che Filippo parlerà, le luci si attenueranno rimanendo solo lui illuminato, quindi il ritratto dal tavolino sparirà e in sua vece ci sarà Caterina seduta su una sedia vicino al tavolino, tale da farla sembrare ancora il suo ritratto. Ella verrà lentamente illuminata, quindi, poi, parlerà) Comunque sta venendo qui, ed è in compagnia dell’Architetto Bellia. Non mi chiedere come mai, perché non lo so. (breve pausa) Il prestito? Una cosina piccola, piccola, l’abbiamo dovuto richiedere…  Quanto? Solo quindicimila euro. Come ti dicevo, l’abbiamo dovuto chiedere perchè si sono presentate alcune difficoltà economiche. Sai, i lavori stanno procedendo bene, ma, come al solito, il preventivo si è gonfiato…smisuratamente…Poi c’è stata la faccenda del gas. Sai per farci l’allacciamento abbiamo dovuto sborsare tanti bei soldini…hanno dovuto fare duecento metri di scasso…tubi da passare…rinforzi da fare…come al solito le cose nostre non filano mai lisce. Comunque adesso ci hanno fatto l’allacciamento.(b.p.) Insomma, infine, come ti dicevo,  è un piccolo prestito al quale posso far fronte con relativa tranquillità. ( nel frattempo si versa da bere e si gira verso la moglie, e, come se fosse una cosa normale, dialoga con lei - che non è uno spettro, ma una foto animata dalla sua fantasia, insomma è un dialogo introspettivo)… Anche perchè Carlo ha insistito, lo ha voluto per sicurezza. Non sei d’accordo nevvero?

Cat.- Già. (asciutta, intanto prende un ipotetico lavoro a maglia, e lavora).

Fil.- (Che ha colto la sua contrarietà al prestito e, prima ancora, alla costruzione della nuova casa) Comunque, a parte tutto, la nuova casa sta venendo bene…veramente bene…-

Cat.- Davvero? (punta d’ironia) L’altra volta non mi sembravi tanto contento.  

Fil.- E si! Infatti non ero molto contento (breve pausa) …sai era la forma che mi lascia perplesso. Una forma strana, mai vista, almeno dalla nostre parti. Poi, col tempo, ci ho fatto l’occhio.

Cat.- Lo credo, ne hai avuto coraggio…

Fil.- Che cosa c’entra il coraggio…- beh, forse è stata incoscienza - insomma, si certo, ho dovuto prendere una decisione forte, anzi fortissima, perché, come sai,  erano soprattutto i soldi che mi davano tanta preoccupazione…Ma io mi sono imbarcato in quest’avventura dopo aver avuto un preciso impegno da parte di tuo figlio, cioè, di costruire la nuova casa in base al ricavato della vendita di questa casa, e basta!. Ma, purtroppo, questo impegno, per motivi vari, sta venuto meno. E lui, povero carusu, non ne ha proprio colpa: Troppi imprevisti, davvero imprevisti. - scusa il gioco di parole -: tanto che ho pensato d’avere qualche “cuccu” ca mi “piccìa” . Immaginati: non ci eravamo fatti neppure il segno della croce ed ecco il primo: Fatto lo scavo per le fondamenta, cosa vanno a trovare sotto?

Cat.- Un tesoro.

Fil.-  Dai non scherzare. Vanno a trovate sotto, e mi devi credere, nientedimeno che un  macigno di duemila tonnellate…-

Cat.- Bumm!

Fil.- Ma che bummii a fare? A me hanno detto così: duemila tonnellate, forse anche più; che hanno dovuto fracassare, rimuovere, quasi estirpare…sai quando il dentista ti estirpa la radici di un dente? Ebbene fu lo stesso. Io ero presente.

Cat.- …capirai…

Fil.- (senza cogliere il sarcasmo) E lì il costo è levitato sensibilmente…

Cat.- Diecimila euro…

Fil.- Diecimila o giudilì. Poi la betoniera non entrava dal cancello, ed hanno dovuto abbattere il muro di cinta per…

Cat,- Quattro metri?

Fil.-  Ecco, questo era previsto, ma per un errore del ruspista, ne furono abbattuti dieci.

Cat.- Ah.

Fil.- Già. Ma avresti dovuto vedere come tuo figlio lo ha strapazzato per bene, cosa credi? 

Cat.- Lo immagino…

Fil.- No, non fare ironia. Sul serio ti dico! Lo ha fatto a pezzi e…

Cat.-…e anche il progettista, anzi…la progettista…

Fil.- Certo, pure lei se l’è sbranato, una cazziatona che non t’immagini. Comunque sono cose che capitano…non c’è cantiere che non le abbia…

Cat.- E tu come lo sai? Te l’ha detto per caso …la progettista sbrana ruspisti?

Fil.- Caterina, lo so che a te quella progettista non ti è simpatica. Ma a tuo figlio…

Cat.- …nostro figlio…

Fil.- Insomma, a Carlo piace. Dice che è un ottimo architetto, ha un curriculum polposo…

Cat.- Ha un’altra cosa… polposa.

Fil.- “Scanzatini”, ma la tua è proprio antipatia, ma di quella buona. Beh, comunque, il progetto era  più che accettabile…insomma…

Cat.- …insomma s’è fatto infinocchiare, e tu con lui.

Fil.- Ma Caterina, cerca di essere ragionevole, anche una bella ragazza può essere una bravissima professionista. E tuo figlio dice…

Cat.- …quello che dice Carlo non mi interessa: lui ragiona con i testosteroni, non col cervello. 

Fil.- Ma il progetto…

Cat.- Quello non è un progetto per una casa di un vecchio (sottolinea la parola vecchio) pensionato e vedovo per giunta - come te. Oh, te l’ho detto! Poi, l’hai ammesso tu stesso che la casa è di forma strana. Ma che mi combini, benedetto uomo!

Fil.- Va bene. Va bene, non è adatta a me. Ammettiamolo pure. Ma, santa cristiana, cosa pensi che io debba vivere in eterno? Dovrà lasciare questo mondo, un giorno o l’altro, e venire a trovarti ovunque tu ti possa essere? Allora cosa se ne farà Carlo di una casa fatta ad uso e consumo di un vecchio pensionato (le fa il verso)? Dovrà ristrutturarla, adattarla, renderla più funzionale, quindi spendere altri “piccioli”.

Così, invece, come stiamo facendo, cerchiamo di dare un colpo alla botte e uno al cerchio: quando non ci sarò più, egli si troverà una bella casa fatta secondo i suoi desideri. Che c’è di male?

Cat.- Filippo, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Comunque, non ci sarebbe nulla di male se, una volta  accontentato te, egli poi se la possa godere per altri cento anni. Ma c’è un “ma” , anzi: due “ma” grandi quanto tutta la casa: le tue esigenze e il costo! Ora mi domando: Primo: Come ci vivrai tu là, in quella specie di mausoleo, tutto solo? Secondo: il costo: Tu stesso hai detto che avete già sforato il preventivo. E se sforate ancora? Che fai? Un altro prestito? O sospenderai i lavori? E allora dove andrai a vivere quando scadranno i sei mesi di tempo, che il nuovo proprietario di questa casa ti ha dato - per lasciargliela libera? O pagherai anche questa penale?

Fil.- Corna facendo (fa il gesto delle corna), e a parte il fatto che non è un mausoleo, ma una casa moderna, io - io - ho avuto dalla progettista precise assicurazioni sui tempi di consegna. Poi Carlo mi ha garantito che non sforeremo, ma se malauguratamente dovesse succedere, egli farà fronte all’eventualità; anche se questo, francamente, mi darebbe molto, ma molto fastidio.

Cat.- E come farebbe fronte, (sarcastica) cedendo il quinto dello stipendio?

Fil.- Anche quello, lui dici, se occorre.    

Cat.- Me lo figuro…col suo stipendio…( con sopportazione, dopo con veemenza) Ma perché hai fatto questa pazzia? Non stavi bene in questa casa  dove abbiamo vissuto per trent’anni? dove conoscevi tutti i vicini, il quartiere; dove stavi a due passi dal centro? Che bisogno c’era di costruirti la casa in campagna? Forse per tua mania della voliera? O per stare solo come un cane? Già perché poi anche Carlo si sposerà, e se ne andrà per i fatti suoi, oppure lo trasferiscono lontano. Allora tu che farai? 

Fil.- Calma, calma…non incominciamo coi “se” e coi “ma”. Sissignore, anche per la voliera. Ma, santa cristiana, tu sai già il vero motivo, che bisogno hai di richiedermelo? Comunque, te lo dico ancora una volta, sperando che sia l’ultima: io in questa casa ci vivo malissimo. E’ buia, è mal fatta, è vecchia come me! Ti affacci dal balcone e vedi quel vecchio e brutto edificio dei vigili urbani, fatto in cemento e vetro, che di notte, illuminato con quei grossi fari, mi sembra proprio il penitenziario di… Alcatraz. Allora, che faccio?  mi affaccio dall’interno? Si? E cosa vedo? Nulla! perchè se non sono le due del pomeriggio, c’è solo buio e desolazione. E i vicini? Non mi vorresti parlare di loro come persone amiche. Tra di noi condomini, come ben sai, c’è solo: buon giorno e buonasera – e deve andare bene. E il quartiere? È in pieno degrado. In quanto al centro, beh, lasciamelo dire: ne faccio volentieri a meno…

Cat.- …perché sei diventato un orso.

Fil.- Sono diventato vecchio, invece. E ho bisogno di pace.

Cat.- Nessuno te la nega questa pace, ma c’è modo e modo di conquistarla: Ecco, per esempio potresti tornartene al paesello, a Solarino, dove abbiamo vissuto la nostra infanzia e l’adolescenza. Lì ci sono ancora i nostri parenti, qualche vecchio amico… insomma saresti tranquillo, in pace, ma non solo! Invece tu, per me, con questa impresa ti stai mettendo nei guai e stai ponendo le basi per una vecchiaia tremenda, fatta di debiti di privazioni e, se non mi consideri cattiva, anche di umiliazioni. Ecco, te l’ho detto!

Fil.- E io rifaccio le corna! e ti ringrazio per l’avvertimento, starò attento (adirato). Ora… comunque… ormai, insomma, sono un uomo, porto i pantaloni? E allora: sono in ballo e  ballerò fino alla fine.  (b.p.) Comunque, dopo ne riparleremo, vedremo chi ha ragione. ( assume l’aria d’imbarazzo e vuole riconciliarsi, quindi gira attorno al tavole ponendosi dietro la sedia della moglie)  Dopotutto c’è nostro figlio…  che farà i miei interessi non credi?.  

Cat.- Lui, si!

Fil.- Lei, la progettista, no?

Cat.- Non lo so. Ma se lo credi, allora sono proprio affari tuoi.

Fil. Ma insomma, “Bedda Matri”, oggi sei proprio pessimista… non ti si può parlare…Ssst, sento dei passi nel pianerottolo (piano). Ma ci pensi? se mi vedesse qualcuno mentre parlo con una fotografia, mi prenderebbero per matto! 

 

Si sente il rumore di serratura. Poi dei passi. Filippo saluta con un gesto la moglie e va incontro al figlio. Luci sulla porta. Buio su Caterina. Quando Carlo e Giulia , entrano  in scena, ci sarà nuovamente luce e il ritratto sul tavolinetto.

 

Fil.- (precedendo Carlo e Giulia) Venite, venite, accomodatevi.

Giu.- Buon giorno signor Moncada, come sta? ( Giulia è una giovane donna di circa trent’anni, alta e ben messa, veste elegantemente ed è sicura di se)

Fil.-  Buongiorno a lei. E come dovrei stare? Come i vecchierelli…

Car.- Ciao papà. Ma dai papà, non incominciare con la storia della vecchiaia. Non ti si addice! Tu sei ancora in piena forma ( Carlo è un uomo anche lui di circa trent’anni, abbastanza piacevole, ma di carattere insicuro. Veste e parla come un burocrate) 

Giu.- Suo figlio ha ragione, lei sembra veramente un giovanotto.

Fil.- Sembrare non è essere. Ma lasciate perdere i complimenti. Avanti sedetevi, prendete qualcosa?

Car.- No, niente, grazie io no.

Giu. Grazie, no.

Fil.- Bene, eccoci qui. (si siede e aspetta che qualcuno parli)

Car.- (guardando prima Giulia, come per dirle: allora parlo io?) Allora papà (intanto estrae dalla tasca dei fogli e li poggia sul tavolinetto) questa  è la pratica per il prestito…

Fil.- Un altro?

Car.- Ma no. E’ sempre quello di prima, solo che, una volta concesso, bisogna istruire la pratica. Ecco, qui ci sono dei documenti da firmare. Certo, avresti dovuto firmarli all’Agenzia, ma siccome mi ha accompagnato… Giulia…cioè… 

Fil.- …cioè lei?

Car.- …cioè l’Architetto Bellia, esatto, che è molto conosciuta, cosicché il direttore, su mia precisa  richiesta, allo scopo di toglierti altri fastidi, e dietro garanzia di Giulia…cioè dell’Architetto, ci ha concesso di portare la  documentazione qui, per la firma. Comunque si tratta di pura formalità, ma bisogna farlo. (fa un sospiro e porge una penna)

Fil.- Molto gentili. (prendendo la penna e guardandola come se fosse un serpente velenoso) Dici che bisogna firmare…e io firmo, davanti al garante, anzi alla garante, firmo (riluttante) come è giusto…sperando che sia l’ultima firma (finalmente firma). 

Car.- (prima sorpreso, poi mettendo i documenti in tasca) La garante? Ah già, lei.

Giu.- La mia garanzia è solo pura e semplice formalità, mi creda.

Fil.- Comunque grazie.

Car.-  Poi stai tranquillo, questa sarà l’ultima firma, almeno lo spero. E dai, non ti preoccupare. E se ce ne dovessero essere altre, sarebbero sempre per pura  formalità... Poi tu non sei un analfabeta, lo sai che qualsiasi atto o negozio giuridico viene fagocitato dalla burocrazia… firme per questo, firme per quello. Sapessi quante ne metto io.

Fil.- Ma tu le metti le firme per il tuo lavoro, un lavoro di grande responsabilità. Sei un dirigente, rappresenti lo Stato. 

Car.- No, non mi riferivo al mio lavoro, ma alle firme per le pratiche amministrative di questa benedetta casa, dopo che tu mi hai fatto la procura: ma lo sai che ho dovuto fare anche un atto notarile per garantire il terreno, per il parcheggio interno?

Fil.- Il nostro terreno per il parcheggio?

Car.- Il nostro, il nostro.

Giu.- E’ una pregiudiziale per ottenere la licenza edilizia.

Fil.- Ma guarda che cose…

Car.- Da non crederci. (b.p.) Senti papà l’Architetto Bellia è venuta per parlarti, ti vorrebbe parlare di una cosetta; ecco,  vorrebbe informarti…insomma vorrebbe dirti…vedi vorrebbe… 

Fil.- (spazientito) Vorrebbe, vorrebbe, e vieni al sodo. (poi ripensandoci, sospettoso) Ma che cosa vorrebbe, si può sapere? 

Car.- E fammi finire, lo sai che qualche volta m’intoppo.

Fil.- E stoppati allora.

Car.- Insomma (tutto d’un fiato, ma facendo confusione) Vorrebbe apportare una modifica, un’altra copertura della casa, cioè no. Insomma, una cosa…un’altra.  

Fil.- Una cosa, un’altra? (chiedendo chiarimenti, mentre il figlio fa cenno con la mano alla copertura della casa) La copertura? Un’altra? Ma perché questa non va bene?

Car.- No, no, per carità, la copertura va bene ed è sempre quella prevista…solo che lei, la vorrebbe modificare un po’…

Fil.- Ah, finalmente ho capito. Ma, a che scopo?

Giu.- Per scopi puramente architettonici.

Fil.- E io per questi scopi puramente architettonici (sospettoso), quanto dovrei sborsare, sentiamo?

Car.- Nulla…nulla…ce la faremo con lo stanziamento previsto, solo che…

Fil.- Solo che? Avanti, dov’è il trucco?

Car.- No, niente trucchi, per carità…Solo che dovrai rinunciare a qualcosa… insomma, una piccola rinuncia: all’uccelliera in terrazza, per esempio.

Fil.- Voliera Carlo, voliera! (b.p.) Ah, non ci sono trucchi, vero? (poi passeggiando) Quindi, ora, io – per esempio- (rimarca la parola) dovrei rinunziare alla mia voliera? Proprio a quella? E ti sembra – per esempio- una piccola, piccolissima rinuncia per me? Ma se ho voluto la terrazza proprio per la voliera.- E’ una rinuncia piccola piccola, secondo lui (derisorio, guardando Giulia).

Giu.- Punti di vista.

Car.- Ma se non hai mai avuto voliere, cos’è questa novità?

Fil.- Per me non è una novità, mio caro figlio. Sappi che io – io - da ragazzo, l’avevo! E la rivorrei - se non ti disturba molto.

Car.- Per me… però senti, insomma, io non ne capisco nulla di architettura e cose di questo genere. Comunque, parla tu Giulia.

Fil.- Sai che ci guadagno…(quasi tra se)

Car.- Insomma falla prima parlare.

Fil.- Va bene, parlate, parli.

Car.- Benone.

Giu.- Allora, signor Moncada…(intanto prende dei fogli dalla borsa e li poggia sul tavolinetto)

Fil.- Dica signorina…volevo dire Architetto…

Giu.-… Mi chiami Giulia…

Fil.-…signorina Giulia…

Giu.-…Giulia e basta…

Fil.- …Giulia.

Car.- (divertito) Quanti complimenti.

Fil.- ( finto burbero) Stai zitto tu, che sei uno screanzato. Generazione perduta…

Car.- …e senza rispetto.

Fil.- Anche!

Giu.- ( pure lei divertita da quella schermaglia, stando al gioco) Via signori uomini un po’ di rispetto verso una signora…

Car.-…riverisco signora Architetto…

Giu.-… Dottore…

Fil.- …quando la finiamo…

Car.- …già fatto.

Fil.- Allora Archi…Giulia, prima di tutto la voglio nuovamente ringraziare per la cortesia che mi ha usato – sa, per avermi fatto da garante (con una punta di sarcasmo), poi… cosa mi doveva far vedere circa la voliera?

Giu.- Di nulla, glielo già detto: formalità. Ma mi dia del tu, la prego.

Fil. (con pazienza) Allora Giulia, cosa mi dovevi far vedere?

Car.- Alla buonora…

 Giu.-( Prendendo i fogli  e stendendoli sul tavolino ed esaminando il primo)   Dunque, come può vedere signor Moncada…

Fil.- …Filippo…

Giu.- (soddisfatta) …Filippo, questo è il prospetto sud della casa. Orbene, se lo guardi con attenzione, noterai una certa discrepanza d’ordine architettonico, proprio qui sulla terrazza, dove le linee si dovrebbero congiungere in ordine simmetrico…

Fil.- …accorcia…

Giu.-…prego?

Fil.- Accorcia Giulia e andiamo al sodo.

Giu.- (perplessa guarda Carlo che gli fa cenno di proseguire, ma di essere succinta) …dicevo quindi, che per questi motivi, la voliera dovrebbe essere sostituita da una pergola in modo tale che le linee…

Fil.-…Un momento, io il pergolato lo voglio giù, sul lato ovest…

Giu.- (fa cenno come per dire: questo non capisce nulla)…ma io intendevo…

Car.- (intervenendo) Ma papà  la pergola non è il pergolato che intendi tu, essa è una specie di copertura. Spiegaglielo tu Giulia, per favore.

Giu.- (con pazienza prendendo un altro foglie e comparandolo al primo) Vedi Filippo, con questa voliera le linee sono asimmetriche rispetto all’asse della casa, mentre con questa pergola, che non è altro che una copertura a travi lavorate e preverniciate, essa assume una orizzontalità ascendente e si sincronizza armonizzandosi con tutto il contesto estetico…

Fil.- (sbuffando) Giulia, in una parola mi sostituisci la voliera con una “ comu malanova si chiama” solo per le linee simmetriche che sono asimmetriche sull’orizzonte verticale ascendente, e una orizzontalità discendente, il tutto per tre e quattordici, e interdipendente dal contesto estetico scientifico omogeneo  patologico dei miei stivali! Io la voliera la voglio, lì, dov’è prevista, punto e basta!

Giu.- ( fa un gesto sconsolato e rimette a posto le carte, come per dire: con questo non si ragiona) Beh, allora…

Car.- Papà non mi sembri proprio tu! Ma come? Ti si da l’opportunità di avere una casa armonica e tu fai ironia da quattro soldi?

Fil.- Vi chiedo scusa a tutti e due: alla signora Architetto, al signor dottore (poi con veemenza)  ma io alla voliera non voglio rinunziare!

Car.- Ma la puoi fare ovunque: dietro il garage, nei pressi del frutteto, nel cortile posteriore…

Fil.- E si vede che di voliere tu e, con tutto il rispetto, anche Giulia, non ne capite nulla: Gli uccelli vanno assecondati, vanno portati vicino al loro ambiente, cioè il cielo; quindi in alto, più alto che si può, perché essi in alto si appigliano per trascorrere la notte; in alto nidificano, in alto volano: insomma non sono mica rettili? essi vogliono aria, aria, aria perbacco! - proprio come me! E la terrazza è il luogo ideale! eppoi questo mi facilita il compito di accudirli, di curarli, di nutrirli…poi ci sono le covate da proteggere (occhiata significativa a Giulia e a Carlo, poi risoluto). Ma insomma, sono padrone o no?

Car.- (Prima dando un’occhiataccia al padre, poi guardando Giulia) Padrone? Padronissimo! Ma ci sono certe considerazioni…(poi vedendo il padre irremovibile - controscena adatta-)  E va bene, vuol dire che si proverà a coordinare tutto con le esigenze - degli uccelli - con nuove ipotesi. Giulia, potresti cercare qualche altra alternativa?

Giu.- (imbronciata) Ci proverò!

Fil.- (avvicinandosi a Giulia) Ca certu, figghia bedda, provaci - ma via,  vedrai che troverai un’alternativa idonea. Che razza di artista creativa saresti, altrimenti? Se ti ci metti di buon buzzo, vedrai che ne troverai anche mille di alternative - per accontentare questo povero vecchio… e gli uccelli.  

Car.- Adesso la buttiamo sul patetico.

Giu.- Va bene, io ci proverò, anche se penso che sarà complicato e difficile, Comunque, caro Filippo lascia che ti dica che tu sei proprio uno yin.

Fil.- (guardandola a bocca aperta) Cosa sono…un gin?

Car.- …e soda. Ma dai yin è un termine cinese.

Fil.- Ora per capirvi, debbo studiare pure il cinese? Nell’attesa, di grazia cosa sarebbe allora questo yin?

Giu.- (con sopportazione) Yin è un termine che vuol dire negatività. Cioè la parte nera della montagna.

Fil.- (come cadendo dalle nuvole) Gesù Giuseppe Sant’Anna e Maria, oltre la Cina, ora c’è pure la montagna. La nostra muntagna? (facendo riferimento all’Etna).

Car.- Si parla di montagna, genericamente, non d’a muntagna, cioè dell’Etna, come la intendiamo noi.  Ecco stai facendo ‘u Nofriu.

Giu. – Prego?

Car.- Sta facendo il finto tondo. Ma dai papà!

Fil.- Va bene, montagna o muntagna, per me sempre cinese è. Allora dimmi, - signor dottore Moncada - secondo te, dovrei fare il finto saputello? Mi appioppate stu yin e io dico: oh che bello! grazie signori, ma bene signori miei, accomodatevi pure nella mia personalità, fate come se foste a casa vostra. Ecco qui la mia dignità, senza complimenti, servitevi pure, sono agli ordini di voscienza.

Car.- Bonu, và! (contrariato)

Giu.- (con finta comprensione, prima rivolta a Carlo poi a Filippo) Carlo, su, datti una calmata. Senti Filippo, non t’offendere, io spesso, purtroppo, do per scontato che tutti siano a conoscenza della cultura di altri popoli, e ti chiedo scusa. Ma c’è proprio bisogno di prendersela tanto? Comunque la citazione mi è venuta spontanea, adatta al caso specifico.

Fil.- E allora spiegami questo caso specifico.

Giu.- Ti spiego, ti spiego: Lo yim, ovvero il lato in ombra della montagna, significa oscurità, introspezione, durezza, fine delle cose, pessimismo acuto, autunno e inverno. Mentre lo yang è l’opposto: luce, intelligenza, movimento, prosperità, eccitazione, morbidezza, ottimismo primavera ed estate.

In una parola essere yang è positività, essere yin, come dicevo, è negatività  Ora il tuo atteggiamento mi sembrava fatto tutto di negatività.

Car.- Esatto.

Fil.- E avete fatto centro! Io sono tutto negativo, sono oscuro, torbido, duro, finito, pessimista, autunno, inverno, temporale, tempesta, bufera, buriana, burrasca, procella, e anche ciclone, tifone, uragano, tornado, maremoto e, intanto che ci sono - pure terremoto!  Onde per cui vi nego ogni sconvolgimento del progetto originario: voglio la voliera in terrazza!.

Car.- Dio che catastrofismo.

Fil.- Bravo: sono pure catastrofico!

Car.- (intanto che Giulia li guarda perplessa)  Ma dai papà, stai parlando per partito preso. L’hai detto anche tu: diamo del tempo a Giulia e certamente troverà una soluzione al problema della voliera e della linea architettonica da salvaguardare.

Fil.- ( calmandosi) Va bene.  Scusami Giulia, mi sono lasciato andare. Lavoraci su e speriamo che trovi una soluzione per tutto.

Giu.- (fredda, raccogliendo le sue cose, come se non vedesse l’ora d’andarsene) Farò del mio meglio. Adesso debbo proprio andare (guardando spesso l’orologio). Ciao a tutti.

Car.- Aspetta, t’accompagno a casa.

Giu.- No, lascia perdere ho un impegno allo studio.

Car.- (Contrariato) Come vuoi. Ti accompagno alla porta, allora. (escono)

Fil.- (aggirandosi per la stanza) Linee architettoniche… armonie estetiche…pergola…yin… yang … notte, giorno…estate, inverno …malanova a mia. Cosa voglio io? Una voliera, soltanto una semplice, innocua voliera!

Car.- (rientrando contrariato e frettoloso) Vado via pure io, ciao pà.

Fil.- (avvicinandosi al figlio) La vuoi raggiungere, vero? Ti ha mollato, eh?

Car.- Mollato chi?

Fil.- Ma dai, lei, l’Architetto.

Car.- E allora?

Fil.- Allora niente (ammiccante fa cenno di unione con le dita).

Car.- Papà, tra me e lei non c’è nulla, solo rapporti professionali (freddo).

Fil.- Ai miei tempi si chiamavano rapporti intimi, ma sempre quella cosa era ( riammicca).

Car.- Sei sempre il solito (imbronciato).  Ciao, a dopo (esce).    

 

Appena Carlo sarà uscito, si creeranno di nuovo le condizioni per far cambiare il ritratto della moglie con la medesima in figura.

 

Cat.- Bella scena, sai?

Fil.- Già, bella scena. (si siede pesantemente nella vicina poltrona).

Cat.- Ha chiacchiera la signora architetto.

Fil.- Già.

Cat.- (imitando Giulia) Mi chiami Giulia ( poi imitando Filippo) Chiamami Filippo. Ridicolo!

Fil.- Va bene, ma non esagerare. In fondo oggigiorno…

Cat.- …oggigiorno ci possiamo prendere queste confidenze…

Fil.- Ma che sei gelosa?

Cat.- Chi io? Diminiscanzi! Poi…di te?

Fil.- E dalle!

Cat.- Scusa Filippo, scusa…non volevo pizzicarti. Beh, in effetti una punta di gelosia ci sarebbe, ma non per te, semmai per Carlo.

Fil.- (alzando il capo e guardandola perplesso) Per Carlo?

Cat.- Beh, ogni mamma è gelosa del proprio figlio, non lo sapevi?

Fil.- Ma lui ha detto che quella non è…insomma… non sono…

Cat.-…amanti? 

Fil.- Esatto!

Cat.- Ma tu l’hai sospettato.

Fil.- Io scherzavo. Ma… non dirai sul serio?

Cat.- Evvia scherzo anch’io. Però a Carlo quella non è indifferente.

Fil.- In effetti è un pezzo di figliola.

Cat.- (Con ironia) Ma davvero?

Fil.- ( imbarazzato) Genericamente parlando, si capisce.

Cat.- Comunque, genericamente parlando, è scostante. E sta mettendo nel sacco Carlo.

Fil.- Ma cosa c’entra l’amore con la casa?

Cat.- In apparenza nulla, ma vi sta menando per il naso. Quella mira ad altro, te lo dico io.

Fil.- E a cosa mira: alle mie grandi ricchezze? Al solido patrimonio di Carlo? Al titolo nobiliare della Casata? A cosa?

Cat.- …che spirito di patate…e sta mettendo nel sacco anche te! Vedi voliera.

Fil.- (cercando di minimizzare, ma nello stesso tempo consapevole che Caterina ha ragione) Ma dai, ha fatto qualche difficoltà per motivi estetico-architettonico superabili, superabilissimi.

Cat.- Architettonici o no, per conto mio, nessuno, per nessun motivo,  dovrebbe scontentare il cliente.

Fil.-  E non mi scontenterà, è troppo intelligente per farlo…poi sa che i soldi sono limitati per poterli sprecare con bizzarrie architettonici inutili.

Cat.- Senti, nessuno me lo leva dalla testa che quella è ambiziosa e si vuole fare un nome a vostre spese.. con le sue cervellotiche idee.

Fil.- Ma che cosa dici? Quella il nome nell’ambiente ce l’ha già, me lo ha detto Carlo.  Poi, mica le stiamo facendo costruire il Pantheon. 

Cat.- Non necessariamente, non necessariamente. Comunque chi vivrà vedrà.

Fil. Amen.

Cat.- Uffa (b.p.) Va bene, Filippo, sono pessimista, anzi sono yin. Ma è perché non potrei sopportare che ti succedesse qualcosa.

Fil.- A me? Ma dai, non mi succederà nulla, stai tranquilla…nulla…cosa potrebbe accadermi? (b.p.) il peggio che mi poteva succedere è già accaduto cinque anni fa.

Cat.- Quando fu per me?

Fil.- Si. La mia vita si è fermata a quel giorno. Lo sai, no? Vado avanti per inerzia, vivo per non morire. Cosa me ne faccio di questa esistenza senza di te? Tu mi manchi troppo, mi manchi da impazzire! Vedi la casa, questa casa, mi ricorda troppo la nostra vita insieme. E non riesco più a tollerarlo senza trafitture al cuore. Capiscimi! tu, fortunatamente, non sai cosa significa vivere la vedovanza - e non mi riferisco alla banalità del sesso o della solitudine - ma a quel vuoto che ti squarcia il petto, e ti comprime l’anima; quel vuoto che rende vacuo anche il corpo, e che ti fa ondeggiare la testa come un barchetta nel mare di scirocco; che ti  fa illanguidire ogni attimo della vita, al ricordo – struggente - dell’amata che non hai più con te. 

Ma, come sai, queste cose riguardano lo spirito, ed io non riesco a penetrarle bene, figurati a spiegarli, ma so per certo che sono presenti in me, tutte, tutte! – lo avverto animalescamente.

Ecco uno dei motivi per cui ho ceduto alle pressioni di Carlo. Una nuova casa, secondo lui,  mi avrebbe fatto riassaporare la vita… Secondo lui, naturalmente.

Ma cosa debbo riassaporare io? la vita? Quale vita, quella che avrei voluto concludere con te, come quando decidemmo, quella volta, di stare insieme per sempre? Ma quella è ormai perduta! 

E’ vero! l’abbiamo vissuto bene, noi due buona parte della nostra vita: Insieme l’abbiamo assaporato, con i suoi piaceri; insieme abbiamo goduto delle ore felici; insieme ci siamo fortificati nei tormenti;  insieme abbiamo sopportato tutte le avversità che questa esistenza, che di volta in volta, ci presentava. Avversità non solo nostre, private, ma anche quelle collettive – ti ricordi del terremoto?-. E anche le tragedie come queste guerre assurde, queste malattie nuove, questo terrorismo. Eravamo complementari: Tu mi davi fiducia, io ti davo un po’ di coraggio.  

E, facendoci forza vicendevolmente li abbiamo superato. 

Ti ricordi di quando fu di Carlo?

Cat.- Ci crollò il mondo addosso. Giorni d’inferno.

Fil.- Ma non ci lasciammo abbattere: tu con la tua grande forza morale e l’amore materno, io col coraggio della disperazione… e superammo il dramma.

Cat.- Com’eri gigantesco quando, rifiutando la barella, portasti il nostro piccolo tra le tue braccia, sino alla sala di rianimazione. Sembravi un titano, mentre percorrevi il corridoio della corsia; e tutti si facevano da parte rispettosamente: medici, infermieri, pazienti , intanto che procedevi fiero, verso quella porta dove ci avrebbero dato il responso: vita o morte.

Fil.- Si, procedevo fiero perché avevo piena fiducia nel medico che preparò quel miscuglio di medicine, tentando il tutto per tutto. Egli mi sembrava come l’Angelo del Signore che doveva fermare la mano di Abramo, prima che il pugnale che brandiva - trafiggesse Isacco. Procedevo fiero, è vero, ma il mio cuore era al limite dello schiatto! E i miei occhi a stento riuscivano a trattenere il fiume salato che voleva straripare dalle mia palpebre. Ero fiero! Ma le mie gambe si muovevano perché puntellate dalla pietà e dalla disperazione, mentre camminavo verso la sala del responso. Ma ero fiero anche di te, che mi seguivi silenziosa, a fronte alta - senza versare una lacrima, forte come la roccia della nostra montagna. Eri tu la mia forza e la mia fierezza.

Cat.- Eh, quella forza… sapessi quanto mi è costata: Giorno dopo giorno raccoglievo la mia linfa vitale per donarla a lui, al mio piccolo tesoro, che giaceva, inerte, su quel lettino. Linfa che gli ho travasato  – per tempi immisurabili - da me a lui! E le mie forze mi abbandonarono e il mio organismo, si prosciugò e deperì: Fu la vita mia che s’innestò in quella del mio bambino. Io appassii e lui visse e crebbe. E fui felice! Poi, un giorno, vidi nero e tutto finì.

Fil.- Ed io con te. 

Cat.- No, non lo dire più. Mai più! Tu hai ancora molti anni di vita da trascorrere, devi anche vegliare su Carlo, lo dovrai vedere sposato, con una famiglia, devi giocare coi suoi figli.

Fil.- Se non posso raggiungerti prima, proprio questo sarebbe il mio più grande desiderio. Ma, come sai, egli ha già trent’anni, e di matrimonio non ne parla mai. E non so anche se ha una ragazza, per poter sperare. Comunque oggigiorno i giovani si sposano belli e maturi e prima o poi, anche Carlo lo farà.

Cat.- Lo voglia Dio. Per lui e per te.    

 

Si ode il suono del campanello. Filippo si scuote e va ad aprire: stessa procedura per il ritratto.

Entra Filippo e Carlo.

 

Fil.- Carlo, che c’è? hai dimenticato qualcosa?

Car.- Si, la mia testa e le chiavi.

Fil.- La testa?

Car.- Testa metaforica: Non ci sono con la testa ( prende le chiavi dal tavolino dove li aveva precedentemente lasciati) e anche perché voglio parlare con te – con calma.

Fil.- Ebbene, siediti e parla. (si siede)

Car.- Preferisco restare all’impiedi, se non ti dispiace.

Fil.- Fai come vuoi. E allora?

Car.- Papà, io non so proprio come incominciare…

Fil.- Incomincia dall’inizio.

Car.- Sarebbe troppo lungo. Senti, dimmi, ma questa casa tu la vuoi veramente, oppure no?

Fil.- Ancora con questa storia? Ti ho detto che la voglio. Ma la voglio senza problemi. Non sono più in grado di sopportare contrarietà. E dandoti carta bianca…

Car.-… era proprio questo che volevi significare. 

Fil.- Già.

Car.- Grazie della fiducia.

Fil.- Ci mancherebbe. Se non ho fiducia in te…Comunque agisci con giudizio e porta avanti il progetto.

Car.- Grazie ancora. Però questo è il punto: se dobbiamo continuare, non voglio fare più brutte figure con Giulia.

Fil.- Brutte figure? Ma quali brutte figure?

Car.- Come quelli di poco fa: ti sei comportato come un vecchio testardo, come un bastiancontrario, insomma mi hai fatto vergognare.

Fil.- Io? Oh bella! E per non farti vergognare dovrei  accettare tutte le bizzarrie della signora Architetto? E senza fiatare? Ma per chi mi hai preso, per Peppe Nappa? Senti Carlo, io ho acconsentito che Giulia ci riflettesse sopra, e trovasse una sistemazione degna di questo nome, anche se la voliera in terrazza è la sistemazione ottimale per gli uccelli.(b.p., poi abruciapelo) Ma tu lo sai cosa vidi una volta in un bosco?

Car.- Anche il bosco ci voleva (quasi tra se, poi con sopportazione, a Filippo) Cosa vedesti?

Fil.- Vidi più di cento nidi su un altissimo albero. E sai perché lì c’erano tutti quei nidi raggruppati?

Car.- (idem c.s.) No, perchè?

Fil.- Perché il nido più alto era quello di una poiana e gli altri uccelli facendo il loro nido lì vicino, si sentivano tranquilli e rassicurati da eventuali attacchi da parte di predatori.

Car.- E allora?

Fil.- E allora te l’ho raccontato per farti sapere che tu e …quella lì, non capite nulla di nulla sugli uccelli… e della mia passione per essi. 

Car.- E con questo?

Fil.- Con questo, basta! Gli uccelli sono affari miei.

Car.- Certo, sono affari di bambini o di…

Fil.- …di vecchiazzi, e dillo!

Car.- Ma insomma, papà, non voglio avere dispute con te. E comunque stavamo parlando del tuo atteggiamento verso Giulia.

Fil.- Allora insisti? Non dovevo…prendere le difese degli uccelli? Non dovevo dissentire? 

Car.- Ma che c’entra questo discorso. Tu potevi fare tutte le osservazioni di questo mondo, ma in modo intelligente, corretto, signorile…

Fil.- (prima sbalordito, poi come se avesse capito tutto) Sono stato maleducato? Spiacente allora signor dottore.

Car,- Non la mettere in questi termini, ti prego. Ecco, solamente non vorrei che tu e lei aveste questi scontri di…opinioni, e questo per motivi miei…

Fil.- Ma se è lei che ci tratta come una pezza da piedi. Eppoi io alla voliera non ci rinuncio, mi sono spiegato? Sono trent’anni che la desidero, e questa è l’occasione buona per averla e la voglio! Punto! 

Car.- L’ho capito! L’ho capito…è che, come ti dicevo, per motivi miei, non vorrei scontentarla…ecco! 

Fil.- Per motivi tuoi? E quali sarebbero? (vedendo Carlo che abbassa gli occhi) Aspetta, aspetta, forse ho capito, il signorino è proprio cotto per la bella Architetta e non la vorrebbe contrariare…vero?.

Car.- Ma che dici?

Fil.- Quello che ti ho appena detto: sei cotto!

Car.- Lo pensi davvero?

Fil.- ( fa cenno di si col capo varie volte) Si.

Car.- Ed è vero, purtroppo.

Fil.- Perché purtroppo?

Car.- Perché credo che…insomma che lei…che lei stia con un altro.

Fil.- E allora? Che problema c’è? Fatti sotto, scalzalo da cavallo e prenditi la bella principessa.

Car.- E’ una parola. Non conosco quel tizio e le sue potenzialità… eppoi Giulia è di acciaio.

Fil.- E tu domala! … (tra se) che poi non sarebbe male… ( a Carlo) e fatti sotto lo stesso, lotta. Può darsi che veda in te maggiori attrattive, può darsi che tu sia il migliore, può darsi…insomma, in amore tutto può accadere. Fatti sotto…e addolciscila, perbacco! Io, per conto mio, cercherò di aiutarti come posso.

Car.- Grazie. Comunque è una parola conquistarla… 

Fil.- Rammollito!

Car.- Ma dai…

Fil.- Io, quando fu per tua madre, dovetti lottare strenuamente per farla cedere. Era tutta d’un pezzo. Diceva: niente fidanzamento, niente grilli per la testa: Prima devo concludere gli studi, poi vedremo. Ahò, e niente fu! Proprio proprio. Con pazienza dovetti aspettare che si prendesse prima la maturità per potermi “spiegare”, poi, col padre -  come si usava allora (allusivo).    

Car.- Altri tempi.

Fil.- Comunque altri tempi o no, devi essere più deciso. Insomma, io voglio i nipotini prima di chiudere gli occhi.

Car.- Tu? Ma dai, se i bambini ti danno fastidio anche se giocano...

Fil.- …qui sotto, nel cortile, durante le ore di riposo pomeridiano…

Carl.- Comunque sia…per adesso non posso…no (fermando l’obiezione di Filippo), non è solo per l’atteggiamento di Giulia. (b.p.) E’ anche perché sto con un’altra.

Fil.- Che significa? Hai un’amante?

Car.- Ma via, papà, amante…che vocabolo obsoleto. Adesso si chiamano compagne, amiche, conviventi, anzi meglio: fidanzate.

Fil.- Ma sempre amanti sono!

Car.- Dalle!

Fil.- Ma sei hai una am… amica, con la quale stai, perché ti interessi di Giulia? Forse per…prurito?

Car.- No, no con Giulia vorrei fare sul serio.

Fil.- E con …l’attuale (non vuol pronunziare la parola amante) no? E allora perché ci stai? e come ne uscirai? le farai del male, penso.

Car.- Calma, calma, papà. (b.p.) Se mi dovessi mettere con Giulia, le parlerò sinceramente e quella capirà, e si consolerà…magari con qualche altro. Così è la vita. (poi in fretta per non prolungare la discussione) Comunque papà, voliera o no, ti prego, la prossima volta sforzati di essere più gentile e più malleabile con Giulia, ci tengo, assai assai. Questo è l’aiuto che mi dovresti dare (intanto prende le chiavi e si accinge ad uscire). D’accordo, allora? Parola d’ordine: Niente incaponimenti, niente capricci, niente bastoni tra le ruote, ma umiltà, gentilezza, accondiscendenza…ciao pà. 

Fil.- (di sasso) Caliti i brachi, mutu e assuppa! vero ‘o papà? (tra se, poi a Carlo) Sarà servito.

 

Tela.

 

 

                              

     

 

 

 

                                                              Atto secondo

 

Sulla scena è stato allestito uno dei vani in della casa in costruzione: Pareti di muratura grezza, oggetti da cantiere sparsi, due cavalletti con una tavola dove sono poggiate varie carte e la borsa di Giulia. O, a scelta, gioco di luci.

All’apertura del sipario sulla scena c’è Giulia che studia delle carte con Cosimo, capo operaio. Giulia veste molto casual e i due calzano l’elmetto in testa

 

Cos.- Guardi qui Architetto (mostra un punto della carte) vede? A me sembrano dieci gradi di inclinazione, e così che ho operato.

Giu.- Ma se lo vedrebbe anche un bambino che sono almeno quindici! Comunque provveda a rettificare.

Cos.- Architetto, ma se lei segnava sulla carta questi benedetti gradi, non avremmo potuto evitare l’equivoco?  Comunque provvederà alla rettifica…certo, non intaccando i miei interessi, è ovvio.

Giu.- Lei faccia quello che deve fare e non stia a criticare. In quanto ai suoi…interessi non si stia a preoccupare, segnali la differenza al signor Moncada.-

Cos.- Padre o figlio.

Giu.- Ma al figlio, diamine.

Cos.- Architetto, mi perdoni, ma ci sarebbe anche la storia della fontana.

Giu.- Quale fontana?

Cos.- Quella che il signor Moncada padre mi ha detto di costruire vicino alla voliera.

Giu.- Io non ne so nulla. Comunque, non faccia niente finchè non glielo dirò io.

Cos.- D’accordo…però a quello cosa dico?

Giu.- A …quello dica che ne dovrà discutere prima con me.

Cos.- Speriamo che non mi faccia storie e, soprattutto non mi faccia perdere tempo. Ce l’ho tra i piedi in continuazione, mi da suggerimenti, mi fa richieste, propone cambiamenti. Chiacchiera con gli operai, racconta di quando lavorava alla Prefettura, da loro consigli di cucina. Insomma, incombe. 

Giu.- E lei non le dia conto, altrettanto facciano i suoi operai.

Cos.- Io lo faccio, ma sempre il proprietario è.

Giu.- E io sono il direttore dei lavori e la responsabilità di tutta questa baracca è mia. Chiaro?

Cos.- Per me… Bene allora io procedo secondo gli accordi. (sta per uscire)…Ah, il gradino d’ingresso rettangolare l’ho fatto già sostituire con quello a mezza luna.  

Giu.- Molto bene.

Cos.- Già… Beh, io vado… 

Giu.- Benissimo, vada.

Cos.- Architetto, per…l’interesse del gradino lo dico ancora al signor Moncada figlio, vero?

Giu.- Ma certo. Vada adesso, vada. (Cosimo esce e Giulia si china sulla carte. Entra Carlo) 

Car.- Ciao Giulia. (si avvicina come per baciarla, ma lei si schiva)

Giu.- Non qui, sul posto di lavoro. 

Car.- Ma se lo sanno ormai tutti…-

Giu.- E’ etica professionale. Comunque sei giunto a proposito. Devo parlarti.

Car.- Dimmi…

Giu.- Senti tuo padre la deve smettere di intralciare il mio lavoro. Ti ho gia detto che non lo voglio tra i piedi…eppoi il cantiere è pericoloso…è un luogo dove gli infortuni sono sempre possibili. Accadono anche ad operai esperti,  figurati a un vecchio pensionato che gironzola dappertutto… anche sul tetto.

Car.- Sul tetto?

Giu.- Già, per sovrintendere ai lavori di coibentazione, che secondo lui, sono molto delicati. E lo sai cosa ha detto agli operai che lo pregavano di scendere?

Car.- Casa ha detto?

Giu.- Che quella casa la doveva abitare lui e stava solo facendo i suoi interessi, quindi restava lì. E lì, è pericoloso. Ma che? Mi vuole mettere nei guai?

Car.- Ma no, niente di personale, tu non lo conosci. Forse è meglio così, si sta entusiasmando all’idea della nuova casa… si vuole interessare anche dei particolari, ed è meglio così ti ripeto: prima era scettico e indifferente, quasi amorfo, rasentava la depressione…

Giu.- E falla finita! Egli è solo un vecchio rompiscatole. Comunque nel mio cantiere non lo voglio, perchè importuna gli operai, distraendoli dal loro lavoro, facendogli fare cazzate. Ma lo sai  che la finestra obliqua me l’hanno sbagliate ed è da rifare? E il gradino d’invito della scala è da sostituire per la distrazione di un operaio? Il capocantiere non ne può più! E le spese gonfiano e tu poi ti lamenti. Ora, per chiudere l’argomento tu glielo devi dire con fermezza di non farsi vedere durante le ore lavorative. Dopo - dopo, a fine giornata,  semmai, quando gli operai se ne saranno andati, magari potrà venire, naturalmente accompagnato da te e da me, e nell’occasione potrà anche farmi tutte le osservazioni di questo mondo.

Car.- Giulia, ma è mio padre.

Giu.- E io sono la responsabile della sicurezza del cantiere e non voglio avere guai con l’ispettorato, chiaro?

Car.- Chiaro, glielo dirò.

Giu.- E’ anche per il suo bene, naturalmente…

Car.- Capisco. 

Giu. E mettiti l’elmetto.

Car.- Ah, già…(cerca un elmetto, lo trova e lo calza)

Giu.- Cosa c’è ancora (vedendo che non se ne va) cosa vuoi?

Car.- Niente di particolare, oggi sono libero e sono venuto a trovarti.

Giu.- E non dovevi! 

Car.- Ma lo sai che io ti voglio vedere sempre. Starei con te notte e giorno, giorno e notte, insomma, sempre! ( le fa le fusa)

Giu.- Hai visto? Mi distrai con le tue antipatiche moine, e io sbaglio.

Car.- Giulia, io ti esprimo il mio amore. Ma capiscilo, io penso sempre a te. Ovunque mi trovi, qualsiasi cosa faccia, sempre!

Giu.- E sbagli!

Car.- Lo so, ti distraggo e sbagli, l’ha detto.

Giu.- A parte i possibili errori sul lavoro, tu sbagli perché stai perdendo la testa. E lo sai che tra noi non c’è nessun legame serio. Sai che si tratta solo di sesso.

Car.- Per me è diverso, io ti amo da morire. Certo il sesso è importante, ma per me non è tutto. Dai lo sai, no?

Giu.- E perché lo so, che ti sto mettendo in guardia. Stai attento, io sono volubile. Eppoi a me il tuo amore  spirituale non garba per nulla. Cerca di mantenerti nei limiti della nostra relazione: sesso e basta!

Car.- Ci proverò, ma sarà difficili. Eppoi al cuore non si comanda.

Giu.- Carlo, ma che cazzate stai dicendo? Che parlare è questo? Ma vergognati! stai usando uno squallido linguaggio da telenovela. Basta. Vattene…per favore, e lasciami al mio lavoro. (si china sulla carte, mentre Carlo, mogio mogio si avvia ad uscire)

 

Entra Filippo, è adirato..  

 

Fil.- Ah, eccovi! Ciao Carlo. Signor Architetto, il tuo capocantiere è insolente. E fa pure u Nofriu, per non ascoltarmi, se lo sollecito a fare il lavoro come si deve. Poi, di grazia, mi vuoi spiegare perché non si può costruire la fontana vicino alla voliera? 

Giu.- Perché non è prevista nel progetto.

Fil.- E cosa dico ai miei uccelli: non potete fare il bagno perché la fontana non è stata prevista dalla signora Architetto?

Car.- Cosa, cosa ? Il bagno? Gli uccelli?

Fil.- Si, mio caro. Gli uccelli, a differenza di te (lo guarda sottecchi),  fanno il bagno tutte le mattine e anche la sera, se lo desiderano. E cosa credi? Essi sono bestie pulite, pulitissime…eppoi si divertono. E allora vogliamo negare a quei mansueti e canori volatili, che non fanno male a nessuno – dico: a nessuno – ( e guarda significativamente Giulia), il sollazzo di fare un bagno in fresche e dolci acque correnti? Eh, ne avete il coraggio?

Car.- Ma papà, dai, smettila.

Fil.- Zitto tu! Mi dica signora Architetto, allora?

Giu.- (cercando di controllarsi) Senti Filippo, se la smetti di fare il bambino possiamo discuterne, altrimenti pianto tutto e me ne vado. Chiaro?

Fil.- Questo tono lo riservi ai tuoi operai, semmai te lo permettessero. Ora, se non ti dispiace, mi dici perché non si può fare la fontanella?

Giu.- (sempre più irritata) Non si può fare perché…

Fil.- …non è prevista nel progetto, l’hai già detto.

Giu.- (sta per scoppiare, Carlo gli mette una mano nel braccio per calmarla) Bene, ti progetterò una fontanella adatta al contesto.

Fil.- E mi farai avere un’altra fattura per la progettazione? No, grazie. Io la fontanella l’ho già scelta bella e fatta, costa poco e non ci resta che farla impiantare nella voliera…là, in quel posto infelice dove l’hai confinata…decentrata… relegata… esiliata… reietta! (tono solenne) 

Giu.- Carlo, intervieni o scoppio.

Car.- E dalle! Comunque, papà, la fontana dev’essere fatta con lo stesso criterio della casa; si deve armonizzare con essa, non si può andare a casaccio...

Giu.-… perché nel progetto c’è il mio nome, che, se non ti dispiace, è conosciuto  nell’ambiente…

Fil.- Ma quale ambiente d’Egitto! Se è questa casa, la mia casa, dico mia, che ti ha permesso di farti sbizzarrire con le tue idee stravaganti e pazzoidi. Stavi fresca sennò.  

Giu.- Ah, è questo che pensi? E allora guarda qui ( fruga nella borsa e prende una rivista di Architettura) Guarda, guarda (intanto sfoglia) Ecco, qui ci sono le foto dei miei lavori, se al signor Filippo Moncada non dispiace.

Fil.- (guardandoli appena) E che vuoi dire? Che sei famosa?

Giu.- No, per carità. Voglio solo dire che ho già costruito tre ville “bizzarre”! Come le chiami tu, e tutte sono state apprezzate…

Fil.- Dai proprietari?

Giu.- Anche.

Fil.- Già, perché non amavano gli uccelli, perché non volevano le voliere. (quasi tra se) Comunque a me non interessa quello che hai fatto nel passato, a me interessa il presente. E il presente è la fontanella per gli uccelli. Essi debbono potersi spaparazzare – sguazzare - quando ne hanno voglia e sfizio - e debbono bere, debbono deliziarsi. Glielo potete negare? (come se avesse detto una grande verità)

Car.- Non sarebbe meglio se prima vediamo se ci stiamo con le spese?  papà, perché si stanno gonfiando paurosamente.

Fil.- Per colpa mia o degli uccelli? O forse della voliera? O per colpa di una semplice fontanella?

Car.- Per quella e per il resto. Dobbiamo contenerci, papà.

Fil.- Allora vuol dire che compro una bacinella e la metto nella voliera: problema risolto.

Car.- Sei sarcastico quanto ti ci metti.

Fil.- Sono…sono solamente comprensivo con quelle bestioline - che hanno tutto il diritto di papariarsi.

Giu.- Avanti, vediamo cosa posso fare. (brusca, come per toglierselo di torno) Sei contento?

Fil.- (ironico) Come una Pasqua… (Sta per uscire)

Giu.- Filippo, visto che sei qui, mettiti l’elmetto. (ne prende uno e glielo porge)

Fil.- Ah, già, l’elmetto d’ordinanza. ( lo calza, saluta militarmente ed esce)

Giu.- E’ impossibile! (sbuffando)

Car.- ( trattenendosi dal ridere) Non lo capisco, non lo capisco proprio. E’ come se gli fosse venuta una frenesia. Chissà cosa sarà.

Giu.- Sarà incipiente demenza senile!

Car.- ( vezzoso) Suvvia, Giulia, sii comprensiva. Allora io vado…(ripensandoci) Senti, ci vediamo stasera?

Giu.- Vedremo. Ho del lavoro da sbrigare.

Car.- E non potresti trovare un momentino per il tuo micio?

Giu.- Di nuovo? Uffa, Carlo, t’ho detto già, qui sono soltanto il Direttore dei Lavori e tu rappresenti la proprietà. Piantala adesso!

Car.- Scusa, scusa. 

Giu.- Senti, visto che ci sei, guarda cosa fai per renderti utile: fatti dare da Cosimo l’importo dei costi delle varianti. Ce li ha appuntati lui…gli imprevisti

Car.- Sono grossi questi…imprevisti?

Giu.- Non lo so. Ma è robetta. E adesso lasciami lavorare, ho da risolvere il problema dei pluviali e delle gronde.

Car.- Ma i pluviali e le gronde sono già state comprate.

Giu.- E non mi sembrano adatte, poi c’è un piccolo problema. Comunque vedo cosa si può fare per non ricomprarne altre.

Car.- Certo, tu sai cosa devi fare. ( non esce).

Giu.- Beh, perché non vai? Cosa c’è ancora?

Car.- Ho incontrato il tuo ex, Flavio, e ci siamo chiariti.

Giu.- Già, da uomo ad uomo, come mi dicesti. Hai fatto il compare Turiddu?

Car.- Non scherzare, dai. Abbiamo parlato, apertamente, chiaramente. Io gli ho detto qual è la nostra situazione e lui l’ha compresa in pieno.

Giu.- Approvandola, immagino (ironica) . 

Car.- Non ti interessa cosa mi ha detto?

Giu.- Lo so già: ti ha detto: buon pro ti faccia!

Car.- (sbalordito) E tu come lo sai?

Giu.- Perché l’ha detto pure a me, quando gli dissi che stavo con un altro.

Car.- Come parli bene, tesoro. (sdolcinato)

Giu.- Avanti, vai via, ti ripeto, ho da lavorare.

Car.- (sta per uscire) Ciao amore.

Giu.- (sgarbatamente) Vai, vai. (fra se) Certe volte non lo sopporto.  

Cos.- (entrando) Architetto, potrebbe venire di là? c’è l’impiantista che ha dei problemi col bagno.

Giu.- Di cosa si tratta?

Cos.- Credo che si tratti dei servizi.

Giu.- Vengo. Ah, Cosimo, porti al signor Moncada i costi delle nuove varianti.(esce)

Cos.- Certamente. Signor Moncada, mi può dare un minutino? accompagno l’Architetto e sono da lei. (esce)

Car.-  Faccia pure. (poi tra se) Madonna, altre varianti…già siamo diecimila euro sotto… e chi lo sente ora papà?

 

Entra Filippo

 

Fil.- Hai visto che furia? E’ passata come una Erinne! Capelli al vento, passo da bersagliere, grinta da carabiniere. Che donna!

Car.- Già.

Fil.- (sedendosi su di un secchio rovesciato, dopo averlo accuratamente pulito) Vedo che vieni spesso qui al cantiere. Ti stai appassionando anche all’architettura…o all’Architetta? Eh? (ammiccando) E dimmi, come va tra lei e te?

Car.- In che senso?

Fil.- In che senso…ma nel senso che pensi tu, marpione!

Car.- Tutto bene…  

Fil.- …Madama la marchesa. Non vuoi parlarne, fai pure…ma guarda che come lo so io, lo sanno ormai tutti…che siete fidanzati.

Car.- Fidanzati… Già, non è certo un segreto, ormai.

Fil.- Ma come sei sostenuto oggi. Quando ne parlammo l’ultima volta, mi sembravi un perdente, ora che ci sei riuscito, mi sembri di uno scontento, o sbaglio?

Car.- Mica stiamo facendo una gara. Comunque ci siamo messi insieme da appena due settimane.

Fil.- Visto? (b.p.) Solo per curiosità: ma come l’hai convinta a sceglierti?

Car.- Non lo so proprio. 

Fil.- Davvero?

Car.- Beh, se debbo essere sincero un sospetto ce l’avrei.

Fil.- Puoi dirmelo?

Car.- Ecco, circa quindici giorni fa sono riuscito a farle accettare un mio ennesimo invito a cena. Poi, sai com’e, dopo qualche bicchiere di vino buono in più, siamo finiti a letto. E da allora che siamo assieme…

Fil.- E allora, il sospetto?

Car.- E allora ho il sospetto che si è messa con me perché, come mi dicevi tu da bambino, sono “ben fornito”…

Fil.-  Salute!

Car.- Grazie.

Fil.- E…vi amate? Vi sposerete?

Car.- Papà, non corriamo. Vedremo cosa maturerà.

Fil.- Carlo, l’amore non matura, o c’è oppure non c’è .

Car.- Insomma c’è qualcosa…per adesso ci vediamo di tanto in tanto.

Fil.- A me era sembrato di capire che eri innamorato pazzo di lei.

Car.- Io si. E lei che non si sbilancia. 

Fil.- E’ una donna dura.

Car.- Si, sul lavoro.

Fil.- Per me è questione di carattere.

Car.- E di come ha vissuto.

Fil.- Che intendi dire?

Car.- Intendo dire che la vita è stata dura per lei. Vedi, si è fatta tutta da se.  Suo padre era un semplice scalpellino, e, come tu sai, studiare in povertà non è semplice. Poi mirare in alto, come ha fatto lei, è veramente arduo. 

Fil.- Beh, per raggiungere il successo tutti debbono fare delle rinunzie, dei sacrifici.

Car.- Retorica, papà, retorica. Comunque sia, dopo, per la carriera, si fanno i sacrifici , non prima, quando si studia. Dimmi, secondo te, chi ha più difficoltà a studiare, il figlio del povero o del ricco?  Chi ha fatto più sacrifici? io, per laurearmi con te alle mie spalle, senza problemi economici, con una cultura di fondo, oppure lei, con un padre semianalfabeta, senza un quattrino e vivendo in un ambiente… povero?

Fil. - Beh, certo…(addivenendone)

Car.- Naturale. Quindi, come era logico, le difficoltà l’hanno corazzata, la forza di volontà l’ha sostenuta ed ha raggiunto il suo obiettivo: la laurea in Architettura. Ed ora ne persegue un altro: il successo, la notorietà. Ma non fine a stessi, o per ambizione – no; eppoi non  è neanche vanitosa, sai? ma in quanto apportatori di altri lavori, altre committenze, tali da poter sviluppare tutto il suo talento. Puoi darle torto?

Fil.- Effettivamente…

Car.- E’ anche tanto pragmatica, quanto io sono fatalista. Ma in privato è deliziosa.

Fil.- Meglio così. E con la tua ex compagna, come è finita?

Car.- Beh, le ho detto che c’era un’altra donna nella mia vita. Si è fatta un breve pianto e si è messa alla ricerca di un altro uomo.

Fil.- Mih, così vanno le cose tra voi giovani d’oggi?

Car.- E non è meglio? Ci sono meno problemi, meno gelosie, meno scenate. 

Fil.- Glielo dirò a tua madre.

Car.- Cosa? A mamma?

Fil.- Volevo dire: se ci fosse tua madre lo direi, e stai sicuro che si scandalizzerebbe.

Car.- Altra generazione.

Fil.- Comunque sono contento per te… e speriamo che presto mi darete dei nipotini.

Car.- E dalle, per favore non toccare più quest’argomento. Ascoltami papà, ti ho pregato diverse volte di essere gentile con lei, di non essere scontroso, di lasciarla lavorare in pace, invece tu fai orecchie da mercante e continui ad essere  il solito bastiancontrario, e fai anche il ragazzino caparbio.  E va bene, dico io,  pazienza, è il suo carattere, vuol dire che ho avuto la sfortuna d’avere un padre che è fatto com’è fatto, che non vuole capire e non mi vuole aiutare - basta! Ma ora, come se già tutto questo ciò non bastasse,  vedo che ti sei messo anche a stuzzicarla, a punzecchiarla, a fare ironia gratuita- anzi sarcasmo!, a imporre i tuoi capricci, insomma ho l’impressione che tu voglia arrivare per forza allo scontro frontale. Ecco penso a questo. E credo di non sbagliarmi.

Fil.- Ah, hai avuto la sfortuna di avere un padre…già, gia. E bravo! Bravissimo, e che bella tirata hai fatto, sembravamo a teatro! Bravo! (poi di getto) E invece ti sbagli, caro mio, io ti ho voluto aiutare, ma lei non mi aiuta. (b.p.) Comunque non voglio litigate con te.(come trasognato) Io la stuzzico?  ma quando mai!, faccio ironia?  Sono ironico per natura. O, infine (come voler dire: che mi importa, sono il padrone o no?, poi conciliante)… sentimi bene  Carlo, io cerco soltanto di non farmi sopraffare dalla sua personalità, che è forte, anzi fortissima - e   tu ne sai qualcosa, vero? E vorrei, se posso permettermelo, che la signoria vostra non si “arruffasse”, non ti offendesse; vorrei anche difendere i miei, come chiamarli? Desideri? Necessità? Capricci senili, chiamali così - se vuoi. (quasi sbuffando) Ma insomma, infine sono nel mio diritto. ( poi sforzandosi di calmarsi) Niente di personale. Tutto qui, te lo giuro: “beddamatrisantalfiu”.( giura da popolano, ma mentre parla tiene le mani dietro le spalle, e fa le corna). Avanti, vieni qui, facciamo pace.(si avvicina e lo bacia sulle guance)

 

Rientra Giulia e si avvicina al tavolo cercando una disegno nella borsa

 

Car.- Tutto risolto?

Giu.- ( vedendo Filippo si contraria) Quasi.

Car.- E il bagno?

Giu.- C’è da sostituire i sanitari.

Car.- I sanitari, quelli buoni, e perché?

Controscena di Filippo che segue la discussione ora guardando l’uno, ora l’altro con la bocca aperta, come se tentasse di capire meglio.

Giu.- (sempre infastidita) Perché non sono compatibili con gli scarichi.

Car.- Ma…ma non si poteva controllare prima?

Giu.- Certamente, ma quel cialtrone di impiantista non l’ha fatto.

Car.- E allora?

Giu.- E allora compreremo i sanitari compatibili e questi li monteremo nell’altro bagno.( si immette nell’esame di altri fogli)

Fil.- (allarmato) Quale altro bagno? ( a Carlo) Ho due bagni?

Car.- (imbarazzato, cercando di spiegarsi) Vedi, la lavanderia ci è sembrata troppo spaziosa, quindi abbiamo pensato di ricavarne un piccolo bagno per gli ospiti. 

Fil.- Quindi, per esempio, io che vivo solo in questa grande casa, ho la necessità di avere un bagno per gli ospiti - che un giorno avrai tu?

Car.- Prevederlo è sempre meglio, no?

Fil.- Certo, prevedere, naturale, ma non provvedere – e subito! Carlo, a me serve una casa per abitarla, non per prevederla. Tu, si, che dovrai prevedere per poi provvedere, ma  per quando sarà… quando verrà…insomma per - dopo, ahò! quando tirerò le quoia (fa il gesto con le dita, per dire quando morirò).

Giu.- Sempre catastrofico ( intanto ha trovato quello che cercava ed esce, infastidita).

Fil.- Ma insomma! Insomma! Volete strozzarmi? Volete darmi una brutta vecchiaia! Volete vedermi al lastrico! Servitevi pure allora (glielo grida dietro a Giulia), ecco Cristo in croce.  

Car.- Papà  siamo sotto di appena diecimila euro; con questi ultimi inconvenienti andremo sotto al massimo di ventimila euro. Non sono una grande somma. Se non ce l’hai tu, provvederò io.

Fil.- E come, di grazia?

Car.- Cederò il quinto dello stipendio.

Fil.- Grazie! Grazie assai! Troppo generoso il mio signor dottore Carlo Moncada – col suo stipendiuccio. Ma io non ci sto lo stesso! Io le mie cose voglio farmele da me, senza ricevere elemosine. E’ casa mia? Ebbene debbo provvedere io a tutte le spese, ma a quelle preventivate!. Comunque grazie lo stesso.

Car.- Ma dai papà, questa casa un giorno, speriamo il più lontano possibile, sarà mia, ed è giusto che contribuisca. Poi abbiamo risparmiato sul costo della mattonelle.

Fil.- Ben fatto. E quanto hai risparmiato?

Car.- Circa diecimila euro.

Fil.- All’anima…(poi pensandoci) Ma che sono mattonelle d’oro? (ripensandoci) Se hai risparmiato diecimila euro, cioè il costo stesso delle mattonelle che vidi io in negozio, quanto vengono a costare effettivamente? Cinquantamila? Centomila? Altro che risparmio.

Car.- Vengono a costare nulla, nemmeno una lira: sai, un amico me li ha regalato…

Fil.- Le mattonelle?

Car.- Certo, quelli per il pavimento della casa.

Fil.- Chi? Ma come regalate? Come si possono regalare? Scusa quelle costano un sacco di quattrini.

Car.- E lui me li ha voluto regalare.

Fil.- (insospettito) Dimmi chi te li ha regalate, Carlo. 

Car.- Te l’ho detto un amico, un amico che tu non conosci.  

Fil.-  Non ci vedo chiaro, non si fa un regalo di una simile portata…e sopratutto non si accetta.

Car.- Ma papà, sei tutto d’un pezzo.

Fil.- Io si, e me ne vanto. In quarat’anni di servizio mai c’è stato sul mio conto una piccola macchia o un piccolo dubbio sulla mia correttezza professionale. Ora tu sei un pubblico funzionario e lo sai: non puoi accettare regali da parte di nessuno. Specialmente dei fornitori, degli amministrati, dei richiedenti. Sai come si chiama questo: si chiama corruzione, ed è un reato, se non te lo dovessi più ricordare.

Car.- Ma dai, io non mi sono fatto corrompere da nessuno, figurati. Ho solo fatto …fatto solo un piccolissimo favore: cioè un balzo… come dire: ho fatto balzare in avanti una pratica - che si era arenata. Tutto qui. Solo per zelo. Nessun contraccambio. Niente di niente.

Fil.- E le mattonelle? Cosa sono una scatola di cioccolatini?

Car.- Sono un avanzo di certi lavori che questo amico aveva fatto. Le doveva buttare e me li ha regalati…

Fil.- Ah, le doveva buttare… e te le ha regalate. (con forza) E che mi hai preso per minchione?  Tu mi farai il sacrosanto favore di restituirle, oppure di pagargliele. Non le accetto! Argomento chiuso. E non discutere più.

Car.- Va bene, farò come vuoi tu. ( con finta rassegnazione).

Fil.- Io ti voglio sempre onesto e corretto, ricordatelo. Noi portiamo un nome pulitissimo, senza macchia, da quasi un secolo. Prima di me, mio padre, e prima ancora mio nonno, tutti  dipendenti della Stato, o da semplici impiegati o da funzionari. Ora ci sei tu, funzionario amministrativo di quinto livello. Sei importante lo sai? E anche per questo tu devi mantenere il nostro nome onorato, pulito, anzi immacolato! (b.p.) Ora, se vuoi darmi il tuo contributo per questa nuova casa, esso deve limitarsi a gestire meglio le mie risorse, evitare tutti questi sprechi, tutti questi…imprevisti. E anche a far rispettare i tempi. Lo sai bene che se non terminiamo in tempo dovrò sborsare una grossa penale?

Car.- Grossa quanto?

Fil.- Grossa quanto diecimila euro più millecinquecento per ogni altro mese di ritardo. E siamo in grave ritardo! E se fra due mesi non finiremo, la dovrò pagare come un cornuto! (poi infervorandosi) “Malanova a mia!” Troppe spese, troppe spese. Non ci arrivo, non ce li ho! E come faccio? Come faccio! Altri debiti?  Madonna mia santissima…Finirò per iscrivermi nella lista dei poveri! Contenti?  (ampio giro come per volersi rivolgere al mondo, poi disperandosi) Ma signori miei, signori miei! Quando mai io! Quando mai ho avuto debiti? Quando mai sono stato assillato dalla mancanza di soldi? Quando mai ho spaccato in due il centesimo? ( come se facesse un comizio) Gente, tutto avrei pensato, tutto si poteva dire di me, tranne che finissi la mia vita povero e pazzo! Sul lastrico! ( nuovamente disperato) E ora ci si mette anche mio figlio che per leggerezza, rischia di giocare col codice penale. E tutto questo per una stramaledetta follia (si tormenta le mani e se li porta al viso, tirandosi la pelle delle guance), follia mia, di mio figlio, e di quella…Architetta – ma perché non se ne è rimasta in casa, a fare la calza?! Filippo Mancuso povero! Presente! (s’è posto sull’attenti, saluto militare, ma nella foga della tirata, l’elmetto gli cade per terra e lui lo prende a calci)  Tiè, questo è per il fatalista, questo per la pragmatica e questo è per me povero “Sammastiano vergine e martire!” (Si fa male ad un piede)  Ahi! “Botta di sangu”(esce furioso). 

Car.- Calmati papà.

 

Entra Giulia

 

Giu.- E’ passato un ciclone?

Car.- Era furioso. Non l’ho mai visto così adirato.

Giu.- Ha fatto il suo psicodramma? Ma gli passerà, vedrai. Fra una settimana inizieremo con la facciata e, non appena l’avrà vista, sono più che sicurissima, che gli passerà. E’ con la facciata che si vede la casa in tutto la complessità della bellezza delle line architettoniche, dello splendore dei colori, della raffinatezza dei materiali. Adesso è come una bella donna sciattona,vestita di casa; ma con la facciata essa si metterà in abito da sera. E vedrà, vedrete e sbalordirete. E poi, montando gli infissi e gli impianti, vedrà quanto è comoda e funzionale. Sai è solo allora che il proprietario la sente finalmente sua.

Car.- Speriamo.

Giu.- Ma non mi fare come tuo padre, che oltre che pessimista è anche tirchio. Non potrei sopportarlo. 

Car.- No, ma che tirchio. Certo, non è mai stato prodigo è vero, ma in casa è stato sempre generoso.

( cercando di minimizzare) Forse è nervoso per quel prestito che gli ho fatto accendere… lui non ha mai avuto debiti in vita sua… e per agli altri imprevisti. Forse è preoccupato per la penale che dovrà sborsare se non lascia la casa nei termini previsti. D’altronde, qui, i lavori vanno a rilento…

Giu.- Ecco, hai ripetuto quello che ha detto lui, l’ho sentito sai?. Ma lui può dirlo, è ingenuo, tu no! (b.p.) O forse pure tu ti aspettavi che tutto andasse liscio? Che si potessero rispettare i tempi? Ma le difficoltà, oggettivamente, ci sono sempre e bisogna tenerne conto, e te lo dissi. Una cosa è progettare, un’altra è eseguire. Poi ci sono gli imprevisti, poi ci si mettono gli operai – tanto per la cronaca, oggi lavorano soltanto in due – e, per di più, nel nostro caso, ci si mettono anche i materiali. Quando mi parlasti di questa tua idea di fare una nuova casa per tuo padre, che poi sarebbe stata tua, io non te lo dissi chiaramente quale erano le mie intenzioni? Quando ti presentai il progetto, non lo vedesti come era complesso?  Ora per realizzare una simile costruzione, fuori da ogni schema usuale, le difficoltà si moltiplicano: per esempio, per alzare una parete rettilinea, in blocchi, dall’operaio ci si aspetta soltanto la precisione e la rapidità, ma nel nostro caso gli si richiede anche abilità, perizia, competenza, intelligenza; e i materiali che usiamo? sono eccellenti ma non comuni, e quindi bisogna ordinarli in fabbrica e farli arrivare, tra uno sciopero e l’altro, tra un disguido e l’altro. E i tempi si allungano – smisuratamente! E così via.

Ora non mi si dica più che abbiamo sforato i tempi previsti, sennò m’incazzo!    

Car.- Si, però lui questo non lo concepisce, per lui un accordo è sacro, è un contratto non scritto, ma da onorare come se lo fosse,  e forse anche di più. Egli pur di mantenere la sua parola, è capace di qualsiasi sacrificio, qualsiasi cosa… tranne rubare. Quindi non capisce queste difficoltà e mi tiene sotto pressione. Un semplice ritardo? un contrattempo? e se la prende sempre con me. 

Giu.- Per fortuna.

Car.- Già. (addolorato, poi quasi tra se) forse pensa di non arrivarci in tempo, chissà…poi s’è fissato con quella voliera… 

Giu.- Comprendo…Comunque non pensare che io sia un’ingrata. Capisco lo sforzo che hai dovuto fare per accettare il mio progetto e di tutte le pressioni che devi sorbirti. E ti ringrazio, ti ringrazio anche per questa opportunità che mi hai dato (b.p., poi con slancio) Oh Carlo, questa è solamente una, ma se tu sapessi quante idee mi frullano in testa, quante soluzioni, quanti sogni mi assillano. E non posso ignorarli. A tutti i costi debbo assecondarli, debbo dargli spazio, debbono nascere! Ma ho bisogno di tempo, mi servono persone che si fidino di me, dei committenti mecenati. E per queste idee o sogni, accantono anche l’amore, come tu stesso mi rimproveri. Ah, se sapessi quale è il mio più grande desiderio…

Car.- …Avere un figlio.

Giu.- Cosa? Un figlio? Io? Ma che sciocchezze dici!

Car.- Non tu, ma io. Non badarci, sognavo, ero soprappensiero.

Giu.- Ah, ma allora io parlo, ti apro il mio cuore, ti metto a parte delle mie aspirazioni, e tu sogni - pensi ad altro?

Car.- Perdonami, ma ti seguivo lo stesso. Se vuoi ti ripeto ciò che hai detto parola per parola. Forse si è trattato di un lapsus freudiano, mio padre desidera ardentemente un nipotino. 

Giu.- (vedendolo mortificato) E dai, non fare quella faccia. Avanti, ti perdono, e per consolarti stasera vieni a cena da me (maliziosamente).

Car.- (entusiasta) Davvero? Ma è magnifico.

 

Entra Cosimo, è trafelato.

 

Cos.- Signor Moncada. Corra, venga, suo padre…

Giu.-  S’è infortunato?

Car.- Mio padre cosa?

Cos.- Suo padre ha avuto un malessere, è caduto a terra come una sacco di patate.

Car.- Dov’è?

Cos.- Sulla strada, appena fuori dal cantiere, con lui c’è un passante.

Car.- M’accompagni. ( a Giulia) Chiama un’ambulanza, per favore. (escono di corsa)

Giu.- Subito (prende il telefonino e compone il numero, intanto mormora) Fuori dal cantiere, meno male.

 

Tela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                             Atto terzo

 

 

Stessa scenografia del primo atto, però ci  sono degli scatoloni in giro, come per un trasloco.

All’apertura del sipario, in scena c’è Filippo seduto su una sedia a rotelle e Caterina seduta dietro il tavolinetto.

 

Cat.- …eppoi per me è giusto punire coloro che abbandonano gli animali per strada. Alimentano il fenomeno del randagismo. Ti ricordi di quella sera, a Nicolosi, intanto che passeggiavamo in quella strada di campagna, quando quei cani randagi quasi ci attaccarono e ci costrinsero a scappare? Mamma che paura quella volta…

Fil.- (come voce fuori campo) Guarda, che il randagismo è alimentato anche dai quei personaggi di pseudo- buon cuore, che lasciano da mangiare ai cani, diciamo, senza padrone.   

Cat.- Però poveretti, abbandonati così…

Fil.- Si, poveretti, va bene, ma quando sono in branco… Comunque punire chi abbandona gli animali è giusto. Però, sosteneva mio cugino Federico, nessuna struttura pubblica accoglie gli animali che sono divenuti fastidiosi o addirittura pericolosi. Quindi, amaramente aggiungeva:  l’uomo, per legge, non deve maltrattare gli animali, ma questi possono maltrattare l’uomo. Per esempio, mi diceva ancora, prendi quel suo cagnaccio, novello Attila, che gli stava distruggendo, sbriciolando e devastando tutto ciò che aveva a portata di zanne e di fauci! Che so io, dal bucato steso al sole, gli attrezzi da giardinaggio, dal filo del telefono, al coperchio della cisterna, dal pergolato, agli alberelli da frutta, e all’orticello! Poi abbaiava ai temporali e ai fuochi d’artificio, oltre che alla luna! E vicini minacciavano la denuncia per disturbo della quiete pubblica. Ora ditemi, protettori degli animali- proclamava - con un simile animale, per difendersi, cosa doveva fare? Chiamare la protezione civile? il 113? o denunciarlo alla Procura della Repubblica? Te lo immagini i titoli dei giornali: “Uomo denuncia cane per molestie!”     

Cat.- Certo, sono casi limite…sporadici. Vero?(b.p.)…  ma che fai non mi rispondi più? 

Fil.- No, stavo riflettendo su quello che sosteneva Giacalone, a proposito dell’insensatezza umana.

Cat.-. Giacalone? Sempre lui?

Fil.- E cosa posso farci se ho un amico che sa quasi tutto? e che mi racconta tanti fatti e fatterelli? Dunque, l’altro ieri mi diceva che agli ambientalisti, qualche anno fa, hanno riportato le vipere sull’Etna, per ripopolarla; e che una di quelle bestiacce così imprudentemente importate, con un morso sul naso, gli ha ridotto il cane in fin di vita.

Cat.- Davvero? E come? 

Fil.- A tradimento! mentre quella innocente bestiolina annusava un cespuglio di pitosferi, dove la vipera era acquattata - e proprio nel giardino di casa, a Nicolosi!

Cat.- Guarda chi cosi!  Matri santissima, e se fosse stato lui o sua moglie, a mettere la mano in quel cespuglio?

Fil.-  Lo immagini vero? (b.p.)

Cat.- Appunto! (b.p.) Certo però che gli amici ambientalisti, animalisti, forestali, e quelli del Parco dell’Etna, dovrebbero capire che quando si esagera si esagera…

Fil.- E gli uccelli? Proprio Giacalone – si va bene, sempre lui –  tempo fa, si lamentava anche di essi: mi raccontava che non riesce più a raccogliere quelle quattro ciliegie e due pere che i suoi alberelli riescono a tenere sui rami, superando gelate, siccità, parassiti ecc. perché le ghiandaie glieli mangiano - ancora acerbe…

Cat.- Quello si lamenta di tutto. Ma da quando il mondo è mondo gli uccelli hanno sempre beccato la frutta dagli alberi.

Fil.-  Si è vero, però, sosteneva, adesso ci sono molte, ma molte specie di uccelli che sono protette - insomma non si possono impallinare - e quindi, senza predatori naturali e senza doppiette, essi si sono moltiplicati velocemente. Diceva addolorato: sono nudo! senza difesa. Poi aggiungeva sarcastico: forse, chissà, ci penseranno a difenderlo proprio i parchisti e gli – esageratisti, come lui apostrofa gli ambientalisti e gli animalisti. E si sfogava amareggiato: dimmi, dopo tante spese, fatica e speranze, ho il diritto di raccogliere le mie quattro ciliegie e le mie due pere? O devo andare a comprarmeli dal fruttivendolo, imbottiti di veleno e veleno e veleno? Si o no? (b.p.) 

Cat.- E tu cosa gli rispondesti?

Fil.- Di fare lo spaventapasseri part-time!

Cat.- Cattivo.

Fil.- Ma caro Filippo, mi rispose avvilito, forse oggi non è consentito neppure quello!

Cat.- Per non traumatizzarli? Sempre esagerato, lui. (b.p.) Ma che fai, stai di nuovo sonnecchiando, vero? Va bene che adesso parliamo con pensiero, ma tu sei veramente soporifero. E dai, parliamo ancora. Lo sai che mi piace parlare, rivangare il passato, la nostra vita, quella di nostro figlio…A proposito, che te ne pare, cosa ne pensi di lui? Ultimamente il suo comportamento mi sembra strano, molto strano… è come se fosse sempre confuso, incerto – va bene, in un certo qual modo, lo è sempre stato – ma questa volta mi pare che stia esagerando. Eppoi ho l’impressione che sia in balia di quella – Giulia: Pende dalle sue labbra. E stavolta non vorrei contraddirti, ma credo veramente che sia succube di lei. Mi sbaglio, o non mi sbaglio? Tu tentenni: dici forse si e forse no. Eh? Che dici? Non mi rispondi… certo che sei formidabile nel dare pareri (controscena di Filippo). 

Senti, per caso ti sei stancato, o ti senti male? No, vero… capisco, sei frastornato; in casa in questi giorni, c’è stato un po’ di trambusto e di eccessivo movimento: smontavano mobili, facevano pacchi, imballavano vasellame… e speriamo che l’abbiano sistemati bene e che tutto arrivi intatto. Sai, sarei curiosa di sapere come Carlo li metterà nella nuova casa. Penso che li disporrà  come li avevo disposti io, trentacinque anni fa. Caso mai, tu dovresti suggerirglielo di fare così, ci terrei tanto tanto …In fondo siamo noi che la dovremo abitare. Cioè, volevo dire: tu, con me vicina vicina. 

Fil.- ( con voce di sonno)Beh, e se la nuova casa non fosse ancora pronta?

Cat.- Non sarebbe un disastro. Vuol dire che pazientemente aspetteremo; tanto si tratterà, ormai, di attendere solo qualche giorno, non casca mica il mondo… Su, non essere brontolone, come al solito tuo, certamente non lascerà il mobilio per strada, a marcire all’acqua al vento e al sole…. Stai tranquillo.  Eppoi, pensaci bene, a questo punto, dove andresti ad abitare, se la casa non fosse già pronta?

Fil.- … Sotto gli archi della marina!

Cat.- Ma dai, sciocco di un pessimista, anzi yin. (b.p.)  Non rispondi più? Va bene, va bene, ho capito, stai di nuovo dormendo. Allora, buona pennichella

 

Stessi effetti di luce per far tornare il ritratto, poi entrano in scena Giulia e Carlo.

 

Giu.- Dorme? (indicando Filippo)

Car.- Io l’ho lasciato che sonnecchiava. Papà sei sveglio?

Giu.- E come fa a risponderti? L’ictus non gli ha tolto pure uso della parola?

Car.- Si, certo, gli ha devastato tutto il lato destro. Ma sai, l’abitudine. (si avvicina a Filippo e lo guarda meglio) Si, dorme. 

Giu.- Ma il dottor Cocuzza cosa dice? C’è qualche probabilità di guarigione?

Car.- Per prima cosa mi dice sempre che è una testa dura; poi allarga le braccia come se sperasse solo in un miracolo.

Giu. – Per quanto riguarda la testa di coccio sono d’accordo. Ma anche se il colpo è stato tremendo, un medico non deve mai allargare la braccia. Poi deve aver pazienza, i malati non debbono essere lasciati senza speranza.  Dico, ma ti fidi di lui?

Car.- Lo ha scelto mio padre, mi scrisse il suo numero telefonico su un biglietto. Sembra che fossero compagni di scuola. E Cocuzza di pazienza ne ha avuto tanta con lui. Mi ha detto che papà aveva il colesterolo a trecento e se ne infischiava. Gli aveva prescritto la pilloletta, e non la prendeva, gli richiedeva certe analisi, e non se le faceva. Insomma è stato tosto.

Giu.- Se l’è voluta, allora.

Car.- Certo. E, come se non bastasse,  era iperteso.

Giu.- Salute! E tu non facevi nulla?

Car.- E chi ne sapeva niente. Diceva sempre di stare benissimo, di sentirsi in forma. Certo, se ci fosse stata viva la mamma…

Giu.- L’avrebbe fatto filare, vero?

Car.- In un certo qual modo, si. 

Giu.- Lo teneva in pugno?

Car.- No, no, questo no. Anzi era lui che le reggeva le redini in casa, sempre in senso buono, si capisce, perché l’adorava. Ma la mamma lo avrebbe controllato, gli si sarebbe dedicata. 

Giu.- Scusa, ora che ci penso, ma se non ci sono speranze di guarigione, perché nella sua stanza ci sono tutti quegli attrezzi da palestra?

Car.- E’ stato il fisioterapista che glieli ha comprati, dice che servono per la riabilitazione.

Giu.- Ma quale riabilitazione se è fisicamente tutto compromesso. Per me quello gli sta fregando i soldi.

Car.- No, non lo credo. E’ un bravo giovane, figurati lo porta anche nel bagno per le sue necessità. E, come vedi è sempre pulito… 

Giu.- Ma di queste cose non se ne occupa l’infermiera?

Car.- Certo. Ma anche lui… eppoi gli fa la barba e, qualche volta, gli ha tagliato anche i capelli.  

Giu.- Sarà, ma per me puzza! Beh, ormai è andato.(gesto come per dire: non conta più) Allora da dove incominciamo?

Car.- Non saprei…intanto dovremo fare portare via tutti i mobili.

Giu.- Bella scoperta!

Car.- Volevo dire: intanto che si portano via i mobili, io chiamo l’ambulanza.

Giu.- E sempre l’America che scopri. Guarda che fai, chiama subito l’ambulanza e dai anche il preavviso alla casa di riposo. Io, se non ti dispiace, mi occupo di contattare il trasportatore per  portavi via i mobili.(guarda Carlo) Tutti … come d’accordo, vero?

Car.- (tentennate) Tutti?

Giu.- Ci sono ripensamenti?

Car.- No, mai! Si, certo, ma si, tutti.

Giu.- Bene adesso telefono e lo confermerò a don Crispino- sai, può darsi che gli serva per regolarsi  su che mezzo impiegare… 

Car.- Come vuoi. E lui? (indica il padre)

Giu.- Lui? Lui cosa?

Car.- ( a bassa voce) Chi glielo dice a lui che lo portiamo in una casa di riposo per invalidi, anzicchè nella nuova casa?

Giu.- Gli diremo che ha bisogno di cure riabilitative.

Car.- ( Sempre a bassa voce) Ma ci crederà? Qui a casa, come già sai, viene il fisioterapista, privatamente, a fargli fare i movimenti adatti. Ci crederà?

Giu.- Ti ho detto che gli dirai che deve fare ulteriori  cure specialistiche. Digli anche che là c’è una grande voliera. E che diamine, non sai impapocchiare una scusa decente?

Car.- Giulia, sai, io non sono bravo a  mentirgli.

Giu.- …o non te la senti.

Car.-… mettiamola così.

Giu.- E allora che vuoi, che glielo dica io?

Car.- No, glielo dirò io, ma vorrei dirgli le cose come stanno per davvero.

Giu.- E se si prende una collera e ci resta stecchito?

Car.- Cercherò di avere tatto.

Giu.- Io non gli direi nulla. Sai i colpiti da ictus, hanno le lacrime facili…non sopporterei una scena patetica. Comunque fai pure, vuol dire che io scendo giù, e vado a comprarmi qualcosa da mangiare - intanto che tu  spifferi tutto a lui.

Car.- D’accordo, d’accordo, forse hai proprio ragione. Niente verità. Gli dirò ciò che abbiamo concordato.

Giu.- Oh, finalmente ragioni. 

Car.- Non è facile, sai.

Giu.- Lo credo, ma quando una cosa si deve fare che si faccia. A me non importa nulla, non è mio padre, ne mio parente. Ma credo che sia la cosa migliore, per te, portarlo in una casa di riposo anzicchè trascinartelo in giro. Perché nella nuova casa per adesso non può andare, qui non può più restare, dove lo porteresti allora? Non certo da me! Scordatelo! Quindi la scelta è obbligata.

Car.- Va bene, per alcuni mesi, ma dopo si potrebbe…

Giu.- Se stai ancora con me, te lo puoi completamente scordare. Non mi tengo in casa un invalido totale che puzza di cacca e di pipì. Se ci vuoi pensare tu, per conto tuo, fai pure. Portalo nella nuova casa, ma io non verrò mai da te – mi fa senso…eppoi è proprio demente.

Car.- Ma non mi dicesti che saresti venuta a stare con me, nella nuova casa?

Giu.- Esatto.

Car.- E che ti avrei ceduto la camera da letto matrimoniale, il bagno e il soggiorno per farti lo studio privato?

Giu.- Esatto.

Car.- E che ti avrei lasciata libera di fare la tua vita?

Giu.- Esatto.

Car.- E allora, forse potresti accettare…anche lui.

Giu.- Sbagliato!

Car.- Ah…Va bene, va bene, come non detto. (b.p.)  Certo, se capisce ancora, gli diamo un colpo terribile…

Giu.- …alt, alt: gli dai tu! un colpo terribile. Sei tu il figlio, e sei tu che stai prendendo tutte le decisioni…

Car.- …ma tu mi stai aiutando…

Giu.- Ah, la metti così? Ma bene! (si gira adirata, poi con calma glaciale) Certo, ti sto collaborando, ma perché mi hai supplicato di non lasciarti solo in un momento così difficile. Mi hai implorato, ricordi? (imitando Carlo) Giulia, ti prego, io sono molto scosso, vedi di aiutarmi, tu conosci tante persone. Avrei bisogno di un trasportatore, di un’ambulanza, di una casa di riposo decente, (poi aspra) di questo, di quello; e adesso mi rinfacci il mio aiuto?

Car.- Ma nemmeno per idea! Io rinfacciarti? Lo dicevo solo per farmi forza.

Giu.- … e ne hai di bisogno, bamboccio. Ciao, io scendo e cerca di sbrigarti presto, ho tanti di quegli impegni oggi…( Esce)

Car.- Stai tranquilla, mi sbrigherò presto (quasi impappinandosi. Poi rimasto solo, si aggira per la stanza, va vicino al padre, lo osserva, si china, poi si rialza e gironzolando va verso il tavolinetto dove c’è la foto della madre. Egli la guarda, l’aggiusta, la spolvera soffiandoci sopra, quindi la rimette a posto. Intanto Filippo da segni di risveglio. Carlo lo chiama piano piano) Papà, papà…sei sveglio? (lo osserva e vede che effettivamente si sta svegliando) Ti sei fatta un’altra pennichella, briccone. Lo sai che ti hanno consigliato di rimanere sveglio più che puoi. Vediamo un po’: vuoi lavarti il viso?  (Filippo fa cenno di no) vuoi bere qualcosa? ( Filippo idem) Ah, forse è l’ora delle medicine…(guarda le scatole di medicinali poggiate sul tavolino e cerca la ricetta) Già, le medicine… ecco qua: quattro gocce di questo (prende un contagocce e il flacone e ne mette quattro gocce in un bicchiere nel quale versa un dito d’acqua)…si, poi ci sono queste pillole…vediamo…certo, sono una e una (le prende dalle relative scatole e le porge al padre che prende con la mano sinistra e le ingoia con l’acqua del bicchiere delle gocce)… benissimo, sei stato bravo. Vedi che quando ti ci metti riesci a deglutire? Monellaccio! (lo minaccia col dito. Durante tutte le tirate Filippo farà adeguata controscena con viso e con la testa, ma non col corpo, che è paralizzato, farà soltanto dei piccoli movimenti col braccio sinistro. E saranno espressioni di scherno, ti rassegnazione e di rabbia, in base alle frasi che vengono pronunziate dal figlio ). E adesso ti debbo dire qual è il programmino per il mio babbino: dunque, per prima cosa chiamerò un’ambulanza che ti porterà presso la nuova Casa di Cura “Dolce Riposo”- dove hai prenotata una bella camera con vista panoramica - nella quale sarai sottoposto a nuova fisioterapia riabilitativa. E sai? Lì c’è anche una grande voliera, a disposizione dei pazienti che fanno una terapia bio-entologa-integrativa   Sei contento? Si? Bene! Vediamo, ci resterai, vediamo, vediamo… tre o quattro mesi, a seconda di come risponderà il tuo organismo. Poi ti faremo fare una visita specialistica e, se sarà positiva, ti riporteremo a casa. Non in questa, naturalmente, ma nella nuova casa  che sarà pronta, diciamo, fra venti – trenta giorni al massimo, con la tua brava volierina. Intanto, da domani,  lasceremo questa a disposizione del nuovo proprietario… e tutto senza pagare penale! Non sono un asso? Allora, sei contento? E oggi faremo portare via tutti i mobili e li depositeremo presso il magazzino di un Trasportatore di fiducia, che mi ha segnalato Giulia, nell’attesa di riportarli a casa. (qui Filippo farà un gesto come dire: ora si che siamo a posto). Allora, numero uno, fare telefonata per ambulanza…. (prende l’apparecchio e compone il numero, intanto che aspetta la risposta, spolvera di nuovo la foto di sua madre) Pronto? Croce Azzurra? Qui Moncada, ho prenotato una autoambulanza…ah sa già tutto? Allora la fa partire? Grazie. Numero due, telefonare in clinica. Sai, è meglio preavvisarli del nostro arrivo… (chiude la comunicazione, e fa un’altra telefonata) Pronto? Casa Dolce Riposo? Qui Moncada, confermo che arriviamo tra…diciamo un’ora. Grazie. ( chiude e si asciuga il sudore dalle mani e dalla fronte con un fazzoletto, come se avesse fatto un grandissimo sforzo).

 

Entra Giulia.

 

Giu.- E allora?

Car.- Tutto a posto, arriva fra poco.

Giu.- L’ambulanza, certo. Ma con lui (indica Filippo col mento)

Car.- Sai (facendo l’allegrone) ho detto a papà della clinica per il nuovo ciclo di  riabilitazione. E’ entusiasta. (controscena di Filippo come per dire: eccome).

Giu. – Ciao Filippo, come và? (Filippo resta immobile)

Car.- Scusalo è ancora mezzo addormentato.

Giu.- Ma certo, come sempre d’altronde. (apre il cartoccio e si mette a mangiare patatine)

Car.- Ma che mangi, patatine fritte? Ma ti fanno ingrassare.

Giu.- Mi andavano…ah, sta  arrivando il furgone.

Car.- Hanno fatto presto.

Giu.- Erano già per strada quando ho telefonato, fra poco saranno qui.

Cer.- Certo…certo. Allora cosa facciamo?

Giu.- Io finisco le patatine, tu, non saprei.

Car.- Io dovrei scegliere cosa portare con noi…

Giu.- …con te, prego.

Car.- …con me. Dunque (si aggira per la stanza ), dunque…dunque.

Giu.- Cerca di non trasformare quella magnifica nuova casa in una bottega di rigattiere. Stai attento!

Car.- Lo so, lo so. Mi porto l’essenziale.

Giu.- Sempre che questo essenziale sia poca roba, altrimenti, seppur provvisoriamente, non te la faccio entrare in casa mia. Chiaro?

Car.- Chiaro. (cerca d’imitarla, ma il suono gli esce chioccio, poi esce).

Giu.- Uffa! (va verso la finestra, passando vicino a Filippo che la segue con la testa, controscena adeguata) Filippo, cosa hai da guardare? Vuoi una patatina (Filippo non le risponde) Vuoi un dolcetto? Ne ho tanti in borsa? (idem) Allora cosa vuoi? Perché mi guardi così? Ce l’hai forse con me? (idem) Spero di no. Anzi sono sicura di no. E perché dovresti averla con me? La casa te l’ho fatta ed è completa – beh, quasi completa: ancora qualche cosuccia qua e là;  la penale non la paghi, il preventivo ha sforato, fin’ora,  solo del cinquanta per cento. E uno sforamento simile è un successo, credimi - domanda a chi vuoi tu. Per me è tutto okkey - ho la coscienza a posto io – Comunque se per te non lo è  pazienza, non so cosa farci. (b.p., intanto guarda fuori dalla finestra, poi come folgorata da un’idea). Senti, per caso ce l’hai con me perché credi che sposi tuo figlio e lo rovini? Stai tranquillo, tranquillissimo, perché non mi sognerei di sposarlo, ne ora ne mai, questo è certo. Vorresti sapere perché non lo sposo?  Ma per il suo bene, sicuro, anzi è sicurissimo…certo per il suo bene. Lo sai perfino anche tu che non siamo bene assortiti - io e lui.(b.p., intanto rientra Carlo – controscena di Carlo - e Giulia non se ne accorge) Va bene, te lo dico in confidenza: a letto è magnifico, ma fuori, fuori è una frana: pasticcione, timido, senza spina dorsale. Insomma, io con un tipo simile non ci saprei stare, proprio per nulla. Certo è onesto, e qualche volta questo può essere una grave colpa, sai, in certi ambienti ha lo stesso significato di fesso! Poi io frequento circoli artistici, culturalmente elevati, gente con idee e soldoni, gente che conta.  E lui, cosa fa? Guarda la televisione o va a vedere la partita di calcio. Capisci? E con una simile palla al piede…(intanto Carlo, con le mani piene di oggetti e di fogli da buttare via, rimane costernato, Giulia si accorge della sua presenza e lo aggredisce) Che fai impalato lì, origli? Spii? Sei impossibile. E’ sei veramente una palla al piede, e tu lo sai già, perché te l’ho detto mille volte e in tutte le salse. Uffa!   

Car.- Ma non era necessario dirlo a lui! (e contrariato si guarda attorno)

Giu.- Ma che siete permalosi di famiglia? Mavvia!

 

Entra il trasportatore, si chiama don Crispino.

 

Cri.- Buon giorno…era aperto…(porta uno scatolo di cartone)

Giu.- Carlo questo è don Crispino, il titolare della ditta di trasporti di cui ti parlai.

Car.- Buongiorno…piacere…si accomodi.

Cri.- Piacere mio. Scusate, da dove cominciamo?

Car.- (guardando Giulia per averne l’assenso) Dalla mia camera da letto, poi la camera matrimoniale, poi lo studio, la cucina. Qui per ultimo. Aspettiamo l’ambulanza …per lui. (indica Filippo)

Cri.- (toccandosi la fronte) Buon giorno signore, scusi non l’avevo visto. (poi  a Carlo) Ho capito. ( quindi agli ipotetici operai che aspettano fuori) Allora “carusi” si incomincia dalla camera da letto. (sta per uscire) Ah, se avete qualcosa da buttare via, metteteli in questo scatolo, lo depositeremo noi nel cassonetto della spazzatura.

Car.- Grazie lo faremo.(poi a Giulia che mangiucchia ancora) Potevi risparmiartela quella tiritera della palla al piede, almeno con lui. Sempre suo figlio sono, no?

Giu.- Uffa. E sei anche uno scocciatore.

Car.- Anche questo! (intanto, adirato, getta quello che ha in mano nello scatolo) E lei mangia!

Giu.- Già, debbo nutrirmi.

Car.- Lo vedo…ma se ingrassi?

Giu.- Sono affari miei. Poi, fra non molto, ingrasserò ugualmente.

Car.- E perché? se è lecito.

Giu.- E’ lecito. Perché sono incinta.

Car.- (gioioso) Ma è una bellissima notizia. (sta per abbracciarla, ma Giulia lo scosta)

Giu.- E’ una bella notizia, ma non per te.

Car.- Come sarebbe a dire?

Giu.- Sarebbe a dire che tu non sei il padre.

Car.- (sbalordito) Non…non …non sarei io…il… (controscena di Filippo: prima si era addrizzato, poi si lascia andare deluso)

Giu.- Già.

Car.- E allora chi è?

Giu.- Uffa quanto vuoi sapere.

Car.-  Non debbo saperlo, non credi che ne avrei il diritto?

Giu.- No.

Car.- Ma una spiegazione…almeno.

Giu.- …neppure. Ora basta, me ne vado giù a prendere…aria. (detto come se fosse una liberazione. Esce in fretta)

Car.- (basito sul posto) Questa non me l’aspettavo proprio…non sono io il padre della creatura che porta in grembo. (rivolto a Filippo) Hai sentito pà? Aspetta un bambino e io non sono il padre. Ma allora chi sono io per lei? Un burattino! Per lei sono soltanto un grande fallo e basta? Mannaggia a me, mannaggia. (si avvicina a  Filippo) Avevi ragione tu, senza amore…Ma ti giuro che ci ho provato in tutte le maniere di conquistarla: le ho fatto una corte discreta ma costante; poi per starle più vicino e per accattivarmela – visto che tu in questa casa non ci stavi bene – o almeno così dicevi - ho escogitato la scusa della nuova casa per le tue necessità, affidandole la progettazione. Quindi l’ho assecondata in tutte le sue bizzarrie architettoniche, facendole sperticati elogi alla sua bravura, al suo genio inventivo; le ho finanziando l’opera andando anche ben oltre le nostre possibilità. Poi privatamente, quando ha ceduto – o almeno mi sembrava che avesse ceduto - ho provato con la dolcezza, con l’amore carnale, la passione, la devozione, con la fedeltà. Già, si vede che era proprio unilaterale questa fedeltà.  Niente! Non ho concluso proprio niente! Lei è difficile, ma io sono un cazzone! (Filippo lo guarda senza muovere un nervo) Già, sono un grande cazzone… in verità forse lo sono sempre stato…e mi vado a innamorare di una…di una… (Si ode una voce: “Buttana!”, poi don Crispino passa attraversando lo specchio della porta, spingendo un mobile)

Cri.-… Buttana …della miseria, quanto pesa.    

Car.- (guardando il padre) Esatto, vero? (controscena di Filippo)

Cri.- ( affacciandosi dalla porta) Signore, c’è un infermiere, vuole parlare con lei.

Car.- Grazie, scendo subito. (esce)

Cri.- Signore, ma cosa le è successo? Una “colpo”, vero? (intanto prende uno scatolone) Eh, anche ad un mio amico, tempo fa,  venne una botta tale… e da che era un pezzo d’uomo così, in pochi minuti diventò “nicu nicu”. Ma non succede a tutti, sa? Ad un altro amico invece andò meglio: ora cammina e guida anche la macchina.

Coraggio, può darsi che avrà fortuna. So che va in una casa di cura, beato lei che se lo può permettere…(raccoglie qualche altro oggetto ) La speranza è l’ultima a morire. (rivolgendosi ai suoi ipotetici collaboratori) “Carusi” che facciamo, dormiamo? ( girandosi verso Filippo, poi esce) Allora tanti auguri.

 

Filippo resta solo e guarda la foto della moglie. Stessa scena del primo atto: la foto che sparisce e Caterina che compare.

 

Cat.- Che brav’uomo, vero? Certo, è stato crudo, ma a modo suo voleva confortati.

Allora ci siamo. E’ arrivato il momento. Come ti senti? ( Filippo dice col braccio: così, così).  Bene? Mi fa piacere.

Quindi adesso, abbiamo saputo che andremo in clinica, e faremo la cura - che senz’altro ti guarirà. 

Fil.-Mah…chissà… 

Cat.- Ma non essere pessimista…almeno ti farà migliorare, sicuro, vero? – poi, a fine cura, torneremo nella casa nuova.

Fil.- Mah…

Cat.-Ma insomma, che vuoi dire? E parla! (poi con dolcezza) Comunque,  riavremo i nostri mobili e riprenderemo la nostra vita in attesa di ricongiungerci – anche se tu hai una tale fretta - Certo se Carlo si sposasse saresti più contento, ma con - quella, c’è poco da illudersi … o da fidarsi. Ma lasciamo che se la sbrighino loro, sono giovani, irruenti, irriflessivi, e forse, tra un litigio e l’altro - forse - troveranno la loro strada in comune. 

Fil.- Mah…

Cat.- Certo che questa sera sei estremamente comunicativo. Beh, senti,  adesso sii sincero su questo argomento, per una volta tanto: qui, ora, ci stavi proprio bene, vero?

Fil.- Eh…(tentenna la testa)

Cat.-  E certo: di mattina ti accudiva Carlo- e faceva quello che poteva, povero figlio –  poi veniva il fisioterapista, anche lui un buon giovanotto in gamba; poi quella ragazza, l’infermiera, che quando stavi male, veniva anche di notte - che bravissima ragazza. Lo so, lo so, spesso quando ne avevi di bisogno neppure la chiamavi perché, povera giovane, dormiva placidamente. Ma cosa vuoi, di giorno faceva il suo turno in ospedale, di notte qui…Certo a Carlo tutto ciò sarà costato… magari pagava con la tua pensione - d’accordo, ma lui ti si è dedicato... A adesso dimmi la verità, la visita di qualche vicino, insomma vedere gente,  ora ti faceva piacere, no? 

Fil.- Ca certu, per consolarmi mi raccontavano tutte le loro disgrazie…

Cat.- Ma era sempre un contatto umano: Peccato, vero? Ma ormai è cosa fatta…dovrai lasciarla questa nostra vecchia casa… Invece nella nuova casa, cosa farai? Resterai alla finestra a vedere passare la gente - la vita - solo soletto, e, ormai, anche la voliera…

Fil.-  Vedremo…

Cat.-  Francamente io non ti capisco…

Fil.- C’è poco da capire… o molto.(misterioso)

Cat.- E se Carlo si sposasse con - quella, vedrai che scenate sarai costretto a vedere, degne dei migliori films americani.

Fil.- … E, se non se la sposasse… 

Cat.- … magari. Sai, qualche volta penso che con un po’ di fortuna, chi lo sa, potrebbe anche sposare una brava ragazza, senza grilli per la testa e di buona famiglia, insomma una come noi; e allora si, che e sarai sempre in compagnia. Poi verranno i nipotini, ti salteranno sulle gambe, che speriamo potrai di nuovo usare, e ti racconteranno tutte le loro faccende, i loro piccoli problemi, giocheranno con te, e vorranno il tuo aiuto per fare i compiti. Sicuro, sicuro, come prospettiva non c’è male. E io sarò, come adesso con te, sempre vicina vicina…

Fil.- Zitta, sento dei passi. Vengono ( si odono delle voci . Gioco di luci per far tornare la foto al suo posto).  

 

Entrano Carlo e Giulia.

 

Car.- Ho il diritto di sapere.

Giu.- Ancora? Insisti? Ma và!

Car.- Ma insomma, che rapporto sarebbe il nostro? Stai con me e fai figli con un altro uomo?

Giu.- E’ stato un incidente.

Car.- Lo credo bene.

Giu.- E’ stato un incidente: il preservativo s’è rotto.

Car.- (sbalordito) All’anima…

Giu.- E già, è più fornito di te.

Car.- Incredibile, allora, allora, mi hai già sostituito?

Giu.- E te lo debbo proprio dire?

Car.- ( rassegnato) Capisco. 

Giu.- Bravo!

Car.- Ma che stupito che sono stato.

Giu.- E non piangerti addosso, non lo sopporto.

Car.- Allora fra di noi tutto è finito?

Giu.- Ahò, ma sei proprio duro di comprendonio. Certo che tutto è finito, ma, sii sincero, era mai iniziata qualcosa?

Car.- Lo so. Il nostro era amore mordi e fuggi.

Giu.- Scopa e fuggi, è più esatto. Ma non ti disperare, Carlo, tu sei soltanto…  secondo. Poi nella vita non si può mai predire cosa avverrà domani (è ironica e divertita perché lo sta prendendo in giro e Carlo non lo capisce) Puoi anche avanzare di grado- chi sa? o di misura… (maliziosamente), in tal caso…

Car.- Si, con un figlio sul groppone.

Giu.- Piantala stupido! Ma non ti sei accorto che t’ho preso in giro? Non sono incinta… Però è vero, c’è un altro.(Carlo passerà da un’espressione di esultanza a un’altra d’abbattimento, idem Filippo) Tu, comunque, stai sempre in campana! Te lo dico sul serio, adesso.

Car.- Bella consolazione.

Giu.- Meglio che niente, ti pare? Ora basta Carlo, sono stufa, e per oggi abbiamo discusso abbastanza, su prendi tuo padre e scendilo giù.

Car.- Di peso?

Giu.- Ma dai, spingi la carrozzina, all’ingresso ci sono gli infermieri… di peso, ma sei proprio sciocco.

Car.- Certo, certo (è riluttante).

Giu.- Allora? Vuoi che l’ambulanza metta le radici giù? (poi con dolcezza) Dai, spingi questo brontolone, portiamolo a …curarsi. (accattivante) Dai, Sbrigati Carletto. Guarda, se facciamo presto, forse riesco a liberarmi dai miei impegni prima di sera… e, forse, dico forse, potresti venirmi a trovare… e chissà…

Car.- (guardandola con occhi sognanti) Dici sul serio? Sarebbe magnifico… una notte con te.

Giu.- E chi ti ha mai parlato di passare la notte con me. Forse, un’ora, o un minuto. O niente! Se mi fai incazzare. Su sbrigati! 

 

Primo finale:

 

Carlo si avvicina a Filippo, come se volesse prima il suo consenso, poi gira la carrozzella e la spinge verso l’uscita. Passando accanto al tavolinetto Filippo farà cenno al ritratto della moglie, come se lo volesse portare con se, ma Carlo non lo nota.

 

Giu.- ( notando il gesto di Filippo e pensando che volesse i medicinali) Carlo, vuole i medicinali ( le prende e le porge a Carlo).

Car.- (prendendoli e mettendoseli in tasca, e, non comprendendo le proteste di Filippo, continua a spingere la carrozzina verso l’uscita) Grazie Giulia. Buono papà, non t’agitare, farò piano, anzi pianissimo.  

Giu.- Ciao Filippo (facendo il gesto come per significare: andata senza ritorno).

 

Carlo e Filippo escono.

 

Cri.- ( entrando) Possiamo portare via?

Giu.- (girandosi attorno) Potete.

Cri.- ( parlando ai suoi operai che ipoteticamente stanno fuori ) Carusi, ora prendiamo questi.

Giu.- Don Crispino, il rigattiere è stato avvisato?

Cri.- Certamente, ci aspetta. (poi con un certo imbarazzo)  Scusatemi Architetto, è solo per fare le cose in regola: ma il signor Moncada, lo sa, vero?

Giu.- Sa, che cosa?

Cri.- Del rigattiere.

Giu.- Lo sa!

Cri.- Mi scusi ancora, ma Moncada chi?

Giu.- Moncada figlio, naturalmente

Cri.- E… Moncada padre?

Giu.-  Quello – ormai. (come per dire: che conta?)

Cri.- D’accordo. Bene, se Moncada…figlio di…(come per dire:figlio di buona donna!)

Giu.- Don Crispino,  sono affari suoi, non credete? E, ditemi col rigattiere…come avete fissato il prezzo?

Cri.- A forfè!

Giu.- E quanto sarebbe questo - forfait?

Cri.- Quanto basta, appena appena,  per coprire le spese di trasporto.

Giu.- …E anche per il costo di quello scrittoio del XIX ° secolo - tanto carino.

Cri.- Forse…

Giu.- … forse? Sicuro! sicuro - che mi porterete fino a casa…

Cri.- … può darsi.

Giu.- … lo vedremo.

Cri.- Vuole che ci rimetta io?

Giu.- Allora chi io? Ma andiamo, don Crispino, che in questo affare non ci rimette nessuno.

Cri.- E va bene, demonio in gonnella, ma ci rimetto veramente, parola. (esce)

Giu.- Ci rimetto, veramente, parola (gli fa il verso)… e chi ci crede è cornuto! ( inciampa nello scatolo dei rifiuti. Sta per imprecare, quando nota il ritratto di Caterina puntato verso di lei) E tu cosa guardi? Cosa vuoi? Non sei d’accordo? E dillo a tuo figlio, allora. (intanto, con noncuranza, prende il ritratto e lo getta nello scatolo, poi si pulisce le mani, quindi, ancheggiando esce di scena).

 

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Secondo finale.

Pagina 28

 

Giu.- E chi ti ha mai parlato di passare la notte con me. Forse un’ora, un minuto. O niente! Se mi fai incazzare. Su sbrigati!

Car.- Vado, vado…(si avvicina a Filippo, ma non ha il coraggio di portarlo via, anzi lo gira verso la finestra, come per fargli vedere per l’ultima volta il cortile) Senti Giulia, faccio dopo. Prima pensiamo alle altre cose.

Giu.- Sei un pusillanime. E fai come vuoi!

 

Entra Crispino

 

Cri.- Possiamo portare via anche questi?

Car.- Potete, potete.

Giu.- Don Crispino, il rigattiere è stato avvisato? (quasi tutto il dialogo che segue, verrà fatto sottovoce)

Cri.- Certamente, ci aspetta. Ma, scusatemi l’intromissione, il signor Moncada lo sa? (accenna a Filippo)

Giu.- Lo sa lui. (indica Carlo)

Cri.- Con tutto il rispetto, ma il padrone credo che sia quel signore (indica ancora Filippo), non vorrei avere guai – dopo.

Car.- Non vi preoccupate, comunque grazie per il cortese pensiero.

Cri.- Io non mi preoccupo, ma…(indica ancora Filippo)

Giu.- Chi quello? – ormai (fa cenno come per significare: non conta nulla).

Car.- Procedete don Crispino. Avanti io scendo giù a sistemare le pendenze condominiali col portiere... e faccio salire gli infermieri… Giulia, tu che fai?

Giu.- Vai, vai, adesso debbo parlare con don Crispino, dopo scendo pure io.

Car.- Bene. (scende)

Giu.- ( a Crispino che traffica con dei pacchi) E, ditemi, col rigattiere come avete fissato il prezzo?

Cri.- A forfet.

Giu.- E quanto sarebbe questo forfait?

Cri.- Giusto la spesa del trasloco.

Giu.- Più il costo di quello scrittoio del XIX° secolo – che è tanto carino.

Cri.- forse…

Giu.- Sicuro! Sicuro – che mi porterete fino a casa.

Cri.- …può darsi…

Giu.- …vedremo.

Cri.- Vuole che ci rimetta io?

Giu.- E chi io? Ma andiamo, don Crispino, in questo affare non ci rimette nessuno.

Cri.- Va bene, demonio in gonnella, ma ci rimetto veramente.

Giu.- … ci rimette! chi ci crede è cornuto. ( sta per uscire, poi vede il ritratto di Caterina e, con disprezzo lo prende e lo getta nello scatolo dei rifiuti., quindi ancheggiando esce)

Cri.- ( seguendola con lo sguardo) Già, chi ci crede è cornuto… o magari buttana!

Fil.- ( girando la sedia e alzandosi) Ben detto amico mio, ben detto.

Cri.- (sbalordito) Signor Moncada… ma … ma… parlate…camminate…il miracolo! Il miracolo!

Fil.- E’ vero, il miracolo! e me lo ha fatto san Crispino e santa Caterina.

Cri.- (uscendo di corsa) Il miracolo, Signorina Giulia… architetto… signor Carlo…il miracolo!

Fil.- Chiama, chiama – avvisali!… e sbrigati, perché si cambia itinerario! (si china e prende il ritratto della moglie e lo pulisce con la manica). E Caterina mia, sei sorpresa anche tu? Vero? Ho finto! e ti chiedo scusa, cara. Sai, però il colpetto l’ho effettivamente avuto e qualche giorno d’ospedale l’ho o fatto veramente. Poi, nell’ozio forzato, ho aguzzato l’ingegno e grazie a degli amici, ho simulato la grave malattia, ho fatto finanche il moribondo, ma solo per uscire illeso da quelle sabbie mobili in cui mi ero cacciato: “Bedda matri”, mi stavano affossando in senso metaforico e fisico. Ora ti chiedo nuovamente scusa se non sano stato sincero con te, ma l’ho fatto per essere perfettamente credibile nei panni dell’acciaccato grave…  sai, una sola parolina, e avrei potuto tradirmi e rovinare tutto. E io dovevo assolutamente sapere, e ce l’ho messa tutta, (sussurrato) arrivando anche al punto di fingere di dormire. Ma ora, “salaratu Diu”, so tutto! E so anche cosa debbo fare – adesso.

Ti prego ancora di perdonarmi, cara. Avanti, “nu baciuzzu”  ( finge di dare un bacio alla foto, mentre la posa sul tavolinetto).

Certo ne ho dovuto inventate di balle: il medico Cocuzza? Era il Ragioniere Capo in pensione Gegè Filogamo, mio ottimo amico, che mi teneva compagnia e mi aggiornava su tutti gli avvenimenti esterni; il fisioterapista? Era Alfio, il garzone del barbiere, che, oltre a sbarbarmi, mi organizzò la palestra da camera per consentirmi di fare attività fisica; l’infermiera? Era Agata, la nipote del portiere, che mi faceva la spesa e da paravento per le mie attività casalinghe: cucinare, fare le pulizie, curare la mia igiene personale, ecc. Ora, dopo questa mia  avventurosa malattia , con le idee chiare –chiarissime - ho preso le giuste decisioni: Quali? Torno al paesello, cara Caterina, proprio come mi suggeristi tu. Come faccio? Semplice: Per telefono ho contattato l’avvocato Privitera, l’attuale proprietario della vecchia casa che fu di mio padre- là, a Solarino - e gli ho proposto un affare - vantaggioso economicamente per lui, liberatorio per me. Privitera che conosco fin da bambino, ha capito la mia situazione, ed ha accettato di concludere l’affare, inclusa la clausola di un mio eventuale ripensamento dell’ultima ora – che non ci sarà! Dopodicchè, raggiunto l’accordo di massima, tramite un’Agenzia Immobiliare, abbiamo impostato il compromesso di permuta, che ora – ora – (ampio gesto per significare: dopo quanto ho visto e saputo),  firmeremo proprio qui, in questa casa -  questa sera.

Ed ecco l’affare: la mia nuova casa così com’è, con tutti i miei debiti,  contro la sua vecchia casa,  così com’è, più una piccola differenza a mio favore.

E che ne sai, Caterina mia, nella terrazza  c’è ancora la mia vecchia voliera… 

E ora andiamo a farci due risate. (prende la giacca ed esce)

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                                           LA  VENTIQUATTR’ORE

 

                                                 Commedia in due atti

 

 

                                                                  di

 

 

                                                       Antonio Sapienza

 

 

 

 

 

 

 

 

– commedia in due atti – anno 1987. personaggi: 3 m. 3 f.

Nell’anticamera dell’aldilà, un uomo incontra la moglie, che lo ha preceduto di molti anni. Essi, a causa della loro condizione, hanno la facoltà di far rivivere episodi della loro vita, non noti all’uno o all’altra, in un gustoso beccarsi ma che, nell’insieme, dimostrano che il loro matrimonio fu cementato da un amore vero.           

 

 

 

Personaggi:

 

Ercole Mazzullo……………………………..l’uomo con la ventiquattr’ore;

Ebe Mazzullo………………………………..sua moglie;

Ercole Mazzullo giovane…………………… ricordo;

Ebe Mazzullo giovane……………………….altro ricordo;

Lucy …………………………………………l’americana;

Il postino……………………………………..voglioso.

 

 

 

La scena si svolge nell’anticamera dell’aldila’.

 

 

 

 

                                                            Atto  I

 

Sulla scena e’ stata posta una panchina da giardino pubblico. Tutt’intorno la scenografia deve evidenziare l’irrealta’ del luogo: tono sfumati, tulle, ondulazioni e tutti gli accorgimenti ed effetti atti a simulare l’anticamera dell’aldila’.

All’apertura del sipario, sulla panchina e’ seduta Ebe – una donna di incerta eta’, vestita di bianco, serena in viso, calma nei gesti – intenta a districare un’improbabile lavoro a maglia.

Musica adatta per sottolineare la etereita’ del personaggio in scena, del luogo e dell’incertezza temporale ( Luce sulla panchina e penombra ai lati del palco, quindi, intanto che ci sarà il dialogo tra i due, la penombra diventerà buio).Un minuto dopo entra in scena da sinistra, Ercole Mazzullo, un distinto signore della terza eta’, elegante nel suo vestito grigio, con occhiali cerchiati in oro, giornale in tasca e ventiquattr’ore in mano. Il suo aspetto e’ ancora gradevole: viso liscio, tirato, capelli grigi ben curati, baffetti a spazzola; l’andatura e’ ancora sciolta ed elastica. Giunto nei pressi della panchina, si guarda attorno come per rendersi conto del luogo in cui si trova, poi indeciso se continuare oppure no per la sua strada, girando su se stesso e ponendosi quasi dinanzi alla donna seduta nella panchina ( la quale non alza lo sguardo dal suo lavoro, ma sa di quella presenza0, da’ un’altra occhiata intorno a se, molto pensieroso, e, infine, come se avesse finalmente deciso qualcosa, fa spallucce, posa per terra la ventiquattr’ore, sfila il giornale dalla tasca, si siede sulla punta destra della panchina e si accinge a leggere. Ebe lo guarda sottecchi, sorride ironica, poi gli rivolge la parola.

Ebe – Finalmente sei arrivato ( senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro).-

Erc.-  Prego? ( con aria di sufficienza).     

Ebe.-  Dicevo: finalmente sei arrivato.-

Erc.-  Arrivato? Scusi? ( infastidito)-

Ebe -  Arrivato qui. (sorride maliziosa)-

Erc.-   Signora si spieghi, non capisco…(finta cortesia e intanto cerca di vederla in viso)-

Ebe.-   Arrivato qui, in questo luogo…-

Erc. -   Beh, sia gentile signora, se vuole avere la cortesia di essere meno misteriosa la sto ad                                                    

ascoltare, altrimenti avrei altre cose a cui pensare, mi perdoni…-  

Ebe. -  Sempre lo stesso.-

Erc.-    Lo stesso? Ma lei mi conosce, signora? (ritenta di guardarla in viso)-

Ebe .-  Direi proprio di si, Ercole. (lo guarda in viso).-

Erc .-   (riconoscendola e sbalordendo) Ebe! Ebe, sei proprio tu?-

Ebe. -  Si caro, sono proprio io e ti stavo aspettando.(schiva un bacio e simula un abbraccio)-

Erc. -  Aspettavi me? Qui? Ma allora, anch’io…( fa il famoso gesto con la mano)-

Ebe. – E si. Allora anche tu. (fa cenno che e’ defunto)-

Erc. – Quindi ci siamo ( breve pausa) anch’io…-

Ebe. – Gia’. Era soltanto questione di tempo. Ma non essere triste. Dimmi, piuttosto, come ti senti…adesso?-

Erc.-   Mah! Bene, direi. Un po’ spaesato, confuso, certamente, ma in fondo sto bene. Certamente. sto bene. E tu? come stai tu? –

Ebe. -  Non ho da lamentarmi. (pausa, poi guardandolo, quasi ammirandolo) Ti trovo in gamba, sai?-

Erc.- ( con una punta di vanita’) Sei gentile. Si, fisicamente mi sono tenuto forma, fin o a quasi…quasi prima di…prima di venire qui. Ma tu certamente saprai, vero?-

Ebe. – Qui si sanno tante cose. Ma non tutto. Non tutto. Per esempio non so nulla degli ultimi tempi, mentre so qualcosa degli intermedi e tutto sul passato. Ma tu non badarci. Dimmi, e’ stato duro?-

Erc.- Ti riferisci a cosa?-

Ebe. – Mi riferisco a quando rimanesti solo. Senza di me.-

Erc.- E si! I primi giorni furono veramente duri. Molto duri. Poi, pian piano…-

Ebe.- …ti consolasti.-

Erc.- E cosa avrei dovuto fare? Seguirti? Continuare a piangere? Fare il vedovo inconsolabile?  Dimmi tu! ( scatta in piedi).-

Ebe.- Dai siediti, non ti scaldare come al solito tuo. Sei rimasto sempre lo stesso, non sei cambiato di una virgola. Su da bravo, siediti, qui le passioni sono ridicole. (suadente).-

Erc.- Mi spiace. Scusami tanto. Dovro’ abituarmi. D’altro canto, sono arrivato da cosi’ poco tempo…(si guarda attorno e si siede, con calma)-

Ebe.- Non ti scusare, e’ successo anche a me. Allora, ti consolasti?-

Erc.- Consolarmi propriamente no. Cercai di non pensarci spesso. Poi, col tempo…-

Ebe.- …dimenticasti.-

Erc.- No. Mai. (pausa) Pero’, si dice, il tempo rimargina tutte le ferite, anche le piu’ dolorose.-

Ebe.- Capisco. E come si chiamava?-

Erc.- Chi?-

Ebe.- La…consolazione.-

Erc.- Ma insomma quanto vuoi sapere. Cosa te ne importa? Mica ero un santo! (quasi adirato)-

Ebe-  (calmissima) Guarda che stiamo iniziando la solita scenata tra marito e moglie. Parliamone con calma se vuoi. E se non vuoi parlarne, va bene lo stesso. Ma stai tranquillo, caro.-

Erc.- Scusami ancora una volta. Trovandomi nuovamente di fronte a te, sono tornato alle vecchie abitudini. Vedi e’ stato tutto troppo improvviso. (pausa) Ma come si possono dimenticare trent’anni di vita matrimoniale.- 

Ebe.- (asciutta) Trentacinque.-

Erc.- Va bene, trentacinque, che differenza fa? Sempre una vita e’. ( breve pausa) E che vita.-

Ebe.- Bella fu la nostra vita insieme, vero? Bella e dolce.-

Erc.- Bella, si. (breve pausa) Veramente bella. (pensieroso) Ci siamo amati teneramente, ma senza possesso; per anni e per un minuto; in presenza e in assenza…-

Ebe.- (interrompendolo) E no! In assenza proprio no! Almeno da parte tua.-

Erc.- Ma…ma perche’ dici cosi’?-

Ebe.- Ercole, te l’ho detto: qui non sappiamo  nulla dei fatti recenti, ma conosciamo le cose  del passato. Ed io, quindi, conosco tutto, dico tutto, dei tuoi anni trascorsi in America senza di me. Ora capisci?-

Erc.- (cercando di dissimulare un certo imbarazzo) Sai? Va bene, sai. Ma allora dovresti anche capire. Benedetta donna, come si fa a resistere tanti lunghissimi anni  in terra straniera, clandestino, senza conoscere  bene la lingua, senza un lavoro fisso, senza nessuna sicurezza, nessuna certezza.-

Ebe.- Ehi, ehi, stai parlando con me, caro, non mi propinare i soliti discorsi. Dai sii serio.-

Erc.- Sono serio. Stavo facendo solamente il quadro della situazione.-

Ebe.- Non e’ necessario…il quadro, andiamo ai fatti: mi tradisti.-

Erc.- Appunto, cercavo di dirti che tentai di resistere, (col gesto appropriato alla frase retorica) ma 

la carne e’ debole e non ci riuscii.-

Ebe.- Povero innocente (ironizzando sulla retorica). Forse anche lotto’, e, sfortunatamente, non ci riusci’.-

Erc.- ( non comprendendo l’ironia) Beh, forse non lottai tanto, forse.: ma mi sforzai, questo si. (breve pausa) Perbacco, per voi donne e’ piu’ facile. Ma gli uomini si sa, hanno esigenze diverse, necessita’ oggettive. (guardandola in viso serio) Se vogliamo pure e semplici funzioni fisiologiche, credimi! che non hanno nulla a che fare coi sentimenti. Si fa l’atto e basta. Tutto finisce li’. Senza strascichi ne conseguenze.-   

Ebe.- Anche con Lucy fu cosi’? -

Erc.- Lucy? Quale Lucy. Non capisco (intanto tormenta il giornale).-

Ebe.- Lucy Trovato, la contabile dell’Aircraft Company, nel Connecticut, non ti dice niente questo nome?-

Erc.- Ah, Lucy, Lucy Trovaty. (b.p.) Una buona amica.-

Ebe.- E gia’. Una buona amichetta, direi. Un’amica che sapeva tenere buona compagnia  ai mariti soli soletti, poveretti…-

Erc.- E va bene, va bene. Ma, ma con lei fu un’altra cosa…-

Ebe.- Un’altra cosa?-

Erc.- Ma si, un’altra cosa. Insomma, niente di veramente serio, alla fin fine.-

Ebe.- Niente di serio? Forse cosi’? ( Ebe fa un ampio gesto con le braccio, come se volesse tracciare un cerchia nell’aria).

A seguito di quel gesto, nella parte opposta della scena - dove precedentemente, durante il dialogo dei due, saranno stati alzati, inosservati dal pubblico - i tulle di sinistra, apparira’ uno scorcio di giardino pubblico illuminato da effetto notte di luna piena. Ercole rimarra’ un attimo stupefatto, poi si alzera’ di scatto  e guardera’ interrogativamente Ebe, che lo fissera’ con la solita aria ironica facendogli segno d’aspettare che cosa’ avverra’ da li’ a un momento. Difatti, con una musica appropriata ( potrebbe essere musica americana degli anni trenta), entreranno in scena Ercole giovane e Lucy. I due, sottobraccio, passeggeranno nel giardino, guardando la luna piena.

Questa scena, recitata dall’altra parte del palcoscenico, verra’ seguita attentamente da Ercole e Ebe, i quali verranno illuminati quanto basta affinche’ si possa vedere la relativa controscena.

Luc.- Sono felice, my darly, felicissima (languidissimamente).-

Erc.- Anch’io mia cara. (passeggiando si porteranno verso la panchina. Ebe e Ercole, di conseguenza si sposteranno verso la destra del palcoscenico) Vieni, siediamoci qui.-

Luc.- Ercole…meglio Col. Sai Col, ti ho mentito (sedendosi), per essere veramente felice mi manca qualcosa.-

Erc.- So cosa ti manca, mia cara. E credo che l’avrai presto, molto presto.(sedendosi a sua volta)-

Luc.- (impaziente) Presto quando?-

Erc.- Presto. Il piu’ presto possibile. (b.p.) Sai in Italia non c’e il divorzio. Si dovra’ ricorrere all’annullamento del matrimonio.-

Luc.- Non e’ la stessa cosa?-

Erc.- Magari. (b.p.) Vedi, l’annullamento lo dichiara la Chiesa Cattolica. E tu sai come sono pignoli e lunghi i preti prima di decidere qualcosa. Ci vorra’ del tempo, sicuro, ma l’otterro’.-

Luc.- (pimpante) E ci sposeremo.-

Erc.- (quasi rassegnato, a malavoglia) E ci sposeremo.-

Luc.- Ma Col, non sei contento anche tu?.-

Erc.- Si. Si (b.p.) Ma si…e che pensavo ai miei figli…-

Luc.- Ma Col, ti immalinconisci per cosi’ poco? Farai venire qui i tuoi figli, li manderai in un College, studieranno e si faranno largo nella vita americana. Sarebbe meraviglioso, Col.- ( Ebe fa l’adeguata e marcata controscena, come a voler dire: stai fresca!)

Erc.- Ti ringrazio Lucy. Ai miei figli non saprei rinunziare. Certamente, il College sarebbe un’ottima soluzione. E adesso vieni, abbracciami.-

Luc.- (schermendosi)  Aspetta, stai buono, stiamo parlando. E dimmi, com’e’ tua moglie?-

Erc.- (staccandosi disilluso e contrariato) Ma lascia perdere mia moglie!-

Luc.- ( comprendendo lo sbaglio) Scusami darly, hai ragione, lasciamola perdere. I love you Col, my darly, my little latin lover.-

( Sempre adeguata controscena dei due: Ercole, imbarazzatissimo, vorrebbe quasi far tacere la donna, mentre Ebe sottolinea generosamente le frasi che la riguardano, intanto dal lato della  panchina si fara’ buio per pochi secondi. Quando ritorna il chiaro lunare, i due giovani si sciolgono dall’abbraccio).

Luc.- Sai Col, io ho gia’ sottocchio la nostra futura casetta. E’ un piccolo Cottage, in campagna, ed il mare non e’ molto distante. Proprio come piace a te, my darly. Dai che lo so: a te il mare piace tantissimo.-

Erc.- Eccome! Ci sono quasi nato sopra.-

Luc.- Davvero? Raccontami, voglio sapete tutto di te.-

Erc.- La nave a bordo della quale viaggiavano i miei genitori, provenienti da Tripoli, era appena attraccata al molo, quando a mia madre vennero le doglie. Appena il tempo di fare una corsa in carrozzella verso l’Ospedale, e olpa’, nacqui io.-

Luc.- ( bambinescamente, battendo la mani) Com’e’ emozionante la tua storia.-  
 Erc.- (orgogliosamente) Tutta la mia vita e’ stata avventura e pericolo. Figurati, gia’ a soli tre anni, fuggii di casa. Mi trovarono, due ore dopo, vicino al cassonetto della spazzatura, in cerca di chi sa che cosa.-

Luc.- (battendo le mani) Com’e’ eccitante.-

Erc.- (pavoneggiandosi) A dieci anni feci la mia prima dichiarazione d’amore: era una mia coetanea, ed era spiona: lo ando’ a spifferare subito alla madre, e sua madre alla mia. A quindici anni andai in Africa in cerca d’avventure…-

A questo punto fermo di scena tra i due giovani.

Ebe.- (sottovoce, con ironia) Emigrante, volevi dire, vero Col? –

Erc.- Prego, colono.-

Ebe,- E’ la stessa cosa!-

Riprende la scena fra i giovani.

Luc.- Il cottage ha un piccolo garage annesso, un fazzoletto di giardinetto, la cuccia del cane. E l’arredamento e’ quanto di meglio si puo’ trovare in questo momento in commercio: ampia cucina con frigorifero, tostapane, forno elettrico, fornello a gas a cinque fuochi, pensili laccati, tavolo regolabile e sedie stile old America.

Poi un piccolo living con radiobar, grammofono, telefono, tavolo da gioco, abatjour, sofa’, canape’.

E la camera da letto? Ah, se la vedessi, e’ un amore. Figurati, ha il letto apribile…-

Erc.- (contrariato) Come il letto apribile? Ma non si potrebbe…-

Fine della scena tra i giovani con il buio progressivo. Riprendono le luci su Ebe e Ercole che si avvicinano alla panchina lasciata libera dai giovani.

Ebe.- (sedendosi) E gia’, a lui da fastidio il letto apribile. A Col (sottolinea Col), quando viene la voglia, si deve far trovare il letto gia’ bell’e pronto per l’uso. (stizzita) Perche’ tu, il letto, lo identificavi con quell’affare… (in imbarazzo) con quell’atto, insomma con la sessualita’. ( accusatoria) Tu eri…tu eri…(offesa) Ma va la’!-

Erc.- ( contrariato) Io ero quello che ero. Ma tu chi eri? Eh, dillo chi eri!-

Ebe.- Chi ero, dillo tu.-

Erc.- Chi eri? Eri…eri un pezzo di ghiaccio, ecco cos’eri.- (incrocia le braccia e fa il broncio)-

Ebe.- Certo, capirai, se quando ti veniva la voglia non ti assecondavo subito e vogliosa, ovunque ci trovassimo, nei momenti piu’ impensati, allora per te ero un pezzo di ghiaccio.( scandalizzata) Ehi, mi hai accusato di frigidita’, capisci?-

Erc.- Non l’ho detto. Non ho detto questo. Io dico soltanto che qualche volta non partecipavi come avresti dovuto. (sconsolato, poi aggressivo) Suvvia, che vogliamo fare? Ci rinfacciamo i fatti?  E allora eccoti accontentata: Cosa facesti tu per seguirmi in America? Cosa fosti disposta a rinunziare per stare col tuo uomo? Cosa sacrificasti?-

Ebe.- (ritornando calma) Tutto avrei sacrificato per te. Tranne i figli.-

Erc.- Ecco finalmente che lo ammetti: non volesti venire da me per non lasciare i figli nemmeno per un mese. Ed io cosa dovevo fare in terra straniera, solo come un cane? Avevo o no il diritto di volere i miei affetti? I miei…insomma tutto.-

Ebe.- Tu volevi soltanto la femmina, punto e basta.-

Erc.- E non ne avevo il diritto? Avevo una moglie e non ne potevo disporne…-

Ebe.- (scandalizzata) Disporne? Ma ti rendi conto di cio’ che dici?-

Erc.- Va bene, scusa. Volevo dire: averla con me. Insomma eri o non eri la mia compagna?-

Ebe.- Lo ero, eccome. Ma tu te ne sei subito dimenticato. Tu stavi per metter su un’altra famiglia. Bigamo!-

Erc.- Ma dai, non l’avrei mai sposata.-

Ebe.- Ma saresti andato a stare con lei, (ironica) nel cottage, coi figli nel college; e la moglie nel garage! Parcheggiata!-

Erc.- Ma era soltanto un’avventura, non esagerare…-

Ebe.- Un’avventura che durava da oltre un anno, mio caro.-

Erc.- Un anno? No ti sbagli. (b.p.) Duro’ sienno’ nove, dieci mesi, poi mi rimpatriarono. Bernstein, l’ebreo o Rubinscky il polacco, mi fecero la spia. Quelli dell’immigrazione mi prelevarono da casa e, in ventiquattr’ore, ero sul Rex, con un biglietto di terza classe di solo andata. Destinazione: L’Italia fascista.

Pensa, in pochi giorni tornai indietro nella scala del progresso umano di almeno cinquant’anni.

Cosa trovai nella mia patria? Una casetta di un vano e mezzo, cucina e cesso! Niente luce elettrica, niente gas, niente elettrodomestici, niente telefono. Niente di niente. Medio Evo! Trovai il Medio Evo. (pausa) Ci crederai o no, ma l’unica realta’ buona che trovai rimpatriando, fosti tu e i nostri figli. Altrimenti avrei fatto qualche follia! Ricordi? In tutto quel poverume che ci circondava, non osai piu’ indossare uno dei miei abiti fatti su misura, da un sarto italiano di Brooklin; non osai piu’ calzare il cappello floscio di feltro; non mi misi piu’ il fazzoletto bianco nel taschino; non fumai l’ultimo sigaro avana. Che desolazione... Quando accendevi il fornello a carbone e ti vedevo soffiare, paonazza in viso, con gli occhi rossi irritati dal fumo, piene di lacrime, beh, mi veniva un magone, ma un magone che non ti dico.-

Ebe.- Certo, pensavi a Lucy che accendeva elegantemente, con un piccolo fiammifero, il fornello a gas, a cinque fuochi. Roba da signoroni coi quattrini, qui in Italia,-

Erc.- Ti prego di credermi, a Lucy non ci pensavo piu’. Pensavo solo all’America, questo si.

Sissignore, ci pensavo e mi rodevo perche’ avrei voluto mettere le mani addosso a quei luridi spioni. Berstein era il mio capo reparto all’Aircraft, e non mi poteva soffrire a causa delle mie iniziative sul lavoro che, secondo lui, lo facevano sfigurare agli occhi del nostro boss. Rubiscky voleva Lucy. E quando la ragazza mi preferi’ a lui, egli mi divenne acerrimo nemico. La gelosia avra’ spinto uno di loro a fare la soffiata, e Ercole fu impacchettato e spedito al mittente. Carogne!-

Ebe.- Ercole, non offendere nessuno. Primo perche’ e’ inutile; poi perche’ qui non si usa; terzo perche’ quei due non c’entrano col tuo rimpatrio forzato.-

Erc.- A parlato lei! Ma cosa vuoi saperne tu.-

Ebe.- Io ne so piu’ di quanto tu possa immaginare. Ti sei dimenticato, per caso, che il tuo ex compagno di stanza era mio fratello?-

Erc.- (distrattamente) Va bene, lo ricordo, e allora?-

Ebe.- Mio fratello mi scrisse: Ebe, tu stai perdendo il marito e i tuoi figli il padre. Se vuoi te lo rimando li’ in meno di un mese.

Beh, una moglie cosa doveva dire? Mi rassegno? lo perdo? fa nulla? No, certamente! (b.p.) cosicche’ gli risposi: l’aspetto! E dopo venti giorni arrivasti tu. Bello, fresco, ancora giovane, elegante.-

Erc.- Brutt…sozz…carogn… bastar… e’ sto lui? Ciccino? E su ordine tuo, di mia moglie. Oddio, oddio… che pena…-

Ebe.- Hai detto bene: che pena. Ma per me fu un vero strazio. Non crederai che il rimorso non mi pungesse il cuore, tutte le volte che ripensa a cio’ che ero stata costretta a fare? Oppure non mi rimordeva quando m’accorgevo, a volte, che eri triste e pensieroso, ben sapendo a cosa pensavi? ( b.p.) o quando ti vedevo sfiduciato e stanco, senza lavoro perche’ non volesti mai prendere la tessera del Fascio. O…quando chiamavi Johnny  il nostro Giovannino. Ero addolorata fino al midollo, si, certo. Ma ero tua moglie. Ti amavo ancora. Era un mio sacrosanto diritto difendere questo amore!-

Erc.- Ma non avevi alcun diritto sulla mia persona. Tu non potevi disporre della mia vita. Tu mi pugnalasti alle spalle! Mi usasti come un pupo e facesti di me cio’ che volevi. Ma ti sembro’ giusto farmi ingoiare l’amarezza del rimpatrio forzato? Ti sembro’ giusto farmi affogare in quella palude di nera miseria che era l’Italia di allora? Ti sembro’ giusto farci vivere, una vita di stenti, per anni, con quei pochi dollari che riuscii a portare con me? Ti sembro’ giusto il mio richiamo alle armi? E la guerra che feci…-

Ebe.- Quella la facemmo tutti, se non ti dispiace. (pausa) Ma a te ti pareva giusto che vivessimo lontani? Ti pareva giusto che i nostri figli crescessero senza padre? Ti pareva giusto che io facessi la vedova bianca?

Si, te l’ho gia’ ammesso: ho avuto il rimorso di coscienza. Ma, sono sicura, che fu meglio cosi’. (b.p.) Passati quegli anni tristi, poi, non vennero giorni migliori? Non ci amammo di nuovo intensamente? Non costruimmo una vera famiglia: unita e forte! 

Ti pugnalai, come dici tu, ma fu a fin di bene!-

Erc.- Tu mi tradisti.-

Ebe.- Co… come…ma cosa dici…(equivocando e in evidente imbarazzo).-

Erc.- (che si riferiva in un primo momento al rimpatrio, ma che poi mangia la foglia) Certo, mi tradisti pure tu, confessa!-

Ebe.- Io? Io: io fui quasi costretta. Insomma fu colpa tua.( come folgorata da un’idea).-

Erc.- Ah, tu mi tradisti e la colpa fu mia?-

Ebe.- Certo, per colpa tua. Ed ecco i motivi: uno perche’ eri assente; due perche’ eri assente da troppo tempo; tre, infine, perche’ ,non mandasti piu’ denaro. Ecco fatto!-

Erc.- Ecco fatto un corno! Anzi due! Esaminiamo i tuoi tre perche’: primo, ero assente per guadagnare da vivere per me, per te e per i nostri figli; secondo, ero assente da troppo tempo perche’ tu non volesti mai venire da me: terzo, non ho mai, dici mai, smesso di mandarsi soldi. Te li mettevo sempre nelle mie lettere i dollari, mia cara.-

Ebe.- Ed io non ricevetti piu’ ne lettere ne dollari. Perche’ non me li spedivi con un vaglia? Per non perdere tempo, immagino, perche’ eri occupato con altre persone.

Comunque fu colpa tua!-

Erc.- E vediamola allora di chi fu la colpa. Rievochiamo i fatti. Dimmi come si fa a farli rivivere. Dai, che aspetti?-

Ebe.- Si fa…si dovrebbe fare. Ma non si potrebbe fare ameno?-

Erc.- (canzonatorio) Non si puo’ fare a meno.-

Ebe.- Allora, prima promettimi che non t’arrabbierai.-

Erc.- Promesso.-

Ebe.- Bene, prova a fare cosi’.( ripete il gesto di prima)-

Erc.- ( ci prova ma non vi riesce) Non ci riesco.-

Ebe. (sorridendo) Prova, prova abbi fede e aspetta.-

Intanto che Ercole riprova per due volte, il sipario lentamente si chiude.  

   

  

 

 

                                                                     Atto  II

 

 

Stessa scenografia dell’atto precedente.

In scena vi sono Ercole e Ebe. Ercole sta tentando di far rivivere la famosa scena del tradimento di 
 Ebe.

Erc.- Tu mi stai prendendo in giro. Sto provando e riprovando da mezz’ora e non ne viene fuori nulla.-

Ebe.- Sei ancora un pivello. Dai, riprova.-

Erc.- (trionfalmente) Ecco, forse ci siamo. Certo ci siamo!-

Sulla sinistra il palcoscenico si illuminera’ e si vedra’ una parete interna di una modesta casa.

Musica italiana degli anni trenta. Dopo pochi secondi si udra’ il suono di un campanello e Ebe giovane uscira’  dal fondo e si rechera’ ad aprire la porta prevista nella citata parete. 

Ebe.- Chi e’?-

Pos.- Sono il postino signora Ebe.-

Ebe.- (aprendo) Avete posta per me, finalmente?-

Pos.- (entrando) Spiacente signora mia, ma posta per voi non ce n’e’.-

Ebe.- E allora?-

Pos.- Niente, volevo salutarvi. Sapete mi dispiace di non portarvi nulla. Veramente. Se posso fare qualcosa per voi, qualsiasi cosa, disponete di me.-

Ebe.- Voi siete molto gentile, ma non mi occorre nulla. Pazienza, forse mi porterete una lettera domani.-

Pos.- Certo che vostro marito e’ proprio un bel tipo. Come si puo’ lasciare una famiglia senza sostentamento. Poi, i figli vogliono il padre. La moglie vuole lo sposo. La donna vuole l’uomo…la femmina vuole il maschio…(intanto prende la mano di Ebe).-

Ebe.- (che ancora non ha capito le intenzioni del postino) La vita e’ questa. Bisogna faticare per buscarsi il pane. Faticare anche in terra straniera, come fa mio marito. E, forse in questo momento si trova senza lavoro. Chissa’.-

Pos.- Macche’, macche’.  Vostro marito non merita questo amore. Forse, in questo momento, egli si diverte con altre…persone, lasciando da sola e per tanto tempo una donna buona…e bella come voi.-

Ercole vecchio, intanto, fa cenno di volerglieli suonare a quel postino vigliacco. Ebe, invece, fa spallucce. 

Ebe.- ( riprendendo la scena col postino) Siete gentile, ma non esagerate, vi prego.-

Pos.- Io non esagero. Per me voi siete la donna piu’ bella del mondo, e vi desidero, vi desidero tanto (tenta d’abbracciarla).-

Ebe. – (sottraendosi all’abbraccio) Ma che fate, siete pazzo? Ci sono i ragazzi di la’.-

Pos.- Si, sono pazzo, sono pazzo di voi. Non mi respingete o saro’ anche morto. Quanto siete bella, quanto siede soda.-

Ebe.- Calmatevi, che fate? I ragazzi, i ragazzi (come se volesse proteggerli, quindi esce dal fondo seguita dal postino)

Pos.- (dalle quinte) Bella, bella…-

Ebe.- ( idem) Calmatevi vi prego.-

Pos.- ( idem) Ma che calma e calma. Il mio sangue bolle, sono cotto, sono stracotto per te. Bella, bella.-

Ercole vecchio fa un gesto disapprovazione e d’impotenza, e fa dissolvere il ricordo. Ebe abbassa gli occhi e sorride sorniona.

Erc.- E brava la mia fedelissima compagna. Col postino, proprio col postino. Ninfomane!-

Ebe.- Non insultare. (pausa) Fu, forse, un momento di debolezza. D’altronde la colpa fu tua. Mica ero di legno io. Gli anni furono troppi, mio caro. (pausa) Eppoi critica, lui, invece di ringraziarmi, perche’ il…coso…il fatto non si ripete’ piu’ ! non lo rividi piu’ quell’uomo!-

Erc.- (con molta ironia) Grazie mogliettina mia. E, come mai non lo rivedesti piu’, quell’uomo, mia cara?-

Ebe.- Perche’…perche’…insomma non si fece piu’ vedere. Forse gli cambiarono quartiere. Chissa’.-

Erc.- Te lo dico io il perche’: non lo rivedesti piu’ perche’ lo misero in galera!-

Ebe.- In galera? E tu come lo sai?-

Erc.- E’ domanda da farsi in questo luogo?-

Ebe.- Hai ragione, ora anche tu sai tutto, o quasi. Allora?-

Erc.- Allora ando’ in galera perche’ un’altra moglie, che aveva il marito in America e che non aveva…attimi di debolezza, lo denunzio’ per violenza carnale. Poi, nelle indagini, si seppe che quel tuo postino voglioso, faceva incetta di lettere provenienti dall’America, specie se erano piene di dollari.-

Ebe.- Che farabutto.-

Erc.- Ben ti sta!-

Ebe.- Comunque, fu sempre colpa tua. Se facevi i vaglia…-

Erc.- Alla buonora! (spazientito)-

Ebe.- Scusami, scusami. Ecco, mi dispiace. Hai visto? Ci siamo ricascati. Ci siamo comportati come quando eravamo …insomma come prima. L’hai notato?-

Erc.- (rabbonito) Eccome! Per un attimo mi e’ sembrato di rivivere quelle solenni scenate dei vecchi tempi. Pero’, hai visto, anch’io so far rivivere il passato.-

Ebe.- (fra se) Purtroppo. (a Ercole) E’ nostro potere, mio caro.-

Erc.- Ti dispiace se faccio rivivere qualche altro episodio della mia vita?-

Ebe.- Ci saro’ anch’io?-

Erc.- Naturalmente.

Ebe.- Con te?-

Erc.- Certamente.-

Ebe.- Ci sto, fai pure.-

Erc.- Voglio provare  a far rivivere la nostra prima notte di nozze.-

Ebe.- Noi, quella no. Mi vergogno.-

Erc. (fra se) Col postino non si vergognava. ( a Ebe) Ma dai. Mica sei una bambina. Eppoi, per noi, ormai…-

Ebe.- Mi vergogno lo stesso. Guarda, mi sento emozionata come allora.-

Ercole fa il solito gesto, e con luce e musica appropriata,  entreranno in scena, dal centro, Ebe ed Ercole, giovani sposi. Ercole porta Ebe in braccio. Musica adatta. Quasi buio.

Erc.- (mettendo per terra Ebe) Eccoci nel nostro nido, mia cara signora Mazzullo.-

Ebe.- (intimorita) Com’e’ buia questa stanza.-

Erc.- Vuoi che apra la finestra?-

Ebe.- No, preferisco di no.-

Erc.- Hai ragione mia cara. In penombra e’ piu’ romantico. Vieni,(l’attira a se) dammi un bacio.-

Ebe.- Aspetta, aspetta…per favore. (Ercole si fa piu’ audace) ti prego dammi tempo.-

Erc.- Scusami cara, scusami, ma sto aspettando da troppo tempo questo momento. Dai piccola, non aver paura. Sono io, il tuo Ercole… dai togliti questo…e quest’altro, togliti anche questa…( i vari indumenti voleranno e si poseranno verso il fondo scena, da dove saranno poi prelevati) togliti pure st’arnese…ma, accidenti, quanti ne hai?-

Ebe.- Quelli che servono a una donna, mi pare.-

Erc.- (che armeggia ancora con un busto da donna) E potevi metterne di meno. Guarda quante asole ha questo benedetto coso: non finiscono piu’. Ah, ecco fatto. (la porta fuori di scena, a sinistra. Il dialogo sara’ fatto tra le quinte) Ma che fai? Rilassati mia cara, sei rigida come una morte.-

Ebe.- Mamma ha detto che si deve fare cosi’.-

Erc.- La morta?-

Ebe.- No, la donna pronta al sacrificio.-

Erc.- Ma quale sacrificio. Che t’hanno messo in testa…dai mia cara, abbracciati a me e, lentamente, rilassati. Ecco, lo vedi? Ti stai sciogliendo…e’ l’amore questo, mia piccola Ebe, e’ l’amore che pian piano ci avvolge, ci trascina, ci porta con se, al settimo cielo, in paradiso…cosi’ mia cara, cosi’ (Ebe emettera’ un piccolo strillo)

 Fine rievocazione    

Ebe – (che ha anche lei emesso un piccolo strillo facendo finire la rievocazione)  Basta, basta cosi’. Ti prego Ercole.-

Erc.- Ma, ti sei turbata?-

Ebe.- No, mi vergogno. Basta cosi’. (b.p.) Fammi  , invece, qualcosa di romantico. Per esempio, quando mi facesti la dichiarazione d’amore, com’eri buffo.-

Solito gesto di Ercole, e sulla sinistra si vedra’ Ebe giovane che sta per stendere i panni su di un filo. Ercole giovane gironzola attorno a lei, cercando una scusa per parlarle. Ebe, prima, finge d’ignorarlo, ma dopo, vedendo che Ercole non si decide, lascia cadere per terra il cesto con le pinzette di legno. Ercole subito si precipita per aiutarla a raccoglierle.

Erc.- (impacciatissimo) Signorina, vi posso aiutare?-

Ebe.- Grazie giovanotto, siete gentile.-

Erc.- (porgendo una pinzetta) Signorina, eccone un’altra.-

Ebe.- Grazie ancora.-

Erc.- (che ha finito di raccogliere le pinzette e non si decide ad andare via e resta a guardare Ebe come imbambolato)  Signorina, posso aiutarvi?-

Ebe.- A stendere i panni? Ma questo e’ lavoro per donne.-

Erc.- Si, si certo, scusate, sono un imbecille. Scusate ancora. (scuro in volto)-

Ebe.- Ma su, non vi offendete. Ecco, potreste essermi utile reggendomi il cesto con le pinzette.-

Erc.- Signorina io vorrei parlarvi.-

Ebe.- (emozionata lascia cadere una pinzetta) Dite pure…-

Erc.- (chinandosi a raccogliere l’oggetto) Volevo dirvi…( Vedendo Ebe agitatissima) insomma se non state ferma non riesco a parlare.-

Ebe.- (arrossendo) Ma parlate, parlate pure, Io lavoro e vi ascolto.-

Erc.- (facendosi coraggio) Signorina, dal primo momento che vi ho visto mi sono innamorato di voi. Signorina Ebe, io vi amo.-

Ebe.- (bloccandosi, ma pazza di gioia) Ma se mi conoscete appena (lascia cadere la pinzetta che teneva coi denti e subito si china per raccoglierla, ma Ercole si china anche lui e nell’aiutarla, le prende le mani.).

Fermo di scena e buio. Luce su Ercole e Ebe che si trovano a destra del palco.

Ebe.- Mamma mia com’eri ridicolo.-

Erc.- Eri seria tu. Ma dai, tremavi come una foglia.-

Ebe.- Anche tu tremavi. Lo sentii quando mi prendesti le mani tra le tue./-

Erc.- Ero emozionato e anche spaventato. Temevo che mi respingessi. Eri sempre cosi’ superba…-

Ebe.- Superba io? Ma no, ero soltanto seria. E, secondo l’usanza, dovevo ignorarti. Anche se mi piacevi.-

Erc.- Quando mi dicesti di si, mi sembro’ di toccare il cielo. Ma quanta attesa per quel tanto sospirato si.-

Ebe.- Una signorina per bene non doveva dire immediatamente di si. Doveva farsi pregare.-

Erc.- Anche per farsi dare un bacio.-

Ebe.- Esattamente.-

Erc.- Ti ricordi il nostro primo bacio?-

Ebe.- Si, me lo ricorso. E se tu non lo ricordi bene, te lo faccio rivedere.-

Solito gesto di Ebe. Musica adatta. Ebe ed Ercole giovani entreranno da sinistra  e. lentamente,  passeggeranno, poi si recheranno verso la panchina ove si siederanno. Chiaro di luna. Ebe e Ercole si sposteranno a destra, restando al buio.

Erc.- Bella serata, vero? (impacciata)-

Ebe.- Bella. Ma anche la mattinata e’ stata bella. (idem)-

Erc.- Il pomeriggio poi e’ stato meraviglioso.-

Ebe.- Perche’ il tramonto no?-

Erc.- ( fra se) Ed ora che dico? L’alba fu stupenda? (poi ad Ebe) Oggi e’ stata una giornata faticosa. Abbiamo scaricato tre navi al porto. E domani le caricheremo di frumento.-

Ebe.- Si dice frumento o grano?-

Erc.- E che ne so. Forse e’ la stessa cosa. (fra se) Cosa dico ora? ( sta per dire qualcosa quando Ebe inizia a parlare, ma si blocca) Prego, prego, parlate, parlate pure.-

Ebe.- Se volete continuare voi…-

Erc.- Ma ci mancherebbe, dite, dite pure.-

Ebe.- (abbassando gli occhi) Oggi ho terminato di ricamare una tovaglia da tavola per il mio corredo da sposa…-

Erc.- Ah, si?-

Ebe.- Sapete l’ho fatta tutto a punto a giorno e anche a punto…-

Erc.- (interrompendola) Guardate quella nuvola vicino alla luna, sembra il viso di un vecchio.-

Ebe.- Ma da dove lo vedete?-

Erc,- Da qui: vedete? Il naso, il mento ( fa cenno col dito)-

Ebe.- non lo distinguo.-

Erc.- (avvicinandosi a lei) Ma e’ la’. Guardate il mio dito.-

Ebe.- Proprio non lo vedo…eppure.-

Erc.- ( avvicinando il suo viso a quello di Ebe) Guardata in questa direzione. ( resta immobile col viso che sfiora a quello di lei)-

Ebe.- (girandosi verso Ercole) Non lo distinguo, non lo distinguo…-

Erc.- (girandosi a sua volta e vedendo la bocca di Ebe vicinissima alla sua) E’…la’…proprio la’…( e sfiora con le labbra le labbra di Ebe)-

Ebe.- Io…non…vedo…ancora (resta immobile offrendogli le labbra)-

Erc.- (baciandola timidamente) Fa nulla…e’ svanito.-

Fine rievocazione.

Attimo di buio, i giovani escono e la luce riprende su Ebe e Ercole.

Erc.- E da quella volta, nuvole che rassomigliavano a dei volti umani, se ne videro tutte le sere. ( si recano verso la panchina)-

Ebe.- Ma io non li vedevo veramente. (si siede)-

Erc.- Gia’ (sedendosi a sua volta) Cosi’ io mi accostavo a te e te le indicavo, e , intanto…(sorride sornione)-

Ebe.- …mi imbrogliavi.-

Erc.- No, ti giuro, la prima volta fu vero. Non avevo malizia.-

Ebe.- (sospirando) Eh, quanti ricordi…-

Erc.- A proposito di ricordi. Dov’e’ la mia ventiquattr’ore? –

Ebe.- Li’, al tuo fianco, per terra, c’e’ una valigetta.-

Erc.- (scorgendola) Ah, eccola. (prende la ventiquattr’ore e se la poggia sulle ginocchia.)-

Ebe.- Cosa c’e’ li’ dentro?-

Erc.- Tutti i miei ricordi.-

Ebe.- Fammeli vedere.-

Erc.- (aprendo la valigetta) Eccoli.-

Ebe.- ( guardando dentro) Ma perche’ li hai portati con te?-

Erc.- Quando…quando fu, insomma quando dovevo venire qui, non avevo idea di cosa fare.

Sapevo che dovevo fare un viaggio e allora pensai: quando si viaggia si prepara la valigia o una ventiquattr’ore…(battendosi le mani sulle ginocchia) Ma no! La verita’ e’ che ci tenevo ai miei ricordi. Cosicche’ la preparai e la portai con me. (b.p.) E anche il giornale ho portato. E, guardalo, parla di me.-

Ebe.- (prendendolo) Di te? Dove?-

Erc.- (indicando il rigo) Proprio qui.-

Ebe.- (leggendo ad alta voce) Oggi il Cav. Ercole Mazzullo ha compiuto la sua ennesima marcialonga. Questa volta a Bassano del Grappa, classificandosi terzo tra gli under sessanta. Al nostro concittadino vadano i nostri complimenti e i piu’ fervidi auguri. (fine della lettura) Tutto qui?-

Erc.- ( che aveva seguito la lettura soddisfatto e con grande attenzione alle reazioni di Ebe, deluso) 

Come tutto qui? Ma, ti sembra un’impresa da nulla? Aho’, terzo in una marcialonga a carattere nazionale, ( scaldandosi) nazionale, capisci?-

Ebe.- E non ti scaldare. Mi aspettava dell’altro. Certo, un terzo posto e’ importante, ma , penso, non fino al punto di portare fin qui la copia del giornale di tanti anni fa. Ecco!.-

Erc.- (quasi scandalizzato) Ma e’ un mio ricordo.-

Ebe.- Naturale, caro. Invece ho notato che ti hanno fatto Cavaliere. Complimenti, Ercole.-

Erc.- Beh, (conciliante) quello e’ un cavalierato di gratitudine. Me l’ha affibbiato il generoso cronista. Poi, sai com’e’, gli amici, per scherzo o no, hanno continuato a chiamarmi cavaliere, e cosi’, col tempo, ci ho creduto anch’io…fino al punto di fregiarmene pubblicamente. Piccolo peccato veniale. (intanto prende qualcosa dalla valigetta e lo mostra a Ebe) Guarda, vedi? Questo e’ il mio primo milione. Te lo ricordi?-

Ebe.- Certo che lo ricordo. Brindammo una serata intera.-

Erc.- Eh, sono grandi soddisfazioni queste.-

Ebe.- Mica tanto.-

Erc.- Cosa vorresti dire?-

Ebe.- Che tutto dipende da come si guadagnano quei milioni, dipende…(allusiva)-

Erc.- Cosa insinui? Quelli furono quattrini guadagnati onestamente, mia cara.-

Ebe.- Non ne dubito. (asciutta)-

Erc.- E allora?-

Ebe.- Va bene, te lo dico. (b.p.) Non mi garbo’ mai il sistema che usasti per ottenere quel lavoro, che ti dette il tuo primo milione. Per niente!-

Erc.- Perche’, come lo ottenni, forse per raccomandazione? No, lo ottenni per le mie doti, per la mia spiccata professionalita’, per le mie capacita’ sul lavoro. Infatti presi il posto del vecchio rappresentante della Ditta, giunto ai limiti d’eta’. O quasi…-

Ebe.- O quasi. L’hai detto, e a me non sta bene quel “ quasi”. E dillo: lo silurasti.-

Erc.- Io non silurai nessuno. Fu l’Azienda a darmi la rappresentanza di quella zona, perche’ producevo moltissimo, io.-

Ebe.- Certo, soffiavi i clienti a quel poveretto…-

Erc.- Accidenti, sei sempre la stessa: acida!-

Ebe.- Adesso lo potresti anche ammettere, dai (conciliante)-

Erc.- Lo ammetto. Lo ammetto. Ma laggiu’ si usava cosi’.(fa il musone)-

Ebe.- Dai, non te la prendere. Qui mentire non serve. Avanti, fammi vedere un altro ricordo.-

Erc.- (quasi riluttante) Questo e’ il mio diploma di ragioniere.-

Ebe.- (esultante) Ci riuscisti? Ma bravissimo. Ci riuscisti, bello!.-

Erc.- (tronfio) Finalmente ci riuscii, ma quanta fatica, sapessi, quanta fatica m’e’ costato. Ho frequentato l’Istituto Parificato serale, per tre anni. Eh, me lo sono veramente sudato questo pezzo di carta.-

Ebe.- Ma queste sono le vere soddisfazioni nella vita. Bravo il mio Ercole, ti meriti un bacione.(lo bacia sulla guancia)-

Erc.- E questo e’ il mio biglietto da visita. (orgogliosamente glielo mostra)-  

Ebe.-  (legge) Rag. Mazzullo, Cav. Ercole – rappresentanze nazionali ed estere. Che bella soddisfazione Ercole mio. Ti sei fatto dal nulla, da semplice scaricatore. Ci pensi? (poi posa il biglietto nella ventiquattr’ore e scorge una busta) E quella cos’e’?-

Erc.- quella? Non ha importanza, guarda questo, invece.-

Ebe.- (interrompendolo) Lo guardero’ dopo. Dimmi cos’e’ quella busta. E’ una lettera, vero? Certo che lo e’ (la prende). Posso leggerla? Di chi e’?- 

Erc.- e’ di cosa…di quella…insomma di Lucy.-

Ebe.- Sua? Non la voglio leggere ( e la scaraventa dentro la valigetta), figurati…-

Erc.- Certo, e’ evidente, non si deve leggere, e’ privata…-

Ebe.- E invece si, si puo’ leggere.(prendendo la lettera, poi con perfidia) Ma la leggerai tu.-

Erc.- Io?, ma sono cose delicate, private, riservate…-

Eve.- … d’amore?

Erc.- Ebbene, si!-

Ebe.- (puntandogli l’indice) Leggila!.-

Erc.- (riluttante) Tanto qui…le passioni…vero?-

Ebe.- Vero! Leggi!.-

Erc.- (mangiandosi le parole) …infine essere amata da te e’ stata una vero gioia. M’hai amata con ardore e dolcezza, con passione e delicatezza, e fra le tue braccia ho quasi conosciuto l’estasi..-

Ebe.- (Mettendosi le mani alle orecchie) Basta, basta. Basta cosi’ Ercole!-

Erc.- Mi dispiace, ma l’hai voluto tu. Oddio, ma perche’ ci stiamo facendo ancora del male? Tu con quella vecchia gelosia, io con questa gelosia nuova di zecca: Tu col postino.-

 Ebe.- E allora goditi tutta la scena. Te la faccio rivedere.-

Prima che Ercole possa interloquire, Ebe fa il gesto e riapre la parete della casa di cui sopra. Da dietro le quinte si ode l’ultima battuta di Ebe e quella del postino.

Ebe.- Calmatevi vi prego.-

Pos.- Ma che calma e calma. Il mio sangue bolle. Sono cotto sono stracotto per te. Bella, bella.-

Ebe.- Lasciatemi! Uscite immediatamente! (dalla quinte si ode il suono di un energico schiaffone. Ercole vecchio e’ gongolante di gioia).-

Pos.- (entrando in scena dal fondo e tenendosi la guancia con una mano) Ma signora, siete impazzita? Mi avete quasi staccato la testa dal busto con quel ceffone. –

Ebe.- (entrando a sua volta) Davvero?-

Pos.- Davvero. Ecco, ho ancora il segno della vostra mano. (le mostra la guancia)-

Ebe.- E se non uscite subito da qui, vi lascio anche il segno dell’altra mano.-

Pos.- Ma siete di ghiaccio, non avete sangue nelle vene?-

Ebe.- E’ sangue normanno, freddo e fedele.-

Pos.- Peccato che non sia sangue francese, bello piccante e sensuale.-

Ebe.- Non puo’ essere. L’altra meta’ e’ sangue spagnolo.-

Pos.- Ottimo! Caldo, passionale…-

Ebe.-…e violento. (mostra la statuetta della liberta’ che teneva nascosta dietro la schiena.)-

Pos.- Cos’e’? Ah, e’ la statua della liberta’.-

Ebe.- (sarcastica)  Gia’, e me l’ha mandata mio marito, dall’America, per romperla in testa ai tipi come voi,  se non uscite subito da questa casa!-

Pos.- Esco, esco. Ma posso sperare? Se cambiaste idea…-

Ebe.- (gridato) Fuori!-

Pos.- (sull’uscio) E se ho da portarvi una lettera di vostro marito?-

Ebe.- Me la darete e filerete via.-

Pos.- E se non lo facessi?-

Ebe.- Misurereste i gradini della scala a testa in giu’.-

Pos.- Esagerata.-

Ebe.- Provare per credere. ( gli sbatte la porta in faccia, poi scoppia in singhiozzi violenti).

Fine rievocazione.

Erc.- Io lo sapevo, lo sapevo (a Ebe che ha il viso rigato di lacrime vere) lo sapevo. In cuor mio dicevo: non e’ vero, non e’ possibile. (abbracciandola) Tu non potevi! Ed io dovevo saperlo. Sono stato uno stupido. Potrai perdonarmi? Ti prego perdonami. (b.p.) E dimmi, l’avresti veramente buttato giu’ dalle scale?-

Ebe.- (rinfrancandosi) Hai dei dubbi?-

Erc.- No. Li ho avuti a torto, ora non piu’. Te l’ho chiesto solo per sentirtelo dire. Sei stata la piu’ buona moglie del mondo. Io, purtroppo…-

Ebe.- (troncando il discorso)…cosa mi volevi mostrare?-

Erc.- Questo: e’ il diploma di laurea di Giovannino.-

Ebe.- ( prendendo il foglio e stringendolo al petto) Il mio Giovannino, la sua laurea. Oh, Giovannino mio, ci sei riuscito, ce l’hai fatta. Mi ricordo di tutte le difficolta’ che dovette superare il mio ragazzo. Quanto scoramenti, quante crisi. E ci e’ riuscito. Ci e’ riuscito. Giovannino caro. E gli altri? Come stanno gli altri? Luisa s’e’ sposata? E Carlo?-

Erc.- Stanno tutti bene, stai tranquilla, e sono tutti sistemati. Luisa ha sposato un bravissimo giovane, e’ impiegata e guadagna il suo bravo stipendio. Carlo e’ nell’Esercito. Occupa un posto di grande responsabilita’. Insomma e’ qualcuno laggiu’.-

Ebe.- E’ sposato?-

Erc.- Si, con una ragazza continentale, insegnante di lettere. Insomma stanno veramente bene. Ed hanno due figli: Ercole di tre anni ed Ebe di uno.-

Ebe.- Due bambini… i nostri nomi. Oh cari, cari.(commossa) I nostri figli sposati, padri a loro volta, mamma che notizia, che notizia mi hai dato. Ti ricordi quando nacque Carlo?-

Erc.- E come! Per te fu un parto difficile. Stavi per morire. Due giorni in coma.-

Ebe.- E sai cosa rividi per prima cosa quando riaprii gli occhi?-

Erc.- Il soffitto? La culla? Il medico?-

Ebe.- (scuotendo il capo) No. Vidi te, che tenevi nostro figlio tra le tue enormi mani. Cosa vuoi, mi sentii pizzicare il cuore. Non seppi frenare le lacrime.-

Erc.- Piangevi per la commozione? E noi credevamo che fosse per il dolore.-

Ebe.- No macche’ dolore. Ero intenerita fino alle lacrime. Vedi? Quella scena era meravigliosa. Era talmente umana e nello stesso tempo trascendentale, quasi divina: tu che goffamente reggevi nelle tue braccia nostro figlio, come per proteggerlo dal mondo. Timoroso di stringerlo al  petto, lo guardavi con gli occhi pieni di gioia, e forse eri ancora incredulo d’essere padre. Il bambino - piccola fragile cosina inerme – che fiducioso, innocente, puro, si abbandonava a te, sicuro della tua protezione, e dell’affetto, dell’amore che traspariva dai tuoi neri occhioni. Il tutto incorniciato nella magia della controluce, che proveniva dalla grande vetrata dell’ospedale. No, non fu una scena comune.-

Erc.- Si, ero sicuramente impacciato; ma anche sbalordito, e incredulo, come tu hai giustamente detto. Mi ci volle un po’ di tempo per rendermi conto che quell’esserino petulante fosse mio figlio. (b.p.) Sai, quanto veramente presi coscienza d’essere diventato padre, mi tramarono le gambe per l’emozione e la paura. Si paura, perche’ pensavo: ce la faro’ a mantenere Ebe e il bimbo? Sarei stato capace di proteggerlo? Di dargli un avvenire? E quale avvenire? Dio che responsabilita’ mi assunsi allora. ( pausa) Guarda questa? (mostra una cravatta)-

Ebe.- La cravatta! Il mio primo regalo. Oddio non fu proprio un regalo originale. Ma sai, credevo che hai mariti si regalassero cravatte. (osservandola meglio) Comunque e’ bella. (la posa nella valigetta e vi scopre la statuetta della liberta’) La statuetta della liberta’! guarda, guarda…Ehi, con questa i ricordi sono in comune.- 

Erc.- Gia’, gia’. (richiude la ventiquatt’ore) –

Ebe.- Perche’ la richiudi? Non hai altri ricordi da mostrarmi?-

Erc.- Basta, basta. Basta cosi’. Mi sento una sciocco (b.p.) sono stato ridicolo. Solo adesso me ne rendo conto. Chissa’ cosa avrai pensato di me. E stata una stupida esibizione di vanita’. Ma fino a qualche attimo fa, essi rappresentavano qualcosa per me: la vita, l’orgoglio. Che stupido! (lascia cadere la valigetta)-

Ebe.- (chinandosi prendendola e posandola sul sedile) No, non sono stupidi ricordi. Sono ricordi umani e basta.-

Erc.- pero’ io ho dato loro eccessiva importanza. E tu, dimmi, quando fu, cosa portasti con te?-

Ebe.- Solo questo. (si toglie la fede dal dito e la mostra a Ercole) E il mio lavoro a maglia per ingannare l’attesa del tuo arrivo.-

Erc.- (prendendo l’anello ed esaminandolo) E’ la fede di nozze che ti regalai. C’e’ una scritta all’interno. E’ un po’ sbiadita…ma si legge lo stesso: Ercole a Ebe 4 aprile 1925. Che bestia che sono. Oddio che bestione. (si alza e si mette le mani nei capelli, disperato)-

Ebe.- Smettila. Smettila, senno’ mi commuovo. Vieni, raccontami come fu.-

Erc.- Come fu? (fa cenno alla morte, con le dita)-

Ebe.- Esatto.-

Erc.- Fu improvvisamente. Vedi, anche in questo sono stato piu’ fortunato di te. Tu soffristi per mesi e mesi, prima di…prima…io, invece,  me ne andai di colpo .-

Ebe.- Raccontami, coraggio.-

Erc.- Stavo per recarmi alla stazione. Dovevo trascorrere qualche giorno da Carlo. Ero in anticamera, gia’ pronto per uscire. Volli dare un’ultima occhiata alla mia persona davanti allo specchio grande. Ero ancora vanitoso. Dicevano che gli anni li portavo bene, che fossi ancora un bell’uomo, insomma. Posai la valigia per terra, mi guardai, anzi, mi ammirai; aggiustai il nodo della cravatta, mi detti una ravviata ai capelli, poi - un’acutissima fitta al petto- e zac! Piu’ nulla!-

Ebe.- Povero Ercole.-

Erc.- No, che povero Ercole, fu un bel trapasso, volendo. Oddio, ci risiamo con la vanita’.-

Ebe.- Non te ne curare, ti passera’. Tra poco vedrai tutte le cose umane col dovuto distacco.-

Erc.- Tu ci sei riuscita, vero?-

Ebe.- Si, tranne per una cosa.-

Erc.- Quale?-

Ebe.- Per l’amore! Il mio amore per te. (b.p.) Lo sai? Da tempo avrei dovuto essere dall’altra parte. (indica i veli dietro le loro spalle) Ma, per amore si puo’ ottenere anche l’impossibile: ed io l’ho ottenuto: m’hanno permesso d’aspettarti. Adesso, appena ci chiameranno, varcheremo insieme quei veli, al di la’ dei quali c’e’ il  completo oblio.-

Erc.- Ma allora, questo non e’ il di la’? insomma, voglio dire, il di la’ deve ancora venire?-

Ebe.- Il di la’ che tu intendi, e’ la’, oltre quei veli. Ecco, senti? Ci chiamano. (si ode una dolcissima musica)-

Erc.- Sento una musica…com’e’ bella. E questo profumo?-

Ebe.- Sono loro, le Presenze Amiche, che ci accolgono. Vieni, seguimi.-

Ebe, prima di attraversare i veli, lascia cadere la fedina che rotola per terra. Ercole si china, la raccoglie, l’ammira. Poi si accorge del lavoro a maglia di Ebe che e’ rimasto sulla panchina; prende anche quello e, con cura, ripone i due oggetti nella ventiquattr’ore, quindi la richiude dolcemente. Fatto cio’, si accinge a seguire Ebe, portandosi appresso la valigetta;  ma vedendo che la moglie lo guarda accennando con un sorriso alla ventiquattr’ore, egli resta un attimo indeciso, quindi, finalmente, capisce e si risolve: la poggia con molta cura sulla panchina, l’accarezza delicatamente e si allontana. Ebe gli fa un cenno affermativo con il capo. Ercole da un’ultima occhiata alla sua valigetta, quindi prende la mano che Ebe gli tende, e, insieme oltrepassano i veli.

Fine.

                                                                      

 

 

 

                                                                                                          

 

 

 

                                L’  A N I M A    D E L L A   T E R R A  

                                                           

                                                                       

 

 

                                                                                   

 

 

 

                                              Dramma   in  tre  atti

 

 

 

 

 

 

                                                               Di

 

 

 

 

 

 

                                                  Antonio   Sapienza

 

 

 

 

L’opera esprime, nello stesso momento, la realtà di due diverse civiltà agricole: quella americana e quella siciliana, della fine del diciannovesimo secolo.

Quella americana è rappresentata a sinistra del palcoscenico, quella siciliana a destra. La vicenda, sul palco, si svolge alternativamente, ma con cadenze temporali diverse; quindi, quando l’azione è a sinistra, la parte opposta del palcoscenico è al buio, e viceversa. Gli attori saranno gli stessi per ambedue le rappresentazioni..    

Comunque, sarà facoltà della regia, regolare le varie fasi dell’opera, e assegnare i ruoli, secondo le necessità della rappresentazione.

 

 

Personaggi:

 

 

 

          Carmelo  Macca / Abel Willians, agricoltori;

 

 

          Peppino, figlio di Carmelo/ Joe, figlio di Abel;

          

 

          Sara Carrubba bracciante/ Lia moglie di Joe;

 

 

          Turi/ Tom, fratelli di Peppino e di Joe;

 

 

          Za’ Ciccia Campisi, bracciante / Rosy, moglie di Tom;

 

 

          Tanu Carrubba, capociurma,padre di Sara/Bill, fratello di Joe;

         

 

          Petru, bracciante;

 

 

          Giovanni, carrettiere;

 

 

          Lucia, dieci anni, figlia di Carmelo.

 

 

E, inoltre, contadini, carrettieri e braccianti. 

 

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

 

 

                                                                     

                                                           Atto  I

 

Sulla scena, a sinistra, è stata ricostruita una scorcio di facciata di una casa di campagna con una piccola veranda lunga quanto tutta la facciata e larga due metri, con una staccionata in legno ben tenuta, con ingresso centrale, dotato di una grande zanzariera, che dà su scalini.

Su detta veranda verrà posta, nei pressi dell'ingresso, una sedia a dondolo. Altre due o tre sedie verranno sparse in fondo alla veranda stessa.

A sinistra della facciata, ci saranno grandi alberi da ombra, dai quali si partiranno due vialetti che si uniranno al centro della facciata, proprio sotto i tre gradini della veranda.

 

Sulla parete destra della scena, è ricostruita l’aia di una masseria siciliana, con la facciata di un magazzino-deposito dove si vedono, di scorcio, addossati alle pareti, vari sacchi pieni di prodotti agricoli, giare, scale e attrezzi vari. In scena, dentro detto magazzino, vi è la “ciurma” (i braccianti agricoli) che coricati sul pavimento, con guanciali di fortuna, dormono. 

 

All'apertura del sipario, con musica adatta, sulla parte sinistra, vi sarà in scena, seduto sul dondolo, Abel Williams. Egli è un vecchio solenne; barba e capelli bianchi e lunghi. Indossa sulle spalle un vecchio scialle scuro. Sulle gambe regge, ben piagato, uno scolorito plaid. Il vecchio, di tanto in tanto, con sguardo indagatore, scruta il cielo; poi torna ai suoi pensieri. Fuma la pipa. E` tardo pomeriggio

 

Dopo circa un minuto, entra in scena da sinistra Joe: Uomo sui trentacinque anni, alto e ben piantato, porta la barba, indossa pantaloni scuri, camicia rosso-mattone, panciotto nero, stivali, cappello a larghe falde calzato in testa. Egli, dopo aver percorso lentamente il vialetto, si siederà sui gradini della veranda. Si toglierà il cappello, si tergerà un po' di sudore con un fazzoletto rosso, e si porterà un filo di paglia alla bocca. Il padre, in un primo momento, assorto nei pensieri, non si accorgerà di lui. Joe dirà le prime battute guardando il cielo.

 

Joe.- Il cielo è ancora terso, padre.-

Abe.- Già.-

Joe.- Il cielo è terso ma la pioggia non tarderà a venire...( pausa ). Fra qualche giorno prepareremo per la  semina ... (pausa) Ma la terra, non ce la farà più a darci sostentamento a tutti, padre.-

Joh.- Di che vorresti lamentarti, figlio?-

Joe.- Non mi lamento, padre…ma sapete che mio fratello Ben, s’è fidanzato, e sarà sposato quando verrà la primavera...In autunno ci sarà un bambino, e l'estate prossima un altro. La terra non s'ingrandisce, padre. Non baster` più.-

Abe.- Benjamin prende moglie? Non lo sapevo. Comunque è meglio così, perché con la vita dissoluta che conduce, o prima o dopo, finirà perduto, nelle braccia di Satana.-

Joe – Padre, se si sposa la terra non basterà più, ti ripeto.-

Abel- La terra è sufficiente, Joe. I tuoi fratelli hanno portato in casa le loro mogli e la terra e` bastata. -

Jos.- C'è un limite, padre. La terra non può nutrire più di tanto. La fattoria è troppo piccola. ( alzandosi e curvandosi sul padre) Eppoi desidero tanto una terra tutta mia, padre. ( sedendosi ai piedi del padre, abbassando la testa e spezzettando un ramoscello secco ) Ho letto tante cose intorno al West, e alla terra che vi si trova... quasi per nulla...-

Abe.- ( lisciandosi la barba e pesando le parole) Se tu potessi attendere un anno, Joe. (sospirando) Se tu potessi attendere un anno, non più di due certo, allora non m'importerebbe più. Non sei il maggiore, Joe, ma ho sempre pensato di darti la mia benedizione, perche` tu prendessi il mio posto. Non so perche`, ma è così. C'è in te qualcosa di più forte, Joe; di più sicuro e più intimo.-

Joe.- Ma stanno appoderando i terreni del West, padre. Basta viverci un anno ararla un poco, costruirvi la casa, e la terra è vostra. Nessuno può più portarvela via.-

Abe.- Lo so, ne ho sentito parlare; ma pensa, se ci andassi ora io avrei tue notizie tramite qualche lettera… Se aspetti, tra un anno, al massimo due, verrei con te. Sono vecchio Joe... (pausa) Starei veramente con te, ma sul tuo capo, nell'aria. Vedrei la terra che avrai scelto, e la casa che ti fabbricherai. Sarei tanto curioso di saperlo, credilo. Troverei qualche maniera per aiutarti, di tanto in tanto. Se ti capitasse di perdere del bestiame, per esempio, forse potrei aiutarti a ritrovarlo; essendo nell'aria potrei vedere tutto da distante. Se tu aspettassi solo un po' di tempo, potrei fare così, Joe.-

Joe.- Stanno prendendosi la terra. ( contrariato) E sono già passati tre anni. Se aspetto, possono portare via tutti i buoni terreni. ( con foga) Sono affamato di terra, padre!-

Abe.- Capisco.( pausa) Forse non si tratta solo d'inquietudine... -

Jos.- Può essere. Ascoltate, padre, vi voglio raccontare quello che ho sognato stanotte: Ho sognato che mi trovavo in una grande valle a me sconosciuta. E lì, nella prateria, le avene selvagge si muovevano in onde argentee sotto un venticello fresco; le chiazze azzurre di lupini si stendevano come ombre in una chiara notte lucente. I papaveri, sulle colline laterali, erano larghi raggi di sole. La valle era disseminata da gruppi di querce... come se stessero in assemblea... Al centro troneggiava una solitaria quercia gigante, che protendeva verso di me, un braccio protettore pieno di lucenti ciocche di nuove foglie, luminose e lucenti. Mentre guardavo quella valle, sentii invadermi le vene di un caldo fluido d'amore.  E` terra mia, dissi. E i miei occhi brillarono di lacrime, mentre il cervello si empiva di questa meravigliosa idea: Mi appartiene! 

Sentivo i fiori, gli alberi e la terra, come mie creature. Devo averne cura, dissi. Era il tramonto; l'erba era umida di recente pioggia; un silenzio magico invadeva la valle; uno strano fremito mi percorse le ossa e mi gettai a terra pensando: E` mia, è mia, fino al centro della terra!

E un'esultanza, che divenne acuto spasimo, attraversò il mio corpo come un fiume ardente. Mi stesi, carponi, sull'erba e allargai le braccia in segno di possesso... Accostai il volto sull'erba bagnata, vi appoggiai la guancia, e le mie dita afferrarono l'erba bagnata: la strapparono, e la strinsero ancora, mentre i miei fianchi battevano pesantemente la terra.

Quando mi svegliai ero coperto di sudore e col ventre impregnato di sperma: Nel sogno mi ero unito carnalmente con la terra. Con la mia terra, padre.-

Abe.- ( pensieroso, quasi tra se, dondolando il capo) Non si tratta soltanto d'inquietudine...Ma si, forse potrei raggiungerti ...dopo. (pausa) Ma avrai bisogno di una donna laggiù... (pausa) Vieni Joe, metti una mano qui. ( fa poggiare la mano destra del figlio sul suo ginocchio sinistro) Mio padre ha fatto così con me. Un'usanza tanto antica non può essere sbagliata. Ecco lascia qui la mano.(Il vecchio copre con la sua mano deformata quella di Joe). Possano la benedizione di Dio, e la mia, posare su di te, figlio. Possa tu vivere nella luce del Volto e amare la tua propria vita. ( Intanto che il vecchio parla, il figlio lo guarda con aria estasiata, quindi china il capo.) Ora, Joe, puoi andare nel West, nella tua terra  protetta dalla tua quercia. Qui hai finito.- 

 

 Quindi il vecchio si alzerà faticosamente dalla sedia, aiutato da Joe, e, accompagnato dal figlio, lentamente rientrerà in casa. Joe lo sorreggerà soltanto fino alla soglia della casa. Poi ritornerà sulla veranda, calzerà il cappello, raccoglierà una pagliuzza da terra e se la porterà in bocca, quindi si risiederà sui gradini e fisserà lo sguardo assorto, verso il sole che tramonta  Musica adatta. Dopo circa un minuto, entrerà in scena Bill. Egli è un uomo di media statura, sui quarant'anni, bruno e dall'aspetto malaticcio. Veste in nero.

 

Bill.- Joe, debbo parlarti.-

Joe.- Parla.- ( continua a fissare lo sguardo lontano).

Bill.- E` importante Joe. Ti prego, stammi attento, guardami.-

Joe.- ( con una punta di sopportazione, guardandolo) Dimmi.-

Bill.- ( che ha capito l'insofferenza del fratello) E` per il tuo bene, bada.-

Joe.- Ti ascolto, Bill. ( con gentilezza).

Bill.- Ti voglio mettere in guardia, Joe.-

Joe.- Su chi?-

Bill.- Su te stesso.( pausa) Bada a quello che fai.-

Joe.- E cosa faccio?- ( guardando Bill incuriosito).

Bill.- ( passando dall'altra parte della staccionata) Ti ho visto oggi... ( impacciato, abbassando il capo).

Joe.- ( girando il capo per guardarlo) Certo che mi hai visto. Ebbene?-

Bill.- Non far finta di nulla. ( con durezza) Ti ho visto la`, nel recinto delle bestie... ( indica verso destra).-

Joe.- Bill, una buona volta, che cosa hai visto?-

Bill.- Ho visto quello che facevi nel recinto delle bestie... Tu non devi più farlo. E` cattivo quello che fai... Poi la gente potrebbe vederti...-

Joe.- Ma cos'ho fatto? Cosa potrebbe vedere la gente?-

Bill.- ( tornando al di qua dello steccato e avvicinandosi al fratello.) Poteva vedere quello che hai fatto: Come guardavi il toro mentre montava la vacca! Tu sei pazzo, per caso?-

Joe.- ( trasecolando) Ma io ho solamente incitato il toro a montarla, quella era già pronta...-

Bill.- ( facendo un sospiro) La gente potrebbe chiacchierare su di te... e sulle tue stranezze.-

Joe.- Stranezze? Bill, io voglio soltanto vitelli. Che c'è di male in questo, per la gente e per te? Lo sai che amo tutto ciò che si riproduce. Che vive e si riproduce.-

Bill.- La Scrittura dice che sono cose proibite! ( pausa) La gente potrebbe pensare, potrebbe credere che il tuo interesse sia... sia personale.-

Joe.- Ah, la gente potrebbe pensare, potrebbe credere che mi sentissi toro? E` così Bill? ( Bill annuisce) Ebbene è vero! ( Bill rimane di sasso.) Vedi, Bill, se potessi montare una vacca, per fecondarla, credi che esiterei? Bill, quel toro può impregnare venti mucche al giorno. Se il sentimento potesse impregnare una mucca, io ne potrei montare cento al giorno. Ecco quel che sento, Bill. ( pausa) Ma non capisci? Io voglio che la terra brulichi di vita. Voglio che le cose mi crescano attorno.( quasi tra se) Tutto sulla terra produce, solo io no. ( poi forte, alzando il capo verso il fratello) Bill, nel West prenderò moglie.-

Bill.- ( sbalordito) Moglie? Nel West?-

Joe.- Si, certo. Parto dopo che saranno terminati i lavori dei campi. Voglio una terra tutta mia. Voglio una valle sterminata, se mi è possibile. Voglio la vita. E lì l'avrò. Parto, Bill, con la benedizione di nostro padre.-

Bill.- E la fattoria? E... noi?-

Joe.- Voi baderete alla fattoria fino a che nostro padre resterà in vita. La terra darà abbastanza per tutti voi, per vivere bene.( pausa) Poi, se lo vorrete, potrete raggiungermi.-

Bill.- Tu hai avuto la benedizione di nostro padre. Sei tu che disponi, d'ora in poi. ( con solennità) Starò qui, come desideri, finche` sarà necessario, poi ti raggiungerò nel West.

Joe.- Se lo vorrai, Bill.-

Bill.- Io lo vorrò. (pausa) Non so cosa farà Tom: Quello senza le bestie non può sopravvivere. In quanto a Ben, beh, spero che venga, forse lì ritroverò Cristo.-

Joe.- ( come se sognasse) Eh, Ben...Ma Tom avrà tutte le bestie che vorrà, sta sicuro. L’ avremo cavalli, vacche, maiali... lì c'è terra, erba…vita.-

Bill.- Lo spero, anzi, sono certo che verrà. Comunque, sai dov'è in questo momento?-

Joe.- Nella stalla, suppongo.-

Bill.- Certo, nella stalla. E sai cosa fa? ( Joe fa cenno di no) Sta apprestandosi a vegliare la cavalla che deve partorire, dice lui, prima di notte. Ma ti sembra giusto ciò?-

Joe.- Mi sembra normale, Bill.-

Bill.- No, non è normale! La natura dev'essere lasciata  libera di fare il suo corso. ( pausa) Quello è capacissimo di restare sveglio tutta la notte per poterla aiutare in caso di necessità. Ed è cattivo. Ma lui Tom, è Tom, colui che capisce le bestie, che ci sa fare con le bestie...( sconsolato) che è tutt'uno con esse... -

Joe.- Vedi, nostro fratello, come tu hai detto bene, comprende gli animali, ma non capisce gli uomini. E sai perche`? Perche` lui ha poco da dire, e quel poco lo dice alle bestie e qualche volta a me. A lui le faccende politiche, di commercio o religiose, lo spaventano. Ed io lo capisco.-

Bill.- Ecco Tom. Ci sono novità nella stalla.

 

Entra in scena da destra Tom: stessa corporatura del fratello minore;  lunghi baffi spioventi; camminatura dinoccolata. Ha quarantadue anni e parla strascicando le parole.

 

Tom.- Ha figliato. Volete vedere il puledrino?-

Bill.- Ci vado subito. Tu non vieni Joe?-

Joe.- Vai avanti, ti raggiungerò dopo.- ( Bill esce da destra facendo un segno affermativo).

Tom.- Perche` non sei andato anche tu?-

Joe.- Ci sarà tempo. ( pausa) Tom, vado nel West. Voglio la terra. Ho la benedizione di nostro padre.-

Tom.- ( meravigliato) La benedizione? ( poi convinto) Lo immaginavo. E` giusto.(pausa) Nel West?-

Joe.- Sicuro.-

Tom.- Beh, se ci sono buoni pascoli e una mandria da curare…verrò anch’io.-

Joe.- No, voi aspetterete qui. Prima parto io. Vi chiamerò dopo... ( con imbarazzo) dopo... insomma dopo.-

Tom.- Ho capito. Dopo. E Bill lo sa? ( accennando alla destra del palco da dove e` uscito Bill)-

Joe.- Lo sa e verrà anche lui, a suo tempo.-

Tho.- ( meravigliato) Verrà nel West? -

Jos.- Così ha detto.-

Tom- Beh, devo ammettere che mi meraviglia. Bill  nel West (scuote la testa). Ma forse non verrà. Egli è molto diverso da noi e credo che le fatiche del West possano nuocergli alla salute. Lui è tagliato per la vita contemplativa, per la religione. (avvicinandosi al fratello) Sai, una volta è stato lodato dal predicatore, dal pulpito, di fronte a tutta l’assemblea. Disse quella vecchia cornacchia che Bill è un uomo forte del Signore…(ridacchia) però è debole di lombi. Ma lo sai quante volte ha fatto l’amore con sua moglie?-

Joe – Non lo so e non m’interessa.-

Tom- (come se non avesse udito la risposta del fratello) Solo quattro volte. Capisci quattro volte in cinque anni. (confidenzialmente) L’ha detto sua moglie alla mia Rosy, in un momento di confidenza…-

Joe – Sono cose che non ci riguardano, Tom.-

Tom- (come sopra) Il celibato sarebbe per lui uno stato ideale. (poi, come se avesse finalmente capito che al fratello questi pettegolezzi non lo interessano) Comunque non è questo l’importante… io parlavo della sua salute. Ma non vedi quanto è pallido? Non sta molto bene ti dico… e lui ne trae godimento. Sai cosa mi ha detto l’altra volta?-

Joe- (con sopportazione) Cosa…-

Tom – Mi ha detto che è Dio che lo vuole così sofferente… a causa dei nostri peccati. Ma di quali peccati parla? Tu ne sai nulla Joe?-

Joe- Ha le sue idee. E non ti prendere pensiero per lui e per la sua salute. Nel West l’aria è buona e, per la sua Fede troverà sicuramente qualche predicatore che lo assisterà.-

Tom – E dove andremo di preciso?-

Joe- California.- 

Tom.- ( poco convinto) California? Bene, bene. Sicuro, sicuro… Ah, senti Joe, ma sai nulla della siccità della California?-

Tho.- Siccità? Ma quelle sono solo voci messe in giro da quel vecchio pazzo di Gray.-

Tom.- E se fossero vere? Mi diceva la signora Norton che suo padre morì di  crepacuore per il dispiacere che ebbe a causa della siccità. Dice che durò dieci anni e che nel loro Ranch seccarono l'erba e le piante; morirono tutte le bestie e fu tutto un deserto. Seccò pure l'aria quella volta.(pausa) Ma forse hai ragione, la siccità non puo` durare tanto. Saranno dicerie, voci ingigantite dal tempo, dai ricordi. Forse sono fantasie. E quando partirai Joe?-

Joe - Non appena saranno terminati i lavori dei campi.(pausa) La`, oltre a tanta terra, avremo una grossa mandria…-

Tom.- Garantito Joe. Garantito: Verremo, Joe, verremo.-

 

I due entrano in casa, intanto il sole sara` tramontato. Illuminazione adatta. Si udra`, nel frattempo, una avvinazzata voce d'uomo che cantera` una malinconica canzone. La voce si affievolira` sempre piu`, man mano, che si allontanera` dalla fattoria.

 

Buio

 

 

Nella scena di destra, intanto, nell’aia, ci sarà un leggero chiarore di luna, che entrerà dalla finestra a destra del magazzino, con la porta semichiusa. Musica adatta.

In scena ci sono i braccianti agricoli. Si ode un forte russare. 

Pian piano entra in  scena, scostando la porta, Peppino Macca: alto, fisico forte, baffetti all’insù. Indossa una stretta giacca a righe, e coppola calzata in testa. Egli si sforza di riconoscere una persona tra quelle che dormono. Individuatala, vi si accosta e parla sottovoce.

 

Pep.- Sara, Sara, svegliati. Mi senti?-

Sara- ( ragazza prosperosa sui vent’anni) Sono sveglia, ma non gridare, svegli tutti. (si ode un forte grugnito e il capociurma, Tanu Carrubba, si gira di fianco) Hai v