TESTI  TEATRALI  
            (surreali...o quasi)

 

 

                                                  "  L'ulivo saraceno."

 

                   

 

Personaggi:

 

 

Gigi Amici...............................regista e attore;

Clara Gentili...........................autrice e attrice;

Paolo Curto'...................................... attore;

e, inoltre:

Un'attrice.................................. prima vicina;

un'altra attrice......................... seconda  vicina;

Un'attrice che non parla..............................Uma.

 

 

Sul palcoscenico vuoto sono stati posti degli oggetti di scena, fra i quali alcune sedie, sparse ai margini del palco, disordinatamente. Sullo sfondo s’intravvede, appena abbozzato, su un fondale in trasparente, un ulivo saraceno.

Si ode una suggestiva musica elettronica.

All'apertura del sipario, su di una sedia a sinistra, sta seduto un uomo sui quarant'anni, Gigi Amici, che sfoglia un copione; e, dall'espressione del suo viso, evincono chiari

segni d'apprezzamento o di disapprovazione, a seconda delle battute che legge.

Uno, due minuti dopo entra in scena, da destra, una donna sui trent'anni, Clara Gentili, che con passo deciso si avvicina a Gigi e, nel frattempo, con un gesto della mano sinistra da lo stop alla musica, all'operatore in cabina di regia.

Fine musica.

Cla.- Ebbene? che ne dici? (indica il copione)-

Gig.- Non saprei...  sono perplesso...-

Cla.- Perplesso su cosa?-

Gig.- Clara, lo vuoi proprio sapere? Su tutto!-

Cla.- Il solito Gigi, l'amletico Gigi, l'eterno indeciso e perplesso Gigi.-

Gig.- Ma che eterno, amletico e indeciso d'Egitto! Perplesso, sì! Guarda qua (indica qualche passo del copione), e qua. Vedi?  Va bene l'audacia, ma l'ulivo saraceno è troppo; come pure la fantasia, troppa...anche se il lavoro è interessante e non manca di una certa ironia drammatica. Eppoi...-

Cla.- Alt, fermo, stop! L'audacia? per l'ulivo? Ma, se lo disse lui stesso, il Maestro, che quella era la soluzione...-

Gig.- ... la sua soluzione.-

Cla.- Ebbene? e che c'entra, scusa? Lui disse prima di morire: L'ulivo saraceno è la soluzione dell'opera. Ma non disse altro. Morì senza aggiungere più nulla! - lo sai.

(accalorandosi)-

Gig.- Stai calma Clara. Non ti sto accusando mica di plagio. E' che qualcuno potrebbe malignare, ecco tutto.-

Cla.- E tu lascialo malignare. (acida)-

Gig.- (riflessivo) E, dimmi, che significato ha, per te, quest'ulivo?-

Cla.- ( con finta calma) Con quest'ulivo (sottolineando le parole) ho voluto significare emblematicamente, sia le nostre radici di Civiltà e di Cultura, che l'Arte e le Lettere hanno trasmesso fino a noi; (con un certo sforzo di concentrazione) sia quella crescente ramificazione artistica e letteraria - che è la coscienza e la sensibilità creatrice degli artisti e dei poeti - che ci difende dall'indifferenza per il nostro passato, dalla cecità del secolo presente, per poi proiettarsi, infine, con la penetrazione del pensiero e con la forza delle opere, nel futuro, a beneficio degli uomini a venire.  Ecco! (con sollievo) Pressappoco.-

Gig.- Il concetto è un po' confuso e generico, non ti pare?-

Cla.- Vuol dire che lo rivedrò ( con ostentata indifferenza).C'è  altro?  Ah, già "troppa fantasia" ( con ironia).  Ma la fantasia, mio caro Gigi, non è mai troppa!  Mi meraviglio, sei un artista. 

Hai detto anche : eppoi.  Allora, cos'è questo: eppoi?-

Gig.- Eppoi...eppoi, tu sei...anzi tu non sei Pirandello.  Ma come hai potuto avere la presunzione di sostituirti a lui e di scrivere la parte finale dei Giganti?  non ti tremavano le ginocchia?-

Cla.- Lascia stare la mia tremarella... La tremarella (breve pausa). E va bene, quando mi accinsi a scriverlo mi tremavano veramente le ossa, l'ammetto! Ma sai come l'ho superata? Sono andata in camera mia, ho preso un ritratto del Maestro, me lo sono messa sotto gli occhi, e gli ho detto: "Don Luigi gentilissimo, ti chiedo perdono per il sacrilegio che mi accingo a commettere. Maestro, come certamente saprai, io sono presuntuosa ( Gigi annuisce) - assai assai (sottolinea Clara), ma - sai - non è questo che mi spinge all'oltraggio, no, - proprio no.  E'...è...che sono incosciente ( confermato colla mimica da Gigi), mi piace cimentarmi, mi piace spaziare. D'altronde se non lo faccio con l'Arte, che permette la piena espansione dello spirito, - nevvero? - con che cos'altro potrei farlo?  (breve pausa) Perciò che dici, mi butto?  hai detto di si?  si? – siamo sicuri sicuri, vero?  é si! - e allora, ti prego don Luigino bello, perdonami e...aiutami - ti supplico." Ed ecco il risultato: se è buono, vuol dire che ha accolto la mia supplica d'aiuto; se non è buono...-

Gig.- …Pure l'aiuto gli hai chiesto? -

Cla.- E che credi che sono presuntuosa a tal punto?-

Gig.- Ah, no? Ma se gli hai dato anche del tu...-

Cla.- Non credo che il Maestro si sia formalizzato. In ogni caso, ecco il risultato: il lavoro ce l'hai in mano, già bell'è pronto.  L'hai letto? (Gigi fa cenno di si).  Cosa

decidi?-

Gig.- Vedi il copione non è male...no, non è male. Ma c'e' l'ombra del grande scrittore che mi fa paura... i paragoni sono, e saranno, inevitabili...-

Cla.- Certamente. Ci attireremo addosso anche molta critica, benevola e malevola. (pausa) Ora io dico (scandito): è un lavoro che può essere rappresentato? Se è si, e se ti

piace - visto che tu sei il regista e il primo attore ed hai, quindi, l'ultima parola nella decisione, - bene. Ma se, per caso, (prima con sufficienza, poi con decisione) per caso,

non ti fosse piaciuto...  ebbene lasciamo perdere, Gigi, passiamo alle prove della commedia che abbiamo in programma, - e non se ne parli più.  ( si gira di scatto e va verso la sedia messa nella parte opposta della scena, per prendere il relativo copione)-

Gigi- Ti ho detto stai calma, per favore.-

Cla.- Sono calma, molto calma…Sai una cosa Gigi, ti vorrei presentare il signor Lorenzo.(mimica di Gigi) Chi è Lorenzo? Lorenzo è l’animella, il mediocre, l’ironico cretino, persecutore di un’esistenza!

No, non  temere, non ho nessuna intenzione di rattristarti parlandoti dei miei guai. No, proprio no. I tuoi già ti bastano e pure ti avanzano. No, per carità, niente lamentazioni di sorta…. (pausa) Ora ti parlerò invece di Lorenzo teatrante, oppure di Lorenzo editore? D’accordo? (Gigi si appresta ad ascoltare con evidente rassegnazione)

Dunque Lorenzo teatrante è quel Direttore di teatro sovvenzionato, finto progressista intellettualoide, azzimato e annoiato, che non si cura di leggere i manoscritti che riceve in visione, tanto lui va sul sicuro: Prende un libro scritto da un famoso giornalista, da un magistrato, da uno scrittore sulla cresta dell’onda, lo manipola, lo riduce in testo teatrale e lo mette in scena. E Pirandello griderebbe invano: Qui si narra! Qui si marra!!

Oppure è quel Capocomico ipocrita e venale, che amabilmente ti dice: Ma brava, brava, lei scrive? Bene, bene, mi faccia avere qualcosa di suo, chissà se non potremmo mettere in scena. Ma la prego, niente imitazioni di grandi autori del passato. Sa, noi, all’imitazione preferiamo sempre l’originale. Ah, lei non imita? Ma benissimo allora, benissimo. Vediamoci, sentiamoci, chissà se in lei non ci sia nascosto un novello Pirandello. A proposito, lei, nel suo ambiente, quanti abbonamenti potrebbe piazzare? Sa, noi con duecento…si potrebbe…certamente. Si faccia sentire, eh d’accordo! (pausa)

Volete sapere di Lorenzo editore? Brevemente? Eccoti accontentato: Lorenzo è quell’editore che se non sei prima morto, non ti potrà inserire nella sua collana editoriale; perchè se sei vivo, quella collana ha sempre un piano editoriale differente rispetto al manoscritto che invii.

Infine Lorenzo, l’umanoide, che sempre si frappone, arbitrariamente, te e il tuo cammino. (pausa)-

Gig.- Calmati, calmati...Non è certamente il tuo caso…e non mi paragonerai al tuo pseudo Lorenzo?-

Cla.- Mi calmo, scusami… ti ho citato lo sfogo che mi fece un mio conoscente, autore teatrale sfortunato, che, per inciso, in questo frangente ho sentito mio. Tu non c’entri…comunque ,fine, riprendiamo con le prove? (mostra il copione)-

Gig.- Aspetta c’è tempo…Senti, capisco il tuo sfogo… - volevo dire, quello del tuo amico autore - ma tu cerca di capire il mio punto di vista: senti… ( riflettendo ad alta voce) il tuo lavoro non è male per una debuttante. E, per me, sarebbe pure rappresentabile; ma ho timore che non se ne capirà lo spirito; ho paura dell'audacia del cimento… eppoi, non so come potrebbe accoglierlo il nostro pubblico. (con rammarico  e breve pausa) Certo, ci vorrebbero quel coraggio e quella certa dose d'incoscienza che avevo tanti anni fa... bisognerebbe saper ancora osare (scandito e pausa) alla malora tutti!  e sia!  facciamolo!-

Cla.- ( girandosi sorpresa, poi dubbiosa) Davvero? Senti Gigi, per caso non lo fai perchè sono la tua prima attrice?-

Gig.- Non solo, - sta tranquilla - non solo. Lo faccio anche per me; per scrollarmi questa patina ammuffita che mi s'è appiccicata addosso; questa malinconica routine, e (sorride

compiaciuto) perchè nutro una speranza:  forse, mettendoti in scena questo lavoro, facendoti fare esperienza, potresti diventare anche il drammaturgo della nostra compagnia, chissà. 

Preciso calcolo, mia cara, preciso calcolo.-

Cla.- E' magnifico!  Splendido.( raggiante butta via il copione e l'abbraccia per un attimo) D’accordo.  Grazie. Che ne dici? la proviamo intanto che aspettiamo i compagni?-

Gig.- Ma ci servono proprio loro, i personaggi sono... vediamo... sono cinque...-

Cla.- ... Sei.-

Gig.- Sei. (riflette) Potremmo  farne una scorsa, una lettura a due...-

Cla.- No, no, ti prego... ( vezzosa) dai...-

Gig.- E va bene, cominciamo con un assaggino.  Io faccio Cotrone e tu Ilse, naturalmente...  poi ci sarebbero: Diamante, Cromo...(sfoglia il copione) Quaqueo e...-

Cla.- ... Uma.-

Gig.- Esatto. (b.p.) Okkey, tanto per provare. (consulta il copione) La prima battuta è di Diamante...-

Cla.- ... che ti do io. La seconda è tua, poi c'è la mia, cioè di Ilse.-

Gig.- Va bene, va bene, fammela rileggere... ma tu ce l'hai il copione?-

Cla.- La mia parte la so a memoria...-

Gig.- ( fischio d'ammirazione) Ma guarda, guarda... (breve stacco musicale mentre Clara gironzola in scena, contenta . Poi Gigi, senza alzare gli occhi dal copione, si rivolge all’ingegnere delle luci) Carlo dacci qualche effetto. (quello esegue) Bene. Dai Clara, 

attacca con Diamante.-

Cla.- ( Clara si concentra, poi attacca)  Io ho paura!  Ho paura!-

Gig.- Ma non c'è d'aver paura, signorina, costoro non sono propriamente dei giganti, cioè quei  tipi altissimi e grossissimi, insomma dei mostri, come forse immaginate. No,

- macchè. Sono detti giganti - così- perchè, sì! - è gente d'alta e potente corporatura, - va bene -  ma soprattutto perchè sono dei sempliciotti, quasi dei primitivi e abitano isolati dalla civiltà, - là – sulla vicina montagna.  Certo sono un po' vivaci, rumorosi, forse un tantinello esuberanti; magari qualche volta esagerano...ma se saputi prendere...

Ecco...  (con un certo imbarazzo, rivolto alla contessa Ilse) ecco...io avrei...io ho proposto loro il vostro spettacolo, - visto che da noi, in questa villa, signora contessa, non l'avete voluto recitare - in occasione del matrimonio di due di loro: Uma e Lopardo, che si celebrerà giusto oggi... Li ho facilmente convinti a festeggiare...l'avvenimento, con una recita... vi pagheranno - pure...-

Cla.- Davvero?  M'avete accontentata? Splendido!  Suvvia, Diamante, non fare la sciocca!  Quei signori saranno, pressappoco, come certi personaggi che tante volte abbiamo visto interpretare dai nostri colleghi, negli anni passati. Ti ricordi le recite dei Ditirambi?  con quei satiri, avvinazzati e osceni?  ebbene, questi giganti sono quasi come quei personaggi... forse più robusti, forse più permalosi, vero signor Cotrone? ( Gigi annuisce) Ma in fondo sono uomini, non belve. Suvvia!-

Gig.- Brava la signora contessa. ( poi a bassa voce) Ma siete ancora in tempo; datemi retta: restate con noi, recitate per noi, per i nostri spiritelli, quelli si, che vi capiranno...-

Cla.- Non scherzate, vi prego. No, non posso! L'arte si deve espandere; si deve rivolgere a tutti; deve raggiungere tutti gli uomini. Non avrebbe senso la mia vita se non fosse cosi'. Allora, signor mago Cotrone, quando si comincia?-

Gig.- Quando sarete pronti, signora contessa... ( entra un altro attore, giovane piccolino, e' Paolo Curto').

Pao.- Buongiorno a tutti. S'incomincia cosa?-

Cla.- Ciao Paolo. ( a Gigi) Gigi, ti  presento Quaqueo.-

Gig.- Ciao. ( a Clara) Vi siete già messi d'accordo, vedo...-

Cla.- Ci abbiamo provato. E' andata bene. I compagni già conoscono la parte.-

Gig.- Ora capisco quel dipinto (indica l'ulivo), gli effetti giusti di Carlo, la musica ruffiana...tutto predisposto, vero?  Ma, oltre che ingannarmi, mi vorresti rubare, forse,

anche il mestiere?-

Cla.- Ma che dici! Tu sei il regista, tu farai lo spettacolo...noi abbiamo fatto solo esercizio di memoria... e qualche piccolissima prova, Vero Paolo?-

Pao.- Verissimo. ( a bassa voce a Gigi) M'ha minacciato di brutto se non lo facevo, lo sai?-

Cla.- Spione!-

Pao.- Legittima difesa, anche a nome delle ragazze...

Cla.- A proposito, dove sono?-

Pao.- Le ho lasciate su', nel camerino. (piano a Clara) Scenderanno in tempo, stai tranquilla. (Clara annuisce)-

Gig.- Va bene, d’accordo, infidi compagni.  Continuiamo. Dunque: "Quando sarete pronti, signora contessa."-

Cla.- (riprendendo il ruolo) Siamo pronti da più di un anno, signor Cotrone. Vado di là, faccio preparare i miei compagni. (esce veramente)-

Gig.- (guardando Paolo significativamente, come a voler dire: continuiamo?) E' testarda come un mulo.-

Pao.- Che bello, una recita. Ci divertiremo anche noi, vero?-

Gig.- Zitto Quaqueo! Noi non ci divertiremo. Coi giganti non si sa mai come va a finire. Dobbiamo stare all'erta, - noi.-

Pao.- Credi che faranno loro del male?-

Gig.- Non lo so di sicuro, ma c'è da aspettarselo... magari involontariamente.. sai l'irruenza non manca di certo a quei...signori.-

Pao.- Non lo permetterò mai! non posso permettere che facciano del male alla signora contessa. Proprio no! No!-

Gig.- E allora stammi a sentire. ( lo prende in disparte e parla con lui a bassa voce, intanto che rientra Clara)-

Cla.- Siamo pronti, signor Cotrone.-

Gig.- Benissimo, signora contessa. E cosa avete deciso di recitare? ( intanto fa segno a Paolo d'uscire, come se dovesse fare una commissione urgente)-

Cla.- Ma la Favola del Figlio Cangiato, naturalmente.-

Gig.- Ah, bella storia, veramente una bella storia. Le Donne, la notte, i bambini cangiati... bellissima storia, certo...-

Cla.- Non mi sembrate entusiasta, signor Cotrone.-

Gig.- No, che c'entra l'entusiasmo, - però...-

Cla.- Però?-

Gig.- Però, non potreste,- per caso - fare una bella farsa? Sa di quelle che fa sbellicare dalle risate?-

Cla.- Voi mi offendete, Cotrone.-

Gig.- Come non detto - come non detto! -  Non volevo certo offendervi, signora. Scusate. E per farmi perdonare, vado a prendere gli ultimi accordi con i vostri futuri spettatori. Con permesso, signora contessa...  (esce)

Cla.- E' vero. Ha ragione. Sarebbe più sensato mettersi al sicuro con una bella farsa, rimediare facilmente un po' di denaro e risollevare le sorti della Compagnia.

Ma a quale prezzo?  dovrei rinunciare ai miei principi; dovrei rinunciare al giuramento fatto dopo la morte del poeta, dell'autore; dopo tanti sacrifici, imposti pure ai miei compagni, non dovrei essere più me stessa!  Ma allora avrebbe ragione Cromo: " Datti a quel poeta, metti in sesto le finanze e via". Ed io lo presi a schiaffi, quella volta, quando  me lo propose. 

Oddio come mi vergognai.  Ma nel mio più profondo intimo, capivo che aveva ragione: con questa mia ossessione li stavo rovinando. (è combattuta da diversi sentimenti, si torce le mani) E li sto ancora rovinando - è vero! Ma a questo punto, che fare? ( passeggia prima nervosamente, poi si calma, respira profondamente, parte musica sottofondo) Che strana sensazione nuova è mai - questa?  perchè mi turbo così -

oggi? cosa mi succede - qui?  Non sarà, forse, che rapportandomi con questi strani uomini, che vivono di sogni, sto conoscendo una diversa concezione della vita?  - sto

cambiando - ora! Decisamente, sì! Perchè adesso mi sento come se fossi ritornata da un lungo viaggio - di cui non ho esatta memoria; come se fossi stata risanata da una lunga

malattia -perniciosa; come se mi trovassi immersa in una dimensione - a me sconosciuta. (pausa, musica su', poi cala.) Come rinsavita. 

E' scoramento? è pietà per me stessa?  O forse questi duri mesi d'inattività, senza via d'uscita, frustranti, dolorosi, esasperanti, - oltre alla mia fibra - hanno intaccato il mio

animo - hanno scavato in me.  (pausa) Facendomi crollare... oppure...oppure m'hanno...forse...maturata. Maturata - che intuizione! che grande parola taccasana -

maturata!  Ma, maturata a tal punto, che mi trovo - ora, qui - a ripensare me stessa, l'Arte e il futuro dei miei compagni? (piccolo stacco musica)

Che sensazione: Ilse finalmente maturata. Ma è soltanto una sensazione?  No!- è certezza!  Come è' certa questa nuova visione -improvvisa: Ora so già' cosa farò'.  ( riflette) Ecco: Dopo questa avventurosa recita, li pagherò e li metterò in libertà, anche contro la loro stessa volontà; ponendo, così, fine a questa vita di stenti - per tutti.  Li slegherò dal mio destino! - tutti -marito compreso!  Sarò decisa!  E resterò io sola, -sola!  finalmente!  Sola e libera di lasciarmi fatalmente divorare da queste febbre di rimorso, di riconoscenza, di sacrificio, di purificazione – a declamare, come in un monologo, la Favola del Figlio Cangiato. (lieve stacco musica) Si! io sola!  Soltanto io: (pausa) Ultimo indomito alfiere della Poesia e dell'Arte!

Sarà la fame? fa nulla! o il freddo? non importa! i fischi? sono nel conto! la derisione?  forse.

Ma la rassegnazione, mai!-

Gig.- ( rientrando con Paolo) Allora, siamo intesi?-

Pao.- Intesi. Tutti d'accordo e intesi; ma forse è meglio: tutti intesi e d'accordo. No, forse: intesi e....-

Gig.- ...e basta! Signora contessa, i vostri ospiti vi aspettano. Gli scalognati, cioè i miei compagni, hanno eretto un palchetto secondo le direttive del vostro caratterista, il signor Cromo, e del signor Conte, il vostro riverito marito...-

Pao.- .. e abbiamo piantato un bell'albero d'ulivo saraceno, e hanno...-

Cla.- ( a Cotrone) Scusatemi, ma cosa c'entra l'ulivo saraceno con la mia Favola?-

Gig.- C'entra e non c'entra. Vedete, signora contessa, i giganti non capiscono niente di teatro. A loro bisogna dare quello che i loro sensi fanno capire. Ora se sanno che c'è un albero, sotto il quale sarà recitata una far...una favola ( Clara sta per interrompere) Lasciatemi finire, vi prego. Un palazzo, una vera casa, loro, non l'hanno mai visto; un

albero si. Per cui...-

Cla.- ...per cui, signor Cotrone, cosa mi volete nascondere? Parlate chiaro! - per favore.-

Gig.- Come volete: Ecco, l'ulivo saraceno è un espediente, è solamente una piccola precauzione che abbiamo preso noi scalognati per...  per proteggervi in caso di, come dire? In caso di necessità.  Non vi allarmate, però. Abbiamo voluto creare un diversivo,...nel caso che...insomma, se sarà indispensabile intervenire. Ma forse è troppa prudenza.

Vi prego, signora contessa, voi e i vostri compagni, farete la vostra brava recita della Favola, al resto,- vi riprego - al resto lasciate che ce ne occupiamo noi scalognati coi

nostri spiritelli.  D’accordo?-

Cla.- Spiritelli? non capisco.  (Cotrone fa un gesto per significare: lasci stare) Va bene, d’accordo, l'importante è che si recita. Vado in scena! (esce, nel contempo parte la dolce musica dell'inizio dell'atto, e si accende la parete in trasparenza da dove si vedrà Clara sul palchetto, in piedi, statuaria, con le due attrici accanto: sono le Vicine della Favola. La musica cala, effetti di luce e Clara attacca la Favola:

Entrano di notte nelle case

per le gole dei camini

come

un fumo nero.

Una povera mamma che sa?

dorme stanca della giornata;

e quelle, chinate al buio,

allungano le mani.

Un vagito! ( si accascia, mentre le Vicine stanno dritte accanto a lei, una per ogni lato). Prima Vicina:  Vero! Vero! –

Seconda Vicina: Bambino di sei mesi, come poteva? (Poi anche le donne si accoccolano ) Quando lo presi buttato - là - sotto il letto - ( si odono le voci potenti e derisorie: "Caduto, caduto.") Eh, lo so! Così dicono: caduto.

Quando lo presi era un altro!- ( Ilse si alza, poi anche le vicine si alzano e:  Non era più quello! Lo possiamo giurare!".

 

A discrezione della regia questo brano può essere recitato solo da Clara-Ilse, oppure per intero, secondo come lo utilizzò Pirandello nell'opera da cui ci si ispira. A questo punto i giganti inizieranno ad agitarsi, si udranno solo le loro voci possenti e selvagge. Poi, come se venissero aggredite, le due Vicine fuggiranno via. Resterà  in scena solo Ilse che, indomita, vorrebbe dominare il tumulto, ma vacillerà e quindi s'accascerà.  

Cot.- ( che era rimasto in scena con Paolo, ad assistere alla recita con apprensione) Presto Quaqueo, è ora d'intervenire.-

Quaqueo.- ( andando dietro il trasparente) Corro! - ( dal trasparente si vede Quaqueo che interviene) Signore e signori, un attimo d'attenzione, prego! Signori, prego! Signori! Ahu, la volete finire? (il tumulto gradualmente diminuisce fino a calmarsi del tutto) Oh, dunque, signore e signori, questo è il momento più importante della festa in onore degli sposi: L'inizio della gara mondiale di forza!

Questa è una gara tra Ercoli, Sansoni e Macisti; i gracilini e gli smidollati sono pregati di farsi da parte. Ragazzino lasciami lavorare ( ad un ipotetico seccatore). Dunque in

cosa consiste questa superba grandissima gara mondiale?

Consiste nello sradicare, dico sradicare, questo ulivo saraceno di almeno cinquecento anni, con la sola forza delle braccia! Si, avete capito bene, signori, con la sola forza delle braccia! E per vostra informazione, in America c'è riuscito solo un certo Rambo!  E qui, chi meglio dei giganti può avere tra loro un eroe, un invincibile, un forzutissimo, un semidio, un Ercole?  Avanti signori, chi si cimenta per primo?  Fatevi sotto forzuti eroi!  Al fortunato vincitore sarà data una magnifica, splendida, meravigliosa,

importantissima, unica, meritoria nei secoli, luccicante - medaglia d'oro! ( Cotrone, entrato dietro il trasparente, nel frattempo, porta via Ilse che era già accasciata sul palchetto) Buoni, buoni, uno alla volta...accidenti! buoni...calma...( tumulto che cresce, Quaqueo deve recitare come se venisse sopraffatto dalla furia dei giganti che si è riversata su di lui. Musica e luci adatte. Un minuto-due , poi tutto si placa, si spengono le luci in trasparenza, e compare in scena Cotrone che porta in braccio Ilse priva di sensi. Musica adatta.)

Cot.- Spiriti, spiritelli dei laghi, dei boschi, dei fiumi, dei castelli, delle case, dei tuguri, delle culle, delle alcove, grazie!

Sappiamo che avete lasciato - con reciproco dispiacere - Villa Scalogna. L'avete lasciata dopo aver esaudito il nostro ultimo desiderio, secondo il patto che vi abbiamo proposto.

Ma era l'ultima nostra risorsa di scalognati -credetemi! Era forse l'unico modo per proteggere queste creature di sogno, gli artisti, dall'atavica, innocente, cieca violenza dei giganti.

Grazie spiritello di Quaqueo, della Sgricia, di Mara-Mara, di Duccio, di Milordino, di Maddalena.

Grazie spirito di Cotrone, spiritello mio personale, furbo, furfantello e beffardo. Grazie e spero di rincontrarti ancora, magari dietro quell'illusione d'ulivo saraceno, da te e dai tuoi compagni materializzato, e che ha salvato la vita a questa piccola donna - a questa grande artista, destinata all'infelicità- e a tutti i suoi compagni di passione.

Perchè l'abbiamo fatto? Mah, chissà! Forse per pietà, per orrore della violenza, per solidarietà tra noi pazzi e sognatori, o forse per amore dell'Arte, chi lo sa.

Grazie spiritelli di sogno, di capriccio, di fantasia, di pazzia, di desiderio, d'allegria.

Grazie. E' stato bello convivere a villa Scalogna. Ci siamo divertiti in fondo, noi e voi. ( pausa) Ora che non ci sarete più, spero che questi teatranti ci ricompenseranno dei nostri tesori d'immaginazione e di follia, smarriti insieme a voi; e, forse,- chi lo sa' - ci potranno anche aiutare a ritrovarli.

Grazie spiritelli, ovunque voi siate in questo momento di patetico commiato.  Addio.-

 

Entra Uma, è abbigliata da sposa, in modo stravagante. Ha in mano un fazzoletto sudicio con quali si terge gli occhi di pianto.  Segue Cotrone che porta Ilse in braccio.  Alla fine della tirata, Cotrone la nota e dimostra una certa apprensione.) 

 

Uma?!  ( Uma fa si con la testa) Cosa vuoi? ( Uma fa cenno alla Contessa) Vuoi lei? ( Uma fa cenno di no) E allora? ( Uma accenna con le braccia alla ninna nanna ad un bambino) Il bambino? ( Uma annuisce) La Favola? ( Uma fa vigorosamente cenno di si con capo) Vuoi sapere come finirà la Favola? ( Uma sorride e fa di si col capo) Seguici, allora. ( riprende il cammino ed esce di scena, seguito, docilmente, da Uma. Finisce la musica ed entra dicorsa Quaqueo inseguito, ipoteticamente, da Lopardo)

 

Pao.- Lopardo, ti giuro che non ne ho più! quella medaglia era la sola che avessi: te lo giuro (accenna al giuramento) non mi credi?  Ah non mi credi? – (tra se) Non mi crede! - Ed ora che faccio? Ditemi che faccio?  Questo vuole la medaglia ... o la mia pelle. Se almeno ci fosse il mio spiritello...Spiritello spiritello mio, dove sei?  Mi hai già abbandonato? Te ne sei andato via? Si? No? Allora sentimi, ti prego, se non sei troppo lontano, fammi quest'ultimo favore - un ultimo desiderio ad un prossimo sicuro imminente morituro: fammi avere un'altra medaglia per questo energumeno che mi sta strozzando. Ti prego spiritello, fa presto, non tergiversare. Intervieni ora o mai più. ( si ode una musica adatta, effetti di luce, e Quaqueo si fruga addosso, prima timidamente, poi sempre più febbrilmente, finchè in una delle tante tasche del suo buffo vestito, non trova la medaglia tanto desiderata.  Quaqueo la prende con due dita e con un sospiro di sollievo, l'offre a Lopardo.

Rientrano Gigi, Clara e la comparsa che faceva Uma.)

Gig.- Paolo? che fai?  perchè sei rimasto in scena?-

Pao.- Mi stava strozzando.-

Cla.- Chi?-

Pao.- Il suo promesso sposo. ( indica Uma)-

Gig.- Chi Lopardo?-

Pao.- No, mia sorella! Certo che era lui: Lopardo in persona: tutto ossa e muscoli.-

Cla.- ( ironica) E cosa voleva? la sua sposa?-

Pao.- No, la medaglia. O gliela davo o m'accoppava.-

Cla.- Quale medaglia?-

Pao.- Quella della gara mondiale di forza, no?.-

Cla.- Ah... la gara... (guarda Gigi interrogativamente)-

Pao.- ( fecendo segni d'evidenza) Già, quella.-

Gig.- E tu?-

Pao.- Glielo data, perbacco!-

Gig.- ( fa cenno a Clara: s'è impazzito?) Ah, gliel'ha data. Ma certo, è giusto, gliel'ha data, eh?...-

Pao.- Naturale.-

Gig.- Certo, giusto, tutto naturale: ( guarda Clara, sospira rassegnato) L'ulivo saraceno, l'illusione, l'arte – la fantasia: scherzi di Don Luigino, eh?  Clara? ( Clara alza le spalle) Beh, pausa ragazzi, andiamo a prendere un caffè. Spegni Carlo e vieni con noi.-

Gli attori escono di scena, musica adatta, Carlo spegne, ma nel buio, sul palco, luccica,

qualcosa, come se fosse, appuntata sul petto di qualcuno, la medaglia di Lopardo.

 

Sipario.

 

Fine.

 

                                                       

                                                      IL  SUPPLICE

 

 

                                                              

                                                  Commedia  surreale

 

 

                                                 In  tre  atti  e  prologo

 

 

 

Sinossi: Dei gruppi di ragazzi, davanti ad una discoteca, altercano tra di loro; un giovane, Corrado, lieder dei Librini, viene colpito alla testa, e resta a terra gravemente ferito e viene soccorso da un misterioso vecchio barbone. Il giovane, come conseguenza del colpo subito, identifica il vecchio con il mago Merlino e gli si presenta come Artù di Bretagna. Da lì, in virtù dei “poteri” del misterioso barbone, si innesca una vicenda surreale: La ricerca del Santo Graal ad opera dei cavalieri di Re Artù. Durante una lotta contro le forze del male, il giovane  Artù-Corrado, viene nuovamente colpito alla testa e, conseguentemente - risoccorso dal vagabondo- ritorna alla dimensione reale, ma con reminiscenze dell’avventura vissuta, e con tante domande da fare e tante risposte da esigere.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

Supplice, nel prologo;

Kore, nel prologo;

 

poi:

 

Vecchio barbone;

Corrado ………..dei Librini  ;

Nello………………..”

Roberto ………….... “

Toty………………..”

Franz……………… “

Angela……………. “ 

Livia……………… “

Pietrino ( mimo - o giovane down- piccolo folletto, smilzo, vivacissimo, ingenuamente furbo, sempre pronto a buttarsi nella mischia, facendo confusione e pasticci. Egli non parla, ma dirà una sola battuta, nel terzo atto).

  

Simo, capo degli Arrapats ; 

Ranocchia, capo degli Spietati;

1° buttafuori;

2° buttafuori.

                  

E, inoltre, ragazzi e ragazze “Spietate” e  “Arrapats”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                         Prologo

 

Sulla scena al semibuio si vedrà muovere una figura umana. Sembra irrequieta, e guarderà spesso verso l’alto. Poi, sempre dall’alto arriverà un cono di luce che illuminerà la figura. Essa sarà quella di un uomo vecchio, vestito con una logora tunica.

 

Supplice – Supplico te Kore - figlia di Demetra signora delle messi, e del sommo Zeus padre degli dei.

Te, sposa del signore degli inferi Hades. 

Te Kore, che dalla terra primaverile sprigioni i germogli dei frutti, dono degli Dei agli uomini mortali.

Te invoco, protettrice della città fondata da Trittolemo - dove mio padre mi fece nascere - e che fu consacrata a te a tua madre, il cui culto fu stabilito per onorarvi.

Te, che con la Madre delle messi, fondaste il Sacro Culto, ascolta questo tuo devoto servo che ti implora, ti supplica, che brama la tua benevolenza, o protettrice degli Eleusini.

Te imploro, Kore, mostrati e ascoltami.-  

Voce-  Parla o Supplice?-

Supplice – Si, parlo, Kore mia protettrice e signora dell’Eternità...-

Kore – (interrompendolo) Supplice, lo sai, che sono Kore, figlia di Demetra solo per i quattro mesi primaverili, e nei restanti otto mesi sono Persefone, sposa di Hades e Regina dell’Ade? -

Supplice- Si lo so, ma per me sei sempre l’adorata Kore di quando ero in vita, ma ti venero anche come Persefone, qui nell’Ade.-

Kore – Bene così. E dimmi, cosa desideri?- 

Supplice - Regina, desidero che tu mi permetta di andare sulla terra dei viventi, anche per un solo giorno.

Kore- Ma ti ho già accontentato una volta, quando volesti scendere per comporre una opera sul Re dei barbari.-

Supplice- Come sempre hai ragione grande Regina, ma adesso mi pulsa la necessità di riscrivere quella storia, e stavolta la voglio comporre sotto un’altra forma più semplice, meno impegnata, forse anche allegra. Fammi la grazia, ti prego.-

Kore – Tu non puoi chiedermi ciò che non è in mio potere. E sai che Hades è irremovibile.-

Supplice- Ti supplico, Regina, intervieni. Io ti sono stato sempre fedele, ho sempre rispettato i tuoi riti, ho fatto le offerte, le libagioni, ho mantenuto il segreto dei Sacri Misteri che ci furono prescritti, in tuo onore e di tua madre Demetra.

In considerazioni alle mie opere, dei miei sacrifici, e ai meriti acquisiti, sarò pur degno di una eccezione. 

Poi, grande Regina, nella città dove vorrei andare, i suoi abitanti hanno eretto- in memoria del tuo rapimento e delle regali nozze, e, soprattutto per onorarti- una grandissima fontana in una grande piazza, dove sei raffigurata tu, mia signora, nell’attimo in cui Hades, tuo sposo e Re degli inferi, ti rapisce per farti sua sposa.

Siete stati scolpiti con sembianze di giovani corpi, belli, forti, armoniosi. 

Sai? è un’opera molto degna di un Re e di una Regina, molto grande- scolpita non nel marmo, come la prima, ma con un materiale che gli uomini hanno inventato e che è, credo, molto costoso, il quale rende meglio del marmo egiziano più pregiato- allo scopo di onorarti come meriti, insieme al tuo sposo. 

Credimi mia Signora; e, sai? Come quei cittadini  come chiamano quest’opera d’arte? La chiamano “Il Ratto di Proserpina” nome col quale i romani ti riconoscono e ti onorano.

La vuoi vedere?-

Kore – Ah, si, la vedo. Mi piace. Sei un adulatore, Supplice, e mi stai inducendo a fare un’altra eccezione. Spero che Hades non si irriti con me. Ma se andrai chiederò a Calliope, Erato, Melpomene e Talia, d’esserti vicino e d’ispirarti.- 

Supplice – Per questa volta mi servirebbe solo l’ispirazione di Erato, perché comporrò un’opera lieve, adatta a dei giovani, e ci sarà anche l’amore, e… -

Kore – Amore? Ti sei rivolto a Eros? (allarmata) -

Supplice – Mai sia! Non ti farei mai uno sgarbo simile. Allora grande Regina, mi lasci andare?-

Kore – Acconsento, vai. Ma, ora che ci penso, non chiederò neanche a Erato di ispirarti… per prudenza; poi, per quello che hai in mente di comporre, tu non ne hai certo bisogno. Vai, ma, ti ammonisco, il tuo soggiorno sia brevissimo… e in incognito, non vorrei che quest’eccezione arrivasse alle orecchie di Hades. Anzi vai subito, prima che torni il mio sposo, perché, dopo, io non potrò far più nulla per te.

Ecco, vedo un vecchio laggiù che sta per raggiungerci nell’Ade, presto, prendi il suo posto.-

Supplice – Volo, mia Signora e sappi che la mia gratitudine sarà immensa e eterna. Ti onorerò mia Regina con l’opera che dedicherò a te.-

Kore – Tu conosci l’arte del blandire, poeta. Vai.-   

                                                      Atto  Primo

 

A sipario chiuso, inizierà la musica d’apertura, dolce, suadente. Pochi minuti e il sipario si apre.

Sul palco sarà stata ricostruito uno scorcio di piazza con una viuzza laterale. Al centro dello scorcio ci sarà l’entrata di una discoteca. In scena, man mano, con musica sempre crescente, entreranno gli Arrapats (cinque, sei ragazzi e ragazze)  e quindi gli Spietati (ancora cinque o sei ragazzi e ragazze). A margine della quinta di destra, entra un vecchio mendicante che svolge i suoi cartoni e vi si accuccia sopra e guarda attorno con aria di grande curiosità, poi vede i ragazzi e fa un ampio gesto comprendendoli tutti. 

 

Vecchio- Eccoli, i miei personaggi. Incominciamo lo svolgimento, ma molto cautamente.- 

 

Infatti, subito dopo, tutto diventa atmosfera da sogno. I ragazzi danno inizi al ballo. Simo e Ranocchia guidano la coreografia, che a poco a poco, seguendo la musica si affievolisce. A questo punto, dalla discoteca escono due buttafuori che li incitano allo “sballo”.

 Gioco di luci per tutta la durata dell’operazione.

 

1° buttafuori – Olè, olè, olè,

                        siamo forse qui per il pianto?

                        O  non ci siamo per lo schianto?

                        Ehi, ragazzi svampiti, per provare

                        emozioni, se  vi va di shiokkare,

                        su, avanti, entrate!

                         

2° buttafuori -   Su, su, su,

                         Dentro si fa un pieno da sballo,

                         basta un soldo e già sei in ballo,

                         e un’estasi… d’evasioni

                         vi aspetta qui - fikettoni.

                         Suvvia,  dai, entrate.

 

Insieme -          E’ già pronto  il vostro festino

                         tra il sesso, il fumo e il vino

                         - oggi, qui. Presto, “beddi valenti”.

                         Ehi, non fate gl’indifferenti.

                        Avanti, dai, entrate!

 

2° buttafuori -  Olè, olè, olè,

                         ragazzi da sballo,

                            

1° buttafuori -  Su, su, su,

                        col “mito” a cavallo.-

(eventualmente ripetuta più volte)

 

Riprende la musica sempre più viva e forte. Coreografia fatta da tutti i ragazzi ai quali si unisce sopraggiunto gruppo del Librino, con Corrado in testa e con Pietrino che balla goffamente. Poi la musica scema e finisce, mentre i gruppi affluiscono nella discoteca. Intanto Corrado scorge nei pressi della viuzza, il vecchio barbone raggomitolato nei cartoni, come se già dormisse. Ranocchia, ancora in scena, vestita da Yuppie, dondolandosi, sta per accendersi uno spinello, quando nota il barbone, quindi, come colta da improvvisa idea, si china e cerca di dare fuoco ai cartoni dove il vecchio è accoccolato. Corrado che seguiva incuriosito tutta la scena, a questo punto interviene.

 

Corrado – (avvicinandosi decido) Ehi, che fai? Spegni quel fiammifero.-

Ranocchia – ( guardando sbalordita il ragazzo che è intervenuto) Toh! Un altro cavaliere senza macchia e senza paura.- (continua la sua azione)-

Corrado – Spegni quel fiammifero, per favore.-

Ranocchia - E se non volessi? (si brucia le dita) Ahi! -

Corrado - … ti bruceresti le dita…-

Ranocchia – (accingendosi ad accendere un altro fiammifero con aria di sfida) Vediamo ora cosa ne dici, bamboccio!-

Corrado - Sii cortese, spegni quel fiammifero, non cerco rogne, ma non permetterò che tu faccia del male - a quel poveretto. Lascialo in pace, ha già i suoi problemi…-

Ranocchia – E tu che ne sai?-

Corrado – Non lo so, lo immagino…

Ranocchia -…lo immagina…il cavaliere senza macchia…-

Corrado - … e senza paura…dai spegni.-

Ranocchia- Manco per il cavolo ( si china e accende il cartone)-

Corrado – ( fermandola energicamente e spegnendo la fiamma; intanto sono usciti i Librini  in cerca di Corrado, Pietrino lo indica saltellando) Ti ho detto di non farlo!-

Ranocchia – Cornuto e sbirro! Ti fai forte perché siete in sette contro una. Battiti da solo, bamboccio! (prende posizione).

Corrado – Ti ho già detto che non cerco rogne. Vattene via. (poi, ai suoi amici, e impedendo vistosamente l’intervento di Pietrino) E voi state lontani. (alla ragazza) …vai via per favore.-

Ranocchia – Bastardo! Con chi credi di parlare? Io sono Ranocchia, capo degli Spietati, e sono capacissima di sbudellarti – bamboccio.-

 

Musica in sottofondo. Inizio azione di contrasto. Escono due buttafuori dalla discoteca.

 

1° buttafuori – Calma, calma…cosa succede? Qui niente schiamazzi, litigi, o pestate! Toglietevi dai piedi… via tutti! Ho detto via tutti!-

Ranocchia –  Buttafuori, calma, calma. Ranocchia non cerca rogne con i buttafuori… (a Corrado) ci rivedremo…bamboccio. ( Esce di scena sghignazzando). 

2° buttafuori (vedendo il barbone) E tu vai via da qui! (gli molla un calcio) Quante volte te lo dobbiamo dire? Qui non è posto per te…crei sozzura…

1° buttafuori - … crei litigi…

2° buttafuori - … crei turbolenza..

1° buttafuori - … a chi si deve divertire…-

2° buttafuori - … e…viaggiare...-

1° buttafuori -…nei paradisi…-

2° buttafuori - …senza quel kazzo di coscienza.-

Corrado – Lasciatelo stare, ci pensiamo noi…se non vi dispiace…-

2° buttafuori – (soppesandolo con lo sguardo) Tu? E va bene, però portatelo via presto e lontano, molto lontano a qui - intesi!? (minacciosi rientrano nella discoteca).

Corrado – Garantito. (poi al vecchio) Vecchio, su alzatevi, qui non siete ben accetto, trovatevi un altro posto più tranquillo per il vostro pisolino…-

Vecchio Barbone – (guardandolo con sguardo benigno e sforzandosi ad alzarsi) Grazie… amico… (prende la mano che Corrado gli tende, si alza e dice tra se) Questo giovane mi sembra il personaggio giusto. (poi a Corrado) …grazie…giovane buono. -

Corrado - … di niente, vecchio…buona notte…-

 

 

La musica si alza, diventa una melodia.

 

 

Vecchio - … ‘notte…( sta per allontanarsi, poi ci ripensa, guarda i ragazzi e declama o canta)

                Ma…vaga è la notte,

                i sogni svaniti,

                muti i pensieri, spenti sguardi

                negli occhi appassiti.

 

                Piatta è la vita,

                logora è l’ora,

                e i momenti infiniti marciscono

                già, desolati, stanchi.

 

                Ma, il tempo è vicino,

                magari domani,

                e ciascun uomo sceglierà

                la propria partita.

 

                Per chi si giocherà

                la propria vita.     

                il termine destinato è già.

               Un guizzo di luce

               E… quel che sarà, sarà.-

 

 

I ragazzi restano sorpresi, poi, lentamente, girandogli attorno, declamano (o cantano) e danzano. Musica dura. Luci adeguate. Entrano in scena gli Arrapats, che fanno circolo al circolo. Pietrino balla per i fatti suoi. Il vecchio guarda sorridendo, poi fa guizzi con la mano, come se dirigesse un’orchestra. 

 

 

Corrado – Già, il destino, 

                 la vita, 

                 il gioco, il tempo… 

                 ma che tempo è mai questo - gente?-

 

 

Rullo metallico di tamburi, in sottofondo.

 

 

Librini–    Nuvole rosse

                Venti impetuosi,

                lampi accecanti,

                terre tremanti.

 

Arrapats – Sodoma avvampa,

                 Ninive inciampa,

                 Babele resta

                 Nell’incomunicabilità.

 

Librini –  New York formicolante

                Roma dormiente, 

                Mosca e Parigi,

                Pazze città!

 

Arrapats –Inghiotti i ragazzi

                Torvi sadici e pazzi!

                Droga spezzante,

                nella quotidianità.

 

Librini – Sodoma avvampa,

               Ninive inciampa,

               Babele resta

               Nell’incomunicabilità.

 

Arrapats –Senza speranza

                L’uomo avanza

                E nel buio destino

                Speranza non v’è.

 

Corrado – Gente, gente, gente! 

              Chi spezzerà la spirale,

              Chi vincerà il mortale,

              Chi ci salverà?  

 

 

Nel frattempo rientra in scena Ranocchia, seguita dalla sua banda, per la vendetta. La musica diventa di violenza, scandita da tamburi di latta (bidoni di benzina vuoti?) e inizia l’attacco.

I gruppi si scambiano colpi su colpi, gli uni contro gli altri, finchè escono dalla discoteca i due buttafuori, uno dei quali colpisce Corrado con duplice pugno, alla nuca. Corrado stramazza per terra. Ranocchia resta allibita, poi, insieme agli Spietati, lentamente, indietreggiando, lascia la scena. Così pure gli Arrapats. I Librini, prima tentano d’inseguirli, poi soccorrono l’amico. Anche il vecchio barbone accorre e si china sul giovane, come se volesse richiamare in vita un moribondo. I due buttafuori, sprezzanti rientrano nella discoteca, inseguiti da Pietrino che goffamente tenta, invano, di colpirli.

Il giovane resta inerte, tra le braccia del vecchio, per un minuto circa. Quindi Corrado, lentamente rinviene, ma è intontito, non connette. Improvvisamente, vedendo il vecchio, diventa ossequioso: il colpo sembra averlo fatto andare fuori di senno.  

 

Corrado – Vecchio, chi sei?

Vecchio – Sono il barbone…-

Corrado … ah, quello…-

Vecchio – …quello, si.-

Corrado – Quello? (dubbioso, poi deciso) Ma no, sei Merlino, vecchio furfante.-

Vecchio – Merlino? (poi tra se) Ci siamo. (quindi a Corrado) Hai detto Merlino il Mago?-

Corrado – Certamente, il Mago - al mio servizio.-

Vecchio – (accondiscendente) Ah , certo, al tuo…servizio? Ma tu sei forse…Artù?-

Corrado – Così mi chiamano.-

Vecchio – Re Artù?-

Corrado – Oh, bella! Lo metti in dubbio?-

Vecchio – ( tra se) No, no, giammai. (a Corrado) Certamente, Sire, sono Merlino il vostro fidato mago, al vostro servizio. (assecondandolo come si farebbe con i bambini o con i pazzi)-

Corrado – …vecchio mago, dammi qualcosa, ho la testa che mi scoppia.-

Vecchio – Ecco… Sire, prendete questa pozione…(gli offre da bere qualcosa da una fiaschetta)-

Corrado – ( bevendola) Ah, buona. Certo, Sire,  ( poi tra se) ma Sire chi? Sire di che cosa? ( al vecchio) Oddio che confusione nella mia testa. -

Vecchio – (tra se) Inizio dell’opera, poi tutto passerà. (a Corrado) Certo, Sire di te stesso, Sire della tua vita, Sire della tua coscienza. (annuendo col capo, poi al giovane) Signore di Britannia, Sire.-

Corrado – Ah, certo, certo. Sono Signore di Britannia, Vecchio furfante. ( vedendo agli altri ragazzi) Ehi, amici, ci siete tutti? Benvenuto Lancillotto del Lago (a Nello), e anche a te, Parsifal della Foresta (a Roberto), e a te, Galvano delle Nuvole (a Toty) e anche a te mio Tristano delle fonti (a Franz). Ah ci siete pure voi mie giovani e dolci amiche: salute a te mia diletta Ginevra del Fiore, e a te, giovane e leggiadra Cassandra di Avalon.-

Vecchio – ( a parte) Accidenti come corre.-

Corrado - Amici, vi ho convocato…(al vecchio) perché li ho convocati? –

 

I ragazzi si guardano l’un l’altro sbalorditi, ma non intervengono, anche perché il vecchio fa loro cenno d’assecondarlo. Poi la musica d’inizio, gradatamente, si fa sempre più misteriosa, irreale, fantastica. Così pure le luci simuleranno un’altra dimensione. 

 

Vecchio – Voi solo lo sapete, Sire…-

Corrado – Io? (pensieroso) Ma certo, naturalmente… è…è …per il Santo Graal…( al vecchio) Vero?- 

Vecchio-  ( Sottovoce) Se lo dite voi…-

Corrado - …già, ora ricordo tutto. Tutto! Amici ho avuto una visione stanotte. Ho visto un uomo vecchio, avvolto in strani vestiti, non di stoffa o di pelle, ma di…carta, No, ecco cos’era, era una pergamena, forse di papiro… e c’era scritta una  storia… strano, vero? Il vecchio mi ha teso la mano e mi ha detto, leggi la leggenda di Artù di Britannia, che ora sei tu. Un Re che l’umanità aspettava, per la grande impresa: il ritrovamento del Santo Graal. Tu, dunque, e i tuoi cavalieri siete investiti dalla suprema missione: riportarlo all’umanità.

Dunque, per ciò vi ho convocato, per farvi partecipe di questo grande avvenimento, e il nostro mago Merlino ci aiuterà nell’impresa. Parla tu, vecchio!-

 

 

Intanto la musica cala. Fermo di scena per tutti, tranne per il vecchio,  illuminato dall’occhio di bue, parlando come se facesse una riflessione.

 

 

Vecchio - E dopo quest’imprevisto colpo alla testa, ora che faccio? Continuo? Devo ancora assecondarlo? Sarà bene? Certo Corrado ha avuto, nell’incoscienza, la visione della Verità, ha sondato lo Spazio e il Tempo… ha sfiorato i Misteri, ed è entrato in contatto col Mito…Ma con quali conseguenze? E poi, capirà? E sarà in grado di sopportare la Verità? E gli uomini capiranno? E i suoi amici lo abbandoneranno? Lo escluderanno, lo isoleranno? Certo, penseranno che ciò che gli è accaduto, durante l’incoscienza, è stato causato dal colpo al cranio…E se lo mettessi nei guai per ciò che direbbe, o col suo comportamento?  E se fosse tutta colpa mia?-  

 

 

S’ode la voce di Corrado.

 

 

Corrado – Ehi vecchio, ti sei incantato?- 

 

 

Vecchio – Arrivo, arrivo…(c.s. e sempre tra se)  Devo andarci cauto… nell’immetterlo nell’opera, insieme agli altri giovani compagni. Cosa fare? Debbo intervenire anche su di loro? Inserirli nel…sogno? Posso? (riflette) Beh, certo, potrei…no, posso! Infine non farò ciò che ho sempre fatto? Inventare storie… si va bene, quelle erano manipolazioni di Miti, rivolti alla catarsi del Popolo, come diceva Aristotele. Ma qui ci sono solo dei ragazzi irrequieti abbisognevoli di un ideale a cui riferirsi, e il Mito del Santo Graal, come soggetto, per conto mio, è perfetto.

Certo, però, non voglio portarli lontano, non vorrei agire in grande, ma nello stesso tempo vorrei dare loro un’esperienza importante, ma locale, relativa – sempre adatta a dei ragazzi - esplicata in piccolo, per il bene di questi giovani turbolenti, molto turbolenti…però, chissà, un domani…Magari potrebbero maturare, capire… affrontare i Misteri…Ma si! Lo faccio! La visione di Corrado sarà il filo conduttore. (come ispirato, evocando un evento, parlando tra se, con luce solo su di lui dubbioso) e amplierò la Visione e inventerò, per le loro giovane mente, una storia adatta ad essi, con delle immagini che saranno tra il reale e l’irreale, il vivido e il fluttuante, da leggenda. Opererò col Mito tra la realtà e il sogno. (gli effetti di luce e musica misteriosa si alzerà gradatamente) 

Infatti, lui, ora, Corrado del Librino, sarà Re Artù di Bretagna, e loro (man mano li indica) loro, dovranno essere i suoi cavalieri senza macchia e senza paura e le sue dame virtuose, che egli ha appena  nominato. 

Ma, coinvolgerò anche Ranocchia che potrebbe essere Nemo di Nessuno, (indica il punto da dove è uscita Ranocchia) spietato esecutore, e pure Simo, un Uther vizioso, ambizioso e violento, Re di Cambria ( accenna alla parte opposta della scena, dove si intravede Simo che si pulisce le unghie con un coltello) che  ostacoleranno il loro cammino, a la loro ricerca. 

Essi e la loro banda, rappresenteranno le forze del male, che nascondono agli uomini la Visione  del Mito, del Santo Graal. Dovranno affrontarli e lottare. Questa sarà la traccia. 

E questa volta mi voglio divertire anch’io... bene così.

Ed ora iniziamo. (rivolto a tutti) Cavalieri, indossate i mantelli.-

 

 

I ragazzi, come automi, eseguono. Solo Petrino è rimasto se stesso, e si avvicina timidamente al vecchio, richiamando la sua attenzione, tirandogli il mantello.

Il vecchio, da quel momento Merlino, lo guarda teneramente.

 

 

Marlino – Eh già, tu non parli, ed io ti stavo dimenticando, mio buon Pietrino, scusami. Vediamo, vediamo…dunque, a te farò fare…farò fare…ci sono: tu sarai il Giullare di Re Artù. Ecco il berretto e il mantello.-  

 

 

Pietrino salta di gioia, abbraccia ripetutamente il vecchio, fa piroette, lo bacia numerose volte, si ammira nelle nuove vesti, poi si ferma statuario come gli altri.

 

 

Merlino -  Oh, Pietrino,

                  anima candida. In verità, 

                  per te la magia è realtà,

                  niente trucchi, ne pozioni,

                  hai già in te le Visioni.

                  Folletto e mago pazzarello,

                  e per alcuni - solo zimbello

 

                  Stendi la mano al Mito

                  ma non sai afferrare,

                  tu conosci lo spirito,

                  ma non lo sai usare.

 

                  Ecco il premio che la Natura,

                  Madre buona, ti ha donato:

                  vivere nella favola pura - 

                  per sempre, figlio beneamato.-

 

 

Angela/ Ginevra – ( rompendo l’atmosfera di incantesimo) Ebbene, Merlino, ci vuoi forse far nuovamente sognare coi tuoi trucchi e le tue pozioni? Che sogni ci fai avere, questa volta, Mago?-

Merlino – Nulla… niente…nessuno…ma tutto…ecco vedete questo libricino? (mostra il libro) ebbene, qui c’è scritta una interessante storia nella quale immergervi – in parte assurda, in parte vera. Vedete? Narra delle vicende del Santo Graal. Sapete che cos’è il Santo Graal?-

Nello/ Lancillotto – No… beh, forse…non sarebbe per caso…-

Roberto/ Parsifal - … il calice dell’ultima cena? (Merlino sorride, scuotendo il capo)-

Toty/ Galvano - …la tunica del Cristo? (Merlino c.s.)-

Angela/ Ginevra - …la corona di spine, forse? ( c.s.)  

Franz/ Tristano - …ho sentito parlare della…Maddalena…-

Merlino – (sbottando) Quella è una solenne sciocchezza! Roba da asini!-

Livia/ Cassandra – … e allora diccelo tu.-

Petrino/ giullare annuisce ripetutamente.

Merlino – Per l’uomo il Santo Graal è il Nulla e il Tutto, il Niente e l’Universo, l’Attimo e l’Eternità. Insomma il Mito! Nessuno l’ha visto, ma tutti pensano che sia il Trascendente sulla terra. E trovarlo significa redimere l’umanità, e forse salvarla dall’autodistruzione, perché, s’immagina, che esso racchiuda in se … il Logos  - in terra. E per adesso di più non vi dico.

Trovatelo e saprete.

Le forze del Male, però, vi si opporranno. Essi lo tengono celato, diciamo, in un castello incantato, altre i monti e il grande mare.

Ma sta anche scritto che un cavaliere senza macchia e senza paura lo troverà e lo ridarà all’umanità, affinché …eccetera, eccetera.

Esso, poi sarà esposto a tutti i popoli della terra, in tutti i luoghi, come segno di pace e fraternità…( tra se) e vi sembra poco? (poi solenne) Quindi chi meglio di voi può tentare l’impresa?

Ecco la grande sfida per Artù e i suoi  cavalieri senza macchia – speriamo - e senza paura.-

Artù – Avete sentito?-

Tutti – Si!-

Artù-  Mi aiuterete a trovarlo?-

Tutti – Si!-

Artù – Lo giurate voi?-

Tutti – Lo giuriamo!-

 

Il giullare annuisce vistosamente. Il vecchio si mette in disparte.

 

Artù – Miei cavalieri,

           per l’uomo che sogna,

           trovatelo; andare, partire, 

           agire bisogna.

 

           Nei cieli sta scritto:

           nell’ostello stregato,

           è serrato, e a tutti nascosto,

           all’Amore celato.

 

Tutti - Sveglia ragazzi

           Il tempo è già,

           lasciarlo a dei pazzi

           saggio non è.

 

Artù - Corri Persifal della Foresta,

           vai Lancillotto del Lago,

           svelto Galvano delle Nuvole,

           lesto Tristano della Fonte.

 

           Che ciascuno vada

           per la propria strada,

           a combattere per la conquista,

           con saggezza e virtù.

 

Tutti - Sveglia ragazzi,

           il tempo è già,

          lasciarlo a dei pazzi

          saggio non è

 

 

Ginevra -    ( a parte) Che pena m’opprime,

                   il mio cuore gela…

                   ma esso non muore per Re Artù,

                   ma si spacca per…lui?

 

                   Ah, Lancillotto,

                   dal grande coraggio,

                   calma questo cuore galeotto,

                   che muore per te.

 

 

Cassandra – Ecco che già vanno,

                    come ragazzi vanno,

                    ma quando ritorneranno a noi,

                    saranno gli stessi?

 

                    Correte veloci,

                    bruciate le tappe,

                    riportate presto il Santo Graal,

                    alla cristianità.

 

 

Tutti –        Sveglia ragazzi,

                   il tempo è già,

                   lasciarlo a dei pazzi,             

                   saggio non è.

 

 

Il Giullare va da un cavaliere all’altro, come se si dovesse rendere utile, ma fa solamente confusione.

 

    

Artù – Allora in marcia miei cavalieri, e ci rivedremo qui, tra un anno, e col Santo Graal con noi.-

 

 

Scena della partenza. Musica e coreografia adatte.

 

 

Fine primo atto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    Secondo  atto

 

In quest’atto, che sarà ancora di irrealtà più marcata, il palcoscenico sarà suddiviso in due ideali parti. Quando un personaggio opera a destra, la parte sinistra sarà buia, e viceversa. 

Ripresa della musica d’inizio. Pochi minuti, poi la musica cala. 

Il vecchio pur non intervenendo nelle scene, sarà discretamente presente in qualche parte marginale del palco, e osserverà lo svolgimento degli eventi, interessato, ma non sarà preoccupato.

I costumi degli Spietati saranno delle mantelline nere indossate sui jeans; quelli degli Arrapats, invece saranno mantelline rosse.  

Quindi entra in scena Lancillotto (mantello giallo, come tutti i suoi amici del Librino). Musica adatta . Gli Spietati e gli Arrapats ostacolano il suo cammino sul palco.

 

 

Lancillotto- Ciascuno corra per la propria strada,

                    ciascuno insegua il proprio destino.

                    Folla impazzita, cedimi il passo.

                    Io cerco la grande impresa,

                    ma qual essa sia forse non so, 

                    e se esiste, proprio non saprei.

 

                    Cerco uno scopo per me e l’umanità.

                    Sicuramente…lo cerco,

                     senz’altro lo trovo…

                     col braccio e col cuore…

                     senza timore…

                                      

                    Oddio, sento un vuoto in me,

                    brividi mi trapassano la schiena,

                    torpore, sfinimento, debolezza,

                    mi assalgono.

                    Sono esausto del Nulla.

                    Perdo la baldanza,

                    divento un vigliacco?

 

                    No! No! Rivoglio la mia forza,

                    cerco quel che voglio,

                    ambisco ciò che ignoro,

                    e pretendo di più!-

 

 

Poi, come se prendesse coscienza di un fatto ineluttabile.

 

 

                    Oddio! No, no, è Ginevra

                    Che mi schianta il cuore!

                    Ed ora so cos’è:

                    Ella è l’amore!

 

                    Amore, amore, amore,

                    che irrompi improvviso,

                    che inondi la mia vita,

                    che sai di peccato!

 

                     Amore, tempesta d’amore,

                     che non sai negare,                     

                     che fuggir vorresti,

                     ma non puoi.

 

                     Amore, finalmente, amore.

                     Ma quale prezzo -

                     caro, folle, amaro -

                     Pagare dovrò?

                       

 

Nemo, insieme ai suoi, sta molto vicino a Lancillotto, e, nei movimenti coreografici, si dovrà sottolineare la soddisfazione della donna per la canzone di Lancillotto, perché sa che essa è indirizzata a Ginevra, donna del suo Re. 

 

Nemo – Ah, è Ginevra, bene, bene. Allora discordia e forse morte. E uno!-

 

Il Giullare, in un angolo della scena, piange silenziosamente.

 

Cambio di luci e di musica. Nella parte opposta della scena  c’è Parsifal. I gruppi sono sempre gli stessi. Ma la scenografia presenterà delle funi elastiche che gli attori, manovrandole, impediranno i movimenti al giovane: è la dipendenza alla droga.

 

Parsifal -  Possano le forze del Male

                sprofondarsi nell’abisso.

                Possano gli uomini impuri

                Bruciare nella Geenna;

                possano affogare giù,

                nelle sabbie mobili

                del vizio.

 

                Possano gli ingannatori

                Impiccarsi all’albero;

                possano i paradisi artificiali

                dissolversi nel nulla,

                sparire!

 

Nemo -( gli offre lo spinello) Tieni bello, arriva in paradiso…(ride crudelmente).

 

Parsifal-   Ti odio foglia letale!

                Che mi invischi

                Con le tue trame,

                nella più squallida vita

                mortale.

               

                Vincere te, sarà la mia gloria.

                Abbatterti mio trofeo,

                purificarmi da te

                sarà la vita.

                Per giungere al

                Santo Graal. 

                Amen.         

                      

 

Ma, intanto che declama ( o canta), Nemo, gli gironzola attorno sempre offrendogli la droga, che Parsifal, tenta di rifiutare, si sforza, lotta, nella simulazione delle funi elastiche, ma invano. Infine crolla, vinto dalla droga. 

 

Nemo – E due!

 

Il Giullare si porta le mani ai capelli, disperandosi. Poi la scena si dissolve e si fa buia. Riprende dalla parte opposta, dove c’è Cassandra (mantello azzurro). Poi, musica adatta per il suo canto.

 

 

Cassandra – Amo il mio Re,

                     l’amo da una vita,

                     di un amore senza speranza,

                     perché sposo di un’altra.

 

                     Un’altra che non l’ama,

                     che volge la sua brama,

                     verso un amico del mio Sire,

                     che lo fa ingelosire.

 

                     Amo il mio Sire,

                     l’amo col mio sentire,

                     l’anima mia ricolma d’amore,

                     per l’uomo, mio signore.

 

                    Voglio solo morire

                     Perché tanto soffrire?

                     coi lacci della malinconia  

                     gonfia di gelosia.

 

                    Certo, morire è bello,

                    per un amore sublime,

                    per la voglia insana di finire,

                    una vita infelice. 

 

 

Il Giullare la guarda con compassione, poi a gesti tenta di consolarla.

 

Entrano in scena gli Spietati e gli Arrapats. Tamburi di violenza.

Le due bande si contendono la ragazza, poi è Uther che ha la meglio. Gli uomini circondano la giovane che viene, simbolicamente, violentata da tutto il gruppo.

 

Entra Ginevra (mantello color fragola) che consola Cassandra, mentre il gruppo la sta a guardare insolentemente.

 

Ginevra – Che siate tutti maledetti!

                 Uomini infetti, 

                 bestie feroci,

                 selvaggi, 

                 senza Dio nè Croci.

 

                 Uther maledetto!

                 Tu non potrai avere,

                 né madre,

                 né sorella,

                 né sposa,

                 né figlia!

 

                 Tu vivrai sempre

                nell’angoscia,

                nel terrore,

                che un uomo,

                una bestia come te,

                la tua donna violenterà!

 

                Guardala Uther,

                maledetto!

                Ella adesso farà un bagno

                in acqua calda e profumata,

                e sarà purificata,

                di nuovo beata.

 

                Ma tu Uther maledetto!

                Non dormirai più

                nel tuo letto, tranquillo.

                C’è un uomo, un Re,

                nel tuo destino,

                che ti farà pagare

                l’abominio! 

 

Il Giullare, rivolto verso Uther, gli fa cenni come per dire: vedrai, vedrai…

 

Luce dalla parte opposta. Entra Galvano. Musica adatta. Luci adatte.

 

           

Galvano – Mi sento strano, intrappolato,

                 turbato, in confusione:

                 è some se vivessi tra passato,

                 presente e incerto futuro.

                Cosa mi succede? –

 

Gli Arrapats e gli Spietati lo studiano, incerti sul da fare. Vorrebbero attaccarlo, ma il ragazzo è un colosso e incute timore reverenziale. Poi gli danzano attorno per confonderlo, ma Galvano col semplice gesto della mano li blocca. Fermo di scena.

 

          

 Galvano - Sirene, sirene, sirene,

                 e non solo sirene.

                 Chimere, chimere, chimere,

                 e non solo chimere.

                 Illusioni e illusioni,

                 ma non solo illusioni.

 

                 Ah, vorrei cambiare il mondo,

                 lo vorrei a modo mio,

                 con l’amore più profondo

                 di cui sono capace,

                 per l’Universo e per la natura verde,

                 per la farfalla e per la nuvola,

                 per l’uomo o per la sua figura.

 

                 Ma un muro di gomma

                 Mi circonda,

                 la notte è più profonda,

                 un rumore mi rimbomba,

                 la luce non brilla più!

 

                 Muro di gomma

                 E la vita che t’imbrutti,

                 per un uomo contro tutti,

                 violenza, stragi e lutti.

                 Voglio la verità!

                    

                 Muro di gomma

                 Sul mistero de’ delitti,

                 gli egoismi, gli sconfitti.

                 gli ideali trafitti!

                 Voglio la verità!

 

 

                 Muro di gomma

                 E la libertà sognata,

                 giustizia mai data,

                 e la pace rimandata.

                 Voglio la verità!

                  

                 Muro di gomma

                 E i giovani ingannati,

                 coi cuori insanguinati,

                 dei vecchi rassegnati.

                 

                  Muro di gomma

                  E distrutti i sentimenti,

                  la gioia di … quei momenti,

                  dei mille tradimenti         

 

                  Muro di gomma

                  E la vita senza sapore

                  Di una noia incolore,

                  d’un amore dato a ore.

 

                  Muro di gomma

                  Sulla speranza che straccia il velo,

                  per un grido lanciato nel cielo,

                  da un uomo che ha intuito

                  che lassù, nell’infinito,

                  brilla una stella anche per te.  

 

                  Sirene, sirene, sirene,

                  e non solo sirene.

                  Chimere, chimere, chimere,

                  e non solo chimere.  

                  Illusioni, illusioni,

                  e non solo illusioni.

                      

                  Voglio la verità! 

 

 

Riprende la scena, Nemo gli si accosta e spavaldamente lo sfida. Galvano, prima esitante, schivo, poi accetta. Si battono, Nemo ha la peggio e fugge via. Il Giullare, vistosamente, si congratula con Galvano

 

Galvano – E uno!

 

Sull’altra parte della scena, con luci e musiche appropriate entra Tristano.

 

Tristano – Sono solo,

                 immensamente solo,    

                 tremendamente solo.

                 E sono infelice.

 

                 Ho avuto l’amore,

                 di una donna, incolore,

                 che mi ha preso il corpo,

                 lacerandomi l’anima.

 

                 Solo,

                 decisamente solo…

                 come vorrei qualcuno

                 A cui accompagnarmi…

                 Ma soltanto una persona mi attrae:

                 Galvano!

 

                 Galvano col suo forte corpo,

                 con quelle grandi mani,

                 con quegli occhi lampeggianti,

                 con la sua voce calda, soffice, sensuale.

 

                 Galvano! 

                 Per pietà,

                 dammi pace.-     

 

 

Intanto che declama ( o canta), entrano in scena gli Arrapats. Essi gli girano attorno, studiandolo. Uther è il più interessato alle parole e al corpo del giovane. 

 

 

Uther – Dai bambolo, di che pace parli? Chi ti deve dare…pace? Dillo a Uther tuo, tesoruccio. E non ti lamentare più, sta per arrivare anche per te il tuo momento – la tua “pace”.-

Tristano – Che vuoi tu? Stammi lontano.-

Uther – Ma che caratterino ha il signorino… Su animo, che ti risolviamo noi i tuoi problemi.-

Tristano- Stammi lontano, sennò sono guai.-

Uther – (ridendo sguaiatamente) Ehi, Arrapats, lo avete sentito? Il giovincello tira fuori le unghie.-

Tristano – Questo giovincello ha ucciso molti nemici – con queste mani.-

Uther – Uhh, uhh, che paura. Senti, ti propongo un gioco, ci stai?-

Tristano – Gioca coi tuoi degni compagni.-     

Uther – Giocheremo, stai tranquillo. Giocheremo tutti insieme, vero Arrapats? –

Tristano – (sulla difensiva) State lontani!-

Uther – (irridendolo) State lontani, maschiacci! Sennò vi faccio la bua. (cambiando tono) Ehi  culettone, tu non vedi l’ora che ti saltiamo addosso. Stai solo facendo “melina” per farci arrapare di più, e ci stai riuscendo, perché ho una voglia matta di sfoderare la mia mazza e ficcartela dentro fino alle budella! Vieni qua bello, che ti servo a dovere…anzi ti serviamo…a turno.-

 

Gli Arrapats  lo circondano, lo travolgono e lo portano via, gridando sarcasticamente:

 

Arrapats - Sodoma avvampa,

                 Ninive inciampa,

                Babele resta 

                Nell’incomunicabilità.

 

                Inghiotti i ragazzi,

                torvi sadici e pazzi,

                droga spezzante,

                nella quotidianità.

 

                Senza speranza

                L’uomo s’avanza…

 

Nemo – (facendo capolino in scena) E tre! (risata sarcastica)-

 

Il Giullare si dispera-

 

Dissolvenza. Dalla parte opposta entra in scena Artù (mantello bianco). Cammina malinconico e pensieroso. Il Giullare lo segue e lo guarda con aria apprensiva.

 

 

Artù – Per me è finita,

           che altro mi resta

           Se ho perso l’onore di cavaliere.

           Se ho perduto, in un sol colpo

           amicizia e amore? 

           Ginevra, mia dolce e delicata sposa,

           mi avevi giurato fedeltà,

           l’avevi fatto in piena libertà.

 

           E tu amico dei giochi di fanciulli,

           compagno d’avventure e trastulli,

           avversario dai tanti allenamenti,

           confidente dei miei momenti,

           hai trasformato l’amicizia,

           in implacabile inimicizia.

           La mia donna hai plagiato,

           il mio cuore hai squarciato.

 

           Che mi resta ancora?

           Cosa aspetto,

           forse che la mia ricerca

           Del Santo Graal mi guarisca,

           delle piaghe del mio cuore,

           inghiottendo la mestizia?

 

 

           Ben venga, allora;

           la lotta e la battaglia,

           contro ogni canaglia,

          che soffrire ci fa.

           E così sia.      

                

Quindi gli si fanno attorno gli Spietati e gli Arrapats, che lo sfidano a gesti e a parole. Poi l’assalgono. Artù sfodera la spada (o simulazione di essa). La musica sarà data dal rullare dei tamburi dei bidoni di latta, che man mano crescendo si farà quasi ossessiva, per poi calare quando declama (o canta) Artù. 

 

Artù –  Exalibur, Exalibur,

            spada fatata.

            Dai lontani Astri

            a noi regalata.

 

            Per l’onore,

            per la giustizia,

            per la verità,

            a me affidata.

 

            Estirpa dalla terra

            Quest’erba maligna,

            Togli dal mondo

            L’infame gramigna.

 

            Vinci la turba infame,

            Vinci la feccia del male,

            Doma i malfattori,

            punisci i violentatori!

 

            Mostrami il tuo valore!

            Per la Sacra Croce,

            di Nostro Signore,

            Exalibur,

            dammi la forza, 

            donami potenza,

            per abbattere l’alterigia

            e dare ai nemici la mestizia,

            e la punizione secondo giustizia.-

 

La musica di cui sopra, riprende  Artù colpisce Uther, gli Arrapats e gli Spietati. Quindi lotta con i “buttafuori”, vincendo tutti. Il Giullare esulta. Poi, Artù, corre verso il proscenio, inginocchiandosi. Musica idilliaca.

 

Artù -  Ecco la mia meta

           Nel luogo sono giunto,

           il Santo Graal che m’illumina il volto,

           ora è tutto – mio!-  

 

Come se stringesse qualcosa al petto, quasi in adorazione, poi parla infervorato, stravolto, come invasato. Il Giullare tentenna il capo, in disaccordo, cerca con lo sguardo il Vecchio il quale fa cenno di calmarsi. 

 

Artù - Chi mai me lo strapperà?

           Chi oserà! 

           Chi? Chi? Chi!

 

Fine musica dolce.

 

Nemo, che prima aveva finto la resa, lo colpisce alle spalle. Artù cade. La musica cala fino a cessare. Il Giullare che voleva avvisarlo, poi resta impietrito e guarda nuovamente il Vecchio il quale gli fa cenno d’aspettare la conclusione. 

 

Nemo – (ridendo  sguaiatamente, girando su se stessa ) 

              Ah, ah, ah, Chi te lo strapperà? 

              Ma io! - la cupidigia!

              Ma io! - l’egoismo! Ah, ah, ah.-

Uther -  Ma io! - la superbia!

              Ma io! – la violenza! Ah, ah, ah.

 

Meno -  E quattro! Bracchiamo il quinto! – gente!- 

 

Il Giullare le fa un gesto di disperazione, poi indica il fondo scena a destra, dove s’intravvede Merlino, come per dirgli:  E tu, non intervieni? Il vecchio quindi, illuminato discretamente, alzerà le spalle, come per dire: Pazienza, doveva accadere.

 

Sipario,  fine secondo atto.

 

 

 

 

 

 

                                                       Terzo   Atto

 

La scenografia ritorna quella del primo atto. La musica d’inizio attacca e si diffonde, mentre, le luci riportano l’azione al presente.

In scena, vicino alla discoteca, ci sono il Vecchio, Corrado, e i Librini. Coreografia adatta.

 

Vecchio – (Reggendo la testa di Corrado) Fine delle illusioni… il gioco è durato anche troppo. Rimettiamo lentamente tutto al proprio posto. Pensiamo al finale. (poi, guardando Corrado) Questo ragazzo s’è fatto veramente male. Ecco, sta rinvenendo… è di nuovo con noi. (Pietrino fa salti di gioia, i ragazzi del Librino iniziano a intonare il canto del “sogno”. Il vecchio scuote la testa e sorride compiaciuto ) Ma guarda, l’hanno memorizzato… meglio così.-

 

Librini– Nuvole rosse

             Venti impetuosi,

              lampi accecanti,

              terre tremanti.

 

              Sodoma avvampa,

              Ninive inciampa,

              Babele resta

              Nell’incomunicabilità.

 

              New York formicolante

              Roma dormiente, 

              Mosca e Parigi,

              Pazze città!

 

              Inghiotti i ragazzi

              Torvi sadici e pazzi!

              Droga spezzante,

              nella quotidianità.

 

              Sodoma avvampa,

              Ninive inciampa,

              Babele resta

              Nell’incomunicabilità.

 

 

              Nell’ignoranza

              L’uomo avanza

              E nel buio destino

              Speranza non v’è.

 

             Gente, gente, gente! 

             Chi spezzerà la spirale,

             Chi vincerà il mortale,

             Chi ci salverà?  

                              

Vecchio – Un uomo, ragazzi,

                 in jeans e ciabatte,

                 con una logora veste,

                 una cima lancerà.

 

                 Afferrarla bisogna,

                 senza vergogna,

                 perché è il bene

                 dell’umanità.

 

                 Chi sarà quest’uomo,

                 nel grande frastuono

                 della nostra città,

                 eh, ditemi, chi sarà?

 

Librini -    Vecchio saggio,

                  questo messaggio

                  offrirlo con chiarezza,

                  per la nostra salvezza.

 

                  Quest’uomo sappiamo

                  che è morto lontano,

                  tra mille sofferenze,

                  in croce per noi.

 

Vecchio -   Non siete lontani

                   Della verità, stamani,

                   ma ascoltatemi bene:

                   Se siete sereni,

                   con grande fermezza,

                   avrete salvezza.-

 

 

Corrado si è svegliato del tutto, ma è frastornato.

 

 

Corrado – Cosa m’è successo, vecchio?-

Vecchio – Hai avuto un incidente.-

Corrado-  M’hanno investito?

Vecchio – No, colpito…nella nuca…con un cazzotto.-

Corrado – Forse ricordo: una turbe mi assaliva…io sguainavo Exalibur e menavo fendenti, a dritta e a manca, su un mucchio selvaggio di nemici decisi a tutto m’attaccava da ogni parte…-

 

I Librino si fanno segno con le mani come per dire: è ancora intontito o è scemo. Corrado se ne accorge, guarda il vecchio che gli annuisce sorridendo.

 

Corrado – (accorgendosene) Certo il colpo mi ha …intontito…sono ancora confuso…amici andate dentro a divertirvi, io verrò non appena mi sarò ripreso del tutto. Intanto scambio due parole con questo…vegliardo…-

 

 

Pietrino, buffonescamente, mima il colpo ricevuto da Corrado.

I Librini annuiscono ed entrano in discoteca.

 

 

Corrado – Allora, vecchio, cosa mi è successo di preciso?-

Vecchio – Te l’ho detto: ti hanno colpito…-

Corrado – Questo l’ hai già detto: adesso mi devi dire il resto…allora?-

Vecchio – Cosa vorresti sapere?-

Corrado –Per prima cosa: chi sei realmente tu, poi cosa m’è accaduto veramente.-

Vecchio – Sono solo un vecchio barbone,  che cerca un rifugio…e ti hanno colpito alla nuca durante una rissa.-

Corrado - Tu vuoi offendere la mia intelligenza, vecchio? Qui mi è successo qualcosa…qualcosa…e tu sai.-

Vecchio – Io? E cosa devo sapete? Sono soltanto un poveraccio, io - almeno secondo il vostro metro, che misura l’uomo in base ai beni che possiede, al potere che ha, alla fama che s’è fatto-  eccomi presentato.- 

Corrado – Piacere, io sono Corrado (ironico). Vecchio quello che hai detto lo so già…è retorica pura.-

Vecchio – (tentennante) Retorica? Già, già… Ma sai anche che per alcuni, le ricchezze sono un peso; il potere fa sputare sangue; la fama è ottundimento dello spirito… insomma roba d’altri tempi, da filosofi, da saggi… retorica o mi sbaglio?-

Corrado – Non sbagli, continua.-

Vecchio – ( tra se) Questo m’incalza. (poi a Corrado) Già, già… sei d’accordo… Però questi “alcuni”, questi filosofi, questi pensatori, o magari queste anime candide, sono assai pochi…quasi invisibili alle masse (poi deciso).

Ma insomma, insomma, passa in rassegna tutte le persone che conosci, dal più piccolo al più grande, dal bottegaio al costruttore; dal contabile al capitano d’industria; dal piccolo giornalista al grande scrittore: cosa ci trovi in essi? Guardali, osservali attentamente: Sono tutti affaccendati, occupati, senza un momento di sosta, di pausa di riflessione. E si lagnano – per giunta – di tutto e di tutti: chi per la boria dei governanti, chi per le tasse, chi per i sindacati, chi per gli insuccessi, chi per l’invidia, chi per la …sfortuna. A tutti costoro – sappi – che la vecchiaia gli piomba addosso all’improvviso, e li lascia vecchi nel corpo e puerili nello spirito.

E sono  pochi, pochissimi- come ti dicevo- coloro che pensano seriamente, che riflettono adeguatamente su questo dato incontestabile, comune a tutti i mortali: “Sono vicino al termine della mia vita, facciamo allora il rendiconto”. -

Corrado – Non tergiversare… (facendo cenno con la mano come per dire: cosa c’entra tutto ciò?) Cosa credi che mi sia dimenticato della domanda, che ti ho fatto prima. E allora?-

Vecchio – E allora? E allora che so io…(tra se) Ma guarda come mi incalza, è quasi spavaldo nella sua sicurezza…questo è veramente della schiatta di Artù. (poi riferendosi al giovane) Allora? Per esempio, ecco: se a qualcuno di noi, per avventura, ci capita d’inciampare su uno qualunque di questi uomini “invisibili”- che il loro rendiconto lo fanno giorno dopo giorno - ecco che, guardandoli stupefatti e increduli, noi  esclamiamo, convintissimi: “ Ecco!– ecco ho trovato l’impossibile”. Ma rimaniamo perplessi e disorientati, e, subito obiettiamo: “Come? È possibile davvero? Non è retorica? Esistono veramente esseri umani disinteressati ai beni del mondo, alla gloria presente e postuma, al potere sui popoli? No – continuiamo a dirci –  è un inganno. E’ frode, fraudolenta! no, noi non siamo così ingenui e non ci facciamo certo ingannare dalle queste facce sorridenti, solari, serene…” Quindi li neghiamo…

 

Corrado vorrebbe andare al nocciolo della questione e da segni d’insofferenza, ignorati ostentatamente dal vecchio.

 

Vecchio - …Eppure, mio giovane amico questi uomini ci sono stati e ci sono ancora, certamente, ancora ne esistono. –

Corrado –Vecchio chiacchierone, basta, dimmi chi sei? (con lentezza, ma decisione)-

Vecchio – Aspetta, aspetta. Ma ora ti chiedo: cosa credi che le metamorfosi, le mutazioni, i ritorni, le ha immaginate solo Ovidio? (poi tra se) Accidenti, ammesso che possa rivelarmi, disobbedendo a Kore che mi ha intimato l’anonimato, come faccio a dirglielo senza traumatizzarlo?  Sono in difficoltà… Vediamo come me ne posso uscire…  (poi a Corrado) Ma, vedi? fortunatamente, “è la loro fatica a guidarci verso luminose conquista, quindi perché non elevarci con tutto l’animo da questo effimero volgere del tempo a quei pensieri che sono immensi, eterni di chi è stato più grande di noi?”-

Corrado – Stai citando Seneca, vecchio imbroglione.-

Vecchio – Mi hai incastrato. Hai fatto il classico?-

Corrado – Si.-

Vecchio – Complimenti. Beh, io sono stato ampiamente scopiazzato nel passato e nel recente, e qualche volta capita a me di scopiazzare. Tu non hai mai copiato?-

Corrado –(distrattamente tra se) A volte. (poi al vecchio) Ma a te chi ti ha scopiazzato? Sei forse uno scrittore?-

Vecchio – ( elude la domanda)  Comunque, continuiamo il nostro discorso. Dicevo: basta cercarli, anche attraverso le loro opere, con cura e umiltà…e anche con genuina, fanciullesca fiducia, perché solo così si penetra il… Mito (scandito significativamente). Eppoi, essi sono ancora i custodi della saggezza degli antichi padri…e, come diceva uno che se ne intendeva:  “ le testimonianza delle origini, come le radici, sono ancora oggi parte del nostro presente.” Insomma di quei pensieri anche ancestrali, che se ben ponderati e attuati, ti permettono di realizzare, anche al di là delle Fede, il grande paradosso: che l’Io e gli Altri, sono decisamente il Noi della Caritas. (tra se) La faccio lunga, anche per non creare, a questo giovane, traumi improvvisi…è stato ferito…(A Corrado) Mi hai chiesto chi sono?  Ebbene, sono e non sono quello che tu cerchi…-

Corrado – Se sei…Sei forse la felicità? (interessatissimo)-

Vecchio – No, no…-

Corrado -  L’incantesimo?-

Vecchio – Ma neanche per sogno…-

Corrado – La chiaroveggenza?-

Vecchio – Acqua, acqua.-

Corrado – La saggezza, allora?            

Vecchio – Eh, fuocherello.-

Corrado -  Allora l’amore?-

Vecchio – Diciamo uno che tende verso una  “ caritatevole catarsi”, certo, certo...-

Corrado – Ma chi sei? Un prete?-

Vecchio – Un prete? Come dire: Sacerdote? No.-

Corrado-  Sei forse...un mago?-

Vecchio – Che brutta parola, diciamo un procacciatore di sogni, è più elegante.-

Corrado – Allora sei un poeta!

Vecchio- Lo sono stato per gli alti ingegni, ma ora lo sono solamente per l’ingenuità e l’animo candido…- 

Corrado – Capisco…anzi no!  forse si! E quelle Visioni? ( tra se) Cosa mi è accaduto? (al vecchio, guardandolo con diffidenza) Ma certo, naturalmente, ora comprendo, mi hai drogato e me li hai fatte avere tu le visioni, vecchiaccio.-

Vecchio – (sospirando) … e senza droga, ma con la complicità di un colpo da KO. Si, giovane amico, hai avuto le tue Visioni, hai assaporato il gusto dell’avventura e della ricerca, e ti sei imbattuto, per puro caso, nel mistero più profondo dell’universo: la Caritas. Hai fatto tutto tu, io ci ho solo messo, diciamo così, la regia.

Corrado – Ma, ma, se la ricerca del Santo Graal …fosse  stato solo un sogno?-

Vecchio – E ti sembra nulla? Poi, la Rivelazione nel sogno, è banale per chi non crede ai sogni sublimi, o meglio, alle Grandi Visioni; ma per chi ci crede essa è la sublime pura realtà.-

Corrado – Lo credo. Ma dov’è questa pura Grande Visione  - nella realtà?…e senza cazzotti da ko, naturalmente.-

Vecchio – Essa è presente - sempre - davanti a te.-

Corrado – Tu? -

Vecchio – Fuochino…-

Corrado – Cosa vuol dire?-

Vecchio- Sforzati un pochino con l’intelligenza, aiutandoti con la fantasia…-

Corrado – La mia anima dice: il…il…Santo…il Santo Graal?-

Vecchio – No, no, non bestemmiare. Forse… forse … i suoi valori…ecco, si, i valori. Ti ricordi del tuo intervento, a mio favore, quando Ranocchia mi voleva bruciare? Ebbene, quello è stato un briciolo, un attimo di Santo Graal, che ti ha sfiorato…-

 

Esce dalla discoteca Livia che si avvicina premurosa ai due uomini.

 

Livia – Come stai Corrado?-

Corrado – Bene, benino, forse benissimo. (assume un’espressione rilassata, quasi beata).-

Livia – Cosa gli hai fatto, vecchio, per renderlo così beato?-  

Vecchio – Chi, io? Nulla, nulla…(si ritrae come per lasciare soli i due giovani).-

Livia – Se non stai male… allora (fa per andare, ma non si muove) Sai, li dentro, c’è Simo e la sua banda, che mi stanno appiccicati addosso, mi infastidiscono, temo il peggio, vorrei andare via.-

Corrado – No, non andare, resta qui, con me, t’accompagnerò a casa - dopo…Livia, il vecchio mi ha dato una buona dose della sua straordinaria medicina…e sono guarito…non mi gira più la testa…anche se mi viene da vomitare.-

Livia – Ma questa è commozione cerebrale, bisogna andare in ospedale, subito.-

Corrado – Ehi, è nulla. Ora se per ogni cazzotto che si busca, si dovesse andare in ospedale…-

Livia – Ma hai la nausea, ed è un sintomo grave. Ti prego, andiamo.-

Corrado – Non ci roviniamo la serata, Livia, suvvia.-

Livia – Io chiamo gli altri. (corre verso la discoteca)

Vecchio – (avvicinandosi) Forse la ragazza ha ragione, dovresti andare.-

Corrado- C’è tempo, c’è tempo, per adesso mi preme finire il discorso con te. Dunque: Poco fa hai detto i suoi valori, vero? Ma quali? Quelli classici, retorici, che sentiamo sbandierare ai quattro venti da qualsiasi pulpito, o che altro?-

Vecchio – Aspetta, aspetta, non è necessario che ci riempiamo la bocca e la mente di vuoti paroloni. Adesso ascoltami. (temporeggia come se cercasse le giuste parole) Facciamo un esempio: senti questa semplice storia… senza annoiarti…spero.-

Corrado – Vai avanti.-

Vecchio - Diciamo che una volta c’era un uomo, che nella sua agenda sempre aperta, in bell’evidenza, sul suo tavolo da lavoro, per ogni giorno, c’era una scritta  che diceva: dalle ore 17 alle ore 20, appuntamento con… con…-

 

Un giovane, nel frattempo, chiama un suo amico –Gianfranco, Gianfranco…-

 

Vecchio – (prestando attenzione al nome) ecco, aveva appuntamento con… Gianfranco. –

Corrado – E allora?-

Vecchio – E allora, lui si chiamava Gianfranco. Ed aveva, in quelle ore, appuntamento con se stesso, per leggere, riflettere, meditare, insomma per tentare di trovare la saggezza, la ricerca della sapienza, di cui ti ho parlato. Non ti pare che questo anziano ,prima di… insomma, prima, appartenesse a quella categoria di uomini che riteniamo “invisibili”?-

Corrado – Beh, forse…-

Vecchio – Aspetta c’è dell’altro: in un quadretto appeso nel suo studio, ancora sempre a bella vista, c’era uno scritto - apparentemente esortativo per gli altri; ma praticamente propositivo per se stesso,  che pressappoco diceva così:

Benedetti quelli che, rispettano l’altrui convinzione e  non la deridono;                      Benedetti quelli che ti ascoltano, pazientemente e tentano di capire gli altri;

Benedetti, soprattutto, coloro che vivono il loro tempo… e non lo fanno    sciupare agli altri.

                 A tutti costoro pace e Agape.

                 Capisci,  quel Giusto, l’Invisibile, brama l’Agape.-

Corrado – Agape?  Certo Agape, l’Amore fraterno, universale …ma sì, certo, naturalmente…-

Vecchio – Già! E questo fa parte del Mito del Santo Graal, ed è il massimo valore.-

Corrado – Ed era così semplice…così alla portata…così vicino... mio Dio, che rivelazione.-

Vecchio – ( tra se) …e l’avevi quasi afferrato... 

Corrado – (riflessivo)… il Mito? Certo…però…

Vecchio- ( con gravità) Perché noi, in questo momento, stiamo in un altro livello, più alto, più spirituale, e ci stiamo inoltrando nelle credenze dei popoli, nella trascendenza, nei meandri ancestrali, coi suoi riti, e nei misteri – ad esempio, nel passato, ci furono quelli eleusini- ai quali anche … anche (temporeggia) il figlio di Euforione, fu ammesso - che solo gli sciamani i maghi, gli uomini con l’animo candido come Pietrino, e i poeti, sanno penetrare.- 

Corrado – E tu… sei …lui? O sei quello che neghi d’essere?-

Vecchio- O Mendicante, o Gianfranco? O forse Merlino? O un Supplice. Perspicacia Corrado, perspicacia. -

Corrado – Per fare cosa?-

Vecchio – Per capire i corsi e i ricorsi… e, come ti dissi, le metamorfosi... i cambiamenti, i ritorni…-

Corrado- Sei troppo misterioso, la testa mi fa ancora troppo male, non ti seguo.-

Vecchio – Ed è un bene. (tra se) -

Corrado –(con decisione) Io ho sete di conoscenza e voglio sapete chi sei! Perbacco!-

Vecchio – (prima esitando, poi come per grave decisione)  Ma perchè insisti? (breve pausa riflessiva) Pensa prima a te! (deciso) Ma tu lo sai chi veramente tu sei?-

Corrado – Senti non citarmi Socrate, per favore.-

Vecchio – No, volevo solo chiederti se sai la tua discendenza. Allora chi sei?-

Corrado - Io sono Corrado Gagliardo, di Nicola e di…-

Vecchio – Fermati qui! Di Nicola… e tuo padre di chi è figlio? –

Corrado – E’ figlio di Corrado Gagliardo.-

Vecchio – Risali ancora: e lui da chi proveniva? (Corrado sta per rispondere ma il vecchio lo incalza) Risali, risali…-

Corrado – Io posso risalire fino al bisnommo Giuseppe, poi non saprei.-

Vecchio – Bene… adesso considera i tuoi occhi blu, i tuoi capelli biondi, la tua pelle chiara, e dimmi, non ti dicono nulla queste tracce? Non ti richiamano in mente i tuoi avi - forse nordici? Non vennero i Normanni in questa terra? E non erano forse della schiatta di Artù? – Rifletti.-

Corrado – ( che l’aveva ascoltato a bocca aperta, riavendosi) Ehi, ma cosa vai dicendo? Che cavolate insinui… Normanni? Beh, forse. Ma Artù… dai smettila e 

dimmi chi sei veramente.-

Vecchio – (rassegnato tre se) Kore, perdonami ma questo non mi molla più, sarà per il colpo che ha subito in testa? Poi, insomma, l’ho usato, gli devo pur qualcosa. (a Corrado) E va bene, prendiamola da lontano… per esempio… ecco…Aspetta… dunque…Ci sono: Tu saprai dai tuoi studi che nel V secolo avanti Cristo, vi fu in Grecia, tra l’altro, un grandissimo fervore intellettuale: ci furono condottieri, legislatori, filosofi, artisti e grandi poeti. Tra questi c’era anche il figlio di Euforione. Tu sai certamente chi fu, ma non sai cosa rappresentò in quel periodo, in quella terra. Egli, fra l’altro, fu l’animatore dei Misteri di Eleusi e discepolo di Demetra e di Kore. E a causa di ciò fu più volte pregato, scongiurato, ricattato, minacciato, da quanti volevano che egli gli svelasse quei Misteri.

L’ultimo fu Ierone, tiranno di Siracusa, che con la scusa di fargli scrivere un’opera per celebrare la fondazione della città di Etna, cioè di questa tua città, lo fece venire in Sicilia e lo tenne prigioniero per estorcergli il segreto dei Misteri. Tralascio le altre vicissitudini e arrivo al momento in cui, morto Ierone, dal successore fu confinato a Gela, e sottoposto a tortura… fino alla morte – che non avvenne, certamente, per colpa dell’aquila e della tartaruga. 

Ma Kore, per premiarlo d’aver mantenuto il segreto, lo trasse a se, e lo protesse nei secoli dei secoli nell’Ade. Anzi, facendo di più: permettendo a costui, Supplice della Regina, di ritornare in certi particolari momenti, come, per esempio, quelli di Re Artù o… del tempo attuale... (breve pausa, poi, vedendo gli amici di Corrado, con un sospiro di sollievo ) Ah, ecco i tuoi amici.-

 

Escono i Librini dalla discoteca e, premurosamente, si portano attorno a Corrado.

 

Livia – Ha la nausea, quindi…-

Corrado – … m’è passata...-

Livia - … capogiri...-

Corrado – …sono finiti.-

Angela – Livia, non sei stata troppo apprensiva? Ritorniamo dentro Nello, mi stavo divertendo.-

Nello – Aspetta…(a Corrado) Stai bene, vero? Sei pallido.-

Corrado – Sto bene, veramente.-

Angela- Nello, Nello, andiamo!-

Corrado – Vai Nello…tranquillo… tutto a posto, vai. (Nello, annuendo va con Angela verso la discoteca. Gli altri, lentamente, li seguono, ma non entrano in quanto sentono che gli Arrapats stanno uscendo. Corrado fa un gesto al Vecchio come per dire: è andata così...)

Vecchio – E’…era la tua…la tua ragazza?-

Corrado – Già. Era.-

 

Pietrino, preoccupato, guardando or l’uno, or l’altra, e gira attorno a Corrado, come se volesse trovarsi pronto a spegnere il fuoco di un’eventuale reazione dell’amico. Ma il giovane ferito non si cura più di Angela, perché si trova, ormai, in uno stato d’animo, sereno, pacifico, beato.

 

Vecchio- ( fra se) E ora ci avviciniamo al finale dell’opera.-

 

Ad un suo gesto arrivano gli Arrapats, seguiti dagli Spietati. I Librini tornano accanto a Corrado.

 

Simo – Cosa succede laggiù? Cosa c’è il consiglio d’Egitto? (risate da parte degli Arrapats) –

Ranocchia – Ehi, vogliamo parteciparvi, vero ragazze? (sghignazzamenti a soggetto)-

 

Simo – (avvicinandosi e notando Franz) Ehi, ragazzi, guardate questo bel tipo, non vi pare che lo abbiamo già conosciuto – o no? Ehi bambolo, tu che ne dici? Ci conosciamo?-

Franz – Mai visti. Statemi alla larga.-

Simo – Ohò, è suscettibile il bambolino… calma bello di mamma, calma. (intanto lo palpa)-

Franz – (reagendo di scatto) Via da qui, villani!-

Simo – (canzonandolo) Via da qui, villani, uhù, uhù che paura…pussa via…cattivone…-

Toty – (interponendosi) Ehi, ehi, calma amici…calma.-

Simo – E tu cosa vuoi? E’ forse il tuo amichetto?-

Toty – (mollandogli un manrovescio e mandandolo a gambe per aria) Impara le buone maniere -  “zaurdo”.-

 

Gli Arrapts prendono le parti di Simo e attaccano Toty, difeso dai Librini; ma anche gli Spietati, si tuffano nella mischia. Luci adeguate. Musica di tamburi di latta, prima ritmata, quindi ossessiva. Coreografia adeguata: mimare le fasi della lotta tra singoli o dei gruppi, mentre Corrado tenta di parteciparvi, impedito dal Vecchio.

Escono dalla discoteca anche di buttafuori. Corrado si libera del vecchio e si tuffa nella mischia, mentre crede d’impugnare la mitica Exalibur. Il giullare pasticcia. Corrado, facendosi forza, grida e si butta nella mischia.

 

Corrado- Exalibur, Exalibur,

               spada fatata.

               Dai lontani Astri

               a noi regalata.

 

               Per l’onore,

              per la giustizia,

              per la verità,

              a me affidata.

 

              Exalibur, Exalibur.

              Estirpa dalla terra

              Quest’erba maligna,

              Togli dal mondo

              L’infame gramigna.

 

              Vinci la turba infame,

              Vinci la feccia e il male,

              Doma i malfattori,

              Punisci i violentatori!

 

              Exalibur, Exalibur.

              Per la Sacra Croce,

              di Nostro signore,

             dammi la forza, 

             donami la potenza,

             per abbassare l’alterigia

             e dare ai nemici la mestizia,

             e la punizione secondo giustizia.-

     

Tutti i contendenti restano attoniti a guardarlo, come se vedessero un pazzo, un ossesso, un invasato. Poi lo assalgono e lo sopraffanno.

 

Corrado – Toty, prendi la mia Exalibur e spazzali via!-

Ranocchia – E’ lui! E’ l’ultimo – addosso!- (indica Toty. Il giullare la ostacola)

 

Toty, dalla forza erculea, sostenuto dallo sguardo del vecchio, li atterra tutti. Il Giullare …giubila. Fine musica ossessiva, inizio musica di apertura. Gli Arrapats e gli Spietati, stesi per terra, man mano che i Librini dialogano, incuriositi, si alzano e ascoltano interessati.

 

Vecchio- ( sempre tra se)  E ora il finale.-

 

Corrado – (alzandosi faticosamente) Amici, ascoltatemi tutti: Ho avuto una Visione, so cos’è il Santo Graal.-  

Nello – Che cosa? Il Santo…Graal? Quello della leggenda?-

Corrado -  Siiii.-

Nello – Il Graal del mito...  che sarebbe…il… 

Roberto - … il mito del calice dell’ultima cena? (Corrado sorride furbescamente, negando col capo)-

Toty - …la tunica del Cristo? (Corrado c.s.)-

Angela- …la corona di spine, forse? ( c.s.)  

Franz - …ho sentito parlare della…Maddalena…-

Corrado – (sbottando) Quella è una solenne sciocchezza! Roba da asini!-

Livia – … e allora diccelo tu.-

Pietrino annuisce vistosamente.

Simo – (inaspettatamente interessato) Già, diccelo tu.-

Ranocchia – OK, Sentiamo quest’altra favola.-

 

Tutti si mettono a semicerchio attorno a Corrado.

 

Corrado- ( a fatica) Il Santo Graal è l’Agape.-

Nello    - Agape? …sarebbe l’amore universale…-

Roberto- …oppure il donare?-

Toty     - … o il consolare?-

Angela - … il compatire?-

Franz   - … l’accogliere?-

Livia   -…  il curare?-

Simo   - … o il rispettare?-

Ranocchia - …o l’aiutare?- 

Nello  - … o il…perdonare?-

Corrado – E’ tutto ciò, capite? Tutto, tutto!-

 

Petrino, al centro della scena, significativamente, grida:

 

Pietrino - Mizzica, che mitico Graal!-

 

 

 

Tutti i Librini, sbalorditi, fanno girotondo attorno a Pietrino, cantando insieme o a turno:

 

            Pietrino ha parlato!

            Dio l’ha voluto,

            un miracolo si è compiuto,

            all’improvviso è arrivato.

 

 

            Evviva Pietrino

            il nostro cherubino.

 

            Evviva Pietrino

            L’anima del Librino.

 

            Pietrino ha parlato.

            Dio sia lodato.

            E il Santo Graal del Mito,

            L’ha fatto a Lui gradito.

 

            Evviva Pietrino

            Il nostro cherubino.

 

            Evviva Pietrino

            L’Anima del Librino.      

            

Ai Librini, man mano, si uniscono anche gli altri gruppi.

             

Poi cambia la musica e si più dura, i ragazzi canteranno il brano insieme. Il vecchio sembra dirigere il canto.

 

Arrapats: - Nuvole rosse

                 Venti impetuosi,

                 lampi accecanti,

                 terre tremanti.

 

Spietati – Sodoma avvampa,

                 Ninive inciampa,

                 Babele resta

                 Nell’incomunicabilità.

 

Librini –   New York formicolante

                 Roma dormiente, 

                 Mosca e Parigi,

                 Pazze città!

 

Arrapats – Inghiotti i ragazzi

                 Torvi sadici e pazzi!

                 Droga spezzante,

                 nella quotidianità.

 

Spietati –  Sodoma avvampa,

                Ninive inciampa,

                Babele resta

                Nell’incomunicabilità.

 

Librini –  Senza speranza

               L’uomo avanza

              E nel buio destino

              Speranza non v’è.

 

Tutti   – Gente, gente, gente! 

              Chi spezzerà la spirale,

              Chi vincerà il mortale,

              Chi ci salverà?  

 

Vecchio – (tra se ) Ora Scioglimento del nodo e fine. ( poi contento ed estasiato, gridando) L’Agape vi salverà. –   

 

Inizio coreografia d’assieme.

 

Tutti – Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

Vecchio - Gente, gente, gente! 

                Chi spezzerà la spirale,

                Chi vincerà il mortale,         

                Chi ci salverà?

 

Tutti – Agaeeee-e-e, Agapeeee-e-e, agapeeee-e-e, agapeeee-e-e.

 

Vecchio – Un uomo – ragazzi,

                 in jeans e ciabatte,

                 con una logora veste,

                 una cima lancerà.

 

Tutti -  Agapeeee-e-e, agapeeee-e-e, agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e     

 

Vecchio - Afferrarla bisogna,

                 senza vergogna,

                 perché è il bene

                 dell’umanità.

 

Tutti – Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

Vecchio - Chi sarà quest’uomo,

                 nel grande frastuono

                 delle nostre città,

                 eh, ditemi, chi sarà?

 

Tutti – Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e

 

Vecchio - Non siete lontani

                Dalla verità, stamani;

                ma ascoltatemi tutti:

                per la vita senza lutti,

                abbiate fermezza,

                verrà la salvezza.

 

Tutti -  Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

 

Tutti -  Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

La musica si abbassa e Simo parla a Ranocchia

 

Simo- Senti, ma tu hai capito cos’è st’Agapè?

Ranocchia – No, però suona bene…-

Simo-…e si balla pure bene.-

 

La musica e il canto riprendono e Simo e Ranocchia ballano scatenati.

 

 

Fine effetti di luce, musica e coreografia. Le bande dei ragazzi escono di scena, Corrado sembra molto affaticato e stanco, e sta piegato, appoggiando per terra un ginocchio, parla col fiatone. Il vecchio prende i suoi cartoni e si avvia verso l’uscita di destra.

 

Vecchio-  (agitando la mano verso Corrado)  Agapè…-

 

Corrado – Agapè vecchio,

                 Agape.

                 Ma aspetta, 

                 prima che tu scompaia, 

                 per favore, dimmi il tuo vero nome.-

 

Vecchio – Gianfranco o Merlino … oppure…

                 fai un po’ tu,

                 Corrado di Librino, 

                 o forse… Re Artù.

 

Corrado –  (pensieroso) Tu saresti… tu sei (annuendo) …l’oppure?-

 

Vecchio-… chissà.-

 

Corrado – Già, chissà… l’oppure. (ammicca) E va bene il colpo alla testa mi ha intontito, ma non mi ha mica inciuchito. Hai preteso troppo, vecchio birbante.- (sorride sornione)

 

Vecchio – (Abbassando lo sguardo e votandosi per uscire)  Addio e Agapè, Corrado del Librino.-

 

Corrado- Addio e Agapè…( tre se) figlio di Eufor…-

 

Vecchio -  (portandosi il dito al naso) Zitto Corrado (poi sornione uscendo agitando la mano) Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e. ( agitando la mano in segno di saluto, esce di scena)

 

Entrano in scena tutti i ragazzi. Luce e musica adatte.

 

Prima Corrado, poi tutti – Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

Tutti cantano, e danzano. Corrado insieme a loro, ma, di tanto in tanto, guarda verso le quinte di sinistra da dove è uscito il Vecchio, poi, come se lo vedesse, lo saluta con la mano. 

 

Tutti – Agaeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e, Agapeeee-e-e.

 

Due/ tre  minuti e poi…

 

Fine  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  Cose da…santi  

 

 

 

 

                                            Commedia surreale   

 

 

 

 

 

 

 

 

” commedia surreale – anno 2005- personaggi: 2 m. 2 f.                                                                                  

Un giovane, sull’orlo del suicidio, entra in una chiesa dove Santa Caterina e San Gennaro, umanizzati, lo dissuadono facendogli rivedere fatti sconosciuti che lo riguardano.

 

 

Personaggi  

                                                                                                                                                                                   

San Gennaro incarnato;

 

Santa Caterina incarnata; 

 

Il Ragazzo;

 

Prof. Ettore Bellassai, padre del Ragazzo;

 

Giovanni, ragazzo di Marinella;

 

Marinella ex ragazza del Ragazzo;

 

Madre del Ragazzo;

 

Donna del padre;

 

Pittore, uomo della madre.

 

Psicanalista o psichiatra;

 

Liliana, figlia del presidente della squadra;

 

Pasquale magazziniere della squadra;

 

Poi tante voci.

 

Gli attori, possibilmente solo quattro, si alterneranno e si sostituiranno velocemente, mutando aspetto anche con semplici parrucche o cappelli o quant’altro, per significare il cambio del personaggio. Quindi solo loro quattro copriranno i ruoli dei personaggi, previsti dagli episodi della commedia, al fine di velocizzare l’azione, che, come si evince dal contesto, dev’essere recitata in gran parte frenetica.

Naturalmente sarebbe bene utilizzare l’illuminotecnica per i repentini cambi di scena, avendo cura di far svolgere una scena a destra del palcoscenico e una a sinistra, illuminandoli alternativamente. 

Musiche adatte.

 

 

                                                       Primo quadro

 

In scena: Gennaro, Caterina e il Ragazzo.

 

Sulla scena viene ricostruita una scenografia, molto schematizzata di interno di una chiesa, essa è avvolta nella penombra e nel silenzio piu` assoluto. Nelle pareti laterali, su piccoli piedistalli vi sono due statue: Santa Caterina e San Gennaro.  Parte una musica, e dall'ingresso principale - che si spalanca lentamente - in controluce, entra un giovane adolescente, che, lentamente, si porta al centro della navata centrale e, all'impiedi, resta in raccoglimento.

Ragazzo - …ma, infine, che vita è mai la mia? Tradito da tutti: genitori, ragazza, amici…nessuno escluso. Cosa vivi a fare? Per che cosa? 

Tu ci hai insegnato che bisogna amare il prossimo nostro- gli altri - ma non ci hai detto cosa dobbiamo fare  se questi rifiutano il nostro amore. 

Cosa possiamo fare, allora? Lo chiedo a te! (pausa)

Io ho dato tutto il mio amore di figlio, poi quello d’innamorato, infine ho cercato di amare tutti gli uomini, e cosa ne ho ricavato? Tradimenti, menzogne, illusioni. 

Ma perché sono nato? Perché m’hanno messo al mondo? Solo per soffrire? Lo sai vero?

I miei genitori si sono separati e se ne sono andati ognuno per i fatti propri, infischiandonesi di me, che ancora ho necessità d’essere aiutato – almeno fino alla laurea. La mia ragazza mi ha piantato per un aspirante attore. I miei amici, sono tutti ipocriti e buffoni e nessuno mi ha teso una mano. Che faccio allora? Dimmelo tu! Perché, io, la finirei oggi stesso con questo mondo falso e ipocrita...

  

Cenno d’intesa tra le due statue, che si sono animate man mano che il ragazzo parlava, quindi Santa Caterina parla a San Gennaro – naturalmente il ragazzo non sente nulla e resta come in raccoglimento.

 

Caterina - Gennaro e qui bisogna fare qualcosa per questo ragazzo.

Gennaro – E cosa possiamo fare noi?

Caterina – Non lo so, ma qualcosa bisogna pur farla…inventiamoci un’idea, ma dobbiamo aiutare questo ragazzo prima che commette qualche gesto inconsulto.

Gennaro – Esagerata. Poi, Caterina mia, noi siamo santi e, perdippiù, vissuti centinaia di anni fa, cosa ne sappiamo di questo mondo moderno? E quindi, che aiuto possiamo dare a questo guaglione?

Caterina – Te l’ho detto: inventiamoci qualcosa… ecco, per esempio, perché non vai al confessionale e lo confessi, con questa scusa potresti tentare d’alleviare il suo dolore; possibilmente facendolo parlare, sfogare, e magari, poi, potresti dargli qualche consiglio…

Gennaro – Ma tu mi vuoi inguaiare? Che consiglio posso dare io ad un giovane del duemila?

Caterina- I giovani in fondo sono uguali in tutto il mondo e in tutte le epoche. E’ in crisi e noi dobbiamo alleviare le sue pene e, possibilmente, farlo desistere da eventuali propositi funesti. Dai, vai in confessionale che io tento di mandartelo.

Gennaro – Sei capa tosta. Caterì. E levati dalle testa quei pensieri cattivi…qui non si farà male nessuno. Comunque, va buono, facciamo come dici tu e speriamo in…Dio.

 

Gennaro scende dal piccolo piedistallo, si siede su una sedia e si mette la stola. Caterina scende e va verso il giovane

Sempre musica adatta.

 

Caterina- Sia lodato Gesù Cristo. ( e intanto si affaccenda come se stesse accendendo candele. Il ragazzo la guarda appena) Giovane signore, mi aiuterebbe ad accendere quelle candele in alto?

Ragazzo - (malvolentieri esegue) Ecco fatto, sorella.

Caterina – Grazie…(continuando le sue faccende) Giovane signore, se desidera confessarsi, lì c’è padre Gennaro.

Ragazzo - No grazie.

Caterina- Come desidera…però, sa, padre Gennaro è di una saggezza tutta speciale, s’immagini che ieri, proprio a quest’ora, ha confortato una ragazza che si voleva buttare dalla scogliera. E lo sa? Quella ragazza ci ha rinunziato.

Ragazzo -  Ma davvero…(ironico)

Caterina – Davvero. Se lei vuole…

Ragazzo - Non ora, comunque grazie lo stesso sorella. Ed ora mi scusi, ma debbo andare.

Caterina – Peccato… comunque sa? mi dispiace per i suoi genitori, si sono separati, chissà che dolore…

Ragazzo-  Per chi? I miei genitori? E lei come lo sa? Eppoi che cosa le importa?   

Caterina – Nulla, nulla, mi scusi. ( fa per allontanarsi)

Ragazzo – Un momento sorella…( tenta di parlarle)

Caterina – No, no, parli con lui. (indica Gennaro) Io debbo preparare per la messa. (esce)

Ragazzo – Con lui? (dubbioso, poi deciso) E va bene, cosa ci rimetto.

 

Il ragazzo si avvicina a Gennaro, poi prende una sedia e si siede accanto a lui.

 

Ragazzo – Allora frate, come fa quella monaca a sapere i fatti miei?

Gennaro – Mah, mistero caro figliolo, cose che solo il cielo sa - cose… da santi.

Ragazzo – E non potrei saperlo anch’io…in fondo sono solamente l’interessato (ironico).

Gennaro – Le vie del signore…

Ragazzo - …sono infinite (con sopportazione)

Gennaro - …ma se vuoi parliamo.

Ragazzo -  (prima riottoso, poi quasi con decisione)Và bene, siete tutti uguali voi religiosi. (quasi tra se) Poi, in fondo cosa ho da perdere? Tempo? ne ho anche troppo.(breve pausa) Di cosa dobbiamo parlare frate?

Gennaro – Né guagliò, io sono Vescovo.

Ragazzo – Allora, Vescovo, di cosa parliamo?

Gennaro – Puoi chiamarmi semplicemente Gennaro. Vediamo un po’: che ne diresti di parlare del Napoli?

Ragazzo-  Del Napoli? Vuoi dire della squadra di calcio del Napoli?

Gennaro – Certo del Napoli di Maradona…

Ragazzo – Ma dove vivi Gennarino? Quel Napoli non esiste più. Sappi, caro mio che ora il tuo Napoli adesso è in serie C.

Gennaro – E’ ‘o vero?

Ragazzo – Garantito.

Gennaro – Si vede che mi sono perso qualcosa in questi anni…

Ragazzo - (divertito) E mi pare di si. Ma tu te ne intendi di Calcio?

Gennaro – E come no. Devi sapere che io sono il primo tifoso del Napoli e nume tutelare della 

società partenopea e  della Città.

Ragazzo- Bum! L’hai sparata grossa, Gennarino.

Gennaro – ‘O vero. Comunque il Napoli è sempre nel mio cuore.

Ragazzo – Io invece tengo per il Catania, e gli voglio bene – assai.

Gennaro – Mai quanto il bene che ho io per il mio Napoli.

Ragazzo – No, mi dispiace, ma tu non puoi averne di più di quanto non ne abbia io, per il Catania. Figurati, io sono stato giocatore nella giovanile.

Gennaro – Sei un giocatore? E perché non me lo hai detto prima? Io per i calciatori tengo sempre pronte tre assoluzioni: 

Una per quelli che si pentono e l’altra per quelli che non si pentono...

Ragazzo – E la terza?

Gennaro – Quella è per i fessi come te!

Ragazzo – Bella questa. E perché?

Gennaro – Perché è un’assoluzione speciale, diciamo una specie di condono – che oggi è di moda - per i peccati pensati e non attuati. Giuvinò, prenditi st’assoluzione e vai in pace.

Ragazzo – Ce ne sono matti in questa chiesa, vero? Tu, quella monaca…

Gennaro … e tu. 

Ragazzo- Io? E perché?

Gennaro- Perché pretendi di sapere tutto e di giudicare tutti. Compreso i tuoi genitori, i loro amori…e la tua ex ragazza.

Ragazzo – Ahò, e cos’è ‘sta storia? Tu e quella monaca lì, sapete i fatti miei?

Gennaro – Solo ‘nu pocherillo.

Ragazzo – E no, Gennaro, adesso mi spieghi tutto.

Gennaro – Tutto?

Ragazzo – Tutto!

Gennaro – Ma proprio tutto?

Ragazzo – Proprio tutto.

Gennaro – E non ti impressionerai?

Ragazzo –Non sono un bambino.

Gennaro – Questo lo dici tu. Allora, sentimi bene e non m’interrompere, sennò mi perdo: allora, devi sapere che in questa chiesa ci sono due santi: Santa Caterina e San Gennaro, il quale sarei io…

Ragazzo – (divertito) …e Santa Caterina è la monaca…

Gennaro - …esattamente.

Ragazzo – E io dovrei crederti? Ma che sono scemo?

Gennaro – Nu poco, solo nu poco. Allora noi siamo quelle statue lì (accenna le pareti), ma qualche volta scendiamo qui…(entra Caterina)

Ragazzo – E io sono quello lì in croce, e qualche volta scendo qui.

Gennaro e Caterina all’unisono: Scostumato!  

Gennaro – Catarì dagli una dimostrazione.

Caterina – Con grande piacere.

 

                                                    Secondo quadro

 

 

Caterina va al centro della scena, provoca gioco di luci e inizierà la scena del padre innamorato di un’altra donna. Musica adatta.

 

In scena: un uomo (prof. Bellassai, padre del ragazzo) e il Ragazzo. 

 

Uomo. – (come se passeggiasse e parlasse con un ipotetico interlocutore) Eravamo alla Villa, lui stava davanti a me, dritto. Aveva le mascelle serrate e non parlava; i suoi occhi aggrottati mi scrutarono anche il midollo, poi mi fece un lieve cenno col capo, si sedette nella panchina, a destra, accavallo' le gambe e aspettò. Lo conoscevo bene; e sapevo cosa volesse significare quell'aria, quell'espressione e quel silenzio cupo: era impazienza, disappunto, fastidio, irritazione e, all'occorrenza, irriguardoso e impietoso sarcasmo. L'avevo atteso da quasi un'ora, seduto su quella panchina, sotto il grande ficus ombroso, che di tanto in tanto lasciava cadere, come triste presagio, qualche foglia secca attorno a me - e avevo ingannato il tempo a pulire per benino quel sedile, poi gli dissi (intanto entra in scena un ragazzo):

Uomo- Grazie d'esser venuto.-

Raga. - Me l'hai chiesto...-

Uomo- Si, te l'ho chiesto io, grazie ancora.-

Raga.- Ma, mi hai fatto venire fin quassù per dirmi solo grazie?-

Uomo- Io? no, niente; cioè si. Volevo dire: nulla di personale.  Insomma, ti devo parlare, da solo. -

Raga.- Siamo soli, parla.-

Uomo- Come se fosse facile! Ma cosa credi che mi sia semplice  dirti quello che ho da dirti? -

Raga.- Se non ti e' facile e semplice dirmi quello che mi devi   dire, vuol dire che non mi dirai ciò che mi dovresti dire.   E tanti saluti. Va bene così? -

Uomo- No, che non va bene!   L'argomento è molto, ma molto serio, bello mio, per  ironizzare sui preamboli, come fai tu.(breve pausa) Io ti debbo aprire il mio cuore, e non mi sarà facile  farlo, proprio con te, Capisci?(finta commozione) -

Raga.-Ma guarda un pò... ma che fai?  adesso ti diventano gli  occhi rossi?  piangi? (divertito e irritato)-

Uomo- Macchè! E' stato un moscerino.- ( si gira di spalle).-

Raga.- Già il solito moscerino tempista. Istrione! – ( sarcastico, sibillino)- Dai, parla. E non esitare! Ma cosa credi che sia facile  anche per me, dover ascoltare quello che, immagino, mi  dovrai dire?  Sono in imbarazzo quanto te, se non di più.( ancora imbronciato, ma un po' più disteso.)-

Uomo- Tu - lo immagini? – (domanda di speranza di aver fatto breccia nella sua dura corteccia e d'averlo commosso).- 

Raga.- Certo. Cosa credi che in questi giorni, a casa, non abbia  avuto occhi, ne' orecchi?  - 

Uomo- Bene, meglio cosi'."  - (breve pausa come colui che ha l'animo travagliato). Ci sono situazioni particolari, momenti curiosi,  accadimenti strani, forse anche fatalità, che   interreagiscono, inaspettati e insidiosi, nella vita di un  uomo, soprattutto di un certa età, - quindi piu'   vulnerabile.  Prudenza vorrebbe che costui non si facesse mai - mai! -  trovare sotto scopa.

I sentimenti, imprevedibili e padroni, - Dio mio, com'è  possibile parlartene in modo distaccato - i sentimenti  tiranni, se inseriti in quell'ambito, ti tengono in pugno e  ti stringono fino a stritolarti...

Raga.- (interrompendolo) Cosa stai cercando di dirmi? Stai mettendo le mani avanti?  Con me puoi farne a meno! Poi, so anch'io cosa sono i  sentimenti, anzi le passioni; risparmiami quindi le tue  riflessioni, metti da parte le elucubrazioni sui tuoi  massimi sistemi, e vai subito ai fatti, ti prego.( con foga)-

Uomo- Si, si scusami... hai detto bene: sentimenti e passioni! Si   si... ma si! sicuro: sentimenti e passioni mi hanno  avviluppato proprio in questa critica età, e mi strozzano, mi dilaniano.-( mettendola sul patetico) Chi me lo doveva dire che avrei, che avrei...-

Raga.- ... amato, contemporaneamente, due donne ...( sorriso sornione).-

Uomo- Sai già? – (sospiro di sollievo)  Ebbene, si!  proprio così: contemporaneamente!  Con   un'estrema intensità di passioni, l'una; e con sentimenti  pacati, sereni, come ben sai, l'altra.

Raga- Avanti, dai: dimmi chi e' e dove l'hai conosciuta.- 

Uomo- Come corri! Dal preambolo vuoi arrivare subito al finale?   Diamine, almeno dammi il tempo di trovare le parole giuste.   Chi è. Chi è... ma e' poi così importante sapere chi è?   E'.. è  una donna...-

Raga.- ... bella scoperta...-

Uomo- …affascinante...-

Raga.-... occhi verdi, capelli biondi, coscia alta...-

Uomo- E dalle! con quest'ironia, mi rendi tutto più difficile!  E' una donna non tanto bella, in verita'; ma e' molto, ma  molto affascinante. E' colta, spiritosa. Ha trent'anni, e  l'ho conosciuta al mare: Lei era la', sempre, sullo stesso posto, di fronte al nostro, in bikini la cui parte superiore, a  stento, celava un poco dell'enorme seno prosperoso. – unico  difetto fisico, se lo si vuol proprio considerare tale - sdraiata al sole, sull’accappatoio, come una lucertola. Di tanto in tanto,   come uscendo dal torpore, si metteva a sedere, scuoteva la testa per ravviarsi i rossi capelli, e, poi, allacciandosi  le gambe con le braccia, mi fissava con quegl'occhioni  verdi malinconici pieni di fascino: pareva che mi   chiamassero, quasi - che mi implorassero. E, insomma, ciò solleticava la mia vanità, capisci; in fondo, onestamente, sono ancora un...un bell'uomo, mi pare...uno e ottanta, niente pancia, tutti i capelli - anche se un po' brizzolati.( Intanto s'è alzato e si pavoneggiavo dinanzi a lui. Poi contrariato)  E non guardarmi cosi', mi metti in imbarazzo! Sii serio.-

Raga.- Impressionante! traumatizzante! " - (resta qualche secondo con la bocca aperta: sbalordito)-.

Uomo- (contrito cade letteralmente a sedere, consapevole del  puro, profondo, senso del ridicolo in cui era caduto)-

Raga.- (vedendolo afflitto, quasi conciliante) E non te la prendere: quindi ti sei lasciato ammaliare.-

Uomo- (quasi a bassa voce) Non proprio. Mi turbava, questo si, ma non più di tanto. (tono normale) Poi non la vidi più - per lungo tempo. Ma alla mia ultima  conferenza, mentre spiegavo il significato di certe scene  ad una scolaresca, ecco che avverto sul mio fianco, a destra, la pressione di qualcosa di morbido e di caldo: era lei, col suo grande seno sinistro, adagiato discretamente, con noncuranza, sul mio avambraccio, - mentre guardava la  scenografia e ascoltava attentamente le mie parole...-

Raga.- Non mi dirai che era l'insegnante?-

Uomo- Proprio cosi'.-

Raga.-E allora? -

Uomo-E allora, le chiesi di rivederci il giorno seguente, al mare, nello stesso posto, ed ella ritornò, puntualmente...-

Raga.-... e lei …ci stava bene con te.-

Uomo- Infatti!-

Raga.- E d'allora...-

Uomo- ... che ci vediamo. Si, ci frequentiamo...insomma, stiamo   bene insieme.-

Raga.- Ci vai a letto? -

Uomo- Oh, ma sono domande queste? ... insomma, ebbene, si. Si!-

Raga.- Patatrak! E cosa vuoi da me? Comprensione? o che altro?-

Uomo- Voglio aiuto!-

Raga. - Da me? ma sei matto! -

Uomo - Da te, sissignore! – (poi con voce suadente)  Sentimi, mio caro, se tu potessi parlarne con... con...-

Raga.- Con mamma? (cenno di si dell’uomo) Tu sei matto, caro babbo!  Fallo  tu! ti manca il coraggio? Ma che uomo sei?  Eppoi mi sembra estremanente indelicato - per mamma! Ma che idea...no! tu hai fatto la frittata e tu la rivolti – caro babbino, foglia di ficus, ormai secca che cade a terra e poi marcisce.- 

Uomo- E se fosse la mamma la foglia di ficus secca ed io il ramo?-

Raga.- Ma dici sul serio? Sciocco babbino…-(esce) 

Uomo- (come parlando con l’interlocutore assente di cui sopra)  Poi si alzò,si aggiustò la piega dei pantaloni e se ne andò.   

Ecco come sono i figli: quando ne hai più di bisogno, ti abbandonano! accidenti! Avrei voluto dirle: Ma, insomma capiscimi, questo e' il mio problema: se lascio l'una per restare con l'altra, faccio del male all'una e non all'altra; e viceversa. Ma io, ma io! il male me lo faccio ugualmente, sia che resti   con l'una, sia che resti con l'altra! Capisci! Capisci? E avrei voluto gridargli:

Sarei io il ramo secco? Senti, ragazzino saccente: un ramo, seppur vecchio d'anni, con nuova linfa può ancora germogliare. –

Ma mi lasciai morire la frase in bocca.

Poi, sospirando deluso, sollevai il capo e m'avvidi che un ramo dell’albero di ficus stava perdendo un'altra foglia. Sorrisi, e, lentamente, mi alzai dalla panchina, feci qualche passo, mi fermai, mi   abbassai, raccolsi la foglia di ficus che mio figlio aveva abbandonato dopo essersela rigirata fra le mani per tutto il tempo, imboccai il vialetto opposto, quello di ponente, inondato di rosso  tramonto…- (esce)

 

Caterina – Allora che ti sembra? ti sei comportato da uomo? hai dimostrato, non dico pietà, ma almeno comprensione, per quel povero padre dilaniato dai sentimenti?

Ragazzo – Comprensione? Ma che dici. Pietà per lui? Semmai di mamma!

Gennaro – A si? Allora guarda.   

 

                                                     Terzo quadro

 

Gennaro fa le stesse mosse precedentemente fatte da Caterina.

 

In scena: Una donna, madre del Ragazzo, e il Pittore.

 

La donna sta ritta in mezzo alla scena, poi nel suo cono di luce entra un uomo. Quindi i due si guardano negli occhi, intensamente.

Musica adatta.

 

Uomo - Ho sognato i tuoi occhi blue…

Donna - …che ti dicevano…L’hai cercato per tanto, troppo tempo; consolati, ora l’hai trovato. 

        Ora hai trovato l’amore, dopo le chimere, le illusioni…ora le certezze.

Uomo -  Ed ecco che ora vedo questi occhi proprio davanti a me, in questo momento: 

          T’ho cercata, t’ho attesa, sei venuta.-

Donna- T’ho chiamato, hai risposto. 

          Sapevo che ti avrei raggiunto, nel sogno o nella realtà.-

Uomo-  Da prima, 

          da sempre, 

          dall’Eternità, 

          da oggi, 

         da quest’attimo ci riconosciamo: questo è il miracolo...-

Donna- …l’incredibile per gli altri è possibile per noi. 

Io accetto questo evento amoroso come un fatto lungamente atteso.- 

 

La donna si avvicina all’uomo, gli prese la mano e così rimangono immobili a guardarsi. Intanto s’ode il rumore della risacca sugli scogli. Poi i due attori, si staccheranno e ponendosi l’uno di fronte all’altro, si muoveranno attorno alla scena, facendo ampi giri, come se si inseguissero, senza mai raggiungersi.

 

Uomo- Quel giorno arrivai sulla scogliera, alta, nera, e guardai l’acqua limpida, tremolante, ricca di bianca spuma , cercando di intravedere qualche pesciolino, un piccolo granchio o chissacchè, in fondo al mare chiaro e profondo, quando dalla controluce emergesti tu, come Venere dalle acque, per me, giovane donna, che sbalordito ti guardavo sorpreso e incantato. 

Donna - Ti vidi malinconico appoggiato al parapetto, al sole, e compiaciuta, riconoscendoti, ti ammirai, ti desiderai.  

Uomo- Ed io affascinato da quel seno traballante, appuntito, fuoriuscente che mi si presentava davanti al viso, quasi offrendosi, mi turbai.

Donna - Il tuo corpo perfetto, dai muscoli svelti, imperlato di sudore, mi fece da dolce richiamo, e venni…

Uomo-… con quel tuo corpo bello, perfetto, guizzante, sgusciante, imperlato, inguainato nel nero abitino appiccicato  addosso come la pelle di una foca.

Donna - Mi tuffai nella luce, per esserti di sorpresa.

Uomo- Sorpresa che mi attraversò la pelle attraverso quegli occhi blue - occhi interminabili, abissali, madreperlate ma tuttavia segnati da un briciolo di tristezza. “ Occhi conosciuti”, ti chiamai.  E quando mi sorridesti, socchiudendo appena le labbra, ma illuminandomi con gli occhi lampeggianti, allora ti riconobbi: eri la donna del sogno, erano gli occhi del sogno. Quel sogno ricorrente, puntuale, di tutte le notti: Eri tu!

Donna - E per me - tu! Eri tu l’uomo che tutte le notti mi compariva in sogno, sulla scogliera, con quei capelli chiari al vento, col vello riccio al petto e la barba ramata al viso, con quegli occhi tristi; sempre da solo, là, su quello stesso posto.

Uomo – Stavo lì sempre in attesa di qualcuno… e sei finalmente arrivata.

Donna – Venivo lì e sapevo che t’avrei trovato.

Uomo -  Poi ti tesi le mani…

Donna - …che io presi e mi strinsi al petto.

Uomo – Cercammo il rifugio…

Donna - …lo trovammo laggiù.

Uomo- Poi ci amammo,  proiettandoci in un amplesso flessuoso, lungo…

Donna - …tumultuoso, generoso, lungamente atteso ed improvvisamente esploso.

Uomo- E quindi amore, amore e ancora amore, liberi, nudi, armoniosi, guizzanti. (pausa)

 

Donna – Amore sano, amore infinito.

Uomo – Ma non eterno. Io sono strano.

Donna- Tu, quando non potrai più amarmi 

come ora, 

mi avrai già tanto amato 

che mi basterà per il resto 

della mia vita. 

Il tuo poco per me sarà tutto, 

il nulla tristezza e morte. 

Io avevo solo il nulla 

e anche se questo momento non dovesse più rinverdire, 

sappi che mi hai donato tutto:

la vita.-

Uomo-  … ma, con dolore, debbo lasciarti, sembri dirmi. Ma vivere è peccato?

Donna – Vivere senza amore – lo è.

Uomo - Amare è follia, ed io sono pazzo!

Donna - Rispondere al richiamo della vita è una colpa? Ho fatto bene oppure ho fatto male a rosicchiare il bozzolo che mi avvolgeva? E gli altri, quelli che sono prima di te, quelli degli anni vicini, che diritto hanno su di me? Che dovere ho verso di loro?-

Uomo- Loro hanno avuto le stesse cose che hanno dato a te.  Il bilancio è a pareggio.

Donna-  Una vita ha sempre lo stesso corso?  Ma la mia differenza, gli…altri; tutto, …poi anche queste domande, .. quali risposte dare?-

Uomo - Stai ricucendo il bozzolo…

Donna-  Io? Non…non credo..-

Uomo-  Io penso, invece, di si. Non lo fare, ti prego…anche se non stessi più con me, rimani libera, non rinchiuderti, ti prego, ti prego!-

Donna -  Resterò libera, te lo dico, ma dovrò allontanarmi pensandoti e pensandomi. Aspettami sereno, e forse, un giorno o l’altro incontrerai il mio sogno e chissà, potrebbe annunziarti il mio ritorno.-

Uomo – T’aspetterò. E se non verrai impazzirò.

Donna – Addio amore… 

Uomo – Ora andrai e ti dissolverai alla luce del sole calante e che a poco a poco ti ingoierà. 

Donna -  Addio amore, sappi che prima di sognarti, molto prima del tuo odore, prima ancora d’udirti, di vederti, io già saprò... 

Uomo- …e chissà, se quegli occhi blue, nel sogno…-

 

 

 

Gennaro – Allora? Che ne dici?

Ragazzo – Pure mamma? O Dio!-

Gennaro – E’ fatta di carne pure lei.

Ragazzo – Ma voi siete dei santi, come mai li giustificate?

Gennaro – Non giustifichiamo un bel nulla! Sappi, comunque, che prima di diventare santi siamo stati uomini e donne. (breve pausa) E certe cose lì comprendiamo…anche se adesso non li approviamo. Ed ora vuoi vedere il resto?

Ragazzo- Visto che ci sono, vediamolo (Rassegnato)

Gennaro – E guarda ancora.

 

 

La donna da sola.

 

Donna – Mi ama alla follia! Partendo mi disse che sarebbe impazzito se non fossi più tornata. Ed io volevo tornare da lui, lo volevo a qualunque costo, con qualunque sacrificio, in qualsiasi modo… ma poi pensai a loro: a Ettore, al mio ragazzino… come potevo abbandonarli?  Si, certo, anche Ettore aveva i suoi sollazzi, credete che non lo sappia? Ma per amore della unione della famiglia e per la sana crescita del ragazzino, io sopportavo. Facevo la tonda! Certo, mi trovavo in un periodo amorfo, vita senza significato, senza stimoli, in perfetto abbandono e facevo, rassegnata, quasi vinta - la moglie e la madre: basta!

Ma sognavo. Questo nessuno poteva impedirmelo: né loro, né la mia coscienza. E sognavo nulla e tutto. Sognavo chimere, illusioni, fantasie…anche a occhi aperti…Sognavo come una ragazzina di sedici anni, quale io ancora mi sentivo nell’animo. Sognavo…sognavo… e una volta sognai lui, il Pittore. Lo sognai senza mai averlo visto o conosciuto. Lo sognai come se squarciasse un velo di luce e venisse a me, dritto, verso di me…verso di me…che emozionata lo contemplavo nella luce dorata e trasparente del sogno. Ed io in ansia, fremente lo vedevo avvicinarsi e ne riconoscevo i particolari, i tratti somatici. Poi svaniva nel nulla. 

E mi svegliavo stizzita. 

E questo parecchie altre volte ancora, in sogno.

Ma una notte….ah che notte…egli finalmente arrivò a me. E, per pudore non dico che notte fu! ma lo penso ancora! (pausa) 

Poi non l’ho più rivisto, perlomeno di notte nel sonno vero; ma lo sognavo ad occhi aperti, e sempre facevamo le stesse meravigliose… cose. 

Pensavo che i sogni fossero sogni e basta. (Breve pausa) 

Ma i sogni sono bugiardi! 

I sogni sono ingannatori! 

I sogni sono… sono forse premonitori? 

Si, sicuro, perché un giorno, passeggiando oziosamente al lungomare - appoggiato alla ringhiera della terrazzina, che si protende sul mare, quasi come la prua di un vascello  - vidi lui!

Oddio, si, era lui, in carne ed ossa. 

Era lui vivente e non sognato. 

Era lui che, non appena mi vide, allargò le braccia per accogliermi… ed io mi portai le sue mani al petto in segno di resa e devozione.

Ah che amore.

Ma poi ebbi paura di questo amore folle, e per me impossibile… partii…  mi aspettò… ma non tornai. (breve pausa)

Sono stata cattiva, con lui, 

che è così buono. 

Cattiva, cattiva…anzi stronza!!! 

Stronza, stronza…

Che casino!

Ma quando Ettore mi confessò che amava un’altra donna, ruppi gli indugi e lo cercai. Non fu facile trovarlo perché era ammalato, mi dissero…era turbato…aveva problemi mentali…E allora, fuggii via! lasciai  la mia famiglia, la mia casa, ed mi trasferii quaggiù - dove quel giorno ci amammo per la prima volta - qui in attesa di lui.

 

 

In chiesa.

 

Ragazzo – Che disastro! Mamma mia che disastro. Oddio…oddio…non ci avrei mai creduto. 

Gennaro – Allora, la condanni?

Ragazzo – No, forse la compatisco.

Gennaro – Tutto qui?

Ragazzo – E cosa pretendi che mi rallegri delle corna che si fanno, reciprocamente, marito e moglie? Ma lo sai che se mia madre fa la puttana, mio padre è matematicamente cornuto ed io sono, inevitabilmente figlio di buttana? 

Gennaro – Non esagerare adesso, siamo in chiesa…Sei troppo duro, guagliò…

Caterina – …e bisogna saper perdonare.

Gennaro -  Anche Marinella, in fondo…

Ragazzo – Marinella? Chi? La sgualdrinella?

Gennaro – Sei tosto, guagliò…

Caterina – Già…e allora guarda.

 

 

                                               Quarto quadro

 

 

Professore, Marinella e Giovanni

 

Davanti all'Istituto "Stanjislasky- Dancenko", gli allievi aspettano l'inizio della lezione: Giovanni e Marinella, due studenti del primo corso, stanno in disparte e discutono animatamente. 

 

Gio:- Ma dai...-

Mar- No e poi no! Tu la guardavi, e non per guardarla,  come tu dici, ma per concupirla con gli occhi!   Zozzone! Lussurioso!-

Gio- Ma se le ho dato appena uno sguardo...-

Mar- Tu! tu! tu con quello sguardo l'hai spogliata!-

Gio- Oddio! Ma come sei esagerata...-

Mar- Esagerata? io?-

Gio- No, mia sorella. Ah, ecco il professore.-

Mar- Ne parleremo dopo!.. Esagerata...-

 

Entra il professore.

 

Prof.- Buon giorno, lieto di vedervi così numerosi  e ...di buon umore (allude a Giovanni e Marinella, imbronciati, che sono seduti in prima fila). Oggi vi parlerò, brevemente, del Teatro Siciliano a cavallo tra il 1800 e il 1900, poi andremo nel salone.

Come vi dissi la lezione scorsa, Giovanni Verga fu  l'innovatore del teatro italiano moderno, con il Verismo in scena: "Cavalleria rusticana","La Lupa", "Caccia al lupo", sono le sue opere più note.

Verista come lui fu Luigi Capuana, il quale compose  opere anche in dialetto siciliano, proponendo in chiave comica i vizi e i vezzi di popolani, di nobili decaduti, di nuovi ricchi, di eccentrici e di preti. Esempio: "Il Paraninfo", gustosa commedia incentrata sui matrimoni d'interesse; e "Lu Cavaleri Pidagna", la  cui trama è data dalla fuga della figlia...-

Giov.- ... la famosa "fujitina" di una volta.-

Prof.- Brrraaavo.

Ma l'affermazione definitiva del Teatro Siciliano si  ebbe con Nino Martoglio, il quale riuscì a portare il  Teatro del Riso alla vera e propria Condizione d'Arte. I suoi personaggi, umanissimi, reali, vivi sono incisi nella memoria collettiva non solo dei siciliani, ma di tutta la Nazione.

Chi non ricorda Mastru Austinu Misciasciu, del " San Giovanni decollato"; Cicca Stonchiti e Messer Rapa dei  "Civitoti in Pretura"; Cola Dusciu de " L'aria del  continente"?

Insieme a Martoglio è doveroso segnalare alcuni autori  minori, almeno per fama: Antonino Russo Giusti ( "L'eredità dello zio canonico" e "Articolo 1083", più  nota come: "Gatta ci cova"); Giuseppe Macrì ( "Fiat voluntas Dei"); Giuseppe Marchese ( "I Don").

Ma il sigillo universale lo dette Luigi Pirandello, il  quale, spinto dall'amico Martoglio, compose, per il grande Angelo Musco, alcune commedie in dialetto agrigentino. “Da Lumie di Sicilia” a “Liolà”. E il Musco non lo deluse: tutte le commedie ebbero successo di critica e di pubblico, per decenni.

Ed ora, se volete passare nel salone, continueremo la lezione rifacendoci al copione della commedia “L’Aria del continente”, che, spero, vorrete contribuire a renderla viva salendo sul palco e recitandola dignitosamente. 

 

Esce. I due ragazzi si attardano, come se aspettassero che l’uno o l’altro, prenda l’iniziativa.                                

 

Giov.- Che fa? Andiamo?

Mari – E andiamo (rassegnata, ma non si nuove.)

Giov. – Marinella, non essere arrabbiata con me…sai che ti amo.

Mari - Io so che guardi le altre.

Giov. – Ti prometto che non guarderò più nessuno. Lo giuro! (fa cenno del giuramento).

Mari - … i tuoi giuramenti…

Giov. – Vuoi una prova più concreta? Eccola: vedi questa lametta? (si china e raccoglie da terra la lametta) Bene, ora mi taglio i polsi per dimostrarti quanto ti amo. (sta per fare, ma Marinella lo blocca)

Mari – Che fai? Fermo! Fermo…scemo …ti credo…ti credo e ti voglio troppo bene per vederti…morire…--

Giov.- (con la lama in mano) Sei sicura di non volere la solenne prova?-

Mari – Sicura.

Giov. (lasciando cadere la lama) E allora dammi un bacio.

Mari – Davanti a tutti?

Giov. – Si, davanti a tutti: tutti debbono essere testimoni dell’accadimento celestiale che è un tuo bacio, almeno per me.

Mari – Esagerato…te lo darò sulla guancia.

Giov. – Lo voglio qui (si mette le labbra a boccuccia)

Mari- Ma dai, non fare il bambino…

Giov. - …ehi, io sono un uomo.

Mari – E allora…comportati da uomo.

Giov. – Semplice a dirsi…

Mari-... e a farsi. 

Giov. – Ma tu mi ami, mi ami?

Mari – Ma certo che ti amo, testone! Ma non mi mettere in imbarazzo di fronte alla classe.-

Giov. – Stanno andando tutti nel salone, vedi?

Mari – Lo vedo… ( ma non si muove)

Giov. – Marinella, restiamo per ultimi… 

Mari – Perché? (maliziosa)

Giov.- Te lo spiego dopo.

Mari – Uomo misterioso. (come se aspettassero l’uscita dei compagni e intanto si dondolano)

Giov. – Eccoci soli. Allora questo bacio?

Mari.-  Eccolo. ( lo bacia sulla guancia)

Giov.- Non così, ma così (tenta di baciarla sulla bocca)

Mari.- No, fermo.

Giov.- Cosa c’è ora?

Mari.- Nulla… solo…

Giov.- …solo?

Mari. – Solo… che non mi devi far fretta. Non forzarmi.

Giov.- Chiederti un bacio è forzarti?

Mari .- Non è il bacio…è…è

Giov.- E’?  

Mari – Io… non lo so…forse ho paura.

Giov.- Hai paura di me?.. o del tuo ex?

Mari – No, ma cosa dici? Non di te, e neppure dell’altro. No, no. Forse ho paura d’amare.

Giov.- Ti fa paura l’amore? Oppure io, mio amore?

Mari – No, te l’ho detto. Non ho paura di te – so che sei buono – ma…ma dell’amore…capisci?

Giov.- (ciondolando il capo) L’amore, l’amore?

Mari.- (pudicamente) Si.

Giov.-  Capisco…comprendo…perché, in fondo, anch’io…

Mari – Anche tu? Mai?

Giov.- Si. (timidamente)

Mari – Giovanni, Giovanni mio, adesso so perché ti voglio tanto bene. Lo sentivo che eri solo mio.

Giov.- E tu sola mia. (l’attira a se) Ti amo tanto che quando ti stringo a me, sento…sento…la scossa!

Mari – Ed io i campanellini che mi tintinnano in testa e mi annebbiano la vista...

Giov. – …e canti angelici in sottofondo…

Mari – …con profumi di fiori di campo…

Giov.- …che salgono fino al cervello e lo incantano…(intanto si inginocchiano l’uno di fronte all’altro)

Mari - … e luci! Luci splendenti, luci abbaglianti, luci paradisiache.. (si toccano)

Giov.- … e una vampa di sole sul viso…

Mari - … e la mia anima si smarrisce…

Giov.- … col mio corpo che freme… 

Mari - … io sono una corolla di fiore… (attirandolo a se)

Giov.- …che si schiude

Mari -… che ti chiama

Giov.-… che ti brama (si sdraiano per terra)

Mari- … Oddio, ti sento!   

Giov.-… Ed io ti cerco…

Mari - …e mi trovi.

Giov.- …in te...

Mari - …in me, ci sei tu...

Giov.-…con la mia anima...

Mari-… e l’anima mia vola.

Giov.-…con la mia e s’incontrano in Universi infiniti che frullano il cuore…

Mari -…e un’Eternità di corpi ci serrano l’anima…

Giov.-…mentre la vita scorre dai miei pensieri…

Mari -…e l’accolgo io, con gratitudine, in me – la tua vita! (buio) 

 

 

Di nuovo la chiesa:

 

Gennaro – Allora che ne pensi? Marinella è innamorata di te o di lui?

Caterina – E’ sgualdrinella, come tu dici?

Ragazzo – Calma, vi rispondo: E’ innamorata di lui. E…e…non sono sicuro che sia una…Ma io che sono allora? Una schifezza…

Gennaro-…della schifezza della schifezza. E piantala con questa lagna. Tu sei uno come tanti altri. Le delusioni sono come la morte: inevitabili. Ma mentre contro la donna con la falce non c’è rimedio, le delusioni invece si possono combattere.

Ragazzo- E come?

Gennaro – Domandalo a lei (indica Caterina)

Ragazzo – Lei? (è sbalordito)  

Gennaro – Si, lei! E cosa pensi che prima di farsi monaca e poi di diventare santa, lei non ha avuto una sua vita secolare? Parlagli Catarì.

Caterina – (reticente) Insomma… molto tempo fa… ci fu uno scudiero…ma niente di serio…sposò un’altra.

Ragazzo- Anche tu? Delusa? Sono in buona compagnia allora.

Gennaro – E visto che siamo fra amici e che ci stiamo confessando, dirò che la mia bella delusioni l’ebbi anch’io. Dio com’era bella e… com’era zoccola!

Ragazzo- Cose da pazzi.-

Caterina  – Queste sarebbero cose da pazzi? E guarda qui, allora:

 

 

                                                     Quinto quadro

 

Il scena il professore, poi lo psicanalista che non parla, ma pian piano s’addormenta.

 

Prof.- Come se fosse così semplice confessare d’essere un autodidatta - anche se lo fece, candidamente, un grande della scrittura del calibro di Borges-.

Beh, allora per evitare paragoni improponibili, diciamo che sono un quasi autodidatta e basta!

Basta? E allora cosa confesso? 

Confesso, confesso, intanto ecco il mio nome: Ettore Bellassai, classe 1945, di professione aspirante filantropo, un po’ fannullone; e come hobby, docente di drammaturgia.

Volete il mio curriculum? Ebbene non ne ho. Perché? Perché ve lo già detto prima: sono un fannullone.

Insistete? e allora, per accontentarvi, vi do il mio curriculum scolastico. 

Quindi, cosiddetta carriera scolastica: in quinta elementare il maestro Floridia mi disse: Lascia perdere lo studio e vai a lavorare.

Consiglio rigettato, mi piaceva studiare, ma avevo la memoria a breve termine, come fare? E’ grave! 

E si, perché, per esempio della professoressa Guarino, pseuso-insegnante d’italiano, mi ricordo soltanto il nome. Poi fine.

Poi la smania per lo studio mi riprese e tornai a studiare, ma l’uso del congiuntivo me lo insegnò un mio compagno di “sventura”. 

Dopo mille vicende e fatti, riuscii, come Dio volle, a maturami, però con la promessa tacita che non mi sarei iscritto all’Università.

Promessa che, da spergiuro, infransi qualche anno dopo. Ma fortunatamente per poco, perché la voce di Floridia me la sentivo sempre negli orecchi, e allora correttamente mi ritirai.

Poi feci un lavoro di bibliotecario che mi permise di “saccheggiare” un’intera biblioteca. E allora la Narrativa, il Teatro, la Saggistica erano il companatico del mio pane quotidiano. 

E, infine, da doppio spergiuro, tornai all’Università col preciso  scopo di laurearmi in teatrofobia, volevo dire teatrologia applicata, no, insomma, Teatro e basta. Detto fatto: laurea con 80/110. E levati di torno.

Poi, un giorno commisi un peccato mortale, scrissi una timida poesia. Perché timida? Perché leggendo le poesie di autori famosi e bravi, a loro confronto, la mia poesia sembrava dissolversi in minuscole goccioline di similpoesia. Ma poi mi si diffuse un leggero alone di coraggio e la mano, col tempo, divenne più audace nella composizione. 

Scrivere poesie…mica me l’ha ordinato qualcuno?  Ma che bello poetare. Dicevo, però debbo badare a non “intrupparmi” perché, fatta salva qualche eccezione, sentivo, spesso, nelle altre composizioni sapore di rimasticatura, odore di retorica, afflati di mammismo e sentori di odi e lodi per il proprio paese.  Poi magari, ermetici scimmiottamenti di un caposcuola di successo, ma senza mai che qualcuno proponesse una “favola”, un fine, una idea concreta e conclusa, un pensiero compiuto, oppure una visione, un profumo, un alito, un’illusione, un lampo, un sapore dolce o aspro – magari poi negati.

Lo avrete già capito: smisi di scrivere

Scusate, ora la mia domanda scema è questa: Se, per capire questo genere di  poesia  pseudointellettuale, è necessaria la cultura, o peggio, l’erudizione, allora che poesia è?    

Sarò retorico ma la poesia, per me, uomo di tutti i giorni e poeta a tempo determinato, è percepire, raccogliere e porgere pensieri, sensazioni, fatti, emozioni, sentimenti, idee, intuizioni, dolori e sogni, al fine di far sognare, vibrare, emozionare, sbalordire, sorridere addolorare, commuovere altri uomini come me. O mi sbaglio? Forse si. Però, secondo voi - trascurando le regole fisse e rigide della composizione - un buon musicista non potrebbe, dignitosamente, musicare una pagina d’elenco telefonico? 

Ma qualcuno potrebbe, giustamente, osservare: e la pittura allora? Astrattismo, simbolismo, informale, surreale, impressionismo, espressionismo, cubismo e tutti gli ismi di questo mondo ancora? Come la mettiamo?

E io vi dico: lasciate stare questi movimenti perché la pittura – come la poesia – è una cosa seria e non va confusa con le tecniche, gli stili, le mode, le forzature e le originalità a tutti i costi. Tralasciamo, ovviamente, anche i mistificatori imbrattatele. Parliamo soltanto dei veri Artisti, per intenderci.

Solo il vero Artista ( il genuino talento), filtrando la realtà da poeta, tramite i suoi occhi incantati, attraverso la sua anima, con la sua personale maestria, propone la sua personalissima, originale, unica visione estetica, a seconda della sua ispirazione o estro, e la carpisce, fissando sulla tela ciò che altri mai potrebbero vedere: il mondo, la vita e la sua essenza.    

Ora ritornando alla comprensione della poesia, della pittura, e alla funzione dell’Arte: E’ evidente che il pittore è pittore perché dipinge una tela e la mostra; il poeta è Poeta perchè scrive la poesia sulla carta, e la pubblica.

Si potrebbe supporre, quindi, con ragionevole certezza, che essi abbiano “ creato” queste opere non per farsi dire: “ Ma che brrravo!”, ma in funzione degli altri uomini, affinchè le ammirino, le apprezzino, le capiscano e le godano.

Altrimenti, se operano per se stessi; se non debbono essere capiti, apprezzati, ammirati e goduti, allora il pittore non deve dipingere sulla tela, ma sulla sua anima; e il poeta non deve scrivere sulla carta ma sul suo cuore. Chiusa parentesi.

Ma riprendiamo il filo interrotto.

La matematica fu la mia bestia nera…insieme all’inglese…E il Greco: che era affascinante e misterioso, che per me rimase sempre misterioso e affascinante. 

E il latino? Lasciamo perdere che è meglio.

Fine curriculum

Ora credete che, secondo i canoni, ciò ho detto sia in perfetto equilibrio tra introduzione, corpo e finale? 

No, vero? E certo, altrimenti che autodidatta sarei - allora. 

E’ tutto, che ne pensate? Anzi no! Ho moglie e un figlio. Ora è veramente tutto”.

 

Ma non ottenne nessuna risposta, quindi lentamente, si alzò dal divanetto e silenziosamente, quasi furtivamente, scivolò via dalla stanza - per non svegliare lo psicanalista.

 

 

                                                   Sesto quadro                                                       

              

Professore Bellassai. Psicanalista, insofferente, che, dopo un poco, esce di scena, infuriato

 

Psicanalista - Ed ecco il profondo pensiero del Professore Ettore Bellassai (scribacchia sul taccuino), allora?

Professore - Dunque – tralasciando l’insegnamento - faccio tutto quello che faccio per la Società, per l’umanità tutta, disinteressatamente, con slancio, con vera passione; mi tuffo su ogni iniziativa benefica come un assetato nell’acqua; smuovo mari e monti per avere appoggio e quattrini per questa e quella iniziativa, ottengo quasi sempre l’uno e gli altri; coinvolgo gente volente e anche nolente, e alla fine mi scopro invidioso (o geloso) dell’uomo che mi ha portato via la moglie, quel pittore squattrinato.

      Bestia! Selvaggio! Scriteriato! Che non sono altro.

Ma perché invidiarlo, diamine, perché? Che cosa è in fondo? egli è soltanto un pittore fallito, no? E’ un inetto, è mezzo matto, è disadattato, è un illuso...è...è…ma si, è un Artista, Santo Iddio. E’ un  creativo, vede quello che altri non si sognano di vedere, mai!  E’ un sensibile figlio di buona donna che con la sua innocenza conquista il mondo. E’ uno che lascerà traccia del suo passaggio in questo mondo, come dicono certi critici - e anche quel bestione di monaco che gli ha dato la commissione d’affrescare la chiesa.-

Invece io…io non possedendo nulla di ciò che si definisce grandezza umana - vuoi Scienza, vuoi Arte, vuoi Spiritualità - sono un inutile erudito costretto ad arrabattami con la carità…anzi con la beneficenza, per sentirmi un uomo che vale…che vale. E, invece è lui

che vale, per Dio se non vale. E quel monacaccio lo sa, lo ha capito per primo. E ora lo so anch’io! Prima mi rifiutavo di accettarlo, di saperlo; lo volevo così, solamente come un povero pittore imbrattatele, un artista  senza talento bisognoso solo d’aiuto, ma ora so che è un grande Artista: il pennello lo sa tenere in mano, i colori gli sgorgano naturalmente, sa comporre le figure, questo è noto. E sicuramente quell’ispirazione, quella visione che, quasi in estasi, ci ha preannunciata, nell’accettare la commissione dell’affresco della chiesa, si tradurrà con naturalezza, in forme e colori; e lui  si immortalerà dipingendo l’assurdo e il reale, il vero e il falso, il profano e il divino, in quella chiesa che io ho voluto, si, IO HO VOLUTO! 

Aspetta…aspetta… quella chiesa che io ho voluto…Certo io l’ho voluto, con la mia pervicacia, con le mie insistenze, con le mie conoscenze. Io ho raccolto i primi fondi, ergo IO L’HO FATTA!  E se l’ho fatta io, allora mi compete di diritto una bella targa di marmo posta sulla facciata principale, in perenne ricordo, dove ci sarà scritto per sempre:

 

                                   Al Professore Ettore Ballassi di Catania

                                                 Studioso d’arte e di civiltà

                                                  Benefattore  e  Fondatore

                                          La Comunità e il popolo tutto        (ma si, mettiamolo pure)

                                                    con riconoscenza

                                                              Pose

                                          Questa Targa a Perenne Ricordo

 

Bene, detto questo, o meglio, pensato questo, mi sentii, finalmente, allargare il cuore e respirando ondate di aria dolce e fresca. Mi sentii di nuovo poeta. E, dicendo un Pater Nostro, poi presi un sentiero in salita, che si inoltrava nei boschi. Dovevo assolutamente smaltire la sbornia che mi aveva procurato il solo pensiero della lapide  di marmo.

Salivo e mi svuotavo di pensieri, mentre i miei occhi, ancora abbacinati dalla luce del cratere fumoso che riposava molle e sonnolente come un vecchio fumatore d’oppio, si placavano ammirando l’armonia di verde e giallo che lo circondava.

E intanto arrancavo sul sentiero ripido e pensavo ai versi di  una poesia sentita chissà dove:

Bevo aria fresca e silenzio.

Vago sulle costole della Montagna

mentre le scarpe calcano la rena nera, 

come se facessero una carezza audace, 

come a volerla penetrare 

col suo corpo che conosce il piacere, 

con la sua mente che lo ricorda, 

col suo ricordo che s’affievolisce.

E sfioro il fugace riposo

Del cratere che conosce il sublime turgore

I boati della smania,

le scosse dell’orgasmo,

l’eruzione del viscerale magma

che cola dai lombi,

abbruciatore.

Bevo aria fresca e silenzio

Mentre m’avvolge

Una folata di libeccio

Che sa di zolfo rovente

Che frulla la mia vertigine.

Poi il suolo m’accoglie, e mi consola.

Finito di fantasticare questa bella fine della mia vita, come quella di un poeta romantico, ricorrendo a quei  versi ricordati a casaccio, mi accorsi d’essere veramente circondato dalle tenebre, la luce era comparsa repentina. Ero al buio. E questa era vera realtà.

Ebbi un brivido premonitore: m’ero smarrito tra i boschi di castagno. E come un bimbo che ha paura del buio e dell’uomo cattivo, battendo i denti per il terrore, correndo all’impazzata incurante dei graffi che mi procuravano gli arbusti, scivolando sulla rena, annaspando, finalmente riuscii a gridare: aiuto…AIUTOOO! (poi come se avesse avuto una regressione infantile, cerca attorno a se lo psicanalista che è fuggito poco prima).

Dottore, mi sono perso! Che faccio? (esce)

 

 

                                                     Settimo quadro

 

In questo quadro, unita alla bravura recitativa dell’attore, si dovrà mettere in evidenza anche tutta la maestria dell’illuminotecnico, e  di quella del datore della musica. 

 

In scena il Pittore.

 

Pittore – Ancora non è venuta… Lei, occhi blue non viene. Perché non torni? Vuoi farmi impazzire? (pausa) Ora t’aspetto qua, dentro questa chiesa, tra quelle mura bianche, immacolate, vergini, pronte per me, mentre contemplo quella grezza materia alla quale dovrò dare vita col mio pensiero e le mie mani: E, intanto, penso a te, occhi blue, amore universale, amore dell’amore. Poi un brivido mi attraversa il midollo; e una vampata mi monta alla testa; e una luce m’abbaglia fino a stordirmi; e nel silenzio dei suoni 

assenti, ma frastornato da un ritornello ossessivo e incalzante, che mi ronza battente e petulante nel cervello “ O che bel castello, naccondino ‘ndino ‘ndero…”;  con la testa che mi gira come se volteggiasse su una giostra ( ha gli occhi roteanti, dalla bocca semiaperta con un filo di bava gli cola da un angolo, le braccia aperte come a mantenersi in equilibrio). Quindi esplodi mente mia! esplodi fantasia, e dà forma, anima, colora, visioni reali e irreali, possibili e fantasmagoriche, caste e oscene ( gioco di luci e colori, ed egli aiutandosi con timidi passi di Sirtaki, indica le pareti sulle quali esse si devono fissare).

E in questo carosello di visioni, si materializza ora mio padre morente, col viso scarno e pallido con la bocca secca e le labbra screpolate, semiaperte  che stentano a pronunciare quella parola mai detta, forse la più importante, destinata al figlio; e le palpebre rosse che vorrebbero aprirsi, ma non vogliono lasciare la visone che ammira ormai da giorni: l’aldilà? Forse. E la mano di cera, ossuta, il cui dito indice, storto dall’artrosi, pare volesse indicargli l’ultimo mistero.

Poi è la volta del professore Battiato, che seduto sulla panchina ciondola il capo, e, al lento sopraggiungere della donna in nero, si scuote di soprassalto, si guarda attorno irritato, restringe gli occhi a fessura, e la vede, e la riconosce, e le sorride sardonico e percuote il terreno col bastone, quindi fa un gesto di ironica e finta stizza, e si beffa della morte chiamandola: bella signora - scocciatrice.

Ed ecco dottore Anelli, il suicida - col volto sorridente e solare - con la barba incolta, i panni inzuppati, e una grossa macchia rossa sulla candida  camicia, proprio all’altezza del cuore - insieme ad una smagrita soave dolce signora; con la quale, tenendosi per mano, solcano il balenio dei raggi del sole e si posano come foglie vive trasportate dal vento, su un ampio trono fatto di pietra calcarea, bianca, gessosa, polverosa, che al loro sopraggiungere, espande argento dai suoi braccioli, e oro dalla grande spalliera.

E gira, gira e gira, e ancora si materializzano corpi di donne nude col viso irriconoscibile; forme di uomini acri; poi cannoni e sirene; quindi sangue e sudore di sangue; poi fumo nero e rosso che invade tutta la chiesa. D’un tratto dal pavimento, s’innalzano colorati getti di fontana che rompono il muro di fumo e si riversano a piccole strisce gialle dappertutto; ma poi man mano si ingrandiscono solcando piani azzurri; torrenti di verde si riversano su sfondi ocra; zampilli rossi si fondono col verde mare; e il nero sta in agguato. E allora mio padre, il professore, il dottore e sua moglie, si dissolvono in lava incandescente che colma valli grigie e forma colline verdi e promontori rocciosi a strapiombo su un mare di lucentezza bianca, blu e gialla, con allo sfondo una pallida, perlacea falce di sabbia lambita da acque molli e ferme - e si fissano nella volta dell’abside.

Ed ecco da una finestra, il viso d’adolescente di Marinella che guizza in aria come una cometa, e si ferma sopra un vaso di terracotta che improvvisamente diventa il corpo di donna. Le due figure si fondono roteando su se stesse, per essere poi risucchiati da un vortice che si ingrandisce man mano, che gira e rigira - a incredibile velocità. Quindi si ferma di colpo e da esso, come liquido sballottato dentro una vasca,  travasa e si riversa una marea di colore azzurro spumeggiante, il quale sale e sale fin sopra la volta della chiesa e si ferma a perpendicolare su di me. Quindi il mare si apre e da alla luce una stella dorata – che si fissa e muore.    

E dal fondo arriva una miriade di mosche blu. Gli insetti ronzano attorno all’uomo, poi, come impazzite, si urtano, si scontrano, s’attraggono e s’allontanano, fino a diventare una vaga forma umana che ha gli occhi di Deborah, mia ex moglie. La forma assume una piccola, insignificante, scia di colore rosso che s’innalza in cabrata, per poi picchiare al suolo mutandosi, nel terribile impatto, in miliardi di scintille che ricoprono tutto il pavimento - formando un mosaico fosforescente.

Dall’ingresso, in controluce, nello splendore del sole calante, una folata di vento reca ai miei piedi  un ventaglio chiuso. Il ventaglio al timido tocco dell’uomo, si apre e si ingrandisce repentinamente. I suoi raggi sono formati da figure umane: c’è il Gallerista, il mio maestro, il mio collega, il critico d’arte, il mio vicino di casa, il parroco, il matto e lo scemo del quartiere, che dilatandosi danno origine a un cimitero monumentale. Ma improvvisamente dal cielo scocca una folgore che li avvolge e li sconvolge. Quando il fragore è passato, in chiesa appaiono e brillano duecento tonalità di colore, che si spingono, e si ostacolano, e si sopraffanno, fino a diventare un Universo pieno di corpi celesti, che si muovono armoniosamente - per fissarsi definitivamente, durante il milletrecentomilionesimo giro, nella parete di destra.

E da cielo piomba la femmina più bella, la mia bella, la Bella per eccellenza, occhi blue, l’amore allo stato puro, che, come un’atomica, scoppia ai miei piedi . Forma il famoso fungo di terra, di polvere, di aria e di niente. Gira attorno a me e, man mano si affloscia tra le mie braccia fino a divenire carne palpitante- e cade per terra. Mi chino amorevolmente per raccoglierla, ma la Bella, si riscompone, schizza via e si schianta contro uno dei grandi archi. Ne risulta un’allegoria d’amore di rossi, gialli, verdi, blue, avvampa e poi sfuma, che si torce e poi guizza, fermandosi solamente - e fissandosi - quando l’arco principale, sopra di me, è tutto dipinto. Allora, per la prospettiva faccio alcuni passi indietro per vedere quell’opera finalmente in pace, per godere di questo amore, ma  sprofondo giù il fondale, a tre chilometri di distanza, per poi pentirmene e riemergendo. 

Poi, ad un mio gesto affettuoso, si formano dei personaggi che declamano ad alta voce, versi sconosciuti e strambi. E faccio un gesto, come per zittirli, e questi personaggi si fondono in colori rosso e azzurro e oro, e si ricompongono nella figura del monaco committente - Dio Padre – e si fissano sul fondo dell’abside.

In quel momento tutto tace! Anche il ritornello nel suo cervello. E tutto si serba, attonito, e sembra come un’atmosfera d’attesa di un mondo intatto, aspettando un non si sa chi - o che cosa; un minuto, un secondo, l’Eternità; poi il carosello di colori riprende con maggior vigore. Mi riavvolgo su me stesso, inciampo, cado, faticosamente tento di rialzarmi, ma sembro incollato, schiacciato al suolo. Sto per urlare, quando alzo gli occhi e vedo una girandola rossa, che si muta in verde, che cambia in giallo per fissarsi nel volto di Giovanni - Cristo Gesù, avvolto in un alone di misterioso bianco traslucido che parla senza profferire parola, che gesticola senza muoversi, che cammina restando immobile, che guarda senza guardare, che sorride senza sorriso. E guardo estasiato quella figura che è evanescente e imponente, che ricompare e scompare, ma dai miei occhi, non dalla mia mente, dentro la quale si forma, s’ingrandisce, si dilata, si espande fino a fare esplodere il mio cervello. Un getto di coriandoli invade la chiesa: tutti gli archi ne sono cosparsi, e si forma un vortice, che lentamente si esaurisce, e impregna, pervade, s’insinua in tutta la chiesa, fino a calmarsi, a decantare, a fermarsi. E quel vortice ha formato due figure strane, inusitate, inattese, ma belle e innocenti, e hanno le sembianze di un Ragazzo e di Marinella, ma sono tratti tremuli, perlacei, spumeggianti, che ondeggiando e dondolando, si uniscono in una sola figura: un Albero, grande, frondoso, tondeggiante, verde,  polposo, succoso,  intensamente odoroso, che si fissa sopra il portale d’ingresso. Un coro angelico protesta e quindi il grande albero fluttua come un miraggio, si stacca dalla parete e si pianta sul pavimento con un fragore di temporale estivo e si ferma. Stormiscono le sue foglie e rievocano il nulla, il tutto, anche il Tempo. Quindi si ode un canto di fanciullo, che diventa pian piano musica di flauto dolcissima, delicata, lieve, carezzevole, sussurrata come da un impalpabile soffio. Poi ancora silenzio, pace, amore, solitudine, bellezza, armonia; e l’Albero, prima solo idea, riappare in tutta la sua splendida maestosa gratificante figura, risplendente al sole, là, in alto, al centro della grande chiesa - ormai tutta affrescata con colori vivi e morbidi che riecheggiano mondi, stelle, galassie, comete, e l’Etna Madre Terra, dal cui ventre sgorgano boschi, montagne, mari, fiori e frutti, con il monaco - Dio creatore onnipresente e compiaciuto - mentre una frescura, emanata dalle sue radici, e la luce delle sue fronde, sempre più rassomiglianti al volto di Giovanni - Cristo, incredulo, angustiato e dolente - percorrono l’aria e avvolgono l’Infinito. 

S’allargano i colori e i suoni. Un tuono fragoroso scoppia improvviso; un lampo saetta da un capo all’altro; il Tempo è stupito; lo Spazio è basito; poi una nebbia si alza uggiosa, ma dura un tempo o due, ed è subito spazzata via da un colpo di vento impetuosissimo; e uno schianto nelle viscere della terra, o in quelle mie, attesta la sua presenza, prepotentemente: E la chiesa traballa, quindi gira e si capovolge e si rigira, e allora, io, o la mia ombra, accaldato, impermalito, sudato e impettito- sputando saliva nera e rossa – con certosina calma euforica, raccolgo tutto: pavimento, soffitto, pareti, volta, archi, abside, li arrotolo, e me li metto sotto il braccio e, accompagnato da un ritornello - fiducioso: “Giro, giro tondo, quanto è bello il mondo…” che ode fischiettato in lontananza, ma forse più come idea che col pensiero, corro e giro in tondo, ispezionando con un feroce ghigno sardonico, la chiesa ridiventata nuovamente bianca, nuda e grezza. Poi, improvvisamente, ricordandomi libero, colmo di folle ebbrezza, vado e mi precipito verso il tramonto inseguito da una scia profumata che sa di ginestra.  

E un ululato di sirene si ode in lontananza…

 

 

                                                     Ottavo quadro

 

In scena Pittore e Psichiatra

 

Il pittore prima starà steso come se fosse sul lettino ( stringerà un radioregistratore che trasmetterà una sinfonia di Bethoven). Poi, quando si alzerà, reciterà a scatti, con voce stridula, o rauca, oppure roboante (esaminare la possibilità di far dire allo stesso personaggio le varie battute delle “voci”). Lo psichiatra, prima si muoverà sulla scena come se dettasse delle memorie ad una segretaria;  poi seguirà i deliri del pittore, infine sarà quasi annoiato.

 

 

Psichiatra – (come se leggesse) “Nel quarto anniversario della sua morte, sul giornale “La crisi del mattino”, fu pubblicato questo annuncio: Lauta ricompensa a chi troverà e conserverà il suo ricordo.

Eppure io ero ancora lì, gironzolavo per le strade, guardavo le vetrine, scrutavo i passanti, leggevo i titoli dei giornali esposti nelle edicole; e nel giardino pubblico scansavo la cacca dei cani e scalciavo le foglie morte. In una parola: vagavo per la città. Ma loro: niente! 

E va bene, vuol dire che provvederò da me stesso.

Allora scrissi al tipografo:  Quando S.E. l’Arcivescovo, nel fare una genuflessione, inciampò e cadde, beh, che vi debbo dire? fui io a fargli lo sgambetto. E al Sindaco? Come fu che al Sindaco gli si ingarbugliarono la lingue e i fogli del discorso? Eh? E allora? “

Bene, bene, allora, cosa dici, pittore?

Pittore - Non lo dissi io che quel giorno c’erano 44° all’ombra? Cosa? Dissi che il cane ruggiva? Psichiatra - Questo non lo ricordo. Ma disse proprio così?

Pittore -  Va bene lo dissi. Ma loro ancora: niente!

E pazienza, vuol dire che ognuno ha la propria stella cometa - con tanto di coda e corna-.

Perché, quando l’Avvocato Santamaria giunse fin lassù, non restò a bocca aperta? 

Ma che razza di posto è mai questo? Disse. E ora dove mi metto? Cosa faccio? a chi lo dico?-

Psichiatra - Dillo a me.-

Pittore - A te? Ma non è possibile!-

Psichiatra - E perché?-

Pittore - Perché tu sei un gatto, e per di più spelacchiato e randagio. Ecco perché! Vedi? E’ una tegola che si adagia sulla mia spalla, come una pappagallo brasiliano.(lo psichiatra si estranea).

Tegola, che succede? Cos’è che vuoi?-

Voce Tegola -  Non voglio più stare con le mie compagne.-

Pittore - Perché mai?-

Voce Tegola - Perché mi opprimono, m’incatenano, mi frenano, non mi lasciano esprimere…-

Pittore - Tutto qui?-

Voce Tegola - Si, più o meno.-

Pittore - Va bene, dillo all’Arciprete dell’arcipretura di Trequestioni!-

Voce Tegola - Grazie, ma non posso.-

Pittore- Come? non puoi?-

Voce Tegola - Vedi, sono musulmana!-

Pittore - E, intanto, l’elefante muggiva rabbioso e diceva: Sono un incompreso. Guadagno molto, è vero, ma sono e resterò sempre un incompreso. Ora, mi dite da che parte tira lo scirocco? Dalla mia o dalla vostra?-

Psichiatra – (avvicinandosi come per calmarlo) Tieni, smiffa, quattr’ossa e lascia perdere.- 

Pittore – (come se non avesse visto e sentito)  Quel giorno era venerdì e non si mangiava abbastanza in quel luogo. Cristoforo Dionisi respirava a fatica, l’aria era afosa e pesante: duecento tonnellate per centimetro quadrato, e i suoi passi non lasciavano impronte sulla sabbia umida di rugiada a zero gradi. Quando sorse il sole - o la luna? - egli emise un lungo fischio silenzioso e la ragazza si voltò! Ma che faccia aveva quella! Erano due natiche all’antica, l’una più audace e l’altra timida. Quella timida sorrise e arrossì. E i gamberi furono cotti! Quella notte a Venezia c’era tutto il vicinato: il ragioniere Trombatore e la signora; Garella e suo fratello; Cosimo Corallo era con la sua giovane testa tenuta a guinzaglio a mezza  altezza sul canale di ponente. Qualcuno dei presenti defecava artisticamente nella laguna. E il capostazione si disperava: 

Voce Capostazione - Ma insomma, si parte o non si parte?-

Pittore - Perché si parte?-

Voce Capos. - Perché lo dico io.-

Pittore - Tu chi?-

Voce Capos. - Il capostazione.-

Pittore - Non mi pare, onestamente…-

Voce Capos. - Fai tu allora.-

Pittore - Faccio cosa?-

Voce Capos. - Fai cucù!-

Pittore - E nel cuore della notte - o nel fegato, non ricordo bene - egli pianse di piacere.

Le lacrime gioiose

Fluivano copiose

Sulle aiuole e sulle rose

Percorrendo vergognose

Tante vie rugose 

Incanalandosi esose

Formando ruscellose

Un fiume di ventose.

Poi, a mezzavia, scoppiò un tuono e la vettura si capovolse. Dai rottami incandescenti, con occhietti fosforescenti, venne fuori, lesto lesto, un altissimo e lentigginoso topo.

Voce Topo - Buon giorno signori, permettete?-

Pittore - E si asciugò i piccoli occhi color del mare sul visone di Clarissa Colmani, in Santamaria, procuratrice legale, che svenne per l’emozione.

E il barbiere protestò:

Voce Barbiere - Certo, ai miei tempi…-

Pittore - Naturale, quando si dice la fortuna…-

Voce Barbiere - Cacchio! Ma pensa: con un sol colpo, com’è possibile che te ne arrivano tre? E tutte e tre citrulle ( o citrigne)?-

Pittore - Dai racconta…-

Voce Barbiere - Niente, e che debbo dire? Ero là fermo, che facevo perno sul piede sinistro, quando le vedo che mi si avvicinano a ventaglio. Tu cosa avresti fatto?-

Pittore - Quello che facesti tu, immagino.-

Voce Barbiere - Esatto! E io lo feci!-

Pittore - Tutto questo accadde perché, in quel tempo, un socialista era la potere. La gente diceva: - Verrà! È questione di spazio.-

E intanto la campana suonava a falce e martello - o a tenaglia? – mamma quante indecisioni…

1 Voce - Questa cassa non è proprio da disprezzare, è decente.-

2 Voce - E l’addobbo? L’avete visto? Era tutto di velluto viola…-

3 Voce - Pareva una santa…-

1 Voce - Io certe cose non posso vederle!-

2 Voce - Quando morì mia suocera, sant’anima…-

3 Voce - Già quello furono bei tempi.-

1 Voce - Ma il confessore ci fu?-

2 Voce - Due volte aprì gli occhi e due volte li richiuse.-

3 Voce - Poi fece un grande sospiro…-

1 Voce - … e vi mandò tutti affanculo!-

2 Voce - Ma l’organo non c’era. Non s’usa, scusateci.-

3 Voce - E ora se volete passare di qua, prego…-

Pittore - E scesero nella fossa settica.  Poi giunsero nella mattinata. E erano tre:

scaricarono l’auto, montarono il telaio, stesero le bandiere, sistemarono gli amplificatori, misero i nastri, attaccarono con la musica, videro i poliziotti - due in tutto - fecero una passeggiata, mangiarono ceci abbrustoliti - la calia -,

spensero gli amplificatori, tolsero le bandiere, ammainarono le velleità, smontarono i telai,  staccarono le trombe,

caricarono tutto sul portapacchi, entrarono tutti nell’auto, innestarono la prima - che grattò-, e partirono.

Restò solo un volantino:

diceva:

Manifestazione giustizialista! 

Psichiatra  - Per chi ci crede…- 

Pittore – E al tramonto fu più triste. Dall’albero pendeva Carlo Giacinto Tropea. S’era impiccato di gioia!

E, intanto, il tempo passava. Gli chiesi:

Pittore - “ Mbeh?”

Voce Tempo - “ Mi sento solo.”

Pittore - Mentre la colomba brucava l’erba incandescente e burrosa, una donna scollacciata la guardava con occhi velati di pianto indelebile e nella fontana un fanciullo faceva pipì. Poi tutto diventò rosso- inchiostro e la terra girò all’incontrario - o era il sole? - quindi, gagliardo, il postino bussò:

Voce Postino – C’è posta per voi.-

Pittore - Chi mi scrive?-

Voce Postino - L’ufficio oggetti smarriti.-

Pittore - E che vuole?-

Voce Postino - Vuole sapere chi siete.-

Pittore - Rispondete: sono sempre io. Segue lettera, cazzo!- Ma fatti strafottere, avrebbe voluto dire quello, pensieroso, intanto che inseguiva l’amico tra le alghe finte dell’acquario, boccheggiante come un pesce maturo in un pomeriggio estivo, nell’Africa Nera.

E il tempo passava.

Poi gli chiesi:

Pittore - Allora?-

Voce Tempo - E che vi debbo dire, mi sento un po’ stanco, vorrei fermarmi un pochino…-

Pittore - Ma un pensiero volante cadde giù, rovinosamente, sull’occhio dorato del pavimento di linoleum, fece un grande fragore, e disse disperato: Accidenti, a momenti cantavo in coro.-

Pittore - E quando gli presentarono il conto – erano le tre circa del pomeriggio del giorno dopo, quando guardando il cielo in basso, sputai sul mare in alto, biascicando: Poche sono le cose buone di questo mondo, ed esse sono sempre degli altri!-    

Psichiatra - Come? Nemmeno una è tua?-

Pittore - No, perché? E’ forse importante?-

Psichiatra - No, così… sai… non si può mai sapere.. può darsi… chissà … uno sbaglio, un errore..-

Pittore - No, egregio eccellenza chiarissima e reverentissima Toccasana, a me le cose buone non arrivano nè per sbaglio, nè chessoio…-

Psichiatra - Ma tu ci hai provato?-

Pittore - Sempre!-

Psichiatra - E allora?-

Pittore - E allora mi rispondono sempre: tu-tu, tu-tu, tu-tu, occupato!-

E la canzone tango va! 

Allegra e sconosciuta si insinua nelle vie,

nei cortili,

passa dalle finestre,

entra nelle stanze vuote

della mia vita.

Bilancio annuale:

Zero più zero uguale

ZERO!

Psichiatra - E sei ancora vivo?-

Pittore - Perché, si vede?- 

 

Psichiatra - Pittore, Pittore, ci sei?-

Pittore - E certo che ci sono, frescone!-

Psichiatra - Pittore, mi senti?-

Pittore - Ti sento, ti sento.-

Psichiatra - E allora alzati e cammina!-

 

Intanto il pittore si è risdraiato. Lo psichiatra gli toglie gli elettrodi (messe repentinamente in precedenza). 

Quindi il pittore scende dal lettuccio, stringe la vecchia e sdrucita vestaglia color grigio sporco sul pigiama azzurro spiegazzato, si prende il piccolo registratore che continua a suonare un brano di musica classica, se lo pone sotto il braccio, ed esce mogio mogio.

 

Psichiatra – Infermiere, portatelo al reparto bagni, e lì, ascoltando Bethoven, fategli fare un bel bagno caldo e uno freddo, uno caldo e uno freddo, uno caldo e uno freddo…”

Poi, signorina, per oggi basta.

 

                                                         Nono quadro  

Nella chiesa.

 

Gennaro, il Ragazzo e Caterina.

 

Ragazzo – Pazzesco! Quello che riuscite a fare è …è sbalorditivo.

Gennaro – E non hai visto il resto.

Ragazzo – il resto? C’è dell’altro?

Gennaro – Ci sei tu!

Ragazzo- Io? E come, di grazia?

Gennaro – Tu! come vorresti esserci -  forse così?

 

Caterina c.s.

 

In scena Liliana, il Ragazzo e poi Pasquale.

 

Liliana -“Te ne pentirai!”

Ragazzo -  Questa frase attraversò la mia stanza come una lama d’acciaio, conficcandosi nel mio petto, mentre colei che me l’aveva lanciata, usciva  infuriata, sbattendo  la porta dietro di se. “ E’ finita” pensai.

E mi disperai perché credevo che tutti i miei sogni, le mie speranze, le mie ambizioni, e, forse, anche la mia vita, stessero per svanire come in un convulso incubo dell’alba - quando i sogni appaiono e sembrano più reali della stessa realtà - per colpa di quella donna, che poteva disporre del mio futuro a proprio piacimento, nel bene e nel male -ma da quella minacciosa frase, sarebbe stato senz’altro nel male. Infatti quella mantide ventiseenne, belloccia e capricciosa, si chiama Liliana de Pretis, ed è la figlia del Presidente del mio Sodalizio Sportivo e un’influente Consigliera della Società di Calcio Esperia.

“Accidenti, accidentaccio d’un accidenti.” – gemevo, picchiando i pugni sul cuscino – io lo sapevo che sarebbe finita così - lo sapevo! 

Pasquale m’aveva avvisato:

Pasquale - Stai attento alle donne , guardati soprattutto da Liliana De Pretis.

Ragazzo -  Ed io, ingenuo, gli avevo riso in faccia, dicendo: “ Ehi, zio, stai buono, so badare a me stesso”.

Ed ecco come avevo saputo badare a me stesso. Conclusione: Ora mi trovavo nella stanza del Villaggio del Esperia - forse per l’ultima volta – sdraiato su un letto, che mi commisero per ciò che mi è accaduto, e per quello che mi sarebbe potuto accadere in seguito, e tutto ciò a causa di una donna.

Quando giunsi nella grande società di calcio mi sembrò d’aver toccato il cielo con le dita, perchè tutto corrispondeva secondo le mie aspettative: grande Club, grande città, grande pubblico, grande allenatore, grandi campioni per compagni e maestri. Beh, c’erano anche i soldi, e molti, ma per me questi particolari erano di secondaria importanza: a me interessava … interessava…- suvvia e dilla! - interessava la fama, la gloria, l’osanna dei centomila del pubblico: l’ovazioneeeee!

-         Oddio, oddio, tutto è compromesso, se non definitivamente perduto!

Poi la scenata: Ero solo nella mia stanza, e stavo studiando - avevo ancora due ore a disposizione, prima di recarmi allo stadio per assistere all’ultima e decisiva partita della prima squadra; la quale doveva assolutamente vincere per potersi fregiare, nuovamente, dello Scudetto di Campioni d’Italia - ed ero nervoso- chi non lo sarebbe stato?- ma ciononostante, caparbiamente, volevo farmi lo stesso i due capitoli giornalieri di Ragioneria- come avevo promesso a papà –  e, quindi, stoicamente, mi applicai a leggere e a ripetere le  prime paginette della materia più ostica di tutto il ciclo dei miei studi. 

Immerso nello studio, non mi accorsi che la porta della mia stanza si era aperta e che, silenziosamente, era entrata Liliana; la quale, avvicinandosi da tergo in punta di piedi, mi tappò gli occhi e mi domandò con una vocina infantile:

Liliana  - Indovina chi è?

Ragazzo – Io prima sobbalzai per la sorpresa, quindi schizzai quasi fino al soffitto - quando ella  lasciandomi finalmente liberi gli occhi, mi si offrì alla vista quasi nuda - poi caddi a sedere e spalancai la bocca, mentre il cuore mi balzò in gola, mozzandomi il fiato. Subito dopo il  cuore, si mise a battere a mille all’ora – come dice la canzone – e il mio viso si smarrì tra il rossore, le mie gambe vacillarono perché, insomma, era evidente, ella, come si mise, mi si offriva! E i miei ormoni questo lo captarono molto chiaramente.

Ma Pasquale m’aveva messo in guardia:

Pasquale  - Ragazzo, la donna, anzi la femmina ti riduce a pappamolla: perdi la forza, lo scatto, i riflessi, e per un portiere è meglio morire!”

Ragazzo – Ed io, memore, avevo resistito prima a lei - facevo il finto tondo: Come? Quando? C’è caldo…Devo andare…la partita. ( poi il pudico) Sono ancora vergine, mi vergogno.( infine respingendola apertamente) Mi dispiace, non posso, Scusami.

( e a beneficio dei miei ormoni: recitavo un Padre Nostro dietro l’altro).

E fu allora che ella, abbottonandosi furiosamente la camicetta, mi lanciò quella terribile tagliente frase:

Liliana - :  Te ne pentirai!

Ragazzo- Restai imbambolato per chissà quando tempo, finchè, finalmente, mi riscossi e sentii Pasquale che mi diceva. 

Pasquale -  Ghepardo, svegliati, alzati, sono due ore che busso! Alzati! Grandi notizie! Devi scendere subito nel salone. Sei stato convocato, forse devi andare in panchina! Ci pensi, moccioso? In panchina! Vitale, la riserva ha avuto una colica renale, poveraccio. E’ all’ospedale. E Arturo, l’altro portiere chissà dov’è. Comunque, indipendentemente, il Mister ha scelto te. Dai presto, sciacquati il viso e vieni giù. Devi pranzare con gli altri.”-

Ragazzo - Dissi: Non è uno scherzo, vero Pasquale? Bada che sono capace di strozzarti…-

Pasquale - Alzati! Il Mister t’aspetta!

Ragazzo – Mi alzai e nel bagno, intanto che mi asciugavo il viso, vedendomi allo specchio dicevo:

-         Non è possibile. Non è vero. Sto ancora sognando – e giù la testa sotto il rubinetto – bruh bruh… Non ci posso credere: in pochi minuti, da che il mondo sembrava crollarmi addosso, sono passato a questa grande notizia…e chissà…Whuau! Whuau!!! 

Pasquale, il Ghepardo è pronto, anzi prontissimo!-         

 

Voce - “Ghepardo, tu verrai con la squadra. Tieniti a disposizione per sedere in panchina. E adesso vai a pranzo insieme ai tuoi compagni.-

Ragazzo - I miei compagni! Così m’aveva detto l’allenatore, ci pensate? Aveva detto proprio così: i miei compagni. E quei compagni comprendevano, nientemeno, che sette nazionali, cinque campioni stranieri, più cinque “spiccioli” di classe, tanto per gradire…  

Immediatamente, il super portierone, Annibaldi, Capitano, “zio” e Nume Tutelare dello “spogliatoio”, mi accolse con il solito buffetto in viso, invitandomi, quindi, a sedermi al suo fianco. Quello era un onore riservato a pochi eletti; quel posto in effetti era molto importante: era destinato al personaggio del giorno. Il cibo era buono, ma non mi scendeva nell’esofago: vi restava a mezz’aria, come sospeso, non si decideva a scendere giù, nonostante i miei volenterosi e ripetuti tentativi di deglutizione forzata. 

 

La squadra era appena partita, mi raccontò Pasquale, quando, con uno stridore di freni, arrivò nel vialetto un’auto sportiva rosso fiamma. Ne scese Liliana. Era cupa e nervosa. 

Come una Valkiria imbufalita, ella scese gli scalini a balzi veloci e feroci; quindi affrontò Pasquale e il custode, con occhi fiammeggiati, gli puntò il dito al petto a mo’ di spada e disse:

Liliana - Dov’è?-

Pasquale - Dov’è chi? – 

Liliana - Dov’è il ghepardo! Dimmelo subito o sei nei guai!-  

Pasquale - Ah, lui?  Dev’essere in camera sua a studiare, mi pare…- 

Liliana - Ehi, cialtroni! Su non c’è, lo so! Vi ho detto già che passerete dei guai? No? Bene, ve lo dico adesso. Ditemi immediatamente dov’è il Ghepardo!-

Pasquale – Custode, custode  sapresti dire alla signorina dove si trova il portierino?-

Voce custode -  Allo stadio.-

Liliana - Allo Stadio? Così presto? Perché?-

Voce custode- Non saprei, signorina, è andato con la squadra. L’ho visto salire sul pulmann…-

Liliana - Con la squadra? E come mai?

Voce custode - Doveva andare in panchina, mi pare d’aver capito. Altro non saprei…-

Liliana -  In panchina? E Vitale? –

Voce custode- Colica renale, signorina. E’ all’ospedale.

Liliana - Il Ghepardo in panchina…maledizione! già…già. ..Grazie! Bene! Con voi due faremo i conti dopo. –

 

Liliana esce dalla scena come il vento, per rientrare come una tempesta.

 

Liliana - La ruota è a terra! Maledizione! Pasquale, cambiamela!-

Pasquale – (come se cambiasse la ruota) Anche la ruota di scorta è sgonfia. 

Liliana - Me ne frego! Montala lo stesso. Debbo arrivare allo stadio prima che inizi la partita! -

Pasquale - Signorina, ma rovina tutto…voglio dire, oltre al copertone si rovina il cerchione, la trasmissione, la carburazione, la testata…E’ un peccato rottamare quest’auto così bella, così preziosa…-  

Liliana - Va bene, maledizione! Allora vengo con voi.-

Pasquale - Signorina, noi ancora non siamo pronti, poi usiamo il furgone…

Liliana - Sbrigatevi o vi fulmino. Debbo fermarlo! Non deve stare neppure in panchina, non deve giocare!

Pasquale – Ma, naturalmente non arrivammo in tempo perchè facemmo appena tre chilometri, quando il furgone, chissà perché, si  fermò senza più una goccia di benzina, tra un incurante gregge di pecore.

 

Ragazzo - Intanto le squadre entravano in campo preceduti dalla terna arbitrale. Il pubblico si agitava, applaudiva, intonava cori, mentre gli altoparlanti annunciavano le formazioni. Io, in tuta nuova fiammante,  entrai al seguito della Squadra, insieme ai miei cinque compagni di panchina e presi subito posto accanto all’allenatore in seconda.

E la partita ebbe inizio, ma le cose, si vide subito, che per noi si sarebbero messe male: c’era paura in campo, perché si doveva vincere a tutti i costi, senno addio scudetto. Poi subito dopo, con una nuova tattica del Mister, unita allo sforzo degli atleti in campo - a parte qualche brivido corso in contropiede - diede i suoi frutti: Nicola Zardo, piccolo saettante attaccante opportunista, con un guizzo da serpente, affondò il piede su una palla fiondata da destra e spinse il pallone in rete. 

Il boato che si levò al cielo fece tramare me e lo stadio, e mi si trovai abbracciato al poliziotto Carvagna, un mio baffuto compaesano. Era il trentesimo minuto del secondo tempo.

Ora tutto sarà più facile, pensavo: la squadra ospite si sarebbe aperta e loro avrebbero raddoppiato, mettendo al sicuro il risultato, la vittoria e lo scudetto. 

Ma non fu proprio così. 

Come una maledizione di qualche dio invidioso, sui miei compagni piombò la paura di vincere: Divennero nervosi, sbagliavano i passaggi più facili, sembravano senza più forze,  le gambe legnose. E, come se ciò non bastasse, Zardo si “mangiò” un gol già quasi fatto! 

E gli avversari, purtroppo, lo capirono; si presero di coraggio e fecero vedere i sorci verdi ai miei spiritati compagni, al Mister - che aveva perso il self-control -; al pubblico e, forse forse, anche al nobile Presidente e a suo figlia.

Come Dio volle, si arrivò al novantesimo minuto, e il risultato era sempre sull’uno a zero. Sembrava già fatta, anche se, dal bordo campo, segnalarono all’arbitro che si dovevano recuperare tre minuti di gioco. E pazienza, quindi, ancora tre minuti d’angoscia. Tre interminabili minuti di sofferenza per centomila cuori; tre minuti per esplodere di gioia o per strapparsi i capelli. 

Pasquale -  Buon Dio dei calciatori: Tre minuti, solo tre minuti di protezione. Come? tre secoli? No, macchè: solo tre miserabili minuti, centottanta secondi. Poi un cero alto come una porta non te lo leva nessuno! 

Ragazzo - Ma era tempo di Cresime e il Buon Dio del “ pio e disinteressato” magazziniere, probabilmente, era impegnato altrove; e il Maligno, sempre secondo Pasquale,  ne approfittò per fargli uno sgarbo personale, sgambettando la squadra col suo caprino zampino: Infatti, nonostante fossero già trascorsi i tre minuti di recupero, l’arbitro, forse perché ispirato proprio da Belzebù, non si decideva ancora a fischiare la fine della partita. E, purtroppo, come spesso accade, ecco il fattaccio:

Da un rimpallo casuale, un atleta avversario – un campione dal fisico di fauno - di contropiede, s’involò verso la porta difesa da Annibaldi. Corsi  fu tagliato fuori, di slancio; Geronetti tentò, invano, di placcarlo prima che quel demonio entrasse nell’area di rigore; mentre, d’intuito, gridai al mio portiere: 

-         Esci!-

Sempre  velocemente, quell’indiavolato attaccante, approfittando anche della piccolissima esitazione dello “zio” nell’uscita, con  una diabolica finta lo superò. Senonchè, prima di depositare la palla in rete, quel satanasso commise l’errore di guardare, con sguardo mefistofelico, il grande  Annibaldi - che aveva “mandato a spasso”. Ma il portierone lo punì! Con un tuffo disperato piombò sui piedi di quel luciferino e arrogante avversario – travolgendo.

Rigore ed espulsione, non c’era rimedio.  

Lo stadio ammutolì. Il silenzio era così profondo che si udì lo zufolare di un merlo nel vicino parco. Ma tutto durò pochi attimi, forse un secondo, poi esplose un finimondo di proteste contro l’arbitro: reo, secondo i tifosi, d’aver prolungato ingiustificatamente la durata dell’incontro; d’essere stato eccessivamente severo fischiando il calcio di rigore;  e d’aver espulso l’incolpevole portierone.

Annibaldi. Poi  Geronetti, a cui passò la fascia di Capitano, e gli altri compagni, protestarono energicamente con l’arbitro, ma era più che evidente che fossero  proteste sterili, inutili: l’arbitro, irremovibile Minosse, non si mosse di un centimetro dal dischetto del rigore. 

E il Mister, intanto fece l’unica mossa possibile:

Voce - Fuori Zardo, dentro Ghepardo.

Ragazzo - Io - che ero rimasto calmo e compassato durante tutta la fase critica della partita - al cenno del Mister, e al grido di Taddei, il secondo :

Voce:  “ Vai Ghepardo!”

Ragazzo - Allora, silenziosamente e rapido mi alzai dalla panchina, presi a volo i guanti che mi lanciò Pasquale, aspettai l’autorizzazione per entrare nel terreno di gioco, e ottenutala, con naturalezza entrai in campo.

Un grido di donna squarciò l’aria:

Voce:  “Ghepardo!”

Ragazzo - Quindi ancora silenzio, incurante delle esortazione dell’arbitro che mi invitava a far presto, impassibile - a lunghi e felpati passi - mi diressi verso la mia porta: la porta del mio Destino.

Il mio viso era di pietra, il mio sguardo ardente, i miei movimenti felini; e, mentre procedevo, il mio pensiero era rivolto solo al pallone, alla sua probabile traiettoria e alla forza che vi avrebbe impresso il giocatore avversario incaricato del tiro.

Poi si fece il vuoto attorno a me: rimasi  solo tra i Centomila.

E come ai tempi delle interminabili partite a palla nelle strade del mio quartiere - quando Vincenzino mi gridava:” Ghepardo, para questo rigore!” - raggiunsi la porta, mi piazzai tra i pali; poi, guardandomi la punta delle mie scarpette bullonate, attesi che il giocatore designato a calciare il rigore si recasse sul dischetto; e quando l’avversario si accinse a battere, alzai la testa e lo fissai dritto negli occhi coi miei occhi felini – da Ghepardo!; poi,  pacatamente, gli dissi:

-         Tira.- 

Il giocatore sferrò uno di quei tiri  che i giornalisti definiscono imparabili: il pallone, cento all’ora, filò verso l’angolino alto della porta, a destra, proprio all’incrocio dei pali: 

- Amen!- voi direste.

Ma io,  o meglio, il Ghepardo scattò: si erse in tutta la sua altezza, saettando con tutti i muscoli tesi fino allo spasimo, quasi allungando le sue membra, snodando le ossa, stirando i tendini, dilatando le cartilagini, violentando le leggi fisiche e anatomiche; quindi con i polpastrelli della mano destra sfiorò la palla ed essa schizzò, innocua, sopra la traversa.

L’urlo della folla coprì il triplice fischio dell’arbitro che decretava la fine dell’incontro.                                         

 

In chiesa.

 

Gennaro – Così ti sta bene?

Ragazzo – Certo, direi di si, va benissimo, ricostruzione quasi perfetta.

Gennaro – E invece no. Guarda fino alla fine. Guarda cosa ha da dirti Vincenzino, il raccattapalle dello stadio.

Voce di Vincenzino - Ehi, Ghepardo, Pasquale dice che dobbiamo piazzarci nella curva Sud: tu raccatti a destra, ed io raccatto a sinistra.

Gennaro – E tu tristemente annuisti; quindi dando una malinconica occhiata ai Centomila ti calcasti il berrettino con la visiera, quasi fino agli occhi - come se non ti volesse far riconoscere da quel pubblico che qualche attimo prima, nella tua fantasia, t’aveva osannato: Gattopardo!... 

Ragazzo – …Ghepardo!

Gennaro - … (occhiataccia) quindi, trottorellando, prendesti posizione nel posto che ti era stato assegnato - caro il mio raccattapalle.  

Ragazzo – Raccattapalle, purtroppo, per ora. Ma non per molto, io ho la stoffa…

Gennaro – (interrompendolo)…speriamo…speriamo…e vedremo. Bè, Catarì, sto guaglione –  portierone della giovanile (beffardo) - è nu tantinello bugiardo, ma nun è cattivo questo gattopardo. 

Ragazzo – Ghepardo! (breve pausa) Ma con voi non si può neppure sognare…

Caterina – Eccome! Si può e si deve sognare! Ma permetti anche agli altri di…sognare.

Ragazzo – Perché, quello che ho visto finora erano solo sogni?

Caterina – Non proprio e non tutti. Tu che ne dici?

Gennaro – (tagliando corto) Beh, pe’ mo basta. Spero che tu abbia capito…spero…(lo guarda di sottecchi, curioso, il ragazzo nicchia, imbarazzato ) Va bo’, perdonato. Guagliò, non ci pensiamo più, e per festeggiare questo nostro incontro…soprannaturale, vai a prendere tre pizze e due birre (poi piano) per lei una gazzosa, non sopporta l’alcool; e ci facciamo uno spuntino, perché giusto giusto stanno per suonare i Vespri, e avrei un languorino...

Ragazzo – (divertito) Senti ciucciarello, va bene che ho esagerato, ma se volevi scroccarmi una pizza, potevi dirmelo prima. 

Gennaro – Vuoi ‘e dinare?

Ragazzo – No, offre la ditta. Come la volete?

Gennaro – Allora a me la pizza piace con pomodoro, la mozzarella – di bufala, mi raccomando – poi nu poco di olio calabrese a crudo, na pizzicata d’origano e basta. Ah, che sia sottile e ben cotta.

Ragazzo – Sottile e ben cotta…(pensieroso)

Caterina – A me piace con poco pomodoro, poi formaggio pecorino, rucola e mentuccia - e spessa, molto spessa.

Ragazzo – (sbalordito) Ma…ma… sono le pizze che piacciono a papà e mammà…non è che essi sarebbero…voi sareste…io sarei…

Gennaro - …noi saremmo, e tu saresti?

Caterina – Allora egli sarebbe…

Tutti e tre – Oddio! 

 

Dissolvenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                              LA  MALA  PASQUA.

 

                          ( dalla novella “Cavalleria Rusticana” di G. Verga)

 

 

 

 

 

                                                Dramma in un Atto  

 

 

 

 

Personaggi:

 

 

Santuzza

 

 

Turiddu

 

 

Alfio

 

 

Lola

 

 

Nunzia

 

 

 

Sulla scena è stato abbozzato un paesaggio rurale: una scalinata a sinistra, un portico al centro e un pergolato (o tettoia) con un tavolino da osteria e due sedie a destra. Al centro, vicino al portico, vi sarà un accenno di trazzera . Saranno le luci che illuminando, di volta in volta, una parte del palcoscenico, determineranno la scena che vi si svolgerà.

Al centro del palcoscenico, sullo sfondo del portico,  sarà inserito un telo trasparente che permetterà di vedere i personaggi, in trasparenza, che agiranno dietro di esso.

I costumi saranno adeguati all’epoca a cui si riferisce la vicenda.  

All’apertura del sipario si udrà una musica campestre molto dolce che sfumando assumerà tratti drammatici.

Luce a sinistra.

Sulla scalinata vi è Santuzza

 

Santuzza: - La “malapasqua” a te! - (rivolta a Turiddu che sta in ombra)

Turiddu:   - ( uscendo dall’ombra e avvicinandosi solennemente a Santuzza, dondolandosi nella    camminata malandrina, colla coppola calzata storta)  Tu si’ pazza!-

Santuzza:- Si sono pazza! Sono stata una  pazza quando ti permisi d’entrare in casa mia; pazza! quando ti feci entrare nel mio letto, quando mi avvinghiai a te - anima persa –  e mi abbandonai alla tua libidine dandoti l’anima e il corpo: questa fu la mia pazzia – la mia pazzia, (poi quasi a se stessa) la mia pazzia! (pausa)

Ma come poteva una povera femminella, senza madre e senza esperienza, non cadere vittima del tuo fascino mascolino - che adornavi con il tuo portamento malandrino, con la nappa da bersagliere, rossa come il fuoco e come il sangue, che si agitava come una  cresta di gallo in amore sul tuo viso abbronzato - facendo mescolare il sangue a tutte le  ragazza del paese, che ti ronzavano come le mosche attorno al miele?  (pausa)

No, non era questo, no, no - almeno non solo questo: era l’amore. Quell’amore viscerale che mi prese per te  quando, fin da  ragazzina, andando a messa la domenica, ti vedevo  - baldo, beffardo o galante - davanti alla “putia” di tua madre, a fare il gradasso con i tuoi amici, parlando di donne, di caccia e di vino. Io ti vedevo bello come sant’Alfio, come san Michele, come un Dio. Ero innamorata della tua spocchia, del tuo corpo e della tua anima.

E quando facevi le serenate a quella là, io, insonne, impallidivo di insensata e puerile passione, come se quel canto appassionato, immaginavo, fosse per me…per me. Furono giorni e notti tremende, pieni di follie d’amore e di fantasiose premature gelosie - perché quelle vere, ahimè, dovevo ancora amaramente assaporarle, purtroppo.

Finchè non partisti soldato ed ella si sposò.

Poi crebbi io e crebbe il mio amore.

E, quando tornasti dal militare e ti facesti prendere da mio padre come vignaiolo, frequentando, così la mia casa - per starle ancora vicino, lo so, lo so, ora lo so - feci pensieri vaneggianti, folli, di matrimonio con te, scellerato. 

E ricordo quando mi parlasti per la prima volta, degnandomi della tua falsa e interessata attenzione, e mi dicesti quelle parole dolci che sai dirle tu, io ti risposi col cuore in gola (intanto si sono trasferiti al centro della scena, vicino al portico e Turiddu ha calzato la nappa –inizio ricordo -):

 

Santuzza: -Perché non le dite a Lola queste belle parole?-

Turiddu:-  Eh, quella è una signorona, ha sposato un re di corona, ora .-

Santuzza:- Io non me li merito i re di corona…-

Turiddu:- Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe  Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, che lei non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.   –

Santuzza:- Certo, lo dite ora. Ma quando facevate le cantate sotto il suo balcone, prima di partire soldato, ella era una regina per voi, era la vostra vita .-

Turiddu:- Acqua passata, comare Santuzza smanie            di ragazzino. Vi dissi che non è degna, no?-

Santuzza:- La volpe quando non potè arrivare all’uva…-

Turiddu:-…disse: come sei bella “racinedda” mia! ( cerca d’abbracciarla)-

Santuzza:- Ahò, giù quelle mani compare Turiddu!-

Turiddu:- E che vi mangio?-

Santuzza:- Mangiarmi? Boccone difficile, compare .-

Turiddu:- Allora vi mangio con gli occhi .-

Santuzza:- Padronissimo. Quelli briciole non ne fanno .-

Turiddu:- Se fossi ricco cercherei una come voi, comare Santa .-

Santuzza:- Io non sposerò certo un re di corona, ma la mia dote e la mia roba ce l’ho anch’io…quando il Signore mi manderà qualcuno .-

Turiddu:- E io sono qui per te;  sappi che per te impazzisco e che perdo il sonno e l’appetito. –

Santuzza:- Chiacchiere .-

Turiddu:- Vorrei essere “u Riuzzu”, per sposarti .-

Santuzza:- Chiacchiere .-

Turiddu:- Per la Madonna io ti mangerei come il pane .-

Santuzza:-Chiacchiere .-

Turiddu:- Sull’anima mia! Fammi entrare!-

Santuzza:- ( incomincia il buio al centro, la scalinata che viene appena illuminata) E ti lasciai entrare a casa mia. ( incrocia le braccia attorno al busto, illanguidendosi, come se pensasse ai momenti trascorsi col sua amante, poi si fa dura) E lei, un giorno mentre stavi per venire da me, si affacciò dalla  sua porta, ti vide, ti venne incontro e ti disse ( luce su una parte della scalinata dove c’è Lola che scende e Turiddu che l’aspetta, calzando la nappa):

 

 

Lola:- (aspettandosi il saluto di Turiddu che non arriva, anzi l’uomo sta con gli occhi per terra) Così, compare Turiddu, i vecchi amici non si salutano più?

Turiddu:- ( come se volesse evitarla e con un mezzo sospiro) Beato chi può salutarvi, ora…-

Lola:-  Oh, perché forse sono diventata superba?-

Turiddu:- Si dice che siete diventata la moglie di un re di corona, ormai .-

Lola:- (ridendo quasi di cuore) Oh che dite…re di corona…-

Turiddu:- E un modo di dire che siete maritata bene .-

Lola:- (maliziosamente) Bene, come?-

Turiddu:- Bene come una vera signora: con ori, gioielli, vestiti, insomma tutto .-

Lola:- (sempre più maliziosa) Tutto?-

Turiddu:- Perché, non è così?-

Lola:- Eh, caro compare non è sempre oro ciò che riluce .-

Turiddu:- Ma alla gente sembra, ed è quello che conta . Ottimo matrimonio, si dice in questi casi .-

Lola:- Il matrimonio ottimo è anche…è anche l’amore .-

Turiddu:- E ne avete in abbondanza anche di quello : presente e passato .-

Lola:- E quello passato quale sarebbe: forse il vostro?-

Turiddu:- ( pensieroso) Già, il mio. (poi guardandola negli occhi) Il mio era amore vero, era passione pura, era rapimento dell’anima. (poi con un colpo della palma della mano sui pantaloni) In ogni modo, ormai .-

Lola:- Peccato, però. (perdendosi nei pensieri, poi riprendendosi, come se li riassaporasse) Che  tempi, com’erano belle quelle serenate che mi facevate sotto il balcone… (ove sia possibile, a discrezione della regia, si potrebbe inserire una dolce serenata, eseguita da una voce solista una chitarra e uno scacciapensieri; il gruppo dovrebbe essere intravisto al centro della scena, nel telo trasparente) e come vi arrabbiavate quando non mi affacciavo: ah, quante belle parole uscivano dalla vostra bocca. E quella dolce poesia che mi diceste una volta, quando, finalmente, mi affacciai per la prima volta al balcone? Era una vostra composizione?-

Turiddu:- (prima a malincuore, poi rianimandosi come se riapparisse la passione per la donna un tempo tanta amata) Ricordo, ricordo, eccome! No, non è mia, quella poesia è di un nostro compaesano .-

Lola:- Un nostro compaesano, ma allora dovrei conoscerlo, chi è? –

Turiddu:- E’ difficile che lo conosciate, noi non eravamo ancora nati quando lui lasciò il paese. E’ don Carmelo Macca e ora vive a lontano .-

Lola:- E’ vero, non lo conosco, mai sentito nominare. Avete detto Macca? e’ forse un vostro parente? –

Turiddu:- Lontano parente, lontanissimo .-

Lola:- Suvvia ditemela, portava il nome mio .-

Turiddu:- (reticente) Non me la ricordo più,(pausa imbarazzata) e comunque la ritoccai - magari pochino pochino - per adattarla a voi… e il nome Lola lo misi io, in vostro onore .-  

Lola:- (esagerando l’importanza) Onoratissima allora, e spero che don Carmelo non si sia offeso. ( con civetteria) Suvvia, ditela, in fondo sono passati solamente tre anni. Fate uno sforzo .-

Turiddu:- E cosa ci guadagno poi?-

Lola:- Ohè, non siamo più ragazzini, compare Turiddu. Io sono maritata e vi posso dare soltanto la mia amicizia…-

Turiddu:-…per ora (a bassa voce). E va bene, tenterò di ricordarla. Dunque, se non sbaglio faceva così: Luluzza…no, è così. (breve pausa) Ci sono. -

“Lola sciatuzzu, comu si’ bedda.

Cu ‘ssa facciuzza di mennula spicchiata,

cu ‘ssu nasiddu nicu, a patatedda,

cu’ ‘ssa vuccuzza  di sorba azzuccarata .”

Turiddu si interrompe, guardandola incerto.

Lola:- ( con dolcezza) Continuate, vi prego .-

Turiddu riprende, ma prima si guarda attorno, per vedere se per caso c’è qualcuno:

“Cchiù scuru du lu scuru su’ i to’ capiddi,

e cu’ ss’occhi lattri, pronti a lampiari,

fann’alla notti perdiri li stiddi,

e la vampa di lu focu fann’appannari .”

Turiddu:- (esitante, dolorante al ricordo, poi quasi con un grande sforzo: Lola ascolta estasiata) 

“ E ‘ssu pittuzzu di li me suspiri:

ah, meli di lu meli, famm’ambriacari…”   

Turiddu:- ( prendendo la mano di Lola, illanguidito) Lola, non ce la faccio più!-

Lola:- (svincolandosi la mano, turbata) Anch’io non ce la faccio più… a sentirvi spasimare come un gatto in amore . Basta: buona giornata, compare Turiddu .-

Turiddu:- Buona giornata anche a voi, comare, e… addio ai sogni e all’epoca passata. (breve pausa e guardandola insistentemente) Finirono veramente quei giorni?-    

Lola:- Finirono, ( furba incertezza) credo di si. (sta per allontanarsi, ma Turiddu la ferma per un braccio)-

Turiddu:- Ma perché lo facesti, Lola?-

Lola:- (facendogli notare col capo che le stava stringendo troppo il braccio) Feci cosa?-

Turiddu:- Lo sai cosa. Non appena partii soldato, sposasti Alfio u licordisi. Perché lo facesti, dimmelo! Per i soldi? Per l’oro e i gioielli? Per cosa?-

Lola:- (svincolandosi e guardandolo quasi con aria di sfida) Lo feci per il mio comodo, ti basta?-

Turiddu:- No, non mi basta!-

Lola:- Turiddu, ma facendo il soldato, forse dimenticasti che qui, in paese, si dice che i matrimoni e i vescovati dal cielo sono mandati?-

Turiddu:- Non dal cielo: ma dai ruffiani…-

Lola:- … o dai genitori . (seccamente).-

Turiddu:- (mortificato) Dovevo immaginarmi questa risposta, che mi basta e mi avanza .- (portandosi la mano sulla fronte come per un saluto, cerimonioso) Scusatemi, allora, comare Lola .-

Lola:- Scusarvi? di nulla compare Turiddu. ( pungente) Dopotutto, voi vi consolaste subito con la mia vicina…-

Turiddu:- E’ vero. Mi sono fidanzato con lei, ma sapete dov’è il mio cuore .-

Lola:- Dov’è? proprio non lo saprei; ma so per certo che la notte l’andate a trovare .-

Turiddu:- Sono menzogne .-

Lola:- Andatelo a dire ad altri – io ci abito vicina; il mio balcone dà sul suo cortile, e senza volere… Ma andiamo, compare, voi mi volete offendere?-

Turiddu:- Non vi volevo offendete, volevo fare il galantuomo .-

Lola:- E l’avete fatto. –

Turiddu:- Ditemi quando posso riprendermi il mio cuore .-

Lola:- (abbassando gli occhi, con un bisbiglio) Quando volete. Ora devo andare, arriva la gente e ci sta guardando. Salutiamoci .-

Turiddu:- Allora servo vostro, comare, e salutiamo .-

Lola:- Salutiamo . (confidenziale) Poi, infine, il saluto non costa nulla… fra noi .-

Turiddu:- ( comprendendo) Certamente, comare…ma, quando potrò avere di nuovo l’onore?-

Lola:- ( frettolosamente, allontanandosi) Sapete dove abito, in caso che vogliate venire a salutarmi…-

 

 

Buio escono Turiddu e Lola, la luce riprende al centro, nel portico, dove c’è Santuzza  che si martoria le mani .

 

 

Santuzza:- E tu ci andasti presto a salutarla, ed ella, la “buttana”, ti aprì la sua porta e le sue cosce! ( poi quasi con un sussurro) E adornò di corna la casa di compare Alfio. ( quasi con compassione) ah, compare Alfio, compare Alfio…-

 

 

Entra Alfio, che calza la coppola di traverso, nella zona di luce .

 

 

Alfio: - Comare Santuzza, servo vostro, mi avete nominato?-

Santuzza:- (prima sorpresa, poi quasi soddisfatta) Io? No…anzi, si, povero compare Alfio…-

Alfio:- Povero? Non mi risulta, spiegatevi .- 

Santuzza:- Niente, niente, si fa per dire povero…certo non per denari…-

Alfio:- ( tirandosi indietro la coppola) E per che cosa, ci sono forse comandi?-

Santuzza:- Ma che comandi…proprio a voi che siete il fiore dei galantuomini, che con la sola vostra presenza mettete soggezione agli uomini…un uomo vero, di sostanza… un uomo d’onore, con una sola parola… (finta esitazione) No, si dice in giro… sembra che qualcuno…credo d’aver visto…quando voi siete fuori dal paese…-

Alfio:- ( con voce dura) Cosa avete visto, Santuzza!-

Santuzza:- Credo d’aver visto qualcuno che vi adorna la casa…( fa il gesto delle corna con la mano)-

Alfio:- Santo diavoluni! Se non avete visto bene, non vi lascerò gli occhi per piangere a voi e al vostro parentado!-

Santuzza:- Io non ho più occhi per piangere, né lacrime amare, né lacrime di sangue: i miei occhi sono ormai secchi come le stoppie dei campi… e non hanno pianto neppure quando hanno visto quel Giuda del mio promesso, quel Turiddu Macca traditore, entrare di notte a casa vostra…-

Alfio:- ( facendo un leggero movimento con la testa) Ah, è così? Va’ bene, vi sono molto obbligato, comare Santa .-  

Santuzza:- Nessun obbligo, dovere, solo dovere, compare .(con un sorriso di trionfo sulle labbra) –

 

 

E, intanto, si avvia verso la scalinata col solito sistema delle luci. Esce Alfio ed entra Lola.

 

 

Lola:- Comare Santuzza, che? Non ci andate a messa il giorno di Pasqua?-

Santuzza:- Sono in peccato mortale, io .-

Lola:- Meglio! Potreste lavarvi la coscienza…-

Santuzza:- Giusto! Io, almeno, quella ce l’ho... invece qualche altra persona…-

Lola:- Qualche altra persona non è  “fimmina schietta”  e “prena” .-

Santuzza:- Certo, ma non come qualcun’altra, maritata che adorna la casa del povero marito (fa il gesto delle corna) e poi se ne va in chiesa a battersi il petto .-

Lola:- C’è chi si batte il petto in chiesa e chi se lo batte per la “dannazione” della gelosia. Rassegnatevi “commaredda bedda” , il pane e per chi ha buoni denti .-

Santuzza:- Per chi ha buoni denti c’è da rosicchiarsi “l’ossa col sale”, perché solo quello vi resterà, ora!-

Lola:- Vedremo chi se li mangerà queste ossa. Intanto suona la messa e io vado in chiesa. Vi salutai…comare. (molto ironica e sfottente)-

 

 

Esce Lola.

Santuzza si porta verso il centro della scena leggermente illuminato, si guarda attorno, poi si reca a destra, verso il tavolino che viene illuminato con Turiddu che calza la coppola, seduto a bere vino.    

 

 

Turiddu:- E tu non vai a messa?-

Santuzza:- No, lo sai, sono in peccato mortale .-

Turiddu:- Vai lo stesso, non ti far vedere dalla gente .-

Santuzza:- Ormai della gente non mi importa più nulla .-

Turiddu:- Tu sei pazza, te l’ho già detto .-

 Santuzza:- Pazza ci finirò veramente. Lo sai che tra qualche mese si vedrà la pancia e mio padre mi ammazzerà con le sue mani?-

Turiddu:- No, non lo farà .-

Santuzza:- Si che lo farà, deve salvare il suo onore - deve .-

Turiddu:- Lo salverà, lo salverà…-

Santuzza:- Tu sottovaluti mio padre. Quello m’ammazzerà, anzi ci ammazzerà, non appena saprà!-

Turiddu:- Io non sottovaluto nulla. Quello non ucciderà nessuno, sta tranquilla: Ci parlerò io .-

Santuzza:- (sorpresa) Tu?-

Turiddu:- Io, sissignore!-

Santuzza:- (sospettosa) Tu, in che senso?-

Turiddu:- Nel senso giusto: gli dirò che voglio riparare, punto e basta!-

Santuzza:- Tu…tu…faresti questo?-

Turiddu:- Ce l’ho anch’io il mio onore. Basta, però, che non mi stai sempre appresso, a spiarmi, a ingelosirti .-

Santuzza:- (martoriandosi le mani) Mi sposeresti, allora?-

Turiddu:- E come la chiameresti tu la riparazione?-

Santuzza:- Madonna dell’Aiuto, sono nelle tue mani!-

Turiddu:- E non scomodare la Madunnuzza .-

Santuzza:- Zitto, zitto, per carità, che solo lei ci può aiutare - ora .-

Turiddu:- Ora?-

Santuzza:- Già, ora. ( le si avvicina) Turiddu, _Turidduzzu mio, deve andartene via dal paese, devi scappare, subito!-

Turiddu:- E che? tuo padre mi vuole ammazzare così presto (scanzonato)-

Santuzza:- Non è mio padre che ti cerca…è…è un’altra persona .-

Turiddu:- E chi sarebbe questa persona, forse il diavolo sulla terra?-

Santuzza:- Tu lo sai chi è!-

Turiddu:- (pensieroso) Alfio u Licordisi?-

Santuzza annuisce.

Turiddu:- E tu come lo sai?-

Santuzza:- Come lo so? Lo so perché…perché…-

Turiddu:- Perché devi sempre ficcare il naso nei miei affari .-

Santuzza:- Belli affari .-

Turiddu:- ( risolvendosi) E sono comunque sempre e solo affari miei. Bene, doveva succedere, ed io qua sono .-

Santuzza:- Ti prego scappa, quello col coltello è mastro. Ti ucciderà! Fuggi!-

Turiddu:- Io fuggire? Ma quandomai! Anch’io so usare l’arnese e qualche chiarimento l’ho avuto anche con gente col pelo sulla pancia. Turiddu Macca che scappa di fronte a un licordisi, ma te lo immagini…Mastro lui…tsh, se lui è mastro vuol dire che io sono mastro dei mastri .-

Santuzza:- Anche se ti sei battuto tante volte, questa volta sarà diverso: egli vuole la vendetta, ha l’odio per te, ed è feroce, è senza pietà, ti ammazzerà solo per il piacere di farlo .-

Turiddu:- E cosa pensi che fin’ora io mi sia battuto con ragazzini e con rammolliti? Con gente che mi odiava ho duellato, e sono ancora qui .-

Santuzza:- Turiddu, fallo per questa nostra creatura che mi sta nel ventre .-

Turiddu:- Quella creatura vedrà in faccia suo padre, sta tranquilla. Ed ora va’. E se non vuoi andare in chiesa, ritornate a casa tua.-

Santuzza:- ( dubbiosa) Dimmi, sinceramente, perché ci vuoi andare da compare Alfio?-

Turiddu:- Oh bella, ma per il mio onore, no?-

Santuzza:- Turiddu, per il momento lascia perdere l’onore e sentimi con le orecchie e col cuore: se ti batterai per questa creatura che abbiamo generato, allora camperai; ma se - per l’anima santa di mia madre - se lo farai per…quella (accenna al portico, dove si suppone abiti Lola) per quella là, creperai come un cane! Hai capito bene, Turiddu Macca?-

Turiddu:- Ehi, ehi, ma chi credi di essere? Fai anche la “mavara”? Io mi batto per chi mi pare, per il piacere mio, senza dover dare conto né a te né a nessun altro uccellaccio del malaugurio come te! Vai!- 

Santuzza:- (pietosa) Turiddu…-

Turiddu:- Va’!-

Santuzza:- ( allontanandosi) Dio mio, perdonaci, perdona i nostri peccati .-

 

 

Santuzza esce. Turiddu si mette comodo nella sedia e beve un sorso di vino. Entra Alfio.

 

 

Turiddu:- (senza essere sorpreso e posando il bicchiere, quindi cerimonioso) Avete comandi da darmi, compare Alfio?-

Alfio:- Nessun comando, solo una preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e volevo pregarvi per quella cosa che sapete voi .-

Turiddu:- Son qui, compare.-

Alfio :- Se volete venire nei fichidindia della “cunzeria” potremo parlare tranquillamente di quell’affare, compare .-

Turiddu:- Aspettatemi sullo stradone, ci andremo insieme .-

Alfio: Per la vita e per la morte . (Alfio  abbraccia Turiddu, e, in segno di sfida all’ultimo sangue gli morde l’orecchio.)

Turiddu:- Ah, è così? Sta bene! ( poi, flemmatico, prende il bicchiere lo riempie con calma, lo fa versare fuori dal recipiente, volontariamente, quindi finge, beffardo, di offrirlo ad Alfio)  Volete favorire? -

Alfio:- ( cerimonioso, ma sferzante) Servo vostro, ma non bevo. ( e allontana, teatralmente, la mano di Turiddu che gli porgeva il bicchiere)-  

Turiddu:- Sono io il servo vostro, compare Alfio.(con ampio movimento della mano posa lentamente il bicchiere sul tavolo)  Ora, col vostro permesso, andrei a prendere ciò che serve per quell’affare e, intanto, vorrei salutare mia madre. A più tardi, compare!-

Alfio: - Fate il vostro comodo, compare! Vi aspetto!- (Esce dondolandosi, colla caratteristica camminata dei malandrino).

Turiddu:- Madre, oh madre!-

Nunzia:- ( entrando e asciugandosi le mani nel grembiule) “Figghiu” mio, sono qua .-

Turiddu:- Madre, quando siete bella, lasciate che vi abbracci. ( l’abbraccia  sollevandola da terra e facendola girare)-

Nunzia:- ( fingendo di essere contrariata da quell’effusione) Mettimi giù “malacarne”, che mi gira la testa .-

Turiddu:- A voi gira la testa? Questa si che è bella. A donna Nunzia Moncada solo don Peppino Macca, la buonanima di mio padre, l’ha fatta girare .-

Nunzia: - (fingendosi scandalizzata) Scostumato, mettimi giù.-

Turiddu:- ( rimettendola a terra) Mamma sei la più bella mamma del mondo. (ammirandola)-

Nunzia:- E che cosa è questa confidenza? (fingendosi offesa) Ora siamo passati già al tu? E che fu? Arrivarono i tempi moderni? O dal soldato portasti l’aria del continente .-

Turiddu:- ( facendosi serio) Siamo ai tempi antichi e moderni…e il tempo è già finito. Adesso debbo andare .-

Nunzia:- Vai in chiesa, finalmente?-

Turiddu:- Dopo, dopo. Prima ho un affare da concludere .-

Nunzia:- A “matruzza”, pensaci dopo agli affari, la Messa non ti aspetta. (si sente la chiamata della Messa) Hai sentito? Te la perderai .-

Turiddu:- E anche voi, se non vi affrettate .-

Nunzia:- A me basta togliere il grembiule e sono pronta. Il Signore risorto ci aspetta.Vieni .(si toglie il grembiule con fatica)-

Turiddu:- (aiutandola) E pazienza madre, andate voi sola; vuol dire che pregherete un po’ anche per me. Anzi, sapete cosa dovete fare: mi dovete dedicare una preghiera tutta per me. Me lo promettete?-

Nunzia:- ( guardandolo sospettosa) Come vuoi, figlio mio…-

Turiddu:- Andate, su andate ( la sospinge dolcemente verso la scalinata ) Addio madre .-

Nunzia:- Come addio? Vuoi dire: arrivederci, vero? (apprensiva)-

Turiddu:- Ma certo, certo, volevo dire arrivederci madre. Ah, fatemi un favore, se io dovessi tardare, insomma quell’affare dovesse trattenermi, vi dovete occupare di Santa. (vedendo l’espressione interrogativa della madre) Si, di Santa!-

Nunzia:- Di Santa? E non c’è suo padre? Poi, tardare? Cosa mi nascondi Turiddu.-

Turiddu:- Nulla, nulla e cosa vi dovrei nascondere…solo che …suo padre potrebbe…insomma, Santa aspetta un figlio del quale io sono il padre .(svia così l’apprensione e i sospetti di Nunzia)-

Nunzia:- “Patri, figghiu e spiritu santu” (segnandosi) e me lo dici così? L’hai ingravidata… Ma lo sai chi è suo padre e che razza di testa calda è?-

Turiddu:- Certo che lo so, ma, al mio ritorno, farò il mio dovere di galantuomo . E caso mai, dicevo, tardando troppo, ve ne occuperete voi … -

Nunzia:- E che? Me la sposo io (ridendo).-

Turiddu:- ( stando al gioco) Ma certo “mammuzza  bedda”: voi vi sposerete Santa e sarete…il padre della creatura. Tutto in regola madre .-

 Nunzia:- Tu scherzi sempre. Comunque bravo, così agisce un vero uomo: ha sbagliato e ripara lo sbaglio commesso con un bel matrimonio, per onorare la ragazza e gli uomini della sua casa. ( quindi palesemente soddisfatta) Poi, a me Santuzza mi piace, e “‘na figghia massara”. Mi piace, si. (suona di nuovo la campana) Ora vado in chiesa più contenta e pregherò per tutti e tre: per te, per la tua donna e per il tuo bambino. “Santu e binidittu figghiu sciatu”. (si alza sulle punte dei piedi e lo segna in fronte, poi sveltamente esce)-

Turiddu:- (tra se) “Sabbenedica a vossia, mammuzza bedda”.

(si avvia per  uscire, ma poi si ferma, come colpito da un pensiero) Pergiuda, ha benedetto me, Santa e il bambino non ancora nato…cioè una futura famiglia…(incredulo, toccandosi la fronte) la mia famiglia! Incredibile: adesso – io - avrei una famiglia. (pausa, come se riflettesse solo adesso della nuova situazione, poi scotendo la testa)  E pazienza, se tutto va bene, vuol dire che avrò anche una famiglia da mantenere: gli errori si pagano .

( risoluto) Ed ora a noi due, messere compare Alfio!

(come tra sé) E stai certo! che non ti permetterò di sbudellarmi, e di privarmi così – anche - di quello che mi appartiene - da sempre - e che comprasti con tuo maledetto oro. Nossignore! 

( forte, per caricarsi) Ti ammazzerò io, Alfio u licordisi, quanto è vero Iddio! ( esce di corsa )

 

 

Brevissimo buio con musica adatta, poi entra Santa, e va verso destra, dove c’è Nunzia che con uno strofinaccio pulisce il tavolino per i futuri clienti.

 

 

Santa:- Comare Nunzia, Turiddu è tornato?

Nunzia:- Ah, Santa, vieni, vieni, siediti qua (le porge una sedia, premurosa) No, Turiddu non è ancora tornato, diceva che doveva sbrigare un certo importante affare. (guarda in alto come per vedere l’ora dal campanile) E sono già due ore .-

Santa:- Madunnuzza mia ( apprensiva) .-

Nunzia:- Eh, quanta fretta hai di vederlo. Abbi pazienza, ne avrai tanto di quel tempo, da quello che ho saputo…-

Santa:- (allarmata) Cosa avete saputo?-

Nunzia:- Quello che c’era da sapere: che avete fatto la sciocchezza (accenna alla pancia) e che avete intenzione di rimediare col sacramento del matrimonio .-

Santa:- Certo, certo, Turiddu ha promesso che al suo ritorno avrebbe parlato con mio padre e sistemata la faccenda, ma il fatto è…il fatto è… che quell’affare deve sbrigare è…è…-

Nunzia:-…importantissimo, altrimenti non ci sarebbe andato proprio ora, per la Santa Pasqua .-

Santa:- Certamente. Ma vedete comare…insomma comare, Turiddu si doveva incontrare con compare Alfio…-

Nunzia:-…u licordisi?-

Santa:- Sissignore .-

Nunzia:- E che razza di affari può avere mio figlio col carrettiere? Turiddu i viaggi per il vino se li fa da sé .-         

Santa:- (torcendosi le mani) Non è storia di viaggi .-

Nunzia:- E allora che storia sarebbe?-

Santa:- Storia di…( vedendo Lola avviarsi frettolosamente verso il porticato e accennandola con rabbia) di “buttane”!-

Nunzia:- (Comprendendo, sbalordita e allarmata) Madonnuzza mia! cosa avete fatto a mio figlio, scellerate!-

Santa:- E’ quella la scellerata! ( indica Lola, che sta per uscire dal porticato) Ed io l’infame. (tra sé)-

 

Fermo di scena tra le due donne. Dalla parte in trasparenza, al centro della scena, si vedranno Turiddu e Alfio che duellano coi coltelli. L‘azione, sottolineata da una musica adatta, sarà varia ma sempre sobria, quasi un elegante balletto, con colpi scambievoli (non più di cinque).Uno di questi colpi sarà mimato Alfio: come se fosse stato ferito all’inguine, per cui egli se lo toccherà, poi si piegherà sulla relativa gamba che ha subito la presunta ferita, quindi, repentinamente, prenderà un pugno di terra e la getterà in faccia all’avversario.

Fine della scena in trasparenza. Si ode un rintocco di campana. Fine del fermo di scena .

 

Nunzia:- Gesù, mio figlio è morto! (corre verso la scalinata, ed esce di scena) –

Santa:- Ed io con lui (attonita) .-

 

Buio, musica finale .

 

( è un puro esercizio dell’intelletto)

 

 

 

 

 

 

 

                                                    L’UOMO  D’INSUCCESSO

 

                                                      (Sinfonia Fantastica)

 

 

 

                                                        Dramma  in  due  Atti

 

 

Dramma in due atti –anno 2005- personaggi: due maschili, e due femminili.

Un uomo anziano, al sopraggiungere della primavera, paragonandola alla sua stessa vita, riceve la visita di due strani personaggi che di dichiarano il suo Destino e la sua  Coscienza, coi quali, incalzato dai due, rievoca episodi e fatti , soprattutto spiacevoli, della propria vita. E’ una specie di “catarsi”, dopo la quale… 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

Alcide, l’uomo d’insuccesso;

 

Uno, il suo Destino;

 

Due, la sua Coscienza;

 

Gina, sua moglie;                     

 

Due ballerini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                 Primo  Atto

 

 

Sul palcoscenico, poste leggermente a destra, ci saranno due poltroncine, una poltrona, un tavolino-scrittoio con sopra carte sparse e qualche libro, una sedia e una lampada a piantana.

Sulla parte sinistra di detta scena, quasi ad angolo, quindi ben visibile, ci sarà una portafinestra, con pesanti tendaggi, che darà verso un giardino interno. A destra ci sarà una porta comune. Al centro della scena ci sarà appeso un grande quadro, in stile astratto, che rappresenterà un vortice di colori che si porterà verso il centro, dove, in rosso, rappresenterà un volto umano, forse sofferente, forse anelante. (per eventuali riferimenti, si consiglia di visionare l’opera pittorica “Berlioz, sinfonia Fantastica” dello scrivente, disponibile su Internet). La portafinestra sarà coperta da spessi tendaggi, dai quali filtrerà una luce irreale, ma lieve, riposante.   

L’illuminazione, insieme alla colonna sonora- preferibilmente la “Fantastica” di Berlioz che si suggerisce di riascoltare -  saranno di fondamentale importanza per la rappresentazione e la comprensione di tutta l’opera. In particolare le luci saranno rosse per le scene forti, drammatiche; verdi per quelle irreali; gialle per le parti vivaci, di vita; blue per le scene oniriche; la lampada di wood per l’irrazionale; la strobosferica per le scene che comportano il mutare di luogo o di tempo, e il cannone o “occhio di bue”. Esse debbono sempre cambiare seguendo non solo le varie fasi dell’opera, ma anche scandendo i tempi di certi dialoghi. Naturalmente saranno fondamentali nelle scene del balletto. Comunque, in ultima analisi,  ci si affida alla creatività e al talento del regista.

All’inizio dello spettacolo, la scena sarà buia, silenziosa. Poco dopo si udrà la sinfonia e le luci incominceranno a riprendere, come se filtrassero dai tendaggi. Quindi, da destra entrerà Alcide, un uomo molto maturo, alto, dinoccolato, coi capelli grigi, la barba pepe e sale a pizzetto. Indosserà una veste da camera color vinaccia su pantaloni grigio chiari e calzerà ai piedi pantofole felpate. Egli attraverserà la scena e andrà a scostare le tende della portafinestra e guarderà fuori.

 

 

Arc.- Eccola là! È arrivata. E’ arrivata la primavera. Finalmente è arrivata con questa magnifica tiepida giornata di sole - come da copione: peccato che sia già fine maggio. Eh, bella mia, ti sei fatta aspettare quest’anno- anche troppo: perturbazioni africane, depressioni sul Golfo del Leone, correnti balcaniche – ci mancava solo “el nino” per completare l’opera - che hanno fatto di te la succursale del tardo inverno marzolino.

Ora sei arrivata (breve pausa e dirigendosi verso il centro della scena, quindi alla poltrona), ma che sei arrivata a fare? I mesi  migliori, i giorni d’incanto, le ore magiche che solo tu sai creare, sono state ormai bruciate dal gelo, dalla pioggia abbondante e dallo scirocco. Di te adesso rimane solamente l’appendice di una stagione ricordata e mai avuta. (si diede stancamente).

Entra Gina, la moglie.

Gina- (donna di mezza età, magra, piccolina, ma energica ) Caro, la vuoi la camomilla?-

Alc.- No, grazie.-

Gina.- Che fai, ti sdrai? (cenno affermativo di Alcide) E allora copriti bene, non prendere freddo, non essere imprudente, non fare al solito tuo (Alcide afferma col capo di si, stancamente). Tu saresti capace di raffreddarti proprio alla fine della brutta stagione. Sarebbe il colmo! ( gli sistema un plaid sulle gambe). Allora buon riposo, caro, io vado a fare la canasta. Ci vediamo dopo. Ciao. (fa il gesto di dargli un bacio ed esce a passi piccoli e veloci).

Alc.- (stancamente, ma sollevato dall’uscita della moglie) Ciao, ciao... e copriamoci (imitando la moglie) non si sa mai… un raffreddore a fine stagione… un disastro universale ( si aggiusta meglio il plaid). Ecco fatto! ( come riprendendo un filo di pensiero interrotto)… la fine della stagione, già.( breve pausa) La fine della stagione… e la fine della mia…( resta con la parola in sospeso, forse voleva dire: vita! ma poi riprende più deciso): ma che parallelismo impressionate tra questa fallita stagione e la mia vita: ambedue bruciate da perturbazioni e da scirocco; e ambedue che tentano, timidamente, quasi vergognandosi, di salvare la stagione con ultimi sprazzi di vitalità.

Troppo tardi mie care

I germogli sono stati bruciati dal gelo,

e lo scirocco umido e afoso

ha appiccicato il male nero

sulle palpitanti e verdissime foglioline,

intisichendoli.

Troppo tardi, amiche mie,

sulla mia testa ormai vi sono troppi capelli bianchi

e una marea di delusioni.

Troppo tardi.

Adesso sono stanco.

Sapete? Io non vi serbo rancore. E perché mai? Avete fatto ciò che dovevate fare: i tempi, i luoghi, le circostanze li sceglie il Caso…(iniziano effetti luminosi che mettono in risalto la pittura, musica adatta. Approfittando di un attimo di buio, Alcide si toglie la veste da camera, rimanendo in maniche di camicia color bianco di una misura più grande della sua, dal colletto alto. Nel  frattempo, si saranno materializzate due figure: una nera, alta, maestosa, che si sarà posta dietro una delle poltrone: è Uno; l’altra figura, tracagnotta, rossa, dietro l’altra poltrona, è Due.).      

Uno – Ne sei sicuro?-

Alc.- ( sbalordito, confuso, gesticolando, barcolla ) Cosa? Ma…ma chi siete? Come siete entrati? Cosa volete?-

Due – Eh, quante domande. E tutte domande non adatte a te! Hai tanti anni e ti meravigli di vederci?-

Alc.- Se sognassi si, ma non dormo, non sogno, sono sveglio, sveglissimo…-

Uno – Tu dici…-

 Alc.- Dico, e vi domando anche: cosa volete, qui, a casa mia! (si alza e si pone dietro lo scrittoio, come per proteggersi)-  

Uno – Che caratterino…-

Due- Calmati, suvvia, fai uno sforzo…-

Uno – (Mostrandosi) Allora, che ne dici?-

Alc.- Dannazione, dov’è la mia pistola. (frugando nel cassetto)-

Uno- Dai, non fare la scena. Tu non possiedi una pistola.-

Arc.- Uscite o chiamo la polizia.-

Uno.- Non t’agitare, per favore…-

Due.- Siediti, tranquillo, su…-

Alc.-  Non … Non siete esseri vi…viventi? Vero? - Siete fantasmi?-

Due – (indignata) Puerile! Ma fai uno altro piccolo sforzo. Mi riconosci?-

Alc.- La dovrei conoscere? Veramente… io…-

Due -  Sono la tua Coscienza!-

Uno- (mostrandosi a sua volta) Ed io il tuo Destino.-

Alc.- (perplesso e pizzicandosi) Voi siete… voi sareste…forse voi…-

Uno- Siamo, siamo… (come dire: ovvio) e abbiamo sentito che parlavi della scelta, del Caso. -

Due- Ci fai sedere?-

Alc.- Acco…accomodatevi ( sbalordito e basito, mentre i due si siedono).

Uno-  …Allora - del Caso, cosa dicevi? –

Alc.- ( visibilmente tremante) Io non saprei… aspettate, fatemi capire, come siete entrati?-

Uno – Non abbiamo bisogno d’entrare, noi ci siamo sempre.-

Alc.- Sempre? Sempre nel senso che siete sempre in questa casa?-

Uno – Banale! Nel senso che stiamo sempre con te, mio caro Alcide.-

Alc.- Sapete il mio nome? Allora è tutto vero… ma cosa significa ciò? -

Due – Significa che sappiamo tutto di te.-

Alc.- Tutto?-

Due – Tutto: io il passato e il presente, lui il futuro.-

Alc.- Forse incomincio a capire: sto impazzendo. (si va a sedere).

Uno – Non essere drammatico, per favore. Allora, dicevamo - il Caso, cosa intendevi dire?-

Alc.- Nulla e tutto. (confusamente) Il Caso è il caso, insomma…io…forse. Ma no! Ma che faccio, parlo con loro? Ma che assurdità! Parlo alla mia fantasia? Basta, sono veramente ammattito!-

Uno - Calmati, calmati. Rilassati.-

Alc.- Sono calmo, sono rilassato e sono anche morto per lo spavento.-

Due – Non sembrerebbe. Allora ti abbiamo fatto una domanda – credo…-

Alc.- No...macchè, ah, il Caso? Ma siete fissati! No, niente, volevo dire niente.-

Due -  Bene, allora parlaci di te.-

Alc.- Di me? A voi? E che c’entra?-

Uno – Tanto per iniziare a discorrere, per rompere il ghiaccio.-

Alc.- Ma quale ghiaccio? E io dovrei parlare di me con dei… sconosciuti (largo cenno col braccio quasi dispregiativo) che si presentano non invitati a casa mia – per poco non mi fanno venire una sincope -  mi chiamano per nome e mi dicono: Bene parlaci delle tue cose private, dicci di te! Ma questa è veramente pura follia. Questo è un incubo, ne sono sicuro! (si alza e va verso la finestra e sta per aprire il tendaggio, ma Uno lo blocca con un gesto perentorio)

Uno - Dove vai! Siediti, calmati, non siamo qui per farti del male o per giudicarti, siamo qui per ascoltare. Dunque puoi dire qualsiasi cosa. Ci puoi parlare anche di te, ma se proprio non vuoi, possiamo anche andare, che ne dici?-

Alc.- (sedendosi sconcertato, ma cercando di darsi un contegno disinvolto, poi guardandosi attorno come per cercare una via d’uscita, infine rassegnato) No, ormai che si siete restate, sono curioso, tanto lo spavento l’ho già preso. Bene, se proprio debbo parlare con voi, vi parlerò del mare.-

Due.- Del mare? –

Alc.- Del mare, e basta!-

Uno – Veramente ci aspettavamo di sentire la solita tiritera sulla tua vita sbagliata, sulla sfortuna, le opportunità abortite, gli appuntamenti mancati, le occasioni fallite, i tradimenti. Ma tu ci vuoi parlare del mare, perché?-

Alc.- Perché? (cercando di guadagnare tempo e dignità) Perché il mare mi sta a cuore, ecco perché!-

Due.- E a noi no (perentoria)! Parlaci di te, se non ti dispiace tanto (conciliante)… per favore.-

Alc.- Di me, del mare, è la stessa cosa, sapete (rinfrancandosi).-

Uno – Sappiamo, non sappiamo. Siamo qui per sentire te; se vuoi, la tua storia, e non il tuo mare.-

Alc.- Ah, la mia Storia? Vi interessa proprio? Ebbene la mia vita non ha storia, è solo cronaca…-

Due- Lascia giudicare noi. Dunque?-

Uno – (vedendo Alcide turbato dal tono di Due) Su, coraggio…naturalmente se vuoi…solo una chiacchierata…tra amici. Dunque?-

Alc.- (rassegnato e rasserenato) Così va meglio, infine si tratta solo di fare quattro chiacchiere - ci sto. Facciamo come dite voi. Parlerò anche di me.-

Uno – Vai a ruota libera.-

Alc.- Bene, ma ricordatevi però,  m’avete quasi obbligato… certo se ne potevo fare a meno…allora (riflette portandosi le mani giunte quasi sulla bocca):  

Nacqui inesorabilmente, 

e mi portai appresso rimpianti paterni 

e speranze materne. 

Il Caso mi dette un nome 

e una dignitosa povertà – si fa per dire. (b.p.)

Io e il Caso dormivamo insieme. 

Poi tutto finì.-

Due – Aspetta, aspetta, che fretta.-

Uno – Perché esiti ancora? Perché non vuoi parlare seriamente?-

Due -  Forse ti vergogni d’essere un uomo d’insuccesso?-

Alc.- Uomo d’insuccesso? (risatina) Bella definizione (beffardo), non c’è male. La vergogna? Forse si e forse no. Ma, infine, non mi starete per caso confessando – spero.-

Uno – Ma che dici? No, niente confessioni, ci mancherebbe. Solo: parla e …svapora.-

Alc.- Ora et labora, 

lavorare e tacere. 

Taci, il nemico t’ascolta! 

Ecco: vi parlerò della guerra. (con enfasi) 

La guerra è una grande cazzata! 

Punto e fine!-

Due – (quasi malinconicamente) Non così semplice, spiegati meglio, facci capire.-

Alc.- Farvi capire? Dovrei capire prima io. (b.p.) Sapete, fino a qualche anno fa, per me la guerra era necessaria, estremamente necessaria. Poi capii che non era proprio necessaria, finché non si presentò la necessità di renderla di nuovo necessaria. Ma non ci credo… o forse si. Spesso penso: perché la natura ha creato prede e predatori?-

Uno – (ammonendolo) Non filosofare. Ci stavi parlando della necessità della guerra. Ebbene se essa s’intreccia con la tua vita, allora continua, altrimenti risparmiaci questi luoghi comuni.-

Alc- Va bene. Però vi dico che pace è necessaria. La pace fra gli uomini e con la natura. La vita è un intreccio con orrendi incroci: vedi Hiroshima! (breve pausa) L’uomo è pazzo di se stesso ed è savio di un altro. Siete d’accordo?-

Due – Non tergiversare, devi parlarci di te, della tua vita, non delle tue opinioni. Quelle te le puoi tenere per te.-

Uno – Forse comprendo la tua ritrosia e cerchi di prendere tempo per capire. Ma ti assicuriamo che quello che ci dirai resterà riservatissimo.-

Alc.- Non uscirà da questa stanza?-

Due – Se è per questo, nemmeno da te stesso.-

Uno . Allora?-

Arc.- ( dopo una pausa di riflessione, poi annuendo con la testa) Io un giorno nacqui e l’indomani mi trovai qui a parlare con voi, e proprio di me! Allora vi chiedo: nelle ascisse dell’Eternità e nelle ordinate dell’Infinito, mi dite che posto occupo io? Sapreste dirmelo? Se si, continuiamo il discorso, se è no, che ne parliamo a fare?-

Uno – (battendosi il ginocchio) Questa è bella. Tu vorresti conoscere il tuo destino. Se chiedi questo, possiamo dirti solamente: lascia perdere…

Alc.- Ecco, tutti uguali questi  signori “Sotuttoio” , quando non avete una precisa risposta ve ne uscite con un laconico: lascia perdere! 

Uno – Hai niente di meglio da dirci?-

Arc.- A chi? A te, mio destino? E non lo conosci già, il mio - caro destino (ironico).-

Uno – Cosa ne pensi tu del destino?-

Arc.- Nulla. Per ora. (pausa di riflessione, si alza e va verso lo scrittoio e fruga tra le carte, come a voler trovare lì quello che deve dire) Bene. E allora senti questa a proposito di destino: Un giorno di una lontanissima estate, mi trovai nei pressi del Mattatoio e chiesi di visitarlo. Fui accontentato ed entrai: Dentro c’era un lezzo da mozzare il fiato! La puzza entrava attraverso i vestiti, i pori della pelle, il sangue, le cellule. Eppoi sangue da per tutto. Ma quella visita disgustosa mi dette modo, occasionalmente, di assistere ad una scena che mi si è impressa nella memoria: vidi una mandria di vitelli che procedevano in fila indiana lungo una transenna, che li guidava, dritti dritti, nella camera della morte, dove un uomo armato di una pistola a stantuffo l’appoggiava alla loro fronte  stecchendoli all’istante. Ebbene, durante il tragitto verso la famosa camera, essi si incornavano, si ostacolavano, e, qualcuno addirittura, tentava di montare il compagno che lo precedeva. Insomma,  essi facevano quello che erano abituati a fare, fin dalla nascita, senza sapere che il proprio destino  si sarebbe compiuto tra non molto e che la loro vita sarebbe cessata da li a poco, con una cilindrata in fronte. (b.p.) Ora a me sembra che anche noi uomini siamo come i vitelli della transenna, andiamo verso la morte inesorabilmente verso la morte e non sappiamo quando essa avverrà, preoccupandoci solo di stuzzicarci a vicenda. Ma, se per caso, uno di noi alza la testa e si chiede che diavolo stiamo facendo? dove andiamo? Perché andiamo? Ecco che c’è sempre qualcuno che ti dice: lascia perdere. Eh no! Lascia perdere un corno: io voglio sapere!-

Uno – E se ti dicessero che vai verso l’uomo con la pistola, tu che faresti?-

Alc.- Mi ribellerei, perbacco!-

Uno – E poi?

Alc.- Come: e poi? Poi cambierei transenna.-

Uno – Per andare verso un nuovo ignoto. Senti a me: lascia perdere...-   

Due - …l’incommensurabile e l’inconoscibile e continua il tuo racconto.-

Alc.- Non mi và. La mia vita non interessa a nessuno. Eppoi sono stufo, sissignore! –

Uno – (alzandosi e avvicinandosi ad A.) Se è per questo anche noi siamo stufi. Ma di te! Di questo puerile comportamento, di queste sconclusionate divagazioni.

Ma insomma, pensaci: quante volte hai desiderato parlare con un amico, aprire il tuo cuore, liberarti l’anima; oppure confidarti con una persona discreta, disinteressata, pronta ad ascoltarti - ma senza mai riuscirvi, per diffidenza verso i tuoi simili -  per essere confortato delle tue “sfortune”; per sfogarti, o analizzare i tuoi insuccessi? Bene, adesso puoi farlo con noi, riservatamente; e invece fai il capriccioso. Bada, noi siamo molto pazienti e ti ascolteremo volentieri,  ma cerca di non abusare però della nostra disponibilità e, soprattutto, della nostra intelligenza. Allora?-

Alc.- No, voi non c’entrate. (si avvia verso la poltrona) Diciamo che sono stufo di me stesso. Vedete ci sono alcune volte che mi guardo allo specchio e dico: ma che cavolo vuoi tu? E sapete cosa mi rispondo? “Già, se lo sapessi lo direi a te!” Allora concludo, invariabilmente, con un sonoro “vaffanculo!” Quindi pari e patta. 

E così, giorno dopo giorno, arriva la primavera, quella vera,  non la fasulla. Poi aspetto l’estate, l’autunno,  e perchèno? Anche l’inverno, per poi lamentarmi che la primavera ritarda. (b.p.) 

Vedete nacqui proletario, 

volli diventare borghese 

e non appena lo divenni, 

subito me ne pentii.  

Poi, osservando e percependo, 

mi avvilisco: 

vedo la Bestia in tutti coloro che ce l’hanno 

e la Bontà in quelli che la mimetizzano. 

Quindi prima le illusioni, 

dopo l’Utopia. 

Ma all’Utopia mancano i Poeti e gli Artisti. 

Punto e basta. (B.P.) 

Definizione dell’Artista: 

l’Artista è l’Uomo-Angelo. (si siede).

E oso scandalosamente affermare questa verità: Dopo Dio vengono le tre “A” : Amore, Arte, Armonia. Quindi, molto distaccato, segue l’Uomo, nella sua bivalenza di maschio e femmina. (gesticolando) Ed essi si dividono le tre “A “ in modo ineguale, ma paritetico: Mi spiego: il maschio si prende il cinquanta per cento dell’Amore, il settanta per cento dell’Arte e il trenta per cento dell’Armonia. La femmina il resto. Che ve ne pare?-

Uno – (sedendosi a sua volta) Sei molto presuntuoso, oltre che confusionario, ma forse abbiamo capito e, credo, (guarda Due che annuisce) che non siamo proprio d’accordo con te: Poichè di Poeti e Artisti, maschi e femmine, ce ne sono tanti e senza eccessiva differenza di percentuale tra i due sessi, almeno oggigiorno. Però rispettiamo la tua idea.-

 Alc.- D’accordo, tralasciamo il sesso, non vorrei apparire maschilista quando, invece, sono femminista. Ma mi sapreste dire quanti di loro sono i veri Artisti? E quanti aspiranti Artisti, o, peggio pseudoartisti? (b.p., poi si alza e va verso il quadro, indicandolo) Fatemi il piacere, girate le gallerie d’Arte e i teatri della città e ditemi, secondo voi, dov’è il pittoresco e dov’è il Sublime; dov’è il Cielo e dov’è la terra; dov’è il Supremo e dov’è l’uomo; dov’è la Fantasia e dov’è il plagio. Poi estendete la vostra indagine alla poesia, alla narrativa, e, con rammarico, anche alla musica: vedrete che delusioni!-

Due – Ma, se non mi sbaglio, proprio nella musica trovasti il vero Artista…-

Alc.- Si, è vero! Ma sono casi talmente rari che me n’ero già dimenticato. (b.p.) Si, con la musica ho provato il fremito rivelatore - peccato che non conosca nemmeno una nota musicale…-

Due – E se non vado errata, anche nella poesia…-

Alc.- Eccezionalmente, molto eccezionalmente. (si risiede).-

Uno – E nel teatro?-

Alc.- Il teatro? Lasciamo perdere, vi prego. (b.p. gesto come per scacciare una mosca) Adesso vi parlo dei fichidindia.- 

Uno – Sei terribile passi dal sacro al profano con una disinvoltura che oserei definire, senza offesa, schizofrenica. Ma toglimi una curiosità: perché saresti femminista?-

Alc.- Aspettate, non femminista come corrente ideologica, ma femminista nel senso che sono per le femmine, come profondo convincimento. Senza di esse, cioè dell’Essere Gentile, come mi picco di definirle, non ci sarebbe nel mondo la bellezza, la dolcezza, l’acume, l’armonia, la protezione e, infine, la maternità. Quest’ultima mostruosamente invidiata dall’uomo.-

Due.- Di nuovo filosofia!-

Alc.- E allora vi parlerò delle zanzare.-

Due.- Pagliaccio!-

Alc.- Benissimo ci siamo, l’avete detto: prima uomo d’insuccesso, poi schizzofrenico, adesso pure pagliaccio. Ma bravi.-

Uno – Perché bravi?-

Alc.- Perché avete trovato il titolo e il sottotitolo della mia vita. I titoli degli episodi sono miei.-

Uno – E allora ci parli per titoli?-

Alc.- E’ meglio essere sintetici che prolissi, no?-

Due – Sintetici si, ma chiari.-

Uno – Mi pare giusto…-

Alc.- E’ vero, scusatemi, sono incorreggibile. Vedete sono il tipo ideale per commettere sciocchezze…e ne ho fatte tante in vita mia.-

Due.- Questo lo so.-

Alc.- Lo sai? E sai anche chi vi ha contribuito in modo determinante (guardandola significativamente)?-

Due – Sarei io?-

Alc.- Tu! Proprio tu. Ed ora, accidenti, perché sei qui, cosa cerchi da me, cosa vorresti dal sottoscritto? (sporgendosi verso di lei) Dimmi, vuoi forse dei salamallecchi? Oppure vuoi darmi ancora comandi? O vorresti di nuovo censurarmi? Eh? (Due scuote la testa delusa) Ma vattene và, ipocrita! (si appoggia allo schienale) Mi hai sempre condizionato la vita – tu. Ed io quando t’ho dato ascolto, cosa ne ho ricevuto in cambio? Solo sonori ceffoni ho ricevuto da te e dalla vita  - per me e per tutto il mio parentado.(b.p.) 

La mia coscienza…(quasi dandole le spalle) ma tu sei stata la mia scemenza: prenditi gioco di qualche altro e lasciami in pace!-

Due – Ti brucia ancora, vero?-

Alc.- Cosa mi brucia! Cosa! (girandosi di scatto).-

Due – Alfina.

Alc.- Alfina? Quale Alfina?-

Due -  Di Alfina ce n’è sola una.-

Alc.- Quella?-

Due – Già, ed è proprio quella (sottolinea la parola) che ti tormenta.-

Alc.- Certo, perché, allora, tu eri assente…(beffardo) forse eri in ferie.-

Due – Ero con te e ti supplicai di fermarti, ma non volesti.-

Alc.- Non volli? Non potei!-

 

 

Parte la musica, sulla destra della scena si fa lentamente buio, mentre a sinistra con tagli di luce adeguati, oppure con l’occhio di bue, entreranno in scena i due ballerini. Lei sarà in calzamaglia e indosserà un abitino trasparente, mentre lui indosserà i jeans e una maglietta bianca attillata; ambedue avranno calzari bianchi. Rappresenteranno Alcide e Alfina, giovani.

Con movimenti coreografici, dovranno raccontare la vicenda del quasi stupro della ragazza. Essi inizieranno mimando il corteggiamento, poi lo sboccio dell’amore, dopo le prime timide carezze e i primi baci. Quindi la passione prenderà Alcide che intenderà fare sesso, ma Alfina, pur accondiscendendo ai baci e alla carezze, non vuole andare oltre. Alcide insiste, si eccita sempre più, la passione lo divora e la prende con la forza.

Il balletto terminerà con la ragazza stesa per terra e Alcide, pentito, che si dispera. Fine.

Riprendono le luci, prima soffuse poi rosse sul lato destro della scena, e precisamente su Alcide, il quale si alza e urla.

 

 

Alc.- Non fu così! Non fu proprio così! (balza in piedi, poi passeggerà nervosamente per la scena).-

Uno -  Diccelo tu, allora.-

Alc.- Credevo che volesse essere pregata, che facesse la sostenuta, ma che ci stesse, credevo di potermi azzardare… e invece.-

Due .- Lei all’ospedale e tu in galera!-

Uno – E facesti pure lo sciopero della fame e della sete.-

 Alc.- Ma non per l’arresto, no! Il carcere era giusto. No, lo feci per punirmi del gesto animalesco che avevo commesso e - per farmi perdonare da lei.-

Due – Essa non ti perdonò, ma non ti querelò, né si costituì parte civile al processo.-

Uno - E fu un bene per te. Pochi mesi di carcere e poi libero come un uccel di bosco…-

Due – Ma lei…-

Alc.- Ma lei non volle più vedermi. Disse che mi aveva voluto bene, ma che ora le ero indifferente, anzi che mi temeva, quindi che cercassi altre vie… e, nonostante le mie suppliche, mi  disse di non farmi più vedere dai suoi occhi, per lei io ero morto!-

Due – Sai che si sposò?-

Alc.- Lo seppi molto tempo dopo. Non ci crederete, ma fui contento-

Due – (dubbiosa) Contento? mah…-

Uno – Poi ti sposasti anche tu?-

Alc.- (sedendosi) Si, ma a quarant’anni suonati, e dopo aver superato la paura di ridiventare un mostro con le ragazze. Certo, sposai Gina…-

Uno – Ma Alfina era il vero amore.( Alcide resta assorto).-

Due – Dai, rispondi.-

Alc.- Certo, certo…certo. (con forza, poi b.p.)

Ella era il mio amore, 

il mio bene, i miei occhi.

Con lei toccavo cime d’estasi.

La stringevo a me, e volavo.

L’accarezzavo, e toccavo il cielo,

La baciavo, ed era il paradiso.

Ah, che amore! Anima mia.

Amandola, il mio essere l’assorbiva

La sua voce mi scioglieva

il suo odore mi sublimava,

il suo calore, mi stordiva -

e vibrava la mia passione… 

e fu questa che mi perse.

La volevo far mia, ma non era ancora pronta,

e commisi l’orrendo gesto!

(va a sedersi, poi agitandosi nella poltrona) Ma Dio mi è testimone, e anche tu, mia Coscienza! Se sei sincera! Non volevo farle del male. Sarei morto al solo pensiero d’esserle cagione di sofferenza, non sono un mostro. E l’ho dimostrato in cinquant’anni di vita proba.-

Due  – Beh, proprio proba… 

Alc.- (fulminandola con gli occhi) Acida!-

Uno - Ci fu dell’altro?-

Alc.- Forse, insomma…-

Due – Ci fu, ci fu.-

Uno – Ce ne vuoi parlare?-

Alc.- Insomma, fu e non fu. Perché l’innamorata era lei! Io fui solo trasportato dalla sua passione.-

Uno – Ma hai detto d’averne paura.-

Alc.- Si l’avevo infatti. Erano passati quasi dieci anni dalla tragedia di Alfina. Ma il suo ricordo era sempre presente in me, e ne avevo paura. E con quella ragazza - Dina si chiamava, se non ricordo male - cercai di non farmi travolgere dalla passione e di restare sempre lucido. Non l’amavo, e quindi mi guardai bene dal ricambiarla totalmente. Ella, invece, era innamoratissima, appassionata  e bellissima – con quegli occhi verdi. E mi desiderava. Mi desiderava in qualunque ora del giorno e in qualunque luogo. E  metteva terribilmente alla prova i miei sensi… (quasi rivedendo la ragazza) con quel seno così abbondante che travasava da tutte le parti.-

 

Con gioco di luci entrano in scena i due ballerini che mimeranno il corteggiamento della ragazza e la ritrosia del ragazzo. Poi, pian piano ci sarò il coinvolgimento del giovane alle profferte amorose.

Poi si mimerà l’amplesso, che sarà iniziativa della ragazza la quale guiderà tutto il rapporto che dev’essere mimato in modo lieve, sobrio, poetico.

   

Alc.-  Ed io che non sono un santo, no di certo! le resistetti per alcuni giorni, forse una settimana, prima di crollare vinto dalla sua sensualità, dal suo immenso libido.(b.p.) Ma presto ripresi il mio autocontrollo e, per evitarle ulteriori delusioni, e eventuali futuri pericoli, la lasciai – fuggii via, di notte, come un ladro. (b.p.).

E così, per paura, persi la grande occasione di riscattare l’amore. L’occasione di ricambiare un amore travolgente e passionale che non mi accadde mai più d’incontrare nel corso della mia vita: Amare una donna in amore. E a chi può capitare un evento così eccezionale, così magnifico? Solo agli dei…o agli uomini fortunati. 

Vedete come si spreca un’esistenza? Stai lì a lavorare, a dannarti, a distruggerti per migliorare la tua vita, e quando, finalmente, ti accorgi che senza il Grande Amore, essa non ha più senso, è troppo tardi. Hai già bruciato le tappe, le occasioni sono scomparse, le passioni appassite – sei inaridito!  (b.p.) E allora cosa ci resta alla fine? Solo rimpianti...o una pistola alla tempia e - Amen!-

Uno – Ma una vita ben vissuta e degna di un uomo, anche senza il Grande Amore.-

Alc.- E’ vero, non lo nego. Ed una vita trascorsa onestamente, è ben vissuta, sicuramente.-

Due – Beh, proprio proprio onesta…-

Uno - …già…-

Alc.- … e che mi vorreste un santo? Ma via… insomma siamo soltanto dei miserabili uomini.-

Uno- E’ vero.-

Due – Ma qualche sciocchezza in più, in te, c’è stata, no?-

Alc.- Non lo nego. E nemmeno mi offendo se lo sostenete. La vita è terribile, è sofferenza, è disinganno, è dura. E noi, a volte, ci rifuggiamo nella depressione, che ci isola dal mondo. 

Vedete in passato ero ottimista, ora indosso i panni di un onorato ex ottimista in pensione, ovvero di un pessimo pessimista. Perché? Presto detto: Speravo sempre nella mia primavera, che spesso mi ha dato soltanto solenni fregature… come quella attuale. (b.p.) Ah, la primavera che scherzi ti propina. Eppure l’ho sempre amata. (b.p.) Sapete la primavera, secondo me, è una stagione prettamente femminile, e non solo per il genere – e quindi è volubile, bella, desiderabile, seducente, profumata, fresca, tiepida; poi giovane, baldanzosa, vibrante. Ma, altre volte, è acida, zitella, permalosa, cattiva e infedele: t’illude, t’alletta, t’inlanguidisce e… ti frega - come una vecchia bagascia sifilitica.

Raramente si concede in tutta la sua interezza; e se lo fa, lo fa allo scopo di farsi desiderare e rimpiangere per tutto il resto della vita. (b.p.) 

Ditemi, di queste magiche stagioni, l’uomo in tutta la sua vita, quante ne può contare? Pochine, vero? Con le dita di una sola mano, no? E chi è più fortunato ne conterà cinque, chi lo è di meno ne conterà solamente una…- lo sfortunato nessuna! 

Poi sopraggiungono le lunghe serie di autunni tempestosi, di estati arride, di freddi inverni e quella primavera intravista e colta per un istante, resterà solo come un bel ricordo sbiadito, nella confusa mente appassita di quell’uomo, che essa, un giorno, infatuò, illudendolo che fosse giusto considerarla sua.

Vedete anche la presente stagione? Ha mutato, imprevedibilmente, lo scirocco appiccicaticcio in fresco ponentino – la pazzerellona.-

Uno – Allora, sostieni che non hai mai avuto più una tua primavera, il tuo grande amore.-

Alc.- Ma certo, state scherzando? Io sono stato derubato, defraudato della mia primavera. Amori? Eccetto Alfina, sottrattami da voi due congiuntamente, poi per il resto tutta robetta, amorucci senza grandi passioni. Niente amori travolgenti, storiche sbandate. Nulla, solo banalità.-

Uno –Stai mentendo: poco fa ci avevi parlata dell’amore passionale.-

Alc.- Si, ve ne ho parlato, e vi ho anche detto quanto durò: poco e sapete benissimo perchè. (b.p. quasi con pedanteria) Comunque lo ripeto: era paura, paura mia, paura d’amare… quella relazione durò pochi giorni, poi finì; quindi nessuna vera traccia segnò quell’evento. Per me, come lo vissi, purtroppo, fu solo un amoruccio e basta.-

Due – Ma hai avuto l’amore di Gina: sereno, duraturo, incondizionato…-

Alc.- Beh, scusatemi, allora sarei stato  un aborto della vita – senza appello! A me è toccato questo tipo d’amore e me lo tengo. I fortunati forse li hanno tutti e due, gli dei tutti e tre. Però ci sono anche gli scalognati…-

Due – Quindi hai avuto da Gina quell’amore che ti meritavi (ironico, quasi sarcastico).-

Alc.- Certo…ma, perché questa ironia?-

Due – Perché la stavi quasi uccidendo.-

Alc.- Chi io? Ma sei ammattita? E quando? (balzando in piedi)-

Due – Quando te la portasti, contro la sua volontà, sul cratere dell’Etna.-

Alc.- Ma sei proprio cattiva! ( rivolgendosi a Uno) Capisci? Mi lancia accuse infamanti, senza nesso, senza prove, ma che dico – senza indizi. Questa è pura e semplice mistificazione dei fatti.-

Due – Ma il pericolo di vita lo corse veramente oppure no?-

Alc.- Ma certo che lo corse, e anche io, insieme a decine di turisti che ci trovavamo in quel momento sul cratere – quando esplose…-

 

Cambio di luci ed entrano in scena i ballerini che mimeranno le varie fasi della vicenda: prima saranno movimenti di ammirazione, di giubilo, poi di estasi alla vista del grande cratere, e per il bellissimo panorama; poi ci sarà l’esplosione: fuoco, panico, fuga. Quindi la fase di sgomento alla vista del grande evento tragico, e, purtroppo anche delle vittime, stese per terra. Poi morte e dolore, mentre i due ballerini si sosterranno a vicenda e si allontaneranno dal luogo della tragedia.

Buio e fine prima atto

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                       Secondo atto

 

 

Riprende la scena, col solito gioco di luci. Alcide, al centro della scena e ancora turbato dalla rievocazione dell’esplosione, si porta lentamente verso la poltrona e si siede mogio mogio. Quindi, concentrandosi sui fatti, parlerà con voce rotta dall’emozione.

Alc.- Io le avevo proposto la gita sul cratere perché desideravo assaporare un attimo di Infinito insieme a lei. M’era stato detto che da lassù si toccava con mano l’immensità; che la vastità del luogo sgomentava, e che il panorama era da mozzare il fiato – a volte, mi dissero, si vedevano persino le Eolie. Questo era più che sufficiente per giustificare l’ascensione…-

Due - … che le facesti fare a piedi…-

Alc.- …che feci a piedi, insieme a lei. Ma non tutta, dal Rifugio in poi. Era un percorso faticosissimo, ma io pensavo che per godermi quei momenti di estasi che il vulcano mi prometteva di regalarmi, come minimo, per ripagarlo e per ringraziarlo, avrei dovuto, quantomeno, fare il sacrificio fisico della scalata. (b.p.) Per mettermi in sintonia con la natura, pensavo. E Gina era d’accordo – anche se, debbo ammetterlo, il pensiero della scalata le faceva tramare i polsi. Ma i miei argomenti la persuasero e così ci avventurammo. 

Più volte ci pentimmo della scelta, e più volte stavamo per arrenderci…-

Due – ( alzandosi e andando a guardare il quadro) Come quando a poche decine di metri dalla vetta, una emissione di gas vi stava per asfissiare.-

Alc.- Già. Ci investì in pieno, quella zaffata di gas dalla puzza inconfondibile di zolfo. Ma, per fortuna, come improvvisamente ci avvolse, così, poco dopo, una folata di vento la disperse. Arrivammo sul cratere stanchi, sudati, impolverati, con la pelle bruciata dal sole - figuratevi che lì sulla vetta incontrai un mio amico che quasi non mi riconobbe.-

Due – Com’è patetico.-

Alc.- (ignorando l’interruzione, si alza) Poi, venne la delusione: attorno a noi c’erano decine di turisti - giunti fin lì, a bordo di gipponi – accaldati, sudati,vocianti, chiassosi, inquinanti, pieni di macchine fotografiche e cineprese, che si trastullavano a farsi, l’un l’altro, delle misere fotografie: per loro, il cratere era solo uno sfondo - da usare per le loro pose. (pausa, và allo scrittoio, prende un foglio e come se leggesse) 

Poi il boato! (bagliore sul quadro).

Ah, che boato!

E il mondo si invertì di colpo,

E quello che era cielo divenne terra!

E i massi cadevano dall’alto.

E il fuoco pioveva dal cielo.

L’inferno s’era abbattuto su di noi.

Il mostro aveva scatenato le sue forze:

Pietre che rotolavano,

pomici che rosseggiavano,

polvere, zolfo, fumo.

E, poi:

Grida, pianti, gemiti:

L’Apocalisse!

Dopo interminabili attimi di terrore, capimmo ciò che era successo: l’Etna aveva stappato il suo cratere.

Spaventoso!

Scappavamo via in tutte le direzioni (b.p.);  poi, quando tutto si calmò, quando la polvere si diradò, purtroppo si videro i corpi senza vita di alcuni uomini, vittime dello scoppio.

Io e Gina, fortunatamente eravamo illesi: neppure un graffio. Solo paura, e la paura segnava tremendamente il suo viso. La confortai. Poi arrivarono i soccorsi. I superstiti fummo caricati nei gipponi e portati al Rifugio; quindi mentre  i feriti, in elicottero, proseguirono verso l’ospedale, gli illesi fummo rifocillati e poi lasciati liberi di scendere a valle, ognuno coi proprio mezzi. (b.p.)

E durante quella sosta al Rifugio, sentimmo una vecchia guida dell’Etna imprecare contro la sua montagna: diceva:

 “ ‘Buttana’, sei una ‘traditora!’ Ma quando mai! quando mai hai fatto morire degli uomini? Ah, carogna! E ora perché! perché non ci avvisasti che eri incazzata, come hai fatto sempre, nei secoli dei secoli?  

Col tuo vomito, quando ti piaceva, quando t’incapricciava, non ti sei preso le nostre terre, le nostre case, le nostre fatiche, e noi sempre zitti, muti, rassegnati! Era un tuo diritto, infine – riprendevi quello che era tuo.

Ma ora, ‘gran sdisonesta’, la terra non ti bastava più, e hai preteso  questo sacrificio umano, questo tributo di sangue innocente. 

Chi te l’ha ordinato!  

Quale dio? 

E perché? 

Perché!”

(b.p. e sedendosi). Il perché glielo avrei voluto dire io: Perché avete insozzato la sua anima. (agitando l’indice della mano sinistra come per minacciare).

Ma fui prudente, non parlai, rispettai il dolore e il lutto.

Comunque, brutta esperienza, brutta (b.p.).   

Allora ti sembra che tentai di ucciderla? (risolto a Uno).-

Uno – No, almeno volontariamente.-

Due – (girando la testa per guardarlo) Ma se non fosse stato per la tua incoscienza, ella non sarebbe nemmeno salita lassù.-

Alc.-  Sei acida! Non capisci nulla degli uomini! Della loro voglia del cimento, dell’avventura, dell’espiazione, delle emozioni.

(B.p., quindi con calma) Ma infine, come diceva il vecchio, non era mai successo un evento simile. Infatti prese tutti alla sprovvista: turisti, la gente locale, guide alpine, geologi, vulcanologi (b.p.). 

Poi hanno preso provvedimenti: Ora avvicinarsi al cratere è severamente vietato.-

Uno – Scappati i buoi…-

Due – Sempre imprudenza fu.-

Alc.- E dalle! Mi dispiace, ma debbo ripetermi: voi delle faccende umane siete a digiuno.–

Due – Lo siamo e non lo siamo, capiamo e non capiamo. Sappiamo, però, con certezza che sei inquietante. ( si va a sedere)-

Alc.- Io? Oh, bella!-

Uno – Non proprio inquietante come afferma Due, ma, direi, piuttosto sfuggente ed equivoco, quasi pericoloso per te e per gli altri.-

Alc.- Ma…ma…siete ammattiti? Quello che mi è accaduto nel corso della mia vita, poteva accadere a qualunque persona normale di questo mondo. La vita degli uomini è piena di episodi simili: dove si corre un certo pericolo, dove la tragedia si è sola sfiorata, dove tu caro Destino ci trascini verso un luogo, un fatto, una circostanza, a noi completamente estranea e ignota. Se avessi saputo dello scoppio, credete che mi sarei avventurato lassù? Io certamente no, e anche tutti gli uomini di buon senso. Forse avrebbe fatto eccezione qualche studioso o qualche matto, ma uomini normali certamente no. Quindi che dite? Ve l’ha già detto: Voi parlate sconoscendo totalmente gli animi degli uomini. (b.p.) Certo, qualche incosciente in giro c’è sempre…-

Due.- Come te, per quell’incendio…-

Alc.- Incendio? Non capisco?-

Due – L’incendio al night-club, ricordi?-

Alc.- Eh no! Che c’entra quello?-

Due – Tu ne sai qualcosa.-

Alc.- Mi ricordo dell’incendio perché per poco non ci lasciai la pelle. E allora?-

Due – Come: e allora? Ma non ricordi nulla?-

Alc.- Cosa dovrei ricordare?-

Due.- Il mozzicone di sigaretta che lasciasti cadere a terra in quel locale notturno, quando la bellissima Margareta ti invitò a ballare.-

Alc.- (gridando) No, l’incendio non fu per quello!-  

Uno – Non lasciasti cadere la sigaretta?-

Alc.- (in crescendo) Si, Ma non fui io a provocarlo. No! Mi rifiuto di ammetterlo! Non fui io. (sfinito) Non fu la mia sigaretta…era quasi spenta…non può essere andata così.-

Due- Andò esattamente così. Una ragazza perse la vita…

Alc.- …per colpa mia? No, non per colpa mia, ma per colpa del locale costruito e adibito per altri scopi e poi trasformato in Nigth. Era tutto moquette infiammabilissima, era di legno, c’era polistirolo dappertutto, poi era senza estintori, senza uscite di sicurezza… Eppoi gli avventori erano quasi tutti ubriachi fradici. Quella notte avevano bevuto moltissimo: chi stava meglio ero soltanto io - ed ero assai brillo. Non fui io a ucciderla, ma lui: il Destino! (alzandosi e avvicinandosi a Uno) Tu perché non intervenisti? Perché lasciasti che le cose andassero in quel modo e finissero tragicamente? Per punirmi di una mia piccolissima leggerezza? Madonna, Madonna, sei proprio crudele! (b.p. rigirandosi e camminando) Io vi entrai in quel locale per disperazione: ero solo come un cane in una città nuova per me, era la vigilia di Natale, mi sentivo depresso, il morale nei tacchi, insomma ero sotto zero. Entrai per cercare un po’ di contatto con la gente, per sentirmi vivo. (b.p.) E, ironia drammatica, non sapevo fumare e invece mi accesi una sigaretta per darmi un contegno. Poi quella miss mi adocchiò, mi fece le fusa e mi invitò a ballare: preludio di una serata appagante (b.p.). E, se fosse andata così, ma non lo fu! anche se ero brillo, prima di gettare via la sigaretta, alla Bogart, tentai di spegnerla, ma ero poco pratico… e forse la lasciai un po’ accesa. Tanto lo sapete fu una vera sfortuna: con tutti quei ballerini impazziti, nessuno la calpestò…-

Due - …perché fini sotto un tavolinetto e lì covò e divampò.

Alc.- No! (girandosi verso Due) Non fu la mia sigaretta! Lo nego con tutte le mie forze! Quella piccolissima brace quasi spenta non poteva generare quello spaventoso incendio in poco meno di due minuti. Ci dev’essere stato qualche altro fattore…qualche causa diversa: chessoio: un cortocircuito, forse un attentato – in quei tempi gli attentati erano faccende di tutti i giorni.

Non fui io il colpevole.-

Due – Tu non vuoi ammetterlo, ma io si,-

Alc. Ma chi sei tu per ergerti a giudice supremo? Chi sei, maledizione? Io non ti conosco! Sei tu che ti sei presentata come la mia coscienza, forse per incastrarmi! Ma non ci riuscirai. Diglielo tu mio Destino, diglielo che non fui io.-

Uno – Io non ero presente…( si alza e va a vedere il quadro)-

Alc.- E lo credo. Tu sei sempre assente quando mi servi…-

Uno - … a me sembra una storia incredibile (senza girarsi)...-

Alc.- …(a Due) Visto? Anche a lui sembra incredibile! E’ incredibile!-

Due – Sarà… Ma ora credo che sia giunto il momento di parlarci del mare.-

Uno – (esaminando il quadro, parlando a se stesso)…codice cromatico assoluto…dinamica delle forme perfetta…profondità della prospettica efficace…-

Alc.- (prestandogli ascolto) Sei intenditore di pittura?-

Uno – (assorto non gli risponde)… questo non dipinge, rievoca emozioni - è inquietante…-

Alc.- Ehi, bella interpretazione, sei critico d’Arte?-

Uno – (riscuotendosi)  Chi io? No, no…-

Alc.- E come mai t’interessa tanto questo quadro?-

Uno – Mi ricorda qualcosa di - primordiale. Senti, come s’intitola quest’opera?-

Alc.- (meravigliato dall’interessamento) S’intitola: Berlioz, sinfonia Fantastica.-

Uno – Capisco. (b.p. mentre anche Due gli presta attenzione) Però… (d’apprezzamento, poi b.p.) ma credo che il titolo più opportuno sia: Big-bang, l’origine. Cioè: l’Universo che apre le braccia…-

Alc.- (ridacchiando) Carina questa, lo dirò all’autore.-

Uno – Ridere di ciò che non si conosce - non è saggio. 

Ma torniamo a noi, anzi a te: mi pare che dovevi parlarci del mare.- 

Alc.- Non ne ho più voglia. (riguarda il dipinto, poi si risiede imbronciato) Preferirei parlare di pittura.-

Uno – Di pittura ne parleremo un’altra volta – (sottolinea la frase) se ci sarà l’occasione…- 

Due – Allora questo mare? finalmente ce ne parli o ne hai timore…-

Alc.- Non sono un vigliacco! E tu lo sai! –

Due – E allora parla.-

Alc.- Parlerò, parlerò, ma Destino dovrà ascoltare attentamente, voglio un testimone attento.-

Uno – Ascolterò. (si siede)-

Alc.- A quell’età si era un po’ spacconi. Si facevano le cose più assurde per dimostrare il nostro coraggio e la nostra abilità. Avevamo più o meno undici, dodici anni e uscivamo da una guerra persa e da un dopoguerra terribile. Lo dico non per cercare di giustificarmi, ma per la maggiore comprensione dei fatti. (b.p.)

Allora io abitavo in un quartiere abbarbicato sugli scogli, sul mare. Sapete? noi ragazzi avevamo dimestichezza col mare, ma mai ci prendevamo delle confidenze eccessive: gli davamo del “voi”. Lo conoscevamo e per questo lo rispettavamo, e anche lo temevamo. Sissignore, lo temevamo, forse per istinto di conservazione: perché, quando meno te l’aspettavi, o per un’imprudenza nostra, o per un suo cambiamento d’umore - ecco che t’azzannava. (b.p.) Perciò, anche nelle bravate non sfidavamo mai il mare.

Quel giorno la spacconata di turno consisteva in un’arrampicata di quarto grado su un alto scoglio a precipizio sull’acqua. Era una prova d’abilità ormai consolidata e la banda sapeva come affrontarla. Purtroppo, quel giorno, a noi, si era unito Angelo Brancato, un ragazzo giunto da poco nel quartiere, il quale volle partecipare all’impresa. Lo sconsigliammo, ma in modo quasi derisorio, per cui egli si incaponì e volle provarci (b.p.). 

E cadde giù come una pera matura. Ma cadendo, prima di arrivare in mare, sbattè  contro la roccia, per cui restò privo di sensi: (con tono di lamento) e galleggiava inerte sull’acqua, tra gli scogli, dondolato dalla risacca. E tutti noi, attoniti, quasi paralizzati, non riuscimmo a fare nulla per lui. (risoluto) E nessuno si tuffò per soccorrerlo. Nessuno si mosse, e nemmeno io! (come una liberazione) Poi Giacomo Fiorito prese una vecchia canna da pesca abbandonata, e con quella lo avvicinò alla riva, e lo tirammo su. Subito dopo arrivarono gli adulti che lo portarono in ospedale. (b.p.) Si salvò! Ma rimase per sempre debole di testa.-

Due – Naturalmente ora mi dirai, che anche tu non ti tuffasti, perché non sapevi nuotare bene.-

Alc.- ( con voce chioccia, quasi da ragazzino) Io nuotavo benissimo e tu lo sai, vigliacca. No, non mi tuffai perché avevo le scarpe nuove!

Nuove! Nuove! Nuove! (poi accorato) Avevo undici anni, e mai avevo avuto un paio di scarpe nuove. Che vigliaccata, direte. Si, certo, fu una vigliaccata, anche se collettiva, e questo rimorso me lo sono portato appresso per tutta la vita. Anche adesso, che sono vecchio d’anni e di cervello, nelle lunghe ore di veglia notturna, mi si para dinanzi la scena: quel corpo, carponi sull’acqua, dondolato dalla risacca! E io che mi guardo le scarpe nuove…-

Uno – (alzandosi e dandogli le spalle) Fosti vigliacco, non ci sono dubbi. Le scarpe sono una scusa, potevi toglierteli prima di tuffarti.-

Alc.- Avrei potuto toglierli, si, è vero; ma vi prego di credermi: solo adesso che mi ci fate pensare, realizzo che potevo fare proprio così. Ma allora, e fino a un minuto fa, questa soluzione non mi passava neanche minimamente nella mente - affatto.-

Due – Ma se non ci fosse stata quella provvidenziale canna da pesca? Angelo sarebbe morto sotto i tuoi occhi.-

Alc.- Non passiamo ai “se” o ai “ma”. Se non ci fosse stata la canna, probabilmente avremmo trovato altra soluzione. Eravamo ragazzi, e l’indecisione su cosa fare era normale. Passato lo spavento, qualcuno certamente avrebbe trovato il modo di soccorrerlo, ne sono sicuro.-

Due – Ma non tu, vero?-

Alc.- Non io? (alzandosi e puntando Due) E come fai a saperlo con certezza! A parte le scarpe nuove, quella era la prima volta che mi trovavo di fronte a eventi così tragici - e rimasi impietrito, oggi si dice scioccato. (girandosi)

Non sono un vigliacco. In seguito, nel corso dei anni, ti ho ampiamente dimostrato che so prendere le decisioni prontamente, e che non sono vile. (riguardandola) E dovresti ricordarti di quel giorno di Agosto, in montagna, quando scoppiò un incendio che minacciava le villette, come mi detti da fare, immediatamente per domare le fiamme, almeno quelle nei pressi della villetta dei Di Martino, e prima che arrivassero i vigili del fuoco, e la salvai. O non ti ricordi più? O ti ricordi solo ciò che vuoi ricordare e che ti fa comodo per mettermi in difficoltà?-

Due – Mi ricordo lontanamente di questo tuo famoso incendio, ma non credevo che tu ne avessi tanto merito – per la salvezza della villa.-

Alc.- E capirai…-

Uno – Beh, diamogli almeno il beneficio del dubbio. (si risiede)-

Alc.- Grazie mille, che magnanimità. (si siede anche lui)-           

Uno – E adesso, se non ti dispiace, vorrei sapere perché hai abbandonato l’arte.-

Alc.- Affari miei.

Due – E’ intrattabile.-

Uno – (con pazienza) Ci risulta che avesti qualche fiasco e ti scoraggiasti.-

Alc.- Qualche fiasco? Ne ebbi cento di fiaschi, e alcuni anche sonorissimi.-

Uno – Diccene uno solo.

Alc.- Scelta imbarazzante. Vediamo un po’. Ci sarebbe quello di Catania, i cui fischi… Anzi forse quello di Cagliari è più eclatante…ma forse è meglio quello di Lecce.-

Uno – Dicci.-

Alc.- Ricordi dolorosi, caro amico. Perché me li volete far rammentare?  Che male vi ho fatto?-

Uno -  Se proprio non vuoi…-

Alc.- Voglio, vorrei, ma mi si lacera il cuore. (si alza e va verso lo scrittoio e prende una locandina teatrale) Ecco, questa: Era maggio, insomma sempre la solita primavera che entra di sponda, e mi esibivo in una serata all’aperto, in piazza. C’erano si e no cinquanta spettatori distratti e vocianti. Io dovevo fare il mio spettacolo quasi da solo. Era un lungo monologo sugli indisciplinati della strada. Ero simpatico il pezzo, l’avevo scritto con molta attenzione, l’avevo riempito di umorismo, era molto spiritoso e aveva un ritmo elevato - pepato. Ma quelli pensavano solo a mangiare noccioline americane, a darsi manate sulle spalle, a fare ammiccamenti, a ridacchiare tra di loro, con qualche sonorosissima pernacchia. Che volete anche il più esperto degli attori si sarebbe perso con un pubblico simile. Ma io non mollai, portai a termine lo spettacolo e quando lo finii c’erano rimasti in piazza solo i tecnici delle luci.

Mi pagarono e mi dissero di non farmi rivedere mai più!-

Uno – Ma, per caso,  non fu perché eri quasi un dilettante?-

Due – Non facevi l’impiegato per vivere?-

Alc.- E con ciò? Pirendello era professore al Magistrale e non fu un grandissimo drammaturgo? Ed esempi ce ne sono a centinaia. (lascia cadere la locandina e si dirige verso la poltrona)-

Due – Ma per esibirsi in pubblico bisogna essere preparati, bisogna aver studiato, aver fatto esperienze…

Alc.- (interrompendola) Io avevo vent’anni di teatro amatoriale sulle spalle! Ero qualcuno!-

Uno – E si vede che, per sfondare nell’Arte, non bastò...-

Due – … o che non avevi talento…-

Uno – …o passione…

Alc.- …o raccomandazioni! Io non le ho mai cercate le raccomandazioni, non ho mai corrotto nessuno e non mi sono mai prostituito e, ultimo, non ho mai offerto mia moglie a nessuno!-

Uno – Allora, forse, non hai mai lottato abbastanza.-

Alc.- Ho lottato, eccome, con tutte le mie forze. Ci ho provato a sfondare da attore e da autore, ma qualsiasi sforzo è stato vano; qualsiasi iniziativa prendevo, subito falliva. (b.p.) E anche se ottenevo qualche piccolo consenso, poi non mi portava nessuna ricaduta: era come se non fosse successo nulla. Sono passato nel mondo dell’arte come una meteora nella notte di San Lorenzo: un’occhiata distratta e poi buio completo. (b.p.) 

Insomma, mollai tutto... e ora vivo in pace.-

Uno – Non bisogna rassegnarsi, bisogna sempre osare.-

 Alc.- Avrei voluto vedere te al posto mio. Avrei voluto vedere te - come osavi. 

Il mondo dell’Arte è una fossa di leoni: se non sei tosto, ti sbranano.(breve pausa) 

Osare -  Ma va là spaccone (si siede).-

Uno – Ci vuole anche coraggio nella vita.-

Alc.- Un’altra banalità simile e me ne vado! E adesso, che avete legittimato il mio attributo di uomo d’insuccesso,  cambiamo discorso. Tu da dove vieni?-

Uno – Io non vengo, Come t’ho già detto, io ci sono.-

Alc.- E tu?-

Due – Se ammetti che sono la tua coscienza allora vengo da te.-

Alc.- Bella discendenza.-

Due – Già. E visto siamo tornati a noi, mi parli di quella famosa spiata?-

Alc.- Ma sei proprio una carogna!-

Uno – Ti ascoltiamo.-

Alc.- Grazie tante!-

Due – (inflessibile) E allora?-

Alc.- E allora… e allora…insomma che volete? Feci solo il mio dovere di fedele impiegato. Quel collega era un lavativo e alla sua porta gli si doveva bussare con i piedi…-

Uno – Con i piedi? Non capisco.-

Alc.- Perché non hai mai fatto l’impiegato. Quello per sbrigare una pratica per la quale io ci mettevo tre giorni, lui ci impiegava due mesi. A meno che… a meno che il povero cittadino interessato, non lo venisse a supplicare nel suo ufficio bussando coi piedi – perché nelle mani doveva portare qualche… presente.-

Uno – Ho capito, era un corrotto.-

Alc.- Proprio corrotto non direi, gradiva qualche pensierino…spontaneo.-

Due – E lui gli fece la spia!-

Alc.- (oscurandosi in viso e abbassando la testa) Non proprio.-

Uno – Lo denunciasti?-

Due – Magari! Avrebbe fatto un’azione da uomo.-

Alc.-  No, andai dal capufficio e gli spifferai tutto.-

Due.- No, bugiardo! gli scrivesti una lettera anonima!-

Uno – E non è la stessa cosa?-

Due – No che non lo è. Denunciandolo avrebbe dovuto assumersene tutte le responsabilità, anche nei confronti dei colleghi, insomma in pubblico, facendo la spiata anonima, se ne lavava le mani (si alza a va verso lo scrittorio e sbircia fra le carte).-

Alc.- Sono un codardo, e allora? Avrei voluto vedere voi al mio posto: sapere che quel mascalzone  speculava sui bisogni della gente e lasciarlo fare impunemente; ma, nello stesso tempo, avere la paura di affrontarlo a viso aperto. Comunque ho fatto, come al mio solito: le cose a metà. Ed ora basta con questa storia.-

Due – Te ne vergogni…-

Alc.- Lasciatemi in pace, sono stanco, molto stanco…(si accascia nella poltrona).-

Uno – Come desideri. Ma se vuoi noi possiamo anche andarcene.-

Due – E ti faremmo un gran piacere. (prende un foglio e lo esamina).-

Alc.- Sempre acida tu! E lascia quel foglio! Va bene, restare ancora un poco, tanto quella non ha nient’altro da rinfacciarmi.-

Due – Lo credi davvero? (posa il foglio e finge di guardare un libro)-

Alc.- Ma si, lo credo.-

Due – E allora cosa ti ricorda la notte del cinque gennaio?(lascia cadere il libro sul piano dello scrittoio)-

Alc.- E’ la vigilia dell’Epifania.-

Due – Sempre con questo stupido spirito di patate. Allora ti ricordi che quella sera tuo figlio aveva la febbre? (va verso la poltrona e si siede)-

Alc.- Guarda che novità: un bambino con la febbre…-

Due - …che quella sera rimase in casa solo con la madre...-

Alc.- …sempre più impressionante…

Due – …e che te ne andasti a giocare a poker con gli amici.-

Alc.- Ebbene? Si commette un delitto andando a fare una partitina?-

Due – Ma stavi per far morire il piccolo, che durante la notte peggiorò e che tua moglie lo dovette portare urgentemente in ospedale, mentre tu te la spassavi giocando con gli amici.-

Alc.- Anche questa è una calunnia! Io non potevo sapere che il piccolo si sarebbe aggravato, a tal punto, da rendersi necessario portarlo al pronto soccorso. Anche altre volte aveva avuto la febbre, durante la notte…-

Due - … ma quella non fu febbre normale: fu broncopolmonite fulminante! E se tua moglie non ne avesse capito la gravità, agendo in conseguenza, tuo figlio sarebbe morto.-

Alc.- Ma perché me ne fai sempre una colpa? Lo sapevo io che era una grave polmonite? Lo sapevo e non avevo provveduto? Me ne ero infischiato? Ma insomma!-

Due – Eri a giocare. E tu non dovevi andare, sapendo che tu figlio aveva la febbre.-

Alc.- Tante altre volte l’aveva avuto, di notte…-

Due - … ma con te presente…-

Alc.- …e cosa c’entra? La fatalità è fatalità. Domandalo al tuo amico in nero. –

Uno – Tieni fuori da questa discussione, per favore.-

Alc.- (alzandosi e camminando per la scena) Certo tu non c’entri mai! Fai e disfai, ma non ti assumi nessuna responsabilità. Siamo bussolotti nelle tue mani e tu te ne stai lì a lavartele, come un certo Ponzio Pilato, forse tuo carissimo amico. E noi poveri uomini derelitti e ciechi, ci accapigliamo tra noi, accusandoci a vicenda di colpe non nostre. E tu te ne stai lì immobile, impassibile a guardare lo svolgersi degli eventi, che tu provochi col tuo capriccio- col tuo arbitrio! (b.p.) Siedi lì, tronfio, a goderti lo spettacolo di noi formichine che ci affanniamo dalla mattina alla sera, d’inverno e d’estate, ad ammucchiare semi che, possibilmente non mangeremo mai. 

Povere sciocche creature che non siamo altro: Ci facciamo governare da un fattore estraneo a noi, freddo come il ghiaccio, senza nessuna sensibilità, che si frappone tra le nostre intelligenze e il nostro futuro, senza saperlo e senza capirlo.

Solo alcuni ti sono sfuggirti: e sono i geni, perché con la loro genialità riescono anche a piegare gli eventi secondo il loro volere; sanno trovare l’introvabile, sondare il Cosmo, conoscono  l’inconoscibile – e diventano pazzi! Ma gli altri, gli uomini normali, come me, in che modo possono sottrarsi al tuo tragico potere? Solo con la morte! Ma con la morte chi si godrà la vittoria? Chi ne assaggerà il dolce sapore? Chi potrà dire: t’ho sconfitto Destino! Chi potrà gloriarsene! (b.p.) Ma io t’ho capito e mi preparo a difendermi dai tuoi velenosi propositi: ti tengo d’occhio e quindi in pugno, caro amico in nero. Tu, su di me, non avrai più potere!

E nemmeno tu, cosiddetta coscienza mia. Ti ripudio e ti rinnego, ti respingo e ti allontano. Ti sconfesso e ti denuncio! Mi affranco da te, miserabile tiranna, e mi concedo solo al mio Pensiero, che né tu, né lui potete vantare di possedere; e che nulla e nessuno mi potrà mai privare! E con questo vi avrò sconfitto: una doppia vittoria, amici miei, che ne dite? Non è geniale? (poi come folgorato da una rivelazione, girando su se stesso):

Alleluia! Alleluia.

Io sono!

sono un uomo libero.

- Che ha slegato le sue zavorre 

che voi! gli avevate imposto.

E con la sola superba, maestosa, immensa 

forza del suo umano 

e razionale Pensiero - ha osato!

Ha rotto le catene, alleluia!

E ora spazia nell’Infinito,

vaga nello Spazio, 

cerca nel Gran Nulla, 

fruga nell’Eternità, 

scruta negli abissi dell’Ancestrale, 

mira con distacco i picchi del Futuro, 

e, consapevole della libertà 

e della dignitosa forza acquisita, 

grida la sua Vittoria!- 

Vi ho sconfitto,  

e siete nelle mie mani; 

e, per vostra vergogna, nella mani di un uomo qualunque, normale – 

d’un mortale!

Lo capite? Che ne dite allora? State zitti? Siete rimasti senza parole o senza fiato? Si? Bene, a questo punto potreste anche togliere il disturbo. Buongiorno a voi e statevi bene. ( va verso la porta di destra, poi si ferma)-

Uno – (Alzandosi faticosamente dalla poltrona) Mi pare che ne abbiamo sentito abbastanza (come dire: sciocchezze). Credo che abbiamo veramente finito. Andiamocene.

Due – (imitandolo) Certamente, che restiamo a fare? (pausa, poi rivolto ad Alcide) ma prima vorrei che mi dicessi cosa significa quell’appunto che hai sullo scrittoio. –

Alc.- Quale appunto?-

Due – Quello. (prende un foglio e glielo mostra) Questo!-

Alc.- E’ una ricevuta - semplice.-

Due – Di cosa?-

Alc.- Ma di che t’impicci, questi sono affari privatissimi.-

Due – Lo so, lo sappiamo, ma se tu non vuoi dirci nulla, - significare che temi qualcosa.-

Alc.- Io ormai non temo nulla, specialmente te! (imbarazzato, poi deciso) Quella è una ricevuta di un versamento…_

Due - …per cosa?-

Alc.- …per la quota annuale… per un’associazione…-

Due -…di?-

Alc.- …di Cremazione! Maledizione a te! Si, quando morirò voglio essere cremato. Non ti sta bene?-

Due – A me no! (avvicinandosi quasi minacciosa) Tu sei cattolico e non puoi essere cremato.-

Alc.- Io sono cattolico e voglio essere cremato. E’ una mia scelta e non debbo darne conto a nessuno. Libero arbitrio – carina.-

Due – Ma la Chiesa…-

Alc.- …mi dispenserà…-

Due – …e la tua coscienza…-

Alc.- …la soffocherò.-

Due – ( a Uno, che durante il serrato dialogo sarà rimasto in disparte, disinteressato, e che ha ripreso ad ammirare il quadro, ma ha anche assunto un atteggiamento sornione) Ce ne possiamo andare. Qui non abbiamo nient’altro da fare. (pausa) Abbiamo concluso.-   

Alc.- Ben detto. Finalmente una cosa giusta!-

Uno – ( girandosi e guardando Alcide con un sorriso beffardo sulle labbra) Cosa ne dici, Alcide, ci rincontreremo?-

Alc.- Non credo proprio.-

Uno.- Chissà…-

Due – (indecisa, guardando Uno con aria quasi interrogativa) Allora… addio.-

Alc.- Con immenso piacere: Addio! (enfatico) - a mai più rivederci. (fa un ironico inchino)-

Uno – Uomini: creature frivole. (scuotendo la testa)-

Due – E stupidi. (alzando il capo stizzita)-

Alc.- Volete aggiungere qualche altra considerazione? Accomodatevi.-

Due - …presuntuosi…(annuendo e sporgendo le labbra).

Uno - …tragici.( girandosi di scatto)-

Alc.- …ma intelligenti  (toccandosi la fronte) - per vostra sfortuna. (tronfio, poi risolutamente va al centro della scena)-

 

 

Con giochi di luce e musica adatta, si dovrebbe realizzare la sconfitta da parte del Pensiero di Uno e di Due, i quali gradualmente scomparirebbero dalla scena, dissolvendosi. Naturalmente il loro posto dovrebbe essere preso dai ballerini che indosserebbero i relativi costumi dei due uscenti. Le luci dovranno giocare con il quadro appeso alla parete centrale, come per suggerire che, attraverso la detta opera, si è materializzata la presenza del Destino e della Coscienza di Alcide; ma anche del Pensiero dell’Uomo che lo stesso Alcide ha evocato. Durante tutto il pezzo coreografico Alcide sarà al centro della scena, in piedi, rigido, a gambe leggermente divaricate; ma le sue braccia saranno leggermente spostate dal corpo rigido, con le palme delle mani rivolte verso la sala. Esaminare la possibilità di illuminarlo gradualmente con la lampada di wood, dal basso verso l’alto.  

Per tutte le scene di coreografia contenute nella presente opera, ci si affida alla sensibilità e all’arte del coreografo. 

 

 

Poi le luci si faranno sempre più tenue fino a diventare quelle che s’erano viste all’inizio del dramma.

Alcide, in precedenza, approfittando ancora di un attimo di buio, avrà indossato di nuovo la veste da camera e si sarà seduto nella poltrona, con il plaid sulle ginocchia. Sembra che sonnecchi. Entra Gina. 

Gina – Ciao caro, dormi? (si china e lo bacia)-       

Alc.- No cara, riflettevo. (intanto, pesantemente, tenta di alzarsi dalla poltrona)-

Gina – (avvicinandosi e bloccandolo gli sistema il plaid sulle ginocchia) No, stai seduto. Su cosa riflettevi?-

Alc.- Sul mio passato, sulla mia Sorte.-

Gina – Sul tuo passato? Sulla tua Sorte? Ma lo sai che essi sono come te: a zig-zag.-

Alc.- E allora vuol dire che adesso sono nello zig.-

Gina – Ed io nello zag. ( b.p. intanto che mette le poltroncine in perfetto ordine) Hai riposato?-

Alc.- Si, un pochino. E tu cosa hai fatto?-

Gina- La solita partita a canasta, come ti dissi… Ah, poi sono andata all’associazione per la cremazione, e ho pagato la quota annuale. Ecco la ricevuta. (fruga nella borsetta, prende la ricevuta e la poggia sullo scrittoio)-

Alc.- Quale quota, quella di quest’anno?-

Gina – Certamente.- 

Alc.- Ma che dici! La quota di quest’anno l’abbiamo già pagata, la ricevuta è lì, sullo scrittoio.-

Gina – (perplessa) Ma…ma… allora abbiamo pagato due volte? ci sono due ricevute?-

Alc.- (alzandosi e andando a controllare) Sicuro…forse…vediamo… no, c’è solo questa…-

Gina - …che ho portato io, proprio ora. ( decisa, rivolgendosi ad Alcide come se fosse un bambino, accarezzandogli il viso) Senti, forse l’avrai sognato, caro… Tieni è arrivata la posta. (e mette sulla scrittoio delle lettera, delle riviste e un bigliettino). Io vado a preparare la cena. ( e fa per uscire)-

Alc.- Grazie, si. (prende le lettere  le controlla e le lascia sullo scrittoio, quindi prende il bigliettino lo esamina, intanto, si porta al centro della scena) E questo cos’è? 

Gina – (fermandosi e girandosi) Cosa?-

Alc.- (mostrandogli il biglietto) Questo, è indirizzato a te.-

Gina –(avvicinandosi per guardare meglio il biglietto che Alcide le mostra) Ma sembra… è un biglietto di condoglianze.-

Alc.- Già, posso? ( Cenno affermativo di Gina. Alcide lacera la busta e legge il biglietto)… e sono per te.( si irrigidisce) -

Gina – (offuscandosi) Per me? E chi m’è morto?-

Alc.- Io! (il biglietto gli sfugge dalle mani e cade per terra).-

Fissità di scena, musica, poi o si chiude il sipario, lentamente; oppure se questo non c’è, le luci caleranno fino al buio completo.

Fine.

 

  

          

 

 

 

                                                        TERRA   DUE

 

                                                                            

 

                                                  Dramma in tre atti

 

 

 

anno 1985 – dramma in tre atti – personaggi: 9 maschili, 5 femminili.

Trama: A seguito di un’apocalisse nucleare, alcuni essere umani sono trasportati in un altro Universo, su una terra simile a quella distrutta, allo scopo di preservare la vita intelligente.


 
 

 

 

 

 

 

Gennaio 1985

 

                              

Personaggi:

 

 

 

Massipotrok ……………………………………………….Presenza Amica;

Miele……………………………………………………… ragazza proveniente dalla Terra;

Acqua………………………………………………………     “              “            “         

Sogno………………………………………………………     “               “           “         

Eva…………………………………………………………     “               “           “          

Macigno……………………………………………………ragazzo         “            “         

Roccia……………………………………………………..      “               “            “         

Fuoco……………………………………………………..       “               “             “         

Cielo………………………………………………………       “               “             “         

Avvenire (ragazzo) ………………………..Primo uomo nato su Terra Due, figlio di Macigno;

Avvenire adulto

Gioia………………………………………….prima donna nata su Terra Due, figlia di Fuoco;

Arcobaleno ……………………………………………………………………..figlio di Fuoco;

Giglio……………………………………………………………………………figlio di Roccia;

Un bambino……………………………………………………………………..figlio di Giglio.

 

 

La vicenda si svolge su Terra  Due, gemella dell’attuale Terra - distrutta da un’Apocalisse atomica - in una epoca imprecisata.

 

       

 

                                                            Atto  I

 

All’apertura del sipario, c’è buio in scena. La luce riprende lentamente, mentre si ode una musica in sordina. 

Al centro della scena si vede una fanciulla accoccolata vicino ad un giovane ch sta steso per terra.

Scena spoglia, atmosfera irreale, musica misteriosa. 

I due giovani indossano lucenti tute spaziali.

Un minuto di assoluta immobilità, poi la ragazza scuote il capo del ragazzo, gettando all’indietro i propri capelli.

 

Rag.- Come ti senti?...vuoi dell’acqua?...eh…eh? rispondimi ti prego…sto per impazzire! (Il giovane non risponde. La ragazza dopo un inutile tentativo di frenare le lacrime, finalmente scoppia a piangere. Poi quando si calma, dice come a sé stessa.) Ma perché? Perché tutto questo? Perché, perché!

Ricordo…ricordo che ero una ragazza spensierata, con una gran voglia di vivere, piena d’entusiasmo…ed ecco, ed ecco che, improvvisamente, la mia vita viene travolta: una corsa in auto, un bunker, un tuono, un sibilo e…e…nulla più! Non ricordo più nulla…ora questa spaventosa realtà: Sola, in un luogo sconosciuto, col mio compagno moribondo e…e non so cosa fare… oh, mamma, papà, se ci foste voi a confortarmi ad aiutarmi, a darmi sicurezza, come quando ero bambina…(singhiozza)-

 

Dal fondo della scena, quasi fendesse una nebbia, esce una figura austera, vestita di bianco, che si dirige verso la fanciulla. Musica adatta.

La ragazza lo guarda impaurita e indietreggia. Ma la Presenza Amica apre le braccia e rivolge le palme delle mani verso l’alto, in segno di pace.

 

Pre.- Vi do il benvenuto, creature forestiere, sono la vostra Presenza Amica, se siete venuti in pace, aprite le vostre braccia e unite le vostre mani alle mie.-

 

La ragazza, prima con incertezza, poi risolutamente, si alza, apre le braccia e congiunge le mani con quelle della Presenza. Il giovane rimane sempre immobile.

 

Rag.- Siamo qui in pace, ma non so dove m i trovo. Questo è il mio compagno di viaggio…-

Pre.- ( chinandosi ed accertandosi delle condizioni del giovane) Il tuo sfortunato compagno, purtroppo, è morto. Mi dispiace.-

Rag.- Morto? Come, quando…se fino a poco fa…-

Pre.- Mi dispiace, ma è così. Non ha retto alla prova del vortice per il trapasso.-

Rag.- Vortice? Trapasso? Ma di cosa sta parlando? (guardandosi attorno) dove mi trovo?-

Pre.- Sei sul mondo dell’avvenire. Il tuo mondo è stato distrutto e tu, il tuo povero compagno, insieme ad altri uomini, l’avete lasciato pochi istanti prima dell’apocalisse atomica.-

Rag.- Il  io mondo distrutto? E i miei cari, la mia casa, la mia gente…-

Pre.- Creatura terrestre, i tuoi simili, nella loro grande pazzia, hanno privato il creato del pianeta più bello. La guerra! La guerra, che per reciproca diffidenza non avete saputo evitare, li ha portati alla fine, all’ultimo atto.

Qui sei giunta a bordo di un mezzo spaziale che hanno realizzato i terrestri, su nostro suggerimento, allo scopo di salvare la specie umana, la sua intelligenza, la sua cultura. Ma, come puoi vedere (indica il ragazzo morto), i giovani prescelti dovevano possedere particolari caratteristiche psicosomatiche, per superare il vortice.-

Rag.- Ma, infine. Cos’è questo vortice?-

Pre.- Il vortice è il mezzo attraverso il quale si giunge nell’altro Universo.-

Rag.- Un altro Universo? Non capisco…-

Pre.- Un altro Universi, proprio così. Il tuo Universo ha una copia perfetta in un’altra parte del Cosmo. Quando in una vi è un astro che entra in crisi e tende a distruggersi, ma in esso vi è l vita, noi cerchiamo di conservarla, incubandola e poi sviluppandola nel medesimo astro dell’altro Universo. Ora la tua Terra è stat distrutta, ma questa, su cui stai adesso è viva, intatta e disabitata. Tu e i tuoi compagni, che fra poco giungeranno,ne prenderete possesso, l’abiterete, vi moltiplicherete e, vivendo i n pace con tutto il creato, contribuirete al rafforzamento dell’Armonia Cosmica. ( man mano che la Presenza parla, l’atmosfera irreale si dissolve, facendo intravedere, sullo sfondo, un bosco).-  

Rag.- Ma perché sono stata salvata proprio io?-

Pre.- Questo riguarda i tuoi capi. Sono stati loro che vi hanno scelto. Ma ecco che arrivano altre creature terrestri, vieni, accogliamoli.-

 

Entrano in scena, sparpagliati, quattro ragazzi e tre ragazze, che avanzano in scena, incerte e timorosi.-

 

Pre.- Creature forestiere, siate i benvenuti, sono la vostra Presenza amica, questa ragazza è una terrestre giunta poco fa, se siete venuti in pace, unite le vostre mani alle nostre.-

 

I nuovi arrivati, prima incerti, poi decisi, eseguono.

 

Un ragazzo – Presenza Amica, siamo venuti in pace. Un tuo simile ci ha accolti e sappiamo già quale sarà la nostra m issione, ma ti preghiamo di farci sapere di più…(si accorge del  morto) anche lui è morto?-

Pre.- Si, come m orì la tua giovane compagna.

Venite, aiutatemi a seppellirlo.-

 

In due si prestano per l’incombenza. Musica adatta. La Presenza amica a gesti da le indicazioni. I due prendono il corpo e lasciano la scena per rientrare subito dopo.

 

Pre.- Grazie giovani amici. E adesso vi prego di sedervi in circolo attorno a me e mettetevi questi auricolari. D’ora in poi non parlerò più la vostra lingua madre, ma il mio idioma. Voi lo imparerete velocemente (accenna agli auricolari). E’ molto facile imparare, vedrete, dopodichè comunicherete tra di voi solo attraverso la vostra nuova lingua, che sarà la lingua del mondo dell’avvenire. Mi avete capito tutti? (cenni di assenso) Benissimo.

Ora ascoltatemi attentamente giovani amici: Voi provenite dallo stesso  pianeta, ma avete, tra di voi, cultura, tradizioni e ideologie differenti; e alcuni sono addirittura i superstiti dei nemici di ieri, là, sulla vecchia Terra.

Qui, adesso, sarete tutti amici legati da uno stretto vincolo di solidarietà che vi farà superare gli ostacoli, le paure e i pericoli.

Vedete? La Terra che dovrete popolare è ancora vergine e incontaminata, quindi piena di tutte quelle insidie che una natura selvaggia vi può presentare. E dovrete lottare per sopravvivere; dovrete lottare e nello stesso tempo sentirvi partecipi di uno dei più grandi avvenimenti cosmici: la nascita di una nuova umanità!

Che altro dirvi? Che non mi vedrete mai più? Che dovrete contare soltanto sulle vostre forze? Ciò è ovvio!

Addio, dunque, popolo futuro, e…siate saggi - questa volta.-

 

La presenza, lentamente, esce di scena accompagnata dagli sguardi di tutti i presenti. Musica adatta. Poi la ragazza dai capelli sciolti (la prima ad entrare in scena) aggiustandosi gli auricolari dirà:

 

Rag.- Pronto? Mi sentite?-

 

A soggetto gli altri annuiscono.

 

Rag.- E’ fantastico! (si toglie la cuffia, imitata dagli altri) Ragazzi, sulla vecchia Terra avevo un nome, un casato e una nazionalità. Ora, su questa nuova Terra, nell’affrontare una nuova vita desidero dare un definitivo addio al passato, anche a costo di rinunciare alla mia vecchia personalità. 

Quindi vi proporrei, se siete d’accordo, di sceglierci un nuovo nome, tanto per iniziare la nuova esistenza.-

Un ragazzo- Sono d’accordo, iniziamo del tutto vergini questa nuova vita. (alla ragazza) Tu come vuoi essere chiamata?-

Rag.- Ecco, non saprei proprio…dammelo tu, per favore.-

Ragazzo- Ti ho osservata, hai i capelli color del miele, desidero chiamarti Miele, se non ti dispiace.-

Miele- Non mi dispiace. Miele? Però…E tu come vuoi essere chiamato?-

Ragazzo- Dammi tu il mio nome.-

Miele- Io non ho  olta fantasia, vorrei…vorrei chiamarti Cielo, come il colore dei tuopi occhi.-

Cielo – E Cielo sarò.-

Un ragazzo- Per favore Miele, dai un nome anche a me.-

Miele- Per la tua robustezza, il miglio nome mi sembra che sia Macigno.-

Macigno – Mi sta bene: Macigno sarò.-

Cielo- (rivolgendosi agli altri) E voi come vorreste essere chiamati?-

Acqua – Io Acqua.-

Roccia – Io Roccia.-

Fuoco- Io Fuoco.-

Eva- Io mi chiamo Eva e vorrei conservare questo nome, come buon auspicio.-

Macigno – Ma certo.-

Cielo – Sicuro. E tu? (rivolgendosi all’ultima ragazza).-

Ragazza- Sono confusa…non so scegliere…ti prego Cielo, dammi tu il mio nuovo nome.-

Cielo – Con piacere. Vediamo un po’…ecco, ci sono: mi piacerebbe chiamarti Sogno, come l’espressione sognante dei tuoi begli occhi.-

Sogno – Sogno? Ci sto.-

Cielo- Allora qua la mano amici ( stende la mano verso il centro del gruppo e dice il suo nuovo nome) Cielo!-

Macigno – ( imitando Cielo) Macigno.-

Miele –               “                  Miele.-

Fuoco-                “                  Fuoco.-

Sogno –              “                  Sogno.-

Acqua -              “                  Acqua.-

Eva -                  “                   Eva.-

Roccia               “                   Roccia.-

Tutti insieme -  Piaceeeere. (scoppiano a ridere). 

 

Cielo si alza imitato da qualche altro personaggio, a soggetto.

 

Cielo – Amici, credo che ci convenga cercare del cibo e trovarci un rifugio per la notte, voi che ne dite?-

Macigno- (guardando in alto) Hai ragione, ci restano poche ore di luce, bisogna affrettarsi. Io proporrei di dividerci in piccoli gruppi e di dare un’occhiata in giro, per ritrovarci qui, prima del tramonto.-

Cielo – Io ero geologo e, cercando cibo, potrei anche rendermi conto delle possibilità minerarie che ci offre questa terra. Chi viene con me?-

Sogno – Vengo io con te, Cielo, potri esserti d’aiuto. Ero cartografa…prima…-

Cielo – Andiamo allora. (escono)-

Fuoco- Io ero…io…io cercherò frutta e erbe…-

Eva – Vengo con te, se mi vuoi…-

Fuoco – (guardandola intensamente) Vieni, allora, Eva.- (escono)

Roccia – (prendendo per mano Acqua) Io e Acqua cercheremo un rifugio per la notte. (escono)-

Macigno – E noi accenderemo un bel fuoco.-

Mieli – T’aiuto.-

 

I due si danno da fare per raccoglie della legna e per accendere il fuoco.

 

Macigno – Quando ero scout, prendevo sempre zero in quest’attività. (prova a strofinare due pietre) Accendere il fuoco non è stato mai il mio forte.-

Miele – (con aria di superiorità) Dai a me, t’insegno io. (lascia cadere le due pietre, tira fuori dalla tasca dei fiammiferi e accende un fuoco. La regia troverà il modo di fare il relativo effetto)-

Macigno – Bello sforzo…-

Miele – L’unico vantaggio d’essere fumatori. Senti Macigno, quale parte della vecchia Terra, ti sembra, questo posto?-

Macigno- Di preciso non saprei, ma sicuramente siamo in una zona temperata sopra l’equatore: forse l’America, o il centro Europa… vedi? ci sono abeti, querce, pini e, guarda là, anche castagni.

Di sicuro, cara Miele, non moriremo di fame. Garantito!-

Miele – Beh, non potremmo certo mangiare solo castagne…-

Macigno – Beh, al limite…-

Miele – Macigno, tu che lavoro facevi prima…prima di…-

Macigno - …prima di, facevo l’ingegnere, ma ho anche fatto il manovale, l’operaio. Sai, per mantenermi agli studi. E tu?-

Miele – Io studiavo biologia, ero al terzo anno quando fui presa.-

Macigno – Presa?-

Miele – Beh, quasi. Ero all’Università quando vennero i soldati e mi invitarono, per così dire, ad andare con loro, urgentemente, nel posto che, qualche mese prima, le autorità mi avevano assegnato.

Non mi dettero il tempo di salutare i miei e in pochi minuti fui messa sul mezzo spaziale e lanciata su – insieme al mio compagno.-

Macigno – Certo, il tuo compagno, mi dispiace. Ma com’è andata?-

Miele – Non lo so proprio. Non ricordo nulla, ho un gran vuoto di memoria. La Presenza ho detto che non è riuscito a superare il vortice.-

Macigno – Anche la compagna di Fuoco non ci è riuscita. Poveretti.-

Miele – Ma non è Eva la compagna di Fuoco?-

Macigno – No, Eva doveva essere la mia compagna…-

Mile – Doveva?-

Macigno – Doveva, perché, avrai notato, ha una gran simpatia per Fuoco. Hai visto come le brillavano gli occhi quando lo ha seguito?. Eppoi anche i computer sbagliano. Coi sentimenti, quelli, non ci azzeccano quasi mai. A me, Eva, come posso dire? Mi è… mi è indifferente.-

Miele – Siamo stati accoppiata dal computer?-

Macigno – Certamente. Ma forse non lo sapevi? Comunque adesso qui non ci sono più questi invadenti mostri, per nostra fortuna. Qui saremo nuovamente uomini, liberi di sbagliare, ecco.

( si avvicina a Miele) Senti Miele, tu non mi sei indifferente, sei rimasta libera e sola, io sono senza compagna…beh, insomma…ecco, anche senza computer, potremmo, io e te …insomma potremmo fare coppia…che ne pensi?-

Miele – E’ una dichiarazione d’amore formale?-

Macigno – Mai fatta una, ma se ti fa piacere è sì, una dichiarazione d’amore formale: accetti di diventare la mia donna? –

Miele- (prima pensierosa) Ci debbo pensare (poi vedendo Macigno turbarsi) Ma và, scioccone…(si avvicina all’uomo e lo bacia lievemente. I due mimeranno il corteggiamento, poi l’accoppiamento in forma discreta e poetica. Musica adatta). 

 

Entrano in scena Acqua e Roccia, tenendosi per mano. Portano dei fagottini ricava ti da fazzoletti.

 

Acqua – Erbe, erbe a non finire. Io, nella vecchia Terra sare3i impazzita…lo sapete che ero erborista?-

Miele – Magnifico!-

Roccia – E forse abbiamo anche trovato il posto dove passare la notte. E’ una piccola grotta, asciutta e accogliente. Vedrete, vi piacerà. E gli altri? (guardandosi attorno)-

Macigno – Non sono ancora venuti.-

 

Entrano Cielo e Sogno.

 

Cielo – E’ un paradiso, un vero paradiso. Rocce, minerali di ogni tipo che affiorano dal terreno molle. E’ meraviglioso, a dir poco.-

Sogno – Io quasi impazzivo, non sapevo cosa prendere per prima cosa…-

Roccia.- Bello!-

 

Entrano Fuoco e Eva.

 

Fuoco – Ecco qui, amici: uova, frutta e radici commestibili, controlla Acqua.(acqua afferma con la testa) Una vera manna. Ed ora fate largo, arriva il cambusiere. (posa per terra il contenuto dei fazzoletti e si appresta a preparare la cena)-

Eva – (vedendo Macigno che alimenta il fuocherello) Bello, avete già acceso il fuoco, allora mangiamo, ho una fame…-

Fuoco- e cosa vorresti cucinare, la frutta?-

Eva – No, le uova.-

Macigno – (ironico) E come li vorresti cucinare? Alla coque, oppure desideri delle omelettes?-

Eva - Spiritoso. Fammeli al forne.-

Miele – al forno? Ma…-

Eva – Certamente, al forno. Macigno, scava una buchetta vicino al fuoco, mettici della brace, poi riponi le uova e quindi li ricopri con la cenere. Vedrai…-

Macigno – Uova al forno, mai sentito…-

Eva – Ma uova sode, si.-

Cielo – E’ vero. Ha ragione. Non abbiamo tegami, e possiamo utilizzare, come dire? Il forno?-

Fuoco – Si potrebbero cucinare anche le verdure: Timballo di verdure al forno.-

 

Con una musica appropriata, si simulerà la preparazione della cena, poi la cena stessa. Il sole sta per tramontare. Sullo sfondo della scena, con opportune luci, di riprodurrà il tramontare del sole.

 

Sogno – Guardate, il tramonto…(gli altri alzano lo sguardo e osservano)-

Miele – E’ fantastico. Questa uova Terra ci sta porgendo il suo benvenuto attraverso le sue entità naturali. Questo è un omaggio simbolico. Si, proprio così. Ci stanno accogliendo tra di loro con questo magnifico splendido omaggio.-

Sogno – Sembra che vogliano dirci: Benvenuti uomini superstiti e darci una speranza.-

Miele- Ma certo! Chiamiamolo Speranza questo posto!-

Sogno – Si, si è un bel nome.-

Maciste – Stiamo zitti, è il modo migliore per dire: grazie.-

 

Gli otto stanno in raccoglimento, mentre il crepuscolo volge al tramonto. Luci e musiche adatte condurranno verso il buio. Un minuto, due al massimo, entro il quale calerà sul palco la scena di un interno rustico. Saranno passati vari mesi dall’arrivo degli otto uomini, i quali non indosseranno più le tute spaziali, ma dei vestiti filati grossolanamente. Tutto l’insieme deve far pensare al medioevo.

Miele sarà sdraiata su una stuoia. Entra Macigno.

 

Miele, tieni, bevi è latte fresco appena munto dalla nostra capretta. Vedrai, ti farà bene.-

Miele – No, ti prego, non insistere…ho la nausea-

Macigno – Ma dovrai pur nutrirti. Il latte ti dà la nausea, la frutta non la digerisci, pesce non ne vuoi…e allora?-

Miele – Abbi pazienza, passerà, vedrai passerà, poi tornerò a mangiare.-

Macigno – Questa gravidanza non ci voleva proprio…io…io mi darei tanti pungi in testa…qua sulla zucca!-

Miele – Ma perché ti disperi?, non sarò la prima né l’ultima donna che partorirà un bambino. , Stai calma, queste manifestazioni sono normali per le donne incinte. Non lo sapevi?-

Macigno – Io di queste cose non me ne intendo, però so molto bene che sono giorni che non prendi cibo.-

Miele – Lo prenderò. Adesso aiutami a tirarmi su (Macigno esita)…aiutami che aspetti?-

 

Macigno aiuta Miele a mettersi a sedere, intanto entrano gli altri personaggi.

 

Sogno – Come stai Miele?-

Miele – Meglio, grazie.-

Acqua – Tieni, prendi questo decotto, è miracoloso per i casi come il tuo.-

Roccia – Adesso, se permettete, entra in azione il medico. Fate largo lasciatemela visitare. Vieni Miele, andiamo di là. (Macigno e Roccia aiutano Miele ad alzarsi, poi Miele, sostenuta da Roccia    camminando lentamente escono di scena).

Acqua – (a Macigno) E non fare quella faccia, vedrai che Roccia anche se è sprovvisto di strumenti, riuscirà lo stesso ad assistere Miele. Stai tranquillo, quindi, perché sull’altra Terra di bambini ne ha fatto nascere a centinaia. Stai tranquillo, eh?-

Macigno.- Si, hai ragione e mi sforzerò di stare calmo.-

Cielo – (che era rimasto zitto tutto il tempo) Amici, vi debbo dire una cosa importante.-

Fuoco – Diccela.-

Macigno – Forse sarebbe meglio aspettare gli altri…-

Cielo, Si, è vero, aspettiamo gli altri.-

 

Intanto gli uomini cercano un posto dove sedersi e si seggono, tutti, tranne Macigno (dialoghi a soggetto, sul tempo,sul raccolto) Poco dopo rientrano Roccia e Miele.

 

Macigno – (trepidante a Roccia) E allora?-

Roccia- Tutto a posto, almeno per il momento.-

Macigno – Meglio così. Vieni Miele, siediti, Cielo ci deva fare una comunicazione.-

Fuoco – Parla Cielo.-

Cielo – Ho trovato dello zolfo puro e del nitro. Il…il carbone lo abbiamo già…voi mi capite? Insomma potremmo avere la polvere da sparo. Ecco, vi sottopongo il quesito: la fabbrichiamo o no?-

Roccia – La polvere da sparo ci sarebbe utilissima, ma i pericoli e le tentazioni potrebbero portarci verso situazioni di cui potremmo poi pentirci.-

Macigno – Credo di no. Le armi sono armi solo se si usano come tali. (si china e prende un sasso) Vedete questo sasso? È un’umilissima pietra che contorna il nostro fuoco. E’ utile e innocua. Ma…ma se la usiamo come arma essa diventa letale! Sta a noi saperla usare con oculatezza e grande saggezza. Con la polvere da sparo potremmo fare delle mine per ricavare pietre per costruire, minerali, per abbattere alberi e…e per difenderci dagli animali feroci. Fino ad ora no ve l’ho detto, ma a pochi chilometri da qui, ho visto delle tracce di un grosso animale, potrebbe trattarsi di un orso.-

Cielo – E’ un orso, l’ho visto da lontano.-

Macigno – Ecco. Se questo animale ci attaccasse, come credete che potremmo difenderci? Col la palizzata che abbiamo costruito attorno al nostro rifugio? Oppure con pietre e bastoni? No, ci vogliono le mine, ecco cosa ci vuole.-

Miele – Io sono perplessa.-

Sogno – Mettiamola ai voti. Alzi la mano chi è favorevole.-

 

Votano: tutti alzano la mano, tranne Miele.

 

Cielo – sette contro una. La polvere da sparo si produrrà.-

Fuoco – Intanto che ci siamo, vorrei fare il punto sulla situazione alimentare e sulle scorte per l’inverno, ormai prossimo.-

Macigno – Parla, ti ascoltiamo.-

Fuoco – Abbiamo riempito di noci e castane il vano tre; mentre il vano quattro contiene alcuni chili di frutta fresca, E’ ancora poco, ma penso che potremmo farcela…-

Cielo – Bene, col latte, le uova…-

Acqua- …e i pesci del fiume…-

Cielo- …sicuro, i pesci, forse ci siamo.-

Fuoco-  Certamente, credo proprio di si.-

Acqua – Caso mai tireremo il collo alle galline e macelleremo la capra.-

Miele – No! No, non dobbiamo uccidere animali.-

Acqua – Scusa, ma i pesci allora?-

Miele – I pesci furono usati come cibo perché non avevamo altre alternative. Ora, mi sembra, che di cibo ve ne sia a sufficienza…-

Acqua – Noi rispettiamo le tue idee, ma non devi imporci le tue.-

Miele – Non voglio imporre nulla a nessuno. 

Ascoltatemi amici: abbiamo accettato la polvere da sparo, per difenderci, dite voi. Bene! Ora vogliamo uccidere gli animali, per nutrirci meglio. Benissimo! Poi uccideremo gli uomini per stare meglio, e infine faremo saltare di nuovo il mondo  per realizzarci al massimo. Ma và, amici, questa è la china che ci porterà alla nuova apocalisse, e noi stiamo già percorrendone i primi tratti. Stiamo per commettere lo stesso errore che commisero i nostri padri diecimila di anni fa. Lo sapete che iniziarono così e sapete che finirono per distruggere la Terra.

Statemi a senti bene: le noste vite non ci appartengono del tutto, le intelligenze che ci hanno tratto dall’apocalisse atomica, hanno dei diritti su di noi e noi dei precisi doveri verso di loro. In questo mondo dell’Avvenire, ogni nostra azione si ripercuoterà sugli altri, nel bene e nel male. 

In virtù di questo debito di gratitudine verso le Presenze Amiche, dobbiamo astenerci da qualsiasi atto di violenza verso chicchessia.

Quando conoscemmo la nostra Presenza Amica, questa, nel darci il benvenuto, disse:amatevi  e vivete in pace con tutto il creato! Queste parole non sono da dimenticare – mai! Mai. L’altra faccia della medaglia è il caos.-

Macigno – Ha ragione. Perbacco, senza carne, finora non siamo morti e, sono sicuro, che non ne moriremo neanche in futuro.-

Eva – E’ bello parlare così, ora, che il cibo è abbondante, ma domani? Domani, quando i nostri figli si moltiplicheranno, che succederà?-

Acqua – O mangeranno carne o periranno.-

Macigno – Forse sarà così, ma è un problema che maturerà in un futuro lontano. Nell’attesa è preferibile non uccidere nessun animale per nutrirci, ma solo per difenderci.-

Eva – Va bene, va bene. Però ora o fra un millennio, che differenza ci sarà? Il dilemma si ripresenterà e bisognerà scegliere!-

Sogno – Come sarebbe bello se non si dovesse scegliere mai…-

Acqua – Bene. Se così volete tutti, così sarà. Speriamo intanto di passare un inverno – il primo inverno su Terra Due – senza eccessive preoccupazioni alimentari, poi il problema o sarà accantonato o verrà ridiscusso...-

Macigno – Hi chiamato questo mondo Terra Due? E’ così?-

Acqua – Si, certamente, perché?-

Macigno – Così, per niente…ho avuto un attimo di nostalgia…niente di serio.-

Miele – (che aveva dato segni di sofferenza durante il dibattito sull’alimentazione) Macigno, mi sento male. Roccia, credo che il bimbo stia per nascere.-

Sogno – Ma non sono trasorsi i mesi…-

Acqua – Mesi o non mesi, Miele sta partorendo. Aiutatemi, portiamola di là.-

Roccia – (guardando Miele) Forse ci siamo veramente. Voi preparate molta acuq calda e tu (rivolta a Acqua) portami un po’ di spirito che hai distillato dalle mele. Macigno, portala di là, sulle tue braccia.-

 

Macigno prende Miele tra le braccia e la porta tra le quinte. Lo seguono Roccia e Sogno, mentre gli altri si danno da fare per procurare l’occorrente richiesto da Roccia.

Eva - Vado a procurare delle bende.-

Fuoco – Il vado a fare legna per il fuoco.-

Acqua – Eva, aspettami, vengo con te.-

Cielo – e io che faccio?-

Acqua – Tu tiene ben acceso il fuoco e aspettaci.-

 

Una musica adatta sottolineerà la scena. Intanto scoppia un temporale. Rientra Macigno, indietreggiando e si siede accanto al fuoco annichilito. Arriva Acqua, che porta un vasetto, e esce verso la parte opposta. Poi entra Eva con le bende e li porge a Sogno. Rientra Acqua e entra Fuoco, portando della legna. Acqua pone sul fuoco una grossa pentola di terracotta. Tutti gli uomini, stanno in trepidante attesa. Intanto il temporale si calma. La musica si fa dolcissima. Le luci si fanno soffuse e, nel silenzio che li avvolge, si udrà il vagito di un neonato.

Macigno, proma incredulo, balza in piedi. Entra Roccia reggendo tra le braccia il neonato.

Roccia – Macigno, ecco tuo figlio.-

Macigno – (prendendo tra le braccia, impacciatissimo, quel fagottino) E Miele?-

Sogno – (affacciandosi in scena) Sta bene, adesso riposa.-

Macigno – (alzando il bimbo all’altezza del suo viso) Questo primo uomo appena nato su Terra Due, è figlio mio e di Miele per la carne, ma per lo spirito esso sarà il figlio di tutta la comunità. 

Lo chiamerò Avvenire!- 

 

Il gruppo sta in raccoglimento commosso. Musica e luci adatte, poi buio.

Fine del primo atto. 

   

 

                                                                       Atto  II

 

Sulla scena è stato ricostruito l’interno di una abitazione rustica. Mobili adeguati. Entra Fuoco.

 Fuoco – E’ permesso? Macigno, ci sei?-

Macigno – (da fuoriscena) Entra Fuoco, accomodati, vengo subito.-

 

Fuoco si guarda attorno, poi si avvicina al tavole ed esamine dei progetti, infine si siede su di uno sgabello. Entra Macigno, si stringono la mano. Ambedue i personaggi hanno i capelli brizzolati e vestono di panni ruvidi, ma comodi.

 

Macigno – Come mai così mattiniero?-

Fuoco – Il viaggio sarò lungo ed è bene partire di buonora.-

Macigno – Hai, quindi, deciso?-

Fuoco – Si. Il mio posto lo prenderanno Roccia e Cielo, aiutati dai loro figli. Li ha già istruiti.-

Macigno – Ce la caveremo. E sappi che ti capisco…-

Fuoco – No, non capisci. Ti sforzi di capire. Vedi, tu non riesci a comprendere la mia decisione e quella di Eva, di partire per il Sud. Per te è assurdo, pazzesco, a dir poco…no, lasciami parlare…dicevo che è pazzesco lasciare la Comunità - che per molti anni si è sostenuta egregiamente; una Comunità formata da soggetti eccezionali, che hanno saputo far attecchire la vita intelligente su questa Terra selvaggia – per raggiungere il mare e insediarsi in territori più caldi. Ma per noi è diverso, sentiamo profondamente la necessità di fondare un nuovo insediamento. Cerca di capire, Speranza ci sta un po’ strettina. Noi vogliamo spaziare, esplorare, conoscere nuovi posti, e tutto questo lo vogliamo senza apportare danni a voi tutti. Oggi ilo giorno è maturato, possiamo andare senza creare a Speranza grosse difficoltà, e allora…-

Macigno – Già, ma forse sono più vicino alla comprensione più di quanto tu non possa credere. Il problema era l’agricoltura, della quale egregiamente ti occupavi… perché tu sei…eri agricoltore, vero?-

Fuoco – Sono agricoltore come tu sei fabbro ferraio.-

Macigno – Cosa intendi dire?-

Fuoco – Che tu, pur essendo ingegnere, ti adatti a fare il fabbro…-

Macigno - …quindi tu non saresti…insomma prima di…(fa cenno come a qualcosa di molto lontano)… prima di… -

Fuoco - …prima di ero studente liceale e seminarista, quasi prete. Mio padre era agricoltore, vivevamo in campagna dove appresi i rudimenti dell’arte del coltivare.-

Macigno – (sbalordito) Ma perché non ce ne hai mai parlato di queste…cose…insomma del seminario?-

Fuoco – Eravamo giunti qui per adempiere ad una grande missione: popolare la nuova Terra, quindi accantonai la mia condizione di mezzo prete per dare il mio contributo riproduttivo. Perché non ve ne parlai mai? Semplice: ti ricordi quando ci siamo conosciuti du Terra Due?-

Macigno – Certo che mi ricordo.-

Fuoco – E allora ricorderai che decidemmo di accantonare il passato per ricominciare una nuova vita, vergini di tutto, quindi…eppoi negli anni che seguirono, quando mai abbiamo parlato di spirito?-

Macigno – Hai proprio ragione, si è parlato solo di sopravvivenza prima, e di soluzioni tecniche dopo. Mai di…di…-

Fuoco- …di spirito. Vedi? anche ora ti è difficile pronunciare questa parola, figuriamoci dieci anni fa.-

Macigno – Se questi discorsi li avessimo affrontati allora, ti avrei detto: Fuoco, di quest cose ne parleremo un’altra volta.-

Fuoco – E ora, invece?-

Macigno – Ora non so. Sono ancora confuso…non sono preparato.-

Fuoco – Tu sei solo caparbio. Caparbio come quel filosofo del novecento, sulla vecchia Terra, che si chiedeva: Dio ha creato tutto, ma che ha creato Dio?-

Macigno – E…non aveva ragione?-

Fuoco – No, lui proprio no, perché alla domanda: chi ha creato la Terra, egli rispondeva: forse è sempre esistita. Quindi non era imparziale.-

Macigno – No, non sono caparbio su questo argomento, caro amico…voglio solo dei fatti concreti su cui ragionare, non solo supposizioni.-

Fuoco- Allora faremo notte. La filosofia parte da postulati per giungere alla verità.-

Macigno – Fuoco, se io non conosco, non posso ammettere…-

Fuoco – Ascolta: tu puoi ammettere la limitatezza delle nostre conoscenze universali?-

Macigno – Lo ammetto.-

Fuoco – Allora se ammetti la nostra scarsa conoscenza, devi anche ammettere che possono esserci fenomeni che vanno oltre i nostri limiti di senso e di raziocinio. Se sono oltre i nostri limiti, questi fenomeni non ci sono accessibili, però esistono. Dunque non sono negabili; ma se non si negano, si affermano? Se tu non puoi negare Dio, lo affermi?-

Macigno – Ma la ragione deve avere un proprio spazio di verificabilità che nessuno può negare, nemmeno Dio. L’uomo dovrà conoscerlo, si, ma con la propria ragione.-

Fuoco- E accadrà, ne sono certo accadrà, forse tra millenni, perché ci vorranno millenni per avvicinarci a Lui. Intanto ci vuol Fede.-

Macigno – E qui è il difficile: la fede, quella fede che ti ha sempre sorretto e che ti ha fatto superare tutte le avversità, compresa la distruzione della vecchia Terra, lasciandoti sereno. Perché, tra tutti noi, sei stato - e ora capisco il perché – l’unico ad accettare tranquillamente la nostra sorte.-

Fuoco – L’ho accettata perché sono sicuro che Dio non c’entra con la distruzione del mondo. Quella è opera di uomini impazziti, di uomini disumanizzati.-

Macigno – Ma poteva impedirlo.-

Fuoco – Certo che poteva. Ma gli uomini ci avrebbero riprovato. Te lo ricordi negli ultimi anni? Ci provarono per ben cinque volte e solo per circostanze fortunate, direi quasi…miracolose, si misero d’accordo – per poi litigare nuovamente.-

Macigno – E’ vero è vero, ci tentarono, oh se ci tentarono. Ogni capriccio era oggetto di dispute; ogni disputa diventava un aspro litigio; ogni litigio agitava lo spettro della guerra. Pazza umanità.-

Fuoco – Quindi Dio non c’entra.-

Macigno – Non ipotizzi che questa distruzione,  possa essere considerata un nuovo diluvio?-

Fuoco- Si, se riuscissimo a fare un’umanità più buona, qui, su Terra Due.-

Macigno – Questo mi fa pensare… beh, ora basta…-

Fuoco - …che noi siamo i nuovi Noè? Allora io ti dico…-

Macigno - ,,, che parti. Che raggiungi la tua famiglie a parti, altrimenti facciamo sul serio notte. Vai Fuoco, e quel Dio che dovevi servire sia sempre con te e…e ti protegga.-

Fuoco – Vado, ma ne riparleremo. A proposito ho preso della semenza e dei legumi…-

Macigno – Hai fatto benissimo. Addio amico. (si abbracciano)-

Fuoco – Grazie e addio... vecchio caparbio. (esce)-

Macigno – Facci sapere dove ti stabilirai!-

Fuoco – (dalla quinte) Presto avrete nostre notizie.-  

 

Entra un ragazzo, è Avvenire quindicenne.

 

Avvenire – Sono partiti?-

Macigno – Sono già sui carri (sbirciando fuori) Tu non li saluti?-

Avvenire – Li ho già salutati fuori…-

Macigno – Gioia in particolare?-

Avvenire- Si, è la mia promessa compagna della vita.-

Macigno – Allora auguri piccolo uomo precoce.-

Avvenire – Senti Macigno, senza voler spiare oppure origliare, ho udito, poco fa, che Fuoco era un  quasi prete. Mi spieghereste cosa significa?-

Macigno – Conosci già la nostra storia. Ebbene , sull’altra Terra, moltissimi uomini credevano in un Dio che si era incarnato per salvare l’umanità…-

Avvenire – La solita guerra, eh?-

Macigno – No, qualcosa di più grave: salvarla dal peccato. Quel Dio si chiamava Cristo e aveva molti seguace o discepoli che nel tempo diffusero il suo Vangelo, cioè quello che lui aveva detto loro. Questi seguaci fecero altri seguaci e così via, continuando a fare proseliti. Essi venivano chiamati sacerdoti o, nell’epoca moderna, preti. Fuoco aveva scelto di diventare prete per continuare a diffondere il Vangelo, cioè la bella notizia,  per spiegarlo ai non credenti. Insomma, qualcosa di simile. Hai capito?-

Avvenire- Non molto.-

Macigno – E per adesso ti basta. Se vorrai saperne di più, quando andremo a trovare Fuoco, glielo chiederai tu stesso.-

Avvenire – Ma dove vanno esattamente?-

Macigno – Vanno a Sud, verso il mare caldo.-

Avvenire- Sognio mi ha parlato del mare, sarei curioso di vederlo.-

Macigno – Anche quello lo vedrai quando andremo a trovarli lì al Sud.-

 

Entra Cielo, porta in spalla una pesante bisaccia.

 

Cielo – Salute uomini, posso avere dell’acqua?-

Macigno – Salute Cielo. Avvenire, ti dispiace prenderla?-

Avvenire – Ciao Cielo, vado, vado, però te la potevi bere a casa tua…-

Cielo – Scusami signorino…-

Macigno – Avvenire!-

Avvenire – Tanto lo so, è la solita scusa per parlare da soli, ma ora non ci casco. (esce)-

Cielo – Diffidente l’amico…Ho visto partire Fuoco e gli altri.-

Macigno – Già, ‘ venuto poco fa a salutarci…l’ha visto allontanarsi e…e mi si è stretto il cuore. (rientra Avvenire con l’acqua).-

Cielo – (sedendosi e posando ai piedi la bisaccia) Credi che da solo riuscirà a cavarsela…grazie Avvenire (beve).-

Macigno – Credo di si. Eppoi, in caso di gravi difficoltà, la via del ritorno se la ricorderà, no?-

Cielo – Certamente si…beh, tanto ne ha parlato…mah, contento lui.-

Avvenire- Ma anche Acqua e Gioia volevano andare…E Fuoco è troppo in gamba. Ci riuscirà, volete scommettere?-

Cielo – Ne sono sicuro…già.(apre la bisaccia e prende alcune pietre e le mostra) Ecco un regalo per te signorino, poi dici che non ti porto mai nulla… penso che sia un frammento di meteorite. (porge una bella pietra)-

Avvenire – Grazie, è bellissima. (la guarda ma non la tocca)-

Cielo – Di niente, di  niente, piccolo uomo. (poggia la pietra per terra, poi rivolto a Macigno) E per te guarda cosa ho trovato (mostra una pepita d’oro) E’ una pepita d’oro!-

Macigno – (turbato) Dove…dove…l’hai trovata?-

Cielo – (che ha notato il turbamento di Macigno) Là, sull’altopiano arido…ma tu…ma tu pensi che…-

Macigno – Questo metallo è maledetto! Da questo momento dobbiamo dimenticarci di dove l’hai trovato.-      

Cielo – Perché tu credi… Va bene, meglio esser prudenti. Cosa ne facciamo di questa?-

Macigno – Forse potrei ricavarne qualche bisturi per Roccia… comunque dormiamoci sopra, domani decideremo insieme agli altri.-

 

Entra Sogno.

 

Sogno – Ciao gente (vedendo Cielo) ah, sei già tornato?-

Cielo – Ciao Sogno, si sono arrivato proprio in questo momento e stavo per venire a casa.-

Sogno – Troverai il pranzo in caldo. Avanti allievo Avvenire , a lezione.-

Avvenire- Eccomi.-

Cielo – Arrivederci, allora.-

 

Entra Acqua trafelata per la corsa.

 

Acqua – Presto venite mia figlia Vita sta male.-

Macigno – Dov’è Roccia?-

Acqua – I ragazzi lo stanno cercando, dev’essere nel bosco. Per carità, venite, presto!-

Macigno – Andiamo. Tu Sogno, per favore resta con Avvenire (cenno d’intesa).-

Sogno – Certamente, noi abbiamo un programma da seguire. Andatre voi e fatemi sapere.-

Cielo – Tornerò e t’informerò.-

 

I tre escono.

 

Avvenire- Quanti misteri. Oggi più che mai.-

Sogno – A cosa ti riferisci?-

Avvenire – Niente, cose da uomini. (pausa) Senti Sogno, cos’è una pepita d’oro?-

Sogno – Beh è un metallo nobile, l’oro, allo stato puro. Esso e il metallo più duttile e più malleabile.-

Avvenire – E poi?-

Sogno – Poi cosa?-

Avvenire – Poi, voglio sapere cosa rappresenta.-

Sogno – Beh, sulla vecchia Terra era considerato metallo nobile perché da esso si potevano ricavare moneta, gioielli, monile, vasellame pregiato e altre cose ancora, per esempio.Idoli.-

Avvenire.- E cosa sarebbero?-

Sogno – Ehi, l’argomento della presente lezione è il corpo umano. Dai parlamene.-

Avvenire - (decisamente contrariato) Il corpo umano…il  corpo umano… uffa non ne ho proprio voglia di parlarne… sono stanco, ho fatto venti chili di calce…-

Sogno – anche gli altri ragazzi lavorano, però quando si deve studiare, si studia.-

 

Entra Cielo.

 

Cielo Hanno rintracciato Roccia, sembra che si tratti di appendicite acuta, forse peritonite. Roccia dovrebbe operarla.-

Sogno – E come farà senza strumenti adatti?-

Cielo – Cosa vuoi che ti dica? Intanto ci ha chiesto di preparare un tavolato e un mucchio di altre cose ancora…Macigno sta già provvedendo.-

Sogno – Un’operazione chirurgica su Terra Due…buona fortuna Roccia, buona fortuna piccola Vita.-

Cielo – Ne avranno proprio bisogno. Vado con gli altri.-

Avvenire – Noi studiamo. Se non vuoi fare il corpo umano, passeremo alla geografia. Prendi la carta e vediamo cosa hai imparato.-

Avvenire – (di malavoglia prende una carta arrotolata, la srotola sul tavolo e inizia a indicare alcune zone) Dunque…dunque…

 

La lezione viene mimata. La clessidra verrà girata diverse volte. Musica adatta. Uno, due minuti al massimo ed entra Macigno.

 

Sogno – (ansiosa) Com’è andata?-

Macigno – L’intervento è riuscito, ma òa ragazzina non pi piace, non mi piace proprio…-

Sogno – Pensi al…peggio?-

Macigno – penso a tutto.-

Avvenire – Cos’è questo tutto?-

Macigno – Studia tu!

Avvenire – Nuvole di tempesta su Speranza.-

Sogno – Taci, Avvenire.-

 

I tre restano in silenzio, affaccendati nelle loro attività. Entra Cielo. I tre lo guardano interrogativamente. Cielo fa cenno di no col capo.

 

Sogno – E’…è morta? (Cielo fa cenno di si col capo) Povera ragazza (Avvenire si rende canto e singhiozza, mentre Macigno gli accarezza il capo)-

Cielo – Siamo ancora troppo indietro scientificamente. Bisogna accelerare la ricerca, intensificarla.-

Macigno – Queste morte sono assurde, ma non possiamo fare miracoli. Lavoriamo già diciotto ore al giorno.-

 


 Entra Roccia.

 

Sogno – (tentando d’abbracciarlo) Roccia, mi dispiace…e Acqua?-

Roccia – (scansando sgarbatamente sia Sogno che Cielo e Macigno che gli si erano avvicinati) Maledizione! E ancora maledizione! Di questi stupidi int3rventi ne ho fatto a decina, forse centinaia sulla vecchia Terra. Là questi interventi erano riservati ai principianti, robetta da nulla, semplice routine…(alzando la voce) Ma qui tutto diventa difficile, tutto complicato, tutto…tutto pazzesco!

(parlando quasi fra se e se) Non sono riuscito a nulla, qui, tra voi. Sono stato solo un parassita, un netto. Poche volte e occorso il mio intervento e, tranne qualche mal di pancia, per il resto è andato tutto storto. Miele è morta per un banale aborto, senza che io potessi far nulla, ora la piccola Vita m’è morta tra le braccia ed io ero impotente. Capite? Mi è morta spegnendosi come una candela consumata…era mia figlia! Basta- basta!- ora basta. Scordatevi tutti che sono stato un medico!. Scordatevo, dimenticatevelo, per il vostro bene.-

Macigno – Sappiamo che tu hai fatto tutto il possibile per salvare Miele e Vita. Ma un chirurgo, senza strumenti, a cosa serve? Cosa può fare un medico senza medicine? Non certamente con l’arte di Acqua, che per quanto brava non può sopperire alla mancanza di antibiotici per le infezioni, che fa tutto il possibile per mantenerci in salute con le sue erbe. Dai Roccia, tu sei stato in gamba!-

Roccia- Queste sono solo parole. Parole di conforto per un padre e forse per il medico, parole di compatimento. (ad Avvenire, irritato)  E tu non guardarmi così, moccioso! E tu Sogno forse stai pensando che fortunatamente non si trattava di tua figlia, quello ragazzina sotto i miei rudimentali ferri. E tu scienziato, saggio della comunità, cosa ne dici? (furente) Ma io sputo su tutti voi e su questa nuova Terra. (accorgendosi della pepita posta sul tavolo) E questa cos’è? (la prende) MA è oro! E’ oro. E, da bravi compagni ve lo tenete tutto per voi… ma bravi, veramente bravi. (si avvicina a Cielo) Sei tu che l’hai trovato, vero? Dimmi dove! Dove. Dove! (scuote Cielo) Sulla rupe, certo sulla rupe… t’ho visto troppo spesso lassù. E’ lì che l’hai troato, confessa!-

Macigno- Calmati Roccia.-

Roccia- Sono calmo, anzi calmissimo, ma questa pepita la tengo io. Eh? Eh? Me la fate tenere per un po’? Suvvia, fatemi contento (blandendoli, poi vedendo che nessuno si oppone si dirige verso l’uscita) Vieni coccola, adesso staremo un pochino insieme. Stati col tuo paparino. Sai andremo a trovare le tue sorelline, lì, sulla rupe...(esce)-

Cielo – Bisogna fermarlo.-

Macigno – Lasciamolo stare, è sconvolto. Forse l’aria fresca gli farà bene.-

Sogno – Ha ragione Macigno. Lasciamolo solo, forse si riprenderà.-

Cielo – Per me è partito (fa cenno alla pazzia)-

Macigno – Dici davvero?-

Cielo – L’hai visto anche tu. Ne ha tutta l’aria.-

Macigno – Allora, per precauzione, andiamolo a cercare, presto, prima che commetta una pazz…una sciocchezza. ( i due uomini escono di corsa)-

Sogno – Ripassa la lezione Avvenire, io vado a trovare Acqua.- 

Avvenire.- Vai, vai e dai ad Acqua un bacia da parte mia…che mi dispiace per Vita, sai?

Sogno – Lo so.- (esce)

 

Avvenire, rimasto solo, lentamente, va a prendere la pietra di quarzo e lo esamina affascinato. Giochi di luce. Un raggio di luce azzurra, partendo dall’alto, colpirà la pietra. Si udranno boati e lampi. Poi ci saranno cadute di calcinacci. Avvenire finisce steso per terra, la pietra gli sfugge dalle mani e tutti i fenomeni cessano, tutto ritorna normale.

 

Rientra Macigno – ( vedendolo a terra si china e lo sorregge) Avvenire, Avvenire, stai bene?-

Avvenire- (Alzandosi da solo) Si sto bene, sono solo un po’ spaventato. Ma cos’è stato?-

Macigno – Un terremoto! Un forte terremoto, sono cadute tante abitazioni: Speranza è quasi distrutta!-   

Avvenire – Cos’è un terremoto?-

Macigno – Te ne parlerò dopo, per adesso fuggiamo all’aperto, potrebbe ripetersi.-

 

Entra Sogno 

 

Tutto a posto? Avvenire sta bene?-

Macigno – Si, fortunatamente questa casa ha retto.-

Sogno – Le nostre sono distrutte, ma non ci sono state vittime e neanche feriti. Però non abbiamo notizie di Roccia. Cielo è andato a cercarlo…-

Macigno – Starà senz’altro bene. E adesso tutti fuori, per davore. Il terremoto può ripetersi.-

 

Entra Cielo

 

Cielo – Credo che non si ripeterà.-

Sogno – Cielo, stai bene? E Roccia?-

Cielo – Sto benone e anche Roccia sta bene. Lìho lasciato in ciò che è rimasto dalla sua casa e con Acqua e i ragazzi stanno vedendo cosa possono recuperare.-

Macigno – Hai detto che non si ripeterà, come fai a saperlo?-

Cielo – Non lo so con certezza, ma credo che non si ripeterà, almeno per il momento. Credo che non si sia trattato di un terremoto.-

Macigno – No? E allora di cosa si tratta?-

Cielo – Non lo so. Proprio non lo so. Però, andando alla ricerca di Roccia, mi sono diretto verso la rupe… Macigno, i terremoti non fanno lampi di luce e di fuoco e altri fenomeni strani…eppoi è rimasto circoscritto solo su Speranza. A pochi chilometri tutto è rimasto tranquillo.-

Macigno . Effettivamente un terremoto così ristretto e così distruttivo e un fenomeno assai raro. Tu che idea te ne stai facendo?-

Cielo – Non vorrei sbagliarmi, ma siamo stati oggetto di ostilità. Badate è solo un’ipotesi.-

Macigno – Ostilità?-

Sogno – E da parte di chi?-

Cielo – Questo è il punto più interessante del mistero. Chi?-

Sogno – Le…le Presenze?-

Macigno – No, quello mai!-

Sogno – E allora?-

Cielo – Non lo so. Io direi di aspettare, facciamo ulteriori accertamenti, vogliamo meglio le cose, poi cercheremo di trarne qualche conclusione logica.-

Macigno – Già. E intanto cerchiamo di sistemarci al meglio. Qui posto ce n’è per tutti. Avvenire chiama gli altri, io preparo le stanze. Per adesso ci arrangeremo bene, vedrete. (avvenire esce da sinistra, mentre Macigno da destra)-

Sogno – diamogli una mano.-

Cielo – Dalla tu, io vado al laboratorio, voglio verificare i danni. Sai, quel petrolio…se è ricco come penso…-

Sogno – Ma pechè tanta fretta per il laboratorio? Vai a controllare la nostra casa, è pericolante.

Cielo- Dopo, dopo, prima il laboratorio. E’ estremamente importante che non sia danneggiato, così pure le apparecchiature. E voglio finire le analisi. Se è come penso io, allora siamo alla soglia di un nuovo balzo in avanti: Il motore a scoppio.-

Sogno – e dopo? Che ce ne facciamo?-

Cielo – Come sarebbe: che ce ne facciamo? Macigno potrà costruire la caldaia a vapore con un bruciatore a petrolio. Vedrai, alleggerendo il suo modello, riusciremo a farlo muovere. Scommetti?-

Sogno – Certo se sarà così…-

Cielo – Ma cos’è questa ironia e questo scetticismo?-

Sogno – E’ ironia, derisione, assurdità, delusione, frustrazione, rabbia, paura e sconforto.-

Cielo – Ma guarda, guarda. E cos’altro?-

Sogno – Non ti basta? Sai cosa verrebbe dopo?-

Cielo – Cosa?-

Sogno – La morte!-

Cielo – La morte?-

Sogno – Si, proprio così: la morte! Perché io mi sento già morta. Quando nella vita sei inutile, equivale ad essere già morta; quando non hai certezze sei morta; quando non hai un fine, sei morta.-

Cielo- Ma tu hai un fine meraviglioso: guidare i nostri ragazzi, educarli, istruirli…-

Sogno – Non confondere lo scopo col fine. Il mio scopo, nell’attuale periodo della nostra vita è quello che tu hai ben detto, ma il fine qual è? Il fine ultimo, verso il quale tutti dovremmo tendere, dov’è? Io non lo vedo, e tu neppure, se vuoi proprio saperlo. Tu vedi le tue ricerche come essenza della tua vita, ma ne sei proprio sicuro? Pensaci un po’.-

Cielo – Questi sono pensieri che affiorano quando si è abbattuti e frustrati moralmente. Vedrai che passeranno.-

Sogno – Ma che abbattuta e demoralizzata, questi  omenti mi durano da anni.-

Cielo – Allora sono crisi di quarantenni.-

Sogno – Ma perché crisi di quarantenni? Bisogna essere quarantenni per avere le crisi? Beh, mio caro, allora non capisci nulla!-

Cielo – Ci siamo!-

Sogno – Ma perché sei così categorico? Perché? (pausa) Ma non ti passa per la mente che queste crisi avvengono a qual punto delle nostre esistenze, perché, proprio a quell’età, l’uomo raggiunge la maturazione e un equilibrio tale che lo portano a riconsiderare la seconda parte della proprio vita? E allora si volge agli eventi passati che, analizzati, sotto un’angolatura differente, assumono un aspetto, un significato diverso…-

Cielo – Io sono un  cosmo-neo-pragmatico e guardo solo alla scienza e alla filosofia della scienza, l’epistomologia universale. Io guardo solo quello che l’uomo riesce a realizzare; guardo e prendo per mano, studio, deduco, esperimento e opero. Solo l’intelligenza conta nella nostra vita, con essa, gradino dopo gradino, scaleremo l’Universo. Ricordi le Presenze? Pensi che hanno raggiunto quel livello con le crisi esistenziali, spirituali o scemenze simili? No, hanno battuto la strada della scienza, e ora sono padroni della materia.-

Sogno – E dello spirito?-

Cielo – Ma cosa cìentr lo spirito? Che roba è mai? Mica ci hanno salvato con lo spirito. Ci hanno salvato portandoci su questa Terra con i mezzi spaziali, che, se permetti, erano fatti di materia.-

Sogno – Le presenze non sono esseri aridi…-

Cielo – Forse per te, ma per me essi sono fatti di pura materia, ma che hanno trovato il segreto dell’eternità, o quasi…-

Sogno – Mi piace qual “quasi”, si vede che sei modesto. Ma ti ricordi che ci hanno parlato di pace? E se cercano la pace allora conoscono la violenza: dunque essa, nell’Universo esiste. Se c’è violenza o turbativa, pace e amore, ci sono allora i sentimenti, dunque li spirito è vicino.-

Cielo – Deduzioni arbitrarie. Sono deduzione arbitrarie e prive di ogni benché minima prova a sostegno.-

Sogno – E il fenomeno di poco fa, allora?-

Cielo – E allora cosa? Cosa vuoi dire? Che ti passa per la mente?-

Sogno – Niente. Non ne so nulla. Se l’avessi, molto probabilmente non avremmo affrontato quest’argomento. Vai nel tuo laboratorio, scienziato. Io vado ad aiutare Macigno.-

 

Entrano Acqua e Roccia, l’uomo è invecchiato, distrutto.

 

Acqua – Vi prego, badate voi a Roccia, è distrutto. Io aiuto i ragazzi a ripristinare la casa, forse è ancora abitabile.-

 

Entra Macigno che sente la frase di Acqua.

 

Macigno – No, aspettate prima voglio dare un’occhiata alle strutture, anzi vengo conte-

Roccia – Cielo, ti prego, dimmi dove hai trovato la pepita. Guarda cosa facciamo: tu me lo dici, io le cercherò e dopo divederemo a metà. Ah, che ne dici?-

Cielo – Ne riparleremo dopo, prima sistemiamo i danni di Speranza…(vedendo che Roccia si appresta a ribattere) …dai, ne riparleremo, eh?-

Roccia – (insistente) E’ là, sulla rupe, vero?-

Cielo – Ma no.-

Roccia – Io dico di si. Solo lassù si possono trovare pepite così belle,  me l’ha detto….-

Cielo – Chi?-

Roccia – Come chi? Ma ne…nessuno. Non me l’ha detto nessuno (guardando Macigno, rivolto a Cielo) E’ avido, mi guarda come un avvoltoio, ma noi non glielo diremo mai, vero?-

Cielo- Certamente. Ora stai calmo e vai a riposarti.-

Sogno – T’accompagno.-

Acqua – Grazie amici, allora vado.-

Macigno – Vengo con te.-

 

Sogno e Roccia escono da una parte e Acqua e Macigno dall’altra, Cielo li segue. Rientra Avvenire. 

 

Avvenire – Sono andati via tutti? (nota la pietra sul tavolo, e timidamente la tocca, ma appena la tocca avverte una scarica elettrica e un piccolo lampo, quindi lascia cadere la pietra impaurito. Ma non si arrende, ci riprova, e mano mano si rende conto che i fenomeni avvengono quando lui tocca il frammento di meteorite, quindi, il ragazzo quasi si diverte a provocare i lampi.)-

 

 

Rientra Roccia.

 

Roccia – Avvenire, piccolo uomo, hai visto quant’è bella questa pietra? (mostra l apepita)-

Avvenire.- E’ oro, lo conosco.-

Roccia- E come mai lo conosci.-

Avvenire – Quando cielo lo ha portato mi hanno spiegato che un metallo duttile e malleabile, adatto a fare gioiello monete e altro.-

Roccia – E… e ti hanno detto dove l’hanno trovato?-

Avvenire- No, credo di no…anzi proprio no. (è imbarazzato)-

Roccia – (che capisce l’imbarazzo del ragazzo insiste maggiormente) Suvvia, fai uno sforzo, cerca di ricordare. Poi ti regalerò questa petita. Vedi quant’è bella?-

Avvenire – Ti ho detto che non ricordo, anzi che non so. (tenta di andarsene)-

Roccia - (bloccandolo) Aspetta moccioso, prima mi dirai tutto su quel luogo!-

Avvenire – Hai, mi fai male, lasciami.-

Roccia – Devi dirmi dove l’hanno trovato. Subito! ( è fuori di se)-

Avvenire – (contorcendosi) Ti…prego…mi fai male…aiuto.-

Roccia – Parla! Parla! O ti stritolo!(stringe il ragazzo alla gola)-

 

I due, nella colluttazione si avvicinano al tavolo. Avvenire riesce a toccare la pietra, e si scatenano nuovamente i fenomeni. Roccia preso alla sprovvista vacilla e cade pesantemente a terra, Avvenire lascia la pietra e tenta di soccorrere l’uomo. Intanto entrano gli altri. Guardano la scena in esterrefatto silenzio, poi Macigno si avvicina, si china tocca Roccia. Intanto Avvenire si rifuggia tra le braccia di sogno, singhiozzando.

 

Macigno – E’ morto!-

 

Buio e fine del secondo atto.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                            Atto  III

 

Sulla scena è stato ricostruito l’interno di una casa, austera ma solida. E’ un grande vano con camino a sinistra, tavolo al centro, uno scaffale in  fondo e alcune panche, a destra la comune.

All’apertura del sipario in scena vi è Macigno, capelli tutti bianchi e appesantito nel fisico dagli anni. Sta seduto al tavolo e scrive su un grosso volume.

Entra Acqua, invecchiata, porta una ciotola.

 

Acqua – Macigno, ti ho portato del brodo caldo, prendilo subito, ti farà bene.-

Macigno – (alzando il capo dal libro e guardando Acqua con tenerezza) Grazie, mia cara. Posalo qui, lo berrò dopo, appena termino…-

Acqua – Stai registrando la morte di Cielo?-

Macigno – ( cenno affermativo col capo) Faccio il mio triste ufficio.-

Acqua – Cos’hai scritto per lui?-

Macigno – La stessa formula uguale per tutti.-

Acqua – Leggi, ti prego.-

Macigno – (leggendo lentamente) Anno trentacinquesimo di Terra Due, centoquarantesimo giorno: è morto Cielo, uomo proveniente da Terra Uno. Causa del decesso: incidente sul lavoro!-

 

Entra Avvenire adulto. Sente e dice:

 

Avvenire- Non è stato incidente sul lavoro, e tu lo sai benissimo.-

Macigno – (con pazienza) E’ stato un incidente sul lavoro, Avvenire. Cielo era andato in officina per lavorare…-

Avvenire- …si, ma ubriaco fradicio!-

Acqua- E va bene, era ubriaco, ma voleva rendersi ancora utile alla comunità.-

Avvenire- Se voleva veramente rendersi ancora utile alla comunità, non doveva bere così tanto, anzi non doveva bere affatto!-

Acqua – E va bene, bevevo un pochino…la morte di Sogno l’aveva sconvolto e bere era un modo per consolarsi, poveretto.-

Avvenire – Ma chiamiamo le cose col vero nome: suicidio di Sogno! Suicidio che poteva essere evitato…se lui…insomma se lui l’avesse…-

Macigno – (interrompendolo) Avvenire! Non parlare così, non ne hai il diritto! Sappiamo ben poco della faccenda e quindi ci dobbiamo astenere di trinciare giudizi…spesso fallaci.-

Avvenire- Va bene, vuol dire che Sogno si è suicidata perché io non ero stato un ottimo allievo (ironico), e non perché il suo uomo non la comprendeva affatto!-

Acqua- Non mi sembra giusto condannarlo cos’, sommariamente. A modo suo egli la voleva bene…-

Macigno – Certo che non è giusto! Senti bellimbusto arrogante, Cielo è stato il cervello della comunità, un vero scienziato. E senza di lui non saremmo arrivati al progresso che ci circonda. Non discuto che fosse poco espansivo, ma era sostanzialmente buono, ed era il primo ad accorrere nei momenti critici del bisogno. Ci ha tenuti uniti col suo esempio. Se fra di noi c’era grande coesione lo dobbiamo a lui.

Poi, dimmi, chi ha costruito la fornace? Chi la distilleria del petrolio? Chi ha insegnato a voiu giovani la scienza…-

Avvenite- …chi ha trasformato il laboratorio chimico in distilleria di alcool? Eppoi, è stato tutto merito suo? E tu? Tu  on hai fatto nulla? E gli altri, niente?-

Acqua- Io non posso sentire questi discorsi, me ne vado di là! (esce)-

Macigno- E’ vero, tutti abbiamo collaborato ad edificare una nuova civiltà basata sulla te4cnica, ciascuno secondo le sue conoscenze e possibilità… secondo la nostre forze…-

Avvenire -…ma tu hai costruito la macchina a vapore prima, e a petrolio dopo; hai ottenuto il cemento, hai costruito le nostre case a prova di… a prova di Elementi Perturbatori…-

Macigno - …cos’hai detto? A prova di che cosa?-

Avvenire – Nulla, ma nulla. Volevo dire: robuste, indistruttibili.-

Macigno – Senti ragazzo, ancora non sono alla demenza senila. Dimmi cos’hai detto. A prova di che? Avanti, su.-

Avvenire- Mannaggia a me!-

Macigno- Parla ragazzo!-

Avvenire ( di getto) A prova di Elementi Perturbatori, ecco cos’ho detto.

Macigno – E cosa sarebbero questi Elementi Perturbatori?-

Avvenire – (arrendendosi) E va bene, tanto te ne dovevo parlare prima o dopo. 

Ricordi quella volta, tanti anni fa, quando Speranza fu distrutta da quello che pensavate fosse un terremoto?-

Macigno – Si, mi ricordo, e allora?-

Avvenire – Non lo era! E ti ricordi che, di tanto in tanto, anche se in forma più lieve, essi si ripetevano? Bene, ero io che provocavo la discesa degli Elementi Perturbatori.-

Macigno – Non…non capisco.-

Avvenire – Non ti meravigliare, non è facile capire. (va verso lo scaffale e prende la pietra) La riconosci?-

Macigno- E’ il frammento di meteorite che ti regalò Cielo, se non sbaglio.-

Avvenire- Esatto. Ma questa non è una pietra qualsiasi. Essa possiede una straordinaria capacità moltiplicatrice della forza cerebrale. Attraverso questa, ho percorso col mio pensiero lo spazio infinito. Che sensazione meravigliosa, affascinante, esaltante: esplorare lo Spazio infinito: l’Universo intero.

Ma bisognava stare molto attenti perché gli Elementi Perturbatori, seguendo il mio flusso, come se fosse un sentiero, scendevano sulla Terra seminando la distruzione.

Imparai, col tempo, a controllare il mo bio-mega- pensiero, riuscendo a evitare quegli elementi e, nel contempo, a contattare le Presenze amiche.-

Macigno – Ma…ma che dici? Scherzi o farnetichi? O è la mia mente che non riesce che si rifiuta di accettare…quello che affermi. Ma dici sul serio?-

Avvenire- Dico il vero, Macigno. E adesso te ne do dimostrazione, coi fatti. Stai attento.-

 

Avvenire prende la pietra, la gira e la rigira tra le mani, poi se la porta alla fronte e, pian piano, nel locale iniziano i fenomeni luminosi. Poi si va verso il buio, a subito dopo riprende la luce e, sulla sfondo, si nota la figura della Presenza Amica.

 

Avvenire- Macigno, riconosci la nostra Presenza Amica? Si chiama Massitropok.-

Macigno – E’ veramente lui o è un’illusione?-

Massitropok- Sono proprio io, Macigno. Il tuo ragazzo è riuscito a contattarci, grazie al potere della pietra di Zerol. E’ stato molto imprudente nel passato, e mi ha dato molto lavoro per frenare gli elementi perturbatori. Ma adesso è uomo ed è più giudizioso ed ha imparato ad usare la pietra.-

Macigno – Ma perché mi avete tenuto all’oscuro di tutto?-

Avvenire – Lui non voleva, ed io temevo di combinare altri guai.-

Massitropok – Macigno, il passo che lui ha compiuto tramite la pietra, dev’essere fatto con la sola forza cerebro- mega-cosmica che è latente nei vostri cervelli. Molti uomini, nel passato, ci hanno contattato; ma il contatto definitivo ci sarà quando tutti gli uomini, indistintamente, avranno quella forza e sapranno usarla. Nel frattempo il segreto è necessario.-

Macigno – Quel contatto spontaneo avverrà, se avverrà, fra millenni…-

Massi.- E’ possibile. Voi dovrete pervenire al futuro passo dopo passo. Noi esistiamo da millenni. Ti basterà sapere che quando i vostri padri distrussero la Terra, essi si trovavano ancora a quella che fu la nostra preistoria. 

Abbiate pazienza, uomini, studiate, sperimentate, cercate di carpire i segreti cosmici, ma sempre in pace. Solo così giungerete al nostro Futuro.-

Macigno – Cosicché voi ci vete protetti…-

Massi.- Si, ma solamente dagli elementi perturbatori. La vita qui è vostra, e siete liberi di usarla come credete. 

Adesso vi lascio.

Giudizio, uomini.-

 

Massitropok, col solito gioco di luci, sparisce.

 

Macigno – eccezionale, incredibile. Ma guarda cosa mi doveva toccare di vedere nella mia vecchiaia.-

Avvenire- (riponendo la pietra nello scaffale) Sei sbalordito, vero?-

Macigno – si, sono sbalordito, ma anche preoccupato.-

Avvenire- Di cosa?-

Macigno – Delle tue possibilità bio- mega- cerebrali. Eppoi, quella pietra…-

Avvenire – Non vedo proprio perché…-

Macigno – Perché ti sento troppo forte nei confronti di tutti noi.-

Avvenire- Sciocchezze. Eppoi non sono il solo…quelle possibilità li ha usati anche Giglio.-

Macigno- Giglio?-

Avvenire – Si, Giglio, il figlio di Roccia e Acqua. Mi accorsi, tempo fa, che aveva buone facoltà psicosensoriali, e allora l’ho iniziato all’uso della pietra…nonostante, nonostante il divieto delle Presenze Amiche. Pensai: ma che pericolo vuoi che ci sia?.-

Macigno- Tu sei matto! Matto! Matto! Tu non puoi sconvolgere la vita della comunità, non puoi fare esperimenti azzardati e incontrollati, che sconvolgono la mostra psiche. Questa si chiama…si chiama…incoscienza…-

Avvenire- Io volevo battere altre strade per fare il grande balzo. Con la vostra scienza ci vogliono millenni, con la psiche il tempo e lo spazio non esistono. Io ne do testimonianza.-

Macigno – Ma non hai sentito la Presenza Amica? Bisogna avvicinarsi al futuro passo dopo passo.-

Avvenire – E’ vero. Ma lui lo consiglia solo per evitare un nuovo razzismo: l’intellettuale. Tant’è vero che ha accettato, sia pure sporadici, con uomini di tutte le epoche.-

Macigno – Rimango della mia idea: è pericoloso.-

Avvenire – Ma che mi credi davvero un incosciente? So i miei limiti e capiamo quelli degli altri, tant’è vero che ho interrotto gli esperimenti con Giglio…e, se lo vuoi proprio sapere, uso quella pietra soltanto per contattare le Presenze amiche.-

Macigno – Ma la usi…-

Avvenire – E va bene, la uso. Te l’ho detto Massipotrok che ora sono più giudizioso. Eppoi, infine, quel che è fatto è fatto.-

Macigno – Vuoi il mio parere? Distruggi quella pietra!-

Avvenire – Non puoi chiedermi questo, Macigno, non puoi.-

Macigno – Non posso, ma te lo consiglio vivamente.-

 

Buio. Quando la luce riprende, ci sono in scena Macigno, Avvenire, Acqua e Giglio. C’è tensione.

 

Macigno – Di là, tra quattro assi inchiodati, c’è una ragazza, quasi una bimba, senza vita. E’ stata uccisa! Seviziata e uccisa! Seviziata, violentata e uccisa! E l’assassino e tra di noi. E’ uno di noi!-

Giglio – Lo dobbiamo scoprire e punirlo severamente.-

Acqua – La mano di Caino si è posata su Terra due.-

Avvenire – Senza un indagine e un processo non ne verrà fuori nulla.-

Macigno – Niente giudici su Terra Due! Mettetevelo bene in testa. (pausa lunga) L’autore di questo delitto si dovrà autoaccusare e, di propria volontà, adeguarsi alle decisioni che prenderà la Comunità.- 

Avvenire – E se non lo facesse?-

Macigno – Lo farà, lo dovrà fare.-

Acqua – Intanto, dalle dichiarazioni degli altri non sé ricavato proprio nulla. E…da voi due? (indica Giglio e Avvenire).-

Avvenire- (sbalordito) Noi? Cosa intendi dire?-

Giglio – Già, cosa?-

 Acqua – Giglio, figlio mio, tu ed Avvenire siete gli unici uomini a non avere, come dire? Non avere alibi né testimoni…-

Avvenire – E quando mai, quando mai recandomi nello studio, specialmente di notte, mi sono portato appresso dei…testimoni?-

Giglio – Naturalmente, ha ragione. E cosa pensate che quando vado al laboratorio che fu di Cielo, mi porto appresso…gente per confermare, poi, quello che dico. Ma siamo seri, per favore…-

Acqua – Però Cielo, quando andava in laboratorio, specialmente di notte, lo diceva, insomma avvertiva sempre qualcuno, per ogni necessità…-

Giglio – ebbene? Io non ho avvertito nessuno, e con ciò? (incomincia a dare segni di alterazione)-

Avvenire – Calmiamoci Giglio.-

Macigno- si, calma, calma.-

Giglio- sono calmissimo, andiamo avanti con questa storia e finiamola presto.-

Avvenire- Sono d’accordo. Finiamola con questa sterile conversazione e andiamo a cercare l’assassino.-

Macigno – L’assassino potrebbe essere qui, presente.-

Giglio- (allarmato) Qui?-

Avvenire – (ironico) Davvero?-

Macigno – Qui, davvero. (passeggia) Ieri notte non avevo sonno e mi sono affacciato alla finestra per ammirare la luna. Sono rimasto così un bel po’. Quando ero sul punto di ritirarmi, ho visto un uomo scavalcare la recinzione di Speranza. Sono convinto che quell’uomo ha a che fare con il delitto, altrimenti non avrebbe senso scavalcare il muro anzicchè entrare dal cancello. Ho riconosciuto quell’uomo e, se non ha nulla da nascondere, sarà lui stesso a dirci il perché del suo comportamento…-

Avvenire- Già, perché lo avrà fatto.-

Acqua- Perché evidentemente, non voleva essere visto…è probabile che abbia a che fare col delitto.-

Giglio – E’ evidente.-

Macigno- Certo è probabile…-

Avvenire – Dicci quel nome!-

Giglio – (beffardo) Già, dillo.-

Macigno – Non volevo dirlo, speravo che lo dicesse da se. 

E va bene, visto che costui non parla, parlero io.

Però, badate bene, la mia non è una testimonianza d’accusa, ma solo un contributo per arrivare a conoscere la verità.

Quell’uomo è Giglio!-

Acqua – Giglio, tu?-

Avvenire – N sei sicuro?-

Macigno – Si!- 

Giglio – (riprendendosi dalla sorpresa) Cos’hai detto?-

Macigno – Quello che hai sentito.-

Giglio – (rivolgendosi agli altri) Non oso fare apprezzamenti sulla correttezza di Macigno, ma metto in fortissimo dubbio le sue, come dire? Le sue possibilità sensoriali, prima fra tutte la vista.

Quell’uomo, che lui ritiene d’aver visto e riconosciuto, di notte, e a circa 1oo metri di distanza e per poco tempo, non ero io.

Io ero in laboratorio, perché, come tanti altri, per il caldo, non riuscivo a dormire. Purtroppo, come qualche altro, non ho chi possa confermarlo. Ma è così:ero in laboratorio e ci sono rimasto tutta la notte.

Eppoi (con derisione) non ho l’abitudine di stuprare fanciulle e scavalcare muri di cinta. Senza rancore, Macigno, questa volta hai preso una terribile cantonata.-

Macigno (riflettendo) Forse l’ho presa, forse no.-

Giglio – ( violentemente) Macigno, a che gioco giochiamo? Tu forse vuoi coprire un altro, il vero colpevole, accusando ingiustamente me!-

Macigno – Questo, uno con lamente sana, non l’avrebbe mai detto.-

Giglio – (inviperito) Cosa vuoi insinuare?-

Avvenire – Aspettate, calma, vorrei dire qualcosa, se me lo permettete. (è volutamente e vistosamente gentile)-

Acqua – E allora parla, cos’hai da dirci?-

Avvenire – ecco, le parole di Giglio, molto garbatamente peraltro, lasciano pensare che Macigno voglia coprire me. (rivolto a Giglio che voleva interromperlo) No Giglio, ti prego, lasciami parlare. Si, anch’io come te, ho passato tutta la notte solo e senza testimoni. Su questo hai perfettamente ragione. Ma, mio caro, prima di dare del bugiardo ad alcuno, dovresti sforzarti a ricordare che, nel recente passato, hai avuto vistosi vuoti di memoria. Stamani m’hai detto che avevi bisogno di riflettere, di ricordare qualcosa. Lo hai fatto?-

Giglio – Io ho riflettuto, ho riflettuto molto, anzi moltissimo, però su di te.-

Avvenire – Ah, che onore…-

Giglio – Ho riflettuto, già…dicevo…sul tuo comportamento degli ultimi anni.

Primo fra tutti, ho cercato di capire e di spiegarmi il motivo delle tue interruzioni degli esperimenti telepatici che avevamo intrapreso – con successo. Perché l’hai fatto? Se ne eri il sostenitore più accanito, se credevi nel futuro splendido  che potevano avere le facoltàpsico-sensoriali, perché hai fermato tutto? Eh, perché? Non volevi, probabilmente, che si leggessero i tuoi pensieri perché erano, come dire, un po’ sozzstti. Ecco perché!-

Avvenire – Ma cosa dici, sei ammattito?-

Giglio – Non sono matto! Dico semplicemente che stavi diventando un erotomane e non volevi che si sapesse. Mi ricordo che un giorno, in mia presenza, vedendo la piccola Cuore, dicesti così: ma guarda che bella figliola che si sta facendo. Dicesti proprio così! E la desideravi gia? E quante altre ne hai desiderate…o violentate?-

Avvenire – Respingo sdegnosamente queste insinuazioni costruite solo su delle parole che ho detto, si, ma in buona fede e senza malizia. 

Bene, allora vuoi sapere perché ho interrotto gli esperimenti?-

Giglio – Perché (canzonatorio)-

Avvenire – Perché ero impaurito di ciò che leggevo, inavvertitamente, nei tuoi pensieri!-

Giglio – Menzogne! Sono tutte menzogne e basse insinuazioni!-

Macigno – Non sono semplici insinuazioni, tuo padre stesso, un lontano giorno, mi parlò, con molta preoccupazione, delle tue instabili facoltà psichiche…eppoi, qui c’è tua madre…-

Giglio – Voi mi volete incastrare. Ricorrete vigliaccamente anche ai morti per incastrarmi! Ma non potete, non potete! Io non c’entro con l’assassinio, non c’entro! E tu Acqua, non dici nulla?-

Acqua – Io…io non so.-

Giglio – Come non sai? Qui mi si accusa di…di essere un …anormale…un assassino…un depravato, e dici solo: non so?-

Acqua – Sei mio figlio e non vorrei…non vorrei…insomma, sai cosa mi ha confessato la tua donna?-

Giglio – cosa c’entra lei? Eppoi cosa ti ha detto?-

Acqua- Con grande dolore, mi ha detto dei maltrattamenti di natura sessuale, che ha subito da te…e come…come tu te ne dimenticavi…-

Giglio – (interrompendola) Menzogne! Calunnie di donnicciole! Ma dillo tu, Avvenire, dillo a costoro cosa siamo stati capace di fare con la nostra forza cerebro-mega-cosmica, dillo chi stavo per contattare! No? Allora lo dico io: stavo per contattare le Presenze amiche, proprio così.

Io sono un genio, la mia mente contiene l’Universo, vago nel Cosmo, e ora, qui, mi si accusa di un in significante atto bestiale…(scuote la testa, poi incalza e grida completamente esaltato) Dillo! Dillo! Maledizione, dillo!-

Macigno – (ad Avvenire) Come vedi la tua pietra ha completato opera…-

Avvenire – Lo escludo.-

 

Giglio misura la stanza con grandi passi. Nel frattempo entra un bambino e mostra ll’uomo un paio di pantaloni insanguinati.

 

Bambino – Papà, guarda cosa ho trovato.-

 

Acqua gli strappa di mano i pantaloni e li esamina.

 

Acqua – Sono…sono…insanguinati. Dove li hai trovato?-

Bambino – Per terra, vicino al laboratorio.-

Acqua- Questi li teniamo noi, adesso esci, vai a giocare…su, va’ (sospinge il bambino che si attardava a guadare Giglio)-

 

Tutti in silenzio guardano Giglio con aria accusatoria.

 

Giglio – Cos avete da guardare? I pantaloni? Non sono miei, non li ho mai visti. Di chi sono? (guarda tutti interrogativamente) Non ci credete? (grida) Volete anche la mia camicia, volete controllare? Eh? Eh? Guardate allora! (si toglie la camicia e mostra il petto  orribilmente graffiato)-

Acqua – Ah! (si porta le mani in bocca)-

 

Tutti lo guardano impressionati. Giglio, prima spavaldo, vedendo che gli guardano il petto, abbassa la testa e si avvede delle ferite. Capisce e lancia un urlo bestiale, disumano, poi si accascia su una sedia ammutolito e con gli occhi fissi nel vuoto.

 

Acigno – Avvenire, portalo di là, medicalo.-

Avvenire- (reggendo Giglio con premuroso affetto, a fatica lo fa uscire) Vieni Giglio, vieni.-

Acqua – (accasciandosi su una sedia e mettendosi le mani al viso) E’ orribile, è orribile, non posso crederci. Ma…ma è tutto così evidente…hai visto il suo petto? La piccola Cuore, nel disperato tentativo di difendersi, gli ha tracciato un ndelebile atto di accusa! E’ solo così, questo sfortunato figlio, ha preso coscienza di ciò che ha fatto.-

Macigno – Lo aveva già dimenticato…-

Acqua – Macigno…ora…ora cosa faremo?-

Macigno – Comunichiamolo agli altri e speriamo che i genitori di Cuore lo perdonino. E’…è evidente che è impunibile. Giglio è malato!-

Acqua – L’ho sempre sospettato, ha due personalità, ma non credevo che fossero in antitesi…e pericolose. 

Cosa faremo, Macigno, saremo spietati con mio figlio?-

Macigno – Ti ho già detto che è impunibile. Di questo ne sono certo. Ma potrebbe nuovamente nuocere.

E’ ammalato e noi non possiamo curarlo, non abbiamo un’adeguata conoscenza, non abbiamo attrezzature adatte. Mi dispiace ammetterlo, mia cara, ma non ci resta altro che allontanarlo da Speranza.-

Acqua – Reietto?-

Macigno – Si, reietto al Nord. Questa sarà la mia proposta. E adesso vai, fai conoscere agli altri quanto è accaduto.-

 

Acqua, in lacrime, esce, mentre Macigno passeggia nervosamente per la scena, guarda la pietra con diffidenza, controlla quello che ha scritto, tenta di correggere qualcosa, ma vi rinunci perché è palesemente nervoso. Musica adatta. Dopo rientra Acqua.

 

Acqua- Ho informato gli altri. La sua donna, se lui andrà reietto, lo vorrà seguire…è decisa.-

Macigno – Non potremo impedirglielo…-

Acqua – Ha detto: Giglio è ammalato, e, ovunque vada, avrà bisogno di me, ce la caveremo.-

Macigno – Quella donna è forte e coraggiosa. Domani ci riuniremo in consiglio e sideciderà. Per adesso pensiamo a seppellire quella povera fanciulla.-

 

Rientra Avvenire.

 

Avvenire- Giglio è con voi?-

Macigno- No, ma…non era con te?-

Avvenire – Mi sono allontanato un attimo per prendergli dell’acqua, ma al mio ritorno non c’era più.-

Acqua – Dove sarà andato? Poi, in quello stato…presto, fate qualcosa.-

Macigno – Avvenire, prendi qualche altro e vai a cercarlo, sarà fuori, da qualche parte. Noi lo cercheremo dentro Speranza. Vai!-

 

Intanto Acqua si è affacciata dalla finestra.

 

Acqua – E’ lì, guardate!-

 

Avvenire si precipita alla finestra, poi esce subito. Macigno si avvicina a sua volta alla finestra, e si sforza a guardare per individuarlo.

 

Macigno – Dov’è?-

Acqua – Là, sulla rupe. Vedi? Cammina come un ebete.-

Macigno – Si, lo vedo (poi parlando dalla finestra) Ehi, ragazzi, è sulla rupe, fate con cautela, mi raccomando…-

Acqua – Ecco, è giunto sull’orlo. Si ferma.-

Macigno – Ce la faranno, sono sicuro che ce la faranno. Basta che se ne stia buono buono lì…tranquillo.-

Acqua –Si muove, si muove…fermati, fermati Giglio! Fer…ma…ti (pian piano si lascia cadere per terra)…è caduto…vero?...è ca…du…to…vero?, vero?-

Macigno – (che è rimasto come paralizzato sul davanzale, fa cenno con la testa di si) E’ caduto, mi dispiace.-

 

Buio. Quando riprende la scena, ci sono Macigno e Avvenire che esaminano un progetto steso su un tavolo.

 

Avvenire- Vedi? questo è il punto che meno mi convince…-

Macigno – Già, vedo, vedo…-

Avvenire – Cosa ne diresti di una leggera deviazione, magari a sinistra?-

Macigno – Se fosse possibile risolverebbe tutta la questione.-

Avvenire – allora ci provo, vediamo cosa ne viene fuori.-

 

Entra Acqua, è euforica.

 

Acqua – Gente, indovinate chi arriva?-

Avvenire- Chi arriva, diccelo?-

Macigno – Arriva gente dall’insediamento di Fuoco, vero?-

Acqua- Si, proprio così, sono i figli di Fuoco e di Eva.-

Macigno-  E falli passare, presto.-

Acqua- (mettendosi da parte) Non è necessario che mi muova, sono già qui.-

 

Entrano in scena due giovani abbronzati. Sono Gioia e Arcobaleno. Macigno si precipita ad abbracciarli, mentre Avvenire resta in  piedi e in silenzio, confuso. Convenevoli a soggetto.

 

Acqua- (Abbracciandoli) Cari, cari…-

Macigno – Quel giovanettone lì, è mio figlio Avvenire, ve lo ricordate?-

Arcobaleno – Io no, ero troppo piccolo quando abbiamo lasciato Speranza.-

Gioia – Io si. Ciao Avvenire, come stai?-

Avvenire – (imbarazzato) Bene, bene, e tu?-

Gioia – Bene. Ti hoi portato un dono.-

Avvenire- Che cos’è?-

Gioia- Apri il pacchetto.-

Avvenire (aprendo il pacchettino dove c’è una conchiglia) Bella, veramente bella. Grazie Gioia.-

Gioia - …solo grazie…(maliziosa)-

Avvenire – (Spinto da Acqua) Grazie e un bacetto.-

Gioia- Così va meglio. Acqua, questo è per te. E’ una raccolta di erbe che cresce dalle nostre parti. E questo è per te Macigno, da parte di mo padre.-

Macigno – Sempre premuroso il vecchio Fuoco. Ditemi come sta…(intanto scarta il pacchetto) Lo sapevo!-

Acqua – Cos’è?-

Macigno – Una copia del Vangelo trascritta nel nostro nuovo idioma. Ma che bravo…allora, come sta il vecchio furfante?-

Gioia- Fuoco è morto!-

Macigno – Morto?-

Gioia- si, morto. Ora riposa accanto alla nostra povera madre, là, vicino al mare…il dono per te lo aveva preparato da tempo.-

Macigno – Fuoco morto? Come? Quando? Perché?-

Gioia- E’ morto per salvare me.-

Arcobaleno – No, che dici? Non è vero!-

Gioia- Tu eri presente? No, allora non parlare.-

Arcobaleno – Tu non ne hai colpa…-

Gioia – Va bene, non ho colpa, ciò non toglie che è morto per salvare me.-

Avvenire – Com’è successo?-

Gioia – E’ stato quest’inverno, che da noi è stato particolarmente rigido.

Ero uscita per controllare le bestie, quando il mio cavallo, spaventato dai lupi, mi disarcionò e scappò via. Rimasi sola protetta da Coraggio,il mio cane. Ma, ben presto il povero animale fu sopraffatto, e le belve si diressero verso di me…-

Arcobaleno –…Papà vide tornare il cavallo da solo, e inforcatolo, corse verso il recinto…-

Gioia- …quando giunse ero già circondata dai lupi affamati. Ricordo che papà gridò: Ehi, lupi!-

 

Gioco di luci e flash-beak. Intanto che gli altri sgombrano la scena, Arcobaleno si mette la parrucca e prende un grosso bastone. Farà Fuoco. In scena, in un cono di luce, ci saranno tre o quattro attori mascherati, alla buona, da lupi. Gioia si porta in un angolo, Arcobaleno entra dall’altra parte della scena. Il capobranco si volgerà verso il nuovo arrivato, poi, lentamente si dirigerà verso Fuoco. Gli altri lupi lo seguono, ma questi, con un ululato li blocca.

 

Fuoco – Se tu il capo, vero? Sei una gran bella bestia e compi il tuo dovere. ( i due si studiano) Adesso che fai? Studi il piano d’attacco? Che aspetti? Cerchi la trappola? No, non c’è nessuna trappola, te l’assicuro. Sono solo, solo con questo bastone. Mi capisci? eh? Mi capisci? Senti, voglio farti una proposta, un baratto: la mia vita per quella della ragazza. Ci stai? Vedi? sono fatto di buona carne come quella di mia figlia, sono altrettanto buono per far sfamare i tuoi amici del branco…che ne dici?-

 

Il lupo si muove lentamente lasciando sempre gli altri indietro. La bestia avanza circospetta lanciando qualche urlo ai suoi compagni, quando qualcuno di essi si muove. Ringhia alternativamente verso l’uomo e verso gli altri lupi.

 

Fuoco – Ho capito bene? Vuoi uno scontro solo tra di noi? Senza bastone? Eh, è questo che vuoi? Va bene ci sto. Lotterò con te con le mie sole forze. Ecco, getto via il bastone. Sono pronto. Attacca!-

 

Il lupo ulula e Fuoco si mette in guardia. L’animale si dirige verso di lui facendo ampi giri attorno e stringendoli sempre più, finchè scatta! Fuoco para l’attacco, ma rimane ferito ad un braccio.

 

Fuoco – Dai bello, attacca, dai non troverai grande resistenza in me. Sono vecchio ormai e, anche se sono ancora abbastanza forte, non ho più gli intensi stimoli per combatterti efficacemente. Hai risparmiato mia figlia e mi hai tolto, cosi, l’arma della disperazione. Combatterai solo contro il mio istinto di conservazione. Dai bello, dai!

 

Il lupo fa una finta, poi spinge l’uomo dal fianco. Fuoco barcolla e cade. Il lupo con un balzo gli è al collo.

Poi uno scoppio.

Fine del flash- beach       
  

Gioia- Poi lo scoppio. Era Arcobaleno che aveva scagliato una mina sul branco, disperdendolo. Ma Fuoco era già morto. Il lupo gli aveva squarciato la gola.-

Acqua – Povero Fuoco.-

Macigno – Già, già! Ma tu, Gioia, non c’entri, mettitelo bene in mente.-

Arcobaleno – Hai visto?-

Gioia – Si, però…-

Acqua – Avanti, sedetevi, vi preparo qualcosa da mangiare, e tu lascia perdere i però. (esce)-

Gioia – Grazie Acqua-

Arcobaleno- Avvenire, siamo venuti per apprendere io la scienza delle costruzioni e lei la medicina. Staremo un bel po’ con voi…poi ripartiremo per il sud.-

Avvenire .- E’ un grande onore e un grandissimo piacere esservi d’aiuto. Tu, Gioia, studierai sui testi che ci ha lasciato Roccia, io ti aiuterò. E tu Arcobaleno studierai con me e con Macigno…ma bada a lui, è inesorabile come Maestro!-

 

Arcobaleno vede i fogli sparsi sul tavolo e incuriosito li esamina. Macigno si appisola.

 

Gioia- (piano ad Avvenire) Senti, Acqua sta con voi?-

Avvenire – E già, sono ormai anni che è diventata la compagna di Macigno. Si capiscono e stanno bene insieme.-

Gioia- E si vogliono bene?-

Avvenire – Credo di si. Vieni, ti mostro la casa. (escono)-

Arcobaleno – Macigno, mi fai vedere i vostri progetti?-

Macigno – (stancamente) Sono lassù, sullo scaffale. Prendili pure.-

 

Intanto che Arcobaleno prende i fogli e li esamina, la scena diventa buia. 

Quando riprende, in scena ci sono Macigno e Acqua. Acqua è distesa su un cuscino e Macigno le siede accanto.

 

Macigno – Accidenti, ma perché, accidenti, perché? Sulla vecchia terra saresti già guarita. Là questo male era stato già vinto. Perché, perché?-

Acqua – Stai facendo gli stessi discorsi che fece roccia, quando fu per Vita. Discorsi che lo portarono alla squilibrio psichico. Su, Macigno, non è da te.-

Macigno – Hai ragione, mia cara, è…è che non posso credere…non voglio credere che mi lascerai…non è giusto…eri…eri…così tranquilla, appagata, circondata dall’affetto di tutti…-

Acqua – E’ vero. Ho vissuto bene qui. Ho avuto un compagno buono, dei figli tenerissimi, degli amici dolcissimi e, poi, nella limitatezza del tempo, ho avuto anche te, Macigno, te, che mi hai illuminato gli anni difficili, gli anni delle crisi, delle responsabilità. Si, sono appagata e sazia di vita. Tra mille triboli, pericoli, carestie, calamità naturali, e duro lavoro, ci siamo riusciti. Abbiamo iniziato il popolamento del mondo, della nuova Terra. Adesso siamo quasi cinquanta, sai? Abbiamo fondato un popolo, forse più saggio, abbiamo conservato la nostra civiltà, la cultura, le scienze…sono contenta, sono contenta…proprio contenta…-

 

Macigno, invecchiato, prende la mani di Acqua e se la porta in fronte. Poco dopo scuote la donna, ma ella è già morta. Nel frattempo sono entrati in scena Avvenire, Arcobaleno e Gioia, tutti uomini maturi. Avvenire e Arcobaleno prendono il lettino e lo portano fuori cena. Gioia prende il capo di Macigno e se lo stringe al petto.

Cambio di luci.

Gioia è uscita, mentre Macigno è seduto sempre sulla stessa sedia, immobile. Entra Avvenire.

 

Avvenire- (scuotendo Macigno) Papà, papà!-

Macigno (riavendosi) Mi…mi…hai chiamato…papà? Figliolo?-

Avvenire – Si, papà.-

 Macigno – Papà! Dopo tanti ani, mi hai chiamato papà…che strana sensazione…-

Avvenire- Meglio tardi che mai…papà.-

Macigno – Già, già, meglio tardi…ora che sono rimasto solo, forse ritrovo mio… figlio.-

Avvenire – Non forse, ma ce l’hai, anzi, forse, l’hai sempre avuto. Papà, sono a terra.-

Macigno – Anch’io figliolo, la morte di Acqua mi ha distrutto…e per te, cosa c’è?-

Avvenire – Papà, Gioia…insomma…sai cosa significa per me…Gioia è ammalata!-

Macigno – Davvero? E cos’ha?-

Avvenire- Credo…credo che si tratti di un tumore.-

Macigno – Tumore? Ma ne sei sicuro?-

Avvenire- sicurissimo, altrimenti non te ne avrei parlato.-

Macigno – Accidenti, anche questo dovevo vedere prima di morire, anche questo.-

Avvenire- Papà, vorrei…vorrei contattare le Presenze e chiedere il loro aiuto.-

Macigno – Ancora quella pietra? Eppoi lo sai che essi non intervengono nelle nostre cose…-

Avvenire – Vorrei provarci lo stesso, papà voglio troppo bene a Gioia!-

 Macigno – Capisco. Allora prova e …speriamo bene.-

 

Avvenire prende la pietra, solito gioco di luci e appare Massipotrok.

 

Massi – Cosa desideri da noi, Avvenire?-

Avvenire- Senza la pietro io non posso contattarvi, vero?-

Massi – Vero.-

Avvenire – Voi sapete quanto io ci tenga a contatarvi, ma sono disposto a rinunciarvi e a distruggere questa pietra, a smettere gli esperimenti bio-mega-cosmici, ma vi prego, vi prego, salvate Gioia. Fate un’eccezione alle vostre regole.-

Massi- Eccezione sia. Dirigi il raggio azzurro della pietre sulla parte malata della donna, senza che lei se ne avveda. Ella guarirà, ma la pietra si autodistruggerà.-

Avvenire- tutto qui?-

Massi- tutto qui, al resto penso io.-

Avvenire- Capisco.-

Massi- E’ già tanto. Addio.-

 

Solito gioco di luci e Massipotrok esce di scena.

 

Avvenire- E adesso come facciamo, lei non deve sapere nulla.-

Macigno.- Falla venire qui, dille che le devo parlare. Tu fai quello che dev’essere fatto.-

Avvenire. D’accordo. (esce)-

Macigno- (rimasto solo, vaga con la mente lonatano. Musica adatta) Il sogno…il sogno…-

Gioia- (entrando) Macigno, mi volevi?-

Macigno – si, Gioia, vieni, siediti accanto a me.-

Gioia – (sedendosi) Dimmi pure.-

Macigno – Hai tempo?-

Gioai – Si… perché?-

Macigno- Perché di debbo raccontare un sogno…in lungo sogno.-

Gioia – Un sogno? Tuo? Lo ascolterò con piacere. (intanto che Gioia ascolterà il racconto, Avvenire da dietro loo scaffale, punta la pietra e la luce colpisce il fianco di Gioia)-

Macigno – Ho sognato che eri vestita di bianco e, con l’arpa, suonavi una dolcissima melodia. Eri su un podio di legno, costruito non so per quale occasione, e ti esibivi in un concerto di musiche composte da te.

Alla fine del concerto, tu scendevi dal palco e, tra gli applausi, fendevi la folla e ti dirigevi verso un grande pino, forse era quel grosso pino che c’è lì di fronte alle case. Sotto di esso vi erano delle persone che ti attendevano in piedi e si aprivano al tuo passaggio, e ti accarezzavano con dolcezza i capelli che portavi sciolti sulle spalle. E ti sorridevano teneramente mentre tu ponevi un fiore su una ruga della corteccia del grosso albero…-

Gioia- (commossa) E chi erano quelle persone? Li conosco?-

Macigno- Erano tutti i miei compagni provenienti da Terra Uno. Riconobbi Miele, fuoco, Acqua e tutti gli altri.-

Gioia – Eppoi?-

Macigno – Poi, quando poggiasti il fiore, tutti si diressero lentamente verso il fondo della piazza, sfumando nella luce abbagliante.-

Gioia – Che bello…ma è un sogno, vero?-

Macigno- (vedendo il segno del pollice alzato di Avvenire che segnala che si procede bene, e facendo si col capo) Forse si, forse no, però una cosa è certa: suonerai per questo povero vecchio. Su, prendi l’arpa.-       

Gioia – Subito.-

Macigno – Come procede?-

Avvenire- Bene. Io sono pronto.-

Macigno – allora in bocca al lupo. Figliolo.-

Gioia- (rientrando con un’arpa) Cosa vuoi sentire?-

Macigno – La tua ultima composizione.-

Gioia – Benissimo. Allora: concerto in onore di Macigno, che mi ha costruito l’arpa, e della mia povera mamma che mi insegnò la musica.-

 

Intanto che suona, come rapita dall’esecuzione, non si accorge che Avvenire, uscito da dietro lo scaffale, punta verso di lei la pietra, dalla quale esce un raggio azzurro, che colpisce la donna sul fianco sinistro. L’esecuzione dura a seconda le esigenze della regia. Quando termina, la luce della pietra sarà spenta e Avvenire va verso Gioia per congratularsi.

 

Avvenire- Brava, bravissima, complimenti.-

Macigno – Piccola, mi hai reso felice.-

Gioia. – Grazie, grazie a tutti e due.-

Avvenire- Non c’è di che. (strizza l’occhio a Macigno, poi si rivolge a Gioia) Gioia, fai vedere quel gonfiore a Macigno.-

Gioia- Ma no, non è il caso…-

Macigno- (ad Avvenire) No, vedi tu che sei il nostro medico.-

Avvenire- Io come medico sono una schiappa.-

Macigno –Questa donna è sana come un pesce. Cosa vuoi fammi vedere? Andate, via, piuttosto e lasciatemi riposare un pochino.-

Gioia- Usciamo Avvenire, ho voglia di aria fresca, di correre, di inebriarmi di profuno.Usciamo!-

Avvenire – Si, usciamo. Ciao papà.-

 

Quando i due escono, Macigno prende il libro dei morti e lo sfoglia svogliatamente, poi si appresta a scrivere. Le luci si abbassano, poi solo un cono di luce sta su di lui.

 

Macigno – Voi siete stati i primi uomini a nascere su Terra Due. Nasceste qui perché i vostri padri furono stolti e distrussero il loro pianeta.

Memori di quest’esperienza, noi, abitanti del Mondo dell’avvenire, abbiamo impostato la nostra vita sulla solidarietà uomana. Le nostre energie sono servite per costruire, mai per distruggere; le nostre volontà sono state sempre tese verso la realizzazione di un mondo buono e pacifico.

Adesso, dopo quarant’anni, credo, credo di poter affermare che ci siamo riusciti. Conservando la nostra civiltà, abbiamo formato una società libera e giusta. Dove ogni uomo è capo e gregario, singolo e multiplo, libero e autovincolato agli altri.

Ascoltate ragazzi, mai un giudice dovrà sedere su Terra Due! Ricordatelo, figli miei, ricordatelo.-

 

Pian piano Macigno appoggia la testa sopra il libro aperto e la luce si affievolisce sempre più, mentre la musica di Gioia, riprende lentamente.

Poi quasi buio, mentre la scena viene sgombrata dai suppellettili e viene approntato un palchetto e un catafalco. In dondo a destra viene posto il tronco di un grosso pino. Sul palco cìè l’arpa.

Le luci riprendono e Gioia prende posto sul palco e inizia a suonare il suo concerto, quindi avverrà tutto come nel sogno che ha narrato Macigno.

 

Gioia – (quando sarà nei pressi del tronco) Addio Macigno, so che ci sei e che sei stato qui, con tutti i tuoi compagni d’avventura, ad ascoltare il mio concerto. 

Padri miei, spero che la mia musica vi sia piaciuta, perché non erano le corde dell’arpa che vibravano, bensì il mio cuore.-

 

La donna, lentamente, si avvia verso sinistra, mentre gli otto uomini accennando una carezza sul suo capo, escono dalla parte opposta. Fine     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           "   TUTTI  PUPI,   E   SEMPRE   IN   SCENA.  "

                                                
 
 

 

                                                     Atto  unico

 

 

 

anno 2008 – atto unico – personaggi: 2 m. 1.f.

Un Capocomico ha scritto un copione reinterpretando il carattere di Ciampa. Lo sottopone ai suoi attori che lo accolgono freddamente, ma, nonostante ciò, lo provano in lettura, e ne viene fuori un personaggio inquietante. 

 (Ispirata dalla figura di Ciampa, del Berretto a sonagli)

 

 

Gennaio 2008

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

Il capocomico;

1° attore;

1^ attrice;

una ragazza.

 

 

Sul palcoscenico spoglio, vi un tavolino e alcune sedie sparse. Su una sedia vicino al tavolino vi seduto il Capocomico, che legge un copione, mentre nei pressi vi sono gli altri due, anch’essi col copione in mano. Poco dopo il Capocomico, poggia il copione sul tavolinetto, con fare sbrigativo.

 

Capoc.- Allora, mi pare che siamo pronti. Lettura di copione. Possiamo incominciare a provare. Come d’accordo, io faccio lo scrivano, tu il delegato, e lei, naturalmente, la signora.-

1° att. – Scusami, io sono pronto, lo sai; però non vedo tutta questa necessità di stravolgere l’opera originale per ottenere i significati che vuoi dargli tu…potevamo…-  

Capoc.- E no! Ricominciamo? Ti ho detto che non posso far emergere quel mio specifico taglio sui pupi, se non rivedo tutta l’opera. Fattene una ragione per favore.-

1° att.- Io la ragione me la sono già fatta. Comunque tu sei il capo, io sono quello che esegue (con una punta polemica).-

1^ att.- Per carità finiamola con le discussioni e incominciamo questa benedetta prova…io avrei altri impegni - per oggi.-

Capoc.- Sentite, mi dispiace dovervi imporre un copione che non condividete. (prende il suo copione) Ed è perciò che stiamo facendo questa prova di lettura, per convincere anche voi. Comunque, facciamo così: se vediamo che il risultato è ovvio, scontato, banale, o addirittura inutile, pupi o non pupi, lasciamo perdere la riduzione, i tagli e i diversi significati che da questa rivisitazione dorrebbero uscire, facciamo l’originale e non se ne parla più. Va bene così per tutti?-

1° att.- D’accordo-<

1^att.- Va bene.-

Capoc.- Allora iniziamo. (a una ragazza che attraversa il palcoscenico, dandole un copione) Tu, per favore, dirai le battute della serva. Non preoccuparti sono poche e di una facilità tale che mi vergogno pure a proportele. Ma mi servono. (la giovane prende il copione e cerca la parte) Grazie. Chiudete il sipario!-

 

 Il sipario si chiude, poi buio in sala. Buio sul palco. Musica adatta. Sipario che lentamente si apre. Un minuto e una luce colpirà la signora che e' di spalle al pubblico in atteggiamento di attesa. La ragazza accenna qualche passo, poi dice:

 

Serva- Signora, c'e' il signor Delegato, vuole che passi?-

Sig.- Signor Delegato, venga entri qua... Ah, finalmente!-

Del.- Fulminato signora. Proprio. Privo della vista degli occhi! Come se un fulmine mi fosse caduto, qua, davanti ai piedi! E chi poteva mai pensarlo... una denuncia, contro suo marito.-

Sig.- Va bene, va bene, dev’essere fatta, ma non e' più tempo di parole, adesso. Bisogna concertare subito quel che s'ha da fare!- 

Del.- Concertiamo, ma lei si calmi, per carità.-

Sig.- Gli voglio dare una lezione davanti a tutto il paese, una di quelle lezioni che non se la dovrà più dimenticare!- 

Del.- Si, ma...e... e le conseguenze le ha misurate?-

Sig.- Che dovrò separarmi? (il Delegato annuisce) Prontissima! Ma prima lo svergogno e poi ci separiamo! L'ha da vedere il paese chi e' questo signor cavaliere che tutti rispettano! Io le faccio la denunzia: Lei e' un pubblico ufficiale, e non può tirarsi indietro.-

Del.- Ma perchè... perchè... santo Dio. (pausa) Signora, in paese e' notorio a tutti...-

Sig.- ... che io sono gelosa? e con la scusa che io sono gelosa, lui fa sempre il comodo suo! No, no! (breve pausa) Lei pensa che  non c'è più difficoltà, avendo la chiave della stanza dello scrivano, è vero? (il Delegato annuisce) E allora?-

Del.- Beh, avendo la chiave…a meno che quella donna non mette il paletto dietro la porta…-

Sig.- E se lo facesse?-

Del.- Se lo facesse... se lo facesse...si dovrebbe pensare ad altra possibilità...che certamente troverò. Eh, signora mia non è facile fare il Delegato… ma ne ho già presi sull’ala… sapesse quanti.-

Sig.- (esultante) Ah! Bravo! bravo! Mi detti, mi detti la denunzia, subito!-

Del.- Aspetti, aspetti. Ma…allo scrivano  ci ha pensato?-

Sig.- Eccome! Figuratevi l’ho mandato a Catania con la scusa di farmi una commissione. Non tornerà prima di domani. –

Del.- No, signora, intendevo dire: Allo scrivano, come marito, ci ha pensato?-

Sig.- (come smarrita) Ma certo, s’intende, sicuro…certo, quando gli ho proposto la commissione, ha fatto qualcuno di quei ragionamenti illogici e strampalati che usa fare. Mi ha parlato di corde pazze, di pupi ed altre assurdità ancora - figuratevi mi voleva lasciare qui, da me, sua moglie, e quando ho rifiutato si accontentava di lasciarmi  la chiave di casa, dopo aver chiuso dentro sua …metà. Quell’uomo o è pazzo del tutto, o è un furbone di tre cotte, ma di quelle, di quelle…-

Del.- Io opterei per la seconda ipotesi, senza escludere la prima. (breve pausa) Signora mia, mi ascolti, in questa faccenda, non sottovaluti quello scrivano… è intelligentissimo.-

Sig.- Ma per carità signor Delegato, per carità, non lo sottovaluto certo…ma, di contro, l’ho valuto per quello che è: Un becco, ecco un gran becco! Signor Delegato. Ora la denuncia e agisca!-

Del.- Come desidera…-    

 

Sta per iniziare il buio di scena.

 

1° att.- Aspettate, aspettate (ai tecnici). Scusa Maestro, all’atto della prima lettura del copione mi resi conto che questa parte era soltanto un’introduzione al taglio del dramma che segue, come l’hai intesa tu; ma recitandola, ora qui, parola mia, mi sembra di fare l’opera originale…e gli spettatori? Come la prenderanno?-

Capoc.- Ma questa è una doverosa introduzione, anche se è lunghetta. Ed era proprio necessaria, credimi. Non potevo certo inventarmi tutto io.(B.P) Gli spettatori come la prenderanno? Penso che aspetteranno, tranquilli, la fine dello spettacolo, quindi giudicheranno.-

1^ att.- E se si alzano e se ne vanno?-

Capoc.- E’ mai successo questo infausto evento, in uno spettacolo della nostra compagnia?-

1° att.- Non è per fare il cucco, ma non si sa mai…-

Capoc.- Tocco ferro! Avanti col buio, per favore.-

 

Buio in scena, poi riprende . La voce dalle quinte, annunzia la venuta del Delegato. 

 

Serva- Signora, c'e' il signor Delegato!-

Sig.- Che passi.-

 

Entra il Delegato

 

Del.- Una cosa da nulla, signora, da nulla! Entrati dalla porta. Nessun reato in flagrante. Nessuna prova! Il cavaliere vostro marito è senza macchia. Erano si, dentro, ma costumati - e parlavano… parlavano soltanto…di affari.-

Sig.- Affari? Con la moglie dello scrivano?-

Del.- Precisamente, anzi non proprio. Ella ha dichiarato che, leggo testualmente: “Il cavaliere – cioè vostro marito- si trovava lì perché gli servivano urgentemente delle carte importanti, e non avendole trovate in ufficio, egli pensò che forse suo marito - cioè lo scrivano - se le fosse portate in casa…per precauzione. 

Saputo che il suo dipendente era andato a Catania e non potendo, per l’urgenza degli affari, aspettarne il ritorno, ha dovuto prendersi la libertà di cercarli personalmente a casa sua.” Ma, purtroppo, quella carte, nonostante una ricerca accurata, al momento della nostra irruzione, non furono ancora trovate.

Ed ecco, mia gentile signora, il motivo perché il cavaliere si trovava in casa dello scrivano - Tale dichiarazione, naturalmente, è stata riscontrata positivamente con quella rilasciata da suo marito, e messa a verbale. Tutto a verbale, signora mia, e tutto in regola.-

Sig.- Non posso crederci…-

Del.- Dovete crederci!-

Serva:- Signore è arrivato lo scrivano da Catania, faccio passare?-   

Sig.- Mio Dio! E ora che si fa? (domanda al Delegato).-

Del.- Fate passare, ma lei aspetti di là e non abbia paura, ci sono qua io!-

Sig.- Fate passare!- (esce da sinistra)

 

Entra lo scrivano, con un'aria smorta.

 

Del.- ( andandogli incontro) Che e' stato? Siete caduto?-

Scr.- Lei qui? Già, è naturale. (prima sbalordito, poi come se la cosa fosse normale) No, è solo un capogiro. Non dubiti. Sette spiriti ho, come i gatti. Ora li ripiglio.(b.p.) Ma, tanto... me ne vado subito. Ho fatto la commissione...la signora?-

Del.- La signora, e' di la' che...capirete in questo momento non può parlare con voi.-

Scr.- Parlare? E che bisogno ha più di parlare? Dopo il fatto!-

Del.- Ah, il fatto…sapete già…-

Scr.-Appena arrivato in paese: zac! informato di tutto... il fatto.-

Del.- Ma il fatto, caro amico, non e' come voi forse immaginate! V'assicuro che non avete proprio ragione di star così!-

Scr.- Me l'assicura lei?-

Del.- Ma no! gli atti, gli atti - il verbale, capite, caro voi? Lo dice il verbale!-

Scr.- E quando lo dice il verbale, il caro me...(fa un gesto come dire: corna in tasca)-

Del.- Lasciate stare quei gestacci. (breve pausa) Ma certo! Se un fatto risulta assolutamente infondato... per constatazione legale! Dovete per forza ammetterlo!-

Scr.- Non ho difficoltà! (toglie le dita a corna e riporta la mano normale, poi breve pausa) Volevo parlare con la signora. Non si può. Me ne vado.-

Del.- Ma che vorreste dire, scusate, alla signora?-

Scr.- ( con indifferenza) Volevo, volevo rivolgerle una sola domanda; e non propriamente alla signora, ma alla sua coscienza.-

Del.- Che domanda?-

Scr.- Scusi, se dico alla sua coscienza...Signor Delegato, mi cerchi!  Mi frughi, veda se sono armato.-

Del.- Sappiamo bene che siete un galantuomo, caro amico! (rafforzato)-

Scr.- Signor Delegato, qui c'e' un uomo pronto alla gogna per essere lapidato...-

Del.- Ma no... ma no.. che dite! Ma se non c'e' ragione. State tranquillo, state tranquillo!-

Scr.- Tranquillo, già... Questa sola domanda, insomma, alla signora, in presenza vostra, volete lasciarmela fare?-

Del.- Ma si, ma si! Ecco, ve la chiamo. Signora, signora!-

 

Entra da sinistra la signora

.

Scr.- Signora, ho fatto tutto (posa sul tavolo un pacchettino) E ora mi permetta una domanda; mi risponda in coscienza: Secondo lei, sapevo tutto e mi stavo zitto. E' così? Mi risponda. E' così?-

Sig.- Eh... poichè lo dite voi stesso... si, è proprio così - almeno così pensavo...-

Scr.- Ah! E allora, a uno che - poniamo - e' guercio, lei gli appende un cartellino alle spalle: -" Popolo! e' guercio!"?-

Sig.- Ma no... che c'entra!-

Scr.- Lasciamo il guercio di cui tutti si possono accorgere senza bisogno del cartellino. Lei deve provare che uno, uno solo, signora, in tutto il paese sospettasse di me quello che lei ha creduto! che uno, uno solo potesse venire a dirmi in faccia: - "Sei becco, e lo sai!"-

Del.- Ma chi ve lo poteva dire - suvvia!-

Scr.- Ma la signora potrebbe dire: Anche se non lo sapevano gli altri, era noto a voi e tanto basta! E' vero? e' vero? Non lo neghi! Io ho bisogno della sua coscienza, signora: non del verbale! Dica: e' vero?-

Sig.- E' vero, si.-

Del.- (sottovoce) Accidenti.-

Scr.- Ah, signora, signora. (con decisione) Capisco! Ora io parlo... non per me... parlo in generale...per esempio: Che può sapere lei, signora, perche' uno, tante volte, ruba; perche' uno, tante volte, ammazza; perche' uno, tante volte - poniamo, brutto, vecchio, povero – per l'amore che gli può donare una giovane e bella donna– diciamo, magari sua moglie - possa sottomettersi fino al punto di spartirsi – diciamo – il suo amore con un altro uomo - ricco, giovane, bello - specialmente se le cose, diciamo, son fatte in modo che nessuno se ne possa accorgere? - parlo in generale, badiamo! non parlo per me!

Lasciamo stare questi discorsi generici, ipotetici, e veniamo a noi! Io, signora, sapevo che lei aveva sospetti su mia moglie e su suo marito: gelosia! - chi non ne ha, quando si vuol bene? - Compatisco anche i delitti, signora; si figuri se non avrei compatito lei, per la gelosia! Ero venuto qua, ieri, apposta per farla parlare, diciamo, per farla sfogare. Se aveva un sospetto, perché non levarselo insieme a me? Non glielo volevo levare da solo! Nossignore! Perchè so che questi sospetti, più si vogliono levare, e più si raffermano!

Se lei avesse parlato seriamente, sinceramente, con me; se avessimo collaborato – trovato un accordo; oppure se ci fossimo convinti – magari con della prove - della loro colpevolezza, io me se sarei tornato a casa e avrei detto a mia moglie: "Pst! Fagotto e via!" - Oggi mi sarei presentato al signor cavaliere: -" signor cavaliere, bacio le mani: ma non posso star più con lei!" - "Ma perche'?" “ Perche' non posso star più con lei: ho altri affari."

Così si fa, signora mia! (pausa) Glielo gridai finanche:- "Parli, parli!" - E lei non volle dir niente! Volle gettarmi a terra, assassinarmi... E che vuole che faccia io ora?  Mi dica lei che cosa debbo fare!

Tenermi questo sfregio? Comprarmi una testiera con due bei pennacchi, per far comparsa in paese? e tutti i ragazzini dietro, in baldoria, a gridarmi:- " Be' Be' Beee'?- e io, pacifico e sorridente, a ringraziare a destra e a sinistra?-

Del.- Ma perche'? dove? che sfregio! che testiera! che ragazzini! Se non c'e' stato niente! 

assolutamente niente!-

Scr.- Perche' lo dice il verbale, e' vero? Ma chi vuole che creda a codesto suo verbale dopo tanto scandalo? Guardie, Delegato, sorpresa in casa, arresto ...-

Del.- Sta bene! Ma con risultato negativo! Poi l’arresto e' stato conseguenza delle intemperanze del signor cavaliere, il quale indignato...-

Scr.-Signor Delegato, son macchie d'olio, che non si levano, queste!  Diranno:-" Si tratta d'un pezzo grosso!  Hanno accomodato la cosa!" E come resto io? Ma signora, come non penso' a me- lei? O che non ero niente, io? Lei ha scherzato; s'e' passato questo piacere; ha fatto ridere tutto il paese; domani rifarà pace con suo marito...e io? " Non e' stato nulla, la signora ha scherzato!". Signor Delegato, qua, mi tasti il polso!-

Del.- Come? perche'?-

Scr.- Mi tasti il polso. Dica se ci avverte un battito di più. Io dico qua, con la massima calma, testimonio lei, che questa sera stessa, o domani, appena mia moglie ritorna a casa, io con l'accetta le spacco la testa! E non ammazzo soltanto lei, perche' forse farei un piacere, cosi', alla signora! ammazzo anche lui, il signor cavaliere - per forza, per forza!-

Sig.- Che fa? Dio mio!-

Del.- Che e'? Chi ammazzate voi?-

Scr.- Tutti e due! Per forza! Non posso farne a meno! Non l'ho voluto io!-

Del.- Voi non ammazzate nessuno. Ci sono qua io!-

Scr.- Oggi...-

Del.- ... e domani!-

Scr.- Ma doman l'altro li ammazzo!-

Del.- Ammazzare? Per una pazzia, per una pazzia! Per una pazzia, ve lo conferma la stessa signora (quasi imbeccandola) vero? per una pazzia!-

Sig.- Non ammazzerete nessuno! Ebbene, si! Una pazzia! si, certo, una pazzia!-

 

Entra la serva che aveva sbirciato.

 

Serva- Ma è una pazzia! Solo una pazzia di donna gelosa.-

Del.- Proprio così: una pazzia!- 

Scr.- (mentre gli altri gridano " una pazzia", viene fulminato da un'idea.) Oh Dio, oh Dio! Che bellezza! oh che bellezza! Signori, pacificamente! Oh, che bellezza! Sissignori...sissignori...Si può aggiustare tutto... pacificamente...Ah che respiro! Mi metterei a ballare... a saltare,, per il gran peso che mi son levato dal petto! Le mie mani... le mie mani pulite, possono restare pulite, e me le bacio! me le bacio! - Lei, signora, vada a prepararsi…Subito, subito...dovrà partire! (alla serva) e tu prendi i bagagli!-

Sig.- Dovrei partire? E dove dovrei andare? Ma insomma, vi ha dato di volta il cervello?-

Scr.- A me? Nossignora! Ha dato di volta a lei il cervello, signora mia! Scusi l'ha riconosciuto il Delegato, lei stessa, persino la serva, lo riconosciamo tutti: una pazzia, e dunque lei e' pazza! Pazza, quindi parte, e se ne va al manicomio! E' semplicissimo!- 

Sig.- Al manicomio? io? io? al manicomio?-

Scr.- Lasciamo il manicomio! In una casa di salute signora. Tre mesi. Villeggiatura!-

Sig.- (indignata) Ma ci andrete voi al manicomio! voi!-

Scr.- Non comprendete che questo e' l'unico rimedio? Per lei stessa! Per il signor cavaliere! Per tutti! Non capisce? Si dice:- E' pazza! - e non se ne parla più! - Si spiega tutto! Pazza, pazza, da chiudere e da legare! E' solo cosi' che io non ho più niente da vendicare! Mi disarma. Dico:" E' pazza! Posso farmene d'una pazza?" - E basta cosi'! Via. via , sbrighiamoci, che meglio di cosi' non si potrebbe

fare! Ma deve partire assolutamente questa sera stessa! (alla serva) I bagagli!-

Del.- Si, nella sua inverosimiglianza, si, mi sembra giusto... per chiudere l’incidente…certo non per lui.-

Sig.- Ma chi io? Io al manicomio? al manicomio! (alla serva) E tu stai ferma!-

Del.- Ve l’ho detto, per chiudere l’incidente e…per evitare un delitto…un rimedio, solo un rimedio signora.-

Sig.- Ma che dite? Volete davvero che passi per pazza davanti tutto il paese? (gesto di rassegnazione del Delegato, ma con un’occhiataccia allo scrivano)-

Scr.- Ma davanti tutto il paese, lei, signora, non ha bollato con un marchio d'infamia tre persone? Uno d'adultero; l'altra di sgualdrina; e me di becco? E se ci scappa pure l’assassinio? E io sono determinato! E lei, quindi, vorrebbe sostenere soltanto d'aver commesso una pazzia? Non basta, signora! Non ba-sta. Deve dimostrarlo d'esser pazza. Pazza davvero - da chiudere! (alla serva) I bagagli!-

Sig.- Ferma tu! (allo scrivano) Pazzo da chiudere sarete voi!-

Scr.- Nossignora, lei! Per il suo bene! (pausa) Volti pagina, signora! Se lei volta pagina, vi legge che non c'e' più pazzo al mondo di chi crede d'aver ragione! - Via, vada, vada! si prenda questo piacere di fare per tre mesi la pazza per davvero! Le par cosa da nulla? Fare il pazzo! Potessi farlo io, come mi piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua, per davvero, tutta la corda pazza, cacciarmi fino alle

orecchie il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità.

L‘uomo, signora, potrebbe vivere, non cento, ma duecent'anni! Sono i bocconi amari, le ingiustizie, le infamie, le prepotenze, che ci tocca d'ingozzare, che ci infracidano lo stomaco! il non poter sfogare, signora! Il doversi assoggettare alle convenzioni, ai riti, alla gerarchia, e inghiottire senza protestare, senza ribellarsi, senza, alle volte poter alzare la testa dal giogo. E tacere! Ma se si potesse aprire la valvola della pazzia! Che grande gioia! E lei è fortunata, lei può aprirla: ringrazi Dio, signora! Sarà la sua salute, per gli altri cento anni!- Su, su! Cominci, cominci a gridare!-

Sig.- Comincio a gridare?-

Scr.- Si, ecco! Qua! Forza! in faccia al Delegato! Forza! In faccia a me! In faccia a tutti! E si persuada, signora, che solamente da pazza lei poteva pigliarsi il piacere di gridarmi in faccia: "Beee'"-

Sig.- E allora, si: " Beee'"... ve lo grido in faccia, si :"Beeee'"! Beeee!-

Del.- Ma signora...-

Sig.- ( con grida furibonde) No! Sono pazza? E debbo gridarglielo: " Beeee'..Beeee'....Beeee'!"

Scr.- Ecco la prova: E' pazza! Oh che bellezza! – Bisogna chiuderla! bisogna chiuderla! ( balla per la contentezza, intanto, s'e' possibile, entreranno in scena della comparse che in atteggiamenti vari, prenderanno atto della pazzia di Beatrice) E' pazza! E' pazza! ...Se la portano al manicomio!

E' pazza!-

Sig.- Beeee! Beeee! Beee. ( in faccia a tutti i presenti, alle quinte e poi al pubblico )-

Esce di scena urlando, sorretta dalla serva. Il Delegato la segue.

Lo scrivano si siederà su una sedia, di spalle al pubblico. Poi, con gesti misurati, si prenderà la testa fra le mani ( la regia dovrà esaminare se nel frattempo, si potrà portare una maschera da pupo sul viso), quindi, lentamente, la chinerà fino a toccarsi il petto col mento, tenendo le braccia, quasi senza vita, lungo il corpo.  Si udrà sghignazzare lievemente, infine si alzerà, si aggirerà in scena con movimenti rigidi di pupo.

Entra il Delegato

Del.- Beh, allora, siete soddisfatto?-

Scr.- Soddisfatto? Io?-

Del.- Voi, certamente. (detto quasi con disprezzo)-

Scr.- Ma signore Delegato…io…io…perché dovrei…dovrei essere soddisfatto? No! per carità, signor Delegato, per carità, perché soddisfatto, come l’intendete voi… no, no, ma quale. Tutto il trambusto, tante persona coinvolte, anche la forza pubblica. No, certamente no! Poi, carità cristiana impone! No, nossignore...-

Del.- E allora perché quella messa in scena?-

Sce.- Come perché? signore Delegato, e di quale messa in scena parla! Verità dei fatti, altrochè! Ma mi dica se sbaglio: le cose non stavano veramente così? Cioè: la gelosia, l’irruzione a casa mia, il verbale, il possibile delitto, la pazzia? quindi, di che messa in scena parla? semmai, io direi, è stato compiuto un atto dovuto: è stato messo tutto al proprio posto, come si doveva. Casella per casella, fatto per fatto, sillaba per sillaba?-

Del.- Sentite, voi potete parlare con tutti gli altri in questo modo, con codesta vostra contorta filosofia, finchè volete. Ma non con me! Con me che so tutto – tutto!-

Scr – Ma signor delegato…e il verbale? ancora non la seguo…non capisco proprio…-

Del.- Voi capite bene, anzi sapete che vi dico? Capite benissimo! E sapevate benissimo.-

Scr.- Sapevo? Cosa?-

Del- Andiamo! Non fate il “Nofrio in Palermo”, cioè colui che cade dalle nuvole. Offendete la mia intelligenza se continuate a far finta di non capire, come fingevate di non sapere. Voi, voi! sapevate benissimo della relazione di vostra moglie col vostro principale, e avete taciuto! Avete taciuto perché vi conveniva, per i vostri affari che non voglio sapere- anche se per interposta persona, nella metafora, le avete già detto- ma non potevate accettare, sopportare, fare sapere, dimostrare al pubblico che eravate cornuto e contento. Certo essere un semplice cornuto, in questo paese è già una gran disgrazia, ma che si può lavare, col sangue…o con la pazzia. Ma cornuto e contento no! e quando mai! non si poteva, assolutamente! Sarebbe stato insanabile! Quindi i fatti come realmente stavano, per essere accettabili, dovevano restare nascosti - per voi… o meglio, per voi e per il vostro pupo - come molto bene sapete  argomentare in proposito. E proprio quel pupo, che con gli anni vi siete costruito - per la miseria - doveva restare integro, onorato, riguardato.

Accidenti a voi, siete un ipocrita malvagio, un bell’egoista e un grande attore nato! Avete saputo recitare la parte dell’uomo offeso, dell’innocente esposto alla gogna, della vittima. E, perbacco!, c’è stato un momento in cui, io stesso, che pur sapevo, davanti alla vostra grande prova recitativa, ne stavo dubitando. Ma bravo! Bravissimo! (pausa) Ed in questa triste storia, per tutti i fatti avvenuti, voi avete pensato solo a voi stesso! A pararvi il vostro sedere! Anzi le vostra corna! Perchè delle vostre corna si sta parlando-se ancora non l’avete inteso. Ma, da quell’egoista quale vi siete dimostrato, a vostra moglie, al cavaliere e alla sua signora non ci avete pensato mai. (b.p.)  No, a voi interessava solo la vostra persona, o meglio, ripeto, il vostro stramaledetto pupo. E avete orchestrato tutta questa manovra aggirante per salvare quel vostro integerrimo pupo, infischiandovene degli altri...delle crudeli conseguenze in cui si andava incontro…-

 

Lo scrivano, intanto che il Delegato dice la sua battuta, fa la controscena, come uno che riflette).

 

Sce.- (interrompendolo) Un momento, un momento, per favore. Mi dica, signor Delegato, lei sapeva tutto, vero? (gesto affermativo col capo da parte del Delegato) Bene, e allora? il suo verbale?-

Del.- Il verbale è veritiero! Non si scherza con  la legge! Nei fatti non c’era vera flagranza! e questo si doveva verbalizzare…eppoi, (breve pausa) eppoi, sissignore! quello poteva anche essere una fortunata e opportuna scappatoia, per salvare il salvabile, senza tragedie! Ma a voi e al vostro pupo, ciò non bastava.-

Sce.- Ah, allora, secondo lei, col verbale, io dovevo fare :”aaammu, ammucca mummu!, cioè il credulone. Vero?-

Del.- Voi non avevate da inghiottire nulla, perché avevate, da tempo, già inghiottito –tutto- e anche digerito; nè c’era da fare lo sciocco credulone, perché non era necessario. Ma, di contro, per un mio preciso dovere deontologico di pubblico ufficiale, non dovevate nemmeno diventare il capro espiatorio di tutta questa triste faccenda! Era solo sufficiente capire il messaggio che vi avevo lanciato, a tutti quanti. A voi per far troncare la tresca, immediatamente; al cavaliere, perchè doveva mettere la testa a posto; e per la signora, perchè se ne stesse calma e tranquilla. Tutto a fin di bene! Ma voi no! No! Voi avete fatto il martire… e il quarant’otto per la difesa del vostro …”onore”.-

Scr.- E, mi dica, dopo tutti questi vostri buoni intendimenti, io cosa avrei dovuto fare? restarmene a guardare, magari con in capo la famosa birritta cche ciancianeddi?-

Del.- Macchè, ma quale birritta! A voi non sarebbe mancato il modo d’uscirne…con la vostra acuta intelligenza…-

Sce.- …e come, ad esempio?-

Del – Ad esempio…ad esempio potevate sempre dire… che so io…ecco: che, d’accordo con la signora, eravate a conoscenza della nostra irruzione, affinché con una azione legale, fossero fugate quelle certe voci, insistenti, di una probabile relazione tra il vostro principale e vostra moglie…-

Scr.-  In effetti, un certo accordo con la signora, io lo cercai invano (pausa) Ma…ma…sa, se avessi posto in essere questa sua brillante idea( ironicamente)…il mio principale mi avrebbe detto: march! Sei licenziato! E perdevo l’impiego e…forse anche la moglie…-

Del.- …ma non l’avete affermato, pocanzi, voi stesso che vi sareste licenziato? E che a vostra moglie…-

Sce.- Eh, lei prende tutto alla lettera…-

Del.- …cosa volete, sono un uomo d’onore…io! Voi, invece…siete malvagio e, nella circostanza, vi siete pure divertito a girare il coltello nella ferita… e avete quasi fatta veramente impazzire, quella donna, con la vostra logica contorta! Costringendola ad esporsi, ad umiliarsi, a rischiare - lei veramente - il suo matrimonio, e mandandola in manicomio - come una pazza. E tutto questo quella signora (sottolineato), l’ha accettato, probabilmente, per il timore di un assassinio! O due! E,  purtroppo, a quel punto, anch’io, per evitare il peggio, sono stato costretto a spalleggiarvi. (lo scrivano cerca di protestare).

Mavvia, state zitto, non tentate neppure di protestare! Voi siete il vero pazzo! Voi siete da ricoverare, perché rappresentate un pericolo per questa società di semplicioni ! Voi, per loro, siete pericoloso – assai…assai- e con la vostra diabolica filosofia, li turbate: e anche nell’evidenza, sapreste convincerli del netto contrario. E questi fatti recenti sono l’esempio di come riuscite a cambiare le carte in tavola, mutandovi da cornuto e contento a vittima! ( lo scrivano tentenna il capo in disaccordo) Va bene, è forse retorica la mia. Forse! 

Ma ora, anche se vi sentite vincitore, io vi sbatto in viso, crudelmente, la verità: Siete un pupo! E non come l’intendete voi, ma come l’intendo io: un burattino!-

Scr.- Tutto ora colato sono le sue parole, signor delegato. Oro colato! Lei è un osservatore e ha giudicato. Bene o male, ma ha giudicato. In fondo è il suo mestiere.(pausa) Una sola cosa le è sfuggita, però, e non per colpa sua, ma perché essa è nascosta in me, dentro l’anima, che mi rode e mi fa arido.(pausa) Veda, glielo confesso candidamente, come se facessi una catarsi: Mi ha chiamato pupo, o burattino? giusto? E, anche in questo, nella sua foga, c’è andato vicino – e non si è sbagliato. Orbene, adesso ho la certezza che il mio pupo (sofferto) il mio pupo! si è identificato in me stesso, facendone una sola cosa. Capisce? In me stesso. Mutandomi un burattino! E del mio io, c’è rimasto solamente un sottile barlume di coscienza, che mi dovrebbe far vergognare d’essere cornuto e contento, farmi vergognare dell’inganno verso la società, farmi vergognare e affliggermi per la sorte di mia moglie, della signora. Ma questo pupo (si batte il petto), purtroppo, m’ha offuscato anche la mente (di batte il capo), e ora, dopo i fatti, mi sta scacciando dal mio stesso corpo, per farmi rimanere come lui mi vuole: pupo. Solo pupo, come dice lei, signor delegato. Solo pupo! 

Del.- Mi fate compassione, ma mi mettete anche paura: che non siate voi il vero pazzo?-

Scr.- Tutto è possibile! Tutto! Non ho difficoltà ad ammetterlo! Il manicomio? pure…

Ma, signor Delegato, veda - e cerchi di capirmi anche se non mi vuol giustificare – veda, in generale, i nostri problemi, i nostri guai, le nostre, diciamo pure, angosce…sono duri da sopportare, specie per i deboli: la realtà è questa! …e si diventa anche vili, e ipocriti, come lei ha detto - di me! E quei problemi … ma si, che siano gli altri a risolverli per noi, e a farsene carico. Cosicché, per difenderci, ci sommergiamo, ci occultiamo, lasciando fare…a Dio o agli uomini; e ci accontentiamo delle sole briciole. Briciole d’amore, anche… (quasi sussurrato)  (breve pausa, poi come se avesse trovato la verità pura).

Signor Delegato, abbi pazienza, è per capirci: non tutti hanno la fortuna di nascere cavaliere, bello, ricco, attraente, amato…non tutti. E, per la disperazione, allora ecco che il pupo, da noi fabbricato nel tempo, ci supplisce. Ma poi, cogli anni, quel maledetto pupo cresce, e ci soffoca. E, purtroppo, alcuni, di questi pupi diventano più infidi e più pericolosi, perché più intelligenti - come dice lei, di me. (piano, come a se stesso) Ed è capitato questo proprio a me - col mio pupo…il pupo…o burattino, come dice lei. (risatina amara, poi, aggirandosi per il palcoscenico) ah,ah,ah, già, pupo o burattino, ma eterni maschere della razza umana. Ah,ah,ah. (risata in crescendo) Pupi, mio Dio!(quasi tra se) si! E chi non ce l’ha il suo? (girando attorno a se) Ah, ah,ah,ah. (quasi soffocato dalla risata) Sissignore, tutti pupi siamo, signor Delegato, tutti pupi, ma chi come me, è anche burattino! Burattini e pupi, presenti o supplenti! (puntando il dito verso il Delegato)Ah,ah,ah.(asciugandosi gli occhi, poi girandosi verso il pubblico)  burattini… o - pupi (quasi soffiato) e sempre in scena! -  
          

Calano le luci per riprendere subito.

 

Capoc.- Allora? Che ne dite?-

1° att.-  Lasciamo perdere…-

1^ att.-  …lasciamo perdere…-

Ragazza- …lasciamo perdere…-

Capoc.- … pure tu? e allora…(allarga le braccia) lasciamo perdere!-

 

Escono di scena secondo l’ordine delle ultime tre battute, poi si fa buio, quindi

 

Sipario

 

 

 

                                               ""    I  L     S  O  G  N  O    ""

 

             

 

                                                OPERA IN DUE PARTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

          Catania, luglio 1983.

 

Personaggi:

 

          L'uomo....................attore teatrale;

          La Vita...................accompagnatrice;

          La Morte..................accompagnatrice;

          La Guida..................accompagnatore;

          Alessandro Magno..........personaggio dell'aldila`

          Giulio Cesare.............     "          "

          Giuda d'Iscariot..........     "          "

          Nicolo` Macchiavelli......     "          "

          Dag ( Ambasc. di pace )...     "          "

          Martin Luther King........     "          "

          Triste (Dalla Chiesa).....     "          "

          Emanuela (che non parla)..     "          "

          Domenica Fulcon (afflitta)     "          "

          Michele Spalla (soldato)..     "          "

          Tako Saguni (vitt. Hirosh.)    "          "

          Giovinetta (vitt. gioia)..     "          "

          Pensiero ( vitt. bravata)      "          "

          Francesco d'Assisi........     "          "

          Uomo vestito di bianco.... che non mostra il Viso.

 

 

 

 

 

 

                                                              Parte prima

 

 

 

 

Sul palco sara` approntata una scenografia, a semicerchio, tale da permettere agli attori di poter entrare e uscire di scena da tutte le sue varie parti. La predetta scenografia dovra` dare la sensazione di essere eterea, quasi incorporea, irreale e suggestiva. Le luci dovranno essere curate al massimo perche` attraverso questi, la scenografia anzidetta e la musica, che sara` scelta opportunamente, si dovra` dare al pubblico, la impressione quasi tangibile del viaggio che l'uomo fara` nell'aldila`. Quanto detto innanzi e` della massima importanza.

Inizio spettacolo

A sipario aperto, con una musica adatta, si fa buio sulla scena.  Pochi secondi per consentire all'Attore di portare una sedia quasi verso il boccascena e sedervisi, a cavalcioni, poggiando la testa sulle sue braccia, che avra` messo sulla spalliera di detta sedia.  Dorme. Quindi le luci, pian piano riprendono e la musica si fa piu` viva. Il tutto dura due minuti, fino al risveglio dell'uomo, che avviene lentamente. Egli si strofina gli occhi e si stira, quindi si guarda attorno come se cercasse qualcuno. 

Uomo.-Ho dormito. Certamente ho dormito, ed ho anche sognato. Ma che strano sogno ho fatto. ( si alza, si sgranchisce la gambe e s'avvede del pubblico in sala.)  Oh, scusate, scusate signori... E` sbalorditivo! Mi  sono addormentato in scena! (pausa) Ma com'e` accaduto? Forse la stanchezza m'ha vinto. ( breve pausa) Gia`, la stanchezza. Ma io non ero affatto  stanco. Anzi ero riposato. Che strano pero`. (pausa) Allora perche` ho dormito, perche` ho sognato? Dovevo, dovevo entrare in scena per recitarvi il quinto canto della Divina Commedia, Paolo e Francesca,  quando, nell'attesa, vedendo quella sedia, ho sentito impellente il bisogno di sedermici. E sedendomi, di  appoggiare il capo sulla spalliera, e appoggiando il capo, di chiudere gli occhi. (breve pausa) Sentivo una  rilassante musica, le membra mi si sono intorpidite.  Languidamente il sonno e` arrivato lento, maestoso,  sicuro. ( b.p.) Poi ho sognato. Certamente devo aver  sognato. Ero...Ero in cima ad un dirupo, quando la  terra cedette sotto i miei piedi e caddi giu`, in un  precipizio. ( musica e luci per simulare l'effetto  caduta) Cadevo velocemente, come un corpo morto.  L'aria gelida mi tagliava il viso. Tutto girava  vorticosamente attorno a me. E nessun pensiero mi  pensava.  Discendevo solcando un'atmosfera densa, fredda e

sempre piu` buia. Quanto duro` la caduta? un'ora? un giorno? un anno? chissa`. Quando termino` mi trovai avvolto nel buio piu`  profondo, respirando aria di cantina. Restai immobile per un'eternita`, attendendo, invano  un segno al di fuori di me.(pausa) Nulla. Nessuno.  Pensai di chiedere aiuto, ma a chi? Tentai allora di fare qualche passo e ci riuscii. Ma dove vado- mi dissi- ci vorrebbe un po' di luce. Mi frugai e trovai  in tasca dei fiammiferi. Perche` frugai? e perche` trovai i fiammiferi, io che abitualmente non ne porto  mai? (b.p.) Ne accesi uno e la luce sprizzo` viva. Quando i miei occhi si abituarono, vidi una fila di simili ad uomini che procedeva lentamente.( musica  adatta, intanto si avvicina verso la destra del palco, dove sfilano le figure) Mi avvicinai esitante, e dalla  fila si stacco` una figura che avanzo` verso di me.  Tremai tutto e gli gridai: Chi sei?-

Guid.- Sta a me domandare chi sei!-

Uomo.-Sono io e non so cosa faccio, ne` dove mi trovo.-

Guid.-Sei nell'Aldila`, dovresti saperlo se sei defunto.-

Uomo.-Non so neppure questo. Ma tu chi sei?-

Guid.-Sono la Guida, accompagno costoro verso la loro meta. Chiamami cosi` anche tu, se sei defunto..-

Uomo.-Guida, io non so`..-

Guid.-Allora, se non sai, non sei morto. Dammi la tua mano sinistra e lasciami guardare.-

Uomo.-(esitante) Tieni la mia..mano.-

Guid.-(prendendola, guardandola e subito rilasciandola) Ecco, e` come pensavo. Sei vivente e sei destinato alla conoscenza. Al tuo ritorno nel mondo, chissa`, forse, potresti essere famoso o pazzo! Tu puoi scegliere:  procedi o torni indietro?-

Uomo.-( esitante, poi risoluto) Io.. io.. procedo!-

Guid.-Ecco allora chi ti accompagnera` fin dov'e` scritto.-

Dal buio avanzano due figure di donna, una vestita tutta di bianco: e` la Vita`, l'altra vestita di Nero: e` la Morte. 

Vita.-Benvenuto, ti stavamo aspettando. Io sono la Vita..-

Mort.-... Io la Morte.-

Vita.-Ti saremo compagne per buona parte del tuo viaggio. Non dovrai avere piu` paura. Parlerai con chiunque, ti bastera` accendere uno dei tuoi fiammiferi. Domanderai  cio` che vorrai, ma non sempre otterrai risposta.-

Mort.-Vedrai e ricorderai, vedrai e dimenticherai...-

Vita.-Hai sempre la facolta` di interrompere il viaggio e di  ritornare indietro. Se sei pronto andiamo.-

Uomo.-Sono pronto.-

Mort.-Seguici allora.-

I tre cammineranno per tutta la lunghezza del palco, lentamente. L'uomo guardera` attentamente, visibilmente incuriosito. Poi si ricordera` che se voleva vedere qualcuno avrebbe dovuto accendere un fiammifero, quindi lo accendera`. Subito un simile ad uomo uscira` dalle quinte e, reggendo un

cappio, gli passera` accanto: E` vecchio e malandato) 

Uomo.-Uomo che reggi il cappio, chi sei?-

Giud.-Sono il numero settevoltesettanta.-(passa oltre)

Uomo.-(guardando sorpreso le accompagnatrici) Donne, e adesso che faccio?-

Vita.-D'ora in poi dirai: Chi fosti in vita? E` la chiave.-

Uomo.-Dimmi, chi fosti in vita?-

Giud.-(bloccandosi e girandosi lentamente, mentre alza il capo e soppesa il cappio): Fui Giuda d'Iscariot, per il tuo disprezzo.-

Uomo.-Giuda? Ti pensavo diverso. Piu` giovane, piu` forte. Perche` mi sono sbagliato?-

Giud.-Non ti sei sbagliato. Ero giovane, intelligente, colto. Amavo la vita, la mia gente, il mio paese. (b.p.) Ma commisi il grande errore. Uno sbaglio che in poche ore mi ridusse cosi`, come vedi: Vecchio, cadente, malandato...-

Uomo.-Ti riferisci a..quell'errore?-

Giud.-E a quale, senno`?-

Uomo.-Perche` sbagliasti?-

Giud.-Sapevo di sbagliare? No, proprio no. Ero certo di cio` che facevo. Il dubbio non mi aveva mai sfiorato.-

Uomo.-Qual'era il tuo pensiero?-

Giud.-Sapevo chi era, ma non ero pronto per le sue parole. Nossignore, non ero pronto. La sua dottrina la capivo, ma non la interiorizzavo.Ero superficiale forse? Certamente si. Perche` non  compresi, soprattutto, la carita`. Non ne afferrai l'essenza.(b.p )  Dissi: No, questo e` vaneggiare. Cio` che dice va bene, ma la carita` e` inattuabile. Perche` non fare, dunque, qualcosa di concreto? Ad esempio? Ad esempio: Fai un  prodigio, un grande prodigio, prostrali, abbatti la loro incredulita` e faranno poi cio` che tu vorrai. (pausa)  Stolto che fui. Ero col giusto e scelsi l'errore. L'insopportabile  errore che neppure questo cappio riesce ad ammansire, ( nostra il cappio) nel rimorso dei tempi passati, fino

a quelli a venire.- ( si rigira, abbassa il capo, ed esce da sinistra).

Uomo.-Tragica sorte la tua, Giuda.(poi rivolto alla vita) Dimmi, tu duri pochi attimi tra i viventi, a paragone dell'eternita`, perche`, dunque, un cattivo momento dura poi per sempre?-

Vita.-Le figure che vedi hanno liberta` d'azione?-

Uomo.-Credo di..no.-

Vita.-E` cosi`. Vanno verso la meta inesorabilmente o ardentemente attirati...-

Mort.-Essi ora sono morti...-

Vita.-Ma io li ho portati nel mondo dei vivi e li`, attraverso gli illuminati, hanno potuto capire il senso

della loro vita. ( mentre parlano, cammineranno nel  palco da destra verso sinistra e viceversa. La regia

      potra` trovare la soluzione, per far sembrare il loro  procedere reale, ricorrendo anche a passi particolari che permettano, ai tre, di girarsi con semplicita`,  mantenendo sempre la posizione iniziale: cioe` l'uomo al centro e le donne sempre agli stessi lati.) Il tempo trascorreva, i cicli si alternavano, i

      messaggi si sovrapponevano, le dottrine nascevano, la  verita` si faceva strada. Essi potevano scegliere, liberamente. E hanno scelto. Alcuni consapevolmente, altri no. Coloro che hanno

      fatto buona scelta, si trovano, adesso, piu` vicini alla meta; gli altri o si sono rassegnati, oppure non

      sanno.-

Mort.-Il tormento del rimorso, o meglio, il rammarico, e`  prerogativa degli alti spiriti, i quali, per errore di valutazione o altro, si sono persi l'attimo fuggente.-

Uomo.-Allora, se ho ben capito, quell'attimo di umanita`, se  e` vissuto bene, ci favorisce solo mentre tendiamo all'ultima meta?-

Vita.-Pressappoco.-

Intanto che c'e` il sopraddetto dialogo, le luci caleranno lentamente. L'uomo, alla fine, prende un altro fiammifero e lo accende. Ed ecco che entra in scena un uomo che regge un libro. Sia costui, che il precedente, che i successivi simili ad uomini, indosseranno una lunga veste rossa, con calzettoni

bianchi. 

Uomo.-E tu chi fosti in vita?-

Mach.-Perche` dovrei risponderti? Chi sei tu che per pormi  domande?-

Mort.-Uomo che fosti, non ti curare chi lui sia, ma riconosci me. Me che a causa del tuo libro, piu` volte fui chiamata all'intervento.-

Mach.-Sei la Morte, ti riconosco. Ma perche` accusi la mia  opera? Essa e` innocente, gli uomini sono colpevoli! ( rivolto all'uomo) Rispondo alla tua domanda uomo  vivo. Fui Nicolo` Machiavelli, fiorentino, politico e  ruffiano.-

Uomo.-Perche` ruffiano?-

Mach.-Perche` solo questa volgare parola, puo` esprimere tutti il disprezzo degli uomini per gli individui come  me. (b.p.) Perche` per cortigianeria avrei tradito il popolo. Qualcuno dice che l'avrei venduto. ( con rabbia) Ma come si puo` vendere a qualcuno, qualcosa che gia` possiede?  Il popolo apparteneva al potere, io ho solo teorizzato la legittimita` di quell'appartenenza. Certo, avevo la necessita` d'ingraziarmi il potente. Certo, avevo troppi bisogni. Certo, mi lasciai sfuggire  la grande opportunita` d'essere il fautore del  risveglio e del riscatto del popolo.  E qui sta il mio rammarico.

      Un altro uomo, piu` coraggioso di me, l'ha rivelato al mondo. L'umanita` ha visto, finalmente, l'altra faccia della medaglia.  Quell'uomo e` piu` aventi di me, anche se si macera per  la sua incredulita`.-( mentre calano le luci, Machiavelli esce da sinistra. )

Uomo.-( alla Morte) Hai detto che il rimpianto e` solo per  gli alti spiriti, perche` solo per loro la tortura?-

Mort.-Potevano e non fecero; capirono e non agirono;  accettarono e non discussero...-

Vita.-Essi furono dotati di alti mezzi per illuminare gli altri, ma da guide si tramutarono il lupi.

      L'alto ingegno ancora posseggono e sono in grado di valutare l'errore, da qui il rimpianto.

      Chi piu` ha avuto, di piu` deve dare, non ti ricordano nulla queste parole?-

Uomo.-Non sono nuove per le mie orecchie, ma sono nuove per il mio spirito.  Mie accompagnatrici, fin'ora ho incontrato solo uomini famosi. Gradirei ascoltare anche qualcuno che ha  vissuto una vita incolore, anonima.-

Mort.-Accendi, ecco una donna afflitta. Ella ha vissuto come tu dici, ma per lei non e` stata

      vita incolore. La sofferenza le era sempre vicina.-

L'uomo accende il fiammifero, e entra in scena una donna di circa trent'anni, che si comprime l'addome. 

Uomo.-Donna afflitta, chi fosti in vita?-

Dome.-Fui una donna qualsiasi, Domenica Fulcon mi chiamavo, fui sposa e mancata madre.-

Uomo.-Spiegami, ti prego.-

Dome.-Andai sposa ad un uomo buono ma povero. Il pane era quasi sempre assente dal nostro desco; la miseriasempre presente. (pausa) Il sopruso del malandrino, la prevaricazione del forte  l'ingiustizia del potente, il tradimento dell'amico, prostrarono il mio uomo. (breve pausa) La gravidanza ci sorprese. Lottammo per far posto al nascituro. Ma furono fatiche vane. (pausa) Poi venne la decisione: Egli non verra`! Non venne! Abortii lui e la mia vita. ( b.p.) Quando giunsero giorni migliori, non venne piu` il

      concepimento. (b.p.) Fui sterile per il resto della mia breve esistenza.-

Uomo.-Perche` stringi l'addome?-

Dome.-Per calmare il bruciore delle mie visceri tradite da me stessa; per provocare altro bruciore che mi ricordi il tradimento; per la speranza vana d'attendere un  atteso.-

Uomo.-Donna fosti pressata da eventi piu` forti di te. Nonfosti sufficientemente protetta, che grave

      responsabilita` puoi avere per il tuo gesto? Che grave colpa ci fu in te?-

Dome.-L'ho avuta perche` non ebbi fede. (b.p.) Vennero, infatti, giorni migliori. Qualcosa cambio`, il

      lavoro fu piu` facile da trovare. La filanda non fu piu` la tomba delle operaie. La gente si organizzo`, si  ottenne qualche diritto. Il mio bimbo avrebbe visto...-

Uomo.-E se le cose fossero andate diversamente?-

Dome.-Lo ammetto, poteva essere anche cosi`. Ma chi mi aveva  costituito giudice di vita? Che diritto avevo di  decidere il fututo di un'altra esistenza? Chi mi assicurava che la mia decisione fosse quella giusta? La vita, poteva essere buona col nascituro. (b.p.)  Infine non ho soppresso mio figlio?! ( pausa)

      Dimmi, se sai, quale altro delitto puo` essere piu` infame del mio?  Dunque lasciami nella mia afflizione e volgiti verso  altre mete.-

Domenica Fulcon esce, lentamente dall'altra parte della scena. Quindi l'Uomo parla rivolto verso il pubblico. 

Uomo.-Mi allontano da te donna, come lo sconfitto dal suo vincitore. Il silenzio. Solo il silenzio di questo mondo potrebbe colmare la amarezza del tuo cuore. (b.p.) Ma io vorrei chiedere ( piccola indecisione, poi la foga) vorrei chiedere: Misericordia per Domenica Fulcon Misericordia! Misericordia perche` condannata da se stessa. Misericordia perche` fu vinta. ( pausa) A voi, simili ad uomini, vorrei gridare tutto il mio dolore, la rabbia d'impotenza, la collera che mi sale al capo, perche` tra di voi c'e` il ricco, il malandrino, il prevaricatore, l'ingiusto, il traditore che fecero di quella donna la parodia di se stessa. La larva, l'afflitta, la condannata.-

Riprendono il cammino con l'uomo visibilmente scosso. Poi, calmatosi, riaccende un fiammifero e, quindi, entra un altro uomo. E` pieno di rughe in viso.

Uomo.-Uomo pieno di rughe, chi fosti in vita?-

Ales.-Fui Alessandro, colui che voi chiamate il Grande.-

Uomo.-Alessandro Magno? Ma moristi giovane, perche` quelle rughe sul tuo viso, allora?-

Ales.-Giovane fui, ma vecchio gia` ero. Bruciai la mia vita. In poco tempo feci velocemente il mio vissuto.  Io lo volli! Fui vecchio ancor giovane. Morivo nascendo. In viso lo  porto scolpito.-

Uomo.-Tu lo volesti? E come hai potuto..-

Ales.-Risponderti non voglio.-

Alessandro scompare nel buio. Le due donne prendono per mano l'uomo e lo invitano a riprendere il cammino.

Uomo.-Adesso dove andiamo?-

Mort.-Se non temi, seguiremo a lato il cammino della lunga  fila di simili ad uomini.-

Uomo.-E dove ci conduce?-

Mort.-Verso il buio meno profondo. Ma e` arduo il cammino.-

Uomo.-Anche per me?-

Vita.-Non per te, predestinato, ma per coloro che sono in colonna.-

Uomo.-Vorrei vedere qualche altro uomo.-

Vita.-Accendi e vedrai.-

L'uomo, al solito, accende e si vede avanzare un simile ad uomo che regge un mantello strappato in mano.

Uomo.-Uomo dal mantello strappato, chi fosti in vita?-

Cesa.-Un uomo non si permise mai d'interrogarmi. Chi sei tu?-

Vita.-Ti prego, rispondi a quest'uomo che e` predestinato.-

Cesa.-Fui Giulio Cesare.-

Uomo.-E perche` reggi quel mantello strappato?-

Cesa.-Conto gli strappi. Ricevetti trentadue pugnalate. I  congiurati erano otto. Gli strappi trentatre. Bruto non  colpi`!-

Uomo.-Lo amavi tanto da difenderlo ancora?-

Cesa.-Lo amavo, ma Bruto non colpi`! (b.p.) Il suo pugnale ha solo strappato il mio mantello.-

Uomo.-Ne sei certo?-

Cesa.-Ne sono certo. (b.p.) Incontrai i suoi occhi al momento dell'affondo, li abbasso`. Il suo braccio colpi` con vigore, ma non la mia carne, bensi` il mio mantello.(b.p.) Colpi` cio` che rappresentavo, non cio` che ero.  Egli era romano, non barbaro; era nobile, non assassino; mi era figlio, non traditore.-

Uomo.-Perche` fosti colpito?-

Cesa.-Perche` chi emerge e` bersaglio per i mediocri. Io emersi. Fui duro, a volte crudele, ma sempre in guerra, mai in pace; e coi nemici, mai coi romani. ( pausa) I mediocri ebbero il brodo caldo per pascere all'ombra dei miei successi. Molti ne trassero insperati benefici; altri si macerarono nell'invidia. ( mentre  Cesare completa la sua tirata, da tutte le varie parti della scena, entrano degli uomini, vestiti da antichi  romani, armati di pugnale. Sono otto, quanto i  congiurati. Essi si fermano attorno agli attori in

      scena, e circondando, con fare minaccioso, soprattutto  Cesare che continua come se costoro non ci fossero) La bile era la loro bevanda quotidiana.(b.p.) Com'e` possibile, dicevano, che uno di noi, educato, istruito, addestrato come noi, possa fare grandi  imprese e noi no? Perche`? Senz'altro per fortuna.  Certo e` la fortuna che lo sorregge. Senza di essa sarebbe una nullita`, solo un ducetto, un piccolo  desposta. (b.p.) Despota? Ma certo, costui e` un despota e quindi, in nome della liberta`, bisogna abbatterlo! ( Gli otto restringono il semicerchio e si preparono a colpire)  Se veramente fossi stato quello che loro insinuavano, ben pochi si sarebbero salvati da morte certa. ( Gli  otto stanno per avventarsi su Cesare, ma vengono fermati dal gesto di uno di essi.) Io li tollerai. Pur disprezzandoli, li tollerai. Non li temevo. Non potevo temerli. Come puo` il leone temere  la iena? ( Gesto dei setti verso colui che li ha fermati, come a sottintendere: Vedi? e` un despota!  L'ottavo tentenna, poi da` il via libera  all'aggressione)  Ma le iene astute, adularono e sedussero il leoncello, e il leone cadde!- ( Ha inizio l'aggressione, con i  sette che infieriscono sul corpo di Cesare e con l'ottavo che, colpendolo solo lievemente, si mette,  poi, in disparte, guardando inorridito il pugnale che  lascia cadere.) L'aggressione avvera` alle spalle dei tre attori, percio` essi non vedranno nulla. Durata massima della scena, con

musica appropriata, due minuti. Intanto i tre riprendono il cammino, mentre sulla scena si fa una tenue luce.

Uomo.-E` quello il chiarore che ci avvicina alla meta?-

Vita.-Si, ci avviciniamo alla meta. D'ora innanzi sara` sempre piu` chiaro e potrai vedere cio` che noi

      vediamo.-

Uomo.-Chi sono quelle ombre raccolte in circolo?- ( Sulla  scena, a sinistra, ci saranno degli uomini seduti su un gradino, come se assistessero ad uno spettacolo.)

Mort.-Sono simili ad uomini in attesa di riprendere il cammino. Essi furono uomini che fecero del male, ma non  per loro spontanea volonta` e responsabilita`, ma  perche` furono strumentalizzati da altri uomini piu` potenti di loro. Sono soldati.-

Uomo.-Ti prego, avviciniamoci, vorrei parlare con loro.-

Mort.-Parla pure, ti e` consentito interrogare.-

Uomo.-Uomini soldati, prego qualcuno di voi di rispondermi: Chi foste in vita? E cosa attendete in questo luogo?-

Sold.-Uomini fummo, belve diventammo! ( pausa)  I nostri cuori furono irretiti da parole d'onore, di

      fedelta` e di coraggio. (b.p.) Lottammo fra noi spinti da ideali che ci inculcarono  uomini falsi e stolti. (b.p.)  Uccidemmo e fummo uccisi; facemmo vedove e orfani.  Lutti e rovine, orrori e massacri procurammo in nome di principi a cui credemmo di credere. (pausa e alzandosi) Io fui Michele Spalla e cercavo un posto al sole. Lui fu Franz Hoffmann, credeva nella superrazza. Costui fu  Tom Colemann, volle combattere per la liberta`:  combatte` e mori` per i suoi padroni. Questo fu Ivan Vulkanoff, doveva difendere la sua  terra, mori` in terra straniera, oppressore di uomini. Potrei parlarti di molti altri ancora, ma prima voglio soddisfare l'altra parte della tua domanda: Cosa  facciamo qui. (pausa)

      Questo e` il luogo dell'incontro. Qui tutti i soldati di tutti i tempi si riuniscono a seconda dell'Era.

      Qui ci guardiamo in faccia tutti i nemici dell'epoca e  stupiamo del nostro stesso stupore.

      Qui ci sta di fronte la piu` grande idiozia degli uomini viventi: La guerra!! ( gridata e, s'e` possibile

      fare l'effetto eco) Essa giu` nella scena del grande teatro, viene  rievocata da noi stessi che siamo i protagonisti e gli  spettatori.  In cio` e` il pentimento e la purificazione.-

Uomo.-Quante rievocazioni fate? e per quanto tempo?-

Sold.-Il tempo qui e` diverso. Forse non esiste. Ma ti posso dire che io ho visto trecentomila pantomime e ne vedro`  ancora duecento, prima di riprendere il mio cammino. Con le ultime rievocazioni, lascero` le scorie e il viaggio sara` piu` leggero.- ( si risiede)

Uomo.-Coloro che li hanno comandati furono capi illuminati o  marionette? Furono vittime o carnefici? Oppure furono i popoli sbagliati?-

Mort.-I capi di popoli hanno diverso carisma; conseguentemente diversa responsabilita`. Pochi sono stati i capi illuminati e molti pur essendo tali, non colsero l'essenza della loro missione. Molti ancora sono stati, come hai detto bene tu, delle marionette in mano ad altri uomini. Questi ultimi mi hanno impegnato moltissimo.-

Vita.-Ecco, preparano la pantomima.-

Uomo.-Vorrei vederla..-

Vita.-Puoi farlo, pero` allontaniamoci da qui.-

Intanto che stanno per allontanarsi, un uomo, orribilmente sfigurato, si presenta all'Uomo.

Uomo.-( disgustato) Perche` ti presenti a me?-

Tako.-Vivente, io mi chiamavo Tako Saguni e restai vittima  della piu` grande pazzia dell'umanita`. ( pausa)  Fui un uomo sano e felice; soldato coraggioso. Amai e  fui amato. (b.p.) Poi un giorno, un giorno su di me cadde il sole!  Luce, calore, vampe mi avvolsero. Insieme ad altri centomila, in pochi attimi, diventai cenere e fumo. (pausa)  La vita ci fu tolta d'incanto e di noi rimase solo il  ricordo. (b.p.) E in nome di questo ricordo che si affievolisce; in  nome di questo ricordo sprofondato nell'inconscio; in  nome di questo ricordo ammonitore che ti parlo,  vivente.  Fa che si rammenti sempre quel massacro, affinche` non si ripeta l'eccidio e avvenga il pentimento. Racconta  all'umanita` cio` che adesso vedrai. Guarda  attentamente il giorno d'Hiroshima. Inorridisci!  Spaventati! Vomita, se vuoi. ( b.p.) Ma ti prego, ti prego, riferisci cio` che avrai visto. (pausa) Io riprendo il cammino. Qui lasci