Tutti i corti e i monologhi

 

 

 

 

 

                                                                      I   “ CORTI ”   DELL’AMORE

 

        

 

 

Questi “corti” - ricavati in massima parte da episodi inseriti nel mio libro “Il mago di Corfù – sono scenette con uno, due, tre personaggi, realizzabili con pochissimi cambi di scena; e quasi tutti con lo spostamento, rispetto alla scena precedente, di qualche oggetto sul palco o quadro dal muro, che potrebbe essere fatto velocemente dagli stessi attori accompagnati da una musichetta. 

Sarebbe anche necessario uno stacco musicale ( e un buio - a discrezione della regia) tra un corto e l’altro.

Durata media dei corti 5-10’ circa. Durata totale 100’ (senza intervallo).

 

 

 

 

                                         

 

                                            La femmina

 

Personaggi:

 

Il mago di Corfù……………………………………cartomante e indovino;

Luciano……………………………………………. cliente;

Franca……………………………………………… segretaria del mago.

 

 

Sulla scena dovrà essere montata una scenografia tale che possa servire per tutti i corti in programma.

L’accorgimento più importante dovrà essere una scena che possa girare su se stessa, in modo tale da fare da sfondo ad una ipotetica camera – prima - poi, girando, dare l’impressione di un piccolo scorcio di via pubblica. 

In questo corto:

Studio del mago di Corfù: piccola scrivania, due poltroncine, piccolo specchio. A destra uscio da dove entrano i clienti.

 

All’alzarsi de sipario, in scena c’è il mago che, vestito in modo esotico, si contempla allo specchio. Musica adatta. Luci soffuse, misteriose.

Dopo qualche secondo entra in scena Franca.

 

Franca – Professore c’è di là il signor Luciano, lo posso introdurre?-

Mago – Che tipo è?-

Franca – Mi pare un tipo tranquillo…-

Mago- Tranquillo? Tranquillo tranquillo? Fallo passare.-

 

Franca fa cenno di si con la testa, ed esce, rientrando seguita da Luciano. Il mago sarà di spalle, come se meditasse.

 

Franca- Professore, il signor Luciano. Signor Luciano ecco il professore. La prego di usare il massimo rispetto per la scienza occulta, altrimenti il professore si inquieta. Io vado di là (esce sculettando, Luciano la segue con gli occhi voraci).   

  

Luciano resta zitto guardando il mago e il mago resta zitto consultando i tarocchi sparsi sul tavolo. Dopo un minuto, con aria di sofferenza parlerà il Mago.

 

Mago-  Ebbene, figliolo?-

 

Luciano guarda dritto il viso del mago, il soffitto, i pochi mobili, la scrivania piena di carte, i tarocchi, i suppellettili,  senza rispondere.

 

Mago - Ebbene?- (con una punta d'insofferenza nella voce calda e suadente).

 

Luciano si muove, apre la bocca per parlare e non parla.

 

Mago - E va bene, passa di là e dai cinquantamila lire alla segretaria.-

Luciano - E se non volessi?- (intanto si guarda le scarpe).

Mago – Fa’ come ti pare... ( e Amelio fa un sospiro di rassegnazione. E’abituato a situazioni simili trattando con matti, mezzi matti e vari).

Luciano - Ho un problema.- 

Mago - Ed io t'ascolto. ( con tono rassegnato).

Luciano - Io sono perseguitato dalla mia faccia.-

Mago - Non sei il primo. Tanti non sono contenti del proprio aspetto...-

Luciano - Non avete capito.( tono perentorio). Io sono perseguitato dalla mia faccia che vedo nei visi della gente che incontro per via. Ed è a volte ironica, altre volte sarcastica. Poi truce. Spesso abulica, senza espressione e cadaverica. Insomma morta! Ma non sempre, per amore del vero.-

Mago - Davvero? -  ( tanto per dire qualcosa).

Luciano - Davvero. Ma qualche volta, come dicevo, è sorridente...-

Mago - Visto?- ( annuendo vistosamente e sorridendo).

Luciano - Visto cosa? Visto un corno! – (parla con foga facendo fare un salto al mago

Mago – (sottovoce)  Alla faccia della timidezza.( fa un gesto verso la porta da dove è uscita Franca, come per lamentarsi che gli aveva presentato questo bel tipo per un timido).-

Luciano -  ( continua come ispirato) E’ raro, direi eccezionale.  Evento quasi unico...- 

Mago - …Che si verifica quando incontri una bella ragazza...( con tono noncurante, tanto per lanciare un sasso e vedere dove va’ a parare la faccenda).

Luciano - Mi meraviglio, incominciate a capire. Dunque, io guardo il mio viso sorridente e cerco di capire perchè ride. E quello, come dite voi, effettivamente sta adocchiando una bella ragazza formosa, che in quel momento le sfila accanto. Passata la visione, ridiventa torvo. ( concluse sconsolato).- 

Mago - E allora dobbiamo concentrarci su questo fenomeno strano si, ma non molto, direi. (poi, sottovoce) maledizione perché ho accettato di parlare con questo individuo  pazzoide? (poi a Luciano). Dunque la donna. Ebbene, parliamone allora.-

Luciano - Non della donna, ma della femmina che voglio parlare.-

Mago – (pazientemente) E parliamone.-

Luciano - Di cosa?-

Mago - Della femmina che trasforma il tuo viso, mi pare, o no? ( poi tra se) Accidenti, incomincio a perdermi, appresso a quei discorsi schizofrenici. (Poi

 A Luciano) Dunque?-

Luciano – Sta bene, parlo. Allora, perchè la femmina riesce a trasformare il mio viso?-

Mago – ( tra di se) Perchè sei un assatanato. (poi, più prudentemente, a Luciano)  Perchè ella è responsabile delle tue pulsioni. Ma dev'essere bella, altrimenti se è brutta, non fa lo stesso effetto, no? Quindi si tratta di sesso (tra se) Tanto, come al solito, quello c'entra sempre, e in tutto.-

Luciano - Non è sesso. Almeno non solo sesso. E’ dell'altro ( tono pensieroso).-

Mago - Altro cosa?- 

Luciano - Altro tutto. ( parlando a valanga, come se avesse rotto gli argini) La femmina è tutto. E’ causa prima, è Fattore, è motore, è azione…-

Mago – ( quasi tra se) E che è un film?-

Luciano – (incurante) E’ la sintesi del bello, della tenerezza, dell'armonia, del gusto, del buono, del vivo.  Insomma: della vita... -

Mago - ( che finalmente incomincia a capire) ...Del piacere...(insinuante) –

Luciano – (senza badare all'interruzione) - Secondo me il Padreterno non creò prima il maschio e dopo la femmina, ma viceversa.  Egli creò dunque la prima femmina. La benedisse e la colmò di tanti doni: La bellezza, l'armonia, l'arguzia, l'astuzia, l'intuito, la dolcezza, il riposo, la rilassatezza. Poi creò il maschio, e avendo esaurito tutti i migliori doni, gli dette solamente un po’ di coraggio, di forza e tanta prepotenza.  Basta! E’ evidente che costui, con tutti questi attributi, riuscì a sottomettere la dolce creatura, colma di doni e di rotondità fisiche, certamente, ma non adatti 

all'offesa. E soccombette. Ed ecco spiegata tutta la storia dell'umanità scritta al maschile.

Ma il buon Dio essendo infallibile, onnisciente e giusto, non può accettare tale sopraffazione, quindi, sicuramente, avrà preparato una trappola. Trappola che riporterà tutto al suo vero stato primitivo.-

Mago – (prima confuso, poi sempre più interessato) Trappola?- 

Luciano - Sissignore, trappola! Forse avrà pensato, chessoio, di diluire i doni e di mescolarli, nel tempo, tra maschi e femmine. Forse penserà agli angeli...-

Mago – ( torvo) …O ai diavoli...-

Luciano – ( con forza) Non fa differenza. Anche una femmina sa essere angelo con l'uomo amato e diavolo con il prossimo suo...-

Mago – ( come se avesse finalmente capito tutto)  Ed eccoci al punto. Dunque tu non sei amato, e il tuo viso docet.-

Luciano - Allora, secondo voi, io sono in perenne lutto perchè mi manca l'amore?-

Mago – ( tentando di sgusciare dal fare affermazioni) Non ho detto questo. E se l'ho detto, qui lo dico e qui lo nego.( e riprese guardandosi le unghia della mano destra). Ecco, vedi, chi è amato dev'essere per forza felice. Egli, come  hai detto, tramite la donna amata, possiede i doni che tu hai elencato, più quelli suoi propri. Insomma i doni più importanti. Certo ci sono altri doni in giro, per esempio la bontà, la carità, la mitezza, ma sono doni derivati. sono, in sostanza, un'appendice dei sentimenti già ricordati...-

Luciano – (interrompendolo e allargando le braccia) Allora e` tombola!-

Mago - Tombola? in che senso? ( tornando a non capire nulla).-

Luciano - Nell'unico senso possibile: La femmina è arbitra della mia vita.(quasi raggiante).-

Mago - E te ne sei accorto, finalmente.( tra se, tirando un sospiro di sollievo). Te ne sei accorto che essa ci calamita con lo sguardo, con le movenze, con la voce. Il suo fluido ci avvolge, ci sconvolge, ci usa, ci possiede! E chi è da esso posseduto si sente galleggiare in quel benefico fluido: calmo, colmo, fine, dolce, cullante, profumato, carezzevole. Esso ci avvicina così alla fonte emanante, avvolgendoci nelle sue tenere membra, svolazza sui capelli, si insinua nei vestiti, nei meandri, negli antri, nei seni, nelle pendici, nelle cale, nei boschi vellutati, nelle cascate calde, nelle terme umide, nelle praterie profumate. (tra se ) E scioriniamo la solita sua brava tiritera erotico-ecologica, ah finalmente a mio agio.  (quindi a Luciano). Poi, pian piano, si passa a più raffinate e meravigliose sensazioni che provengono dal corpo e dallo spirito. Cosa c'entra lo spirito? C'entra, c'entra, chiedilo alla mia segretaria ( allusione significativa). Esso è sempre in noi, e si manifesta quando vuole, anche stasera, se è il caso. E con la femmina che si ama, irrompe a fiotti e si sparge in tutto il suo splendore. E lo spirito corrobora i sentimenti e i sentimenti il corpo... Chiedilo alla mia segretaria...( altra pesante allusione) Dai retta a me: Fai l'amore. (come se avesse parlato l'oracolo di Delfi, fece un cenno, e indicò a Luciano l'uscita).

Luciano – (uscendo, indietreggiando, un poco confuso) Alla segretaria? Alla vostra segretaria? Quella carina?-

Mago – ( come se profetasse) A lei!-

Luciano – Sicuro?-

Mago – (perentorio) Sicuro! (poi, intanto che Luciano esce, tenta di mettere a posto le delle carte sul tavolo, e borbotta)… Come è sicura la mia percentuale…- 

 

 

       

 

 

 

 

                                              Una rivelazione   

 

 

Personaggi:

 

 

Il mago ……………………………………………….. del primo corto;

Giulio………………………………………………….  secondo cliente.

Franca…………………………………………………. c.s.

 

 

Stesso ambiente del primo corto. Entra Franca seguita da Giulio.

 

Franca – C’è il signor Giulio. Giulio e basta, ci tiene a dire.-

Mago - E allora?- (chiede a Giulio, con voce un po' annoiata, facendogli segno di sedersi di fronte al tavolino. Intanto Franca esce).-

Giulio - Mago, forse sono già morto ( guardandosi la punta delle scarpe).-

Mago - E visto che sei morto, dimmi chi eri. ( senza scomporsi, come se avesse udito la cosa più normale di questo mondo).

Giulio - Chi ero? Ma cosa importa. Io, come uomo sono morto, lo sento. E morto giovane per giunta...-

Mago - Spiegati.( pazientemente).-

Giulio - Mi spiego, mi spiego. La vedi questa faccia? essa è una faccia da morto.  Io vivo solo per vivere, per non fare di un altro uomo un assassino, per non sprecare sette palmi di terra grassa. Mi mescolo, per nascondermi, in mezzo ad altri milioni di morti vivi. Come te!-

Mago - Come me? Bella questa. E perchè sarei anch'io un morto vivo? ( interessato alquanto alla pur strana, ma nuova e affascinante teoria).-

Giulio - Perchè ti ho sentito sai? ho ascoltato, non volendo naturalmente, quello che hai detto a quel minchione che mi ha preceduto. E sono in completo disaccordo sia con lui, che con te - la femmina! Perchè, secondo te, la femmina è sublime? E perchè solo lei? Ma allora si passerebbe dal sublime della femmina, ai vermi della mia morte! Giusto? Se è giusto continuo, altrimenti è meglio darsi una coltellata, spararsi, mazzolarsi, ruzzolarsi e amen. E’ tutto! No, non è tutto,  perdiana, aspetta, ti voglio raccontare il sogno che ho fatto stanotte: Ero in campagna, seduto su un tronco d'albero marcio, e mi specchiavo in una pozzanghera. E vidi la mia faccia che si aggrinziva, si spiegazzava, si torceva. Non sopportando di restare senza viso, decisi di farmi una maschera. La costruii di legno, bella, colorata, come quelle che fanno a Balì, sai? Me la posi in faccia e mi avviai per un sentiero che, allargandosi, mi condusse in una grande città. E lì camminai a lungo, guardandomi attorno senza vedermi, gustando la mia assenza e la mia piena insignificanza. Ma la mia maschera  si ribellò a quell'anonimato e volle mettersi in mostra. Quindi civettò per la strada e attrasse l'attenzione di alcuni ragazzini, i quali presero a seguirmi e a canzonarmi. Io fuggii, ma essi mi rincorsero: Ero rincorso da duemilasettecentoquarantacinque  ragazzini-satiri. Forse volevano violentarmi? Poi mi raggiunsero e mi picchiarono dicendo, strascicando le parole: “ Come si permette costui d'essere felice? Ma è una maschera, disse uno di loro. Fa nulla”, rispose un coro di voci bianche che divennero, man mano querule. E mi fu strappata la maschera e la folla, gridando la calpestò. Alcuni, con voce baritonale, rimettendomi la mia faccia vecchia da novantenne, dissero: Ben gli sta! (pausa) Io girai il mondo così. (altra pausa) Poi incontrai una giovane donna, la guardai, mi guardò, mi girai a guardarla e sbattei la faccia sul palo del semaforo. E la maschera si staccò dal mio viso. Corsi per raccattarla, ma fui investito da una grossa auto che sopraggiunse velocissima. Ci fu uno schianto e rimasi a terra esanime. La ragazza si avvicinò a me, mi guardò bene e disse: Peccato, un così bel ragazzo… Fine del sogno. Che ne pensi? ( conclude mettendosi le mani sulle ginocchia unite, dondolando il busto e aspettando con ansia la risposta del mago).-

Mago – ( con aria professionale) I sogni sono sogni. Sono strani, imprevedibili e contraddittori. Ma il tuo è chiaro, almeno per me. Vai a donne, finchè sei in tempo. Fai all'amore, è questo il tuo problema.-

Giulio - Ne sei certo? Ma, il fatto d'essere morto?-

Mago - Morto un papa se ne fa un altro. Eppoi, anche i morti scopano. Passa di là e dai centomila lire alla mia segretaria. Avanti un altro.( disse sospirando. Intanto Giulio esce impettito. Poi continua tra se) Ecco un nuovo gay che si sta rivelando al mondo.-

 

 

 

                                  Terremoto: danni collaterali

 

Carmelino ………….…………………………………………..barbiere;

Vincenzino..……..……………………………………………. pensionato;

Nino ……. ……………………………………………………. emigrato pentito.  

 

 

 

Salone di Carmelino barbiere rifinito che sbarba don Vincenzino, cocchiere a riposo.

 

Vincenzino – ( accennando a qualcosa fuori dal salone, per strada) E lui sta là, seduto fuori a imbastire…-

Carmelino – ( guardando a sua volta fuori, verso il presunto marciapiedi opposto, mentre Nino legge il giornale) E che c'è di male?  Ai sarti è forse vietato lavorare davanti alla propria bottega? E i barbieri non possono stare con le porte del proprio salone aperte per il troppo caldo? E allora che c'è di strano?  c'è o non c'è libertà di vista?  di commento?  eh?-

Vincenzino - Eh, Carmelino mio, ci vuole fortuna e sorte a questo mondo...-

Carmelino - A chi lo dici.-

Vincenzino - Certo che ci vuole proprio scalogna...-

Carmelino - …Per sua disgrazia... poveraccio...- .

Vincenzino - Mah...( sospiro).

Nino – (sbottando) Ma insomma, di che cavolo state parlando voi due?- 

Vincenzino- Come, non sai niente tu? ( con tono quasi scandalizzato).

Nino - E che debbo sapere, io. Sono trent'anni che manco da qui. E di questo passo, per aggiornarmi, mi ci vorranno altrettanto anni. Dai parlate, informatemi.-

Carmelino – ( schermendosi) Informarti...metterti a conoscenza, tuttalpiù... noi non spettegoliamo gli amici.- 

Vincenzino - No, mai. Comunque, per questa volta, diglielo Carmelino.-

Carmelino - E che gli debbo dire? Come glielo posso dire? ( cercando le parole giuste)-

Nino - Intanto usa la bocca. ( con ironia)- 

Carmelino - Spiritoso.. Avanti, te lo dico in due parole.-

Nino - Anche in tre, in quattro, non ti sprecare, sai? ( c.s.)- 

Carmelino – ( dopo qualche tentennamento) Ti ricordi del terremoto?-

Nino - Quale terremoto? Quello del '52?-

Vincenzino - Ma quale, quello di due anni fa, di Dicembre.-

Nino - Allora non ne so nulla. Io due anni fa ero in Germania.-

Carmelino - Già, è vero. Comunque, avrai saputo, no? Va bene. Comunque forse saprai che fu di notte...-

Vincenzino - Notte fonda, direi.-

Nino - Malanova a voi, e volete arrivare al punto, si o no? ( spazientito)-.

Carmelino - Ci arrivo, ci arrivo, che impazienza. E che è? quando si racconta una vicenda si arriva subito al dunque? E se devi raccontare la vita di una persona, che dici la data di nascita e quella della morte? Suvvia, un po’ di suspence, un po’ di tensione ci vuole...-

Nino – ( rassegnato, sospirando) Fate come volete.- 

Vincenzino - Avanti, riprendi Carmelino.-

Carmelino - Dov'ero arrivato? Ah, al terremoto di notte... fonda. Dunque, quando ci sono i terremoti che si fa?-

Nino – ( ironica acida) Ci si fa addosso, pipì o cacca, a scelta.- 

Carmelino - Ecco si è offeso.( alzando le braccia al cielo).-

Vincenzino - Ma no, dai racconta...-

Carmelino – ( dopo qualche attimo di titubanza) Dunque, quando c'è il terremoto si va subito fuori, all'aperto...-

Nino - …E fece la Cavalleria Rusticana...- 

Carmelino - Mih, ma sei proprio bestia caro Nino. Ma, insomma, diavolo, si cerca di trovare scampo correndo fuori, no?-

Vincenzino -… Ma prima si prendono gli ori...-

Nino - Accorcia, per favore...(  sbuffando impaziente)-.

Carmelino - Accorcio, accorcio. Dunque Jano Scalora, ( e accenna al presunto uomo seduto nel marciapiedi davanti al salone) quando ci fu la scossa, non pensò a nulla, e uscì come si trovava: in mutande...-

Nino - Bello spettacolo... ( borbottando, ma intanto prende gusto al racconto).-

Carmelino – ( sbottando) E statti zitto tu, ora. ( pausa teatrale, plateale)  Dunque uscì come si trovava e, passato l'attimo di paura, si ricordò che sua moglie, Cettina, era andata dalla madre, per farle la nottata, in quanto- diceva lei- era ammalata grave. Jano, preoccupandosi per loro, chiese a Pietrino il banconista, di prestargli la motoretta, per recarsi subito a casa della suocera.  Ma mentre Pietrino correva a prendergli la moto, ecco che dalla casa di fronte escono a razzo la signora Cettina Scalora, in sottoveste, e Turi do’ Mircato in mutande…-

Nino -  Ma come?  Quella non era a casa della madre moribonda? e che ci faceva allora lì, se non ho capito male, in sottoveste, insieme a Turi che era in mutande?-

Vincenzino -  E perchè  uscivano dalla casa di quello lì? e perche` si turbarono, quando lo videro?-

Carmelino - … e perchè Turi scappò via? E perchè Cettina fece finta di svenire?-

Nino - E che ne so io.( sbottò spazientito, riprendendo a leggere il giornale.-)

Carmelino - E nemmeno noi.(conclude serafico, continuando a sbarbare Vincenzino).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    La governante

 

Donna Assunta………………………………………………. governate del barone;

Carmelino………..……………………………………………barbiere;

Dott. Cicala ..………………………………………………… medico.

 

All’apertura del sipario la scena è vuota, subito dopo si sente bussare, la Governante, donna Assunta, sui quarant’anni, belloccia, impettita, va’ ad aprire l’uscio a destra  della scena, e fa accomodare  Carmelino che si è recato in casa Branciforti per sbarbare il vecchio barone paralitico, vittima di un ictus che l'aveva strapazzato in tutta la parte destra della persona, compresa la bocca.

 

Assunta – (In lacrime) Accomodatevi, prego, il signor barone, è ancora a letto. Si è sentito male stanotte…(singhiozza) è giallo in faccia… sembra un marziano di certi films americani.-

Carmelino - E che fu? (chiese  preoccupato).- 

Assunta -  Cose incredibili, cosa da pazzi...( torcendosi le mani).-

Carmelino - Una disgrazia? Un'altro colpo? Dopo quello che prese al cinema Odeon, …per la pellicola osè?  ( a bassa voce).-

Assunta – Pettegolezzi, sono pettegolezzi. Comunque è peggio, peggio! Cose incredibili, cose da pazzi...( ripete calmandosi in pochino).-

Carmelino - E fatemi capire cosa sono queste cose incredibili, queste cose da pazzi? forse posso aiutarvi...( e asciuga con proprio fazzoletto profumato il viso di Assunta).-

Assunta – ( apprezzando il gesto e guardandolo in viso intensamente, poi ritorna al dunque)  E’ inutile, tanto...( riferendosi alle condizioni del barone).-

Carmelino - Sta morendo? Chiamo un'ambulanza, il 113, i carabinieri, eh? che dite?-

Assunta - No, no, non è il caso...-

Carmelino - Ma insomma, si può sapere cos'è successo?-

Assunta – ( con un sussurro) Sua figlia, sua figlia se n'è scappata...-

Carmelino – ( incredulo) Chi, donna Graziella?-

Assunta – (ironica) E che ne ha altre?- 

Carmelino - Santu diavuluni, e chi fu stu...disgraziatu? ( frase è pronunciata in modo da essere capita in tutti i sensi).-

Assunta - Ciccino Basile.-

Carmelino - Ciccino? E solo lui poteva fare una minchiata simile.-

Assunta – ( rimbrottandolo senza cattiveria, anzi quasi compiacente).Parlate pulito, don Carmelino.- 

Carmelino - Madonna, madonna... e adesso bisogna far qualcosa per lui. ( guarda attraverso l’altro uscio a sinistra) Quella faccia non mi piace. Proprio proprio. Io chiamo un'ambulanza.-

Assunta - No, vi ho detto che non vuole.-

Carmelino - Almeno chiamiamo un dottore.-

Assunta - Già fatto, ma il dottor Cicala è irreperibile. Sua moglie lo sta cercando. Appena lo trova ce lo manda...( seccamente, respirando con un po' d'affanno, e guardando i baffetti di Carmelino).

Carmelino – ( avvicinandosi all’uscio del barone e parlando sottovoce) Gli avete dato qualcosa?-

Assunta – ( anch’essa sottovoce) Nella lavagnetta mi ha scritto che voleva solo un bicchier d'acqua, poi nient’altro.-

Carmelino – ( facendosi coraggio) Barone, vi do un cognacchino, eh? ( ad Assunta, sempre sottovoce) Fa cenno di no. Anzi ha scritto un no grande come una casa. Che faccio allora, me ne vado?-

Assunta – ( c.s.) E che mi lasciate sola? Restate, aspettate che arrivi il medico.- 

Carmelino ( c.s.) - E se tardasse troppo...(poi timidamente) avrei lasciato il salone solo…-

Assunta - Non fa niente. Voi siate gentile, don Carmelino, restate... poi, lo vedere? ho paura e tremo (con voce assai strana, quasi strozzata, intanto che lo guarda in viso e particolarmente i baffetti)…io sono solamente la governante: che responsabilità. Poi, sono una donna…(sottolinea languidamente).- 

 

Il dottore non arriva e Carmelino freme.  Stranamente, invece, la donna è calma e controllata, quasi contenta, e si aggira per le varie stanze a sfaccendare, svogliatamente, lanciandogli, di tanto in tanto, certe occhiate da far arrossire un gambero. 

Poi, quando lo sguardo di Carmelino incrocia quello di donna Assunta, intanto che ella spolverava un vecchio bastone da passeggio, egli ne  resta assai turbato: Quella operazione di spolveratura era qualcosa di diversa dal solito; qualcosa che gli faceva ricordare certe cose piacevoli avvertiti forse in gioventù.  Ma che cosa?  E si avvide che donna Assunta lo guarda con un'espressione biricchina, quasi maliziosa, ed arrossi in viso. 

 

Carmelino – (sottovoce) Accidenti, non sono certo di primo pelo per arrossire di fronte a certi sguardi, ma non vorrei prendere una cantonata. Sarebbe molto strano che una donna così fine, così educata e garbata… mi stesse mangiando con gli occhi. Ma intanto, quegli sguardi per la verità sono molto eloquenti…  proprio a me, ad un barbiere… eppoi con il barone in quelle condizioni, ma via, siamo seri: non può essere…Non può essere, ma intanto è: mi guarda, proprio me, Carmelino.-

Assunta - …( tra se, intanto che si aggira sul palco sfaccendando svogliatamente e lanciando occhiate di fuoco a Carmelino) … un ometto minuto e magro, con una testa piccola e piena di riccioli neri, nonostante i sessantanni, con un viso asciutto, bianco, fine, con due baffetti a spazzola che gli ombreggiano le labbra colorite e carnose.  E proprio queste labbra mi fanno perdere la testa E si, proprio cosi. ( mentre le si avvicina lentamente ancheggiando, poi ritornando sui suoi passi, per riavvicinarsi)… che seducenti spicchi d'arancia  sanguigna sono queste labbra. Poi quella voce mi fa impazzire del tutto: calda, vellutata, erotica, che  per riguardo del vecchio, abbassa quasi a bisbiglio eccitante… mi fa impazzire! E se perdo la testa? E il vecchio barone? E chi se ne frega! E il pudore? Ne ho piene le scatole! E la dignità? Beh, e che c'entra quella. E comunque che vada tutto alla malora, a me quest'uomo mi sta facendo impazzire.( e lo stuzzica con quel massaggio fatto al bastone, e maliziosamente destinato a Carmelino, gironzolando sempre, dimenando i fianchi, e sempre spolverando insistentemente e  languidamente, quasi voluttuosamente, il bastone, poi vedendo i risultati che provoca su Carmelino, risultati lusinghieri, ostenta maggiormente i gesti, ci mette più mollezza, più flessuosità nel corpo, e nell'atto, tanto che sembra, a lei stessa, d'aver in mano l'originale di ciò che pensa d'aver in mano in quel momento)...-

 

Nella scena suddetta, a discrezione della regia, si potrebbe inserire una musica sexy per accompagnare i movimenti di Assunta.

 

Carmelino – ( prima non sa cosa fare, ne dove guardare, e gironzola anche lui per la stanza, poi capisce, inequivocabilmente, le intenzioni della donna; vide che il barone sonnecchiava, si prende di coraggio, e parlando tra se si avvicina alla donna) …Ma insomma sono un uomo vissuto, o no? ( si avvicina ad Assunta, le leva il bastone dalle mani, quindi, dolcemente, la sospinge nell'altra stanza e chiuse la porta).-

 

Si ode il dottor Cicala scampanellare e chiamare. Passa qualche minuto, e finalmente, donna Assunta - ancora rossa in viso e scarmigliata- gli va ad aprire.

 

Cicala – Finalmente! Dov’è il barone?- 

 

Assunta fa cenno che si trova nell’altra stanza. Il dottore a passo veloce vi si dirige, uscendo poco dopo. 

Entra Carmelino riordinandosi il vestito.

 

Cicala – Niente di grave, ma il barone è idrofobo! Gli ho somministrato un calmante. E…sapreste dirmi questa cos’è? (e sventola una lavagnetta nera con su scritto, con calligrafia incerta: "Tutte troie!").

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                   La poesia

 

 

Matteo Coci…………………………………………………….canestraio;

Jano …………………………………………………………….sarto;

Carmelino…………..………………………………………….  barbiere.

 

 

 

Sulla scena c’è Matteo Coci che, prima di entrare nella barberia, legge la sua prima poesia in lingua, per Franca, suo perduto amore, pubblicata in una quotidiano locale.

 

Matteo – …Questa volta non l’ho imbucata nella cassetta della posta del mago, per quell’ingrata della quale sono innamorato - respinto. No! Ho voluto ingnorarla… punirla…così impara. L’ho inviata, invece, al locale giornale della sera…e me l’hanno pubblicata! Santo Iddio, me l’anno pubblicata! E’ qui, in terza pagina, stampata, con tanto di nome e cognome dell'autore: il mio: Matteo Coci, poeta.

E ora vediamo cosa ha da dire Carmelino sulle mia qualità poetiche.(ed entra nel salone, raggiante, col giornale tra le mani, dove ci sono in scena Carmelino e Jano). Signor barbiere, e voi amici tutti, statemi a sentire. Anzi no, leggete questo giornale qui presente. Ecco, Carmelino leggi tu.- ( mette sotto il naso il giornale).-

Carmelino - E che è questa premura? Lo leggerò dopo Matteo.( continuando a tagliare i capelli a Jano).-

Matteo - No, ma che hai capito? devi leggere solo questo qui. (e Matteo gli rimette sotto il naso il giornale, indicandogli il punto esatto dov'era stampata la sua poesia).-

Carmelino – ( di malavoglia, poi leggendo la firma dell'autore) Mizzica! E che? Matteo, impazzisti?-

Jano - Che fu?-

Carmelino - Che fu? Il qui presente Matteo Coci è diventato poeta con tanto di riconoscimento pubblico. Ecco, guarda, gli hanno pubblicato una sua poesia...-

Jano - Dove, sul Giornale della Sera?-

Carmelino - Qua, proprio in terza pagina...-

Jano - E allora è 'na minchiata...( risiedendosi nella poltroncina dalla quale si era alzato per curiosare sul giornale).-

Matteo – ( risentito) Come sarebbe a dire?-

Jano - Sarebbe a dire che quelli pubblicano anche monnezza, se gliela metti per iscritto e gliela mandi...-

Matteo – ( paonazzo in viso, rivolgendosi ad un presunto pubblico) Ma che dice sto cornuto?- 

Jano - Cornuto ci sei tu. E anche fesso.-

Matteo ( infuriandosi) - E che deve finire a schifiu?-

Carmelino – ( conciliante) No, niente schifiu, picciotti. E che è? Non sappiamo stare tranquilli? Non sappiamo ragionare da persone civili? Avanti calmiamoci e leggiamo questa poesia.( inforca gli occhiali da vista e si mette a declamare i versi). “ Occhi che non sono occhi, s'intitola poesia, e dice così: 

- Occhi che non sono occhi, ma abissi marini;

labbra che non sono labbra, ma spicchi sanguigni;

membra che non sono membra, ma fasci di raso;

forme che non sono forme, ma acqua d'arsura;

donna che non sei donna, ma valve di perla;

sogno che non sei sogno, ma filo di brama;

uomo che non sei uomo, ma amante sconfitto!”

Matteo – (ascoltandolo rapito ad un ipotetico pubblico) Minchia non c'è nessuno che sa leggere i miei versi, meglio di Carmelino,- che potenza…-

Jano – ( ascoltando bocca semiaperta e non si sa bene se per la concentrazione, la meraviglia, oppure per l'asma) Uhmmm…-

Carmelino - Matteo, è bellissima! Però...-

Matteo – ( allarmato) Però?- 

Carmelino - Però non c'è la rima...-

Matteo - E torna con la rima. Ma tu sei fissato. A me piace scrivere così, sono padrone, oppure no?-

Carmelino - Sei padronissimo. Guarda non c'è padrone più padrone di te. Ma la rima è rima, la rima è armonia, è musicalità...-

Matteo – E’: vaffanculo, Carmelino! ( gridò uscendo di corsa, senza salutare).-

Jano – Certo, l’ispiratrice della poesia, donna Rita, sua moglie, è una rossa…coi…fiocchi. (accenna alle curve femminili).-

Carmelino – Niente moglie…(misterioso).-

Jano – (aria trionfante) Allora? amante sconfitto? Eh? (Carmelino accenna col capo di si) Ma chi sarebbe poi questa lei?-

Carmelino - Mah, non si sa, ma qualche pensierino si potrebbe fare...-

Jano - Chi?-

Carmelino - Per esempio... così per dire...magari… che ne so…forse Franca, la segretaria del mago di sopra… ( accenna al soffitto con la testa e col dito).-

Jano – ( annuendo) Mah, misteri...dai taglia Carmelino.-

Carmelino - Misteri. Taglio, taglio...-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                 La cariatide

 

Nunzio Leotta ……………………………………………la cariatide;

Carmelina Puzzo………………………………………….proprietaria del bar;

Alfio “il primo”…………………………………………...malandrino sfortunato;

 

 

Sulla solita strada in scena, sarà ricostruito l’ingresso di un caffè. Dentro, dietro la cassa c’è Carmelina Puzzo. Appoggiato mollemente allo stipite del caffè, c’è Nunzio Leotta.

 

Nunzio – ( come se parlasse con un invisibile interlocutore) Perchè, forse, voi credete che Nunzio Leotta, cioè il sottoscritto, sia un uomo? di quello vero, in carne ed ossa? Ho forse un padre, una madre?  Nacqui in un posto, in una certa data? Faccio forse ombra? Ma quale, io sono un ricordo, un pensiero, una vaghezza, una improvvisazione, forse un'invenzione: eco, sono un personaggio. 

E sono un personaggio, che esiste e non esiste. Insomma sono quasi un'idea. E se non mi chiamassi Nunzio Leotta, mi potrei chiamare, tranquillamente, chessoio, Salvatore Leone, oppure Paolo Sgarlata, o Giovanni Vasta, tanto sarei sempre io: Il seduttore, maliardo, donnaiolo, cornuficatore in pectore, di padri, fratelli e mariti,... anche perché, scusate se è poco, ho una fertile fantasia con la quale convivo e lavoro.

E perchè non dovrei esserlo? sono belloccio, fatale, maliardo e conquistatore per eccellenza, ed ho lo sguardo magnetico: attiro le donne come una calamita. 

Sapete, in vent'anni d'onorata carriera di femminaro in pectore, non ho mai sfiorato una donna nemmeno con un dito. Ma questi sono solo dettagli, che non contano, perbacco!

Io lavoro per conto mio, in proprio, davanti a quest’uscio di caffè, e la mia dolce fatica consiste nel conquistare, con gli occhi magnetici, più giovani donne possibili. E come campo allora? Ma di rendita, ovvio. Certo le malelingue dicono che vivo sulle spalle di mammà. Calunnie, io ho di mio! (pausa) E’ questo caffè è il mio posto di “lavoro”, o meglio, dell'agguato. ( appoggia languidamente allo stipite del caffè, non senza controllare il suo aspetto in una vetrinetta e la pettinatura, poi si mette una sigaretta tra le labbra tumide  lievemente truccate, e non l’accende) E sto in attesa della preda, come un brigante a malo passo, con moschetto spianato, e sfodero la mia arma più temibile: lo sguardo assassino.

Certo la posta è lunga, e la caccia paziente e quindi, di tanto in tanto, ho bisogno di un breve intervallo. Alle dodici con l'aperitivo, e, nel pomeriggio, alle diciassette con il caffè.

Naturalmente, come vedete, sono consumato da ore ed ore intense, faticose - piene di occhiate fulminanti elargite a tutte le studentesse del vicino istituto femminile, alle commesse del supermercato, a tutte  le signore e signorine del quartiere e non,- e coi piedi doloranti. Alle venti, immancabilmente, dopo aver bevuto il mio whiskyno, concludo la mia faticosa giornata lavorativa, e rientro a casa. Casa? Faccio tanto per dire: in questo palazzotto d'epoca di mammà, al primo piano, nella quale ho la mia camera da letto e il mio studiolo, dove mi chiudo dopo cena, per qualche ora, allo scopo di riordinare le mie schede, in base agli incontri della giornata ritenuti particolarmente interessanti. Sapete? mia madre crede che stia scrivendo il mio capolavoro: un romanzo ispirato dalla storia della mia antica famiglia. (ridacchia) Cosicché schedo i miei incontri giornalieri con un certo ordine e per categoria, per esempio: coltivabili, interessanti, promettenti, sicuri. Finito di catalogarli, vado e a ninna. E tutte le notti, a letto, con la mia fantasia, teorizzo il piano per sedurre ragazza più bella, più formosa, più affascinante che ho conquistato durante il giorno, col mio sguardo ammaliatore.

E cari miei, voi credete che Casanova sia nato a Venezia? Bene, scordatevelo! 

Certo, non lo nego, il tempo passa anche per i viveur più incalliti; ed io sono ora un’affascinante uomo attempato: mi chiamano la cariatide, a furia di sorreggere lo stipite della porta del bar Mangano, in questo locale del mio palazzo d'epoca. Ma sono tutte calunnie dettate dall’invidia!

Quando Pippo Mangano, allora squattrinato, comprò questo locale a cambiali, Don Innocenzo, il parroco, lo benedisse, ma detti  io il mio necessario placet. 

Sapete, gli affari andarono subito benissimo: Alla vecchia tradizione; alla qualità; allo spirito d'iniziativa di Pippo; si aggiunse la gentilezza e l'acume di Carmelina Puzzo, la fresca sposina di Pippo Mangano. Quella (indica la donna seduta alla cassa) si, proprio quella là. E quel miscuglio dette i suoi frutti evidenziati negli ori di Carmelina, nel cavallo e calesse di Pippo, negli appartamenti, nella villa al mare e, in seguito, nel collegio di lusso per la figlia Adelina.

Naturalmente, negli anni ci furono ristrutturazioni, soddisfazioni e qualche contrarietà...( si interrompe per lasciare varcare la soglia ad Alfio u Primu, che entra in scena in quel  momento dirigendosi, con andatura dondolante, e guardandosi attorno come per dire a tutti: “ ci sono comandi?”,  verso la cassa dove regna sovrana donna Carmelina)…come questa…(accenna a Alfio).-

Alfio - Donna Carmelina i miei rispetti, Sentite, avrei bisogno di parlare con vostro marito, volete favorirmi di mandarlo a chiamare?-

Carmelina ( che conosce il tipo, con calma) - Mio marito riposa. Dite a me. -

Alfio - Non posso, mia signora carissima...-

Carmelina- Vostra signora non sono. In quanto a carissima, ve lo potreste risparmiare, non siamo andati a scuola insieme. ( sbottando) Allora? cosa volete?- 

Alfio – ( cerimonioso)  Scusatemi, signora, scusate assai. Vedete, certe volte scappano parole che non si vorrebbero dire. Vogliate scusarmi nuovamente (inchinandosi goffamente).-

Carmelina - Siete scusato. ( tagliando corto) E ora ditemi cosa ordinate.- 

Alfio - No, non prendo nulla, debbo solo parlare. Certo, sono discorsi che dovrei fare a vostro marito…Sono discorsi da uomini… Ma cosa posso dire? Sono dispiaciuto, ma non posso mica dire: ripasso quando c'è vostro marito, perchè la gravita della questione me lo impone.  Quindi, vi ho pregato ( sottolineando la parola) di chiamarmi vostro marito, signora! (concludendo con una certa energia).- 

Nunzio – ( rivolto sempre all’ipotetico ascoltatore) Voi direte: Ma chi è questo signore? Questo signore è Alfio, il primo malandrino del quartiere, il soprannome " u primu" è inequivocabile. Primato guadagnato sul campo con dieci anni di galera per due tentati omicidi, sfregi permanenti, e una valanga di risse, con coltello e no.

Carmelina - E io vi ho detto che riposa!( alzandosi le maniche della camicetta).-

Alfio - Beh, se proprio riposa, se proprio non è disposto ( sottolineando la parola), vuol dire che parlerò con voi...( girandosi su se stesso e guardandosi attorno come se volesse far capire ai presenti che egli era  costretto, suo malgrado, a parlare con una donna, visto che l'uomo gli si negava).- 

Carmelina – ( conoscendo il linguaggio delle parole dette e non dette e della relativa gestualità teatrale di quei malandrini, dette fuoco alle polveri) Brutto stronzo, miserabile e morto di fame! Come ti permetti di osare dubitare di un vero uomo che ti può fare mangiare i denti a te e a tutti quelli come te? Fuori di Qua! Fitusu!!! ( Poi uscendo da dietro la cassa fa piovere su Alfio una pioggia di sputi, schiaffi, pugni e strappi di capelli).-

Alfio – (Sorpreso dalla violenta e imprevista reazione, indietreggia, poi si copre il viso con le mani, quindi, curvandosi, si ripara la testa con le braccia, infine, sballottato come una nave tra i marosi, guadagna l'uscita e la… salvezza, infine si 

ricorda che non poteva, uno come lui, accettare quel trattamento senza reagire, tenta il contrattacco) Ah, volete la guerra? E guerra sia!-

 

Ma se ne pentì, subito e amaramente: Una scopa maligna si mette a roteare sulla sua testa, come un alveare impazzito. E’ la fuga, disonorevole fuga per un malandrino.

 

Carmelina – Pussa via fitusu!-

Alfio - La cosa non finisce qui.( gridato da fuori del bar).-

Carmelina - Certo che non finisce qui, perchè se torni, se ti fai rivedere ancora da 

st' occhi miei, ti giuro che ti darò tante di quelle mazzate da fartele ricordare per tutta la vita.-

Alfio - A chi, a me?- (baldanzosamente, facendo finta di entrare).-

Carmelina - A te e ai Beati Paoli!(inseguendolo e  sputando sul marciapiedi).

Nunzio - Donna Carmelina, le mie scarpe...( protesta pacatamente Nunzio sempre appoggiato languidamente allo stipite della porta del Bar Mangano).-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                      … fortunatamente nessun danno alle persone e alle cose.

 

 

 

Cosimino……………………………………………………amico di Turi. 

Giovanna……………………………………………………ragazza… inquieta;

voce…………………………………………………………che protesta.

 

La scena si svolge all’ingresso del bar.

In scena c’è Cosimino.

 

Cosimino – ( come se parlasse con qualcuno a se vicino) … certo i terremoti sono terremoti, ma quello di stanotte, 13 dicembre S.Lucia, ce lo ricorderemo per sempre. Madonna che boato, ma un boato non tanto per dire, è stato un boato da fare accapponare la pelle. Eppoi i lampadari hanno incominciato ad oscillare come i trapezi del circo. Io mi sono sentito come se mi passasse un treno sopra la testa, come se volasse via il tetto; poi il mio letto ballava di una sorte di maniera… E sono scappato in strada come un razzo - certo, prima ho preso l’oro.

Essi`, sti terremoti per me sono una bestia nera. ( ad alta voce) Ma fortunatamente niente danni alle cose e alle persone…

Voce -( rimbrottandolo) E piantala con stu bollettino di guerra. Sono tre ore che lo ripeti a tutti quelli che incontri! Abbiamo capito sai? Nessun danno, fortunatamente, ma adesso basta con sta rottura.- 

Cosimino –Va bene, va bene, ma non ci riscaldiamo…(tra se) Mihh, si arrabbiano anche per una buona notizia…- 

 

Entra Giovanna, una ragazza formosa, ma un po’ svampita.

 

Giovanna – Ciao Cosimino, che fai?-

Cosimino – Nulla, cercavo qualche amico col quale prendere insieme un caffè…è passato solo Turi, ma era furioso, chissà perché. Figurati non ha voluto nemmeno commentare il terremoto di stanotte.-

Giovanna – E lo vai a chiedere proprio a Turi? E cosa doveva dire, poveretto? ( poi sottovoce) E cosa  ti poteva  dire, che quel maledetto terremoto lo colse mentre, dopo lunga e faticosa corte,  si stava facendo, una ragazzina della quale poteva essere nonno? E poteva dire che quella stramaledetta scossa gli fece perdere quella grande occasione, non più ripetibile, visto che la ragazza era controllata a vista dai genitori cerberi?-

Cosimino – ( incuriosito, stuzzicandola, ma facendo finta che l’argomento non lo interessi) Certo, se è tutto qui…-

Giovanna -  (confidenzialmente) No, non è tutto qui, c'è dell'altro che egli, per pudore, non vuole certo raccontare a te o agli amici.-

Cosimino – E a te si? Ma va’. E, dimmi, dimmi, che fatto fu?-

Giovanna – ( non più trattenibile, ma sempre in tono confidenziale) Il fatto fu questo: Dopo una faticosa corte e molti regalini, Turi riuscì a convincere una ragazza a concedergli…-

Cosimino - … i tuoi favori…-

Giovanna – Esatto. No, i suoi, di lei…di una mia amica…vah, non mi fare confondere. Ma, vedi,  la cosa non era tanto semplice, sai i suoi genitori… della ragazza la tengono sotto strettissima vigilanza. Insomma conoscono la sua indole focosa e irriflessiva, e temono che combini qualche sciocchezza...-

Cosimino – E già, essi temono…(molto ironico).- 

Giovanna – Esattamente. E fu un vero miracolo che quella sera ella riuscii ad eludere la sorveglianza dei vecchi e lo andò a trovare nel suo piccolo attico, in via Plebiscito.  Turi, per la verità è un vero gentiluomo, e la accolse con grande gentilezza, tante premure, tante galanterie, ma non si decideva di portarla a letto. Dopo aver atteso un bel po', senza che accadesse nulla, la ragazza gli forza la mano dicendogli che non potevo soffermarsi per troppo tempo e che questa sarebbe stata la sua ultima occasione perché  l’indomani doveva partire per Milano. Insomma doveva sbrigarsi. E per, per farlo…decidere, lo eccitava. Figurati gli fece tutte le moine possibili, tutte le carezze più audaci, baci e sbaciucchi,  dappertutto… capisci? come … come…( vedendo che Cosimino capisce i sottintesi) ah, capisti finalmente. E, alla fine quello reagì! L’albero si addrizzò! Pronti, via! (allusiva, facendo mosse audaci con le labbra. Cosimino fa cenno col capo d’aver capito) Ma quali: ci fu la scossa di terremoto…e …cosicché… insomma…-

Cosimino - …insomma, cosicchè?-

Giovanna – Ma che fai il finto tondo? Non capisci?  Turi fu colpito! –

Cosimoni – (allarmato) Dove fu colpito? Si fece male?-

Giovanna – Non male fisico… come te lo posso dire? Fu…colpito… colpito… nell’orgoglio maschile, insomma: l’albero si sgonfiò. Capisti?-

Cosimino – (incredulo) Vuoi dire…( fa cenno con la mano)…vuoi dire…niente, nulla?-

Giovanna – Niente, nulla …si afflosciò!-

Cosimino – Malanova…che figura…per ‘nu fimminaru…-

Giovanna – Scherzi da terremoto, Cosimino. 

Cosimino – Ma tu come sai questi particolari? (ironico)-

Giovanna – Te l’ho detto, me li hanno raccontato…insomma li so e basta. Ti saluto, devo partire per Milano.-

Cosimino – Anche tu?-

Giovanna -  Perché? …Ah, si, pure io. Ciao (civettuola).-

Cosimino – Ciao, ciao…birbante. ( poi, come se continuasse a parlare con l’interlocutore fuori scena) …e per fortuna niente danni alle cose e alle persone... - forse.-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               Le nuove regole

 

 

Personaggi:

 

Vito……………………………………………………………guitto teatrale;

Peppino……………………………………………………….. spalla di Vito;

Nunzia ………………………………………………………    giovane massara.

 

 

La scena è la sala-cucina di una masseria: una tavola, alcune sedie, e, se è possibile, anche una piccola dispensa o frigo.

Senza bussare entrano Vito e Peppino.

 

Vito – Proviamo qui.-

Peppino – Senti, al proprietario della trattoria l’abbiamo fregato, scappando senza pagare, e a momenti ci costava una “fraccata” di legnate. Io ne avrei abbastanza per oggi.-

Vito – E cosa volevi che facessimo? Quel gran cornuto dell’Amministratore se ne è scappato con l’incasso, ed io non ho una lira in tasca, figurati tu. Bisogna pur mangiare, no? Eppoi tu mangi una sola volta al giorno?-

Peppino – E tu mangi sempre come un porco.-

Vito – Eh, si dice: Si lavora e si fatica per la pancia e …-

Peppino - …zitto, sento arrivare qualcuno.-

Vito – Presto mettiamoci i collarini. ( prendono da una borsa due collarini da ecclesiastici e li indossano. Quello di Vito ha lo sparato rosso).

 

Entra Nunzia.

 

Nunzia – (sorpresa) Oh…-

Vito - (quasi benedicendo) Buona sera buona donna, siete la padrona di casa? -

Nunzia- (riprendendosi dalla sbalordimento ) Un vescovo e un prete…Si sono io la padrona, monsignore. Accomodatevi… posso esservi utile?-

Vito – Molto onorato, signora, io sono monsignor…monsignor Truffa, e questo è don Peppino, il mio segretario. (Peppino fa un inchino goffo). Signora, il buio ci ha sorpreso durante un viaggio pastorale tra le campagna. Vorremmo chiederle se può ospitarci per una notte…-

Peppino- …e, se non disturbiamo molto, anche poter mangiare qualche cosa.-

Vito – Eh, la gioventù pensa sola alla pancia.-

Nunzia – No, ma che dice, il vostro segretario ha ragione, e anche  vossignoria ha bisogno di mangiare un boccone…volete accomodarvi? (accenna alla tavola).-

 

Intanto che i due si seggono a tavola, Nunzia, con lentezza, guardando Peppino, apparecchia, poi prende dalla dispensa del cibo per gli ospiti. Ne prende in abbondanza, contenuto in alcuni piatti coperti da altri piatti. Controscena dei due.

 

Nunzia - Monsignore, visto che è stato u Signuruzzu a mandarvi stasera a casa mia, vi vorrei domandare…sapete era una tradizione…mio padre prima di mettersi a tavola…insomma se non vi dispiace…e se non disturbo…ecco vorrei…-

Vito – Dite pure buona donna…(intanto adocchia il cibo e si sistema meglio a tavola e si mette il tovagliolo attorno al collo)-

Nunzia – Ecco, siccome, come dicevo, mio padre lo faceva dire dal nostro parroco, buonanima, la sera, prima di cenare… vi vorrei pregare di…recitare il santo rosario, magari qualche posta…mi farebbe piacere assai ( guarda Peppino).-

Vito – (sorpreso e visibilmente in imbarazzo) Il rosario? Ma così, all’improvviso, senza adeguata preparazione spirituale? No, non è possibile.-

Mela – Monsignore, eccellenza, vi prego come un  santo…non sapete quanto lo desideri. Fate un’eccezione eminenza…-

Peppino - ( sfottente) E fatela st’eccezione…eminenza.-

Vito – (Guardataccia a Peppino, poi arrendendosi) E va bene…però facciamo una cosa breve breve – Peppino. ( gesto per significare: ha fregato anche te) Tanto per fare contenta questa ospitale fantesca. Forza, sedetevi, attacca Peppino ( fa cenno come per dire: ora sono cavoli tuoi).-

Peppino - (preso alla sprovvista, intanto che serafico assisteva alla scena) Chi io?-

Vito- E chi sennò… avanti raccogliamoci. Attacca Peppino.-

Peppino- ( Peppino che non sa cosa fare, stralunando gli occhi si finge un collasso e si lascia andare tra le braccia di Nunzia) Ahhh.-

Nunzia- Bih, poverino che gli è venuto un colpo!-

Vito – (tra se) Figlio di buona donna…Magari! 

Nunzia –(con tenerezza) E’ svenuto. Guardatelo com’è tenero, sembra un angioletto…prendo un bicchiere d’acqua.-

Peppino - (mormorando con un soffio di voce) Meglio un cognac.- 

Nunzia – Cognac? Subito (esegue)-

Vito – (canzonatorio) E si, è innocente come un bambinello appena svezzato. Avanti, sediamolo che ora (minaccioso) che ora si sentirà meglio… perchè (marcandolo) il rosario lo inizierò io. (nell’orecchio di Peppino) Ahu hai capito? E allora cerca di rinvenire e fammi l’assistenza dovuta. (Peppino apre prima un occhio, poi l’altro e accenna di si e, facendosi ancora coccolare da Nunzia, beve il cognac e …rinviene).-

Vito - Spettabile pubblico, (Peppino gli fa disperatamente cenno di no, non siamo in scena. Vito capisce. Poi per tutta la durata del rosario i due faranno rispettivamente le controscene) Volevo dire: cari fedeli, prima d’iniziare abbisogna che mi concentri un poco. E tu (a Peppino che ancora cerca le coccole di Nunzia), statti accorto : Prologorum a come viene, viene:

Tramite lo camin di la me vita

M’arritrovai in una trazzera scura,

Che, maliritto a mia, a strada bona era finita,

E quando ci penso m’assale ‘na calura! 

Nunzia - Ma...ma… questa non è…non è …-

Peppino – (sottovoce, avvicinandosi a Nunzia) Sssst,  zitta per cortesia, non disturbiamo il maestro.-

Nunzia – (annuendo)…Ma mi sembrava…va bene sto zitta.-

Vito .- (come ispirato) E canto di l’armi di lo pietoso capitano

Che il grandi sipulcru di Cristu liberò,

e molto travaglio fe’ co’ ingegno e co’ lo brando,

Infino a quando, zitto e quatto, non si la svignò.

Nunzia-  (poco convinta) Sarà…ma quando attacca con la litania?-

Peppino- Aspettati, sintiti a mia. Ah, raccomando a tutti i presenti, di rispondere in coro: ora e poi.-

Nunzia  – E perché poi?- 

Peppino - Per grazia ricevuta e ora stativi muta. (le sfiora il labbro con le dita, Nunzia fa finta di schermirsi). -

Vito – (salmodiando, rivolto a Peppino) Ora la facemus comus a chilla che sai tu.-

Peppino – ( sempre salmodiando) L’ho capito. Ora e sempre - se non me la scordai.- 

Vito - Litania secunnum lo vetero concordatus anteriori sed posteriorum e doppo l’avventu di lo conciliu avvenire vaticanorum terzero.-

Peppino - Ora e poi….-

Vito –… Lo dicesti già…-

Peppino - …repetita aggiuvat…

Vito -… tu ti stai prenotandum una passata di bastonatis…

Peppino- …A meco? (come se dicesse amen)

Vito- …Sissignori, a teco et a’ beati paoli. (come se dicesse: e sia signore) Allora attaccuuummm?-

Peppino - …et cos’aspettis.-
 Vito- (concentrandosi) Santa Maria da saletta; (i presenti risponderanno: ora e poi. I nomi dei santi sono anche nomi di paesi, o di quartieri di Catania).-

Santa Maria di Licodia;

San Giuseppe La Rena;

San Paulo Solarino;

San Pietro Clarenza;

San Giovanni Li Cuti;

San Giovanni La Punta;

San Giovanni Galermo;

San Giovanni decollato;

Nunzia – ( a Peppino) Macari lui? E cosa c’entra?-

Peppino.- ( sottovoce, accarezzandole la guancia) Zitta, ssst,  non disturbare. Nuove regole…-

Vitu – Santo Stefano di Camastra;

San Michele di Ganzaria (fa cenno a Peppino d’attaccare lui);

Peppino - (annuendo attacca a sua volta) San Gregorio;

Santa Tecla;

Santa Venerina;

Santa Ninfa;

San Cono;

San Vito Lo Capo;

Santa Maria La Scala

Santa Teresa Riva;

San Giovanni Rotondo;

San Vito de’ Normanni ( fa cenno a Vito);

Vito – (annuendo) Sant’Agata Li Battiati;

Sant’Agata di Militello;

Sant’Alfio Etneo;

Sant’Alessio siculo;

Santa Civita;

San Berillo;

Santu Nullo;

San Cristofuru e così sia!-

Nunzia – Sia lodato Dio, avevate ragione, mai avevo sentito un rosario così…così bello e …grandioso! (guarda maliziosamente Peppino). Certo…magari forse un po’, troppo originale…-

Peppino – Certamente, originalissimo, sembra inventato a tappo!-

Vito – E ora figlioli, se si potesse mangiare…-

Nunzia – ( come se non avesse sentito) Ma sempre novità …gradevole. (guarda teneramente Peppino, il quale, in seguito, farà la controscena sulle battute di Vito: in particolare assumerà l’espressione serafica, raccolta, ispirata – col collo leggermente storto – ecc.).-

Vito – E carissima, la chiesa s’aggiorna. (poi vedendo che Peppino gli fa cenno che forse Nunzia ci sta, egli annuisce facendo il misterioso e continua con un sospiro)  Se sapeste quale altra novità c’è nell’aria…-

Nunzia – Che novità, monsignore, quali novità?-

Vito – Eh, cose grosse…grosse assai. (pausa teatrale)Vedete le autorità superiori stanno prendendo in considerazione la possibilità che i preti prendano moglie.-

Nunzia.- Sposarsi? Ma davvero dite?( interessatissima)-

Vito – Certo per ora è tutto tenuto riservato, sotto silenzio, perché si debbono fare ancora gli esperimenti, le prove, i riscontri.-

Peppino – Naturalmente è questione di poco, evvero monsignore?-

Vito – ( cenno che la pietanza intanto si fredda, e come dire pazienza) E come no? Vedete gli esperimenti servono per accertare se un prete è capace di fare il padre di famiglia. Cioè se è buono a fare la spesa, riordinare la casa, usare la lavatrice…-

Nunzia- …lavare i piatti, riparare una sedia…-

Vito – Certamente, certamente, ma anche…anche…beh, insomma…anche...-

Nunzia – …Fare all’amore?-

Peppino – Parole sante proprio cosi!-

Vito – In un certo senso…-

Peppino – In tutti i…sensi.-

Nunzia – E allora, se è per questo, basterebbe reclutare delle prostitute, no? (guardando Peppino)-

Peppino .- Quando mai! A noi piacciano…volevo dire: i superiori uffizi preferiscono donne mature, possibilmente sposate…con esperienza…(Peppino fa il piedino, ma sbaglia e lo fa a Vito)-

Vito – (piano) Peppino guarda che sbagghiasti. (poi a Nunzia) Certo don Peppino ha perfettamente ragione. No, no e poi no, quali prostitute! Ella dev’essere una donna sposata, costumata, riservata, d’esperienza nel settore, la quale può far provare il vero senso della vita famigliare, in tutto e per tutto (alludendo). Come, per esempio: fare la spesa, usare gli elettrodomestici, fare piccole riparazioni…-

Nunzia- …lavare i piatti…-

Vito – …(rassegnato) …lavare i piatti…scopare…-

Nunzia – Uhm…Interessante. E allora?-

Vito – Allora, esatto! esatto, dovrebbe fare anche quella funzione, se è necessario deve saper fare…tutto. Certo l’ideale dei superiori sarebbe – come già vi dissi - di sperimentare con una donna – cavia sposata, così che il candidato possa avere la possibilità di fare una vita famigliare completa: diritti e doveri. Ad esempio i doveri…i doveri…-

Nunzia - …coniugali…(si accorge del piedino di Peppino e ricambia)-

Peppino – Esatto, esattamente! Brava! (trionfante)-

Vito – Naturalmente. ( tentando di vedere sotto il tavolo) Poi si prenderebbero le decisioni in base ai test che faranno alcuni giovani preti. Per esempio, il nostro reverendo don Peppino è uno dei candidati. Egli dovrà fare l’esperienza matrimoniale e poi fare un rapporto, che unito a quelli degli altri, consentirebbe ai superiori uffizi e alla autorità di prendere le giuste decisioni. Ecco, gentile signora, di fronte a lei, non ha un prete, ma ha una cavia!-

Nunzia – Un’altra cavia?-

Peppino – Certamente. che poi sarei io in persona! Pronto all’occorrenza, e senza ripensamenti, a tappo!-

Nunzia . (pensierosa) Si, certamente, ma…e i mariti di codeste donne- cavia?-

Vito – Eh, i mariti di queste fortunatissime donne, chiamate al sacrificio - ebbene, quelli sarebbero le vittime della causa. Saranno degli eroi sconosciuti…-

Peppino - … perchè non sapranno niente di niente – mai.-

Nunzia – Sicuro sicuro?-

Vito – Sicurissimo. Eh, uomini così si sprecano nel mondo…-

Peppino – Ma lo sai quanti cornuti ci sono sulla terra?-

Vito – E senza giusta causa. Invece costoro…-

Nunzia – …Si guadagnano forse il paradiso?-

Vito – Beh, il paradiso proprio proprio no, ma qualche anno d’indulgenza, sicuro, sicurissimo.-

Nunzia- (abbassando gli occhi) E allora, monsignore, dite, secondo voi,  massaru Giesu, mio marito, potrebbe  essere il tipo che possa sacrificarsi per la causa?-

Vito – L’avete intuito, o donna prescelta, è proprio così!-

Peppino – Vedete, è il destino che lo ha voluto cornuto…cioè eroe. Lo stesso destino che ci ha condotto costì, alla vostra presenza, cara signora Nunzia…-

Nunzia – Chiamami Nunzy…beh, adesso, se non vi dispiace finite di pranzare da soli, vado di là a riordinare certe cose…con permesso monsignore… reverendo… (guardandolo maliziosamente).-

Peppino- Aspettate Nunzy, io ho già terminato. E, forse vi posso dare una mano e…magari fare anche qualche nuova esperienza… di uomo sposato…nelle faccende domestiche…e no, insomma, vengo di là con voi.-

Nunzia – (alzandosi facendo la rassegnata) Volete fare delle prove prematrimoniali?

Pipp.- ( quasi sbavando) Sissignora.-

Nunzia -Ma solamente innocenti prove, me lo promettete?-

Pepp.- Lo giuro financo, donzella pura.-

Nunzia – Beh, allora per la santa chiesa, vi istruirò un poco, venite con me.-

Vito – Ite, coitus est!-

 

I due escono.

 

Vito – (rimasto da solo, avvicinandosi le vivande, egli dovrà mimare la soddisfazione del pasto davanti a lui e, anche fare “l’amore” col fiasco di vino. Musica adatta) Ah, e ora finalmente si mangia, perché l’uomo lavora e fatica per la pancia (addentra un cosciotto) e per la…(s’ode distintamente il cigolio del letto)…e per quella cosa lassù. ( fa cenno al tetto).  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                             Ah, l’amore…

 

Personaggi:

 

Lisa………………………………………………………..imprenditrice;

Nella……………………………………………………….impiegata;

Nanni ……………………………………………………..impiegato.

 

 

La scena è un ufficio di una ditta. Nell’uscio a destra c’è una scritta: “Titolare”.

In scena ci sono Nella e Nanni, seduti che lavorano. Entra Lisa 

 

 

Lisa – Signorina Nella, queste lettere sono impresentabili. Ci sono almeno seimila errori per foglio. Ma quando scrive, a cosa pensa?-

Nella – Ecco, vede…-

Lisa – Vedo, vedo. E vedo che gli errori sono settemila! Signorina, o lei si mette la testa a posto, oppure la licenzio. Perbacco, io le do un lauto stipendio di…di…di quanto signorina?-

Nella – Novecentomila…-

Lisa – Visto? Novecentomila lire al mese sprecate.-

Nella – Ehm, ehm, all’anno, novecentomila lire all’anno.-

Lisa – Ah, si? E sempre una bella cifra sono. Guardate, novecentomila lire all’anno per avere questa…questa schifezza! Allora, signorina, mi sono spiegata? O si migliora oppure fuori! Adesso può andare. Anzi, aspetti: Ho comprato una Jaguar rossa, non appena arriva la fattura, la imputi a spese di beneficenza. Può andare, grazie. Avanti, al lavoro …vi chiedo la vostra cortese e massima collaborazione…-

Nella – ( a bassa voce) Ora ci incastra.-

Lisa – Cos’ha detto?-

Nella – Ho detto…ho detto …non ho la tasca…-

Lisa – Oh, bella, e cosa c’entra la tasca?-

Nella – Nulla, mi scusi, mi scusi…-

Lisa – Bene ridicevo: ho bisogno della vostra collaborazione perché la faccenda è delicata: Qui, è tutto! ( va nel suo ufficio, ma subito rientra mostrando una lettera) Guardate qui! Sono finita! Accertamento per dieci miliardi di imposte evase. C’è l’atto ingiuntivo: pagamento immediato. Dieci miliardi di multa! Più sette anni di imposta evasa! Otto di mora, più due per diritti d’ufficio…più tre anni - per tentata corruzione. E’ la fine! Fallirà e mi arresteranno, mi daranno l’ergastolo…Oddio, svengo (i due si precipitano per sorreggerla, e la fanno sedere, poi la sventolano col fazzoletto, le prendono una mano, la chiamano, la sorreggono, poi la riportano nel suo ufficio)

Nanni – (uscendo insieme a Nella) A quella le viene un infarto…-

Nella – ( Che è rimasta perplessa su quanto detto dalla titolare) Speriamo di no ( poi come se inseguisse un pensiero rovista fra le sue carte, e le confronta con l’ingiunzione) Ma non è possibile…ah, capisco…ma certo…c’è un errore: uno zero in più. Nanni, guarda qui: c’è un errore, sono dieci milioni in tutto, l’avevo riportato qui! -

Nanni – Mamma mia che spavento, io già mi vedevo licenziato, a fare il barbone…-

Nella – Ma piantala. Anzi, sai che fai? La notizia gliela vai a dire tu.-

Nanni – Io? E perché?-

Nella – Proprio tu e non fare il fesso, come se non lo sapessi che te la scopi. Diamoci da fare: dobbiamo salvaguardare il nostro impiego. Io vado all’ufficio delle imposte a chiarire tutto. Tu, intanto, calmala e per bene, capito?-

 

Nanni non risponde, ma fa cenno di si con la testa, poi piano si reca nell’ufficio del capo ed entra senza bussare.   

Dal vetro si vedono lampi e saette, si odono tuoni e tamburi. Musica adatta. Dopo due minuti, fine effetti. Rientra Nanni, tutto in disordine, seguito da Lisa, come una cagnolina, anche lei con i capelli e i vestiti in disordine. 

 

Lisa – Nanni…(voce languida, se lo riporta di nuovo in ufficio) Nanni…-

Gioco di luce e musica adatta. Poco dopo esce Nanni, allegro e soddisfatto. Si sta dando una sistematina ai capelli e al vestito, quando si risente al voce di Lisa.

Lisa – Nanniiii.-

Nanni – (accorrendo) Che donna! (solito gioco come sopra. Rientra Nanni. c.s.).

Lisa – Nanni!-

Nanni – Ancora? Va bene che è rinata…(Nanni va di nuovo dentro. Gioco c.s. Poco dopo Nanni esce asciugandosi il volto).

Nanni – Quella non è una donna, è un vulcano!-

Lisa – Nanni…-

Nanni – Oh, no! (Nanni entra nella stanza lentamente, svogliatamente. Tutto c.s?) poi rientrando in scena) Per la miseria, è inesauribile.-

Lisa – Nanni, Nannino, vieni caruccio. ( Nanni, con un gesto di rassegnazione va nell’ufficio. Luci che calano, e musica lentissima. Quando rientra Nanni in scena, barcolla, si regge ad una sedia e si accascia sulla detta).-

Lisa – Nannuccioooo.-

Nanni – Noooo! (tenta di rialzarsi, ma non ce la fa, barcollando rientra nell’ufficio della titolare, mentre le luci calano fino al buio, per … ritentare, intanto il sipario si chiude).-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                      Gelosia

    

Personaggi:

 

Carmelino………………………………………….barbiere cornuto;

Salvo….   …………………presunto amante della moglie di Santino.      

 

Sala da barba di Carmelino, che è in scena, seduto che legge il giornale. 

 

Salvo.- Buon giorno Carmelino. Che? sono il primo?-

Carmelino - E forse anche l'ultimo!-( si alza a malavoglia lasciando cadere il giornale).

Salvo.- Cos'hai detto?-

Carmelino - Niente, niente...-

Salvo.- No, tu dicesti qualcosa.-

Carmelino - Morte subitanea, ma a te non sfugge mai niente?-

Salvo.- Sissignore, non mi sfugge niente, non mi scappa nulla…  e tu, se non vuoi parlare, sei padronissimo… vuol dire che tant'anni di amicizia ce la mettiamo sotto i piedi  ce la mettiamo, e la calpestiamo, e se non bastasse...(alza le braccia in  segno di resa, ma anche offeso) Allora, signor Carmelino Barbagallo, barbiere in Catania, favoritemi una  rasatura facciale morbida e delicata e se non mi  soddisfaci… se non mi soddisfacere... no, non è cosi'.  Se non mi soddisfacerete, cambierò bottega.- 

Carmelino - Prego, salone.-

Salvo - Bottega, bottega e bottega! Perchè questa è una tinta  putia! L'ho detto!!-

Carmelino - Non voglio fare sapere i cavoli miei al mondo intero.-

Salvo - ( scandalizzato) Iiihhh! E io sarei una spia? Io sarei  nu tintu sbirru? Io sarei...-

Carmelino  - …No Salvo, tu sei di più, molto di più…(torvo in viso)-

Salvo.- ( Guardandolo allarmato) Carmelino, chi successi? chi fu!  Cos'è sta faccia?-

Carmelino - Niente, niente..- ( si gira dall'altra parte)

Salvo - Ahò Carmelino, non mi fare spaventare, chi fù!-

Carmelino - E non ti spaventare…-

Salvo - Non nascondermi nulla! Sarò forte!... E' mortale?-

Carmelino - Mortale che cosa?-

Salvo - La tua malattia, Carmeluzzu...-

Carmelino - …Ma quale malattia…-

Salvo - E allora, se non stai male, perchè hai quella faccia?-

Carmelino - Sto male e non sto male… -

Salvo - E che è allora? Parla!-

Carmelino – Parlo, però ora stai zitto e non mi interrompere, sennò non ce la  farò, (con sarcasmo) non ce la farò a dirti che penso che mia moglie  mi tradisca.-

Salvo.- (sobbalzando) Chi donna Assunta?-

Carmelino - E quante mogli ho, secondo te?-

Salvo - Una, una... dicevo per dire… sono sbalordito. Ma... sei sicuro? Perchè a me sembra impossibile che un uomo, un vero uomo, si possa mettere con tua moglie, la quale, senza offesa, e' veramente brutta, ma brutta assai.- 

Carmelino - Salvo, ah ora parli così?-

Salvo - Ma che capisti? Io facevo una specie di paragone  perché non può essere... Senti, a me sembra impossibile, poi, sono padrone di non crederci?-

Carmelino – (ironico) Lo so, tu sei un amico (sarcastico) e vuoi consolarmi, vuoi allontanare da me certi pensieri, e ti ringrazio...ma io ne sono abbastanza certo.-

Salvo - Ah, non ne sei veramente certo? ( tremabondo).-

Carmelino – Ne sono praticamente certo… quindi ci do a questo fitusu ‘na rasoiata e pari e patta!-

Salvo – ( toccandosi il collo) Case da pazzi, cose da pazzi, roba da non credere, povero amico mio...( finto rammarico) E con chi pensi... ( accenna con le dita alle corna )-

Carmelino - Intanto non fare più quel gesto, sennò la rasoiata te la buschi ora…proprio tu - adesso.  Eppoi … eppoi… avanti, mettiti comodo che ti sbarbo!-

Salvo - ( alzandosi e togliendosi il pettinatoio) No, lasciamo perdere... oggi sei nervosetto… un'altra volta. Facciamo domani?-

Carmelino - Salvo, ti dissi, assettati!- ( minaccioso )

Salvo.- Mi siedo, calma, mi siedo...( sconsolato e rassegnato)  Ma, Carmelino, m'arraccumannu ah?-

Carmelino - Con le buone maniere si ottiene tutto.-

 

Quindi Carmelino fa mettere comodo l'amico sulla poltroncina, lo controlla, e lo prepara alla rasatura come se dovesse effettuare una operazione chirurgica. Salvo segue le sue mosse col viso preoccupato, ma non osa fiatare, e segue attentamente la mano di Carmelino che regge il rasoio. Intanto il barbiere gli insapona il viso con fare brusco alternandolo a modi manifestamente troppo gentili, e tenendo sempre sulle labbra un sorriso diabolico. 

 

Carmelino - E adesso ti dirò chi è!-

Salvo - ( terrorizzato) Chi è chi?-

Carmelino - Chi è il ganzo di mia moglie, signora donna Assunta Privitera in Barbagallo!-

Salvo - Lascia stare, Carmelino, me lo dirai un'altra volta...( tremebondo).-

Carmelino – Perché?  non lo vuoi sapere più?-

Salvo - No è che può darsi che ti sbagli... certamente,  può  darsi.- 

Carmelino - E può darsi che non mi sbaglio...Avanti, ora te lo dico...-

Salvo - ( supplicandolo) Dimmelo un'altra volta…domani...più  tardi? Dopo la barba, eh?-

Carmelino - Te lo dico adesso, ora, in questo momento, costì  immantemente, senza indugi e tentennamenti. l'uomo, il  traditore, l’amante della mia metà è…è ( Salvo non respira, poi Carmelino si tura il naso) Mizzica chi puzza! E che è? Te la sei fatta addosso?-

Salvo  - …nooo, è solamente una pernacchetta, un piccolo peto…( si deterge il sudore dal viso)-

Carmelino – No, Salvo merda! (allusivo)… Questa è merda! (ripone il rasoio, si pulisce le mani, rivolto alla sala ) vendetta è fatta!- 

 

 

 

                                             …Olio alle reti! 

 

Personaggi:

 

Rosina Marano………………………………………. ………vedova.

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Sulla scena ci sarà montato l’interno di una stanza. In evidenza, in prima, c’è un inginocchiatoio. All’apertura del sipario Rosina è inginocchiata e si segna, poi  si alza e si rivolge alla foto del marito defunto appesa alla parete.

 

Rosina - … e così gli ho detto tutto. Tu dici: Proprio tutto Rosina? Beh, le cose più importanti…Certo non potevo dirgli di ciò che è accaduto nel rione, a Lui (accenna col dito verso l’alto) questi pettegolezzi non interessano. Ma a te si! Eh, lo so, lo so, non negarlo. (Inizia con aria misteriosa, per perderla in seguito) Per esempio: Jano si è riappacificato con sua moglie, Cettina, sai quella del terremoto, quella che scese seminuda in strada… come è avvenuta la riconciliazione? E’ stata semplice: dopo i fatti ella se ne andò ad abitare con Turi do’ mircato, e Jano rimase in casa coi figli. Poi un girono di un mese fa, si incontrarono alla pescheria. Si salutarono, si scambiarono qualche parola: “come stai, come và, come stanno i figli”, poi un invito a prendersi il caffè insieme…e, insomma, finì che tornarono insieme anche a casa. Sai Cettina non poteva certo stare con Turi. Certamente quello è un pezzo d’uomo, un saracino, un mangiafemmine, ma non ha la finezza di Jano… no, proprio no. Tu potresti dirmi: In effetti quei due erano fatti l’uno per l’altra, ed io sono d’accordo, anzi: d’accordissimo! (pausa) ma la carne è carne, e a Cettina quella volta prudeva un pochino.

Ma il Signore vede e provvede - e castiga! perché non sai cosa capitò a Turi nella notte del terremoto di S.Lucia…cosa successe? E… Nulla! Anzi no! Cose turche - no cose da screanzati…Non ti posso dire che cosa fu, sono una signora.…Ma quella sera successe qualcosa… insomma è cosa delicata…si tratta di sesso - mancato! Mancato? No, no, ma che mancato! Morto! Proprio morto.  

Ma no, che vai pensando…no, non morì Turi, ma gli morì quel fagottello che porta proprio in mezzo ai pantaloni! Poveraccio…per un femminaro come lui, che umiliazione! Va bene, certo è una vergogna far parlare una signora di questi argomenti scabrosi…(breve pausa) ma che faccio, mi turo le orecchie? Come l’ho saputo? ma per caso, e quello che ho saputo te lo sto dicendo, pulito pulito, senza aggiungere una virgola.( pausa imbarazzante) 

Ah, ora che mi ricordo, ci sono stati due nuovi fatti nel rione. Ti ricordi del barone Branciforti e di sua figlia Grazia?  Ti ricordi vero? Ecco proprio Grazia si è sposata con Ciccino l’infermiere…Come, come? Cosa dico? Dico che la Grazia, già avanti con gli anni, si era infatuata di Ciccino, e si faceva fare le punture intramuscolari solo da lui…e un giorno se ne fece fare una “particolare”. Poi rimase incinta e rimediarono con la “fujtina”. Il barone si infuriò e non volle più vederla. Ma Carmelino il barbiere e Nino Panza, fecero di tutto per persuaderlo. E con uno stratagemma ci sono riusciti. Ora i due piccioncini sono marito e moglie felici… Poi ci sarebbe tuo nipote Nanni che si è …sistemato con la sua Titolare. Come fu? Fu a causa di uno grosso spavento che si prese quella donna superba, e che sfociò in libidine – scansatene (si segna)! 

Ah, sai? Anche Carmelino si è messo con donna Assunta. Quello è un altro femminaro…Già… ma anche lui ha avuto un infortunio. Casa dici? Chi fu? un incidente? Sbattè la testa? No le corna! Incredibile vero? Già! 

E, sai,  Franca, ha lasciato il mago e non fa più la vita. E non si è messa con un Preside di una scuola privata? Un certo Luciano…Luciano…beh, Luciano e basta. E Matteo Coci ci è rimasto talmente male che ha composto un madrigale quasi di mortorio per il suo amore deluso. Dici che quello è d’animo fine?  No, quello è fesso! Senti a me. Ed ora non mi dire che sono il gazzettino di Catania, sennò mi arrabbio… Ho solamente buone orecchie… Ma lo sai lì, nella casa accanto alla nostra, divisa da quella parete, chi ci abita?(  accenna al muro ipotetico).  Ci abita Pietrino, il banconista del bar Mangano… Te lo ricordi vero? Ebbene, sai chi ci va a trovarlo in casa?  Apri bene le orecchio: Ci va Rita Coci. Cosa ci va a fare? Bah, bah, bah…non farmi parlare…come? Ma si, ci va’… (poi di getto) ci va’ a mettere le corna a Matteo! (pausa) Ah, ci scherzi sopra? Ti sembra impossibile …E invece si, ci va’! E come se ci va’… Quando l’uomo è tentatore… Vedi, Rita frequentava il bar e Pietrino, che ci aveva messo addosso gli occhi, se la corteggiava discretamente…si fa per dire: Donna Rita vi faccio un caffè da favola; Signora Coci, oggi il cono che vi riempio è grande come la nostra montagna; il cornetto stamani, Rita, è caldo come il mio cuore; oggi Rintuzza, ti faccio una pizza, ma una pizza…E allora tra un caffè da favola, un cono grande come l’Etna, un cornetto e una pizza pizza ( fa cenno con le mani), se l’è portata a letto. E io li sento questi assatanati: la parete, lo sai, è sottile e si distingue quasi tutto ciò che dicono-  e fanno… poi c’è quel cigolio ritmico della rete, quando …quando…insomma quando. E mi fa impazzire…Ahu, ma che capisti? Mi fa impazzire perché dura molto. Uffa! Che vai pensando? E’, è… insomma è …fastidioso…assai fastidioso, Ecco, lo senti? Lo senti? Hanno ripreso le… funzioni! (s’ode il cigolio, Rosina lanciandosi verso il muro) Olio alle reti, Pietrino!!!  

 

 

 

 

 

      

 

                                                      “ Corti 2.0 “

 

 

                                                                  

                                                    Corti  “ sociali ” 

 

 

 

 

 

 

 

Turri Lifu, dicembre 2012

 

 

 

 

                                                           “ La cinquina”

 

 

 

 

Personaggi:

 

Agatino…………………………………………………………………………postino;

Tano……………………………………………………………………………. Collega di Agatino

 

 

 

All’apertura del sipario c’è in scena Agatino Speranza, un uomo di circa quarant’anni, alto, biondiccio, vestito con la divisa da postino, sdraiato su un lettino. Su una sedia, vi è seduto Tano, un amico di Agatino, postino pure lui. Musica adatta.

Aga. – ( sul lettino, con un fazzolettone allacciato sotto il mento) Voglio morire, voglio morire. (prima sussurrato, poi sempre più forte) Cosa ci campo a fare?  Basta, la mia vita è finita! –

Tan. – (Alzandosi e avvicinandosi al lettino) Ma che dici, Agatino, vuoi morire, la tua vita è finita, che campo a fare?, ma che minchiate dici!-

Aga.- (alzandosi a sedere di scatto) Ah, per te sono minchiate? Secondo te non dovrei morire? (poi, sconsolato, mettendosi seduto sul lettino con le gambe poggiate sul pavimento) Naturale, non è toccato a te? E allora spariamo pure sentenze!-

Tan.- E va bene, è toccata a te questa sorte di sfortuna, ma la vita continua. ( detto come una battuta da telenovela)

Aga.- Per chi? Per chi continua? Per te, che sei un animale selvaggio, che non hai altri scopi nella vita che abbuffarti e scoreggiare. Ma per uno come me…-

Tan.- …nobile decaduto… intellettuale incompreso. Ma dai! E comunque morire non dipende da noi, questo è sicuro.-

Aga.- E lì che ti sbagli! Dipende da noi, sissignore! Quando uno non sa più cosa farsene della propria vita, bene, vuol dire che è finita, che deve andarsene, che deve morire, che deve tirare le cuoia, che deve schiattare! Ora a me non resta altra scelta…(con tono lamentoso, ristendendosi sul letto e sistemandosi il fazzolettone sotto il mento) Voglio morire, voglio morire…-

Tan.- (avvicinandosi per confortarlo) Fatti forza, certo, la fortuna non ti è stata amica…-

Aga.- (balzando dal letto) Amica? Mi è stata matrigna!  Vedi? Per me un terno era un sollievo, una quaterna la felicità, ma la cinquina era il Paradiso! (sconsolato) E, invece eccomi qua, ancora all’inferno! Quell’inferno che vive un separato in casa, con una moglie sciattona, con tre figlie insaziabili, con uno stipendiuccio da postino, pieno di cambiali, e per giunta, con forti debiti con Pinu l’usuraio.-    

Tan.- Coraggio…-

Aga.- …E ce ne vuole tanto, caro Tanu, ma tanto tanto, per continuare ad andare avanti (si alza e passeggia) Vedi? Prendo milleduencento euro di stipendio, ne dò a quella sciattona duecentomila per le sue “spesucce”, e quattrocentomila per i figli, debbo pensare alla spesa giornaliera, e alla rata del mutuo e della Seicento. Cosa mi resta? Cinquanta, sessanta euro, per me. Va bene che ho il pasto principale assicurato. (breve pausa) Vedi, secondo l’accordo, io porto la spesa all’una precisa; alle due pranziamo tutti insieme; e alle tre, a scelta, posso andare nella mia stanzetta, cioè in purgatorio, oppure, come dice quella ( indica la porta, come se dietro ci fosse sua moglie), andare a farmi rompere le corna fuori di casa. Però fino a mezzanotte, perché se ritardo un solo minuto la strega mette il paletto nel portoncino.-

Tan.- Certo che non è vita, questa…-

Aga.- E cosa ti dicevo, prima? Che vita è mai questa? Il bagno è per me dalle sei alle sette, se sgarro mi tocca uscire senza essermi lavato; dalle sette alle sette e mezza, è di Lucia, che va al liceo; dalle sette e mezza alle otto è di Michelina e Tinuzza, che vanno all’elementare, e dalle otto, fino a che Dio vuole, è della sciattona. (pausa) Ora con quella sorta di cinquina secca sulla ruota di Palermo, che mi dette in sogno mio padre, buonanima, io avrei risorto tutta la situazione… e magari magari … (cenno con la mano per dire tanto tanto) e se ne risolvevo soltanto metà, per me sarebbe stato ugualmente il Paradiso… ma no, quella sorte cornuta e buttana, non l’ha voluto! Voglio morire, voglio morire ( si rimette a letto come sopra).-

Tan.- Hai ragione, è stata veramente un colpo di jella inaudita…-

Aga.- (rialzandosi) Uno solo? Diecimila colpi di jella insieme, contemporaneamente, in concorso di evento, all’unisono, sulla mia testa! Ma come? Ma come? E perché, perché?-

Tan.- Perchè chi nasce jellato, muore jellato, Agatino mio.-

Aga.- Si, hai ragione… sarà proprio così… E i debiti crescono… Mi feci prestare duecentocinquata euro da Pinu, l’usuraio, per giocarmeli secchi sulla ruota di Palermo, come mi raccomandò la buonanima – salute c’è qua – Ma  Pino tentennò, si fece pregare, alla fine mi disse: “Caro Agatino, mi devi già quattromila euro e sei ampiamente scoperto, e me ne chiede altri cinquecento? No, non ti posso più aiutare…” E sai cos’ era tutta la storia?- 

Tan.- Cos’era? Dimmela tu.-

Aga.- E certo che te lo dico io, bestiazza. La storia era che quel maledetto usuraio voleva raddoppiare l’interesse. (sedendosi) Quando lo capii gli dissi: Va bene, quanto volete? “Beh- mi fa- facciamo che ti do le duecentocinquanta euro e tu, lunedì mi restituisci cinquemila euro tondi”. Era sabato mattina, la cinquina era fresca fresca, tu cosa avresti fatto?-

Tan.- Mi sarei giocato pure i maroni.-

Aga.- E così feci io… perlomeno così volevo fare, perché, prima di andare al lavoro, mi recai subito alla ricevitoria del lotto, ma trovai scritto sopra la porta: chiuso per sciopero. Miseria ladra! mi dissi, anche lo sciopero si ci mette?-

Tan. – Perchè hai qualcosa contro i diritti sindacali? Lo sciopero e’ sacro!-

Aga.- Lo so, lo so, scopristi l’America. Lo so, lo sciopero è sacro e inviolabile, ma perche’ proprio a ridosso della mia cinquina? (pausa, si alza) Bussai e don Vito, della ricevitoria, mi aprì e mi disse: “C’è sciopero, ma se il signor ministro molla e accetta le nostre richieste, può darsi che venga revocato.” Revocato? gli dissi, e allora fatemi una cortesia, io vi lascio i numeri per la giocata e i soldi. Se lo sciopero non si fa, voi me la giocate, altrimenti … pazienza.-

Tan.- Ma allora, come fù…-

Aga.- …e aspetta che premura. Dunque, dissi così e cosà,  ma quel vecchio rimbambito non si volle prendere la responsabilità di farmi lui la giocata! (scimmiottando don Vito) “Sai caro Agatino, io il favore te lo farei, ma se poi dimenticassi di giocartela questa benedetta cinquina - sai nella confusione, è sabato, con lo sciopero revocato- insomma non posso impegnarmi. Però, nel caso, se ti sbrighi, fatti vedere. C’e tempo fino a mezzogiorno”. E io feci il mio giro più velocemente che potei, feci…feci…feci anche…insomma, tu lo sai, la pubblicità a chi vuoi che interessi …-

Tan.- …e la gettasti nel cassonetto della spazzatura …-

Aga.-… esatto. Ma nonostante tutta la mia buona volontà, quel giorno tutti gli italiani avevano qualcosa da dirsi e da spedirsi: Avevo il borsone pieno fino a scoppiare, ero carico come un asino.( tormentando il fazzoletto) Si fece l’una e ancora dovevo completare il giro. Beh, pensai: in fondo lo sciopero è sciopero. Quindi andai a fare la spesa, pranzai, mi feci una piccola pennichella, e poi scesi giù al bar a prendermi un caffè. Entro nel bar, mi faccio la mia brava chiacchierata con gli amici, e poi ordino il mio caffè. Nell’attesa che il banconista mi faccia un caffè come dico io, mi reco in bagno per fare una lunga pipi’. E stavo proprio li’ li’ per terminare, quando dalla finestrella del bagno che da sulla stradella, vedo don Vito che appende i numeri estratti. E leggo nella ruota di Palermo, la mia bella, la mia adorata, la mia promessa cinquina, di quelle che capita una sola volta in tutta la vita – o della morte di un padre – che faceva bella nostra di se, là nel tabellone beffardo. E mi venne una sincope. Mi trovarono svenuto con le testa nella tazza del cesso. Voglio morire, voglio morire. (c.s.).

Tan.- Bella sfortuna, però …(non sapendo più che dire)-

Aga.- (saltando giù dal letto) Bella sfortuna? No caro mio quella è jella allo stato puro, anzi allo stato selvaggio! (pausa) E quando mi portarono, a braccia, a casa, quella sciattona (indica ancora la porta) non disse ai baristi: “ E chi fu? Che è ubriaco? Vuoi vedere che ora, oltre che scansafatiche e jellato, è risultato pure ubriacone?” (pausa, tormentandosi le mani)-

Tan.- Cose da pazzi. Roba da non credere, eppure succedono certe cose che uno potrebbe dire: impossibile!-

Aga.- Hai visto? Ed ora, ti rendi conto di cosa è la mia vita? Che sorte di malasorte ho addosso? Separato in casa, pieno di debiti e ancora nelle grinfie di quella strega! Capisci perchè voglio morire? -

 Tan.- E si. Condoglianze.-

 

 

 

 

 

                                                             

                                                             “  La lotta “

 

 

 

 

Personaggi:

Cosimo con un braccio……………………………………………………………boscaiolo;

Il Castagnazzo……………………………………………………………………….Castagno centenario;

don Alfio…………………………………………………………………………………boscaiolo.

 

 

 

 

Sulla scena è stato ricostruito l’interno di una casupola, nel cui lato destro si vede un grosso fusto di castagno.

Cosimo, un boscaiolo di mezza età, con un solo braccio perché  l’altro glielo ha staccato la sega circolare, sta sdraiato su una brandina, fuma e guarda il soffitto. Ad un tratto, la sua attenzione viene presa da una piccola fenditura che si intravvede nel soffitto. Egli si alza e la va ad esaminare attentamente.   

Cos.- Non è fuliggine, maledizione, non è fuliggine...e  nemmeno ragnatela. ( esamina ancora, tocca il soffitto, tasta la fessura) Questa è... questa è una crepa, una dannatissima fessura!  Malanova a me! ma guardate: parte dal castagnazzo e arriva netta netta, bella saettante, fino all'altro capo della stanza. Beddamatri, questa è una brutta, bruttissima faccenda. Come dire: l'inizio della mia fine. Ecco qua: Sono rovinato! ( Cosimo, sconvolto, scende giù da tavolo ) Sono rovinato.  Questa cosa così miserabile, così insignificante, così traditrice, ha il potere di sconvolgere la mia vita (passeggiando e riflettendo al alta voce). Questo significa che nel giro di pochi mesi, ma che dico! nel giro di pochi giorni, 'sta miserabile mi avrà spaccato la casa in due: pulita pulita! netta, netta!  Ed io come farò?  Non ho certo gli stessi anni di quando mi costruii questo delizio di casetta, - con le mie mani, portando il materiale dal paese fin quassù sulle spalle, come un mulo -. Non ho più la stessa forza, la stessa salute d'allora... eppoi, ammesso che ce la facessi  ancora, dove li prendo i quattrini? - dove li vado a trovare i soldi per costruire un'altra casa? Ma com'è successo, santo diavuluni, com'è stato possibile? - Il castagnazzo, non c'è dubbio, è il responsabile! E qui non ci piove! (sale di nuovo sul  tavolo, va a controllare la fessura).  Certo è lui! (scende e riprende a passeggiare). Castagnazzo del mio cuore, la situazione e veramente delicata, e volenti o nolenti, la dobbiamo esaminare  per trovare le responsabilità reciproche e le possibili soluzioni. Tu lo sai che sei il sostegno della mia casa, quindi della mia vita - che sono ormai la stessa cosa. Sai pure che ti voglio bene, che ti ammiro perchè sei forte, superbo, dritto, pieno di salute e di vigore. Ed è per questo che ti scelsi tra tanti. I tuoi pampini mi hanno protetto dalla calura estiva, i tuoi rami mi hanno dato riparo dalla neve e dalla grandine. Il vento, grazie a te, diventa brezza per me. Sai anche che sono fiero di te e che ti rispetto come rispetterei mio padre buonanima, il tuo ex padrone. Ma ora, guardiamoci in faccia! ora stai minacciando la mia casa e me stesso. Capisci? mi stai demolendo la  casetta che finora hai protetto. Ed io che faccio? che posso fare? posso restare a guardare impotente, il tuo tristo operato? Posso assistere, con le mani in  mano, a questo delitto, commesso, per di più dal mio  migliore amico? E che amico sei se mi scassi la  casa? Non sei più un amico! Allora mi sei nemico! Sei un'anima nera! un traditore! una cosa fitusa! (accalorandosi, per poi calmarsi) Certo, tu potresti dirmi…

Cas.- ( voce del Castagnazzo, molle, suadente) … E a te chi te lo disse di costruire la casa addosso a me? Bella schifezza che hai fatto Cosimo!  Bella schifezza! E adesso che pretendi? che lo paghi solo io il tuo errore?-

Cos.- Ma quale errore! Non ti lasciai un po' di gioco?-

Cas.- E vuol dire che fu poco. Non sai che gli alberi  crescono e s'ingrossano? E che noi castagni siamo piante secolari?-

Cos.- Scopristi l'America! E fu per questo che mi appoggiai, fiducioso a te: Confidavo nella tua protezione. E fu anche per buon augurio, sissignore! E, se sei onesto, devi ammettere che ti fece pure piacere.-

Cas - Piacere? Scoppiai dalla gioia! Eccome! Mi feci anche  più dritto per assecondarti; alzai i rami per non  infastidirti; e ammonii tutti intorno: Non disturbatelo! E si! Mi feci commuovere dal tuo gesto: il figlio del mio amato padrone cercava la mia protezione. - altrimenti avrei dovuto impedirtelo. Non fu saggio!  Decisamente non fu una cosa saggia! Devo ammetterlo.-

Cos.- Parole sante, Castagnazzo. E adesso che facciamo?-

Cas.- Questo non lo so proprio. Certo è, che me ne hai dette di tutti i colori, e che mi hai pure ripudiato per amico. Che scelta abbiamo? Quali soluzioni ci restano?-

Cos.- Poche castagnazzo: o tu oppure io.-

Cas.- Ma dici sul serio? (pausa) Francamente non pensavo proprio che questa storia ci potesse mettere l'uno  contro l'altro - accidenti!: La tua casa contro la mia  vita, se ho ben capito...-

Cos.- Perfetto! E non ci resta che batterci: io per difendere la mia casa, tu per non morire!-

Cas.- E ti sembra giusto? Non ci sarebbero altre soluzioni?-

Cos.- E quali? Io non ne conosco! Qua, ripeto, le cose sono due: o tu o io!-

Cas.- Ma ne sei proprio sicuro? Hai proprio deciso? Dev'essere per forza lotta?-

Cos.- Sicuro! deciso! e sentenziato! Lotta dev'essere!-

Cas.- E tu saresti il famoso "homo sapiens"?-

Cos.- Che dici castagnazzo! Non ti capisco! Che fai, per caso, lo spiritoso?  pensa, invece a preparare la tua anima - che è meglio - perchè domani inizierà la lotta.-

Cas.- Ma dai Cosimo, non essere impulsivo. Ragiona… consigliati con don Alfio, il tuo principale.-

Cos.- Quello capisce solo di segheria, non è un vero boscaiolo. Poi, a questo punto, c’è poco da ragionare: mi stai scassando la casa, quindi mi stai rovinando, per cui ti debbo abbattere per salvarmi!-

Cas.- Cosimo, pensa alla nostra amicizia! torna in te, ti prego.-

Cos.- Basta! Non essere patetico. Ed ora non c’è altro da dire!-

Cas.- Allora debbo pensare che per forza vuoi la lotta?-

Cos.- Sissignore. Lotta dev’essere e lotta sia!-

Cas.- E pazienza - lotta sarà...-

 

Con effetti luminosi e musica adeguata, l’attore, con una scure nell’unica mano,  dovrà mimare la lotta con castagnazzo. (potrebbe essere una coreografia per un ballerino) Tre minuti di effetti e poi su udrà un forte rumore, come d’un tronco che cade. Quando riprende la scena, illuminata da un occhio di bue, ci sarà Cosimo sotto il grosso tronco. 

 

Cos.-  (dolorante) Castagnazzo, che m’hai combinato? Mi hai schiacciato.-

Cas.- Cosimo, mi dispiace. 

Cos.- Mi hai conciato per le feste.…  Sono tutto rotto!-

Cas.- Sono proprio dolente, ma io non sto certo meglio di te. Mi hai abbattuto… sono finito. La mia vita è attaccata solamente ad un pezzetto di corteccia… e si sta alzando il vento. Che sciagura. Addio Cosimo con un braccio.-

Cos.- Addio? No, arrivederci, perché, se me la cavo, il prossimo anno, vedrò i tuoi virgulti di almeno due metri d'altezza.-

Cas.- Li avrei avuti se tagliavi il tronco dove avevi deciso prima. Ma hai voluto strafare, mi hai tagliato l'anima, ti sei portato via la vita. Per me è finita Cosimo.-

Cos.- (si ode un forte sibilo di vento, Cosimo grida) Castagnazzo no!- 

Il tronco, sospinto dalla raffica di vento, coprirà del tutto l’attore. L'occhio di bue intanto si restringerà su di esso.  Pochi secondi e si spegnerà, mentre la sinfonia andrà di nuovo in sottofondo, senza terminare. Il tutto durerà un minuto, un minuto e mezzo. Quindi riprenderanno le luci con l'occhio di bue sul tronco del castagnazzo, dove sta seduto Alfio a destra. Fine musica. 

Alf.- ( come se parlasse con qualcuno che non si vede in scena, o agli spettatori) ... a voi sembrerà chissacchè, ma i boscaioli dicono che quel giorno, per tutta la montagna, si udì' l'eco di un forte urlo, come se fosse il grido di un gigante - dicono. E forse era il Castagnazzo che urlava acute accuse alla natura e folli implorazioni al cielo. (intanto si alza e incomincia a uscire dal cono di luce). E quando scoprimmo il fatto (accenna al tronco), qualcuno fece notare che il tronco era contorto, quasi avvitato su se stesso.  E questo - dicono - perchè il Castagnazzo aveva  tentato, fino all'ultimo, di schivare Cosimo con un  braccio.  - dicono. Mah, chissà... si dicono tante cose... si dicono ( e  lentamente esce dal cono di luce e dalla scena).-

Musica che riprende per mezzo minuto e luci che calano.

Fine.

 

 

                                        “Giugnetto, barelliere di i^ classe”

 

 

 

 

Personaggi:

Giugnetto………………………………………………………………barellieri di 1^ classe;

Modesto………………………………………………………………. Professore e luminare.

 

 

 

 

All'apertura del sipario c'è un uomo in camice bianco sgualcito e macchiato, appoggiato al muro, vicino alla barella, che si pulisce le unghie: E` Giugnetto, barelliere di I^ classe, permalosetto e un po’ credulone. Squilla il telefono.

Giu.-  Hai voglia di squillare, io non ti rispondo, perchè sono barelliere, non telefonista. Ho una qualifica io. ( sempre impassibile) Io sono qui, pronto a tutto, pronto agli ordini del Primario, l’illustrissimo professore Scecconi. (poi come se si rivolgesse a qualcuno fuori scena) Sono sempre sul pezzo-io! E qui ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro (gridato verso l’interno), invece...no!  Ecco, per esempio: il telefonista dovrebbe stare qui, invece  è a giocarsi la schedina; l'altro barelliere bada all'ossigeno del nr 40, al posto dell'infermiere addetto, che è andato a casa del professore Scecconi a  riparargli il rubinetto del bagno; L’infermiere capo Ingrassia è assente… per motivi famigliari; il dottor Saccuni  invece di stare al reparto è a farsi una visita  domiciliare a pagamento... e anche Scecconi, il primario, per la verità, passa più tempo presso il suo studio  privato che qui in ospedale... E intanto  va tutto a  rotoli.  E` uno sfascio! ASL? e che vuol dire? vuol dire: lavoratori sempre assenti! E gli ammalati? Ma perchè ci sono pure loro? e cosa c'entrano 'sti scocciatori? (breve pausa)  Santa pazienza... Eppoi oggi, per completare l’opera, ci voleva anche questa benedetta visita fiscale, e con Ingrassia assente, è toccato a me, il fesso della situazione, di fare il piantone, anzi la sentinella, pronto a ricevere il grande professore, il luminare della scienza, accademico dei lincei, vicepresidente  dell'ordine dei medici, eccetera eccetera - che sta per arrivare,  per fare sta benedetta visita fiscale al commendatore Sansevero… così non va in carcere- si dice in giro. Certo il mio contratto sindacale non prevede questo incarico, ma per il primario ... ma pazienza… sono tutti assenti meno io! –

Suona di nuovo il telefono, questa volta Giugnetto, sia pure con riluttanza risponde.

Giu.-  Prontoooo… Ah, il barbiere che deve sbarbare Sansevero? No non è arrivato. Come? sta per arrivare? Ed io qui sto, sul posto, in attesa, appena arrivo lo inoltro...  (Suona il citofono, Giugnetto, lascia il telefono e ancora più riluttante, borbottando, risponde) ci voleva anche la portineria: Pronto, che vuoi?  C’è uno venuto per il commendatore Sansevero... (guardando fuori) Ah, lo vedo, è il barbiere, fai passare. (chiude il citofono). 

Entra in scena il professore Modesto, porta la ventiquattrore. 

Modesto: Buon giorno, sono Modesto, il professore Sceccono?-

Giu.-( sottovoce) E chi se ne frega se sei modesto. ( poi ad alta voce) Prego Scecconi, professore Scecconi, è il  primario, che è occupatissimo. Ma voi dovete andare da Sansevero… (Modesto annuisce) Vi serve qualcosa?. -

Modesto- Non vi disturbate, per quello che debbo fare mi basta che mi portiate direttamente da Sansevero.-

Giu:- …portare per piacere…-

Modesto:- … per piacere, certo.-

Giu:- Allora seguitemi.-

Modesto: -Grazie.-

Giu:- Prego… (armeggia come se chiamasse l’ascensore, nell’attesa parla) Vedete, senza offesa per i barbieri, ma io non mi faccio forte coi deboli e debole coi forti. Dovete sapere che qui, nessuno, dico nessuno, mi chiede qualcosa per favore. (poi permaloso) Giugnetto, fai questo, Giugnetto di là, Giugnetto di là… insomma, io sono barelliere di 1^ classe e non fctottummo. Ora mi tocca accompagnare voi dal commendatore – truffatore; poi, dovrò ricevere un certo professorone, sempre per Sansevero, che viene per la visita fiscale… (parlando confidenzialmente) Sapete quel commendatore è piantonato qui perché, per non andare in galera, si finge ammalato… il professore Scecconi gli ha trovato una bella malattia adatta, ed eccolo qua a fare il pascià. Ma qualcuno, là, al tribunale ha mangiato la foglia e ha chiamato quel professorone. E speriamo che l’incastri.-

Modesto- Ma davvero?-

Giu.- Già lo spero: sapesse com’è antipatico, com’è esigente con noi… come se fossimo ai suoi ordini.-

Modesto- Ma il primario?-

Giu.- Quello? Quello è nel libro paga di Sansevero, costruttore, corruttore, evasore. Eh, caro il mio figaro, le cose si sanno… la gente mormore… e i giudici fanno il resto. Senonchè…-

Modesto- Senonchè, ci sono gli Sceccono a proteggerli.-

Giu.- Scecconi, prego! Comunque, sante parole.-

Modesto- Ma state tranquillo, non tutti i medici sono come Scecconi… sapete? Ho l’impressione che il vostro Sansevero, oggi passerà una brutta giornata.-

Giu.- Sssi, va bene, e che gliela fate passare voi, barbiere? Che gli fate uno sfregio in faccia?-

Modesto- No, lo rimando in galera!-

Giu.- Bum! Un barbiere che si è montato la testa. Solo il professore Modesto, il luminare potrebbe fare tanto.-

Modesto – E quello sono io.-

Giu.- Voi… il luminare che aspettavamo?-

Modesto- Già proprio io.-

Giu.- Non vale! Doveva arrivare prima il barbiere, dopo voi. Uffa, oggi è la giornata delle cose storte… Sono un barelliere sfortunato io. Mammaggia a me!-

Modesto- E non vi avvilite, che sarà mai...-

Giu.- Già, voi mi dite : Giugnetto non vi avvilite. Ma voi non sapete quant’è grande la mia sfortuna: Pensate, stamattina Ingrassia, il capo sala, nonché mio futuro suocero mi telefona e mi dice: “Giugnetto, sto per diventare nonno”. Complimenti, gli dico, sua figlia Giulia sarà contenta. “No”, mi fa lui, “ non è mia figlia Giulia che sta per diventare madre, ma mia figlia Clara”. Clara? Accidentaccio, dico io!-

Modesto- Perché accidentaccio?-

Giu.- Perché Clara è la mia promessa fidanzata ed io, garantito, non sono il padre del nascituro, ecco perché!-

Modesto- Cose che capitano, caro amico. Poi, ve l’assicuro, voi siete un inconsapevole mezzo eroe.-

Giu.- Un inconsapevole mezzo eroe ospedaliero?-

Modesto- (solleticando la sua vanità) Di più! Un inconsapevole mezzo eroe della società civile (gli batte sulla spalla). Ed ora, per piacere, andiamo da Sansevero; poi, se non vi dispiace e sempre per piacere, accompagnatemi dal vostro primario.-

Giu.- Gli farete la… (furbescamente) barba pure a lui?-

Modesto- No, a lui… barba e capelli!-             

Escono a braccetto come se entrassero in ascensore.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                   “ Due santi e un ragazzo”

 

 

 

 Personaggi:

Un ragazzo…………………………………………………………………………….in crisi;

Santa Caterina……………………………………………………………………… in effigie:

San Gennaro………………………………………………………………………….in effigie. 

 

 

 

Sulla scena viene ricostruita una scenografia, molto schematizzata di interno di una chiesa, essa è avvolta nella penombra e nel silenzio più assoluto. Nelle pareti laterali, su piccoli piedistalli vi sono due statue: Santa Caterina e San Gennaro.  Parte una musica, e dall'ingresso principale - che si spalanca lentamente - in controluce, entra un giovane adolescente, che, lentamente, si porta al centro della navata centrale e, in piedi, resta in raccoglimento.

 

Ragazzo: - …ma, infine, che vita è mai la mia? Tradito da tutti: genitori, ragazza, amici…nessuno escluso. Cosa vivi a fare? Per che cosa? Tu ci hai insegnato che bisogna amare il prossimo nostro- gli altri - ma non ci hai detto cosa dobbiamo fare  se questi rifiutano il nostro amore. Cosa possiamo fare, allora? Lo chiedo a te! (pausa) Io ho dato tutto il mio amore di figlio, poi quello d’innamorato, infine ho cercato di amare tutti gli uomini, e cosa ne ho ricavato? Tradimenti, menzogne, illusioni. Ma perché sono nato? Perché m’hanno messo al mondo? Solo per soffrire? Lo sai vero? I miei genitori si sono separati e se ne sono andati ognuno per i fatti propri, infischiandosene di me, che ancora ho necessità d’essere aiutato – almeno fino alla laurea. La mia ragazza mi ha piantato per un aspirante attore. I miei amici, sono tutti ipocriti e buffoni e nessuno mi ha teso una mano. Che faccio allora? Dimmelo tu! Perché, io, la finirei oggi stesso con questo mondo falso e ipocrita...-

  

Cenno d’intesa tra le due statue, che si sono animate man mano che il ragazzo parlava, quindi Santa Caterina parla a San Gennaro – naturalmente il ragazzo non sente nulla e resta come in raccoglimento.

 

Caterina: - Gennaro e qui bisogna fare qualcosa per questo ragazzo.-

Gennaro: – E cosa possiamo fare noi?-

Caterina: – Non lo so, ma qualcosa bisogna pur farla… inventiamoci un’idea, ma dobbiamo aiutare questo ragazzo prima che commette qualche gesto inconsulto.-

Gennaro: – Esagerata. Poi, Caterina mia, noi siamo santi e, perdippiù, vissuti centinaia di anni fa, cosa ne sappiamo di questo mondo moderno? E quindi, che aiuto possiamo dare a questo guaglione?-

Caterina: – Te l’ho detto: inventiamoci qualcosa… ecco, per esempio, perché non vai al confessionale e lo confessi, con questa scusa potresti tentare d’alleviare il suo dolore; possibilmente facendolo parlare, sfogare, e magari, poi, potresti dargli qualche consiglio…-

Gennaro: – Ma tu mi vuoi inguaiare? Che consiglio posso dare io ad un giovane del duemila?-

Caterina:- I giovani in fondo sono uguali in tutto il mondo e in tutte le epoche. E’ in crisi e noi dobbiamo alleviare le sue pene e, possibilmente, farlo desistere da eventuali propositi funesti. Dai, vai in confessionale che io tento di mandartelo.-

Gennaro :– Sei capa tosta. Caterì. E levati dalla testa quei pensieri cattivi…qui non si farà male nessuno. Comunque, va buono, facciamo come dici tu e speriamo in…Dio.-

 

Gennaro scende dal piccolo piedistallo, si siede su una sedia e si mette la stola. Caterina scende e va verso il giovane. Sempre musica adatta.

 

Caterina:- Sia lodato Gesù Cristo. ( e intanto si affaccenda come se stesse accendendo candele. Il ragazzo la guarda appena) Giovane signore, mi aiuterebbe ad accendere quelle candele in alto?-

Ragazzo: - (malvolentieri esegue) Ecco fatto, sorella.-

Caterina: – Grazie…(continuando le sue faccende) Giovane signore, se desidera confessarsi, lì c’è padre Gennaro.-

Ragazzo :- No grazie.-

Caterina:- Come desidera… però, sa, padre Gennaro è di una saggezza tutta speciale, s’immagini che ieri, proprio a quest’ora, ha confortato una ragazza che si voleva buttare dalla scogliera. E lo sa? Quella ragazza ci ha rinunziato.-

Ragazzo: -  Ma davvero… (ironico)-

Caterina :– Davvero. Se lei vuole…-

Ragazzo :- Non ora, comunque grazie lo stesso sorella. Ed ora mi scusi, ma debbo andare.-

Caterina: – Peccato… comunque sa? mi dispiace per i suoi genitori, si sono separati, chissà che dolore…-

Ragazzo:-  Per chi? I miei genitori? E lei come lo sa? Eppoi che cosa le importa? -  

Caterina: – Nulla, nulla, mi scusi. ( fa per allontanarsi)-

Ragazzo: – Un momento sorella…( tenta di parlarle)-

Caterina :– No, no, parli con lui. (indica Gennaro) Io debbo preparare per la messa. (esce)-

Ragazzo: – Con lui? (dubbioso, poi deciso) E va bene, cosa ci rimetto.-

Il ragazzo si avvicina a Gennaro, poi prende una sedia e si siede accanto a lui.

Ragazzo: – Allora frate, come fa quella monaca a sapere i fatti miei?-

Gennaro: – Mah, mistero caro figliolo, cose che solo il cielo sa - cose… da santi.-

Ragazzo :– E non potrei saperlo anch’io… in fondo sono solamente l’interessato (ironico).-

Gennaro: – Le vie del signore…-

Ragazzo: - …sono infinite (con sopportazione)-

Gennaro: - …ma se vuoi parliamo.-

Ragazzo: -  (prima riottoso, poi quasi con decisione) Và bene, siete tutti uguali voi religiosi. (quasi tra se) Poi, in fondo cosa ho da perdere? Tempo? ne ho anche troppo. (breve pausa) Di cosa dobbiamo parlare frate?

Gennaro :– Né guagliò, io sono Vescovo.-

Ragazzo: – Allora, Vescovo, di cosa parliamo?-

Gennaro: – Comunque puoi chiamarmi semplicemente Gennaro. Vediamo un po’: che ne diresti di parlare del Napoli?-

Ragazzo:-  Del Napoli? Vuoi dire della squadra di calcio del Napoli?-

Gennaro – Certo del Napoli, che ti fa schifo?... di Maradona…-

Ragazzo: – Ma dove vivi Gennarino? Maradona non giova più col Napoli da almeno vent’anni.-

Gennaro: – E’ ‘o vero?-

Ragazzo: – Garantito.-

Gennaro: – Si vede che mi sono perso qualcosa in questi anni…-

Ragazzo: - (divertito) E mi pare di si. Ma tu te ne intendi di Calcio?-

Gennaro: – E come no. Devi sapere che io sono il primo tifoso del Napoli e nume tutelare della società partenopea e  della Città.-

Ragazzo:- Bum! L’hai sparata grossa, Gennarino.-

Gennaro: – ‘O vero. Comunque il Napoli è sempre nel mio cuore.-

Ragazzo: – Io invece tengo per il Catania, e gli voglio bene – assai.-

Gennaro: – Mai quanto il bene che ho io per il mio Napoli.-

Ragazzo: – No, mi dispiace, ma tu non puoi averne di più di quanto non ne abbia io, per il Catania. Figurati, io sono stato giocatore nella giovanile.-

Gennaro – Sei un giocatore? E perché non me lo hai detto prima? Io per i calciatori tengo sempre pronte tre assoluzioni: Una per quelli che si pentono e l’altra per quelli che non si pentono...-

Ragazzo – E la terza?-

Gennaro – Quella è per i fessi come te!-

Ragazzo – Bella questa. E perché?-

Gennaro – Perché è un’assoluzione speciale, diciamo una specie di condono – che oggi è di moda - per i peccati pensati e non attuati. Giuvinò, prenditi st’assoluzione e vai in pace.-

Ragazzo – Ce ne sono matti in questa chiesa, vero? Tu, quella monaca…-

Gennaro:-  … e tu.- 

Ragazzo:- Io? E perché?-

Gennaro:- Perché pretendi di sapere tutto e di giudicare tutti. Compreso i tuoi genitori, i loro amori… e la tua ex ragazza.-

Ragazzo: – Ahò, e cos’è ‘sta storia? Tu e quella monaca lì, sapete i fatti miei?-

Gennaro: – Solo ‘nu pocherillo. Come ti dicevo, sappiamo dei tuoi genitori, che stanno divorziando – e meno male, perché altrimenti si scannerebbero a vicenda. E sappiamo anche di una certa ragazza che ha preso una sbandata per un attore, ma che ora le sta già passando e vuole tornare con te. E sappiamo di un cocciutello ragazzino che si crede un martire, invece è solo un adolescente che si sta affacciando alla vita.  -

Ragazzo: –  Gennaro, adesso mi spieghi tutto.-

Gennaro: – Tutto?-

Ragazzo: – Tutto!-

Gennaro: – Ma proprio tutto?-

Ragazzo: – Proprio tutto.-

Gennaro: – E non ti impressionerai?-

Ragazzo: –Non sono un bambino.-

Gennaro :– Questo lo dici tu. Allora, sentimi bene e non m’interrompere, sennò mi perdo: allora, devi sapere che in questa chiesa ci sono due santi: Santa Caterina e San Gennaro, il quale sarei io…-

Ragazzo: – (divertito) …e Santa Caterina è la monaca…-

Gennaro: - …esattamente.-

Ragazzo – E io dovrei crederti? Ma che sono scemo?-

Gennaro :– Nu poco, solo nu poco. Allora noi siamo quelle statue lì (accenna le pareti), ma qualche volta scendiamo qui…(entra Caterina)-

Ragazzo: – E io sono quello lì in croce, e qualche volta scendo qui.-

Gennaro e Caterina all’unisono: -Scostumato! - 

Gennaro: – Catarì dagli una dimostrazione.-

Caterina: – Con grande piacere.-

Caterina va al centro della scena e fa degli effetti di luci e di rumori, a scelta della regia, sbalordendo il ragazzo. Quando finiscono gli effetti, Caterina e Gennaro, sono di nuovo statue.

Ragazzo: -(che si era coperto la testa con il maglione, togliendoselo piano piano, e vedendosi solo) Oggi ho le traveggole! (è confuso, non ricorda ciò che è successo prima, quando parlava coi santi. Poi si guarda ancora attorno) Mi è sembrato che quelli lì… (accenna ai santi) credo che… mi abbiano parlato… Ma no, sto diventando veramente scemo… Ma, in effetti forse … ma va’, meglio che entri a scuola (guarda l’ora) prima che chiudano il portone… Addio… e, comunque… grazie. (cenno di saluto ai santi, esce di corsa)-  

Fine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               “Una questione da discutere”

 

 

 

Personaggi:

 

Calogero……………………………………………un anziano quasi filosofo:

 

Una donna vestita di nero…………………………. Immaginate un po’chi è.

 

 

Sulla scena s’immagina uno scorcio di giardinetto di una casupola con un albero di fico sulla destra.

Sulla sinistra c’è Calogero, un anziano di circa settant’anni, che si apparecchia il suo desco per desinare. Porta in testa un grande cappello di paglia. Egli canticchia una canzone in voga, oppure si sentirà una musica adatta.

Cal. – (poggiando a terra una sedia che nel frattempo ha esaminato) E anche questa è fatta… riparata alla perfezione. Per questo lavoretto, donna Mela un barattolo di pomodori secchi certamente me lo regalerà… Come di dice: una mano lava l’altra.-

Poco dopo entra in scena da dietro il fico, dove si intravvede una staccionata e un cancelletto, una donna in nero. E’ la morte. Il regista la rappresenterà secondo il suo talento.

Calogero non se ne avvede subito, ma quando la vede resta sorpreso. 

Cal.- (impacciato, scappellandosi) Buon…buongiorno signora, scusate, non vi avevo sentita entrare. Cosa posso fare per voi? Una riparazione di scarpe?  (la donna fa cenno di no col capo) No? Forse una pentola da stagnare? Niente? E allora? Scusate… ( la donna apre il mantello e si mostra) Ma voi chi siete? Io non vi conosco…cosa volete? (intanto, guardandola meglio la riconosce) Ma voi…ma voi siete…sareste…(la donna annuisce) Che stupido! Avrei dovuto riconoscervi subito. ( la donna gli fa cenno di seguirla) Andiamo? (la donna annuisce) dobbiamo andare? (la donna fa cenno di si) Dovremmo, semmai. (la donna fa cenno che è ineluttabile) Un momento, un momento. Calma. Ragioniamo (scandisce le parole). Suvvia sedetevi (quasi supplichevole e la donna si siede) Ecco, così va bene. State comoda? (la donna fa cenno di si) Sono contento. Vuol dire che io mi arrangio con questa. (prende la sedia sgangherata e si siede. Durante il proseguo del monologo, l’attore avrà la possibilità di fare dei movimenti scenici a soggetto) Dunque, a noi! (poi conciliante) Sentite, cara signora, voi dovete aver pazienza, ma la questione è da discutere, eccome! Perchè, quando c’è  in ballo la vita, il parere degli interessati è  importante, anzi, importantissimo; e voi non potete non tenerne conto. Perchè, se  così fosse, il vostro che mestiere sarebbe? Tutti potremmo dire:” Beh, oggi faccio la Morte, tanto vado, prendo il primo che mi capita e buonanotte!” Evvero? Ma invece la cosa non è così semplice – eh, nevvero? Vedete, per me il vecchio detto popolare secondo cui la Morte è capricciusa lascia la vecchia e prende la carusa, è sbagliato. Sbagliatissimo! (breve pausa) Capricciosa – ma quando mai …Per me voi siete di una serietà, di una compostezza, di una dignità, direi unica. No! E’ tutto sbagliato. I proverbi non ci azzeccano. (b.p.) Fare la Morte…ssi…e che vi pare? (accenna a ipotetici ascoltatori) Fare la morte… (tentenna la testa) Ma fare la morte è assumersi grandi responsabilità, è prendere gravi decisioni – in fondo è giustizia! E questo, in confidenza, non è di tutti, nevvero? (pausa e intanto la guarda per vedere un cenno d’assenso) Ed ecco, quindi, perché  nell’espletamento del vostro gravoso compito, per una questione di correttezza, oserei dire – professionale, voi avete il dovere, il preciso dovere, di sentire gli interessati. Nevvero? (la donna resta impassibile) E allora sentite me:                                                                                                                       In primisi in primisi, quando nacqui, ero settimino, quindi avevate tutto il diritto di venirmi a prendere. Invece non lo faceste. Perchè? eh, qui mi dovete una chiara risposta!                                                                                                                         Secondo: Ho fatto due guerre, di cui una mondiale: sono stato due anni al fronte, fui ferito, per poco non congelai – laggiù in Russia, e voi niente!                                        Terzo: Ritorno a casa, trovo mia moglie buonanima a letto con l’amante, il quale, per paura mi spara, mancandomi, e voi niente! (la donna resta impassibile) Continuiamo? (la donna fa cenno come per dire: come vuoi).                              Quarto: Ebbi la peritonite, fui nelle vostre mani per vari giorni. Vi attendevo di ora in ora, ma voi niente! “nisba” ! nein! – non c’eravate! ( ironico) Eravate forse in ferie?   ( poi con risentimento) Ora che mi sto godendo la vita con una vecchiaia serena, senza problemi - in pace coi vicini, con gli uomini, col mondo e con me stesso - ora venite voi e mi dite: “Calogero Buscemi, andiamo!”  E no, cara signora, mi dispiace, ma non ci siamo. Questo non sono discorsi degni della morte- nossignore! Questi sono ragionamenti da uomini, perché  noi uomini siamo frivoli, vanitosi, stolti e sciocchi: mentre voi siete seria, austera, solenne!  Ma, insomma, abbiate pazienza, mi volete spiegare perché  dovrei lasciate tutto e venire con voi? Per gli anni? Ma quelli non sono poi tanti. Per la salute? Eh, mia cara, quella è ottima. Perchè  è  giunta la mia ora? Ma quale ora? Chi l’ha detto? Perchè? Abbiate pazienza: dico io, se quest’ora fu segnata fin dalla nascita, che senso avrebbe allora l’istinto di conservazione? Se la pallottola che mi fu sparata non era quella giusta per morire, perchè  me la feci addosso? E mi dite, di grazia, perché  se un automobile mi sfiora, dall’interno mi salgono milioni di spilli sulla pelle? Infine, perbacco, perché  gli uomini vi temono? Ecco, se mi dite perchè, fine della discussione, prendo fagotto e vi seguo (aspetta pazientemente una risposta che non arriva).                                                                                                                                     Non mi rispondete? E allora vuol dire che ho ragione io: Ci vuole il consenso degli interessati!                                                                                                                                 E’ naturale – dico io. (breve pausa) Voi venite, si discute la faccenda, si vagliano le situazioni, si esaminano le circostanze, si danno i pareri, e dopo le necessarie valutazioni, si procede, con prudenza, verso un giudizio decisionale – meglio se non vincolante (attende una risposta).                                                                                                                                  Non siete d’accordo? No? Beh, allora che posso dirvi? Mi dispiace, avete fatto un viaggio a vuoto, perchè, cara signora, io non sono, diciamo così, disponibile per il momento. Pazienza, che volete farci? ( sia avvia verso il cancello, per accompagnarla fuori) Vuol dire che ve ne ritornerete senza di me – da sola. Certo, un giorno o l’altro ci rivedremo – sicuro, sicuro – ma quel momento arriverà quando avrò dato (breve pausa) il mio consenso!                                                                                                   Statevi bene, signora, e…senza rancore. (apre il cancelletto).-

La donna dopo essersi alzata, fa un leggero inchino, e si avvicina al fico. (musica adatta) Quindi si siede sulle pietre poste sotto il tronco, assumendo una posizione d’attesa. 

Cal.- Signora attenta alle vipere, un mio vicino ne ha avvistata una nei paraggi.-

La donna solleva le spalle con indifferenza. Calogero la guarda sottecchi, per controllarne le mosse, poi, quando si assicura che la donna se ne sta tranquillamente seduta, entra in casa, prende un fiasco di vino e dei bicchieri e li dispone sulla tovaglietta del tavolo, apparecchiandosi la mensa. (musica adatta) Appena terminata l’operazione, si siede con la faccia verso la donna seduta.

Cal.- Scusatemi signora, ma se non vi dispiace, io vorrei consumare il mio modesto e frugale pasto, qui, all’aperto. Vi do  fastidio?( La donna fa cenno di no) Posso tenete in testa? (indica il cappello. La domma fa cenno di si)  Grazie, grazie assai, siete veramente gentile. (la donna fa un leggerissimo inchino) Vedete signora, noi uomini abbiamo grossi difetti e tante piccolissime debolezze. Io, per esempio, con una bella giornata di primavera, come questa, non resisto alla tentazione di pranzare all’aperto. Faccio male a qualcuno? No evvero? (la donna annuisce, Calogero fa una breve pausa) Volete accomodarvi alla mia modesta tavola? Senza complimenti, favorite. Vi prendo una sedia anche per voi? Eh, ve la prendo? (la donna fa cenno di no) E a me dispiace. Veramente mi dispiace vedervi seduta su quei sassi. Cosa direbbe la gente di me? Calogero Buscemi quando venne a trovarlo la Signora Morte, non la fece neppure sedere. Passerei per villano! Non accettate? (cenno negativo della donna) proprio no? Come volete voi. Allora buon appetito. (inizia a mangiare, mentre la donna si alza e gironzola per l’orto, sempre tenuta d’occhio da Calogero. Musica adatta. Il vecchio tenta anche di offrirle del vino che la donna rifiuta con un garbato gesto. Simulare il suo pasto. Poi si alzerà  e si siederà sotto il fico, appoggiato al tronco.

Cal.- Col vostro permesso, signora, vorrei  distendermi sotto il mio fico. Sapete, i vicini credono che io dorma, invece io medito, penso, rifletto  e, perché  no? anche fantastico. ( si copre il viso col cappello)-

La donna gli sorride e si dirige, lentamente, verso il cancelletto. Lì giunta, fa un gesto di scatto, come se volesse avvolgere nel mantello nero e Calogero, che si stava assopendo, fa uno scatto e urla.

Cal.- Ahi! Botta di sangu! Mi ha punto qualcosa! (dimena le gambe) Doveva essere quanto un elefante; mi è sembrato di sentire le sue zanne entrare nella mia carne. Bonu va’, ho finito di pensare…fine della meditazione…mi sta venendo un sonno dolce dolce …mi sento la palpebra pensantissima…e va’ bene, Calogero Buscemi, fatti sta panzata di sonno e futtatinni! (resta immobile-stecchito).

Pochi secondi e, sempre con musica adatta, l’uomo si alza, lascia a terra il cappello come a indicare che lì c’è il suo corpo, e si avvicina alla Signora,  fa un  lieve inchino,  apre il cancelletto, dà cavallerescamente la precedenza alla Morte, che ringrazia per la cortesia, quindi esce anche lui e richiude con cura il cancello, poi da un’ultima occhiata alla casa e all’orticello, come per salutarli e dire: beh, pazienza, ed esce di scena continuando a discutere con la Signora. 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    “ Il poeta”

 

 

 

                                                          

Personaggi:

 

Il vecchio…………………………………………………………….. Poeta;

Paolo………………………………………………………………….. Giornalista

 

 

Seduti su una panchina di giardino pubblico vi sono un vecchio poeta e un giovane giornalista che si chiama Paolo.

Poeta: (declamando) Ero solo, aspettai a lungo la Vita, ma quando giunse era in compagnia della Morte.-

Paolo: Bella, molto bella, anche se un po’ pessimista… manifesta il suo stato d’animo…

Poeta: Eh, si! Comunque ti piace? (Paolo annuisce) Sono contento… ora che ti ho esaudito, lasciami… andare… a fare ciò che debbo.-

Paolo: Deve proprio?- 

Poeta: Paolo, cerca di capire il mio gesto. Ascoltami bene, forse mi darai ragione: la mia vita è stata tutta malinconia, solitudine e vuoto attorno a me. In gioventù pensavo a grandi imprese, ma mi scoppiò sotto la guerra europea; nella maturità osai coltivare una speranza di sprazzi luminosi e mi rovinò addosso la guerra mondiale. Poi d'un tratto, mi sono trovato vecchio e solo. Unico conforto: la Poesia.     Questa vita mi ha defraudato moltissimo. E non è ancora finita: ora mi sta derubando anche dell'ultima sua parte: la vecchiaia. (pausa) Sai Paolo, mio nonno era veterinario e mi insegnò tantissime cose: a cavalcare, a pescare, a cercare funghi ed erbe commestibili, a riconoscere le stelle, a stabilire l'ora guardando il sole, a fare   zufoli. Insomma imparai molte cose, anche a conoscere  gli animali ed ad amarli. In quel tempo ci capivamo io e mio vecchio nonno. (pausa) Ma oggi i tempi sono cambiati. Chi siamo noi vecchi?  Siamo poveri relitti umani sbattuti dalle onde    ribollenti di questa esistenza. Siamo inutile peso per la società, fastidio e impedimento per molti. Spesso, mi pare di vedere nello sguardo degli uomini un muto rimprovero per la pensioncina che ancora ricevo, è come se mi dicessero: Ma come sei ancora vivo? (pausa) Paolo, i vecchi non hanno più niente da insegnare a ai giovani di oggi. Ciò che sappiamo o non li interessa o è già sorpassato. Poi non parliamo più la stessa lingua, non ci intendiamo più. No, i ragazzi non hanno nulla, ma proprio nulla da imparare da noi. Eppoi le professioni, i mestieri non sono più gli stessi. I giovani, ora, imparano dai cosiddetti Mass-media che li informano, li impegnano, li usano, li violentano e talvolta anche li uccidono.  Si, è vero, oggi si tenta di recuperare il vecchio; adesso lo chiamano anziano; hanno inventato la terza età' - e forse anche la quarta; hanno fatto anche dei sindacati – figurati; ma caro Paolo, non si può recuperare quello che si è irrimediabilmente perduto: la saggezza!  La saggezza del vecchio nonno, della zia anziana, dell'amico vegliardo. Se è rimasto un rapporto dei giovani con gli anziani, se questi lo dispongono, è solo quello del denaro - specie in questi tempi.-

Paolo: Caro Poeta, sentirsi inutili capita a tutti. Mi sembra troppo pessimista..-

Poeta: Forse, forse. Ma tu sei giornalista. Bene, allora prova a parlare con altri vecchi, sentirai cosa avranno da dirti. Ma ti prego, non intervistare i vecchi-bambini...-

Paolo: I vecchi-bambini? Forse non ho capito bene.-

Poeta: (con pazienza) I vecchi bambini, secondo me, sono quei vecchi che hanno trascorso la loro esistenza, senza averla vissuta. La vita gli è scivolata via, sulle spalle, senza che essi se ne siano accorti: quindi restando, bambini nello spirito, bambini nel carattere, nel comportamento. Ti faccio un caso: Ti è mai capitato d’essere in coda alla cassa di un supermercato e d’aver incrociato un vecchio che cerca di eludere la fila? Ebbene quello è il classico vecchio-bambino. E, sicuramente avrai notato, qualche volta, un vecchio che si atteggia a giovincello- velleitario? oppure, peggio, magari occhieggiando una ragazza, come se potesse fare con lei chissà che cosa? Quello è un altro tipo di vecchio-bambino. Comunque, tornando al discorso: Facendo il servizio, faresti un'interessante esperienza, amico mio, e forse prenderesti il Pulizer. (vedendo che Paolo sta per protestare) Va bene, scherzavo. (breve pausa) Certo, non lo nego, qualche vecchiaia diversa ci sarà, le eccezioni ci sono sempre, ma per la generalità... ( allarga le braccia come per dire: E` così!)-

Paolo: Qualche servizio simile l’ho già fatto. Una volta andai in un Asilo… cioè in una struttura per anziani e vi trovai una signora ricoverata, una donna ancora in gamba, colta, che in quel momento, figurati, stava leggendo Bertrand Russell, la quale mi fece un bel quadretto della loro situazione: Disastrosa!- 

Poeta: Quindi adesso mi capisci meglio? (breve pausa) Come ben sai io non ho famiglia, e allora mi ricoverai in una tale struttura, come tu la chiami, e ti posso dare la mia esperienza di prima mano in qualità di… (tono altisonante) ospite parzialmente pagante. Ti potrà servire professionalmente. (breve pausa) Sapessi…Tutti i giorni, me ne stavo per ore seduto su una poltrona; in una stanza che dividevo con un altro “ospite”, in un ospizio che condividevo con altre cento povere creature;  ebbene, prova ad immaginare te stesso, al posto nostro  - al posto mio -  ancora nel pieno del mio vigore intellettuale e creativo, affossato in quello... stavo per dire lazzaretto, ma sarei ingiusto verso le religiose che pazientemente ci  accudivano. Per rispetto nei loro confronti, sarebbe bene dire: ricovero per vecchi poveri;  ancora un lapsus: volevo dire: geriatrico, è più elegante, abbandonati dai propri congiunti – che si lavano la coscienza facendo le loro sporadiche visite -  lasciati in mezzo alla sofferenza e, qualche volta, alla disperazione o alla pazzia dei compagni più sfortunati;  pensati come oggetti ingombranti; con la sola visione  della libertà attraverso la morte, che avviene in forma  riservata, silenziosamente, di notte, per non turbare gli ospiti; e questo disagio, questa sofferenza, questo patire, questo morire! di tutti noi- giorno dopo giorno,  monotono,  incessante, senza scampo, -ineluttabile! (pausa)  Ci pensi tu, Paolo? Lì per me, per noi, non esisteva neppure uno sprazzo appena accennato di speranza.  Lì c'era disperazione! Il mio compagno di stanza era diventato quasi ebete, e trovava un solo conforto: prendermi la mano e tenermela ben stretta nella sua (pausa)  Sai? ebbe questo bisogno dall’ultima volta  quando vennero a trovarlo i suoi figli, e litigarono per la quota parte di non so che cosa. Lui, senza che quelli se ne accorgessero, si alzò, venne da me, in silenzio, mi prese la mano e da quella volta non ha più parlato.-

Paolo: Certo in quelle condizioni…-

Poeta: (pensoso) Sai, era una persona mite ed era anche lui un poeta, e nel suo ambiente lo chiamavano " U Fruscagghiaru",    cioè colui che non produce nulla, solo fumo di trucioli di legno, in dialetto: fruscagghi. Nei primi tempi gli inservienti gli dicevano: Caro Professore - lo chiamavano  così, ironicamente perché scriveva - gli uomini vogliono maccheroni e bistecche, che riempiono la pancia… non fumo;  e accennavano alla poesia che, in quel momento, stava scrivendo. E lui abbozzava, sorrideva docilmente e tentennava il capo rassegnato. Ma, spero, che le sue fruscagghiate, le sue poesie, possano ristorare ancora gli spiriti di tante persone, come hanno ristorato il mio.(poi risoluto) E sono letteralmente fuggito! Per non morire dentro quell’orrido lazzaretto.

Ma basta Paolo, io ero un sognatore, una forte quercia… adesso sono vecchio, sono solo un povero pezzo di tronco secco, quasi marcio, nemmeno buono da ardere. (alzandosi faticosamente) Ti volevo salutare e l’ho fatto.  Ora, ora, ( quasi perentorio) se permetti, vado a fare ciò che debbo. Addio, amico mio.-

Paolo: Addio poeta!- 

 

 

 

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   “    GIALLO PAGLIERINO, QUASI OCRA  “

 

 

                                                      

Personaggi: Nina…………………………………………………. Vacanziera;

                      Gino…………………………………………………. Villeggiante.

 

 

 

 

La vicenda si svolge presso la ringhiera di un lungomare.

In scena c’è Nina che contempla il mare, entra Gino.

 

      Gino: Ciao Nina, come va?                

Nina:  (sorpresa) Ciao  Gino, va benone e sono felice, sto trascorrendo una       grande vacanza: Abito a pochi passi dal mare e faccio bagni meravigliosi in tutte le ore del giorno, in questo splendido mare sempre blu... 

Gino: Sempre blu?

Nina: Beh, quasi sempre …blu…tranne…tranne…

Gino: … quando la corrente viene da Nord allora, l’acqua lambente la spiaggia, diventa di un colore indefinito, diciamo giallo paglierino, quasi ocra, con tracce evidenti di schiuma grigiastra - sospetta e… strani galleggiamenti.

Nina: E’ proprio così. Non sarà la foce del vicino fiume a immettere fanghiglia in mare?

Gino: Non è fanghiglia, mia cara, ma prosaici rifiuti organici.

Nina: Ma come? E me lo dici così?

Gino: E come vorresti che te lo dicessi, a rate?

Nina:  No dico: sei un amico, non potevi avvertirmi prima che prenotassi qui?

Gino: Intanto ero all’oscuro della tua prenotazione; poi la gentile signorina deve sapere che questo fattaccio l’ho appurato da poco tempo (ironico). 

Nina: OK, ti credo. Rifiuti organici? Bene, adesso vado dal Sindaco e glielo faccio sapere.

Gino: Brava, scopristi l’America…quello lo sa già.

Nina: Lo sa già? E perché non provvede?

Gino: Perché, secondo lui, questo fenomeno è dovuto alle navi, specialmente ai traghetti che collegano l’isola al continente. Ti dirà: “ Ma lei lo sa in un giorno quanti passeggeri attraversano lo Stretto e fanno i loro bisogni fisiologici nei cessi delle navi?” ( poi, puntandole il dito) Dai, forza, prova a indovinare tu.

Nina: Quanti… tremila? (Gino fa cenno di non col dito) Quattromila…(Gino idem) diecimila?

Gino: Trentaseimila!

Nina: Ma và…

Gino: Già, figurati l’ha calcolato il signor Sindaco in persona (ironico). Egli ha considerato il numero dei traghetti, le corse che fanno e i mezzi che trasportano; quindi immaginando due occupanti per auto, il totale farebbe proprio trentaseimila passeggeri- che ogni giorno, eccetera eccetera. Poi la corrente farebbe il resto - dice lui.

Nina: ( sbalordita) E’ possibile… l’ho fatta anch’io, venendo qui. (riflessiva) Certo è plausibile…

Gino: E’ plausibile, ma non vero! 

Nina: Ma che? mi vuoi minchionare?

Gino: Ti ho riferito quello che ti direbbe il Sindaco. Ma la verità è un’altra.

Nina: E dilla!

Gino: La verità? (pausa) Una sera me l’ha detta un pescatore in vena di confidenze: Mi ha riferito che da diversi anni, c’è sul litorale ionico, verso Nord, un Comune - che per una questione di…prudenza non mi ha nominato - col depuratore fognario difettoso, il quale quando si guasta – e si guasta molto spesso -,  riversa il liquame traboccante direttamente in mare e la corrente, come direbbe il Sindaco, fa il resto.

Nina: Accidenti! Questo è un comportamento delittuoso! E i Carabinieri, la magistratura, le associazioni ambientaliste, potrebbero intervenire…

Gino: …Dovrebbero intervenire! ( allarga le braccia)  Ma nessuno lo fa.

Nina E perché?

Gino: Già, perché? Questo è il Mistero! Addio cara. (esce)

Nina: ( frastornata, quindi annusandosi le braccia) Ci…ciao Gino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    “ Come va’ la salute? “

 

Personaggi:

 

Bastiano……………………………………………………………………………………il vecchio;

Lupercolo………………………………………………………………………………….il fantasmucolo;

Mollica……………………………………………………………………………………..padrone di casa

 

In scena c’è Bastiano che si prepara il caffè. Musica adatta. Dopo un minuto entra Lupercolo.

 

Bas.- Vivo da solo… e va’ bene, sono tranquillo, nessun disturbo, niente noie…se non fosse per quello là (indica le quante a sinistra) che mi rende difficile le vita… quel fantasmucolo di serie C.-

Lup.- (esce il fantasma di un anarchico) Io sarei un fantasmucolo di serie C? Bada Bastiano…-

Bas.- Che fai? Mi minacci?-

Lup.- Io…io, non so chi mi frena.-

Bas.- La tua bestiualità!-    

Bussano alla porta.

Bas.- Chi sarà a quest’ora?-

Lup.- Semplice, vai e apri.- 

Bas.- ( da un’occhiataccia a Lupercolo, poi si reca, malvolentieri ad aprire) Vengo, vengo...mizzica, di prima mattina? ( Bastiano apre e  entra il cav. Mollica, il padrone di casa) Oh,  cavaliere Mollica, quale buon vento...-

Mol.- Buon giorno don Bastiano, posso entrare?-

Bas.- Ma certo, certo, accomodatevi.-

Mol.- Forse vi ho disturbato? Io sono sempre così  mattiniero...-

Bas.- Ma quale disturbo, prego sedetevi cavaliere. ( offre  una sedia).Tenete in testa, prego.-

Mol.- ( lasciandosi il cappello in testa) Grazie don Bastiano, voi siete veramente gentile. Io me lo toglierei lo stesso il cappello dalla testa, per  riguardo a voi, ma sapete, ho i reumatismi che mi tormentano. E, parola mia, se non fosse per questi  maledetti dolori, ci abiterei io in questa reggia. Sissignore, io!  Invece sono costretto a vivere in  una casetta moderna, tutta piena d'aggeggi infernali, aria condizionata che spacca i polmoni, termosifoni che  soffocano l'aria, moquette a terra che fa le cimici,  insomma una tortura, credetemi.  Invece voi, ve ne state in questo paradiso... ah, beato voi.-

Lup.- Ma che bugiardoo, questo ha una grande e meravigliosa  villa al mare e ci sta benissimo, lui.-

Bas.- Mi dispiace cavaliere se volete possiamo fare cambio.-

Mol.- No. Non importa, io so sacrificarmi... perchè in questa casa mi sarei sentito un Re. ( Luperchico sta  per mollargli un cazzotto in testa. Bastiano lo ferma)

Bas.- ( facendo finta i nulla) Lasciate stare i Re, cavaliere. Piuttosto a cosa debbo l'onore?-

Mol.- Don Bastiano, io, in questa casa, ai bei tempi, ci  stavo da Pascià... eh santa pazienza... Dunque, don  Bastiano, forse vi siete dimenticato che oggi è il  primo del mese? Insomma oggi, se siete comodo, dovreste  pagarmi l'affitto di questo paradiso.( Lup.  freme)-

Bas.- E` vero, che sbadato. Abbiate un minuto di pazienza,  cavaliere, vado di la a prendere i soldi.-

Intanto il cavaliere si alza e gironzola per la stanza come se volesse accertarsi del buon stato di manutenzione del locale. Spesso si abbassa per guardare meglio, e in quei momenti, Luperchico tenta di assestargli un calcione, ma va sempre a vuoto perchè Mollica si sposta in tempo. Rientra Bastiano.

 

Bas.- Ecco i soldi, cavaliere, e scusatemi se v'ho fatto aspettare.-

Mol.- ( contando i soldi) Ma... ma sono li stessi del mese  scorso?-

Bas.- Cre…credo di si, perchè, non dovrebbero essere?.-

Mol.- Manca l'aumento, ecco cosa manca.-

Bas.- Scusate, quale aumento?-

Mol.- L'equo canone, don Bastiano, equo canone.-

Bas.- ( a Luperchico) Chi dissi?-

Mol.- ( con accondiscendenza) Caro don Bastiano, voi dovete  sapere che esiste una legge, chiamata equo canone che  stabilisce gli aumenti dei fitti dei locali in base alla inflazione, alla salita del dollaro, al deficit  pubblico, alla scala mobile, al socof, al tikett, alla  borsa valori di Milano, Nuova York, Tokio, Londra, e... –

Bas.- …Canicattini bagni! Cavaliere, ma che mi raccontate a  me?-

Mol.- Vi racconto, che in virtù di quanto sopra, dovrete  sganciarmi altre, diciamo… ( fa un calcolo mentale)  duemila lire in tutto.-

Bas.- Duemila lire? Sangue di Giuda vedovo e martire, ogni  giorno aumenta qualcosa... e va bè, la legge è legge,  vado a prendervi il resto, con permesso.-

Lup.- ( fermandolo) Bastiano, questo ti sta truffando. A te,  come previsto dalla legge, nr 17 emendamento B del 15  Agosto, e al successivo decreto nr 137 bis, l'equo  canone non è applicabile, perchè hai un reddito  inferiore al minimo previsto.-

Bas.- ( tornando indietro e facendo segno a Luperchico  d'aspettare) Cavaliere, cavaliere sentite: A causa  della legge ... comandamento… approvato con discreto…  L'eco cannone non è appiccicabile all'inferiore minimu  ca vistu?-

Mol.- Don Bastiano, ma che cavolate state dicendo?-

Bas.- Un momento cavaliere, abbiate pazienza... ( si avvicina  a Luperchico, come se stesse riflettendo. Luperchico  gli suggerisce le parole della battuta precedente, che  Bastiano recita a pappagallo)-

Mol.- ( sbalordito) Ma... ma siete... sicuro?-

Bas.- ( ripetendo le parole di Luperchico) Consultate la  gazzetta ufficiale del l° maggio corrente anno, a pagina  22, primo capoverso, che recita così: Qualora il  reddito minimo previsto e` inferiore percentualmente...- 

Mol.- ( in imbarazzo) Vi credo, vi credo...Don Bastiano, mi  basta la vostra parola ( vedendo che il colpo non gli  è riuscito)… voi siete un galantuomo...( tra se) Ma dove diavolo si sarà informato? Forse ha un avvocato…  ( a Bastiano, che intanto si congratula con Luperchico)  Don Bastiano, allora io me ne vado… ah, a proposito, vi volevo solo  chiedere un'ultima cosa: Come va la salute?-

Bas.- Benissimo cavaliere.-

Mol.- Siete sicuro?-

Bas.- Sicuro… che io sappia. E, grazie per l'interessamento.-

Mol.- Ma che dite, tra di noi… (poi tra se) E’ sicuro…mah. (poi a Bastiano) Bene allora tolgo il  disturbo, buona giornata don Bastiano. (lo squadra dalla testa ai piedi)-

Bas.- ( accompagnandolo) Arrivederci cavaliere e statevi  bene.-

Mollica esce.

Bas.- Luperchico non ti diro più fantasma bestia. Ti sei  riscattato... Senti ma dove hai imparato la legge?  Non ti sapevo così ferrato.-

Lup.- Neanche io.-

Bas.- Come sarebbe; neanche io. E quelle cose che hai detto?-

Lup.- Tutto inventato! Tanto ero sicuro che quello ti voleva truffare.-

Bas.- Tutto inventato? Tintu bummaru, mi vuoi fare litigare col padrone di casa?-

Lup.- Calmati, ne`?-

Bas.- Un cavolo mi calmo! Quello mi sfratta!-

Lup.- Quello non si nuove. La legge lo vieta.-

Bas.- La legge? Quale legge, quella che non conosci?-

Lup.- La legge naturale, sissignore, quella la conosco, e  come!-

Bas.- Ca comu! Ora per causa tua e della tua legge naturale, vuol dire che prossimamente dormirò all'aperto: Sotto gli archi della Marina.- ( si dispera)

Lup.- Stai calmo, non potrà farti nulla. Quello potrà disporre di questa topaia solamente alla tua morte. Ed è venuto proprio per questo, per vedere come stai in  salute...-

Bas.- ( fa le corna) Tie`, iettatore!-

Lup.- A me?-

Bas.- No a quello! ( indica la porta da dove è uscito  Mollica)...alla mia morte… ma guarda che cose…(scrolla la testa malinconico)-

Lup.- Ma dai, non ci pensare più. Avanti, prendi le carte che ci facciamo un terziglio.-

Bas.- Ma se siamo solo due.-

Lup.- Ce lo facciamo … col morto.-

Bas.- Che saresti tu.-

Lup.- Io? No tu – secondo il cavaliere. Dai gioca.-

 

fine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          “  E ora andiamo a farci due risate”

 

 

 

Personaggi:

 

Filippo Moncada………………………………………………………………..la vecchia volpe;

Giulia…………………………………………………………………………………architetto e futura nuora.

Don Crispino………………………………………………………………………trasportatore.

 

 

 

Sulla scena c’è Filippo Moncada seduto su una sedia a rotelle che sonnecchia. Intorno ci sono varie casse, per un trasloco. Entrano Crispino e Giulia.

 

Cri.- Possiamo portare via anche questi? (indica dei pacchi)-

Giu.- Potete, potete. E ditemi, il rigattiere è stato avvisato? (quasi tutto il dialogo che segue, verrà fatto sottovoce)-

Cri.- Certamente, ci aspetta. Ma, scusatemi l’intromissione, il signor Moncada lo sa? (accenna a Filippo)-

Giu.- Lo sa, non lo sa, e chi lo sa? (indica l’infermo) Lui non parla più…Ormai non c’è più (indica la testa), e anche fisicamente: infatti stiamo aspettando l’ambulanza per trasportarlo all’ospizio. Lì starà benissimo e non darà fastidio.-

Cri.- Scusate a chi darebbe fastidio?-

Giu.- Ma a me, che ho progettato la grande villa per ricavare anche il mio grande studio… sapete sto affermandomi… mi sto facendo un nome.-

Cri.- Ma la villona di chi è?-

Giu.- Per adesso è del vecchio rincoglionito, ma presto sarà mia, tramite quel… tramite… suo figlio Carlo…-

Cri.- Chi? quel signore che è rimasto giù, perché non se la sente di salire?

Giu.- Si.-

Cri.- E vi sposerete?

Giu.- Sposarci? No, per adesso conviviamo, poi, in funzione a come si metteranno le cose, si vedrà. Ed ora procediamo, don Crispino.-  

Cri.- Procedo. Però, con tutto il rispetto, architetto, ma non vorrei avere guai – dopo.-

Giu.- E che? forse è da oggi che ci conosciamo? Non vi preoccupate, comunque grazie per il cortese pensiero.-

Cri.- Io non mi preoccupo, ma…(indica ancora Filippo)-

Giu.- Chi quello? Ancora? Ma insomma, vi ho detto che – ormai …(fa cenno come per significare: non conta nulla). Procedete. (poi confidenzialmente) E, ditemi, col rigattiere come avete fissato il prezzo di tutti i mobili?

Cri.- A forfet.

Giu.- E quanto sarebbe questo forfait?

Cri.- Giusto la spesa del trasloco.

Giu.- Più il costo di quello scrittoio del XIX° secolo – che è tanto carino.

Cri.- forse…

Giu.- Sicuro! Sicuro – che mi porterete fino a casa.

Cri.- …può darsi…

Giu.- …vedremo.

Cri.- Vuole che ci rimetta io?

Giu.- E chi io? Ma andiamo, don Crispino, in questo affare non ci rimette nessuno.

Cri.- Va bene, demonio in gonnella, ma ci rimetto veramente.

Giu.- … ci rimette! chi ci crede è cornuto. ( sta per uscire, poi vede il ritratto di Caterina, la moglie defunta di Filippo e, con disprezzo lo prende e lo getta nello scatolo dei rifiuti) Pussa via! (quindi ancheggiando esce)-

Cri.- ( seguendola con lo sguardo) Già, chi ci crede è cornuto… o magari buttana!

Fil.- ( girando la sedia e alzandosi) Ben detto amico mio, ben detto.

Cri.- (sbalordito) Signor Moncada… ma … ma… parlate…camminate…il miracolo! Il miracolo!

Fil.- E’ vero, il miracolo! e me lo ha fatto san Crispino e santa Caterina.

Cri.- (uscendo di corsa) Il miracolo, Signorina Giulia… architetto… signor Carlo…il miracolo!

Fil.- Chiama, chiama – avvisali!… e sbrigati, perché si cambia itinerario! Non più all’ospizio… (si china e prende il ritratto della moglie e lo pulisce con la manica). Ti ha buttata via! E Caterina mia, sei sorpresa anche tu? Vero? Ho finto! e ti chiedo scusa, cara. Sai, però il colpetto l’ho effettivamente avuto e qualche giorno d’ospedale me lo sono fatto veramente. Poi, nell’ozio forzato, m’è venuto il sospetto… ho aguzzato l’ingegno, e ho agito. Ho simulato sissignore! ho simulato la grave malattia, e grazie a degli amici, ho fatto finanche il moribondo, ma è stata legittima difesa! solo per uscire illeso da quelle sabbie mobili in cui mi ero cacciato: “Bedda matri”, mi stavano affossando in senso metaforico e fisico. Sapessi, m’avevano convito lei, l’architetto e quel balordo di tuo figlio, a vendere questa casa per costruire una villa in periferia…” lì starai bene, aria pura, sole, tranquillità… “ E giù spese, e debiti… eppoi le prime  difficoltà per la mia sistemazione. E sai com’era finita la storia? Che loro l’avrebbero abitata, lei si sarebbe fatto lo studio, e io… all’ospizio - non c’è posto per me; lei  -lei- dopo il mio piccolo “colpetto” ( fa cenno alla testa) non aveva tempo per accudirmi – diceva a tuo figlio, che ubriaco di sesso, sbavava e diceva sempre si. Ora ti chiedo nuovamente scusa se non sano stato sincero con te, ma l’ho fatto per essere perfettamente credibile nei panni dell’acciaccato grave…  sai, una sola parolina, e avrei potuto tradirmi e rovinare tutto. E io dovevo assolutamente appurare con certezza quali erano le loro intenzioni - e provvedere. E sai, ce l’ho messa tutta, (sussurrato) arrivando anche al punto, come di ho detto, di dover fingere il malanno- e me ne vergogno. Ma ora, “salaratu Diu”, so tutto! E so anche cosa debbo fare – adesso.  Avanti cara, “nu baciuzzu”  ( bacia la foto, mentre la posa sul tavolinetto). Certo ne ho dovuto inventate di balle: il medico Cocuzza? Era il Ragioniere Capo in pensione Gegè Filogamo, mio ottimo amico, che mi teneva compagnia e mi aggiornava su tutti gli avvenimenti esterni; il fisioterapista? Era Alfio, il garzone del barbiere, che, oltre a sbarbarmi, mi organizzò la palestra da camera per fare attività fisica; l’infermiera? Era Agata, la nipote del portiere, che mi faceva la spesa e da paravento per le mie attività casalinghe: cucinare, fare le pulizie, ecc. ecc. Ora, dopo questa mia  avventurosa malattia , con le idee chiare –chiarissime - ho preso le giuste decisioni: Quali? Torno al paesello, cara Caterina, proprio come mi suggeristi tu. Come faccio? Semplice: Per telefono ho contattato l’avvocato Privitera, l’attuale proprietario della vecchia casa che fu di mio padre- là, a Solarino - e gli ho proposto un affare - vantaggioso economicamente per lui, liberatorio per me. Privitera che conosco fin da bambino, ha capito la mia situazione, ed ha accettato di concludere l’affare, inclusa la clausola di un mio eventuale ripensamento dell’ultima ora – che adesso, dopo quello che ho saputo, sicuramente non ci sarà! Dopodicchè, raggiunto l’accordo di massima, tramite un’Agenzia Immobiliare, abbiamo impostato il compromesso di permuta, che ora – ora – (ampio gesto per significare: dopo quanto ho visto e saputo),  firmeremo proprio qui, in questa casa -  questa sera. Ed ecco l’affare: la mia nuova casa, cioè la villa, così com’è, con tutti i miei debiti che ho dovuto fare, contro la sua vecchia casa, così com’è, più una piccola differenza a mio favore. E che ne sai, Caterina mia, mi ha detto che nella terrazza  c’è ancora la mia vecchia voliera… E ora andiamo a farci due risate. (prende la giacca ed esce)

Tela.  

 

 

 

 

                                         

 

 

 

 

              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                CORTI  3.0

 

 

                                                          Dieci corti teatrali

 

                                                                  

 

 

Turri Lifu, marzo 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  ALLORA,  DICEVI?

Personaggi:

Una donna col telefonino nell’orecchio.

In scena, è stato ricostruito un studio o ufficio. All’apertura del sipario entra una donna che trafficherà poi con carte e varie. Poco dopo suonerà il telefonino. Lei risponderà. E da quel momento ella farà tutte le sue azioni con il telefonino attaccato all’orecchio.

Donna- Si, sono io. Ciao!!! Ma come stai? Da quanto tempo… certo, certo capisco. Allora, dimmi… eh, no! Questo non dovevi dirmelo così di getto: Ti sposi? Ma che notizia! E quando la cerimonia? Ah, non avete fissato… comunque augurissimi, mia cara. Io? No, io ora sono single… da quando? Da due settimane. Come? L’ho cacciato via. Perché? Era diventato insopportabile. Dove? E che ne so! Sembra che sia andato da sua madre… Vuoi che ti racconti tutto? Beh, mi ci vorrebbero almeno tre settimane…No, sessualmente era quasi perfetto. Cosa  mancava per essere perfetto? mancava una buona erezione. O almeno, l’aveva mattutina, ma quella non serve al caso… E cosa ci si può fare, pazienza… però aveva altri pregi, per esempio: non gli piaceva l’aglio. Solo quello? Aspetta, fammici pensare… no! Non riesco a pensarne altri. E, si, gli ho detto molto semplicemente: Bello mio, smamma! E lui? Lui ha smammato ubbidiente… no, ma che dici? Era sollevato? Sollevato da che cosa? Da me… ah, credevo… certo, il rapporto s’era logorato… Vedi, non riusciva a fare più gli spaghetti al dente. Era colla per manifesti quello che faceva, altro che spaghetti al pesto: Era pesto di spaghetti. Poi non ha mai saputo – o voluto – imparare a usare la vaporella - e sai che è indispensabile per le pulizia di casa. Mettici che mi ha rovinato la lavatrice per i continui bucati che faceva… si… si era fissato col bucato. E il lavoro? Beh, qualcosa riusciva a farlo… ad esempio? Aspetta che ci penso… dunque una volta è riuscito a farsi licenziare dal benzinaio dopo 24 ore. No, non era lavoro per lui quello… certo era versato per il mestiere di imbianchino… no, quale pittore, imbianchino era, ed imbianchino è rimasto. I suoi quadri? Ma quelli li stuccava con la sua spatolona a casaccio… erano buoni? E chi lo dice? Ah, lo dicono le tue amiche… sai quanto se ne intendono loro… certo, non voglio parlarne male, ma un po’ di buon gusto lo dovrebbero avere, no? Ah, anche tu? Ne hai comprato uno? E quando? Io non ne so nulla delle sue -diciamo così- vendite. Cosa mi dici? Ne ha venduto più di uno? Ma guarda guarda… anche a Cesare… questa mi è veramente nuova… ah, l’altro ieri? Beh, si vede che la mia lontananza gli ha fatto brillare l’estro. No, non ho nessuno all’orizzonte. In questo periodo mi piace starmene da sola…Ma parlami di te. Lo conosco lo sposo? Ah, lo conosco! E dimmi, dimmi… nooooo l’imbianchino! Ma sei ammattita, ti metti coi miei scarti? Ma allora sei caduta veramente in basso, mia cara. Certo, certo, capisco: necessità obbliga legge. Hai trentacinque anni, ma non potevi trovare di meglio? Ci hai provato, vero? E com’è successo? Stavate insieme ad una mostra… racconta dai… E lui ti ha proposto di vedere le sue opere – a casa sua? E ci sei andata… e ti ha pure affascinato… e gli hai comprato un quadro… Bello, sembra una telenovela, cioè, volevo dire: una vicenda sentimentale, tipo colpo di fulmine… ah no? Ci avevi ragionato? Tutto calcolato?  Beh, lo credo, dato i precedenti … E senti, non potresti convivere con lui per qualche mese e poi decidere se sposarlo oppure no? Ah, non te lo lasci scappare … come ho fatto io? Ma via, mia cara, io l’ho semplicemente messo alla porta. Dopo quanto? Diciamo dopo sei mesi, forse sette, non ricordo bene. Si, si, ho capito, ma tu hai capito me? Quello (fa un gesto negativo con la mano) quello è quasi caput! No? Ah, con te è risuscitato? Davvero? Ma non sarà il viagra? Niente viagra… ah, sei tu il suo viagra? Sai trattarlo a dovere, capisco… (tappando il microfono dell’apparecchio) Che figlia di puttana, anzi: che puttana! (rimettendosi in comunicazione) Certo, certo, capisco, la novità, probabilmente… E senti, dove andrete ad abitare? Nella casa al mare dei tuoi genitori? Oh, che bella cosa: sarete in perenne villeggiature. E chi vi manterrà? Ah, i tuoi vecchi ti passano la paghetta… capisco… e lui imbratterà tele? Ah, gli stai preparando lo studiolo… bene, bene… e tu ti prenderai cura di lui? Bene, bene…Ma come farai cara, tu non sai cucinare un uovo sodo. Ah, stai imparando? Alla televisione? Dai grandi chef? Ma dai… e cosa hai imparato a fare? Gli spaghetti alla Tourneau? E come si fanno? Con la pasta? hai scoperto l’America… ah, volevi dire con la pasta di grano duro di Manduria? E dimmi, dimmi, poi? Aspetto che scrivo la ricetta. (cerca un foglietto, poi la penna, infine scrive; da questo momento in poi porre in evidenza la caricatura della ricetta) Sono pronta, vai: Due etti di spaghetti di grano duro di Manduria, numero tre. Ho capito tre! Si, si ho capito, è fondamentale, continua pure. Due etti di pomodoro ciliegino di Pachino; 50 grammi di parmigiano reggiano; basilico ligure gr. 4; mirto sardo grammi 3; olio d’oliva toscano, cl. 0,32; olive dell’Etna, sgusciate, gr. 21; mezza cipolla di Tropea; due noci di Sorrento, due nocciole di Giffone Vallelunga; uno sbuffo di Tocai; mezza mela tridentina; sale di Trapani gr.4. E tartufo d’Alba niente? Ah, quello no! No, sai così avremmo fatto così il giro d’Italia. Scherzavo, dai. Sto scrivendo, sto scrivendo. Bene poi? Far cuocere gli spaghetti – evidente – scolarli al dente…si…(s’ode uno sparo) Cos’è stato? …Cos’è stato questo botto? Aspetta che vedo.( girandosi e guardandosi attorno, poi come se si affacciasse da una finestra) Oh, nulla cara: hanno sparato a un uomo. Allora, dicevi, scolarli al dente…-

Fermo di scena. Buio. Fine

 

                                                    FOGLIA  DI  FICUS

 

 

Personaggi:

Un uomo di mezza età;

Una giovane donna.

 

 

Sulla scena, seduto su una panchina sta un uomo sui sessant’anni, elegantemente vestito. Dietro il sedile si intravvede una ramo di ficus. Entra una giovane donna in tailleur, che si siede nella panchina, a destra, accavallando elegantemente le gambe e attende, con fastidio e insofferenza  che l’uomo parli.

Uomo – (facendo atto d’alzarsi) Ciao. Come stai?-

Donna – Ciao. Bene.-

Breve silenzio. 

Uomo - Grazie d'esser venuta.-

Donna - Me l'hai chiesto... ( buttando all'indietro un ciuffo di capelli neri, lunghissimi)-

Uomo - Si, te l'ho chiesto io, grazie ancora.-

Donna - Ma, mi hai fatto venire fin quassù per dirmi solo grazie?-

Uomo - Io? no, niente; cioè si. Volevo dire: nulla di personale.  Insomma, ti volevo parlare, da sola. ( espressione confusa)-

Donna - Siamo soli, parla.-

Uomo - Come se fosse facile! Ma cosa credi che mi sia semplice dirti quello che ho da dirti?-

Donna  - (canzonatoria) Se non ti è facile e semplice dirmi quello che mi devi dire, vuol dire che non mi dirai ciò che mi dovresti dire. e tanti saluti. Va bene così? ( espressione  sarcastica)-

Uomo - No, che non va bene!  L'argomento è molto, ma molto serio, bella mia, per  ironizzare sui preamboli, come fai tu.( lunga pausa ad effetto) Io ti debbo aprire il mio cuore, e non mi sarà facile farlo, proprio con te, Capisci? ( con un soffio di voce, dall’effetto strappalacrime)-

Donna -  Ma guarda un po’ adesso ti diventano gli  occhi rossi?  piangi?( irritata)-

Uomo - Macchè! E' stato un moscerino. (girandosi platealmente di spalle)-

Donna - Già il solito moscerino tempista. Istrione! ( sibillina, poi con calma) Dai, parla. Ma cosa credi che sia facile anche per me, dover ascoltare quello che, immagino mi  dovrai dire?  Sono in imbarazzo quanto te, se non di più.-

Uomo - Tu - lo immagini?( speranzoso d'averla commossa)- 

Donna -  Cosa credi che in questi giorni, a casa, non abbia  avuto occhi, ne' orecchi?- 

Uomo - Bene, meglio così. ( lunga pausa, come   colui che ha l'animo travagliato) Ci sono situazioni particolari, momenti curiosi,  accadimenti strani, forse anche fatalità, che   interreagiscono, inaspettati e insidiosi, nella vita di un  uomo, soprattutto di un certa età, - quindi più  vulnerabile.  Prudenza vorrebbe che costui non si facesse mai - mai! -  trovare sotto scopa. I sentimenti, imprevedibili e padroni, - Dio mio, com'è  possibile parlartene in modo distaccato - i sentimenti  tiranni, se inseriti in quell'ambito, ti tengono in pugno e  ti stringono fino a stritolarti...-

Donna – (interrompendolo)  Cosa stai cercando di dirmi? Stai mettendo le mani avanti?  Con me puoi farne a meno! So anch’io di sentimenti…risparmiami pure le tue riflessioni pseudo-pirandelliane, e vai subito ai fatti, ti prego.-

Uomo -  Si, si scusami... hai detto bene: sentimenti…. passioni! Si   si... ma si! sicuro: sentimenti e passioni mi hanno  avviluppato proprio in questa critica età - navigo verso i  sessanta, sai?  - e mi strozzano, mi dilaniano.( tono patetico) Chi me lo doveva dire che avrei, che avrei...-

Donna - ... amato, contemporaneamente, due donne ... ( con un sorriso sornione)

Uomo - Sai già? ( sospiro, di sollievo, come dire: il grosso era fatto)  Ebbene, si!  proprio così: contemporaneamente!  Con un'estrema intensità di passioni, l'una; e con sentimenti  pacati, sereni, come ben sai, l'altra.- 

Donna - Avanti, dai: dimmi chi è, e dove l'hai conosciuta.- 

Uomo - Come corri! Dal preambolo vuoi arrivare subito al finale?   Diamine, almeno dammi il tempo di trovare le parole giuste.  (pausa riflessiva) Chi è. Chi è... ma è poi così importante sapere chi è?   E'.. è una donna...-

Donna -  ... bella scoperta...-

Uomo - ... affascinante...-

Donna - ... occhi verdi, capelli biondi, coscia alta...-

Uomo -  E dalle! con quest'ironia, mi rendi tutto più difficile!  E' una donna non tanto bella, in verità; ma è molto, ma  molto affascinante. E' colta, spiritosa. Ha trent'anni, e  l'ho conosciuta al mare… e, insomma, ciò  solleticava la mia vanità, capisci; in fondo, onestamente, sono ancora un...un bell'uomo, mi pare...uno e ottanta, niente pancia, tutti i capelli - anche se un po' bianchi.- (si alza e si  pavoneggia dinanzi a lei) E non guardarmi così, mi metti in imbarazzo! Sii seria.-

Donna - Impressionante! traumatizzante! (  sbalordita, poi conciliante) E non te la prendere, dai siediti: quindi ti sei lasciato ammaliare.-

Uomo - Non proprio. Mi turbava, questo si, ma non più di tanto. Poi non la vidi più - per lungo tempo. Ma alla mia ultima mostra, mentre spiegavo il significato di certe opere ad una scolaresca, ecco che avverto sul mio fianco, a destra, la pressione di qualcosa di morbido e di caldo: era  lei, col suo grande seno sinistro, adagiato discretamente, con noncuranza, sul mio avambraccio,- mentre mi guardava bevendo letteralmente le mie parole...-

Donna -  E allora?-"

Uomo -  E allora, le chiesi di ritornare il giorno seguente, da sola; ed ella ritornò, puntualmente; ed io le illustrai  tutte le opere del vernissage...-

Donna -  ... che lei seguiva con molto interesse.-

Uomo - Infatti!-

Donna - E d'allora...-

Uomo - ... che ci vediamo. Si, ci frequentiamo...insomma, stiamo  bene insieme.-

Donna - Ci vai a letto?-"

Uomo - Oh, ma sono domande codeste? ... insomma, ebbene, si. Si! -

Donna  - Patatrak! E cosa vuoi da me? Comprensione? o che altro?- 

Uomo - Voglio aiuto!-

Donna - Da me? ma sei matto!-

Uomo - Da te, sissignore!( poi con voce suadente) Sentimi, mia cara, se tu potessi parlarne con... con...-

Donna -  Con mamma? ( l’uomo annuisce vistosamente) Tu sei matto, caro babbo!  Fallo  tu! ti manca il coraggio? Ma che uomo sei?  Eppoi mi sembra estremanente indelicato - per mamma! Ma che idea...no! tu hai fatto la frittata e tu la rivolti. ( si alza, fa atto d'andarsene, pur rimanendo ferma sul posto) - 

Uomo -  Ecco come sono i figli: quando ne hai più di bisogno, ti abbandonano! accidenti! Ma, insomma capiscimi, questo è il mio problema: se lascio l'una per restare con l'altra, faccio del male all'una e non all'altra; e viceversa. Ma io, ma io! il male me lo faccio ugualmente, sia che resti  con l'una, sia che resti con l'altra! Capisci!  Capisci?- 

Donna -  Questo lo capisco. Quello che non comprendo è cosa possa fare io.- 

Uomo - Se tu volessi...Vorrei che tu sondassi mamma...se fosse  possibile...con un po' di buona volontà... a volte...-

Donna - Babbo carissimo ( guardando significativamente l'orologio) per il genere d'aiuto che chiedi, dovresti rivolgerti ad paraninfo. Lui - si!  Sarebbe più adatto, no? ( poi duramente, con occhi di ghiaccio) Allora, tanto per capirci, sappi che io, in questa storia, non voglio entrarci  neanche lontanamente: chessoio, per sbaglio, per distrazione, per puro caso, per volontà degli astri!  Ho reso l'idea, babbino?  (e, intanto, una foglia di ficus, staccandosi dal ramo di un ficus cade sopra il capo dell’uomo e si poggiò sui capelli. La donna la prese la esaminò attentamente, ostentatamente, rivoltandola da tutte le parti, poi, mettendola sotto gli occhi dell’uomo, dice con voce più distesa, quasi dolce) Vedi babbo, tu sei questa foglia, la mamma è quello ramo ( indica il ramo sulla testa dell’uomo, poi passandogli   delicatamente la foglia sulla guancia, sussurrò) Ormai tu sei come questa foglia di ficus: se ti stacchi dal ramo, appassisci e muori. Pensaci, eh? pensaci! Ed ora scusami, debbo correre in Facoltà. Ciao.( getta per aria la foglia secca e si allontana,  con passo agile, uscendo di scena)- 

Uomo - E se la foglia fosse mamma? ed io il ramo? ( grida) 

Ma la donna si gira appena, appena, senza fermarsi; e assumendo, per un attimo quell'aria lievemente   interrogativa, come a voler dire " Ma dici sul serio, sciocco babbino? ", quindi scuotendo la testa, esce. L’uomo lascia morire in bocca il resto della frase:

Uomo – Ma un ramo secco può germogliare…-

Poi, sospirando solleva il capo m'avvide che il  ramo sta perdendo un'altra foglia, sorride, e, lentamente, fa qualche passo, poi si ferma si abbassa, raccoglie la foglia di ficus che la figlia aveva  abbandonata, e rigirandosela fra le mani, esce dal lato opposto della scena.

Fine

                                         GUERRA E RUMORE DI GUERRA

 

Personaggi.

 

Il pittore……………………………………………………….pacifista in depressione;

 

Il monaco…………………………………………………….psicoterapeutico. 

 

 

 

Sulla scena, con una scenografia spoglia, come una stanza i cui muri sono da rifinire, c’è un pittore con tavolozza e pennelli. Entra un monaco.

 

Monaco – Ciao, come va’?-

Pittore – Bene.-

Monaco – Cosa stai facendo?-

Pittore – Gioco a briscola! Ma non vedi che sto lavorando?-

Monaco – Oggi non è giornata, vedo… Senti, stai tenendo presente le mie raccomandazioni?-

Pittore – Quali raccomandazioni?-

Monaco – Come quali raccomandazioni… ieri ti ho pregato di non fare posare quella diciamo modella. Te ne sei scordato?-

Pittore – Io non scordo ma niente. Qualche volta, però mi capita di non sentire.-

Monaco – E stavolta non hai sentito quello che ti raccomandato. Va bene, te lo ripeto:

Tu non farai posare quella…donna, che è fonte di scandalo. Bada, non per me, io sono al di sopra di queste cose, ma i miei parrocchiani. Non mi mettere nei guai, pittore.-

Pittore – E allora, se non vuoi guai, io smetto di lavorare e faccio fagotto.-  

Monaco – Tu mi finisci l’affresco e poi puoi andare anche… al diavolo, Dio mi perdoni.-

Pittore- E tu fammi affrescare la chiesa a modo mio.-

Monaco – E chi te lo vieta? Solo quella modella tanta chiacchierata non la devi utilizzare come modella per dipingere l’effigie di Maria. Punto.-

Pittore- Io la voglio perché ha in se quello che desidero realizzare. Poi il fatto che sia diventata femmina dopo essere stato maschio per vent’anni, non mi interessa.-

Monaco – Senti, per caso…ne sei innamorato?-

Pittore – Sono affari miei. E me ne frego di ciò che dicono gli altri!-

Monaco- Ma a me si! A me interessa, eccome! Non certo per i tuoi sentimenti, dei quali mene frego, ma io – io – rappresento la Chiesa, ed ho una moralità da difendere. Ma cerca di capire: cosa direbbero i miei fedeli se la riconoscessero nel dipinto?-

Pittore- Direbbero: Ma guarda che meraviglia di Madonna.-

Monaco – Non scherzare coi santi…-

Pittore – Ma non capisci, monaco? Io voglio restituirle la dignità femminile che madre natura le ha negato.-

Monaco- Vuoi sostituirti a…Dio, è orribile! Tu sei pazzo!-

Pittore – Hai detto che sono pazzo? E allora fammi fare ciò che la mia pazzia mi richiede.-

Monaco- Non sarò io a dartene i mezzi.-

Pittore – Bene, faccio fagotto…-

Monaco- Vai pure, e che Dio ti illumini e t’accompagni. Sai dove andare?-

Pittore- Andrò alla sede della Pace Universale, là ci sono ancora dei compagni a cui posso chiedere aiuto.-

Monaco.- E’ una buona idea…così manifesterai con loro contro la guerra in Cecenia. (ironico)-

Pittore – E’ probabile che essi lo faranno, chissà - ma io non ci sarò. Basta col pacifismo.-

Monaco- E i tuoi …compagni, lo capiranno?-

Pittore – No, ma io ho deciso così… Dopo i fatti della Juguslavia, non so più cosa fare, ne cosa pensare. Sono disorientato! Credo che il mio pacifismo sia morto! E io pure... Sai monaco, stanotte ho fatto uno strano sogno.-

Monaco- Strano sogno? La depressione? Nuovamente? Allora siamo nei guai.-

Pittore – Già, per quel che me ne importa. Vuoi che te ne parli?-

Monaco- (sedendosi rassegnato) Sono ancora il tuo psicoterapeuta. Ti ascolto.-

Pittore – Ho fatto un sogno incubo e mi sono vegliato in un lago di sudore agitandomi come un ossesso. Era una visone apocalittica al presente:  (l’attore si porta al centro della scena, il monaco sta in disparte. Possibile intervento del balletto Luci e musiche adeguate):

Ho visto due grandi torri sorgere dal nulla e innalzarsi verso

il cielo.

Nuova Babele.

E gli uomini- ape, costruttori di idoli,

che vibravano

attorno, attorno, attorno,

alzando, alzando alzando.

E il chiasso, i rumori,

la musica ossessiva,

la cacofonia di suoni acuti, come di chi si

chiama,

vuole,

pretende.

Poi ho sentito tra quelle voci…

tante tante, tante

voci,

voci di folla…folla…folla,

e di uomini, uomini, uomini.

Uomini incupititi, ma uomini!

E di bambini, passeri implumi. 

Poi…oddio…

poi…poi…poi,

udii un sibilo lacerare l’aria,

…erano…erano…erano

aerei,

come mostri di latta,

che sorvolavano il cielo.

E uno schianto!

Uno di essi,

come gabbiano ferito,

con un ultimo colpo d’ala, 

s’abbatte su una delle due torri!

resto esterrefatto:

di fronte a quella linea

impazzita.

No! No! no!

Grido

Perché un altro aereo,

falco predatore,

determinato!

sfonda il cielo e la torre accanto!

Ed è tutto una fiamma.

Spariscono le api costruttrici,

fugge la folla formicolante, 

impazzita dal terrore.

Fugge, corre, inciampa,

cerca salvezza!

Salvezza, salvezza, salvezza,

mentre dagli edifici urla di aiuto, sventolio di camicie, tovaglie bianche di resa,

chiedono disperatamente:

salvateci dall’inferno!

E un riso beffardo lordò l’aria!

Chi si è sostituito a te!

Gridai al cielo.

Ma il cielo rimase muto e fumoso.

Gridai, gridai, gridai 

Impotente gridai,

dalla visione paralizzato, 

non dalla paura,

ma dallo sbigottimento!

Poi il grottesco crollo delle torri

che si inginocchiavano

vinti:

prima l’una, poi l’altra!

Collassando,

sedendosi su se stesse,

in un rumore assordante,

in una nuvola di polvere,

in una Apocalisse annunciata.

E fu il Caos che venne a visitare

gli uomini!

E fu morte, strazio, orrore, pazzia per una moltitudine di essi.

E fu Erode - con la sua strage!!!

 

A scelta della regia si potrebbero far vedere le immagini della tragedia del 11 settembre 2001.

 

Pittore - E fu l’inizio di nuovi massacri!

Ecco: Vidi la guerra e il rumore di guerra

appressarsi.

Udii la tempesta dei caccia, 

il ringhiare dei carri armati,

il singhiozzo dei razzi! 

E il sangue 

scorreva, scorreva, scorreva

a fiumi lungo strade, deserti, montagne.

E sulla cima di una montagna c’era seduta una

figura in mero,

mentre un’altra, bianca, le stava al fianco,

in piedi.

Una impugnava 

una falce,

l’altra reggeva 

una clessidra.

Mute, mute, mute.

Ed io, ritornato bambino, 

gridavo a valle:

Badate! Badate… badate.

Ma, in quel rumore assordante 

di guerra

e di sapore di guerra, 

nessuno mi  - ascoltava.

Allora decisi di tracciare

un cerchio

per terra (lo traccia),

di sedermi al centro di esso,

e di  escludermi dal quel mondo

assassino.-

( esegue, sedendosi con le gambe incrociate, il dorso dritto, le braccia alzate, le mani poggiate sulla testa. Musica e luci adeguati. Il monaco, segnandosi, indietreggia fino a scomparire nel cono buio. Poi, gradatamente le musiche cesseranno. Tutta la scena resterà in assoluto silenzio. Le luci, lentamente, caleranno. Gigi, immobile, sarà dentro un piccolo cono di luce che, dopo pochi secondi, si restringerà fino il buio completo. Da lontano proviene un ululato di sirena. 

Il sipario si chiuderà, in perfetta sincronia, col calare delle luci e con il cessare dell’ululato di cui sopra.-  

 

Fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                          IL  SENATORE

Personaggi:

Tullio Diotallevi……………………………………………………………………….Senatore;

Giacomo Giallongo …………………………………………………………………Avvocato;

Bruna………………………………………………………………………………………Moglie di Tullio

In scena, in uno studiolo, c’è il Senatore Tullio Diotallevi. Egli è imputato per corruzione. L’uomo è di cinquat’anni, vestito dimessamente, con lo guardo spento, seduto su una sedia accanto ad un tavolinetto con sopra delle carte processuali. Bruna, sua moglie, le sta accanto sbirciando una rivista. Suonano alla porta. Bruna si affretta per andare ad aprire. Entra  l'avvocato Giacomo Giallongo, sui cinquant'anni portati bene , snello, alto, rubizzo ed elegante. Si guardano: è un attimo, ma è significativo, sono amanti.  

Giacomo – (parlando sottovoce e facendo una furtiva carezza nella guancia a Bruna) Ciao micia, come stai?-

Bruna – Buono, buono lui è qui. (accenna a Tullio).-

Giacomo- ( ad alta voce) Buon giorno...-

Bruna – S’accomodi avvocato. Tullio è già qui, l’aspettava. Io, col vostro permesso andrei di là ad accudire ai bimbi.-

Giacomo – S’accomodi prego. (galantemente si mette da parte)-

Bruna- Tullio, io sono di là. (esce)-

Tullio – Va bene. (alzandosi) Caro Giallongo... (porge la mano che Giallongo ignora)

Giacomo- Dunque, senatore...-

Tullio- Ex senatore, ora solo indagato!- ( acido)-

Giacomo- Senatore, non faccia il permaloso. Si segga e legga attentamente questo documento, poi, se è d’accordo, lo sottoscriva...per piacere...-

Tullio- (prende il documento ma non lo legge) Ma...ma che atteggiamento è mai questo? Niente stretta di mano, mi dai del lei. Ma che succede?-

Giacomo- Senatore, lei in questo momento è un indagato; ed è pure un mio cliente. Ed io ho assunto la sua difesa senza convinzione, ma solo per deontologia...-

Tullio.- Anche tu? Anche lei, volevo dire - perchè ora ci dobbiamo dare del lei, vero?- anche lei pensa che io sia colpevole?- 

Giacomo- Il lei- mi dispiace- ma in questo momento si impone! E le mie convinzioni personali non hanno nulla a che vedere con il mio mandato....-

Tullio0- ( quasi gridando) Ma che cavolo dici! Il "lei" il "mandato"? Ma che cosa mi vorresti significare.-

Giacomo- Va bene, parliamoci chiaro! Io ancora non so se le accuse che ti vengono mosse, siano vere o false, per cui...-

Tullio- ...per cui?-

Giacomo- ... se fossero vere dovrei poi disprezzarti...-

Tullio-...  e per non disprezzarmi, vorresti prendere le distanze, vero?-

Giacomo- Esatto!-

Tullio- Ma non essere puerile, Giacomo.- Cos'altro c'è sotto?-

Giacomo- Nu...nulla, nulla! Insomma, Tullio, pensala come vuoi. (b.p.) Io ti ho sempre considerato estraneo e al di sopra di storie di mazzette e di tangenti. Ora: marcio il sistema? E sia!-tutto il partito? e d'accordo!- i nostri capi? e va bene!- Ma te no! Per te la cosa è diversa: tu eri l'emblema dell'uomo probo per i nostri compagni di base. Capisci- quindi- il dramma? Perchè, quest'accusa, vera o falsa, è come un grosso macigno che s'è abbattuto sulla tua reputazione: Come politico sei finito! Capisci?  Poi, se l'accusa fosse vera,-intendimi-cosa si dovrebbe pensare di te come uomo?  E di me? - come tuo amico e compagno di partito? - 

Tullio- Ah, capisco...Ma tu mi credi?-

Giacomo- Preferirei non rispondere, almeno per adesso. Tullio, stai calmo. E che sei un bambino? Certo… glielo detto anche in direzione - naturale. Ma bisogna aspettare e… sperare-

Tullio- Scusami, scusami... sono a pezzi. Senti Giacomo, io alla galera non sopravviverò! Capito?-

Giacomo- Ho capito. Dicono tutti così. Ed ora stammi a sentire. Questo gentiluomo, probabilmente, ti farà arrestare per interrogarti in carcere, dopo averti fatto assaggiare per bene l'ambientino. E lo farà quando vorrà, cioè quando tu sarai già bell'e cotto! quando sarai avvilito e l'abiezione -come il piombo- ti peserà sulle spalle. E allora tu crollerai e confesserai tutto! Tutto! anche ciò che non hai commesso! tutto ciò che lui vorrà farti confessare: lo confesserai! pur di ottenere almeno gli arresti domiciliari. (b.p.) Allora, adesso ascoltami bene: Tu dovrai resistere! Dovrai farti forza e resistere. E' pregiudiziale resistere! Altrimenti, se non te la senti, non vale la pena onorare la mia parcella.-

Tullio- Capisco, capisco. Mi sforzerò', te lo prometto. Ma...ma non so con quali risultati...Ci pensi? dover combattere un giudice? Un giudice! - del quale una sua sola parola- che proviene dal suo scranno- può essermi fatale!... E la mia parola è pregna di discredito. Ho paura, Giacomo. Sono un debole. (pausa) Ho detto che mi sento un debole, e lo sono; forse sono anche un velleitario; o un utopista come afferma qualche altro. Bruna mi ha detto che sono un testardo, anzi caparbio, suona meglio. Ammetto tutto, tranquillamente. Ma ti assicuro, però che ho vissuto la mia vita con i piedi ben ancorati a terra; sebbene la testa, spesso, fosse nascosta tra le nuvole. I piedi ancorati, ben ancorati, a terra, cioè al mio credo politico, al disinteresse per il potere, alla mia onestà, mi hanno permesso di affrontare la mia vita, sia pubblica che privata, in modo coerente, resistendo a tutte le facili lusinghe. La testa tra le nuvole mi ha permesso di sognare. Di sognare – fra l’altro – quel mondo migliore di tutti i sognatori: sogni di pace, di giustizia, di libertà, e, perché no? D’amore. Ora  il terreno dove ero ancorato ha vacillato, ha franato, travolgendomi inesorabilmente nella sua inarrestabile caduta: i principi, l’ideologia, la nostra società, il partito, insomma tutto ciò che rappresentava un punto fermo è miseramente franato. Dimmi? una grande frana – immensa, spaventosa, inaspettata, - poteva essere fermata da piccoli granellini di roccia qual ero io e gli altri come me?...o come te?  ( aggiunse magnanimamente), Solo una montagna può fermare una montagna! E si capisce! Ormai sono un sacco vuoto.

Giacomo- E' proprio vuoto quel sacco?-

Tullio- Ma si!(b.p.) Mettici la fine del socialismo reale, la caduta nel muro di Berlino, i massacri nel mondo, questa tangentopoli, la guerra civile in Jugoslavia...-

Giacomo- Ma a te di quella guerra...(come dire: cosa ti interessa?) 

Tullio- Non m'interessa? E le atrocità', la pulizia etnica, il nazionalismo, la guerra di religione, non sono gli esatti opposti del mio impegno civile?  Capisci allora? che ne resta ormai di me e dei miei principi ispiratori e propulsori? Giacomo, mi sembra di vivere in una grande fogna chiamata Terra!-

Giacomo- E turati il naso, perbacco! Turati il naso e pensa al tuo caso, che è gravissimo. Sei nei guai fino al collo, Tullio!-

Tullio- Lo capisco e come! Ma di fronte al completo degrado dei valori: alla bestia che sopraffà lo spirito, agli stermini, al trionfo del capitalismo selvaggio, all'immenso egoismo che ha trovato legittimazione politica, a volte non mi importa più nulla di me. Che mi accusino, che mi processino, che mi condannino, io mi sento ormai sfiduciato, vinto, prono! (poi rinvigorito) Ma poi penso a Bruna, ai miei figli lontani, ai vecchi compagni di tanti anni di lotte, alla loro vergogna a causa mia, per me; al completo abbandono dei nostri compagni più deboli; allo sbando dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani che credevano nel nostro partito; e -per un attimo - si riaccende -in me - la scintilla!- e mi sento di nuovo ritornare le forze per combattere. Gli ideali non possono morire così presto!  Se vinco questa mia battaglia giudiziaria, vincerà quella parte di socialismo sano, capisci!. (di nuovo sfiduciato) Oddio, Giacomo, ma dev'esserci la vera giustizia a questo mondo!  Chi mi accusa, che prove porta? E tu le hai valutate? Che ne sai tu, Giacomo?-

Giacomo- Nulla! Non  trapela nulla! Vaghi accenni a Sartori- dice che è stato concusso dal partito e che ha corrotto te- qualcosa si sa su un certo Pelligra- dice di averti fatto avere voti in cambio di non precisati favori. Ma cose generiche, senza nessuna consistenza giuridica. Eppure la denuncia va avanti! Va avanti come un rullo compressore! E io non capisco. O forse capisco: avranno qualche asso nella manica.-

Tullio- Un asso? Che asso? Forse un altro accusatore?-

Giacomo- Se lo sapessi...Comunque domani ho un appuntamento in Procura, vedremo se tra un argomento e l'altro, non ne venga fuori qualcosa... chessò: qualche ammissione, qualche richiesta di confronto. Insomma, domani vedremo. Certo, domani!-

Tullio- Sono nelle tue mani Giacomo! E, sappi, che sono innocente!-

Giacomo- Si vedrà! Addio Tullio. Hai firmato?-

Tullio- (frastornato, subito firmando) Si, si, ecco, firmato.-

Giacomo- (prendendo il foglio) Grazie... e ciao. (porge la mano)-

Tullio – Aspetta chiamo Bruna… Bruna, Bruna, l’avvocato va’ via.-

Entra Bruna, è tutta agghindata, sorridente con Giacomo, dura con Tullio.

Bruna – Avvocato, va’ già via, l’accompagno, tanto dovevo uscire per delle compere… Ciao Tullio. (sorride raggiante a Giacomo)-

Giacomo- E’ un piacere… andiamo? (mellifluo, con un sorriso concupiscente)-

Tullio- Ci...ciao. (perplesso, vedendo i due flittare, poi stringe la mano a Giacomo senza vigore e intanto guarda Bruna che è raggiante). Ciao, ciao. (rivolto a tutti e due, poi, malinconicamente si volta dall'altra parte, quindi tra se, scuotendo la testa e guardando verso l’uscita) E allora è condanna sicura...-

Fine

 

 

                                         IL  PERSONAGGIO  E  L’AUTORE

 

 

Personaggi:

L’Autore;

Un suo Personaggio.

 

L’autore è nel suo studio e tenta di lavorare. E ’il tramonto. Ma, ciò che scrive, dopo una piccola riflessione, non lo soddisfa, quindi  appallottola il foglio e lo butta nel cestino. Intanto cala la sera e le prime ombre avvolgono la stanza. Musica adatta. Poi resta impassibile a riflettere, con lo sguardo rivolto nel nulla. A quel punto, dalla penombra, compare nello studio un uomo di sessant’anni, corposo, alto, con una pancetta prominente, incipiente calvizie, pizzetto alla “Pirandello”, occhiali da vista inforcati e bastone in mano. L’autore fa un moto di stizza, come se qualcosa l’avesse disturbato. Il personaggio appena entrato, fa un lieve inchino e con passo pesante si dirige verso l'uomo seduto alla scrivania. 

Personaggio- Buona sera, permettete? Posso parlarvi?( con voce baritonale)-

Autore -  Accomodatevi signor... ( riprendendosi dalla sorpresa, accennando ad alzarsi dalla sedia) Cosa posso fare per voi?-

Personaggio - Ve lo dico subito, in due parole: Voi scrivete.  Scrivete storie vere e false; con la vostra fantasia ingarbugliate il presente con il futuro, il vicino con  il lontano, il reale con l'irreale. Voi inventate fatti senza tempo ne` spazio, perchè le distanze e le epoche, cosa sono per voi? Nulla! Voi siete… siete un immenso crogiolo che bolle, bolle,  bolle... Ogni tanto rigurgita qualcosa, poi ribolle, ribolle, ribolle...-

Autore- Scusate, ma non vi seguo, non capisco.( seppe dire solamente rimettendosi lentamente a sedere.-

Personaggio - Capirete, capirete, abbiate pazienza. Posso sedermi?  Grazie. (l’omone si siede accavallando le gambe) Dunque, in uno dei vostri ribollimenti, casualmente,   beninteso, mi avete rigurgitato ed ho preso forma, un aspetto, delle sembianze. E quindi ho aspettato, pazientemente, che vi decideste a darmi un nome, una vita, una storia tutta mia. Ma voi mi avete vergognosamente dimenticato. Ora, lo sapete, la pazienza ha un limite. Poi mi sono deciso, ed eccomi qua`: Ditemi chi sono!-

Autore- Accidente, mi mettete in crisi.  Io non ricordo nulla di voi.  Per caso, non stareste sbagliando? Chissà, forse vi  avrà ideato qualche altro autore. Forse...-

Personaggio- E no! Troppo comodo cosi`! Prima mi tirate fuori, mi  date forma e vita, e quando vi chiedo di darmi un nome,  una dignità, una storia, ed ecco che mi ripudiate!  Non ci siamo caro il mio autore, non ci siamo… Ma discutiamone un po': Dunque, voi affermate di non  ricordarvi di me. Bene, bene... Ma allora mi dite, di       grazia, cosa fate quando scrivete una storia? Per caso  giocate a briscola pazza? Il vostro cervello segue le  carte e cerca il compagno, mentre la vostra mano, a       vostra comoda insaputa, verga fatti e inventa  personaggi? ( si sporge verso l'Autore).-

Autore- ( riprendendosi dalla sorpresa) Ditemi un po': Voi sareste un mio personaggio, giusto?-

Personaggio- Giusto.-

Autore- Allora, senz'altro, vi avrò dato una storia, forse  un'avventura, una vita, uno scopo e, probabilmente,  anche una morte. Dunque, cosa volete ancora da me? Vi piaccia, o non vi piaccia, prendetevi il vostro destino e statevi bene!-

Personaggio- Ma allora siete scarso di comprendonio, a quanto pare.  Vi ripeto che mi avete rigurgitato e poi dimenticato facendomi, quindi, tanto di torto.  Ed ora, ovviamente per riparare, fatevi venire un'idea, inventate una scena, rimpolpate un ricordo, stuzzicate  la fantasia, ma per carità, ditemi chi sono.-

Autore.- E` una parola. Anche se lo volessi, cosa credete che ho  la bacchetta magica?  " Olè, ecco a voi un personaggio, un fatto, anzi, scusate, una storia. Volete che ve la incarti? " Ah signor coso...( spazientito)-

Personaggio- Ecco, l'avete detto! Signor coso. Pure con la lettera minuscola l'avete pronunziato. Io sarei un signor coso… cioè, come dire, che se ci  sono, o non ci sono, non fa nessuna differenza. Signor  coso... Ma bene, benissimo! Che bella schifezza!       Ma dico io, con tanti autori, anche più bravi di voi, se vogliamo, proprio in voi dovevo incappare?... Signor coso. Ma signor coso sarete voi, caro il mio...autore.       Voi che non sapete incasellare una vostra creatura nel giusto posto; che la lasciate allo sbando, senza un mondo in cui agire, amare, piangere e morire. Ma, ma mi       dite qual'è la vostra etica?-

Autore- Ehi, ehi, calma, eh? A voi, piuttosto, chi vi da il diritto di giudicarmi?-

Personaggio- La mia stessa esistenza, perbacco! Ecco chi mi da il diritto. La mia esistenza e anche l'Arte. Sissignore,  'Arte! Quell'Arte che non si posa su tutti, indiscriminatamente, ma sceglie un uomo, se lo cova, lo vaglia e poi s'insinua in lui. Nasce l'Autore! E quell'uomo non è più libero d'agire secondo i suoi intendimenti, ma deve, necessariamente, seguire quelli che sono propri dell'Arte, e in armonia con quei valori universali che l'Arte stessa proietta nell'eternità. Ed uno di questi valori è il rispetto altrui. Ed io, in questo momento, sono il vostro altrui, e mi dovete, quindi, rispetto e considerazione! Allora, per questi duplici motivi, ancora una volta vi  chiedo: Datemi il mio destino!-

Autore- Certo, certo, ma voi dovete capire che, pur volendo, così su due piedi, non mi è possibile inventare una  storia. Vedete? ( prende dei fogli e li mostra) le idee       piovono copiose, ma qual è quella giusta? Comunque,  voi avete ragione, avete il diritto di sapere chi siete.-

Personaggio- Prendo atto con piacere del vostro ripensamento, e  questo è buono. Si è buono.-

Autore- Bene, bene...Vediamo cosa si può fare... Sentite, io vi  penserei professore di storia, vi sta bene?-

Personaggio- Vada per il professore.-

Autore- Professore di storia e... cornuto... ( pensieroso)-

Personaggio- Ecco, se si potesse fare a meno...( fa cenno con la mano alle corna)-

Autore- No? Va bene… Ecco, ci sono: Professore schizofrenico in crisi d'identità. ( prende un fascicolo )-

Personaggio- Non si potrebbe cercare di meglio...( timidamente)-

Autore- ( Guardandolo divertito e prendendo un altro fascicolo dal cassetto)  Ecco, questa novella è incompleta, potrei inserirvi qui. Tratta di un marito che angaria       la suocera, per vendicarsi della moglie infedele.- 

Personaggio- E dalle con le corna... Se proprio moglie dev'essere, la vorrei fedele, buona, affettuosa...-

Autore- Ammettetelo, avete gusti difficili.- 

Personaggio- Lo ammetto, lo ammetto. Ma, vedete, in questo momento, essendo io un personaggio, e potendo scegliere, vorrei scegliere la vita che più mi aggrada.  Voi uomini, potete farlo?  Ma vi prego, continuate.-

Autore- Per caso insegnate pure filosofia?-

Personaggio- Voi che ne dite?-

Autore- Che ne avete tutta l'aria. ( prende alcuni fogli già scritti) Allora, ascoltatemi bene. Ci sarebbe ancora  questa possibilità( mostra i fogli) o vi accontentate  o dovrete aspettare tempi migliori. Sto scrivendo un dramma e vi potrei inserire come professore di storia e fruscagghiaru, ci state?-

Personaggio- Fruscagghiaru? E cosa significa?-

Autore- E` un termine dialettale e significa venditore di trucioli di legno, buoni solo per fare fumo. Insomma uno che offre fumo e aria, ma nulla di concreto. In altri termini, sta ad indicare un idealista, un  amante della liberta`, della pace, della giustizia; un po' filosofo, a metà strada tra poeta e pensatore. Più o meno...-

Personaggio- Non sarà un illuso?-

Autore.- Potrebbe esserlo, oppure diventarlo.-

Personaggio- Rischio. Mi sta bene.-

Autore.- Bene, allora eccovi inserito in questa ennesima storia di fruscagghiari che hanno combattuto, combattono, e  spesso perdono le loro battaglie, per l'affermazione della  Verità. Prego, entrate.-

Personaggio- Grazie, grazie tante. Ah, un'ultima cosa: qual è il mio nome?-

Autore.- Gerolamo, Gerolamo Attanasio. 

Durante lo svolgimento dell'ultima parte del dialogo, l'Autore si sarà alzato, e avrà condotto il professore Attanasio al centro della scena. Lì giunti, alla fine dell'ultima battuta dell'A., il personaggio, assumendo l’aria professorale dice:

Prof. Attanasio - Buongiorno giovanotti, oggi siete preparati? vediamo… vediamo… chi interroghiamo oggi…-

Buio e fine.

 

                                                      

 

 

 

 

 

 

                                                  IL  SOGNO  DI  LUCIUZZA

 

 

Personaggi:

Salvatore…………………………………………………………………………………….pescatore;

Petru…………………………………………………………………………………………. ragazzo;

Pippu………………………………………………………………………………………… vecchio pescatore;

Luciuzza…………………………………………………………fidanzata di Santu che non è in scena.

Comparse a discrezione della regia.

 

Sulla scena, su uno sfondo da porticciolo, a semicerchio, vestiti con abiti di pescatori degli anni ’50, ci sono Petru,  Pippu, Salvatore e Luciuzza ragazza sui diciott’anni. Essi guardano verso la platea, come se scrutassero il mare.

Salvatore – …Andavano a calare la rete per alici, poi dovevano ritornare, almeno così mi disse Santu- 

Petru – Dovevano essere già qui da due- tre ore. Volete vedere che sono andati direttamente a siluri?-

Pippu.- Se l’hanno localizzato, può essere.- 

Salvatore – E con Santu a bordo si può fare di tutto…-

Petru - …ha cento spiriti...-

Pippu - …e la testa dura.-

Salvatore – La colpa non è sua, è della guerra! Chi lo doveva dire che pescatori di acciughe e sardine andassero a pesca di altre cose? Certo la capitaneria ha messo il premio di mille lire per ogni siluro recuperato, e chi ha bisogno di quattrini, magari…  per sposarsi… ( piano e accenna a la ragazza) sapete che Luciuzza è incinta?-

Pippu – Sappiamo, sappiamo.-

Petru – Poi, alla capitaneria consegnano la spoletta, e si vendono, a parte, il rame e la polvere… -

Pippu -  E, nel frattempo, si rischia di perdere la vita. Bell’affare.-

 

Silenzio per mezzo minuto degli attori, suono di marranzano. L’orologio della chiesa batte le undici.

 

Luciuzza- Zu Pippu, il mio sogno…ho un presentimento…-

Pippu- I sogni sono sogni!-

 

Entrano in scena anche le comparse posizionandosi anche nella piazza e vicino alle case in attesa della Speranza ( a discrezione della regia). L’orologio batte mezzogiorno. Per ogni rintocco, un fascio di luce colpirà, a turno, i singoli attori. L’ultima sarà Luciuzza, sulla quale il raggio si dovrà soffermare.

 

Petru- Luciuzza, quale sogno “sognasti” stanotte?-

Luciuzza- Lasciami stare Petru.-

Petri – Te lo chiesi tanto per parlare, ma se non vuoi…-

Pippu – Raccontaci, Luciuzza.-

Luciuzza – Io impazzisco… st’attesa… Il sogno… Sognai che la Speranza avanzava in un mare di piombo. Forse procedeva a motore spento…c’era un silenzio…Tanu era al timone, Santu stava a prora e scrutava l’acqua oleosa…poco dopo, con un cenno del capo, fece fermare la barca e, quindi, scagliò in mare la saponetta. Passarono pochi secondi e, tra la schiuma e bolle viscide, vennero a galla migliaia e migliaia di pesci che gli uomini prendevano col coppo, colla fiocina, con l’arpione, con le mani. E l’ammonticchiavano sul fondo della barca, in un ammasso brulicante d’argento, di nero e di rosso sangue…e…i pesci parlavano. Parlavano lingue sconosciute, strane, bizzarre…e lanciavano insulti. Insulti che si materializzavano in rossi fasci e raggiungevano il cielo! Poi, quando la barca fu stracolma, Santo si accorse che in fondo al mare giaceva una grossa macchia d’argento. “ La voglio prendere!” disse, e si tuffò. Dopo interminabili minuti, venne a galla reggendo un grosso pesce bianco – forse era un palombo – forse…Sei mani si sporsero dalla barca per afferrare la grossissima preda, ma furono sforzi vani, perchè il grosso pesce diventava sempre più grosso. Diventava sempre più grosso e rideva, rideva, rideva. Rideva in modo lascivo, sguaiato, osceno…poi scoppiò! Un’altissima colonna d’acqua raggiunse il cielo e lo sorpassò, mentre la barca e gli uomini diventavano colorati coriandoli fluttuanti nell’aria. Poi vidi Santu che galleggiava nell’acqua sanguigna: e boccheggiava come un cefalo colpito a morte, col volto sfigurato e ridotto ad un informe grumo di sangue. Io volevo aiutarlo…e non potevo, volevo agguantarlo e non ce la facevo, volevo gridare e non ci riuscivo. Volevo, volevo (si copre il viso) Santu, (poi gridato)Santuzzu mio!-

Petru.- (accoccolato sulle reti di Pippo, e illuminato a sua volta) Bedda matri, che brutto sogno…perchè fu un sogno, vero Luciuzza? Ah, vero Luciuzza?…Vero?-

Sulla scena, intanto, pian piano cala il buio.

Fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                              L’AQUILA  E  L’AIRONE

 

 

Personaggi:

 

Il prete……………………………………………………………………………. Vecchio parroco;

Totuccio Pulvirenti…………………………………………………………. Giornalista;

Nino Bolero…..…………………………………………………………………Malavitoso;

Rappareddu…………………………………………………………………….. Factotum di Nino.

 

 

Al centro della scena, in un cono di luce, ci sono il prete, e il giornalista, che quand’era chierichetto veniva chiamato Totuccio Pulvirenti, detto Parrineddu. 

Prete.- Bene, mi ha fatto piacere questa rimpatriata… vediamo… erano vent’anni che non ci vedevamo, vero?

Giornalista – ( che ha in mano un manoscritto) Verissimo padre, e voi siete rimasto sempre lo stesso… con lo stesso caratteraccio.-

Prete- Ehi, poca confidenza (finto burbero) Qualche altra volta vienimi a trovare in parrocchia Totuccio Parrineddu. Vediamo se ancora ti ricordi come si serve la messa.(si guarda attorno, come per dire: Avete capito bene chi è?, ed esce da destra)-

A questo punto entra nel cono di luce un uomo, è un vecchio amico di Totuccio, si chiama Nino Bolero ed è un pezzo d’uomo con l’aria di chi comanda.

Nino- Sicchè tu saresti Totuccio Parrineddu?-

Totuccio- E tu sei Nino Bolero.-

Nino.- ( ad altri fuori scena) Carusi questo è cosa mia. Arrivederci. ( a Totuccio) Pezzo di delinquente, dove ti eri cacciato? ( e corre per abbracciarlo).

Totuccio- ( andandogli incontro e abbracciandolo caldamente) In  un altro mondo, Nino, in un altro mondo. Porca miseria, come sei imponente.-

Nino- E tu come sei elegante. Come te la passi, ah?-

Totuccio- Bene, bene. E tu?-

Nino- Non mi posso lamentare. Che fa? ti sei sposato? Che lavoro fai?-

Totuccio- Si, ho moglie e due figli; per campare faccio il giornalista. E tu?-

Nino.- (ignorando la domanda) E lo fai bene il giornalista?-

Totuccio- Discretamente.-

Nino- Cosa stavi leggendo a padre Laganà? ( senza dare importanza alla domanda)-

Totuccio.- Alcune pagine del... mio romanzo che sto scrivendo.-

Nino.- Ah.-

Totuccio- E sono venuto a cercare ricordi...-

Nino.- Ma certo. Eccome. Qui ne troverai tanti ricordi e .. anche notizie fresche, per un giornalista... immagino...(  ironico)-

Totuccio- Nino, che ti passa per la testa?-

Nino- Ma nulla, nulla. Dicevo così, per dire...-

Tot.- Ed io, così per dire, ti dico: Nino, che cosa c'è  sotto st'ironia.-

Nino- Te l'ho già detto: Niente...( poi con noncuranza e guardandosi le dita) E` che non mi piacciono le persone  che fanno troppe domande ai parrini...-

Totuccio.- Ehi, ehi, ma io sono Totuccio Pulvirenti, detto u  Parrineddu, sono  stato uno dei vostri.(pausa)  E stavo chiedendo di voi a padre Laganà, solo per avere notizie dei miei vecchi amici.(pausa) Comunque, è vero, facevo delle domande troppo insistenti, ma, ti assicuro, che non era a scopo professionale, bensì affettivo. (b.p.) Beh, forse anche per aiutarmi a stimolare la mia fantasia ... ritrovare la vena per riprendere a scrivere.  Ma basta così.  Allora, ti saluto Nino Bolero.-

Nino- Avaja Totuccio e che è? Non si può scherzare più con te? Il Continente ti ha fatto diventare permaloso? Avanti, metti via quel broncio e vieni con me, a casa mia, oggi sarai il mio ospite d'onore. E vieni. ( Totuccio esita e Nino lo prende sottobraccio e affettuosamente, quasi lo trascina con se. Sta per  avviarsi ad uscire, da destra, quando entra nel cono di luce un uomo mingherlino, factotum di Nino, anche lui vecchio amico d’infanzia di Totuccio, è sopranominato Rappareddu, cioè scricciolo).-

Rappareddu- ( fermandosi di botto) Madunnuzza bedda! Parrineddu! Ma sei proprio tu, malacarne?-

Totuccio- (lasciando Nino ed abbracciando Rappareddu) Rappareddu, amico mio. ( poi allontanandosi e guardandolo meglio, con tono scherzoso) Ahu, ma non sei proprio cresciuto, sempre rappareddu restasti.-

Rappareddu- E tu sempri Parrineddu. Gardalo che faccia compunta di parrinu. ( a Nino) Quando arrivasti? Quanto ti fermi? Quanto parti?-

Nino- Lo hai già messo sul treno. Rappareddu, oggi Totuccio è mio ospite a pranzo. Non  farmi disturbare da nessuno.-

Rappareddu.- Veramente qualcuno ti cerca...ci sarebbe li dentro... accenna il bar)-

Nino- Cosa?- ( con noncuranza)

Rappareddu.- Ci sarebbe, ci sarebbe.. c'è...-

Nino.- Ci sarebbe, o c'è? deciditi.-

Rappareddu- Ci sarebbe... C'è Chianca che ti vuole parlare.-

Nino.- Mi vuole parlare? Sa dove trovarmi.(impassibile)

Rappareddu.- Vorrebbe, desidera... Avaja, è con certi suoi amici.-

Nino- Sa dove trovarmi. Andiamo Totuccio.-

Rappareddu.- Vacci Nino, non si deve mai dire che hai iniziato per primo...-

Nino.- ( pensieroso) Sta bene. ( e si avvia)-

Totuccio- ( sta per seguirlo) Vengo anch'io, vorrei salutare quel birbante...-

Rappareddu- ( parandosi davanti a Totuccio) Fermo tu. Non sono affari tuoi. ( con dolcezza) Resta qui con me, eh?  ( mimando che è meglio rimanere lì).-

Totuccio- ( protestando timidamente) Lo voglio solo salutare...-

Rappareddu.- Lo saluterai quando sarà il momento.-

Totuccio.- Rappareddu, ma che succede?- (comprendendo qualcosa).

Rappareddu.- Ma niente. Lì si sta svolgendo un piccolo chiarimento tra vecchi amici...meglio non disturbare.-

Totuccio.- Vecchi amici? In che senso?-

Rappareddu- In tutti i sensi.-

Totuccio.- Ma non lavoravate tutti insieme? ( intuisce la crisi)-

Rappareddu- Tu sei rimasto ai tempi dei canonici di lignu.  Qua le  cose sono cambiate, e non certo per il meglio. (pausa) Eravamo insieme fino a cinque anni fa. Poi Chianca si mise a fare il droghiere...-

Totuccio- E con ciò?-

Rappareddu- Ah Totuccio, e che sei tondo? E cerca di capirmi!(b.p.)Vende cosette, polverine, siringhette e varie. Capisti?-

Totuccio- Ho capito. E Nino non è d'accordo, vero?-

Rappareddu- Esatto. Lui ama le bionde...Ora tu lo comprendi, due galli in uno stesso pollaio sono un po' troppi. (offre una sigaretta)-

Totuccio- Grazie non fumo… E dimmi, che succederà lì?  (accennando alla bar).-

Rappareddu- Niente. Parlano, discutono, ragionano...( cercando di cambiare discorso) Beato te che te ne stai a Roma, lontano da questo casino. Perchè qua sta diventando tutto un gran bordello. Specialmente questo quartiere. Col nuovo commercio tutto è ormai saltato: le amicizie, le gerarchie, persino le parentele.(pausa) I soldi! Troppi soldi ci sono in gioco. Troppi interessi ora s'intrecciano. E caro mio, adesso si punta forte! Vedi? Ti ricordi? Una volta per saldare un conticino, ci si dava una coltellata, faccia a faccia, e buonanotte. Ma poi, col progresso, abbiamo incominciato a spararci nelle gambe a tradimento. ( pausa) Adesso siamo civilizzati: ci ammazziamo.(quasi con un filo di voce) Abbiamo scelto la via più breve per chiudere le questioni.( breve risata nervosa) Ma, francamente, preferivo la vecchia maniera di vivere.(sospira)-

Totuccio- Ho saputo, ho saputo… Senti, ma ci sarà d'aspettare molto? ( guarda l'orologio al polso)-

Rappareddu- Forse no, se trovano un accordo subito, come io spero.  Altrimenti...-

Totuccio- Altrimenti?-

Rappareddu- (facendo segno con le dita della mano destra) Altrimenti, fra non molto, uno dei due...-

Totuccio- Non posso crederci. Nino e Chianca...-

Rappareddu- Allora sei scemo.( poi più conciliante) Ma come? parlo da un'ora e non hai ancora capito che tutto è  cambiato? (quasi scandendo le parole) Qui siamo in piena giungla, amico mio.  (pausa)  Beato tu che te ne sei andato via.-

Totuccio- Già, beato io.(pensieroso, poi come se avesse avuto  un'idea) Ma perchè non vai via anche tu?-

Rappareddu- Io?  Ma che dici? Non sai chi sono io? (con meraviglia, poi pausa.  Intanto le luci si restringono su di lui. Pochi secondi, e si accosta ai due anche Nino Bolero che entra nel raggio dell'occhio di bue e si mette a sinistra della scena; Rappareddu sta al centro e Totuccio a destra. Il solo Rappareddu si muoverà, gli altri avranno fermo di scena.) Un giorno padre Laganà, parlandomi delle bellezze e della varietà della natura, mi disse: Le aquile sono rapaci, hanno artigli, rostro  e forti ali, e volano in alto. ( fa la mimica e accenna a Nino) Gli aironi, sono mansueti, hanno eleganza, resistenza, e grandi ali, e volano lontano.(indica Totuccio, pausa) Ma io sono solo nu rappareddu, una minutola, uno scricciolo, ho due aluzze  piccole piccole, dove posso volare, io?  (congiunge le  mani, gestualità appropriata)- 

Consumate le ultime battute, le luci caleranno fino al buio completo; il bolero si sentirà, prima in sordina, poi a sempre più` forte; mentre il sipario si chiuderà lentamente con il fermo di scena dei tre attori sul palco.    

Fine                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          LA  PROFESSIONE  IN  RIBASSO

 

Personaggi:

 

Il  Parapsicologo………………………………………………Chiromante, cartomante e indovino;

Tuccia………………………………………………………………la sua segretaria;

Giulio   …………………………………………………………….cliente.

 

 

Sul palco ci sarà Studio del mago parapsicologo: piccola scrivania, due poltroncine, piccolo specchio. Alla parete di fondo ci sarà attaccato un manifesto dove viene pubblicizzata la sua attività. A destra uscio da dove entrano i clienti. All’alzarsi de sipario, in scena c’è il mago che, vestito in modo esotico, si contempla allo specchio, poi, come se si apparecchiasse il desco, mangia uno stuzzichino, beve qualcosa. 

Dopo qualche secondo le luci del palcoscenico calano fino a semibuio, mentre le luci di sala si alzano ed entra Tuccia, la segretaria del mago. Ella si rivolgerà al pubblico, ma prendendo una, due signore come interlocutrici.

Tuccia – (rivolgendosi agli spettatori) Signori, mi chiamo Tuccia, sono la segretaria del grande mago, parapsicologo, cartomante, indovino e astrologo. Scusi, ma lei è prenotata? (ad una spettatrice, consultando l’agenda delle prenotazioni) No, perché il Maestro (indica il mago) non accetta consulti senza preventiva prenotazione: lui è molto professionale, sa? Il Maestro è una persona precisa, minuziosa… ne so qualcosa io, che collaboro con lui (indica il mago), da più di cinque anni e che se non fossi più che  efficiente professionalmente, in tutto e per tutto, mi avrebbe già liquidata.  (rivolgendosi ad un’atra spettatrice) Sapesse che esamino ho dovuto superare prima d’essere assunta… L’annuncio sul giornale era perentorio: “Professore parapsicologa cerca assistente, brava, preparata, spigliata, giovane. Chiedonsi doti comunicative, relazionali e disponibilità immediata”. Io ero dubbiosa: rispondo oppure no? Sapete, avevo già trent’anni,  ero,  e sono tutt’ora, scapola per scelta, e quindi il lavoro mi era necessario. Però avevo qualche perplessità: Un mago? E se mi ipnotizza ? E se violenta? Poi ho pensato ad uno slogan: Se non ora, quando? e superai, di getto, i miei timori rispondendo all’inserzione. Fu un colloquio breve, più che altro fu un esame … del mio corpo. E mi assunse senza indugi. Io, furba, lentamente capii il vero perché di tanto interesse alla mie beltà (con enfasi): Fui sua nel volgere di un batter di ciglia… Fu un tirocinio pieno di … passione tempestosa, e quando fu sicuro delle mie ottime qualità intrinsiche ed estrinsiche (mettendo in evidenza i suoi attributi), mi associò allo studio in qualità di consolatrice di casi estremi in cui versano certi clienti maschili con carenze …affettive organiche e non-  lavoro di grande responsabilità, che vi pare? Diciamo che mi ha promossa al ruolo di terapeuta d’effimere intimità quasi elettive… di vario livello. Stabilimmo anche … l’onorario. (poi consultando l’agenda) Vediamo chi è il primo… ah, il signor Giulio. (rivolgendosi alla maga) Maestro, per il primo consulto c’è il signor Pino, lo posso introdurre?-

Luci sul palco.

Parap. - Venga pure avanti. (intanto si mette in posa da persona che medita)-

Tuccia – Avanti, signor Pino, s’accomodi, prego. (leziosa)-  

Da sinistra entra un giovane uomo. È Pino.

Parap. – E allora?-

Pino- Allora, che?-

Parap. – (pazientemente) Allora, perché sei qui?-

Pino- E se non volessi dirglielo?-

Parap. – ( contrariato e rassegnato) E allora, facciamoci una scopa (prende le carte) e aspettiamo che il … tempo volga al meglio.-

Pino- (dopo un attimo di silenzio) Professore, non so chi sono…-

Parap. – E io so no qui per aiutarti. Parlami di te.-

Pino – Di me, di me… sempre così voi parapsicologi… parlami di te. Come se io sapessi di cosa vi debbo parlare. E voi, che ci state a fare? Eppoi io non so proprio chi sono! Ma non nel senso di identità, ma in quello più lato… del mio ruolo… nel mondo… nei rapporti…-

Parap. – (come se avesse finalmente capito) … sessuali!-

Pino – Ma che bravo. Ma come ci è arrivato? (ironico)-

Parap. – Eh, caro mio, sono trent’anni che esercito questa professione, capirai… Dunque?

Pino – Dunque? Io? No, dunque voi.-

 Parap. – Io? E va bene. Senti, come sei a donne? Ce l’hai la ragazza?-

Pino – No.-

Parap. – No? Alla tua età? E come mai?-

Pino – Non lo so… so solo che mi trovo a disagio con le ragazze… mi spaventano.-

Parap.– E perchè?-

Pino – Perché penso sempre che, se mi dovessero chiedere la suprema prova,  io possa non farcela.-

Parap. – Ma dai, il timore iniziale è una cosa naturale, nei giovani. Ma di un po’ non sarai mica impotente?-

Pino – No… no, non credo…forse qualche volta…-

Parap. – Bene. E dimmi, quando ti viene la … potenza?-

Pino – Quando… quando… vedo un uomo che fa all’amore con una donna.-

Parap. – Bene, ci siamo. A questo punto tu vorresti essere al posto dell’uomo. Dico bene?-

Pino – No. Vorrei essere al posto della donna!-

Parap. – (dopo un attimo d’incertezza per essere stato preso alla sprovvista) Sei omo? Cioè, volevo dire… ma bene, bene… Senti, prima di affermare definitivamente il tuo essere gay, non vorresti fare un’ultima prova? Che ne diresti di una bella donna come… come… la mia segretaria? sai per certi stimoli… è una vera maga. Ed è disponibile, disponibilissima…-

Pino – E… se foste voi a dover essere disponibile?-

Parap. – Chi io? Mezza parola. Passa di là e …auguri per il tuo prossimo futuro amoroso. Ciao bello.-

Pino – Così mi lascia? ( deluso e civettuolo)-

Parap. – Coraggio ragazzo, etero o omo,  morto un papa se ne fa un altro. Passa di là e dai cento euro alla mia segretaria. Avanti un altro.

Pino – Mi ha deluso… (esce con passo leggermente effemminato) –

 Entra Tuccia.

Tuccia – Ebbene? Quello ha pagato l’onorario e se n’è andato… insomma nient’altro ( fa cenno negativo con la mano). Come mai?- 

Parap.- Come mai? Eh, cara mia, ( con enfasi, facendo un  gesto di negatività). Quello: Nisba!-

Tuccia – Un altro gay?- 

Parap.- E già. Certe professioni sono in ribasso, cara mia…-

Tuccia – … e anche le mie entrate. Faccio entrare il prossimo?-

Parap.- ( come rassegnato) E fallo entrare…

Tuccia- … e speriamo bene. ( esce ancheggiando)-

fine

 

 

                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                    QUEGLI  OCCHI  VERDI, NEL SOGNO…

 

 

 Personaggi:

 

Un uomo di circa quarant’anni;

Una ragazza di vent’anni.    

 

Sulla scena nuda con un fondale neutro ci saranno i due attori, l’uno di spalle dell’altro. Musica adatta. Un minuto dopo, lentamente, si girano, si guardano con sguardo profondo, tendono le mani. 

 

Uomo - Ho sognato i tuoi occhi verdi che mi promettevano l’Amore… - 

Donna - … quell’amore che hai cercato per tanto, troppo tempo; consolati, ora l’hai trovato… dopo le chimere, le illusioni… i fallimenti. 

Uomo - Ed ecco che ora vedo quegli occhi verdi proprio davanti a me, in questo momento: T’ho cercata, t’ho attesa, sei venuta.-

Donna - T’ho chiamato, hai risposto. Sapevo che ti avrei raggiunto, nel sogno o nella realtà.-

Uomo - Da prima, da sempre, dall’Eternità, da oggi, da quest’attimo ci riconosciamo: questo è il miracolo.-

Donna - L’incredibile per gli altri è possibile per noi. Io accetto questo evento amoroso come un fatto lungamente atteso.- 

 

E la ragazza si avvicina  all’uomo, gli prende la mano e così rimangono immobili, a guardarsi con occhi assenti.

 

Uomo -  Ero arrivato dal sentiero che dal boschetto porta alla scogliera. Avevo steso l’accappatoio su uno scoglio liscio, proprio sul mare, mi ero seduto e scrutavo il mare, l’acqua limpida, tremolante, ricca di bianca spuma, per trovare non so cosa, ma ho trovato, invece,  te, giovane donna, sorta all’improvviso - uscendo dall’acqua; mentre io, sbalordito, ti guardavo piacevolmente sorpreso e ammirato. Ammirato per quel tuo seno traballante, abbondante, fuoriuscente che mi si parava davanti al viso, quasi offrendosi; per quel corpo bello, perfetto, guizzante, sgusciante, imperlato, inguainato in un nero costume appiccicato al corpo come la pelle di una foca; ma soprattutto per quegli occhi verdi - innestati in un ovale del viso abbronzato, contornato da capelli lunghi color miele, gocciolanti, ombreggiati da sopraccigli spessi e scuri – occhi interminabili, abissali, madreperlate ma tuttavia segnati da un briciolo di tristezza.  Occhi conosciuti. E quando mi sorridesti , socchiudendo appena le labbra, ma illuminandolo con gli occhi lampeggianti, allora ti riconobbi: eri la ragazza del sogno, erano gli occhi del sogno. Quel sogno ricorrente, puntuale, di tutte le notti: Eri tu!

Donna - E per me eri lui! Eri lui, l’uomo che tutte le notti mi compariva in sogno, sdraiato sullo scoglio come un lucertolone, con quei capelli chiari al vento, con quelle cicatrici al petto e al viso, con quegli occhi tristi; sempre da solo, là, su quello stesso scoglio. Poi, in una buca, fra gli anfratti degli scogli, abbarbicati l’uno all’altra, nudi, sudati, ci baciammo, ci accarezzammo, ci scostavamo, ci guardavamo per poi, finalmente, avvinghiarci e lasciarci proiettare in un amplesso flessuoso, lungo, tumultuoso, generoso, lungamente atteso e improvvisamente esploso.-

Uomo . Quindi il tuffo nell’acqua placida dell’insenatura, nudi, guizzanti, liberi, armoniosi. E quindi ancora amore e amore.

Donna – Poi quelle parole…-

Uomo - Amore, io debbo andare via.-

Donna - Lo so caro, quando ci rivedremo?-

Uomo- Sai che io…-

Donna - So tutto di te e t’aspetterò lo stesso.-

Uomo - Sai anche che …-

Donna -… la differenza di età tra noi? Fa nulla!-

Uomo - Ora, ma poi?-

Donna - Sarà lo stesso.-

Uomo - E quando non sarò più in grado d’amarti come ti ho amato ora, che farai?-

Donna - Tu, quando non potrai più amarmi come ora, mi avrai già tanto amato che mi basterà per il resto della mia vita. Il tuo poco per me sarà tutto, il nulla tristezza e morte. Io avevo solo il nulla e anche se questo momento non dovesse più rinverdire, sappi che mi hai donato tutto: la vita.-

Uomo - Sei ammirevole e ti amo, ma, con dolore, debbo lasciarti. ( si allontana di qualche passo, poi, irato, si gira di scatto e grida) Vivere è peccato? Amare è follia? Rispondere al richiamo della vita è una colpa? Hai fatto bene o hai fatto male a rosicchiare il bozzolo che mi avvolgeva? E gli altri, quelli che sono prima di te, quelli degli anni vicini, che diritto hanno su di me? Che dovere ho verso di loro?-

Donna - Loro hanno avuto le stesse cose che hanno dato a te. Il bilancio è a pareggio.- ( fiere a decisa, poi come tra se) – Una vita ha sempre lo stesso corso?-

Uomo - Lo so! Ma la mia differenza, gli… altri; tutto, …poi anche queste domande, … quali risposte dare?-

Donna - Dimmi! Stai ricucendo il bozzolo?-

Uomo - Io? Non…non credo..-

Donna - Io credo, invece, di si. Non lo fare, ti prego… anche se non starai con me, rimani libero, non rinchiuderti, ti prego, ti prego! Non riavvolgerti, taglia quei fili di sfiducia, di disgusto, di disillusioni, di sarcasmo che ti soffocano.- 

Uomo - Resterò libero, te lo dico, ma dovrò allontanarmi pensandoti e pensandomi. Aspettami serena, e forse, un giorno o l’altro incontrerai il mio sogno e chissà, potrebbe annunziarti il mio ritorno.-

Donna - Addio Amore. Addio e sappi che prima di sognarti, molto prima del tuo odore, prima ancora d’udirti, di vederti, io già saprò. Addio e chissà, se quegli occhi verdi, nel sogno…-

 

Fine

 

 

 

 

 

 

 

                                                 STUPRO  CON  ABORTO

 

Personaggi

Anna……………………………………………………………………..la ragazza violentata;

Due figure in trasparenza.

 

In scena c’è Anna. Ella è stata stuprata e messa incinta. I suoi genitori vorrebbero farla abortire, ma lei si rifiuta. La ragazza si muove in scena con gestualità diverse e movimenti vari: Dall’indolenza, alla reazione, dalla rabbia, alla speranza. Effetti di luci del caso.

Anna – Si, è vero! Sono stata violentata! Ed ora la giustizia degli uomini segua la sua strada, io seguirò la mia. (pausa)  E sono stata lasciata sola da tutti: amiche, prete, volontarie, e… anche dai miei genitori. Sedici anni, ho solo sedici anni e sono stata  lasciata sola… sola con Dio.-

Anna si accoccolerà per terra. Musica e luci adatte.  Fine degli effetti. Luce soffusa sul palco e, trasparenza, si vedranno la figura maschile e quella femminile che diranno le loro battute alternativamente. 

- Bisogna intervenire.-

- Certo, ma come?-

- Facciamola abortire!-

- Ma Anna si opporrà.-

- Vedremo!-

- Allora teniamo la faccenda nascosta a tutti, mi raccomando.-

- So a chi rivolgermi. Se lo paghi bene, starà zitto e non  farà storie.-

- Bene, vagli a parlare. -

Anna.- No, per carità, non fatelo! Io non voglio, non voglio! Oh Dio mio, aiutami tu. Io sono fragile, sono debole,  non so resistere. Lo sai che non so lottare fino in fondo...(b.p.) Padre, aiutami, non ho che te. (con voce rievocativa) Si, fratelli e sorelle, sono stata violentata! Ed ora la giustizia degli uomini segua la sua strada, io seguirò la mia. (pausa)  Sono stata presa con la forza. Ma vi giuro non volevo. Io non volevo! (gridato) Prima non volevo (sussurrato, quindi b.p.). Mi sono opposta, ho lottato. Anche disperatamente ho lottato, con tutte le mie forze, per contrastare quel  bruto. Ho lottato prima di cedere. (pausa)  No, non è vero! Io non lottai fino in fondo, non  lottai disperatamente e con tutte le mie forze (b.p.), perche` cedetti alla violenza e mi abbandonai allo aggressore. E, lo confesso, mi piacque. Fu talmente il  piacere che provai, che anzicche` respingere  quell'uomo, io mi avvinghiai a lui. Ed ora sono incinta di costui. Porto in grembo il  frutto di quel folle momento. Porto in grembo mio  figlio.(pausa)  Confesso questo a voi perche` sono stata debole con la  carne, sono stata una peccatrice. Ma non sono un'assassina!  No, fratelli miei, non sono un'assassina.  (pausa) Io non abortirò mio figlio! Mio figlio vivrà. Gente, mio figlio vivrà! Se Dio vuole, mio figlio vivrà!                                                                              E firmai la mia condanna!-

Finita la tirata, Anna si accoccolerà per terra. Musica e luci adatte. Fine degli effetti. Luce soffusa sul palco e, trasparenza, si vedranno la figura maschile e quella femminile che diranno le loro battute alternativamente. 

Figure in trasparenza.

- Ha parlato, maledizione ha parlato.-

- Possibile?-

- Certo! Ha confessato tutto in pubblico, durante la messa.-

- Oddio, che vergogna.-

- Ma io l'ammazzo, giuro che l'ammazzo!

-  Calmati, ti prego, ragioniamo.-

- C’è poco da ragionare! Ora sistemo io questa faccenda.-

- Con calma, mi raccomando.-

- Non temere, so come trattarla.-

- Prudenza, bisogna evitare gli scandali.-

- Anna, posso entrare?-

- Anna- Cosa vuoi?-

- Voce m.- Fammi entrare e te lo dico.-

- Anna- Non posso aprirti, dimmelo da lì... sono svestita.-

- Voce m.- Non ci credo. Sei sempre la solita bugiarda.  Comunque, ti parlo da qui. Ascoltami bene: Tu non andrai in nessun posto. Non andrai ne` in quell’istituto a Roma, ne altrove. Tu resterai qui, in casa. Hai capito? E` per il tuo bene che ti parlo così. (b.p.) Adesso io e tua madre stiamo uscendo, dobbiamo parlare con una certa persona, un dottore, in grado di aiutarci. Non baderemo a spese. Hai visto che ti vogliamo bene? Non  badiamo a spese. Intanto ritireremo i risultati delle analisi, così, per tutte le eventualità, le avremo già pronte. Tu non muoverti da casa e aspettaci fiduciosa. Anzi, per evitarti tentazioni e visite strane, ti  chiuderemo a chiave, in camera tua. Vedrai che andrà tutto bene. Sistemeremo tutto. Intesi?- 

Spariscono le figure in trasparenza.

Anna.- Ci siamo. E’ fatta. Mi costringeranno con la forza.  Ancora una volta subirò violenza e stavolta insieme al  mio bambino.  Ancora una volta dovrò piegarmi alla forza.(pausa)  Mio Dio, aiutami tu.-

Inizia una musica drammatica, gli effetti di luce sono di uguale intensità. La musica cresce e Anna sembra avvolta in una spirale di dolore. Quindi ci tocca il ventre, si inginocchia e rotola per terra.

Anna- (guardandosi la mano) Oddio, cos'è questo? Ma è  sangue, è sangue! Aiuto. Aiutatemi.. sto male.  Mamma, aiuto.. chiamate un medico. Sto perdendo il mio bambino! (tenta di andare verso l'uscio, ma è chiuso) Lo perdo! Aiutatemi, non ce la faccio più...  Signore Iddio, sono nelle tue mani... Padre nostro, che  sei nei Cieli...-

La musica cala e le luci si fanno più morbide. Poi c'è cambio di atmosfera. Tutto diventa più soave: musica e luci. Anna accenna un movimento, poi non si muoverà più. 

Figure in trasparenza.

- La colpa è tua.-

- Mia? Guarda chi parla!-

- Dovevi stare più attenta.-

- Sei un bastardo!-

- E tu una troia!-

- Bastardo, bastardo1-

- Non so chi mi tiene...-

- La tua vigliaccheria ti tiene.-

- Adesso ti faccio vedere io.-

- Avanti sbruffone, cosa mi fai vedere?-

- Ma va al diavolo!-

- Vacci tu e la tua boria!-

Voce m.- Con te finirò dopo. Anna, aprimi, ti debbo far vedere i risultati delle  analisi. (b.p.) Apri ti dico! (b.p.)   Non vuoi aprire? Bene te li dico io allora: Quel bastardo   in treno ti ha impestato! Hai l'Aids! Hai capito? Sei sieropositiva! Dovrai abortire comunque, che tu lo voglia o no.  Noi siano di là, quando sarai pronta chiamaci.       -  Ed ora a noi: Tu dovevi badarle di più.-

- E tu no? Sei suo padre.-

- Dovevi controllare le sua amicizie.-

- Come? facendole la sentinella?-

Queste ultime battute saranno sempre più affievolite, finchè non si udrà più nulla. In scena si vedranno, sempre in trasparenza, le due figure che litigano e Anna stesa per terra morta. Poi si leverà una musica dolcissima e un raggio illuminerà il corpo della ragazza. Un minuto, poi tela e…

Fine. 

 

 

 

 

 

                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              CORTI  4.0

 

 

 

 

Turri Lifo, novembre 2013  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                     

                                                        

                                                              “   ANNA  “

 

                                                              Monologo

 

 

Personaggio:

Anna: giovane studentessa universitaria, figlia di possidente, buona, altruista, inserita in una Comunità cristiana, dedita al volontariato.

 

La vicenda è ambientata in una cittadina siciliana, alla fine degli anni ’70.

 

All’apertura del sipario in scena ci sarà Anna, di spalle, immobile, al centro del palco e dell’occhio di bue, possibilmente appoggiata alla spalliera di una sedia; e, in questa posizione dirà il primo paragrafo del  monologo; poi, lentamente si girerà verso il pubblico.

Tutta la scena drammatica che seguirà dovrà essere sottolineata da effetti di luce e da musica adeguata. 

Anna - Dio mio, dammi la forza di resistere, quella forza che mi desti in chiesa, davanti all’altare, dove confessai tutto, ( parla con voce rievocativa) quando dissi:      “ Si, fratelli e sorelle, sono stata violentata! Ed ora la giustizia degli uomini segua la sua strada, io seguirò la mia. (pausa)  E’ vero! Sono stata presa con la forza. Ma vi giuro non volevo. Io non volevo! (gridato) Prima non volevo (sussurrato, quindi breve pausa). Mi sono opposta, ho lottato. Anche disperatamente… ho lottato. ( brevissima pausa) Ho lottato, con tutte le mie forze per contrastare quel  bruto. Ho lottato prima di cedere. (pausa)  No, non è vero! Io non lottai fino in fondo, non  lottai disperatamente e con tutte le mie forze (b.p.), perchè cedetti alla violenza e mi abbandonai all’aggressore. E, lo confesso, mi piacque. Fu talmente il  piacere che provai, che anzicchè respingere  quell'uomo, io mi avvinghiai a lui. Ed ora sono incinta di costui. Porto in grembo il  frutto di quell’infame atto criminale e del mio folle momento. Porto in grembo mio  figlio.(pausa)  Confesso questo a voi perchè  sono stata debole con la  carne, sono stata una peccatrice. Ma non sono un'assassina!  No, fratelli miei, io non sono un'assassina.  (pausa) Io non abortirò mio figlio! Mio figlio vivrà. Gente, mio figlio vivrà! Se Dio vuole, mio figlio vivrà!”  ( breve pausa, poi rassegnata)                                                                                                   E firmai la mia condanna: La comunità alla quale appartenevo,  che prima mi aveva inculcato nel cervello la certezza d’aver ricevuto il dono della Chiamata del Signore  perché possedevo la Fede, perché ero d’indole docile, perché facevo volontariato, perché aiutavo qualche vecchietta a fare la spesa; e in seguito – dopo la violenza che subii in treno durante quel disastroso viaggio che mi avevano organizzato i miei genitori allo scopo di distogliermi dal pensiero di prendere i voti monacali –  mi promise aiuto e assistenza; e, in conseguenza alla confessione, quella stessa comunità- ipocrita! - coll’assistente spirituale in testa –ipocrita!  che prima mi aveva quasi proclamato una nuova Maria Goretti – si! mi abbandonò!                                                                                                                Io… ma io confessai tutto pubblicamente proprio perchè mi ripugnava l’idea che mi considerassero una santa… ( a bassa voce) e, soprattutto… per far sapere a tutti del mio stato, perchè … non volevo…( gridato) – non voglio!  abortire!  ( quindi calmandosi)   E, infatti, anche il mio… eh… innamoratissimo ragazzo - mi abbandonò.                                                                                                                                Eppoi i miei genitori, i miei cari genitori (ironico). I miei onorati genitori! pieni di vergogna per averli infangati – perchè avere una figlia “buttana” e ”prena”, per loro era il massimo del disonore - (tentennando il capo) …ora … i miei cari e onoratissimi genitori… per non avere in casa anche un … bastardello, hanno deciso di farmi abortire! E proprio adesso, dopo avermi chiusa a chiave in questa stanza,  si stanno recando da un tristemente noto ginecologo- macellaio, ( scandito) perchè vogliono! vogliono costringermi- con la forza- ad abortire! (poi a bassa voce) E ancora una volta dovrò piegarmi alla violenza. ( disperata) Ma quando finirà!!!-

Dopo la tirata, Anna si accoccolerà per terra. Musica e luci adatte. Fine degli effetti. Luce soffusa sul palco. Poi di nuovo cono di luce

Inizia una musica drammatica, gli effetti di luce sono di uguale intensità. La musica cresce e Anna sembrerà avvolta in una spirale di dolore. Quindi si comprimerà il ventre, e si inginocchierà.

Anna- (per gli spasmi raggomitolata a terra, guardandosi la mano) Oddio, cos'è questo? Ma… ma è  sangue, è sangue! Aiuto. Aiutatemi... sto male.  Mamma, papà aiuto... chiamate un medico. Sto perdendo il mio bambino! (tenta faticosamente e inutilmente d’andare verso l'uscio)  Lo perdo, lo perdo! ( con voce flebile) Aiutatemi, vi prego, non ce la faccio più... O Signore Iddio, sono nelle tue mani... ( quasi bisbigliato) Padre nostro, che  sei nei Cieli...-

La musica calerà e le luci si faranno più morbide. Poi ci sarà cambio di atmosfera. Tutto diventerà più soave: musica e luci.                                                                                                Anna prima accennerà un lieve movimento, poi non si muoverà più.

 

                      

 

                                                      “ CHE  FAI  MI  PICCHI? ”‘

                          

 

                                                            Corto drammatico 

 

 

 

 

 

Personaggi:

 

Nellina……………………………………………………………… impiegata;

Massimo………………………………………………………….. marito di Nellina, tecnico.

 

 

 

 

 

Sant’Alessio, maggio 2013

 

 

 

 

 

 

La scena è il tinello della casa di Nellina e Massimo. Arredo classico del tinello, uscio a sinistra e finestra  destra. All’apertura del sipario, in scena, alla penombra, c’è Massimo in pigiama, seduto davanti al tavolo, che traffica col computer. Pochi secondi ed entra Nellina, che indossa, sul pigiama, una vestaglia.

Nellina – Massimo che fai? (accende la luce)-

Massimo- (sobbalzando) Co… come che faccio? (intanto preme frettolosamente il tasto per uscire dal programma che stava vedendo)-

Nellina – Che fai, lì, al computer alle tre del mattino?-

Massimo – Che faccio? Faccio che non avevo sonno e sono venuto qui a fare delle ricerche.-

Nellina – Che genere di ricerche (con tono inquisitorio)-

Massimo – Le ricerche… le ricerche che faccio per il mio lavoro. (evidentemente in difficoltà)-

Nellina – (ironica) Certo fai ricerche su come riparare meglio un frigorifero oppure una cucina… proprio su Facebook, ma va là, a chi la vuoi dare a intendere. Tu contattavi  qualche femmina, una di quelle donnacce che ti fano arrapare con quello che ti scrivono. Sei un porco!-

Massimo – Bene, hai fatto tutto tu: le pentole e anche i coperchi. Ho un inquisitore in casa. (gesto di rassegnazione)- 

Nellina – Non fare la vittima! Dopo i tuoi brillanti precedenti… con le zoccole rimorchiate sul web, il minimo che si possa fare è dubitare… (ironica) Ma  guardatelo: il santarellino… la vittima…-

Massimo – Proprio così! sono una vittima della tua gelosia! Ma che vita è questa?-

Nellina – Certo che non è vita! Ma è la mia che non è vita! Perché vivo con un essere ambiguo, menzognero e traditore! Ma come è possibile, dico io? Solo qualche ora fa abbiamo fatto l’amore e poi ti trovo qui a contattare una troia? Porco!-    

Massimo – E dalle! Appena mi vedi davanti al computer mi rompi le palle! Tu sei malata!- 

Nellina- Che sfacciato! Ma è chiaro, no? siamo andati al letto insieme, e ti ritrovo qui in piena notte a trafficare con quel dannato coso rovinafamiglie. Mi neghi pure l’evidenza. E sei pure uno spudorato: mi vorresti dare da bere la faccenda delle ricerche. Tu sei appena qualcosa di più di un semplice operaio e non hai certo la necessità di fare ricerche sul tuo lavoro di mediocre riparatore di elettrodomestici. Tu facevi il porco con una “buttana” di turno! Confessalo almeno codardo!-

Massimo – (alterandosi) Codardo io? Bada a come parli! E’ ora di finirla!-

Nellina – Lo credo! Devi finirla, debosciato!-

Massimo- Nellina basta! Bada, perddio!-

Nellina – (con aria di sfida) Sennò che fai, mi picchi?-

Massimo – (furioso) Brutta stronza provocatrice. (le dà uno schiaffo).

Nellina – (prima sbigottita, poi portandosi una mano al viso) Mi hai schiaffeggiata? ( furiosa) Vigliacco, quaquaraquà. Sai fare solo questo, colpirmi.-

Massimo- E tu sai solo provocarmi!-

Nellina – Io non ti provoco, io difendo, con tutta le mie forze, la mia dignità di moglie! E anche di donna, se non ti dispiace! Invece tu sei un depravato, un essere mellifluo, bugiardo e senza una minima traccia di dignità.-

Massimo- Io sarei senza dignità?-

Nellina – Tu, tu e tu! Vuoi proprio saperlo? Dimmi? con che cosa viviamo? Col mio stipendio, caro il mio dignitoso marito, perché se fosse stato per te, con tutti i licenziamenti a catena che hai avuto per tua incapacità, faremmo la fame!-

Massimo – Cretina! Lo sai o non lo sai che c’è la crisi? E io sono una sua vittima.-

 Nellina – Tu vittima della crisi? Tu sei vittima del lavoro! Ma va’ là - balordo!-

Massimo – Balordo io? Adesso è troppo! Schifosa strega! ( si avventa su Nellina e la colpisce ripetutamente. Nellina si accascia al suolo, e batte la testa, L’uomo la guarda prima con odio, poi si accorge che non si muove e, preoccupato si china sulla donna e la mette a sedere facendola appoggiare al tavolo) Nellina, Nellina, rispondimi… non fingere, sai? Stai veramente male? Rispondimi…-

Nellina – (faticosamente) Mi… hai…fatto male…vigliacco…-

Massimo – Scusami non volevo. Ti giuro che non volevo. Non so cosa mi abbia preso… ti porto in ospedale, ma tu non dire che ti ho picchiata, devi dire, devi dire  che sei caduta dalla scale (intanto prende il telefono) Pronto? 118?...-

Nellina- (con un filo di voce) Sono… caduta…dalle scale…si (poi piega la testa). 

Massimo – (accorgendosi che è morta) Nellina! Nellina! (posa il telefono e la scuote, la donna cade, poi, sconvolto apre la finestra e fa il gesto di buttarsi giù, ma ci ripensa, e mogio mogio va al telefono) Pronto? 113? (poi subito riattacca, quindi rivolto verso Nellina) Hai ragione cara, sono un vigliacco, e allora? ( riprende il telefono e compone un numero) Pronto 118, mia moglie è caduta dalle scale…

Le luci lentamente calano.

Fine

                                 

                                         “  DI  MAFIA?  E PARLIAMONE “

 

 

Personaggi:

 

 

Un magistrato prestato alla drammaturgia;

 

Il professore Attanasio;

 

Amedeo Sanguedolce, poeta prestato anche lui alla drammaturgia;

 

Jolanda la donna di Amedeo;

 

Guido Marranzano, compagno di liceo di Amedeo, diventato misteriosamente ricco. 

 

Il Corto si svolge durante una conferenza- dibattito sulla malavita. 

 

Magistrato –… Di mafia? E parliamone. Volete fatti? Bene ve li dico… dai verbali? No, troppo aridi. Invece ve li faccio raccontare dai protagonisti- naturalmente tramite degli attori- per come li ho immaginato io, modestissimo magistrato prestato alla drammaturgia. 

Sentite per primo il professore Attanasio, ex docente del locale liceo classico. 

Attanasio – Io fui testimone di un’epoca d’atroci delitti; uccisioni di miei ex alunni, di miei discepoli negli ideali, d'innocenti, senza riuscire a scalfire grancchè quel mostro. Dopo un dibattito, la madre di un morto per overdose mi disse: “ Voi parlate, parlate, parlate. Fate conferenze, dibattiti, tavole rotonde, mentre lì fuori, intanto, decine di giovani, i nostri figli, muoiono spegnendosi come candele. Candele fatte non di cera o steatina, ma di coca ed eroina! E qualche coraggioso che denuncia il turpe traffico viene ucciso barbaramente”. E nello stesso giorno fu ucciso Amedeo Sanguedolce…- 

 

Magistrato - Amen! Sentiamo un suo ex allievo, il poeta, Amedeo Sanguedolce.

 

Amedeo - Fui poeta. Drammaturgo per caso. Stanco della vita militare, detti le dimissioni e tornai nella mia città- per dedicarmi solo alla poesia.

Lì trovai mutamenti sconcertanti. Si parlava di malavita. Gli ex intrallazzisti di sigarette adesso spacciavano eroina. E un mio amico giornalista, che si occupava di mafia, fu ucciso davanti ai miei occhi. Spirando mi sussurrò dei nomi di alcuni mafiosi. Uno dei quali era mio compagno di liceo, ora Presidente di una catena di supermercati: mi sentii rabbrividire.

Mi confidai col professore Attanasio il quale mi confermò i pesanti sospetti. Ma eravamo senza prove. Ebbi l’idea di comporre un dramma, da mettere in scena nella nostra città, per provocare quelle reazioni che, forse, ci avrebbero dato la conferma ai nostri sospetti. Rendemmo pubblico il progetto, e subito arrivarono gli avvertimenti, poi le prime minacce;  ma anche le delazioni,- poi, finalmente, le prime vere prove. Le prove! Quelle prove, - che furono cagione della mia morte per mano della donna che amavo: Jolanda, che tentò di salvarmi, fino all'ultimo, ma poi si smarrì:  Un colpo alla nuca, dopo un bacio sul collo. E il mio dramma finì!

Restò di me solamente un alito di poesia.-

 

Jolanda - Giuda mi fu maestro!

Mi feci presentare ad Amedeo. Gli dissi che mi piaceva la poesia e la scrittura drammatica e che volevo impararne l'arte, possibilmente aiutandolo a comporre il dramma di cui tutta la città ormai parlava. Ora io dovevo soltanto sorvegliarlo e scoprire ciò che sapeva, e riferire. Ma mi affascinò. E m'innamorai.

Come furono deliziosi quei momenti accanto a lui, nel suo piccolo alloggio, nella città vecchia - due stanzette asimmetriche e a dislivello, arredate alla buona, con un balconcino in artistico ferro battuto, pieno di gerani, da dove si poteva abbracciare, con un solo sguardo, il mare e i lontani monti- intenti a rileggere quello che lui aveva scritto la notte prima, a limare, a correggere… Poi i corpi vicini, le teste ravvicinate, le gambe si sfioravano, il buon profumo della sua pelle, il suo fiato che io avidamente respiravo, la sua mano forte che delicatamente sfogliava i fogli. Il caffè che mi preparava, la sua sonora risata, i discorsi ameni, i suoi ricordi - la sua infanzia, l'adolescenza- che raccontata senza rimpianti e con lieve ironia.

Il primo timido bacio. I giorni della grande passione. Le romantiche passeggiate sui lungomari.

Poi tutto finì.

Trovò le prove che cercava. Tentai in tutti i modi di dissuaderlo. 

“ Non t'incaponire, desisti, non scrivere più”, gli dissi, “ pensa anche a me. Se ti uccideranno, io ti sarò vedova senza esserti stata moglie”.

Ma fu inutile. Prendeva le mie parole come timori infondati di donnicciola. Ascoltava solo quel dannato Attanasio! E mi fu detto: uccidilo, solo tu puoi farlo, è protetto!

Quella sera entrai a casa sua, con una pistola nella borsetta. Tentai ancora una volta di convincerlo, poi, con la scusa di soffiarmi il naso, presi la borsetta, mi posi alle sue spalle e, invece del fazzolettino, tirai fuori l'arma col colpo in canna. Meccanicamente avvitai il silenziatore. Speravo che se n'accorgesse. Speravo che mi mancassero le forze. Speravo che accadesse qualcosa - che non accadde!

Allora: gli accarezzai i capelli, gli strinsi la testa al mio petto, gli detti un bacio sul collo e... sparai!

Povero amore mio.

Cadde riverso sul tavolino senza nemmeno un lamento.

Quando uscii dalla sua casa, dopo aver simulato un’effrazione, era buio fitto nel cielo e  nel mio cuore.

Mio padre, il Don, mi disse: brava!

Sapete? - questo non l'ha immaginato nemmeno l'autore - ma quando giunsi al bastione, sul lungomare, dove ci baciammo per la prima volta, saltai giù e mi ripescarono l'indomani, annegata, ma - dissero - con un lieve sorriso sulle labbra.-

 

Guido -  Il sono stato Guido Marranzano, trentacinque anni, 1,90 d'altezza, centoventi chili! - per servirvi. 

Fui il genero di Mario Catanzaro, il quale nacque da madre tenutaria di un bordello e da padre ignoto. Egli, fin da piccolo, fu avviato alla “professione” di "intrallazzista", da un cliente del casino della madre. Ed essendo intelligente, audace e forte, e con quella sorta di istruttore, egli fece subito carriera nella malavita locale. E il contrabbando delle "americane" nel dopoguerra, prima, e la droga dopo, gli portarono fama e quattrini, e, con essi, comprò alla figlia una laurea, un marito- il sottoscritto - e un grande supermercato, che serviva di copertura per le altre “attività associative” del Gruppo Catanzaro. 

Ma, a parte i quattrini, debbo confessarvi che sua figlia, la Rossa, bella, prosperosa, sensuale, mi fece girare la testa.

La misi incinta e la dovetti sposare-  che dispiacere... Credetemi, io vivevo solo per il sesso e la buona tavola. Con la Rossa avevo buon sesso a volontà; poi soldi di Mario Maranzano, un'azienda, il rispetto della gente e la tavola sempre apparecchiata. Cosa potevo desiderare di più? Niente! E invece si! invidiavo, benevolmente s'intende, quel minchione di Amedeo Sanguedolce, mio compagno di banco al liceo, colui che mi passava le copie dei compiti in classe, che ascoltava i miei soliloqui sulle donne, che era un vero amico.

Desideravo d'essere come lui, che ebbe il coraggio di dare un calcio alla carriera, per fare solo il poeta, l’artista spensierato, conducendo una vita da bohemienne nel suo pittoresco bivani, in pieno centro storico. Era tranquillo, felice, appagato? Forse!  Poi, un giorno maledetto, si mise in testa di scrivere quel stramaledetto dramma. Mi dissero che quel lavoro dava fastidio a mio suocero, che tentassi di dissuaderlo, dato l’amicizia, oppure di corromperlo, se era il caso, o di metterlo a tacere- per sempre! Io tergiversavo, prendevo tempo, facevo qualche tentativo, che andava regolarmente a vuoto: quello era testardo come un asino di Pantelleria! Per cui, dall’alto furono incaricati certi " amici" che organizzarono, per ben due volte, una specie di incidente nel quale doveva rimanere vittima. Insomma, classica morte accidentale senza destare sospetti.

Ma io, animale sentimentale, non potevo lasciare ammazzare quella testa dura, quell'illuso, - insomma: quel puro! Come potevo lasciarlo ammazzare - gli volevo ancora bene! 

E feci le opportune soffiate al professore Attanasio, il quale discretamente, prevenne gli "incidenti".

Poi il gran capo, non so proprio come, scoprì tutto, e  mio suocero - informato e precettato- mi fece incontrare nel garage della villa, un tizio, una certa persona "importante". Quello, nello stringere la mia mano tesa per il saluto, non la mollò più; e, con la sinistra, - un fulmine! - mi ficcò trenta centimetri di lama nello stomaco.

Che dolore! Che agonia!

Che fine stronza, evvero? - essere poi scaricato, dentro un sacco d'immondizie, tra i rifiuti della discarica.

Eh, Amedeo testadura!-

                                                      

Attanasio- … E, quando sembrava tutto finito, quando fu ucciso l'ultimo illuso come me, il mio ex alunno: il poeta Amedeo Sanguedolce;  quando, scoraggiato, mi sentii vinto, ecco che mi si presentò, a casa, un giovane, mio ex studente.  “Professore Attanasio”, mi disse, “ho scritto questo libretto.  S'intitola  MAFIOSI E NO . Ecco, desidererei ardentemente che lo leggesse, dandomene, poi, un giudizio spassionato.  E se le piacerà, dovendolo pubblicare, gradirei che mi scrivesse qualche parola di prefazione”.  SIPARIO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                       “   ERCOLE  E  EBE  “

 

 

 

Personaggi:

 

Ercole Mazzullo…………………………………………………………………. Anima dell’Aldilà;

 

Ebe, sua moglie…………………………………………………………………. Anima anche lei.

 

 

Ambientazione: ovviamente l’Aldilà.

 

In scena, scarna, c’è Ercole con una ventiquattrore in mano. Si muove come se fosse spaesato, poi come se si accorgesse degli spettatori, parla loro ammiccando: 

 

Ercole -  Eh, Io sarei... io ero...io fui... Accidenti, ma uno già trapassato, che verbo dovrebbe usare? 

Comunque sia, eccomi qua: Rag. Mazzullo cav. Ercole, sposo fedele prima, poi vedovo inconsolabile, quindi trapassato fresco fresco.

Beh, sposo fedele fedele - no; diciamo sposo così così...

Come mai? Eh come mai! come mai mi dite? E allora provateci voi a stare tanti anni lontano dalla propria donna, e poi ne riparleremo. Come fu? Fu per necessità: dopo pochi anni di matrimonio, dovetti emigrare clandestinamente in America.  Lì trovai lavoro e mantenni nell'agio la mia famiglia in Sicilia. 

( sospirone) Ah, l'America, il Connecticut, la fabbrica d'aeroplani... Lucy...

Ho detto Lucy? proprio Lucy? Siete sicuri? Beh, m'è scappato. Chi era Lucy? Lo volete proprio sapere? E io ve lo dico: Lucy era una mia compagna di lavoro, in fabbrica. Sapete, quando si è soli e malinconici, in un paese straniero, e lì trovate una persona gentile, bellina, comprensiva, che vi fa un po' di compagnia, che desidera consolarvi, voi che fate rifiutate? No! E io, appunto, non rifiutai.

Ma poi lei incominciava a parlare di mariage, desiderava un cottage; voleva un buon menage; e i miei figli in un College... e un mollage, cioè dovevo lasciare mia moglie… Insomma la cosa stava diventando seria ed io non me ne accorgevo mica. Me ne accorsi quando, un delatore   - che io pensavo fosse Berstein, l’ebreo invidioso del mio successo nel lavoro, oppure O’ Hara, l’irlandese geloso di Lucy. Ma, poi, purtroppo troppo tardi, seppi nome e cognome – dello vero spione, del Giuda, che mi denunciò all'ufficio immigrazione e, quindi, mi impacchettarono sul Rex – terza classe - in rotta per l'Italia. 

Voi non potete immaginare, arrivando nel mio paese, come mi si strinse il cuore, nel ritrovarmi in pieno medio evo, dopo aver lasciato il ventesimo secolo.

Fortunatamente per me, mi accorsi che ancora amavo Ebe, mia moglie. E che lei mi ricambiava teneramente. E si, riprendemmo la nostra vita di sempre. Vivemmo ancora diciannove anni insieme, avemmo tre figli, poi, lei morì! Rimasi vedovo per  vent'anni.

Intanto i tempi mutarono, mi feci una discreta posizione economica facendo l'agente di commercio, mi presi un bravo diploma di ragioniere alla scuola serale, fui gratificato dai clienti del titolo di Cavaliere, insomma mi sistemai per benino. E sistemai bene anche i nostri figli: Tutti sposati. Poi un giorno, mentre ero davanti allo specchio della mia saletta d'ingresso e controllavo il nodo della cravatta,- ero ancora un bell'uomo, si diceva in giro - sentii un colpo al petto e puf! caddi a terra stecchito.

E quando mi ripresi, mi trovai in uno strano luogo, con una ventiquattrore in mano, senza sapere cosa fare nè dove andare.

( indica qualcosa oltre la quinta ) Ma in una panchina noto una signora: Era lei, la mia Ebe, che mi attendeva da oltre vent'anni, per entrare insieme nell'aldilà.

Non e' commovente?

Eh? ditelo voi.-

Esce di scena, a sinistra, fischiettando. Dalla parte opposta entra Ebe, che si accerta prima che Ercole sia uscito, poi parla agli spettatori quasi confidenzialmente. 

Ebe-  Come avrete già capito io mi chiamavo Ebe Mazzullo, e ne ero fiera. Certo, non fu una gran bella azione quella che feci commettere a mio fratello. Ma necessità obbliga legge, - si dice. Cosa feci? Lo volete proprio sapere? ma proprio proprio? E va bene, ve lo dico, ma per favore, niente commenti.

 Quando il mio amato Ercole, dopo tanti anni di lontananza, stava per perdere la testa per una smorfiosetta americana, mio fratello mi scrisse: 

- Cara Ebe, stai per diventare vedova bianca. Che fai? Se vuoi ti spedisco tuo marito, entro pochi giorni  bell'impacchettato - in Italia. -

Una moglie affezionata, come avrebbe dovuto rispondere? Spediscilo! no?

E cosi' risposi io.

Povera me, quanti furono i giorni di felicità che trascorsi insieme a lui, negli anni seguenti? - pochini; e quanti di dolore? -  molti! Perchè? Eh, ditemi, in coscienza, come si può vivere una onesta vita con un uomo, che s'è sentito accoltellato alle spalle, e non sa che la responsabile dell'atto è la propria moglie? Come si può vivere insieme ad un uomo che appartiene ancora ad una terra lontana?

Come si può sopportare la vista di un uomo annichilito - perchè proveniente da mondo progredito, civile; e che si trova di colpo e si scontra con l'arretratezza del nostro mondo, con la miseria dei nostri usi; coi pregiudizi della nostra ottusa società; con l'ordinamento politico del momento, in Italia , leggi dittatura - senza morirne di rimorso e di vergogna? Eppoi, il lavoro.  Dov'era il lavoro? Era rimasto là, nell'America, borbottava lui, scuotendo la testa.

Ed io mi sentivo in colpa e mi consumavo. Anche l'amore mi si tramutò in colpa. Me ne liberai morendo. E lo aspettai nell'anticamera dell'aldilà, per dimostrargli tutto il mio disinteressato amore.

Quando arrivò, mi fece proprio ridere con quella sua aria di superiorità, ben sapendo , io, come ci si senta insicuri, in quel luogo misterioso e sconosciuto. Ma lui no! Lui faceva - serioso - il sostenuto.

Che ridere quando gli rivolsi la parola e lui non mi riconobbe subito. Che fitta al cuore, quando gli vidi in quella puerile ventiquattrore, tutti i suoi ricordi: il suo diploma, il primo milione, la prima cravatta che gli regalai... Che vanesio il mio Ercole. Pensate, io portai con me solo la piccola fedina...

Poi, aspettando il nostro turno, ricordammo i trascorsi della nostra unione: e, sapeste, come insisteva nel dirmi che mi era stato sempre fedele: era il solito bugiardo convinto, come lo fu in vita.

Finche',- era nostro potere di spiriti,- non gli rievocai, visualizzandola, la sua relazione con...con quella là. Potete solo immaginare come si arrampicò sugli specchi per giustificarsi; e, alla fine, mi rinfacciò, rievocandola, la vecchia faccenda del postino...

Qual'è questa faccenda?

Beh, quel postino, appropriandosi delle lettere e dei dollari che mi spediva mensilmente Ercole, volle farmi credere che io fossi stata abbandonata e tentò di consolarmi lui, credendomi inconsolata.

Gli ruppi in testa la statuetta della libertà, regalo di mio marito - dall'America. Fine.

Ora Ercole, - giunto da poco, principiante - non era ancora bravo nel fare le rievocazioni; e la fece incompleta, e seppe solamente la prima parte della storia: la stringente corte del postino spasimante, e del...insomma del mio quasi tradimento. E, vi dirò che ci rimase malissimo. Ed io, per punizione, glielo lasciai credere per un po'; poi, poco prima che ci chiamassero per entrare insieme nel nostro aldilà', gliela feci vedere , finalmente, la conclusione di quella storia...e il bitorzolo sul capo del postino intraprendente. Le donne siamo più fedeli degli uomini, lo sapevate?  No? Peccato!

E la faccenda del rimpatrio?

Lasciamo perdere, per carità di patria.

Ma come, ci lasci cosi? direte voi, non ci fai sapere? ... ma si, ma si, glielo dissi - fu proprio quando stavamo per varcare la soglia - ma glielo dissi: L'avevo fatto per amore, e l'amore giustifica tutto!

E lui mi giustificò… però eravamo già qua - nell'aldilà!-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               “  IL  RAGIONIERE “

 

 

 

Personaggi:

1° personaggio…………………………………………..uomo di sessant’anni ben portati;

2° personaggio…………………………………………..uomo sui quarant’anni, mal portati.  

 

Sulla scena è stato posto un tavolino da bar e due sedie. I due personaggi sono in scena, seduti, che sorbiscono una consumazione. Le battute che diranno saranno riferite verso un ipotetico avventore, seduto nello stesso locale.                                  Breve pausa, poi parla il primo dei due. 

 

 1° personaggio- Eh caro amico, se sapesse… quello lì, quell’autore con la lettera minuscola, ( il 2° personaggio indica l’ipotetico autore seduto fuori scena) si, proprio quello; sa che pasticcio mi ha combinato?-

2° personaggio- Grosso immagino… conoscendolo…( facendo un gesto di conferma)-

1° personaggio – Lo conosce? Certo non meglio di me, che la sua conoscenza l’ho patita sulla mia pelle. Mi creda, non è un’assurdità quello che le dirò – mi creda. Costui, costui, questa specie d’autore – mediocre, molto mediocre, per la verità – mi ha creato nel 1985 e poi mi ha dimenticato! Vede? sono uno che esiste ma non esiste; uno che c’è ma non c’è. Insomma un Niente con la lettera maiuscola. Uno senza un nome, una storia, una vita e, mettiamocela pure: una morte! Ecco chi sono io per … merito di costui!- 

2° personaggio - Amico mio, la sua disgrazia, in fondo e nulla – o perlomeno è una parte di una tragedia. Ma un nulla difronte a ciò che ha fatto a me- quello lì! Se sapesse…io mi rodo dal 1963. Non ci crede? Eppure è così.-

1° personaggio – Possibile? Più grande della mia?-

2° personaggio – Possibile, possibilissimo! Perchè? perchè' io - al contrario di lei, caro amico- io non sono, io fui! ( breve pausa) Sono stato il suo primo personaggio della sua prima commedia, risalente al 1963, di codesto signor...autore. ( con enfasi) Io fui il Ragioniere Salvatore Allocco, classe 1921. E vuol sapere che vita mi dette? mi fece impiegatuccio di Stato, con moglie e quattro figlie femmine a carico; mi costrinse a fare il pendolare - alle cinque giù' dal letto e alle diciotto, cena e nanna -; e perdippiù', mi fece diventare lo zimbello dell'ufficio, a causa di una mia...debolezza, durante la guerra. Quale fu la debolezza? La giudichi lei, caro amico: Fu nel mese di luglio del ’43, ed io ero soldato semplice, con un moschetto modello 91 in mano, e una gran fifa nel corpo. Ricordo come se fosse oggi: Mi trovavo di guardia quel giorno al famosissimo “bidone”, quando accadde il finimondo: ci fu un bombardamento alleato di quelli coi fiocchi. Al cessato allarme, mi trovarono sotto un albero, rannicchiato per terra, con la bustina sugli occhi che borbottavo in continuazione: Allocco mio... Allocco tuo...Era un mio modo di pregare, ma quelli non lo capirono: Mi bollarono per tutta la vita: Allocco mio, Allocco tuo. E anche in ufficio, al minimo inconveniente, i colleghi esclamavano beffardi: Allocco mio, Allocco tuo.                                                                                                                              Poi, quello lì, quasi per discolparsi, nel corso del primo atto mi fece fare un tredici al totocalcio: Il tredici del ragionier Allocco, che usò come titolo della commedia…e si gridò in giro: Allocco ha fatto fortuna! Ma quale fortuna… (breve pausa) Quello, sadicamente, nel secondo atto mi fece cambiare vita, soldi, pranzi, brindisi regalie ecc. Ma, poi nel terzo atto, acconsentì che gente avida e di malaffare, mi truffasse, per farmi ritornare, crudelmente, più povero e disperato di prima…-

1° personaggio – Ma guarda che cose…-

2° personaggio -  Ma non è tutto! Non è tutto (pensieroso). No, questa in fondo sarebbe solamente la mia storia di personaggio: storia bella o brutta, ma storia e basta. No, non è questa! Non è questa la mia sventura, signor mio…( breve pausa) Quello mi ha fatto di peggio… -

1° personaggio – Di peggio? Dica, dica…-                                                                                    2° personaggio - Accidenti, non riesco neanche a dirlo, per la collera che mi sale in testa, perché è troppo... ma troppo cattivo quello che mi fece  - dopo.-

1° personaggio – Cosa le fece dopo? Dica, non sia riluttante, tra di noi…-

2° personaggio - Ma si, glielo dico! ( rivolgendosi al pubblico) Dovete saperlo tutti–tutti!  (pausa di riflessione) Ecco il misfatto: Quello lì, scrisse la mia commedia e la tenne per vent'anni – diconsi venti anni!-  chiusa nel suo cassetto; poi, un bel giorno, anzi un triste giorno, la rilesse fece una smorfia schifata e …la cestinò.                                    Io sarei l'unico superstite di un lontano ricordo.                                                                            E senza speranza.                                                                                                                    Ma incazzato!

 

 

 

                                                      

           

 

 

 

                                                   “  IL  LIVELLAMENTO “               

 

 

 

 

Personaggi:

 

Orazio Fatuzzo…………………………………………………………….Sbriga-faccende

 

Ambientazione: Anni ’80  a Catania.

 

" Sissignore, sono Orazio Fatuzzo, per un pelo quasi titolare dell'A.A.A.A.A.  -  Antica-Affermata-Agenzia-Affari & Affini - prima che andasse tutto in fumo.                                                   Ero "spurugghiafacenni." Insomma: Sbriga-faccende. In pochi anni divenni professionista della pratica burocratica espressa. Grazie a Tanu Gebbia, sostituto-vice-sotto-scrivano aggiunto, avventizio in prova.  Ah, dimenticavo: E con la protezione di Sant'Onofrio, patrono degli "Spurugghiafacenni", il cui ritratto troneggiava sopra la mia scrivania. Ma, mi protesse veramente? Diciamo che avrebbe dovuto farlo, per obbligo morale verso un fedelissimo devoto. Ma non fu cosi'. ( breve pausa) Statemi a sentire attentamente, la faccenda andò così: mi capita la favolosa occasione : spillare quattrini a palate a un babbeo villano rifatto coi fiocchi, ricco sfondato, - e quello,- non fa venire gli scrupoli al mio quasi socio, a Tanu Gebbia? 

Gli dico: Sant'Onofrio, lasciateci "lavorare"!  Come?  dite che noi siamo poveracci ma onesti? Beh, Tanu, si , quello è un vero poveraccio, non capisce niente! - e ve lo garantisco, perchè è con me da trent'anni- non so se mi spiego. Ma io no!  io non ci sto più a fare l'onesto poveraccio! Io sono cosciente della vita che faccio! Vita di stenti e di digiuni, di freddo e d'umiliazioni, di emarginazione e di vergogna: Di vergogna, sissignore! Mia figlia Tinuzza, quando fece quel poco di scuola, si vergognava di me, con le compagne, che la deridevano perchè - estate e inverno - aveva sempre lo stesso abitino striminzito. Mia moglie Venera, non si fa un paio di scarpe nuove da venticinque anni! Io non fumo più quel misero mezzo toscano, da vent'anni. Tanto per farvi qualche esempio. Ah, dite che anche voi avete fatto una vita di digiuni e di stenti? Bella scoperta: voi dovevate fare il Santo! Insomma, io cosa volevo fare, in fondo? Volevo ristabilire un equilibrio, un livellamento di ricchezza. Avete presente l'acqua in un catino? Ecco, si agita un po’ e  poi si livella. Così volevo livellare, io. Ci sono i ricchi sfondati e i poveracci come me?  Beh, una piccola aggiustata, livelliamo e... tutti felici! No? non si può fare colla frode? Voi dite così? La legge? Ah, anche la legge ci mettete adesso? Qualcuno potrebbe fare la spia? Ho capito, ho capito...Beh, allora Tanu, non c'è proprio nulla da fare, ho contro anche Sant'Onofrio. Leva quell'insegna ambiziosa e al suo posto metti la vecchia, vuol dire che se l'abbiamo fatto per trent'anni, sto mestiere da fame, lo faremo fino all'estinzione. Contento Sant'Onofrio? Si? E contento voi, contenti tutti!

Ma, ora,  chi glielo racconta a Tinuzza e a Venera?-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                   “    PATTI  AVANTI… “

 

Personaggi:

 

Salvatore Occhipinti…………………………………………………………. Cavaliere e pensionato

 

Ambientazione: Casetta rurale in collina, anni  ’70 – ’80 (fate voi). 

 

In scena c’è Salvatore che si pulisce le mani con uno straccio.

 

“ Io parlai chiaro, anzi, chiarissimo!

A chi? Ma alla Montagna!  Naturalmente lo feci perché dalle mie parti si dice: patti avanti e amicizia lunga. Ed io -io -i patti li mantengo! Io! Fu lei ( indica qualcuno dietro di lui) che ...

Ma, scusatemi, ancora non mi sono presentato: Cav. Salvatore Occhipinti, archivista capo a riposo. A riposo, sissignore, dopo quarant'anni di ininterrotto e onorato servizio presso all'archivio del Catasto. A riposo...  ma quale riposo, che se ci penso... Vedete, quando andai in pensione, con la liquidazione mi comprai un po' di terreno - malanova a me - sulle pendici dell'Etna; e li mi ci costruii una casetta, un delizio, una cosina piccina, bellina, all'aria aperta, tra i castagni - doveva ricompensarmi per tutti i duecentoventottomila giorni trascorsi in un buco d'ufficio, polveroso e con la puzza di muffa, estate ed inverno, a mettere timbri e timbri, per timbrare timbrando!    

E fu quella volta che le parlai chiaro. Le dissi:

- Montagna mia - proprio così la chiamai a quell'infame! - io mi sto costruendo questa casetta sulla tua pelle, e, penso che tu non ne sarai contenta. Certo a chi farebbe piacere, che il primo che arriva, gli viene a fare il solletico sulla crosta, la infastidisce, la imbruttisce. E si capisce: Si spiana, si livella, si tagliano alberi, se ne piantano altri, insomma si muta, leggermente, la vecchia natura, con la presunzione di farne un'altra - illusi! Ma noi uomini facciamo così. Che vuoi?  che possiamo farci?  E sai perché ti disturbiamo? perche' sei bella, la tua aria è buona, la tua terra è fertile, il panorama è bellissimo, d'estate su da te, fa fresco. Insomma, per noi vale la pena rischiare di farti qualche piccolo dispettuccio veniale. Eh, via, penso dopotutto, che un po' di compagnia non debba dispiacerti poi tanto. Oh, ma se tu non sei d'accordo, per conto mio, non hai che da dirmelo: Io smonto tutto e via. E chi s'è visto, s'è visto. Solo dammi un segnale: una piccola scrollatina e - amici come prima.-

E lei, nisba, non risponde, non dette segni di vita.

Allora, siccome  si dice che chi tace acconsente, mi costruii la mia casetta. Manco passò un anno e – “spaccau a muntagna”, sentii gridare - il che significava, che quella cosa fitusa si era svegliata e aveva incominciato a vomitare come una donna incinta. E pure bassa spaccò, vomitando senza tregua, lava e ancora lava. E, come se non bastasse, inventò, quella volta, la tattica dell'eruzione “bestia”: Ma insomma ve lo figurate?  una colata lavica che zigzaga secondo l'estro, con compiacimento, con voluttà, capricciosamente? Oggi m'ammucco il podere do zu Vitu, domani stocco a destra e mi mangio la vigna di don Coscimu; poi, prendo a sinistra e mi abbrustolisco il pometo di don Angelinu, quindi, nello stesso giorno, con una virata di quaranta gradi, vado a depositarmi nella masseria del cavaliere Caudullo. 

Vaga così, per giorni, come una fanciulla dispettosa, come se nessuno le avesse mai spiegato che esistono le leggi di  gravità; e che se scende, deve scendere nei pendii, possibilmente nei canaloni.

Spiegato a quella?  Ma chi? quando mai! e perchè?

Cosa fitusa!

 E un giorno, non  punta, dritta dritta, sulla mia casetta? 

- Ehi!  Come?  - dico io? - e i patti? Come quali patti! Ma allora sei carogna e senza parola! Ah, è così? Bene, ma cosa credi? Ma non mi conosci proprio proprio. Ma non sai chi sono io?

Ma informati in giro, perbacco, e vedi che ti dicono di me - dello zu Turiddu Occhipinti.

Domandalo ai Marosi dell’Ionio di Ognina, all'alluvione di Aquicella, al sole cocente della Piana, - chiedi loro chi sono io! 

Ah, non tremi?

E allora t'aggiusto io! -

E mi feci erigere, con una ruspa, rapidamente, un bastione di massi alto tre metri, davanti alla mia casetta, e aspettai da lassù, il suo vomito, con la doppietta in mano. E quando giunse, rosso come la brace, feci fuoco senza pietà.

E si fermò!

 Diciamola tutta: se la fece addosso! 

Mi circondò, si raffreddò, si rapprese e rimase lì ansimante, a guardare a bocca aperta, la mia casetta. 

Io l'avevo avvisata - giusto? 

Beh, insomma, secondo i boscaioli… sembra che la colata quando arrivò al bastione, si fosse già esaurita. 

Ma a me non importa: Esaurita o no, io le sparai a bruciapelo- perbacco! e lei incassò!                                      

                                                  

                                   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       “ UN  EPITAFFIO  NON  SI  NEGA  MAI “

 

                                                             

Personaggi:

 

Ego dell’autore

 

Es dell’autore

 

Ego autore - Quando i Personaggi, con la P maiuscola per preciso dovere di cortesia,  ideati, plasmati e inseriti con tutte le loro storie e i loro drammi, nella trama di un testo teatrale, e questo testo - triste sorte - non viene mai rappresentato, inevitabilmente, vuol dire che rimangono sterili: come se fossero nati morti.  Nati-morti significa "proprio morti" e se morti, bisogna seppellirli. Essi - tanto per entrare nel vivo del discorso - sono nati morti, per una loro incolpevole quanto gravissima sciagura: sono stati "creati" , quasi sempre, da un autore mediocre. ( Insomma: un autore come il sottoscritto, per intenderci meglio.) E un autore mediocre cosa può fare - poverino – se non creare mediocrità? Egli inventa storie insulse; le farcisce con fatti del tutto improbabili; le stipa con personaggi anemici, debolucci. Tanto debolucci che spirano - miseramente - prima di nascere! Morti, dunque. Ora, il minimo che può fare un simile sconsiderato pseudo- scrittore, per non essere bollato come autore degenere, turpe e ignobile, è dare agli sfortunati Personaggi un'onorata e degna sepoltura...-

Es - Sepoltura e necrologio...-

Ego-  Sepoltura e necrologio!- ho capito.-

Es - No, no, fammi terminare! Dicevo: sepoltura, necrologio, lapide ed epitaffio!-

Ego - Anche l'epitaffio?-

Es - Perchennò! In fondo, un epitaffio non si nega mai – a nessuno.-

Ego -  E va bene: sepoltura, necrologio, lapide ed epitaffio, oh. La sepoltura, dunque, ma, - e dove?-

Es - Dove? Dove ti pare, bello mio. Tu hai fatto la frittata e tu la rivolti.-

Ego-  La rivolto, la rivolto, stai tranquillo. Dunque sepoltura… tomba... cimitero... Allora debbo ideare un cimitero...-

Es - Per carità! Ti prego! Non ideare più...-

Ego - Ma insomma, è mia la responsabilità? si? e allora mia sarà pure la scelta, perbacco! oppure no?-

Es - Ma si, ma si...scegli pure...-

Ego - Che ne diresti se facessi una specie di nuova Spoon River?-

Es - Oh, no!-

Ego - Oh, si! piazzerei i loculi in bella fila, in un luogo all'aperto, tra alberi e cespugli, verdi prati e vialetti di minuta ghiaia, esposto a mezzogiorno, asciutto, soleggiato - poi vedrai che magnificenza- facendo in modo che, seguendo un percorso obbligato, i futuri visitatori, passeggiando, man mano, avranno la possibilità di leggere gli epitaffi –scolpiti nelle bianche lapidi, bene in vista, alla portata di tutti, persino dei miopi e senza occhiali  e, t'assicuro, sarà per loro come sfogliare un libro di pietra.

Il libro dei Personaggi, - dei miei drammi e delle mie commedie, che non hanno avuto - mai! - la buona ventura d'essere rappresentati, - e che, - zac! - finalmente e giustamente, potrebbero avere il loro momento quasi vitale.- 

Es - Davvero? e come?-

Ego - Come? presto detto: l'epitaffio non sarà composto retoricamente, con le solite frasi di circostanza, o con parole di semplice ricordo.  - No, macchè - Ed ecco il colpo di genio: nella bianca lapide verrà incisa, brevemente, quella che doveva essere - e non fu - la loro probabile vita. Eh? Che ne dici?-

Es - Mah, per me, velleitario come sei, t'imbarchi in un altro dei tuoi soliti fiaschi.-

Ego - Ed io faccio gli scongiuri.-

Es - Non sono necessari! In bocca al lupo!-

Ego - Crepi! ...Dunque, era di marzo...-

Es - Incominciamo proprio bene, vedi? Retorica!-

Ego - Hai ragione...dunque, correva l'anno...-

Es - E ci risiamo!-

Ego – Si? E va bene, va bene, scansiamola questa retorica. Dunque... no, - sai - quello che mi imbarazza di più è immaginare Astro morto; perchè essendo come personaggio un extraterrestre, lo avevo creato immortale, o quasi. Far morire Astro - poveretto - lui che, prima d'arrivare in panne sulla Terra, non conosceva cos’era la morte. Che assurdità! Vero?

Allora, adesso come faccio? Niente, faccio come per gli altri: è un personaggio, non è stato mai rappresentato, perciò è morto, debbo seppellirlo. Quindi tomba, lapide ed epitaffio!

Stabilito ciò, bisogna pensare ora, a cosa scriverò sulle lapidi.-

Es - E qui ti voglio!  Esser chiari e pure concisi è difficile…-

Ego -… tanto quanto è facilissimo essere prolissi e barbosi! Giusto?-

Es - Bravo!-

Ego – Grazie. E come diavolo farò allora? Eppoi, ti dicevo, cosa scriverò?-

Es – E già, cosa scriverai?-

Ego – Fammici pensare…certo, per togliermi ogni responsabilità, sarebbe stato meglio, ma molto meglio, se ognuno di loro l'epitaffio, se lo fosse composto da se stesso - bello! - secondo il proprio modo di sentirsi, di percepirsi, di essere o di voler essere.

Ma, meschinelli, non ne hanno avuto la possibilità: E come potevano prevedere la loro immatura e inesorabile morte prima di vivere? Ma ormai sono morti, quindi è impossibile.-

Es - Impossibile? - ma che dici? - impossibile! - Adesso capisco perchè sei un autore mediocre! Ma come impossibile?  Nulla è impossibile alla fantasia, balordo.-

Ego - Non offendiamo!-

Es - Ritiro il balordo. Allora, hai capito?  Fantasia, mio caro, fan-ta-sia.-

Ego – Ha parlato il sapientone...un momento, un momento... la fantasia ...vediamo...e se prendessi proprio Astro, l’immortale, come compagno di visita dei loculi degli altri personaggi? - ma certo! – questo accorgimento mi permetterebbe di tenerlo in vita e, nello stesso tempo, mi fornirebbe la chiave per iniziare 'sto penoso pellegrinaggio - espiatorio, è inutile sottolinearlo - che mi accingo a compiere. Ccccche idea!  Eureka!-

Es -“Eureka? Ma che eureka d’Egitto! Sapete? quell’idea fu un altro memorabile fiasco – e questa volta coi fiocchi!” 

 

Fine

                      

 

                                       “   L’OTTAVO  VIZIO  CAPITALE “                      

 

 

Personaggi:

 

 

Una donna, 40-50 anni………………………………………………………………..….collezionista;

 

Nicola, 30 anni………………….. ……………………………………………………………pittore;

 

Rosa, 20 anni……………………………………………………………………………………modella.

 

 

Studio di un pittore. All’apertura del sipario, in scena ci sono Nicola, che dipinge, Rosa che posa; e la collezionista, seduta su una sedia che si pulisce le unghie. 

 

Donna – (alzandosi, poi a Nicola che dipinge) … si, certo, va bene per l’Avarizia, l’Ira, la Gola, ma, vedi, per l’Accidia non sono d’accordo. Prendiamo te per esempio: Sappiamo che ci sono al mondo mille situazioni di sofferenza e d’incomprensione che richiedono l’interesse attivo degli artisti, degli intellettuali, degli scienziati. – e tu sei uno dei pochi che non si tira indietro, me, per me, scusami tanto, il tuo attivismo è solo forma. Perché, lo so bene, nonostante questa ostentazione, sono sicura che qualcosa del tuo passato ti sia rimasto; qualcosa di quel periodo che oserei definire illuminato, e profondamente radicato nel tuo essere: la  tua primitiva intuizione di vita accidiosa. Non dare retta alle chiacchere di quelle  opinioniste che frequenti, perché sono bugiarde e frivole e che ti possono portare alla completa rovina. Ma lasciati andare alla calma, la rilassatezza, il riposo. Fidati e non te ne pentirai. D’altronde, come dicevo per la Gola, pensaci bene: un solo uomo è meno che niente è nulla. La fame e la miseria posseggono tre quarti dell’umanità, il resto è delle tragedie, i flagelli, e le ecatombe delle guerre, che le cosiddette “persone per bene” digeriscono nel silenzio, con riservatezza, senza clamori. Ma ti assicuro, che  quelle strombazzature ai quattro venti dagli attivisti- te compreso! Non sortiscono nessun effetto positivo. ( Nicola resta intento a fare il suo lavoro, ma incomincia a dare segni d’insofferenza) E per al Superbia?  Vedi? Alcune volte le circostanze e le idee ci portano l’uno di fronte all’altro. Ma mia ammirazione per te e la tua Arte è fuori discussione. Tant’è vero che sono una tua più grande acquirente. ( breve pausa)  Da quando sono arrivata qui sono rimasta ore ed ore in contemplazione davanti ai tuoi dipinti… e ho avvertito, nell’intimo, un brivido di commozione che spesso mi ha fatto gridare: ma perchè questo genio non è conosciuto dal mondo intero? Ecco Nicola Acquasanta, il mondo intero è la tua dimora, e lì dovrai ricevere gli onori che merita la tua geniale arte (si muoverà sul palco liberamente).-                                                                                                                      Nicola –( ironico) Magnifico! Tu mi stai adulando ... (sottovoce) e disturbando…-

Donna - Io adulare te? Ma lo sai che sono la Superbia in persona! E come potrei adulare un altro soggetto che non sia me stessa? ( con condiscendenza) Suvvia, non essere modesto, con me non attacca. Le qualità, il talento, che in te sono indiscutibili, non sono posseduti da tutti ma solo da pochi.  Poi, in tanto che siamo nel discorso, (parlando piano) cos’è  questa confidenza con la tua umile…modella? E il prezzo dei tuoi capolavori perchè non lo adegui ai suoi reali valori? -

Nicola – Beh, non li adeguo per non spellarti! Scherzavo… sai c’è il mercato…ma, soprattutto, perché desidero anche  l’accesso del popolano alla mia arte. In fondo svolgo un’azione sociale e culturale non comune… Ma forse dovrei proprio adeguare i prezzi. Ci penserò. E adesso scusatemi, ma vado a mischiare dei colori. Rosa, facciamo un break.( esce a sinistra, mentre Rosa si stende su una poltroncina)-

Donna - Sei stanca, vero? –

Rosa – Lo credo. E’ faticoso restare immobile. Sono già due ore che poso.-

Donna – E dimmi, quanto guadagni?-

Rosa – Dipende dalle ore di posa. Posso arrivare anche a cento euro in un giorno.- 

Donna – Cento euro? Una miseria, considerato quanto guadagna lui. Non l’invidi?-

Rosa – No. Lui è l’artista…-

Donna – …e tu se la sua ispirazione. E’ iniquo!-

Rosa – Sarà… (si mette più comoda)-

Donna – Sarà… però quanti squilibri sociali ed economici, purtroppo  ci sono ancora… Basti pensare alla iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo. Abbiamo Paesi opulenti e Paesi in perenne carestia. Popoli ricchi e popolazioni marchiati da una irrevocabile condanna atavica: la povertà! Poi abbiamo uomini celebri, i campioni, gli eroi, i divi gli artisti… e di contra, le creature sfortunate, e tanto per restare nel tuo piccolo, la modella. Ecco, l’Artista e la Modella. Guarda sembra il titolo di una fiaba: come il principe, il potente, il ricco, circuisce la popolana, la fanciulla indifesa, la povera figlia di mamma. Quasi quasi mi commuovo a questo pensiero. Ma sai quello che mi amareggia di più è la rassegnazione a volte vile, a volte d’attesa, rare volte di preparazione alla rivalsa, che vedo molto spesso scritta nei vostri visi di creature oppresse. Non vi vedo pronti alla reazione contro questa ingiustizia, questa ingiusta discriminazione. Gli schiavi, i prigionieri, i negri, i proletari, gli sfortunati, in genere – che sono la maggioranza- non sanno prevalere sugli oppressori  che sono minoranza. Tu che ne dici? -

Rosa – (con noncuranza) Ma, forse, quelli hanno dalla loro parte la forza.-

Donna - Ma si, questo è vero, hanno la forza, ma questa forza che gliela ha data in loro mano, chi gli ha ceduto il comando, chi gli si è sottomesso.-

Rosa – I corsi e i ricorsi storici ci insegnano…-

Donna - Lascia perdere la storia, mia cara e pensa, per esempio, alla tua situazione: Sei una ragazza in gamba, sei colta, bella e preparata, e cosa fai? La modella. Fai la semplice modella, tu che sei pronta ad affrontare il mondo e… forse a sottometterlo con la tua grande intelligenza. E lui? Che cos’è? E’ un debole, un instabile, quasi un bambino. Ma solo perché sa imbrattare qualche tela, ti tratta dall’alto in basso. Tu saresti capace di soggiogarlo con un solo sguardo, con un lampo d’intelligenza, con un guizzo della fantasia. Eppure sei alle sue dipendenze, soggiaci ai suoi umori, alle sue fregole e alle sua manie. Ecco tu sei l’esempio vivente di ciò che teoricamente ti ho enunciato poco fa. –

Rosa – Ma lui è artista…-

Donna - Artista lui? Mah… lo sai meglio di me che sei la sua ispirazione. Senza te sarebbe un banalissimo imbrattatele realizzatore di croste. Dimmi, in tutta onestà, quanto valgono le sue opere? –

Rosa – Mi dispiace, non me ne intendo.-

Donna – Lo difendi? Anche se si approfitta di te sessualmente?-

Rosa – No… ma no, io lo faccio l’amore con lui perché lo voglio.-

Donna - Ah, si?  Ah, bene, benissimo, è riuscito a plagiarti del tutto. Certo lui è ricco, famoso …e ti scopa, e tu? Nulla. Ma lo sai qual è suo vizio?-

Rosa – Quale vizio? Io non lo so... (incomincia a inquietarsi) -

Donna – E te lo dico io: La lussuria! La lussuria che è il  più dolce vizio che esiste al mondo, il più riservato, il più bello, il più appagante di tutti i Vizi e di tutte le Virtù.  Provare il piacere della carne, l’emozione delle carezze intime, il brivido dei sensi. E’ meraviglioso o no? Il piacere conosce ondate sempre più potenti – e sale – sale verso il cervello facendolo irrorare di sangue e di sensazioni. I muscoli vibrano ansiosi, le mani cercano la calda carne, le palpebre calano pesantemente sugli occhi, vinti dal languore, le labbra si schiudono per suggere e sussurrare… e poi per gridare al mondo intero che l’orgasmo è vostro! Poi rilassarsi, godere del ricordo e della dolce stanchezza che ci scioglie le membra, abbandonandoci a noi stessi, a nostri umori, alla dolce attesa di rinnovare il piacere. Quel piacere su cui si fonda la vita. Quel piacere senza il quale il mondo sarebbe un arido mucchio di pietre. Quel piacere che spinge il maschio a cercare la femmina, a lottare – a morire. E’ ridicolo sentire taluni uomini stupidi parlare di un certo sentimento che è la mistificazione del piacere, inventato solamente allo scopo di ingentilire l’amplesso. Lo chiamano amore. Amore per non dire piacere, amore per tacere il godimento, amore per giustificare l’attrazione carnale. Amore per pulire i sessi! Amore per ingabbiare i sensi. Ma l’amore non esiste! Non è mai esistito! Solo dei bugiardi ipocriti lo sostengono! L’amore forza dell’universo, amore riscatto del peccato, amore toccasana di tutti i mali dell’uomo. Uh, illusi! Nessuno può resistere al più antico vizio degli uomini. Vizio che loro stessi impersonano! –

 

Entra Nicola, sente le ultime battute, scuote la testa vedendo Rosa sfibrata e la donna  quasi in trance. Quindi batte le mani come per ristabilire la realtà. 

 

Donna– (riscuotendosi) Nicola, Nicola, sai? questa idea dei ritratti dei vizi capitali mi sta intrigando. Ho deciso, poserò anch’io per te!  Dimmi, per quale dei sette vizi?-

Nicola – Per l’ottavo.-

Donna- (sconcertata) L’ottavo? E quale sarebbe? -

Nicola – La Perfidia!-

Donna – Eh, eh, Ma questo non è un vizio capitale...-

Nicola –…Peggio! Cara… molto peggio. Ed ora scusami, la luce è cambiata, smetto (contrariato lancia i pennelli sul tavolo). Rosa, per oggi basta, andiamo via. (la Donna fa per avvicinarglisi per baciarlo, ma N. la blocca ) Ciao rompi…rompi…co…gli…(esita nella parola e nel gesto, poi si avvia verso la quinta di sinistra)-

Donna – … rompi … co’ gli… cosa? ( ancheggiando, ansiosa)-

Nicola –  Co’ –gli- oni, mia cara. (quindi si avvia seguito dalla ragazza. La donna, prima resta basita, poi li segue. N. l’aspetta, e, con un ironico inchino, le dà la precedenza)-   SIPARIO

 

 

 

 

 

                                                           “   ADELINA  “

                                                        

Personaggi:

 

 

Adelina, 19 anni………………………………………alberghiera e aspirante artista;

 

Gigi, 40 anni…………………………………………………………………..……………Artista;

 

All’apertura del sipario, la scena è vuota. Sono sparsi sul palco alcuni mobili vari da soggiorno. Musica adatta. Dopo mezzo minuto si ode proveniente dalle quinte un altissimo grido, mentre entra in scena da sinistra Gigi che tenta febbrilmente di alzarsi i pantaloni e infilarvi la camicia, e quindi di mettersi le scarpe. Tali movimenti possono essere fatti nel corso del dialogo susseguente. Adelina, lo segue - ella è una giovane donna oppure un efebo, che indossa soltanto una camicia, che, inutilmente, gli fa cenno di tacere, d’abbassare almeno la voce, ma l’uomo è furioso. Si aggirava nella stanza come una belva e la guarda torvo come se la volesse strozzare.

 

Gigi - Non è possibile! Dio mi sia testimone se non è possibile! Ma come hai potuto? Come hai osato? No! No tu mi hai fregato! Tu mi hai abbindolato vergognosamente. Capisci? Sono furioso solo per questo. Io...io credo di essere un uomo senza pregiudizi; credo che ciascuno abbia i suoi gusti e le sue necessità sessuali senza doversene vergognare: sono per il libero amore! Ma, appunto perché libero, vorrei essere anch’io liberissimo di scegliere con chi e come fare l’amore. Libero di decidere, se fare l’amore con …uno, con uno… come te,  mi andasse a genio o no! E tu! E tu me lo dovevi dire prima chi eri!-

Adelina - Se ti calmi un poco tenterò di parlare anch’io.-

Gigi – ( calmandosi) E parla, su, parla! Cos’hai da dire?-

Adelina – (ironica) Grazie per la concessione. ( poi determinata) Allora: Primo punto, quando parli con me non di azzardare mai più a urlare e a esprimerti in questo modo, così dispregiativo e userai forme cortesi e al femminile e, se vuoi chiamarmi, mi chiamerai Adelina. Chiaro? Secondo: io non ti ho fregato, ne ti ho mentito. Sei stato tu che non mi hai dato il tempo di parlarti, perché immediatamente, appena entrati, mi hai letteralmente, scaraventata sul letto. E cosa pretendevi, che fossi di ghiaccio? ( reazione di Gigi per intervenire) Stai zitto e lasciamo finire…per favore. Allora: Mi sei piaciuto fin dal primo momento che ti ho conosciuto e quando, in Galleria, seduti sul quel divanetto parlavamo d’Arte, ma tu intendevi parlare d’amore, io, stoicamente, per raffreddarti, prendevo tempo parlandoti di poesia. Ricordi? (Gigi annuisce) Si? Bene. Ora dimmi, uomo, quando avrei dovuto dirtelo? Forse proprio lì, in Galleria? Avrei dovuto prenderti da parte e dirti: sai, prima di parlare con me sappi che sono eccetera eccetera? Oppure durante quella splendida serata in pizzeria? Dovevo dirti: se vogliamo essere amici – come io sinceramente speravo in un primo momento – devi sapere che…; seno là, al lungomare, quando mi provocasti, mi stuzzicasti, mi eccitasti e mi facesti impazzire? O qui! Dove non mi hai dato il tempo di svestirmi, che mi sei saltato subito addosso! Allora? Non parli? Non dici niente?-

Gigi - E cosa dovrei dire? Che sono stato un energumeno assatanato? Si è vero, ho bruciato tutti i tempi. Ma mi facevi sangue, mi eccitavi fino al midollo, mi girava la testa quando stavo vicino a te…-

Adelina - …quando…stavi?-

Gigi – (ammettendolo quasi a malincuore) No, no. Va’ bene! Volevo dire: Quando sto! Insomma, capiscimi, io… io non ho mai avuto esperienze simili. Normali nel suo genere, per carità  –dico io – ma nuove per me. E… e non ho difficoltà ad ammettere che con te ho fatto l’amore in modo meraviglioso. Al lungomare, con quel rapporto orale, ti ho dato il mio corpo e tu mi l’hai restituito con l’anima. Ora credo che io abbia, forse, dei pregiudizi atavici – si, si, ne sono sicuro si tratta proprio di questo- ma capiscimi, Adelina, non me la sento di... d’avere una relazione con te. Ecco.-

Adelina - E chi ti ha chiesto di avere una relazione. Chi ti ha mai parlato di rapporti duraturi. Ti ho mai fatto pensare che potessimo diventare amanti? ( pausa di sofferenza ) Gigi, te l’ho già detto, tu mi sei subito piaciuto come uomo e come artista. Ma, ti ripeto, mi sarei accontentata di esserti solamente amica. Ed essere tua amica, per una principiante nell’Arte come me, sarebbe stato il massimo del privilegio. Non volevo una avventura, non m’interessava. E te lo feci capire quando cercai di raffreddai i tuoi bollori quella sera stessa, in pizzeria… anche se con quella voce profonda, abissale, calda; con gli occhi pieni di libidine latente eri irresistibile… Ma tu galoppavi già, mentre io appena appena iniziavo a trotterellare. E, comunque, trovai la forza di frenare gli eventi. E cos’altro era quella proposta che ti feci dicendoti che ti avrei richiamato io, se non una possibilità di prendere tempo per riflettere? Ci pensai una settimana intera, prima di telefonarti: Ero indecisa, appunto, per questa tua possibile reazione. Mi chiedevo: dovrò parlargliene non al telefono, ma di presenza e certamente prima di… di… insomma… prima, al momento opportuno… o forse subito, appena arriva. Ma tutti questi buoni propositi saltarono in aria sconvolti dalla mia passione e dalla tua libidine- poche ore fa, in macchina, al lungomare- che ci ha portato in questa stanza, in questo letto. No, non ti ho voluto mentire, e non mi sono voluta approfittare di te, della tua sensualità. Gigi, comprendimi bene: sono giovane e gli ormoni pressano, tu mi piaci, ma non ti amo! Io… io amo un altro.- 

Gigi – Un altro? E perché non stai con lui?-

Adelina – Perché… perché, sempre perché. Per qualsiasi cosa debbo dare sempre delle spiegazioni. Sono stanca! Gigi, sono veramente stanca...(poi come per confessarsi) scusami… ( breve pausa) lui  ha la stessa tua età e vive nella mia città… e ora sta con un’altra. Io quella città l’ho dovuto lasciare al termine dell’Alberghiero, per… insomma, per – diciamo – opportunità; e sono venuta qui, dove ho trovato impiego all’Hotel Excelsior, dove vengo rispettata da tutti …e anche protetta dal direttore… no, non pensare male è un vero amico e - se ti può proprio interessare - è gay.- 

Gigi – Quindi, col tuo concittadino sei senza speranza?-

Adelina – No, la speranza ce l’ho perché sono stata… insomma ho fatto con lui l’amore fino a sedici anni e so che mi voleva veramente bene. Adesso aspetto fiduciosa che gli passi l’infatuazione per quella…maliarda - lo conosco, lo conosco bene, è sensibile, si stancherà… Sai durante la nostra relazione, ha rispettato la mia verginità come un alto ideale spirituale da preservare; e io, grata, la conservo per lui- per quando sarà il momento.-

Gigi - Verginità? ( con una punta d’ironia) ma tu non puoi avere… non hai l’imene.-

Adelina – Andiamo Gigi, non fare lo stupido: Verginità anale. E’ uguale. E comunque, ironia o no, quella è stata una sua rinuncia … spirituale…-

Gigi - … E dalle! il furbo! eri minorenne, e non voleva lasciare prove.-

Adelina – No, ma che dici?-

Gigi- Cazzate! Lo so, sono cattivo.-

Adelina – Fossero come te tutti i cattivi che ho incontrato. ( breve pausa) Ho sofferto tantissimo Gigi, ma non mi sono mai arresa. Immagina: nelle mie condizioni, diciamo fisiche; in ambienti per me ostili; senza nessun sostegno morale, e… senza amore, ma con il libido tempestoso; immagina, dicevo, come è stata dura la mia esistenza.  Poi sei arrivato tu: frenesia dei sensi, ma senza vero amore - mi dispiace.- 

Gigi – Capisco. ( breve pausa) Quanti anni hai …ragazza?-

Adelina - Quasi diciannove. -

Gigi – (con tenerezza) Sei bella, giovanissima e già saggia e matura. Ti chiedo scusa Adelina… di tutto…( con imbarazzo) e sappi…che… insomma … sappi che con te, prima di… va’ bene, prima, ci sono stato veramente bene. Forse meglio che con qualunque altra donna.  Ora vado via. Tu tiene duro, io ti avrò sempre nei miei pensieri. Mi dispiace… molto. ( si ferma prima d’uscire) -

Adelina – Anche a me. ( Gigi si volta) E stai tranquillo, terrò duro, so lottare. Anche contro la natura, la quale mi ha fatta psichicamente e fisicamente femmina in tutto, in tutto! – e tu lo sai bene! Ma ha commesso un solo errore: quei due centimetri di appendice superflua. Ora la scienza provvederà a rimediare: non appena accumulerò la somma occorrente, mi farò operare. Magari andrò ad ingrossare l’esercito delle sterili, ma finalmente sarò me stessa.-

Gigi – Te l’auguro. ( si muove, ma è esitante)-  

Adelina – Grazie Gigi, e mi dispiace per la delusione…(breve pausa)beh,  forse… forse… ma no, lasciamo andare. Addio, Gigi.- (gli si avvicina per baciarlo sulle guance, ma Gigi invece le sfiora le labbra)- 

Gigi - Bene, ( gesto affettuoso, come d’una carezza) Adelina, ora debbo proprio andare… (esita, poi si avvicina di qualche passo) poi, credimi, il fatto che tu ami un altro uomo e non me, per te è un bene, perché io… io non… non mi sento, cioè, non sono quello giusto… non… non… saprei essere… (gesto di stizza vedendola addolorata, esita e le accarezza il viso) Ma come posso andare via e lasciarti così? –

Adelina – ( avvicinandosi, prendendogli le mani e abbassando il viso) E allora non andare, resta… finchè ti farà piacere… -    SIPARIO

 

 

                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                        Corti  5.0        

 

 

      

                                                          “ ORIANA”

 

 

Trama. Il  monologo è un’ipotetica intervista ad una giornalista, testimone della tragedia delle Torri Gemelle.   

                                                                    --------------

 

Sulla scena vuota, al centro, vi è una donna, di età indefinita, esile e stanca. E’ Oriana. Musica appropriata e luci adatte. Un minuto dopo la donna parla, quasi con sofferenza.

 

Oriana- Sono qui per parlarvi di Libertà, come recita la locandina (indica un ipotetico oggetto) Ma mi è stato anche chiesto, da qualcuno di voi, di parlarvi dell’11 settembre, perché fui una testimone oculare. Ebbene, gli argomenti s’intrecciano, e non mi sottraggo… anche se mi costa tanta sofferenza.  Ma prima, come prologo, vorrei farvi ascoltare un brano - che ho letto, chissà dove, e non so neppure chi sia l’autore- ma che mi ha molto colpito. Dice così:

 

“Vidi due grandi torri sorgere dal nulla e innalzarsi verso

il cielo…

Nuova Babele.

Poi…oddio…

udii un sibilo lacerare l’aria,

…erano aerei, 

che falchi predatori,

s’abbattono sulle torri!

E uno schianto!

Ed è tutto una fiamma.

Uomini disperati gridano:

salvateci dall’inferno!

Ma un riso beffardo lordò l’aria!

“Chi si è sostituito a te!”

Gridò al cielo.

Ma il cielo rimase muto e fumoso.

Poi il grottesco crollo delle torri

che vinti, collassarono:

e fu polvere che si levò in cielo;

e fu il Caos che venne a visitare

gli uomini;

E fu Erode - con la sua strage!!!”

 

Fine di tutti gli effetti.

 

(Oriana, tornando al presente) Che strazio! (pausa) Ed io c’ero! Io l’ho vissuto in prima persona! Io ero là! Udii il rombo degli aerei, il rumore del crollo, l’ululato delle sirene. Poi le grida dei feriti… i morti…il caos…Ho detto tremendo, orrendo, ma sono eufemismi: Fu l’inferno! 

E ne scrissi, dopo, in un lungo articolo, che mi dette il veleno che mi mancava per morire, poiché le forze del  male si scatenarono su di me! 

Addosso! 

Per stritolarmi! 

Calunniarmi! 

Massacrarmi! … (pausa) mi massacrarono, sì! 

Mi saltarono addosso tutti - con squallidi allusioni anche al mio cognome-  i cosiddetti buonisti,  cioè coloro che fanno sempre sapere alla mano destra ciò che fa la mano sinistra, i nostalgici comunisti, i giornalisti schierati; ma si mossero anche gli Stati, i capi religiosi, i fanatici islamisti… e, purtroppo anche qualche paese europeo…in Francia, per esempio, dove mi processarono e mi condannarono per razzismo, per il mio scritto contro quelle belve! Pensate un po’, esse ammazzano migliaia di persone e sono povere mammolette innocenti, mentre i giudici francesi condannarono me per averle additate, accusandole!

Ora, ditemi, erano o non erano di religione islamica gli attentatori? Ma c’è chi sostiene: i fanatici sono in pochi. E allora? Bene, si, ma gli altri li hanno condannati? No, perché sono fratelli… fratelli nella morte. 

Oh, sì, non so voi, ma io conosco molto bene quella gente, e la loro religione oscurantista: perché l’ho provato, purtroppo, sulla  mia pelle- personalmente. (lunga pausa)

Ma spero che, per quella orrenda condanna, un giorno qualcuno, in Francia… possibilmente, chessoio, ecco: un Houellebecq, o qualche altro scrittore con le palle – con un libro ben azzeccato, magari profetico - apra gli occhi ai francesi e a tutti gli europei scettici… (con disprezzo) e, spero, anche ai miei giudici -conigli! (pausa, poi sconsolata) 

 

E loro (indica un punto lontano)  molti di loro, intanto covando terroristi, uccidono ancora! (pausa) 

 

Qualcuno confutando il mio convincimento sull’islam, mi ribadisce che in tutte le civiltà, in tutte le nazioni di questo mondo ci sono le storture. Bene: Ma da loro, ci sono anche gli scannatori! Da loro, non c’è diritto al dissenso, alla critica, all’opposizione, alla liberta religiosa. Certo hanno le loro leggi, giuste o sbagliate e le fanno rispettare, a tutti… Soprattutto umiliando le loro donne (pausa di riflessione) E, ditemi, credete che costoro, nella nostra terra, rispettino le nostre leggi?

E i nostri tribunali le fanno rispettare? (pausa lunga)

 

Bene, per questo convincimento e per ciò che scrissi, fui accusata, anche in Italia di razzismo. (sdegnata) No, non ci sto cari tutti voi, buonisti e no, e lo  scrissi pubblicamente : “… io sono una persona che ha combattuto contro i razzisti. Tutti i razzisti! I razzisti nazisti e gli imitatori nostrani. E, di fronte a queste accuse, io mi arrabbio! Ed ho tutto il diritto di farlo, perché ero una ragazzina quando lottavo, da partigiana, con la Resistenza, nella Brigata Rosselli, contro tutti i beceri razzisti, nazisti, fascisti, per liberare l’Italia da quella tirannide- e fui anche decorata. (pausa di sconforto) Ma di noi si perse la memoria…e restarono a galla – chissà perchè -solo i partigiani comunisti- solo loro- liberarono il nostro paese. Insomma (nella foga cerca un termine di paragone) insomma… pensate: è come dire che nei lager sono morti solo gli ebrei e basta. E i cattolici polacchi, i prigionieri russi, gli zingari, gli omosessuali, gli antifascisti di ogni nazionalità o religione, i nostri soldati, Mafalda di Savoia, la figlia di Nenni, stavano lì in vacanza ? “ (gesto con l’indice per indicare un punto lontano). 

 

Se sono addolorata? Certo che lo sono,  (breve pausa , poi come se fosse straziata) perché ho una atroce ferita che sanguina ancora- nello stesso modo in cui mi sanguinava il cuore per (tentenna il capo addolorata)… per la perdita del mio bambino per un aborto spontaneo-… è…è…per la morte dell’uomo che amavo... il mio Alex.  

Voi pensate veramente che non sia stato assassinato? No! Lo fu! Coi colonnelli, in Grecia, tutto era possibile- allora…(pensosa) Egli fu un vero socialista, un puro, amava il suo popolo… e, insomma, forse fu anche un po’ comunista… ma era, sicuramente, per la libertà e la democrazia. (scuotendosi) 

Fine del kommos personale. 

 

Volete sapere quale fu il mio più grande rammarico professionale? Ebbene, ve lo dico: Quello di non aver sputato in faccia ad Arafat per le sberciate salivose interviste; e preso a sberle Khomeini per quel matrimonio che mi fu imposto – a causa della loro assurda legge religiosa.

(pausa) Il dolore… la rabbia…E non per le vicissitudini di giornalista, d’inviata di guerra – e lì rischiai, più volte, anche di morire-… ma mi incupisco per gli insulti e il sarcasmo degli ominicchi (BP)- come li definì Sciascia. 

Mi incupisco? Si, certo, mi incupisco anche per i commenti, sui miei scritti, che fecero alcune persone considerate serie- i quali non capirono – si, non capirono – non capirono le mie parole, il mio grido! 

Mi incupisco… perchè il male che mi tormenta, è sempre la conseguenza di quei miei scritti. (lunga pausa, come se non volesse continuare il discorso)… ma lo sapete che certuni si spinsero financo a “tifare per il cancro, perchè mi rodesse”. 

 

Già il cancro o meglio l’Alieno… voi pensate che mi affliggesse? No! sono stata io che ho afflitto lui, perché mi rifiutai di cedergli. 

Ma dopo…dopo l’11 settembre… dopo l’11 settembre… volontariamente (scandito) smisi di curarmi, di fare accertamenti, mi rifiutai d’ingerire medicinali, di sottopormi a tutte quelle dolorose terapie per sopravvivere.  Mi rifiutai! Sì. Perché? Ma per l’impellente bisogno di comunicare il mio dolore, e di scrivere, di scrivere …di scrivere… (come se volteggiasse in aria) di scrivere… prima il lungo articolo “ La Rabbia e l’Orgoglio”, causa della montagna di “sdegnose” reazioni- per non dire calunnie e fango! Poi la stesura del libro  “ La Forza della Ragione”, che non ebbe effetti immediati, sperati. (con gravità)

E l’Alieno si sfregò le mani e impazzì di gioia… e prese il sopravvento.  

Sì, l’Alieno- come ho sempre chiamato quella specie di drago… Oh, ma, ora, non mi curo più del mostro, o dei miei detrattori -poveri meschini…no, macchè…(si raccoglie in se stessa, poi con dolore):

 

Perdonatemi, sono stanca… adesso, adesso, dopo quest’afflato di catarsi, mi preme che qualcuno, lassù, faccia sapere, al mio Alex -  ovunque si trovi-  che… presto, molto presto, lo raggiungerò!-

 

 

Le luci calano, così come la musica, mentre Oriana rimane impassibile al centro della scena. Quindi buio. Fine.

 

 

NdA: Il presente testo è opera della fantasia dell’autore, che- libero da ogni ideologia- nella stesura del testo, per alcune battute di Oriana, ha attinto dagli organi d’informazione.  

 

 

 

                                          

 

                                  

                                          

 

                                                 IL  CAPOCOMICO  

 

Il Capocomico ero io: Carmelo Caracciolo.

Ma vallo a far capire a tutti i componenti della mia Compagnia Teatrale Amatoriale:

Primo, perchè vi faceva parte anche mia moglie; secondo, perchè non li pagavo; terzo, quando m'innervosivo, balbettavo.

Capocomico, - nella vecchia accezione del termine, - impresario-direttore-attore - per me significava il teatro stesso, cioè lo scopo della mia vita. Di tutta la mia vita. Vedete, la mia scuola teatrale, furono le tavole del palcoscenico dei teatrini di periferia; le gloriose compagnie dialettali; i testi di Martoglio e degli autori minori; e poi, tutte le parti possibili e immaginabili che interpretai, in vent'anni di attività, e tutte le difficoltà che conobbi, e ...la faccia di bronzo che mi ritrovai. Ora, finalmente, con una compagnia tutta mia, dissi,- quando la fondai,- sarà un'altra cosa: Farò vera arte, con l'A maiuscola.

Dicevo, qualche anno dopo: la prossima stagione, accada ciò che deve accadere, ma immancabilmente, cambio tutto il repertorio.

Dicevo qualche anno fa : è necessario crescere, rinnovarsi. 

Dicevo, dicevo...- ma che dicevo? Pazzoide: perchè se non mi allineavo con l'andazzo del sistema, e con i gusti del mio pubblico, per me era la fine: niente abbonati e niente quattrini per campare.

Campare, sissignore! Io ci vivevo col teatro: L'abbonato era Dio!

E dicevo, dicevo così per dire... 

Dicevo: Domani prova generale, tutti puntuali, per favore. 

E l'unico puntuale, come la morte, era...l'autore della commedia che stavo provando (mi portò'-in dote –duecento abbonati): sempre presente in sala, come una malanova, seduto in prima fila, con la sua stramaledetta memoria, che non mi concedeva alcuno spazio al soggetto, all'improvvisazione, con

quella vocina chioccia: - Scusi, maestro, sa, ma nel testo non è così...

E l'attor giovane, seppur già quarantenne, che arrivava in ritardo per sua costituzione, forma mentale e...bestialità; e la prima attrice, che si presentava col musone, perchè l'attor giovane, l'uomo suo, l'aveva forse tradita; con l'attrice giovane, la quale si lamentava del pizzicotto ricevuto nel sedere da parte dell'attor vecchio; il quale faceva le sue rimostranze per il carattere troppo piccolo con cui il suo nome era stato inserito in locandina; insieme all'aiuto regista, giovane istruito con due lauree,

che voleva il suo nome scritto vicino al mio; e con lo...scemografo, che lo voleva fra gli artisti e non

fra i tecnici; e mia moglie che mi assillava con la gelosia: 

- Tu, a quella ragazzina, le prove in privato,- da soli,- non le fai...

E c'era da pagare l'affitto del teatro, e non c'erano mai i quattrini; e quell'usuraio del gestore, si metteva al botteghino e sequestrava l'incasso della prevendita. E il comprimario che si scopre, quella sera, la febbre a quaranta; e ancora l'aiuto, che mi parla di Piscator, di Breckt e del metodo Stanislaskyj...

E la prova generale che va a "schifiu"!  -

Maestro, -chiedeva il giovane collaboratore, mogio mogio - e' andata male, vero?-

E si, figliolo, e' andata male. Ma, si dice, prova generale da schifo, successo assicurato.

Vedrai domani, mio caro. Domani, su quelle poltrone vuote ci saranno duecento anime vive, che con i loro fiati e con i battiti dei loro cuori, ci daranno quell'immensa sacra forza che ci permetterà di far vivere, in scena, tutti i vari personaggi della commedia. Personaggi ai quali, - si - prestiamo i nostri corpi, ma in più, per buon peso, regaliamo le nostre anime. Ecco, vedrai, domani,- col pubblico in sala,- tutta la nostra apprensione, tutta la fatica, come per magia, di colpo svanirà.

Era giovane l'aiuto regista, che dovevo fare?

 

 

 

                                             IL  COMANDANTE

 

 

" Colonnello Vincenzo Cataudella, dimissionario a domanda. 

E già la motivazione stessa lascia supporre che ci siano fatti e antefatti di una certa gravità.

E ve ne furono, perdiana, e anche molti. Li elenco? Non è' necessario, perchè spero che vi accontentiate di conoscerne qualcuno di questi fatti, - a caso. 

Ecco il primo: Maimone, la mia spina nel cuore!

Quello, onestamente, fu il primo fatto grave che mi si presentò, durante la mia già decennale carriera militare. Ero Capitano, comandavo una compagnia di fucilieri; ero in avanzamento, avevo già superato gli esami per Maggiore; e sarebbe bastato un nonnulla, - un piccolo infortunio anche colposo - per farmi saltare la promozione. Voi non sapete com'è severa la Commissione d'Avanzamento.

E Maimone rappresentava un caso. Gli anziani lo avevano preso di mira...io tentavo di ammorbidire i fatti... li giudicavo gesta da ragazzi esuberanti, goliardici...cercavo di minimizzare. Ma, quel grande pezzo d'uomo, ma fragile come una donnetta, non ce la fece più, e si va a sparare. E la mia promozione? In fumo! se non fosse intervenuto il Comandante di reparto a mitigare il caso, per farlo ridurre benevolmente e declassare a semplice incidente sul servizio. Ma mi costò cara questa protezione, - in seguito...

Secondo fatto: promosso finalmente Maggiore, con un compito amministrativo importante, fui costretto a chiudere gli occhi su tante piccole irregolarità: prima formali oppure di necessità…”sa, le esigenze particolari del Reparto”; ma poi...ed entrai nel vortice che io definivo allucinante: corruzione!

Nella mia segreteria, si diceva in gergo: bisognava bussare coi piedi. Nei miei uffici sottoposti, si usava l'arma del " do ut des". E il Capo... il capo...insomma trattava direttamente con i fornitori, mi scavalcava, mi usava come un burattino. 

Basta, mi vergogno!

Poi divenni io Comandante e non ebbi il coraggio di porre tutto l'operato del Reparto nella più stretta legalità. 

Clara... Clara, mia moglie, mi ossessionava: 

- “Se non segui l'andazzo, a te Generale non ti ci faranno! E cosa ci guadagni? ti daranno una medaglia? No! ti metteranno sotto inchiesta, perchè scaveranno e troveranno certamente certe piccole tue manchevolezze, magari del passato, commesse anche in buona fede- si capisce- per il buon andamento del Reparto; magari qualche mancato controllo, qualche omissione, qualche piccolo abuso, insomma, qualcosa la troveranno! E i magistrati non vanno molto per il sottile. Ti rovineresti con le tue stesse mani”!-

E un giorno si ripetè "l'incidente".

Questa volta fu un fante, durante il servizio di guardia. Feci fare immediatamente una discreta e rigorosa indagine dal mio Aiutante. Ora, il caso volle, che in quei stessi giorni, andassi a sottopormi a certi controlli presso il Reparto d'urologia oncologica dell'ospedale cittadino: Insomma, parlando chiaramente, il medico militare sospettava un tumore alla prostata, per farla breve. E lì incontrai Borruso, - il dottore Saint-Just -  fuciliere e infermiere della mia Compagnia, vent'anni fa, nonchè amico del povero Maimone -, ed ora Professore e Direttore di quel Reparto,- e oncologo di fama.

E parlammo di Borruso. 

E capii.

E cambiai.

E decisi.

Tre giorni dopo feci inviare il rapporto dell'Aiutante, alla Magistratura e mi dimisi.

E Clara?

Clara starnazzò, strillò, mi lasciò e poi ritornò."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          IL  DIRETTORE  ARTISTICO

 

                                         

Voi ditemi se è giusto che un Direttore Artistico sia messo in soggezione dal pianista della sua compagnia. Dal pianista, avete capito bene. Il pianista, che in una compagnia di prosa, vale quanto il due di coppe, se la briscola è a spade. E questo perchè? Perchè io sono burbero, irascibile, ma...buono; e lui è di un'ironia, ma di un'ironia, che mi verrebbe voglia... se non fosse bravo... di mandarlo a quel paese - dieci volte al giorno, ecco. Bravo perchè? Perchè, da vero artista, riesce a scoprire un

talento, - quando mi aiuta a fare le audizioni per lo spettacolo da inscenare, con una facilità tale che, prima che io capisca, lui lo ha già capito, riconosciuto e... sorriso al talento. E quel sorriso, che mi fa imbestialire.

Io vorrei fare la "parte" del Direttore importante, che pensa e pondera; che sente e risente un pezzo; che discute un'intonazione, che fa ripetere una battuta, che... che.. E lui, con quel sorriso, mi smonta perchè m'ha semplicemente detto: -Ah scemo, ma non vedi che stai perdendo tempo? Questo ragazzo ci sa fare.-

Ed io vado in collera, e lui, sorridendo all'aspirante collaboratore, sembra che voglia dire:- Non dargli retta amico, è tutta scena, tanto lo ha già capito anche lui che sei bravo - e ti prenderà.-

Ma io non gliela do per vinta così facilmente. Infatti, a fine audizione, pensieroso, dico: passi in segreteria e lasci il suo indirizzo, ci faremo sentire noi. 

E, cari miei, l'ultima parola la voglio io!

E continuiamo con i provini.

Allora? Fate entrare il prossimo.

Ah, è l'ultimo? bene, fai passare. E con la pazienza di Giobbe, mi sorbii tutta la filastrocca di Evtusenko: "Vorrei"-  recitata da cane, da un giovanotto tutto ossa. 

Fine audizioni.

Grazie, potete andare, ci vediamo stasera per le prove. Stavo riordinando i miei appunti, ed ecco che, come un’apparizione, salgono in scena due tipi: un uomo sui cinquant'anni e una giovane sui venti.

L'uomo mi dice: - Signore, siamo due dei famosi “Sei personaggi in cerca d'autore”, e siamo pronti per la rappresentazione.-

Rappresentazione? - Dico sbalordito - Ma che genere di rappresentazione?- 

Dei Sei personaggi, signore.-  

Dei Sei personaggi? Dove? qui? - ma quando? - e come? – Ma chi l'ha detto?- Poi, con un sorriso da scemo: - Ma se siete solo due?-

E' vero siamo solo due: io, il padre; lei, la figliastra; ma ci siete anche voi, signore: il capocomico.-

Solo due? ma quando mai, che dite? Tre con me? E' pazzesco! Ed io che vi sto ancora a  sentire...Eppoi, per curiosità e gli altri?  dove sono gli altri personaggi?-

Eh, quello è un mistero che ci addolora, signore. In confidenza, signore, sembra che un autore sconosciuto, abbia rielaborato la commedia da tre atti, ad atto unico; riducendo tutti i personaggi previsti, a soli tre: io, lei e voi, signore; e, pare, che in meno di un'ora, la si possa rappresentare. Altro non sappiamo, signore. Ed eccoci qui, signore, noi siamo pronti…

...per la scena da Madama Pace... - disse la ragazza

…quando volete, possiamo iniziare...- concluse l'uomo.

E io, visto che il pianista era già andato via, mi trovai a sciogliere il dilemma da solo:

Ero pazzo o, a pranzo, avevo bevuto troppo?"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                   IL  PARROCO

 

                                                   

 

" E poi dicono: predicate, seminate, curate anime, fate proseliti... Mbè, che posso 

dirvi? è vero, non è vero, si può fare, non si può fare. Bisogna vedere...

Ma forse, parlo così perché sono ormai un povero vecchio prete scoraggiato, e forse forse, anche con poca fede... 

Sono il parroco di San Crispino. Che compito gravoso che mi presi, - Beddamatri.

Ma io lo affrontai con decisione: Ero un giovane prete e mi fu assegnata una parrocchia ad alto rischio criminale. Eh, criminale, si fa presto a dirlo. All'inizio lo credevo anch'io, poi mi accorsi che di criminale c'erano solo i pescicani e i politici fascisti. I miei parrocchiani erano poveracci, come me, che cercavano di sbarcare il lunario, commettendo piccole trasgressioni, furtarelli, contrabbandando sigarette. Insomma reati insignificanti per la società e per il popolo sovrano. Non per le autorità.- 

E no! che dite? il contrabbando? ma è illegale, è proibito, è dannoso per l'erario. – 

Ah, dannoso per l'erario? e perchè? perchè non vi da' l'esclusiva di ingrassarvi sui viziosi del fumo, sulla loro salute? 

E, ditemi, a quanto ammonta il danno? a icsi? Bene. 

E ditemi ancora, quanto spendete per reprimerlo? Ah, icsi più uno? Bene.

E, abbiate la bontà, ditemi ancora: se gli intrallazzisti "criminali", non intrallazzano più, voi gli darete un lavoro "onesto" per campare le loro famiglie? curerete i loro ammalati? provvederete agli studi dei loro ragazzini?  

Si? - ah No? – 

Ah, non è possibile? E allora andate...  in grazia di Dio, e non scocciateci più! 

Si, c'era anche qualche malandrino, qualche balordo, qualche scansafatica, l'ammetto, ma erano minoranza, e facevano più fumo che arrosto.

 Dicevo – allora.

Embhè, adesso, dopo quarant'anni di parrocchia, non lo dico più.

Intendiamoci, non rinnego nulla: i miei parrocchiani, per la maggior parte erano e rimangono brave persone. Qualcheduno - insomma più d'uno,- buono, ma disonesto - almeno in senso lato.

Ne vidi crescere ragazzini: Buoni figli fino a dodici, tredici anni, e poi, praticando chi non dovevano praticare, prendere la cattiva strada. Ma era tutto per un modo diverso di pensare, di agire, inculcato nelle loro zucche, da brutti tempi remoti, da avi angariati, da nonni beffati, da genitori scettici.

Io, povero prete, le tentai tutte: preghiere, mediazioni, opere buone, raccomandazioni, ramanzine, sfuriate... anche sassate - una volta.

 E, finalmente, nella vecchiaia, ebbi la soddisfazione di  credere che ero nel vero e nel giusto:-quei ragazzi, messi in un ambiente diverso, decoroso, sano, avrebbero dato tutti buoni frutti. -

L'esempio? Totuccio Parrineddu. Egli andò via, in un altro ambiente, in un altro mondo, e diventò qualcuno: un grande giornalista internazionale e un grandissimo scrittore. Calo? Calo, si, ma di poco. 

Poi…poi ...ah la droga, che tutto capovolse."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           IL  PERSONAGGIO

 

Improvvisamente si presentò e disse: - Permettete una parola?-

Accomodatevi signor...- risposi quasi balbettando – cosa posso fare per voi? - dissi restando con la  bocca semiaperta. cercando di nascondere il turbamento per la strana e inaspettata visita, e intanto, disperatamente, tentavo di ricordare chi era costui e dove l'avevo conosciuto.

Certamente e ve lo dico subito, in due parole: Voi scrivete. Scrivete storie vere e false, ingarbugliate il presente col futuro. Il vicino e il lontano che cosa sono per voi? niente! Voi siete un grande crogiolo che bolle, bolle, bolle e, ogni tanto, rigurgita qualcosa.

Poi ribolle, ribolle e ancora ribolle...ribolleeeh,  rigulgidaaaeeh... ma quello che avete rigurgitato, non v'appartiene più. Perchè, rapprendendosi, assume forma, diventa vivo, e va` per proprie vie: Diventa di tutti, si universalizza...dunque, in uno dei vostri, come dire?... ribollimenti, casualmente,  beninteso, mi avete rigurgitato. Ho preso, quindi, forma e sembianze, in attesa di diventare qualcuno. Ma ho aspettato pazientemente le vostre decisioni, inutilmente, perchè, voi, vi siete dimenticato di me! Sissignore, vi siete dimenticato. Allora mi son detto: Che faccio? Qui bisogna fare qualcosa. Ma che cosa?  Vado a trovarlo, ho pensato. Ed eccomi qua! Adesso, con tutto il rispetto che ho per voi, vi domando: che facciamo ora? Esisto o non esisto? Sono senza un nome; non so` cosa fare, dove vivere, perchè vivere, con chi vivere. Non so` come morire! Sono senza passato nè futuro. Ma infine, saperlo, è pur un mio diritto, spero? Bene, ecco perchè sono venuto da voi: Fatemi il piacere di dirmi chi sono!-

Dissi timidamente: - Io non ricordo nulla di voi. forse vi ha... ideato un altro?-

E no troppo comodo cosi`! Prima mi tirate fuori, mi date forma e vita, poi vi dimenticato di me, e quando vi dico: Mbeh? che facciamo? voi vi scrollate le spalle e girate la domanda ad un altro Pinco Pallino. Assai comodo, se mi permettete. Non ci siamo, caro il mio autore, non ci siamo. Voi non potete rifiutare la responsabilità` di una vostra attiva partecipazione al mio concepimento.

Ma discutiamone un po’: Dunque, voi dite di non ricordarvi di me. Bene. Allora mi dite, per piacere cosa fate quando scrivete una storia? Di grazia, per caso giocate a briscola pazza? il vostro cervello segue le carte e cerca il compagno, mentre la vostra mano, a vostra comoda insaputa, verga fatti e inventa personaggi? Ma siamo seri, perbacco

Voi sareste un mio personaggio, giusto? Bene, allora, se vi ho ideato, vi avrò senz'altro messo dentro una storia. Vi avrò dato un'esistenza, un'avventura, uno scopo e, forse anche una morte. Dunque, vi consiglio di pensarci meglio. Cercate nei vostri ricordi e, vi piaccia o no, tornatevene poi alla vostra storia. Li`, sicuramente, troverete tutte le risposte alle vostre numerosissime domande . E, per favore, niente contestazioni.Iio non sono mai in mala fede. Scrivo senza malizia e senza favoritismi. Prendetevi dunque il vostro destino e statemi bene, signor personaggio.

- Ma allora siete duro di comprendonio - disse quello quasi spazientito - Non capite, o non volete capire? Voi mi avete rigurgitato - e poi dimenticato.

Vi ripeto: Sono un personaggio senza una storia; sono uno che non esiste, pur esistendo; sono meno che nessuno, sono irrealizzato.- quindi emettendo un gran sospiro, continuò- Allora, per quanto detto, mio caro autore, mi dovete una riparazione. Si, certo, una riparazione, perchè m'avete fatto tanto di torto! E lo state aggravando. Sissignore, con le vostre risposte, state aggravando la situazione. Quindi, per tagliar corto, gentilmente, fatevi venire un'idea, una storia, un fatto, inventate una scena, rimpolpate un ricordo, stuzzicate la fantasia, ma, per carità, datemi un posto dove stare, un tempo dove vivere

E` una parola! - mi lasciai sfuggire -  Ma cosa credete - ripresi con un tono più confidenziale, ma ironico nello stesso tempo - Cosa credete che ho la bacchetta magica? Ole`, ecco a voi un personaggio, un fatto, anzi, scusate, una storia. Volete che ve la incarti? Ah signor coso-

Ecco, l'avete detto! Signor Coso avete detto. E l'avete detto pure con la lettera minuscola, l'avete detto. Io sarei, dunque, un signor Coso; cioè, come dire, uno che se c'è, o non cè`, non fa differenza. In altri termini uno che non conta, che non è nessuno. Bene. Bella schifezza! Ma che bella schifezza. Ma come? Ma come?  con tanti autori, anche più bravi di voi, se vogliamo, proprio in voi dovevo incappare?...  Signor Coso... Ma signor coso sarete proprio voi, caro il mio...  autore. Certamente, lo sarete proprio voi che non sapete incasellare una vostra creatura nel posto giusto, lasciandola allo sbando! Ma con quale diritto vi comportate cosi`? chi vi da` l'autorità? qual è  la vostra etica.

Ehi, ehi, non esageriamo,- dissi assumendo l'aria del capo ufficio, che vuole liquidare un dipendente scocciante, o un altro che ha tanta, ma tanta ragione - calmatevi. A voi,

piuttosto, chi vi da` il diritto di giudicarmi? – Conclusi trionfalmente.

La mia stessa esistenza! Ecco chi mi da la mia esistenza, la forza disperata d'essere, e l'Arte. L'Arte, sissignore. Quell'arte che non si posa su tutti, indiscriminatamente; ma che sceglie un uomo, se lo cova, lo analizza, la vaglia, e se lo trova di suo gradimento, lo tormenta, lo esalta, lo sublimizza e si insinua in lui - ed ecco il capolavoro - quindi, unendosi alla sua intelligenza, alla cultura, alla fantasia, in una perfetta osmosi, lo destina alla creazione: Nasce l'Autore! Quell'uomo fortunato non e` più un uomo libero di seguire i propri intendimenti, prescindendo dall'Arte. Non può muoversi al di fuori di essa, o in disaccordo con essa, ma deve camminare in armonia con i valori che l'Arte stessa proietta nell' Eternità. Uno di questi valori e` il rispetto per il prossimo. Ed io sono il vostro prossimo, caro il mio autore, quindi mi dovete rispetto e considerazione. Allora, per questi motivi, vi prego ancora una volta: Datemi il mio destino!-

Mi avete convinto, ma capirete, penso che così, su due piedi… non posso inventare una storia adatta per voi... Quel bagliore che voi chiamate Arte, e che per me, credo sia solo intuito e fantasia, non è sempre disponibile alla mia chiamata; e seppure arriva, è mescolato, a volte, a mille e mille idee, immagini, situazione, spesso imbrogliate e contraddittorie. Vai a capire qual è quella giusta, quella che si materializza, che si concretizza in una storia. 

Però avete ragione! Perbacco, certo, avete ragione, avete diritto ad una storia, vi debbo una storia. 

Ecco, da come vi esprimete, e da come vestite, io vi penserei, chessoio, vediamo, ecco: professore, o impiegato di concetto, forse anche professionista. Voi che ne dite?-

Vada per il professore.

Bene, molto bene: professore. Siete professore. Di storia, va bene?-

Benissimo. Continuate.-

Allora, Professore di storia ... senza farmi difficoltà… se vi accontenterete… spero…-

Lo ammetto! Sono incerto, però cercate di capirmi: Sono un personaggio, e mi si offre la possibilità di scegliere la mia vita, non credete che sia ragionevole, quindi, sceglierla come meglio e più mi aggrada? Pensate a voi uomini: chi può dire d'essere artefice della propria esistenza? chi può ipotecare il proprio futuro? Nessuno! Solo qualche sciocco oserà dire: Questa sarà la mia vita...Ma lo sciocco non sa` , forse neanche pensa. Col vostro permesso, io posso scegliere, allora scelgo!-

Per caso non insegnate pure filosofia?-

Voi che ne dite?- 

Potrebbe essere. 

Ecco, sto iniziando un nuovo romanzo. Voi, in questa storia , potreste essere professore di storia e filosofia- e fruscagghiaru.-

Fruscagghiaru? E cosa significa?-

E` un termine dialettale. Deriva da fruscagghi: trucioli di legno prodotti dalle segherie, che per il popolo sarebbero buoni solo per fare fumo....insomma colui che non offre niente di concreto, ma solamente idee, quindi fumo; e, nel caso specifico, per indicare un uomo amante della libertà, della giustizia, idealista, sognatore, filosofo, un po’ poeta... Più o meno.-

Non sarà un illuso?-

Potrebbe essere…-

Rischio!  Mi sta bene, accetto!-

Eccovi accontentato: Ma attento, combatterete contro la mafia…-

Mi sta benissimo, tanto io non ho nulla da perdere…voi piuttosto…-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                    IL  SOLDATO  FUCILIERE

 

 

Soldato fuciliere di leva Maimone, comandi!

Così m'avevano insegnato e così risposi al Comandante, quando fui al suo cospetto. Battei anche i tacchi! Lui mi ascoltò attento e silenzioso, poi mi disse:

- Dimmi chi è stato!- 

Signor Comandante - risposi - ma io non lo so mica.- 

- E allora che cosa sei venuto a fare qui da me? Vuoi che punisca i tuoi molestatori? ebbene, fuori i loro nomi!-

I loro nomi, e come potevo dire chi erano i miei molestatori: erano tutti e nessuno; nessuno e tutti: Erano i nonni! Da quando arrivai in quel Reparto, non ebbi più pace. Approfittando del mio carattere accondiscendente, della mia bonarietà, del mio fare contadino, me ne fecero di tutti i colori.

Era lo scotto che dovevamo pagare noi reclute, dicevano tutti. E allora pazienza, finirà, si stancheranno.

Macchè! 

Poi mi dissero che dovevo baciare la stecca del capostecca. E va bene, baciamola, basta che la finiamo.

E accettai. Ma quella famosa stecca del capostecca, quella volta, era un membro dritto e arrapato! e io dissi: fattelo baciare da tua sorella e tentai di prendere alla gola quel porco d'un nonno! Mi saltarono addosso e me ne dettero tante di quelle botte...- per separarci, - poi dissero... E li sopportai. Sopportai anche quelli! E sopportai tutte le notti, le vessazioni dei nonni: decilitri di acqua, che mi versavano addosso intanto che dormivo. Poi, visto che non reagivo, una notte mi annegarono con nafta

e liquami. Madonna! Con quella sporcizia addosso mi sembrò che il mondo mi crollasse sopra: ma che sono belve? Borruso, laureato in medicina, il mio solo amico in tutta la caserma, mi disse: mettiti a rapporto col Comandante del Reparto e raccontagli tutto, falla finita. E, ma anche quello - come aveva già detto l'altro - voleva i nomi, ed io, onestamente, quando dormivo non avevo gli occhi aperti per riconoscere l'aggressore... e, insomma...non feci neanche il nome del capostecca. Per giuramento prestato. 

Poi, quella stessa notte, per punirmi d'essermi messo a rapporto, in dodici, tentarono di sodomizzarmi! Forse ci riuscirono, non so, non ricordo bene. Ricordo benissimo, però, il moschetto che tenevo in mano, la notte seguente, mentre ero di guardia alle Riservette; ricordo che piansi; ricordo che me lo puntai allo stomaco;

ricordo che sparai!"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                        IMPOTENTIA  COEUNDI 

 

 

" Appena laureato in medicina, mi chiamarono alle armi. Partii in qualità di soldato semplice, fuciliere, addetto all'infermeria.

Ma ciò non mi esentava dal fare la tanto invisa e odiata famosa corvè: tre uomini, carrettino e ramazze. La mia squadra comprendeva un omaccione buono come il pane, Maimone, col quale diventammo subito amici. Quando ci assegnavano lavori faticosi, lui mi diceva: Borruso tu sei dottore, hai le mani delicate. Tu con quelle devi operare le persone e salvarle, non smassare il campo. Tieni la scopa, spazza il vialetto, a questi massi ci pensa il sottoscritto, contadino nato e cresciuto con i calli nelle mani.

E che pena mi fece quando fu preso di mira dai nonni. Fui io, il primo fra tutte le reclute, a mettermi a rapporto col Comandante di compagnia, per denunciare quei fatti, o meglio, misfatti.

Il Comandante mi rispose: Tu sei medico, hai fatto l'Università, quindi conosci gli scherzi goliardici. Ora quelli degli anziani sono scherzi quasi goliardici,- più rozzi, forse,- ma sempre scherzi,- d'accettare come retaggio, da tramandare da anziano a recluta. Ma se non li accetti e sei disposto, fuori i nomi dei... molestatori... E va bene, anche un bambino avrebbe capito il messaggio. E Maimone, che andò dal Comandante di Reparto, dietro mio consiglio, - data la gravità degli "scherzi" pesantissimi che subiva da più di un mese,- quell'altro disse le stesse cose.

Poi, quando, esasperato, si uccise, affermarono, tutti e due gli ufficiali, che era stato un incidente.

Ma io gridai loro che non fu incidente. E denunciai anche il grave ritardo dei soccorsi. Dissi a tutti e a nessuno: Maimone è morto dissanguato perchè è stato soccorso quattro ore dopo il fatto. E solo perchè qualcuno si degnò di dargli il cambio alle Riservette. E fu portato in ospedale solo perchè io mi presi la responsabilità, in assenza del medico di guardia, e con la mia macchina privata, guidando io stesso! Male, mi dissero, i feriti vanno trasportati con l'autoambulanza d'ordinanza. E fatevi fottere voi e l'ambulanza d'ordinanza, che quella notte era pure guasta! 

Dopo vent'anni,  io, professore urologo oncologo, e quel capitano, ora colonnello, ci incontrammo al mio Reparto, dove questi era venuto per un sospetto tumore alla prostata.

E così ci rivedemmo.

E ci riconoscemmo.

E lo trattai con durezza!

Ma si, non aveva nulla: Impotentia coeundi, era il nome scientifico dei suoi disturbi. Ma poi parlammo; dei fatti passati; parlammo del suo nuovo incarico, ma soprattutto del mio lavoro, del mio reparto, che volle, poi, visitare; e dove conobbe la vera sofferenza umana.

E conobbe, anche una donna anziana, ammalata terminale: la signora Maimone, la madre - indovinate di chi? 

Quando gli detti il referto, lo accolse con profondo silenzio, mi salutò con gli occhi bassi e se ne andò via con passo malfermo, insicuro. 

Seppi, in seguito, che tre giorni dopo, dette le dimissioni dall'Esercito!"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                            IO  E  LA  MONTAGNA

   

                                                           

 

“ Io fui chiaro nel parlare!

A chi? Alla Montagna! Naturalmente.

Io feci patti avanti e amicizia lunga. Ed io -io -i patti li mantengo!

Fu lei che ...

Ma, scusatemi, ancora non mi sono presentato: Cav. Salvatore Occhipinti, archivista capo a riposo.

A riposo, sissignore, dopo quarant'anni d’ininterrotto e onorato servizio all'archivio del Catasto.

A riposo...  ma quale riposo, che se ci penso... Vedete, quando andai in pensione, con la liquidazione mi comprai un po' di terreno - malanova a me - sulle pendici dell'Etna, e lì, mi ci costruii una casetta, un delizio, una cosina piccina, bellina, all'aria aperta, tra i castagni, - doveva ricompensarmi di tutti i duecentoventottomila giorni trascorsi in un buco d'ufficio, polveroso e con la puzza di muffa, estate ed inverno.- E fu quella volta che le parlai chiaro. Dissi:

- Montagna mia - proprio così la chiamai a quell'infame! - io mi sto costruendo questa casetta sulla tua pelle, e, penso che tu non ne sarai contenta. Certo a chi farebbe piacere, che il primo che arriva, gli viene a fare il solletico sulla crosta, la infastidisce, la imbruttisce.

E si capisce.

Si spiana, si livella, si tagliano alberi, se ne piantano altri, insomma si muta, leggermente, la vecchia natura, con la presunzione di farne un'altra, - illusi!

Ma che vuoi?  che possiamo farci?  facciamo tutti così. E sai perchè perché  sei bella, la tua aria è buona, la tua terra è fertile, il panorama  è bellissimo, d'estate su da te, fa fresco. Insomma, per noi vale la pena rischiare di farti qualche piccolo dispettuccio veniale. Eh, via, penso dopotutto, che un po' di compagnia non debba dispiacerti poi tanto.

Oh, ma se tu non sei d'accordo, per conto mio, non hai che da dirmelo: Io smonto tutto e via. E chi s'è visto, s'è visto. Solo dammi un segnale: una piccola scrollatina e, - amici come prima.-

E lei, nisba, non risponde, non dette segni di vita.

Allora, siccome chi tace acconsente, mi costruii la mia casetta.

Manco passò un anno e - spaccau a muntagna, sentii gridare - il che significava, che quella cosa fitusa si era svegliata e aveva incominciato a vomitare come una donna incinta.- E pure bassa spaccò- Vomitando senza tregua, lava e ancora lava. E, come se non bastasse, inventò, quella volta, la tattica dell'eruzione bestia: Ma ve lo figurate?  una colata lavica che zigzaga secondo l'estro, con compiacimento, con voluttà, capricciosamente? Oggi m'ammucco il podere do zu Vitu, domani stocco a destra e mi mangio la vigna di don Coscimu; poi, prendo a sinistra e mi abbrustolisco il pometo di don Angelinu, quindi, nello stesso giorno, con una virata di quaranta gradi, vado a depositarmi nella masseria del cavaliere Caudullo. 

Vaga così, per giorni, come una fanciulla dispettosa, come se nessuno le avesse mai spiegato che esistono le leggi di  gravità; e che se scende, deve scendere nei pendii, possibilmente nei canaloni.

Spiegato a quella?  Ma chi? quando mai! e perchè? Cosa fitusa! E un giorno, non  punta, dritta dritta, sulla mia casetta? Ehi!  Come?  - dico io? - e i patti? Come quali patti! Ma allora sei carogna e senza parola! Ma cosa credi? Ma insomma, non mi conosci proprio proprio. Ma non sai chi sono io?

Ma informati in giro, vedi che ti dicono di me, - dello zu Turiddu Occhipinti.

Domandalo ai Marosi di Ognina, all'alluvione di Aquicella, al sole cocente della Piana, - chiedi loro chi sono io! Ah, non tremi?

E allora t'aggiusto io!

E mi feci erigere, con una ruspa, rapidamente, un bastione di massi alto tre metri, davanti alla mia casetta, e aspettai da lassù', il suo vomito, con la doppietta in mano. E quando giunse, rosso come la brace, feci fuoco senza pietà. E si fermò!

 Diciamola tutta: se la fece addosso! 

Mi circondò, si raffreddò, si rapprese e rimase lì, a guardia della mia casetta. Io l'avevo avvisata.

E' giusto?"

 

                                                 

 

                                               VIVERE  E  CAMPARE

 

 

 

Personaggi:

 

Turi……………………………………………….ricoverato in corsia

 

Avvocato………………………………………..            “               “

 

 

Trama: Un ricoverato in ospedale, legge un giornale, trova un articolo che non  condivide e coinvolge il suo compagno di corsia ad un colloquio surreale. 

 

Turi - Le denunzie per stupro, anche a distanza di molti anni, ecc. ecc. (Segnalando un articolo all’avvocato, quasi tra se)  Dategli corda che quelle t’impiccano.- 

Avvocato – Scusi… non la seguivo…-

Turi – Guardi…questa qui come t’ha ridotto il marito: Uno schiavo! Perdinci!-

Avv.- Capita…-

Turi – Macchè, macchè. Era emancipata… Avvocato, in confidenza, la donna deve stare in casa. Quello è il suo legittimo posto e lì deve svolgere il suo compito naturale. E qual è questo compito ? È il servizio verso il suo uomo, caro avvocato. Vuole un esempio? Esempio: Mia madre, quando mio padre tornava dal lavoro, lo faceva sedere sulla poltroncina migliore, gli toglieva i calzini, gli  lavava i piedi, gli portava la pipa e gli preparava la cena. E mio padre si sentiva un pascià. E che volete che un uomo, dopo le sue fatiche di pesante lavoro, non trovi in casa la sua “sistemazione”? Avvocato, lei cosa dice? – e senza dargli il tempo di rispondere, riprende ad esternare… la confidenza - Vede, caro avvocato, mia moglie sta in casa, è analfabeta e idiota, ed io sono un uomo felice. Felice? Macchè! felicissimo.  (pausa) Ma anch’io, in passato, feci qualche errore… come quella volta, quando andai al Nord per lavoro. Sappi! Sappi che io, attivo e intrepido, ebbi la debolezza di mandare al lavoro anche mia moglie. Ma fu pazzia di pochi giorni, perché dopo rinsavito, la rifilai in casa. (pausa) Vede, avvocato, quella, nel suo naturale elemento, è l’angelo della casa: Devota, affettuosa, disciplinata, efficiente, e, se mi posso permettere, senza offesa per nessuno, anche sensuale. Essì, il lavoro è libertà e piacere, egregio avvocato. Ma ciò si gusta di più stando in casa.-

Avv.-  Ehilà, lei dalle donne passa al lavoro, senza darmi il tempo di risponderle?-    

Turi – E che cosa vorrebbe dire? non è forse d’accordo con me? Dunque?-

Avv.-  Sorvoliamo, per adesso, sull’argomento donne … (poi tra se) Accidenti, sono di fronte al classico tipo che parla e non ascolta. Ma sono curioso di sapere qualcosa di più su questo tizio.  (poi a Turi) Ma scusi, lei che lavoro fa? –

Turi -  Io? Nessuno? Perché? ( meravigliato della domanda).

Avv.-   E come vive?- 

Turi-   Perché, per vivere bisogna lavorare?-

Avv.-   Almeno io lo credo.-

Turi-   No, caro avvocato, lei sta in un altro pianeta, glielo assicuro: per vivere bisogna contemplare e godere. Il lavoro è per campare. Vita e lavoro sono incompatibili.-

Avv.-   Ma lei ha appena detto che il lavoro è libertà e piacere.-

Turi - …  Per gli altri. Per me il lavoro è sola fatica e schiavitù.-

Avv.-   Ma scusi, e come viv... volevo dire, come fa per campare?-

Turi -   Campare? Io vivo! Vivo! Vivo, sogno, godo e contemplo. Poi, quando mi rimane un pochino di tempo libero, vado in banca e ritiro il fruttato dei Bot.-

Avv. -   Sorprendente! Lei vive di rendita.-

Turi -  Io campo con la rendita, ed è differente. E comunque è poca roba, quanto basta a mia moglie per mettere la pentola sul fuoco.-

Avv.-  Ma non ha detto che andò al Nord per lavoro? Quindi ha anche lavorato in vita sua, o mi sbaglio?- 

Turi -  Io ho detto che andai per lavoro, non ho detto che lo trovai e che lavorai. Comunque, sì, lo confesso, ho lavorato a bottega con mio padre per cinque anni, facevo il restauratore di mobili antichi, o vecchi, se preferisce. E lavoro ce n’era, sa con la mania dei pezzi d’epoca, veri o falsi. Poi mio padre, buonanima ebbe la fortuna d’andarsene all’altro mondo – presumo – ed io vendetti tutto, misi in Bot il ricavato e vissi...d’arte.-

Avv.-  Insomma fa il fannullone…-

Turi -  Ehi, avvocato, ma com’ha fatto a capirlo?-  

 

 

 

               

                                            MONOLOGO “ ADDIO BELLO” E ALTRI 

 

 

 

 

                                                                 Addio bello   

                                                 

Personaggi: uno, maschile, di età avanzata.

 

Un uomo anziano è alle prese con la incombente “ pace dei sensi”, e - con un monologo dialogo surreale, con molta ironia, su un palco vuoto, ma con luce su di lui - fa il punto della situazione.       

 

“ .… certo, sono cose che possono accadere - certamente; e a tutti, ma, sapete, dopo l’ultima cilecca mi incazzai veramente, e reclamai perentorio:  

 “ Allora, caro signore, mi vuol dire per favore, cosa sta succedendo? Perché queste ripetute defaillance? “ 

E lui serafico mi rispose:                                                                                      

“ Si calmi, si calmi. C’è la crisi… Non arrivano i rifornimenti.“                                                                                                            “Come crisi?”- gli dico scandalizzato – “ Crisi anche per questo? Che significa? E come mai non arrivano i rifornimenti?”   

E lui mi fa, annoiato:                                                                                         

“E lo chiede a me? Che ne so io? Io ho bisogno di riposo… Si rivolga ai piani superiori; là, dove fanno tutto, dove sanno tutto…mi lasci in pace, io sono tanto, ma tanto stanco…”.                                                                                     

Ed io, senza salutarlo, ma più incavolato che mai, mi recai lassù, come un fesso qualunque, per chiedere spiegazioni.

Al reparto deputato - una specie di sala macchine di un ferryboat -  chiesi  immediata udienza col direttore. 

“Che succede?” Mi disse questi. 

“ Che succede?” Gli risposi sbottando ” Succede che lì sotto le cose non funzionano bene; giù sono dei pigroni, per non dire indolenti e volutamente inefficienti e un poveraccio che fa?”- conclusi disperato. 

“ Si calmi, suvvia mi spieghi il suo caso, per favore.”  

“Mi spiego, mi spiego!” – risposi, poi calmandomi, pensai: ma, su certi argomenti diciamo delicati, come posso spiegarmi?-“ Ecco” - dissi imbarazzatissimo – “ signor direttore, dopo un mucchio di anni, proprio quando avevo finalmente convinto la mia compagna… a… a, insomma a provare quella cosa lì, come si chiama...insomma la fellatio, ecco che quel maledetto che sta di là sotto, fa le bizze… dice che è stanco di tanti anni di lavoro, che non ha più forze, che ha bisogno di riposo.  E, per chiarimenti, mi spedisce direttamente ai piani alti: da voi! Ed eccomi qua.”

Il direttore mi ascoltò attentamente, poi esaminò accuratamente la mia scheda e mi disse: 

“Caro amico, lei aveva a disposizione circa mille fellatio, ma non li ha utilizzati al  momento giusto. In seguito gliene rimasero soltanto cinquanta e, negli ultimi anni, ne ha usufruito solo di quaranta. Caro signore, si rassegni, ormai  è agli sgoccioli, il suo tempo è terminato, e i suoi rifornimenti sono finiti.”

“Come finiti? Così di botto? Senza preavviso? No, non può essere.”

 “Purtroppo si, e non posso illuderla. Vede, ” - mi disse toccando un manometro  di una strana macchina che sbuffava come un vapore– “ controlli lei stesso, la sua pressione si è esaurita, è quasi allo zero.

Ora, io non posso farci nulla, non è più competenza di questo reparto, mi spiace. Comunque vada sopra, in sala comando, chissà se lassù hanno qualche soluzione per il suo delicato caso.” - Detto ciò, mi spedì al piano superiore. Lì giunto trovai un Vegliardo chino su uno scrittoio che consultava delle cartelle. Neppure il tempo di salutare, che quello mi fa: 

“Venga avanti, giovanotto.”  Giovanotto? A me? Ma che mi prende per i fondelli, pensai. Ma quello tranquillamente, come se avesse sentito, continuò: “ E’ un modo di dire… non ci faccia caso… Vede, sto controllando i suoi dati e le debbo dire, con dispiacere,  che i signori ormoni deputati al suo organismo riproduttivo, si sono ridotti al minimo, sono quasi a zero. E, ancora purtroppo per lei, devo farle sapere che questi signori non si rigenerano più. Fine!  

Ergo, da Presidente illuminato, a titolo di magra consolazione, le propongo queste tre opzioni surrettizie: La Saggezza, la Poesia e la Contemplazione.  Ora, per lei, la Poesia è ancora sufficiente; la Contemplazione è in ascesa; ma la Saggezza è al di sotto dei livelli minimi. Pertanto si concentri sulla Saggezza  e, possibilmente, ne elevi il suo potenziale impiego. Le farà senz’altro bene” 

Restai di sasso. Pensai: Questa volta è fatta! E’ finita! Non sono più “masculu”. Respirai profondamente, poi gli dissi con voce pietosa:

” Signor Presidente, non si potrebbe fare un’eccezione?”

 Il Vegliardo mi rispose sospirando: 

“ Eh, caro amico, purtroppo con le nostre risorse non è possibile ripristinare la funzione.  Però ci sarebbe una soluzione chimica… insomma si tratterebbe di una questione personale, molto delicata, direi etica e di colore… azzurro. Se putacaso a noi arrivasse tale spinta, saremmo costretti ad ordinare ai piani bassi - ma a malincuore, beninteso - di procedere alla bisogna…”

Chimica? Azzurra? Il viagra! Pensai. Perciò gli risposi: 

“No, e che c’entra? La faccenda, se si poteva, si doveva appianare con le sole nostre forze naturali, senza aiuto dall’esterno. No, così non vale. No, no. Ma quando mai…Sa invece cosa le dico? Che accetto il suo consiglio sull'opzione saggezza. Adesso vado, scendo giù e… quel che deve succedere - succederà!” 

Il Vegliardo mi sorrise compiaciuto, poi mi porse un piccolo biglietto - sul quale aveva vergato pochi segni- sussurrandomi nel frattempo qualcosa all’orecchio:

“ lo consegni al titolare dei piani bassi, con i miei saluti.” - mi disse, stringendomi la mano.

Salutai, scesi al piano inferiore e bussai alla porta, dove una elegante targhetta diceva: <Pene - Fallo – Membro & C.>, e quando il titolare mi aprì, gli mostrai il biglietto. Lui lo prese, lo lesse, poi mi guardò interrogativamente e mi chiese: 

“Cosa significa S.S. P.P.?”

Gli risposi con aria di sufficienza:  

“Suppongo che voglia dire: Servi Solo Per Pipì.  Addio bello e… non darti più tante arie – caro signor Minchia!         

 

 

 

                                                                                                           

 

          

 

                                                         “    Caterina mia   “

 

Personaggio: Una donna sessantenne

Scena: una camera tutto fare

                   

“Bedda matri”, Caterina mia, tu mi guardi da questo ritratto - si, ma so che mi guardi anche dal cielo, ed io ti parlo col cuore in mano, come sempre, da tre anni a questa parte, da quando “ u Signuruzzu” ti ha chiamato lassù. Ascolta, ora ti racconto tutto, “ ’a  muggheri”. Bedda matri, credimi, mi stavano affossando in senso metaforico e fisico. Sapessi, m’avevano convito lei, l’architetto e quel balordo di tuo figlio, a vendere questa casa per costruire una villa in periferia…- lì starai bene, aria pura, sole, tranquillità-… mi dicevano. E giù spese, e debiti… eppoi le prime  difficoltà per la mia sistemazione. E, pian piano, sai com’era finita la storia? Che loro avrebbero abitato la villa, lei si sarebbe fatto lo studio, e io… all’ospizio - non c’è posto per me; lei  -lei- dopo il mio piccolo “colpetto” - fa cenno alla testa- “non aveva tempo per accudirmi” – diceva a tuo figlio, che ubriaco di sesso, sbavava e diceva sempre si. Ora ti chiedo nuovamente scusa se non sano stato sincero con te, ma l’ho fatto per essere perfettamente credibile nei panni dell’acciaccato grave…  sai, una sola parolina, e avrei potuto tradirmi e rovinare tutto. E io dovevo assolutamente appurare con certezza quali erano le loro reali intenzioni - e provvedere. E sai, ce l’ho messa tutta, (sussurrato) arrivando anche al punto, come di ho detto, di dover fingere il malanno- e me ne vergogno. Ma ora, “salaratu Diu”, so tutto! E so anche cosa devo fare – adesso.  Avanti cara, “nu baciuzzu”   (bacia la foto, mentre la posa sul tavolinetto) Certo ne ho dovuto inventate di balle: il medico Cocuzza? Era il Ragioniere Capo in pensione Gegè Filogamo, mio ottimo amico, che mi teneva compagnia e mi aggiornava su tutti gli avvenimenti esterni; il fisioterapista? Era Alfio, il garzone del barbiere, che, oltre a sbarbarmi, mi organizzò la palestra da camera per fare attività fisica; l’infermiera? Era Agata, la nipote del portiere, che mi faceva la spesa e da paravento per le mie attività casalinghe: cucinare, fare le pulizie, ecc. ecc. Ora, dopo questa mia avventurosa malattia , con le idee chiare –chiarissime - ho preso le giuste decisioni: Vuoi sapere quali? Eccole: Torno al paesello, cara Caterina, proprio come mi suggeristi tu. Come faccio? Semplice: Per telefono ho contattato l’avvocato Privitera, l’attuale proprietario della vecchia casa che fu di mio padre- là, a Nicolosi - e gli ho proposto un affare - vantaggioso economicamente per lui, liberatorio per me. Privitera che conosco fin da bambino, ha capito la mia situazione, ed ha accettato di concludere l’affare, inclusa la clausola di un mio eventuale ripensamento dell’ultima ora – che adesso, dopo quello che ho saputo, sicuramente non ci sarà! Dopodicchè, raggiunto l’accordo di massima, tramite un’Agenzia Immobiliare, abbiamo impostato il compromesso di permuta, che ora – ora –  - ampio gesto per significare: dopo quanto ho visto e saputo -,  firmeremo proprio qui, in questa casa -  questa sera. Ed ecco l’affare: la mia nuova casa, cioè la villa, così com’è, con tutti i miei debiti che ho dovuto fare, contro la mia ex vecchia casa, così com’è, più una piccola differenza in denaro a mio favore. E che ne sai, Caterina mia, Privitera mi ha detto che nella terrazza  c’è ancora la mia vecchia voliera… E ora andiamo a farci due risate.”- prende la giacca ed esce.

 

 

                                                        

                                                            IL  BADANTE

 

Personaggio: Un uomo cinquantenne

 

 

Perdonatemi la prefazione: il presente monologo sarebbe da considerarsi assai superato e ovvio, e dai colleghi teatranti ritenuto, giustamente, come plagio di  trame di commedie del passato - insomma, nulla di nuovo - se non fosse per un piccolo particolare: esso è una sintetica elaborazione di una recente vicenda veramente accaduta in cui, questo modesto autore, è stato, suo malgrado, presente ai fatti e, quindi, testimone oculare.  

Naturalmente i veri nomi dei protagonisti e dell’ospedale, in cui si verificarono i fatti, per ovvia opportunità, sono stati cambiati con nomi di fantasia.

 

 

 

“ Mi chiamo Nitto ho cinquant’anni, sono un l’infermiere e faccio anche il badante. Beh, badante badante no; insomma non a tempo pieno, perché sono un infermiere dell’ospedale “ Principe di Piedimonte”, ma quando si presenta l’opportunità di fare il badante notturno, nell’altro ospedale cittadino il “ Gagliano”, oppure  in casa dell’ammalato, ebbene non mi tiro indietro, io sono sempre disponibile - capirete sono divorziato con gli alimenti da sborsare tutti i santi mesi a quella lì... ma lasciamo perdere queste meschinerie-; allora facciamo badante di complemento, forse esprime meglio l’idea. 

L’altra volta, per esempio, mi si presentò l’occasione di fare le nottate ad un paziente ottantasettenne, ricoverato d’urgenza nell’ospedale “Gagliano”, affetto da: cardiopatia, diabete, vene varicose, postumi di asportazione totale della prostata, difficoltà respiratorie, digestive, espettorattive, defecative, catetere dipendente ecc ecc, ma era anche un noto commerciante locale multimiliardario - e allora non esitai ad accettare- anzi mi ci tuffai.

Gli ho fatto, sette nottate consecutive, prendendomi premurosamente cura di lui, intrattenendolo anche sui fatti dei nostri comuni amici e conoscenti –  il paziente era del mio quartiere – e, soprattutto informandolo sullo stato delle ammazzatine, delle gambizzazioni e dei progressi di certi commerci di alcuni suoi … concorrenti, avvenuti durante la sua lunga, forzata, assenza dal quartiere. Beh? Che c’è di strano? Non tutti parliamo di calcio o di cantanti - diamine.

Poi mi venne la grande idea. Beh, non è che fosse tanto originale - la vicenda  l’avevo vista in una commedia - e pensai di metterla in atto, opportunamente riveduta, elaborata, corretta e adattata.

Avete già capito ciò che volevo fare: un bel  mucchio di quattrini sfruttando la presunta libidine del vecchiaccio, tramite la mia , diciamo così, fidanzata.

Detto fatto. Ne parlai con Tanina e le esposi il mio piano. Naturalmente, di fronte ai “picciuli” che gli ballavano già sotto gli occhi, ella acconsentì con entusiasmo. 

E, infatti, la notte dopo dissi al mio “badato” che l’indomani sarei stato in servizio notturno presso il mio ospedale, ma, per assisterlo adeguatamente, mi sarei fatto sostituire dalla mia fidanzata quarantacinquenne. E giù a sprecarmi in elogi sperticati verso la donna, senza trascurare di accennargli alle sue doti fisiche.   

La notte seguente Tanina operò di fino: durante la prima parte della notte si dimostrò badante professionale perfetta; mentre nella seconda parte, sciolto il ghiaccio, prima mostrò dal telefonino delle sue foto “ artistiche” in costume da bagno, poi si fece prendere la mano dal vecchiaccio pieno di soldi, quindi, schermendosi, si lasciò accarezzare permettendogli anche qualche palpeggiamento audace. E, quando il babbeo volle andare più in fondo –ma come poteva pretenderlo se era impotente?- ella gli fece capire che dovevano procedere con calma. Infatti, gli disse, c’era prima la stupida relazione con me da troncare subito, ma con delicatezza; poi mise un carico da undici, dicendogli che io per lei, in fondo, ero solo “nu babbu longu”, cioè babbeo, e io rappresentavo solo un piccolo appiglio per sbarcare il lunario, in quanto  era disoccupata e, insomma, io in certo qual modo…io … l’aiutavo - anche procurandole qualche cliente a cui …badare. Ma, naturalmente, se le si fosse presentata l’occasione per affrancarsi… e troncò la discussione.

L’indomani sera io mi presentai a lavoro col viso nero. procurandomi la sua domanda: “Chi fu Nittu?”. Cosicchè, un pochino reticente, facendo teatro, gli spiegai che avevo rotto con quell’ingrata della mia fidanzata, dopo un solenne litigio. Subito al babbeo luccicarono gli occhi arrossati e liquidi, e gli venne l’acqualina in bocca- sbavando miseramente. E quando gli dissi, rammaricato, che l’indomani notte sarei stato ancora di servizio presso il mio ospedale per sostituire un collega ammalato, e al mio posto sarebbe venuta ad assisterlo la Tanina, quel satiro quasi non riuscì a contenere la gioia.

La notte seguente essi fecero i loro bravi programmi, naturalmente tra una palpatina e l’altra, e decisero che non appena lui fosse stato dimesso dall’ospedale e sarebbe tornato a casa sua, l’avrebbe assunta come badante fissa.

Lei simulò benissimo la grande gioia- che infine tanta tanta simulata non era - per avere ottenuto un lavoro stabile, e gli prometteva, tra l’altro, di …perfezionare il loro simpatico rapporto, portandoselo in giro con la propria auto a fare lunghe passeggiate… chissà anche  sentimentali. Però la sua macchinetta era piccola per le loro, diciamo, esigenze, quindi ce ne sarebbe voluta una più grande… - e il babbeo annuiva vistosamente; poi sarebbe stato opportuno avere un luogo dove… appartarsi, tipo appartamentino arredato, tanto per cominciare - e il vecchio diventava strabico, sbavando su ciò che gli prospettava il futuro. E il libidinoso annuiva, entusiasticamente annuiva.

Insomma la cosa prometteva benissimo. Senonchè… senonchè, al dunque, quando stava per essere dimesso, quella megera di sua moglie, che conosceva bene il suo “pollo”,  a proposito dell’assunzione della badante “femmina”, disse perentoria: “A me casa nenti fimmini!”, e il pollo s’acquattò. 

Fine del sogno! che scoppiò come una bolla di sapone!

 

Ed ora sono alle prese con l’incazzatina di Tanina, la quale sostiene che è stata lei l’unica a rimetterci dopo il flop del mio strampalato piano, e che io sarei, anzi sono, soltanto un cialtrone, babbu longu e buono a nulla! 

Ma che fu colpa mia?  Voi che ne dite?

Ah dite: e non pensasti alla megera?

Beh, insomma, si, come pianificatore lascio un po’ a desiderare. Ma poi, diamine,  e che è? Insomma non ve lo dissi che sono soltanto un infermiere?” 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                     IL  MONACO

 

Personaggio: Un uomo sessantenne

 

“Sapete, mi sto occupando  della depressione di Gigi, quel …benedetto pittore pacifista, in piena crisi esistenziale. Egli è un mezzo genio e sta diventando mio amico… 

Ma no non sono un psichiatra, sono solo un povero monaco…e anch’io ho avuto i miei problemi esistenziali. ma in mio aiuto venne l’Abate benedettino che mi portò alla ragione, alla pace spirituale, con la conseguenza della vocazione…ma io, come tutti gli uomini… insomma anch’io ho una colpa da espiare, perché, in fondo, in fondo… la morte di quella ragazza…

Eh, lo so, io non fui il vero responsabile della morte della mia amata. La chiamai dalla finestra e lei si fermò al centro della strada, poi quell’auto…Ma io me ne feci una colpa come unico responsabile.

Sapete, prima d’esser monaco, sono stato un uomo di mondo, con le mie amicizie, le mie aderenze, i contatti, in loco e in alto loco.

“Dr. Mario Casarsa, imprenditore.” C’era scritto sul mio biglietto da visita, quando stavo nella vita secolare. 

Sissignore, ero un libero imprenditore: cioè uno che si tuffava in tutti gli affari che, secondo il mio finissimo fiuto, mi potevano procurare profitto. E, di profitto in profitto, mi arricchii in pochi anni. A trent’anni divenni uno dei più importanti personaggi di Milano, mia città natale, nella quale, tanti anni fa, i miei genitore giunsero dal profondo sud in cerca di fortuna, o meglio in cerca del pane e del companatico- sua metafora. 

Ma ero intelligente, furbo, preparato e ambizioso e, come dissi, divenni un potente personaggio; quindi col successo, com’era prevedibile, ebbi le mie brave, agognate donne, mia croce e passione. Eccome se ne ebbi.

 Ma, come succede nelle migliore storie d’amore e di soldini, una di esse mi stese sul tappeto KO -che novità, vero?

Michele, si chiamava ed era parigina. Tutto dire, aggiungete voi. Ma, ma… che tutto dire, quella era tutto fare. Infatti mi abbindolò con il suo fascino al punto tale che Mario Casarsa non ragionò più. 

Poi un giorno mi disse: “Mario, levati di torno.”

Levati di torno? E bello a dirsi ma a farsi. E mi lasciò. Uscì chiudendo delicatamente la porta, lasciandomi solo la sua scia di profumo francese. Restai di sasso, poi mi sporsi dalla finestra e la vide elegante e sottile, che stava per raggiungere un taxi parcheggiato sull’altro lato della strada. Il suo nome: “Michele!”, melodrammaticamente, mi uscì dalla gola con un grido disperato. Ella, che si trovava al centro della via, voltò il capo, mi fece un sorriso e un cenno d’addio con la mano. Ma quell’attimo d’esitazione le fu fatale: un’auto di grossa cilindrata, guidata da un ventenne sfigato, “fatto” marcio, la investì in pieno facendola volare e poi atterrare sull’asfalto, dieci metri più in là. 

Volete sapere se piansi? Se mi annichilii , e se gridai al cielo la mia disperazione? Spero di no, vero?

Sull’aereo che mi riportava a Milano, ero seduto sulla poltrona vicino al finestrino, guardavo le nuvole e tacevo. Tacevo e guardavo le nuvole, finchè il mio vicino, un monaco benedettino, non mi rivolse la parola.

Dopo due ore di volo, tra stima, fiducia reciproca e vera comprensione, e devo dirlo:  compassione, da parte del monaco, che ricevette la mia confessione, assolvendomi. La conclusione, dopo il volo, fu una generica promessa di rincontrarci al più presto.

E dopo qualche settimana, trovandomi a Palermo per affari, feci visita al mio amico monaco che era, peraltro, l’Abate del monastero di Santa Maria La Scala

Che posto incantevole era quello, ed io, in piena crisi esistenziale, sempre più bisognoso di tranquillità, se non di pace vera e propria, domandai all’amico se potevo trattenermi al monastero per qualche giorno. L’Abate accolse la mia richiesta con vero entusiasmo, e mi mise a disposizione una camera nella foresteria, a tempo indeterminato.

Ma io era una persona discreta e dopo…quindici giorni, decise di ripartire, ma due mesi dopo, chiuse tutte le mie pendenze d’affari, venni a rifugiarmi nel monastero- isola deserta, ma  stavolta in piena crisi spirituale.

Sei mesi dopo, in piena crisi mistica, chiesi di essere ammesso come novizio e un anno dopo presi i voti.

Mi misi al servizio di Dio e dell’Ordine, per alcuni lustri, girai il mondo occupandomi dei rapporti con i laici, specialmente con gli uomini d’affari; poi l’anno scorso, stanco e desideroso di una vacanza, venni a Catania per interessami, a tempo perso, della riconsegna del vecchio monastero benedettino di Nicolosi. Ma dato che la pratica andò a monte, ed io avevo ancora bisogno di riposo, fui assegnato, a tempo pieno, ad occuparmi delle varie fasi di avanzamento dei lavori per la costruzione, già avviata, di un piccolo monastero - in una località vicina - alloggiando nella parte già completata.  

E lì, oltre a seguire i lavori che andavano a rilento, dovevo occuparmi, come vi dissi, anche di Gigi pittore di grande talento, squattrinato e in depressione - mio ospite a tempo indeterminato  - per aderire alla cortese richiesta di un importante filantropo, nonchè  finanziatore della costruzione dell’edificio. 

Accidentaccio ai geniacci e ai loro protettori: mi hanno incastrato pensavo. Ma, sapete, io ho incastrato l’artista: mi ha promesso che m’affrescherà la cappella del monastero… gratuitamente - speriamo. “

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                             IN  COSCIENZA 

 

Personaggio: Un uomo settantenne.

 

“Sapete amici? Anche questa primavera, tra pioggia, freddo ritardatario, scirocco ecc, è fallita. E a pensarci bene, c’è un impressionante parallelismo tra questa fallita primavera e la mia vita: ambedue bruciate da perturbazioni e da scirocco, e ambedue che tentano, timidamente quasi vergognandosi, di salvare la stagione con  ultimi sprazzi di vitalità.

Ma è troppo tardi mie care: i germogli sono stati bruciati dal gelo, e lo scirocco umido e afoso ha appiccicato il male nero sulle palpitanti e verdissime foglioline.

Troppo tardi, amiche mie: sulla mia testa ormai vi sono troppi capelli bianchi e una marea di delusioni.

Troppo tardi. Adesso sono stanco. Troppo tardi.

Sapete? Io non serbo rancore a nessuno. E perché mai? La vita ha fatto ciò che doveva fare: I tempi, i luoghi, le circostanze li sceglie il caso

Il Caso… già. 

Ecco, per Caso nacqui inesorabilmente, e mi portai appresso rimpianti paterni e speranze materne. Il Caso mi dette un nome e una dignitosa povertà. Sapete? Io e il Caso dormivamo insieme, nella “culla a vento”. Poi tutto finì.

Sapete spesso rifletto se è il Caso a determinare la violenza, eppoi mi domando: perché la natura ha creato prede e predatori? No, non filosofeggio, ci mancherebbe, ma l’uomo è pazzo di se stesso ed il savio è savio d’altro. 

Un giorno nacqui e l’indomani mi ritrovai qui a parlare con voi, di me. Mi chiedo: nelle ascisse  dell’Eternità e nelle ordinate dell’Infinito, io che posto occupo? C’è qualcuno che saprebbe dirmelo? Se si, continuiamo il discorso; se no,  che parliamo a fare?   Vedete, ci sono momenti in cui mi guardo allo specchio e dico: “Ma che cavolo vuoi?” E sapete cosa mi rispondo? ”Già, se lo sapessi lo direi a te.” E allora io concludo, invariabilmente: “ Ma vaffanculo!”. Quindi pari e patta. E così, giorno dopo l’altro, arriva la primavera, quella vera, non la fasulla.  Poi aspetto l’estate, l’autunno e, perché no? anche l’inverno, per poi lamentarmi che la primavera ritarda.

Insomma, se lo volete sapere, nacqui proletario, volli diventare borghese e non appena lo divenni subito me ne  pentii: volevo l’abolizione delle classi sociali. Oggi vedo  la bestia in tutti coloro che ce l’hanno e la bontà in altri che la mimetizzano. Ma io vedo e non vedo, osservo, percepisco,  avvilisco. Poi le illusioni, quindi l’Utopia. Ma all’Utopia mancano i poeti e gli artisti.                

Punto e basta. Definizione dell’artista: l’Artista è l’Uomo-Angelo. E vi dirò di più: Dopo Dio vengono le tre “A”: Amore, Arte, Armonia. Quindi, molto distaccato c’è l’Uomo, nella bivalenza di maschio e femmina. Essi si dividono quelle tre A in modo ineguale, ma paritetico: Il maschio si prende il cinquanta per cento dell’Amore, il settanta per cento dell’Arte e il trenta per cento dell’Armonia. Viceversa la donna, oltre al cinquanta per cento dell’Amore, prende il trenta per cento dell’Arte e il settanta della Armonia. Ed è ingiusto.  

Aspettate, aspettate, cosa credete? sono femminista - non  come corrente ideologica - ma solo perchè sono dalla parte delle femmine, come profondo convincimento. Mi spiego: per me le femmine sono state dotate dal Padreterno di molti di pregi che fanno dell’uomo l’Uomo. E cioè: intelligenza, sensibilità, acume, affettuosità; poi, per sua propria natura, ha la bellezza, la simpatia, l’allegria e l’invidiabile maternità. Al povero maschio è andato il resto: la forza, l’aggressività, la prepotenza che ha usato contro l’Essere Gentile per scrivere la storia al maschile. E’ forse filosofia? No, macchè, forse soltanto…fantasia. Vedete, nel passato, a me la fantasia gioca spesso brutti scherzi: con la fantasia determinavo e agivo, ma, inesorabilmente, i risultati erano errati, proprio sbagliati del tutto. Sono irrazionale, illogico? Può darsi. Ma allora, a seguito di ciò, come si spiega la mia frustrazione, per gli insuccessi ripetuti - perchè se l’azione non trova gratificazione, se il proprio “Io” non viene appagato… portano alla nevrosi…e dalla nevrosi alla psicopatia il passo è breve.

Vedete, non bado alla Gloria, non la conosco proprio. Forse mi piacerebbe una certa notorietà, affinchè, a priori, non mi sbatterebbero le porte in faccia, non  appena timidamente busso. Non chiedo nulla società; forse all’Arte si…e non mi offendo se ho risposte negative, perché se ero ottimistain passato, ora indosso i panni di un onorato pessimista. Speravo nella primavera, la quale spesso mi ha dato solenni fregature… come l’attuale. Ah, la primavera che scherzi ti propina. Eppure l’ho amata questa stagione pazzarella, prettamente femminile, e quindi volubile, bella, desiderabile, fine, seducente, profumata, fresca, tiepida; poi giovane, baldanzosa, scattante, vibrante. Ma a volte diventa acida, zitella, permalosa, cattiva, infedele, insidiosa; poi t’illude, ti alletta, t’illanguidisce…e poi ti frega! Come una vecchia bagascia sifilitica. Raramente si concede in tutta la sua interezza; e se lo fa, lo fa è allo scopo di farsi desiderare e rimpiangere per il resto della vita.

Cosicchè gli ideali, i principi, le speranze vengono, giorno dopo giorno, vanificate dalla vera realtà e le mani rimangono vuote e sudate.

Sapete? Mi hanno detto che i moribondi, prima del momento fatale, rivivono, come in moviola, tutta la loro vita, e non vi sembra che in questo momento stia succedendo qualcosa di simile anche a me?

In questi ultimi tempi spesso mi domando: c’è ancora posto per me -qui? O forse pretendo troppo dalla… vita; forse non so accettare gli altri. Sarò superbo… a pensarci bene, ammetto tutto come possibile. Ma la mia non è vera misantropia né vera superbia; forse è eccessiva autostima; o troppa dignità. 

Vedete i conflitti li ho avuti, ma sempre con persone forti, altezzose,  poco sensibili, insolenti, dispettosi, vanitosi, prevaricatori e snob. E se hanno potere: guai ai vinti! E li scanso, fin dove m’è possibile; ma messo alle strette: attacco! Io non sono stato mai superbo coi veri deboli, almeno lo spero. Mannaggia che frana!

Per favore, lasciatemi stare, specialmente oggi. Perché proprio oggi? Perché oggi io morirò, e voi lo sapete. Cosa me lo fa pensare? Voi e la vostra bontà, la pazienza, la tolleranza nell’ascoltarmi. Ecco cosa. Eppoi sono preparato: Quell’evenienza è ineluttabile, quindi preparati e aspetta. Ahò, non è che la mia fantasia mi stia fregando ancora una volta? sul mio Passato, sul mio Destino, sulla mia vita che procede a zig-zag, anche se ora sono nello zig, e leggendo questa lettera sarai nello zag.

Che lettera? sono condoglianze  e sapete per chi? per me!

Chi m’è morto?

Ma io!-  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              La  Bomba

 

 

Personaggio: Una ragazza

 

 

“ E cosa volete che facessi? Io ero una semplice bomba d’aereo - fatta di 900 libbre di ferro, di polvere da sparo e di morte - se mi sganciavano là - e io là cadevo, se non mi sganciavano - e io là restavo - nel pancione dell’aereo. 

 

Quella volta, nel Nord Africa, Sean, un soldato americano d’origine irlandese - dopo aver litigato con Mario, un commilitone d’origine italiana, ed essersi buscato una coltellata di striscio, ad una guancia – mentre mi stava caricando nel vano bombe di un B.24 Liberator, per sfregio verso il paese d’origine del suo feritore, mi scrisse sulla pancia, con la vernice rossa: For Marrio! 

 

E fui sganciata, durante l’incursione di quella notte del marzo 1943, sul cielo della Sicilia. 

A questo punto il poeta direbbe: “ …e non cognendo qual Mario ei fosse/ ella pel furor del feral destino/ pel sentier de l’avita dimor mosse/  di tal Mario Mazza, imbianchino.”

 

Suvvia! Ma cosa ne sapevo io di questo Mario Mazza, della sua casa, del suo mestiere, dei suoi lunghi mesi di guerra trascorsi a trasportare feriti e morti, dalla prima linea alle retrovie, là in Russia con l’Armir – e che quella notte si trovava in Sicilia, a casa sua, in licenza speciale, per la morte della madre? 

 

E che cosa ne sapevo se, dopo aver pianto e seppellito la madre, avrebbe voluto dimenticare, almeno per il resto della licenza, i disagi del soldato, le pulci della divisa, le cimici della branda, i pidocchi, le piattole e il fango della trincea, il freddo,  la dissenteria, gli attacchi, le incursioni, i morti?  

 

E che ne sapevo io del suo bisogno del sole e del profumo della sua terra, della biancheria pulita e di un letto morbido, dei piatti di pastasciutta, delle arance - di pace? 

 

Eppoi,  che ne sapevo io: del fatto che Mario ignorava che la guerra era già arrivata anche nella sua città - con le incursioni aeree;  degli sguardi imbarazzati di suo padre e delle sue sorelle, quando a sera vedevano i vicini di casa che, con coperte e fagotti in mano, si recavano nel vicino rifugio antiaereo- scavato nell’arenaria- nel quale, fino a qualche notte prima, anch’essi vi si erano rifugiati; del perchè nessuno gli parlò della mattanza di vecchi, che uno spezzonamento aereo - un mese prima – aveva fatto nella piazza grande, mentre quei meschinelli seduti nei sedili, prendevano il sole di mezzogiorno?

 

E che ne sapevo io? se quella notte – quando suonò la sirena dell’allarme aereo- egli non volle alzarsi dal letto, dicendo ai suoi famigliari: “Al rifugio?  No, andateci voi, io rimango qui… tanto se non sono morto al fronte… Buona notte a tutti.”; e che suo padre disse: “ Gli è rimasta solo quest’ultima notte da passare nel suo letto, lasciamolo stare…poi, dal rumore dei motori, credo che siano i grossi bombardieri- sicuramente di passaggio- andranno a sganciare sugli obiettivi militari. Sapete cosa faccio? Resto anch’io. Santa notte Mario, e santa notte a tutti.”

 

Già, sugli obiettivi militari… santa notte Mario e santa notte a tutti! Senonchè, poco dopo, “… pel furor del feral destino”,  il…* Liberator, da diecimila feets, mi sganciò! ed io, umile bomba, a quel punto, potevo forse decidere se cadere oppure no?

 

E allora, fischiando … disperatamente...

 Caddi!

Poi se esplosi, oppure no, è un altro discorso.”

 

 

*Detto con marcato sarcasmo.

                                                         L’AUTODIDATTA

 

Personaggio: Un uomo cinquantenne

 

“Certo, come se fosse così semplice confessare d’essere autodidatta ( anche se lo fece, candidamente, un grande della scrittura del calibro di Borges.) Beh, allora per evitare paragoni improponibili, diciamo che sono un quasi autodidatta e basta!

Basta? E cosa confesso allora? 

Allora, intanto ecco il mio nome:  Pietro Clarenza, classe 1934, di professione aspirante fannullone. 

Ed ecco il mio curriculum: 

Carriera scolastica: in quarta elementare fui bocciato ( forse perché era tutta colpa mia se  era scoppiata la guerra mondiale); in quinta il maestro Floridia mi disse: Lascia perdere lo studio e vai a lavorare. 

Consiglio rigettato, mi piaceva studiare, ma avevo la memoria a breve termine, come fare? Perché, per esempio della professoressa Guarino, pseudo-insegnante d’italiano, mi ricordo soltanto il nome.

E Lombardo? Il professore dei superiori? Colui che non seppe riconoscere dentro l’asino che c’era in me, il “poeta”, inventore di storie? Eppure in un compito d’italiano, seppur disastroso per sintassi, grammatica e ortografia, glielo avevo messo sotto il naso il mio “talento” inventivo - e lui mi dette sei al merito. Poi basta.

E allora ripensando al consiglio di Floridia, andai a lavorare ( si fa per dire).

Ma la smania per lo studio mi riprese e tornai a studiare, ma l’uso del congiuntivo me lo insegnò un mio compagno di “sventura”. 

Dopo mille vicende e fatti, riuscii, come Dio volle a diplomarmi, però con la promessa tacita che non mi sarei iscritto all’Università.

Promessa che da spergiuro, infransi qualche anno dopo. Ma fortunatamente per poco, perché la voce di Floridia me la sentivo sempre negli orecchi, e allora correttamente mi ritirai.

Poi feci un lavoro che mi permise di “saccheggiare” un’intera biblioteca. E allora la Narrativa, il Teatro, la Saggistica erano il companatico del mio pane quotidiano. 

Poi mi misi a scrivere (scrissi in seguito più di cinquemila pagine, ci crederete?); quindi composi qualche timida poesia. Perché timida? Perché leggendo le poesie di autori famosi e bravi, a loro confronto, la mia poesia sembrava dissolversi in minuscole goccioline di similpoesia. Ma avevo anche la consapevolezza dei miei grossi limiti. Poi scrivere mica me l’aveva ordinato il medico.

Continuiamo. 

Quindi leggendo qua e là, mi imbattevo in testi candidamente ingenui ( stavo per dire infantili), ripetitivi, con acido sapore di rimasticatura, colmi di retorica, di mammismo e di odi e lodi per il proprio paese; oppure  eruditi, intellettuali, concettuali, enigmatici o ermetici, magari scimmiottando un caposcuola di successo, senza che mai proponessero una “favola”, un fine, una idea concreta e conclusa, un pensiero compiuto, oppure una visione, un profumo, un alito, un’illusione, un lampo, un sapore dolce o aspro – magari poi negati.

Sarò retorico ma la poesia, per me, è percepire, raccogliere e porgere pensieri, sensazioni, fatti, emozioni, sentimenti, idee, intuizioni, dolori e sogni, al fine di far sognare, vibrare, emozionare, sbalordire, sorridere addolorare, commuovere altri uomini comuni, come me. O mi sbaglio? Ma qualcuno di voi potrebbe, giustamente, osservare: e la pittura allora? Astrattismo, simbolismo, informale, surreale, impressionismo, espressionismo, cubismo e tutti gli ismi di questo mondo ancora? Come la mettiamo?

E io vi dico: lasciate stare i suddetti ismi, perché la pittura – come la poesia – è una cosa seria e non va confusa con le tecniche, gli stili, le mode, le forzature e le originalità a tutti i costi. Dunque  la pittura è poesia - di forme e di colore. L’una non esclude l’altra, pur essendo autonome. Ma quando esse si fondono, allora avviene il miracolo: come magica simbiosi nascono opere straordinarie che sono dette, molto semplicemente, capolavori d’Arte.    

Solo allora il vero Artista ( il genuino talento), filtrando la realtà da poeta, tramite i suoi occhi incantati, attraverso la sua anima, con la sua personale maestria, propone la sua personalissima, originale, unica visione estetica, a seconda della sua ispirazione o estro, e la carpisce, fissando sulla tela ciò che altri mai potrebbero vedere: il mondo, la vita e la sua essenza.    

Ora ritornando alla comprensione della poesia, della pittura, e alla funzione dell’Arte: E’ evidente che il pittore è pittore perché dipinge una tela e la mostra; il poeta è Poeta perchè scrive la poesia sulla carta, e la pubblica e le loro opere sono in funzione degli altri uomini, affinchè le ammirino, le apprezzino, le capiscano e le godano. Altrimenti, se operano per se stessi ( e non per farsi dire: ma che brrravi!); se non debbono essere capiti, apprezzati, ammirati e goduti, allora il pittore non deve dipingere sulla tela, ma sulla sua anima; e il poeta non deve scrivere sulla carta ma sul suo cuore. Chiusa parentesi.

E riprendiamo il filo interrotto.

Dopo, sempre da autodidatta incosciente, mi cimentai anche con la prosa e, soprattutto col teatro. (Ma le parole “assiomi”, “ corollari”, “allitterazioni”, e roba simile, mi facevano tremare i ginocchi). 

E il latino? Semplice lontanissima conoscenza.

E il Greco? Affascinante e misterioso, che per me rimase sempre misterioso e affascinante.

E’ tutto, può bastare?

Che ne pensate?

Ma non ottenni nessuna risposta, quindi lentamente, mi alzai dal divanetto e silenziosamente, quasi furtivamente, scivolai via dalla stanza - per non svegliare lo psicanalista.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                        L’incubo di Babele

 

 

Personaggio: un uomo quarantenne

 

“ Sapete? Stanotte ho fatto un sogno incubo e mi sono vegliato in un lago di sudore agitandomi come un ossesso. Un sogno stranissimo, un incubo tremendo: E’ stata una visone apocalittica al presente:  

Ho visto due grandi torri sorgere dal nulla e innalzarsi verso

il cielo.

Nuova Babele.

E gli uomini- ape, costruttori di idoli,

che vibravano

attorno, attorno, attorno,

alzando, alzando, alzando.

E il chiasso, i rumori,

la musica ossessiva,

la cacofonia di suoni acuti, come di chi si

chiama,

vuole,

pretende.

Poi ho sentito tra quelle voci…

tante tante, tante

voci,

voci di folla…folla…folla,

e di uomini, uomini, uomini.

Uomini incupititi, ma uomini!

E di bambini, passeri implumi. 

Poi…oddio…

poi…poi…poi,

udii un sibilo lacerare l’aria,

…erano…erano…erano

aerei,

come mostri di latta,

che sorvolavano il cielo.

E uno schianto!

Uno di essi,

come gabbiano ferito,

con un ultimo colpo d’ala, 

s’abbatte su una delle due torri!

resto esterrefatto:

di fronte a quella linea

impazzita.

No! No! no!

Grido

Perché un altro aereo,

falco predatore,

determinato!

sfonda il cielo e la torre accanto!

Ed è tutto una fiamma.

Spariscono le api costruttrici,

fugge la folla formicolante, 

impazzita dal terrore.

Fugge, corre, inciampa,

cerca salvezza!

Salvezza, salvezza, salvezza,

mentre dagli edifici urla di aiuto, sventolio di camicie, tovaglie bianche di resa,

chiedono disperatamente:

salvateci dall’inferno!

E un riso beffardo lordò l’aria!

Chi si è sostituito a te!

Gridai al cielo.

Ma il cielo rimase muto e fumoso.

Gridai, gridai, gridai 

Impotente gridai,

dalla visione paralizzato, 

non dalla paura,

ma dallo sbigottimento!

Poi il grottesco crollo delle torri

che si inginocchiavano

vinti:

prima l’una, poi l’altra!

Collassando,

sedendosi su se stesse,

in un rumore assordante,

in una nuvola di polvere,

in una Apocalisse annunciata.

E fu il Caos che venne a visitare

gli uomini!

E fu morte, strazio, orrore, pazzia per una moltitudine di essi.

E fu Erode - con la sua strage!!!

E fu l’inizio di nuovi massacri!

Ecco: Vidi la guerra e il rumore di guerra

appressarsi.

Udii la tempesta dei caccia, 

il ringhiare dei carri armati,

il singhiozzo dei razzi! 

E il sangue 

scorreva, scorreva, scorreva

a fiumi lungo strade, deserti, montagne.

E sulla cima di una montagna c’era seduta una

figura in mero,

mentre un’altra, bianca, le stava al fianco,

in piedi.

Una impugnava 

una falce,

l’altra reggeva 

una clessidra.

Mute, mute, mute.

Ed io, ritornato bambino, 

gridavo a valle:

Badate! Badate… badate.

Ma, in quel rumore assordante 

di guerra

e di sapore di guerra, 

nessuno mi  - ascoltava.

Allora decisi di tracciare un cerchio per terra (lo traccia), di sedermi al centro di esso (si siede),e di escludermi dal questo mondo assassino.” 

 

 

 

 

 

 

                                                      LO  SCIUPAFEMMINE

Personaggi:

 

Cosimo Grimaldi, anni 70, ben vestito, azzimato,  ancora prestante.

 

Scena nuda.

“Certo ora non più, ma all’epoca…

Permettete? Cosimo Grimaldi di anni settanta, professione: sciupafemmine. Beh, insomma, sono quasi un ex. Qualcuno diceva che forse sarebbe stato meglio chiamarmi Gigolò, ma fa niente, il concetto è chiaro.

Dicevo di anni settanta, e ancora in discreta attività e, per il momento, niente pensione. No, no, che pensate, non è per la legge Fornero, ma a causa del Viagra – nel bene e nel male.

Eh, ora che ci penso, che carriera se sapeste…

Tutto iniziò nell’anno… ma che dico, iniziò con me fin dalla nascita (sono cancro, quindi fimminaru per definizione astrale o astrologica, insomma, come vi pare). Io non lo sapevo mica chi ero fino all’età di undici anni, poi con la pubertà, la mia vita improvvisamente cambiò: il coso… insomma l’attrezzo del mio mestiere, mutò la sua massa: divenne enorme. Ed io entrai in crisi esistenziale perché credevo che fossi vittima di una mavaria, di una malattia sconosciuta, di aberrazione fisica. 

Fu un’amica di mia madre che mi rasserenò. Come? Con un massaggio intimo e furtivo, nel sottoscala del cortile, intanto che l’aiutavo a stendere i panni al sole. Mi disse: Sei nato fortunato, non con la stella in fronte, ma col fagotto tra le gambe. Da quella volta, quando era il giorno del bucato, io l’aiutavo a stenderlo. E lei mi insegnò a stendere una femmina e a …finirla.  

A scuola, alle medie, portavo ancora i calzoni corti e quando venivo interrogato, le professoresse ( e anche qualche professore, per la verità) mi inchiodavano i loro occhi sull’inguine e mi davano immancabilmente il sei di incoraggiamento.

Ai superiori, invece del sei, alcune prof, mi davano lezioni private a casa loro. Così capii che potevo intraprendere la professione suddetta e guadagnarmi la vita piacevolmente.

No, macchè denaro, mai mi sono fatto pagare. Accettavo solo regali – magari qualcuno finiva al Monte – quindi ospitalità, viaggi e così via. Insomma ero un professionista deontologicamente osservante. 

Certo, se non fosse per il buon gusto, la notoria riservatezza – mai un nome - la cavalleria e la serietà professionale di cui sopra, ne avrei storielle da raccontare; ma, diciamo, qualche chicca sarebbe degna di essere menzionata. Oh, ma…niente prurigine! con me scordatevelo! L’ho già detto ho i miei principi. Perché, in passato –avvicinatevi che vi confido un segreto - mi hanno proposto di fare certi films, ma certi films da far arrossire persino uno come il sottoscritto. No, non era cosa mia. No, assolutamente no! Ho rifiutato.

Dicevo di qualche chicca da raccontate, si, certamente – ma solo per celia- intendiamoci.

Come quella volta in ospedale. Ero stato ricoverato per una over dose di frutti di mare; in corsia ero stato messo in una stanza con due lettini, uno dei quali era occupato da un commerciante di mobile al quale gli si era perforata l’ulcera. Il poveretto soffriva moltissimo e aveva bisogno di assistenza anche notturna. Gliela dava la moglie, una trentenne assai prosperosa e, si scoprì in seguito, anche molto intenditrice di sesso. Una sera mi vide in mutande intanto che scendevo per andare urgentemente in bagno, e restò fulminata dal fagottone. Insomma il resto ve lo lascio immaginare. Ma quello che mi turbò era faccia tosta di quella donna: chiamava suo marito amore, gioia, caro; diceva agli infermieri che il consorte era la sua vita, che non poteva vivere senza di lui, …e di notte veniva nel mio lettino a fare la ricarica del suo… cosino intimo. E lo volete sapere? Ero io mi sentivo in colpa.

Poi ci fu la Bella, la quale fu la prima a…prendermi in casa - per scaricarmi inesorabilmente quando si stancò del gioco di “Scilla e Cariddi”, di cui lei era specialista ed io apprendista. Come? Non sapete nulla di questo giochino? Via non posso crederci. Dite d’avvero? E va bene ve l’accenno: Diciamo, innanzi tutto che esso è facilmente comprensibile per chi ha fatto, nel passato, almeno una traversata dello stretto di Messina col ferryboat.

Allora, cosa faceva il traghetto quando, dopo aver salpato e attraversato lo stretto, attraccava nella sponda opposta? Andava all’invaso, cioè si insinuava tra due paratie a “V”, e lì manovrando approdava. Adesso avete capito di che manovra si trattava? Si? Bene. 

Adesso, diciamo sempre per correttezza professionale, vi debbo parlare di quella volta che finii in ospedale per la frattura traumatica di un braccio, per contusioni multiple e per qualche ferita lacero contusa al labbro e all’occhio sinistro. Certo, avete già capito, non è difficile, vero? Ebbene, si! Un marito manesco fece irruzione nell’alcova, dove giacevo con la sua dolce metà, e mi conciò per le feste. E si! Sono i rischi del mestiere e bisogna tenerne conto.  

Poi, con l’età, il lavoro diminuì sensibilmente. Ma sopraggiunse il viagra che mi riportò in auge… specie con le signore mature che una volta si chiamavano tardone. E una di esse mi assunse a tempo indeterminato come segretario e mi pagò anche i contributi. Poi, poveretta, qualche anno fa, raggiunse nell’Aldilà il suo povero marito scomparso immaturamente, e io ripresi a fare la libera professione. Certo, in seguito, se Dio lo vorrà, potrò godere di una pensioncina- il che non guasta.

 

Adesso come  esercito la professione? ma naturalmente par time. Con i miei nuovi tempi, e, diciamo, in tutta onestà, faccio anche volontariato, certo, come diceva Tolstoj: “cum salis in zucca e pace a voi”. 

Volontariato?

Certamente. Beh, si, insomma, ecco...va be’, non è per vanto, ma qualche prestazione  occasionale, come diceva Geremia “pro domo mia e così sia”, certo non la rifiuto. Sono un uomo o no, ho i miei gusti perbacco! Poi, in fondo in fondo detto fra noi, esercitando una sorta di professione che può concedere anche qualche privilegio, come il lusso di scegliere, insomma ne posso approfittare? O no?

No? 

Ma siate elastici vi prego. 

Ah, vi riferite all’etica professionale?

Ebbene, si! qualche volta la tradisco. 

Mi perdonate? 

Dite di si?

Grazie.

Ora forse, qualcuno di voi, un po’ acidino, si starà domandando: Ma perché sei venuto a raccontarci  tutte ste minchiate? 

Ma per vanità, ovvio.   

Bacio le mani a tutti.”

 

 

                                                          L’ OMAGGIO

 

Personaggio: Un uomo quarantacinquenne

 

“ Scusatemi, sono Agatino Speranza, ho quarantacinque anni e una sera d’estate dissi: - Ora o mai più! - E si mi misi subito all’opera: Mi sistemai lo zainetto - ci misi dentro pane, formaggio, cioccolata, biscotti, due mele aggrinzite e la borraccia per l’acqua -  poi mi  preparai gli  scarponcini,  un paio di calze pesanti, una camicia a scacchi felpata, un paio di vecchi jeans e li riposi ai piedi del letto, vicino allo zaino; infine uscii fuori, nel giardino, e presi il mio fidato bastone - compagno inseparabile delle solenni caccie ai funghi nei castagneti etnei – e lo appoggiai alla mia vecchia Volkswagen. Fatto ciò, andai a letto, puntando la sveglia per le cinque, e mi addormentai.

L’indomani, puntualmente, la sveglia fece il suo dovere. E nel giro di dieci minuti fui pronto per partire, e partii. Ma per dove? Direte voi. Ma per fare la scalata dell’Etna, a piedi, dal Rifugio Sapienza - quota 2000 -  fino alla sommità del cratere centrale- quota 3450  - salvo ripensamenti del vulcano con eruzioni varie.  

“Come, come? La scalata? Ma sei matto?” - mi avevano detto i miei amici, tentando di dissuadermi – “Ma ti sei dimenticato che sei un impiegato di concetto, un ministeriale; insomma un sedentario di carriera, sfiatato, con tanto di pancetta d’ordinanza, ed hai anche una certa età?”

“E che c’entra? – gli avevo risposto stizzito – “Ma che discorsi mi fate? Sono abbastanza allenato: non vado a funghi nei boschi? Non faccio camminate chilometriche? Va bene, non è la stessa cosa, ma questo è il mio canto del cigno, l’ultimo sprazzo di giovinezza, e lo voglio impiegare bene: voglio andare dove non sono mai stato, coi miei soli mezzi e solo con me stesso, voglio rendere omaggio alla Montagna. Sono padrone? Faccio male a qualcuno? Mando il Mondo a catafascio? Stravolgo l’Armonia Universale? No? E allora punto e basta” – tagliai corto 

Parcheggiai l’auto presso il Rifugio Sapienza, presi zainetto e bastone e iniziai la scalata. E ci fu il primo dilemma: scegliere il sentiero tortuoso dei gipponi o prendere di petto la montagna? Scelsi la seconda ipotesi e subito se ne pentii: Facevo due passi in su e uno in giù. Come sarebbe? Sarebbe che il terreno era friabile, e un passo si riduceva a mezzo e due passi a uno.

Ebbene, fatico? ma sulla pista non ci vado! Guardateli, ma guardateli quei panzoni, intruppati e pigiati dentro i gipponi, quegli scatoloni di metallo sfiatati; cosa  godono costoro dell’ascensione? Forse il paesaggio? O l’aria frizzante? O il calore dei raggi del sole sulla pelle? No, ve lo dico io cosa provano: caldo, puzza di sudore, vertigini e forse anche vomito. No, panzoni miei, dissi, Agatino Speranza  se ne sale a piedi, come natura esige, senza tracciato, a soggetto, confidando solo sulle sue forze: insomma alla Speraindio!- 

E ripresi a salire. Erano le tredici quando arrivai ai piedi del cratere centrale. E di nuovo si presentò il dilemma: seguo la pista o l’affronto di petto? l’affrontai di petto - e mi inerpicai sul cono. Ero quasi alla sommità del cratere, stanco, sudato e affannatissimo, quando una folata di vento deviò su di me una nube di puzzolente gas. Annaspai, quasi senza respiro e per un attimo mi mancò la fede: - Qui ci lascio le penne – pensai - temendo il peggio. Ma, per mia fortuna, un’altra folata disperse la nube e l’ossigeno rientrò fresco e vivo nei miei polmoni: Ripresi il fiato - e la scalata. Pochi minuti dopo arrivai sulla cima. 

E fui felice; e mi sentii per un istante a contatto con l’Eterno e l’Infinito. Che dite? Pensate che piansi?- Forse.

Ma poi, quella sensazione di assoluta libertà che m’aveva pervaso, svanì perché vide, dietro un rilievo, i panzoni dei gipponi che sciamavano inquinanti e invadenti, fotografando e facendosi fotografare, vocianti, chiassosi. Povero me! E fu delusione e ribrezzo.

 Fine del Kommos.

Fatto il mio bravo sfogo,  volli affacciarmi sul baratro della grande bocca del cratere centrale. Era pericoloso? Si? No? Comunque volli provarci: mi si stesi bocconi sul bordo, mi sporsi più che potevo, strizzai gli occhi arrossati, ma  vidi soltanto rocce nere e fumo bianco, poi basta.

Deluso mi mise a gironzolare svagatamente scalciando piccoli sassi e tentando di vedere il panorama che una folta foschia, forse dispettosa, mi nascondeva gelosamente: a me, a me! – che mi ero attenuto ai patti naturali, salendo a piedi. Certo, per quei panzoni invadenti...  

E fu proprio in quel momento che il cratere, con un fortissimo boato, si stappò!

Piccoli sassi volarono come meteore sopra la mia testa, mentre massi  più grossi piombarono ai bordi dell’ampio catino del cratere, rovinando sulle teste dei turisti - che io poco prima avevo biasimato e forse anche disprezzato- seminando la morte. 

- Ma come? Ma come?- gridai ancora incredulo, mentre mi affannavo a dare soccorso, insieme ad altri turisti rimasti incolumi e alle Guide, agli uomini feriti e gementi – Ma come? Tu! Proprio tu, Montagna maestosa, spaventosa, ma buona. Come? Tu! – che a memoria d’uomo storico hai distrutto solo le cose, si! ma non hai toccato mai – mai! gli uomini, ora  mi diventi Montagna assassina? Ora mi risulti cosa “ fitusa”? Ahu! questi erano panzoni, si, certamente, ma erano uomini che venivano qui, da te - a modo loro -  per renderti omaggio, ossequiarti e onorarti. E tu, carogna, per un sacro dovere d’ospitalità non dovevi torcergli un capello, non dovevi sfiorarli nemmeno con un dito! Non dovevi osare! – non dovevi! Non dovevi! E come? Così? Adesso usi così? Come? senza nessun preavviso, ora ti saresti stancata, offesa, adirata con tutta l’umanità, diventando una feroce assassina? E no! Non l’accetto! No... è sleale. Ora, ora sai cosa ti dico - mia cara - ti dico che io, io, Agatino Speranza, uomo che ti rispettava e che, invece, hai indecorosamente offeso–guarda, cosa ti dico: con te non voglio aver più nulla a che fare! con me – tu – hai chiuso! Capito? Chi-u-so. 

E da quel giorno, io - il sedentario , certo; l’illuso, e va bene; l’ idealista, forse - cancellai, senza appello, la provinciale per l’Etna dalla mia cartina stradale.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               L‘ospite dell’ospizio geriatrico.

 

 

“ Sapete? Mi disse una volta una tizia, Dama della Carità, in visita caritatevole all’Ospizio, quando mi vide che leggevo Bertrand Russell: Mia cara, ma sono letture da fare codeste? Leggi la Bibbia, che è più edificante…

Le risposi: Cara Dama della Carità, la lettura della Bibbia è noiosa. Forse si riferisce ai Vangeli? O a Cristo? Ma, per lei, cosa vuol dire Vangelo? Ma li ha letti i Vangeli, almeno una volta? E, soprattutto: li ha capiti? Ma poi mi scusai per la crudezza della mia risposta e, con tono amichevole, aggiunsi:

Comunque, io non mi faccio influenzare da nessuno, leggo Russell da molto tempo, per diletto, e anche se sono nata cristiana cattolica e apostolica, sto per morire agnostica - e non certo per colpa di Russell, del quale ammiro la lucidità di pensiero - ma a causa delle delusioni della esistenza...almeno per me - e poi in questo luogo.

Ma ci guardi, ci guardi meglio: siamo larve umane lasciate in mezzo alla sofferenza e, qualche volta, alla disperazione o alla pazzia dei compagni più sfortunati; pensate come un oggetto ingombrante; con la sola visione  della libertà attraverso la morte, che avviene in forma  riservata, silenziosamente, di notte, per non turbare gli ospiti; e questo disagio è causato e  aggravato - almeno nella sua gran parte - dall'egoistica  farisaica organizzazione della cosiddetta società cristiana.

E, per favore, non ci venga a parlare di solidarietà, di fratellanza e varie sciocchezze simili. Qui, di quello che lei vorrebbe ammannirci, per me, per noi, non esiste neppure uno sprazzo appena accennato. C’è la rassegnazione - questo si. 

Ma provi, provi , provi ad immaginare se stessa, al posto nostro - al posto mio. Lei, nel pieno del suo vigore intellettuale e creativo, affossata in questo...stavo per dire lazzaretto, ma sarei ingiusta verso le religiose che pazientemente ci accudiscono. Meglio dire: in questo ricovero per vecchi indigenti- ancora un lapsus: volevo dire: geriatrico, è più elegante - abbandonato dai suoi congiunti - si va bene, le visite saltuarie e veloci- e questo disagio, questa sofferenza, questo patire, questo morire! di tutti noi! giorno dopo giorno,  monotono, incessante, senza scampo -ineluttabile! Qui c'è solo disperazione!

Poi prende ad esempio il caso mio, tanto per capirci meglio - ma senza nessuna intenzione di essere commiserata nè da lei nè da nessuno - e sappia che le sto confidando un segreto e quindi acqua in bocca, con tutti: Sa perchè, pur non essendo decrepita, sono ospite da dieci anni in questa… struttura? Per elemosina! Vuol sapere perché caddi nella miseria? Ebbene glielo dico: Perché in gioventù ero uno spirito libero e un’artista, anzi una creativa, disponevo di sufficienti mezzi di sostentamento e facevo ciò che più mi soddisfaceva: scrivevo, dipingevo, amavo – liberamente - senza mai pensare al futuro ma guardando solo all’immediato, insomma ero la famosa cicala. All’epoca questo faceva scandalo. E i miei parenti ricchi mi biasimavano, e il mio prozio monsignore arrivò anche a scomunicarmi per la vita dissoluta che conducevo – secondo lui, naturalmente. Pensare alla vecchiaia? E chi ci pensava, allora? Ai contributi previdenziali? Ma erano lontani anni luce. Sperperai tutto! Poi la combinai grossa… mi innamorai di colui del quale non dovevo. Ci perseguitarono, ci separarono… lui fu punito…con una punizione- promozione, da scontare in Africa… io rimasi sola, e piombata nella miseria materiale e, poi, spirituale. Nessuno mi venne in aiuto. E allora, se prima feci quello che volevo, dopo feci quello che non avrei voluto mai fare! Poi il crollo!

Cosicchè, a cinquant’anni, ridotta all’elemosina, per carità… e l’interessamento tardivo di un parente potente, fui accettata, come ospite nulla tenente, in questa struttura…geriatrica. Ma, naturalmente, lei queste cose non può saperle, come dama della carità, scusi se glielo dico, lei è una novellina.  Sa? Da allora ne è passato  tempo da allora… ci sono stati tanti morti…tanti pentimenti… tanta saggezza buttata al vento… tanta malizia… tanto talento sprecato. Amen!!!

Ma torniamo a noi: oggi, purtroppo, come vede, l’abbiamo scritto nel viso- nel mio e in quello di tutte mie nostre compagne di sventura- di ciò che resta di una vita senza la speranza: e allora: o rassegnazione oppure disperazione! - o morte! 

Sa cosa le dico? Lasci qui la sua Bibbia, Signora Dama della Carità debuttante, e si prenda il mio libro, e, senza voler essere blasfema, vediamo chi di due ne resterà più… edificato. 

Ed ora mi scusi, ma debbo andare a fare pipì – sa l’incontinenza. Addio.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                 PATTI  CHIARI…

 

                                                            

Personaggio: Un uomo settantenne

 

“ Sentite, io parlai chiaro, anzi, chiarissimo!

A chi? Ma alla Montagna!  Naturalmente lo feci perché dalle mie parti si dice: patti avanti e amicizia lunga. Ed io -io -i patti li mantengo! Io! Fu lei ( indica qualcuno dietro di lui) che ...

Ma, scusatemi, ancora non mi sono presentato: Cav. Salvatore Occhipinti, archivista capo a riposo. A riposo, sissignore, dopo quarant'anni di ininterrotto e onorato servizio presso all'archivio del Catasto. A riposo...  ma quale riposo, che se ci penso... Vedete, quando andai in pensione, con la liquidazione mi comprai un po' di terreno - malanova a me - sulle pendici dell'Etna; e li mi ci costruii una casetta, un delizio, una cosina piccina, bellina, all'aria aperta, tra i castagni - doveva ricompensarmi per tutti i duecentoventottomila giorni trascorsi in un buco d'ufficio, polveroso e con la puzza di muffa, estate ed inverno, a mettere timbri e timbri, per timbrare timbrando!    

E fu quella volta che le parlai chiaro. Le dissi:

- Montagna mia - proprio così la chiamai a quell'infame! - io mi sto costruendo questa casetta sulla tua pelle, e, penso che tu non ne sarai contenta. Certo a chi farebbe piacere, che il primo che arriva, gli viene a fare il solletico sulla crosta, la infastidisce, la imbruttisce. E si capisce: Si spiana, si livella, si tagliano alberi, se ne piantano altri, insomma si muta, leggermente, la vecchia natura, con la presunzione di farne un'altra - illusi! Ma noi uomini facciamo così. Che vuoi?  che possiamo farci?  E sai perché ti disturbiamo? perche' sei bella, la tua aria è buona, la tua terra è fertile, il panorama è bellissimo, d'estate su da te, fa fresco. Insomma, per noi vale la pena rischiare di farti qualche piccolo dispettuccio veniale. Eh, via, penso dopotutto, che un po' di compagnia non debba dispiacerti poi tanto. Oh, ma se tu non sei d'accordo, per conto mio, non hai che da dirmelo: Io smonto tutto e via. E chi s'è visto, s'è visto. Solo dammi un segnale: una piccola scrollatina e - amici come prima.-

E lei, nisba, non risponde, non dette segni di vita.

Allora, siccome  si dice che chi tace acconsente, mi costruii la mia casetta. Manco passò un anno e – “spaccau a muntagna”, sentii gridare - il che significava, che quella cosa fitusa si era svegliata e aveva incominciato a vomitare come una donna incinta. E pure bassa spaccò, vomitando senza tregua, lava e ancora lava. E, come se non bastasse, inventò, quella volta, la tattica dell'eruzione “bestia”: Ma insomma ve lo figurate?  una colata lavica che zigzaga secondo l'estro, con compiacimento, con voluttà, capricciosamente? Oggi m'ammucco il podere do zu Vitu, domani stocco a destra e mi mangio la vigna di don Coscimu; poi, prendo a sinistra e mi abbrustolisco il pometo di don Angelinu, quindi, nello stesso giorno, con una virata di quaranta gradi, vado a depositarmi nella masseria del cavaliere Caudullo. 

Vaga così, per giorni, come una fanciulla dispettosa, come se nessuno le avesse mai spiegato che esistono le leggi di  gravità; e che se scende, deve scendere nei pendii, possibilmente nei canaloni.

Spiegato a quella?  Ma chi? quando mai! e perchè?

Cosa fitusa!

 E un giorno, non  punta, dritta dritta, sulla mia casetta? 

- Ehi!  Come?  - dico io? - e i patti? Come quali patti! Ma allora sei carogna e senza parola! Ah, è così? Bene, ma cosa credi? Ma non mi conosci proprio proprio. Ma non sai chi sono io?

Ma informati in giro, perbacco, e vedi che ti dicono di me - dello zu Turiddu Occhipinti.

Domandalo ai Marosi dell’Ionio di Ognina, all'alluvione di Aquicella, al sole cocente della Piana, - chiedi loro chi sono io! 

Ah, non tremi?

E allora t'aggiusto io! -

E mi feci erigere, con una ruspa, rapidamente, un bastione di massi alto tre metri, davanti alla mia casetta, e aspettai da lassù il vomito di quella spergiura, con la doppietta in mano. E quando giunse, rosso come la brace, feci fuoco senza pietà.

E si fermò!

 Diciamola tutta: se la fece addosso! 

Mi circondò, si raffreddò, si rapprese e rimase lì ansimante, a guardare a bocca aperta, la mia casetta. 

Io l'avevo avvisata - giusto? 

Beh, insomma, secondo i boscaioli… sembra che la colata quando arrivò al bastione, si fosse già esaurita. 

Ma a me non importa: Esaurita o no, io le sparai a bruciapelo- perbacco! e lei incassò!”